Giovanni Falcone: L’azione parallela e il silenzio incessante delle coscienze…


Sono passati tanti anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e ancora oggi, ogni volta che emerge un dettaglio nuovo, è come se si riaprisse una ferita che non vuole rimarginarsi. Mi riferisco a quelle affermazioni pesantissime pronunciate allora da Claudio Martelli sulla morte del giudice Giovanni Falcone. 

Possiedo un libro scritto dall’ex ministro della Giustizia nel quale raccontava come Falcone fosse il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che avessero combattuto la mafia. 

E difatti, proprio per questi motivi, nello stesso giorno in cui egli fu nominato ministro, chiamò il magistrato per affidargli l’incarico più delicato; Sì… insieme pensarono e organizzarono la più efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. Ma come sappiamo, la mafia (almeno questo è quanto ci hanno abilmente raccontato…) reagì uccidendolo. 

Ma la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato, perché a lui è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM, dall’Associazione Nazionale Magistrati, da politici e da giornalisti di varie fazioni. Contro Falcone c’è stata un’azione parallela di Cosa nostra e della magistratura. 

La mafia ha sempre avuto – allora come oggi – occhi e orecchi al Palazzo di Giustizia di Palermo. Per le toghe, riportava allora l’ex Guardasigilli Giovanni era un nemico. E ricordando quelle parole, io ho come l’impressione che qualcosa si fosse rotto, che tutti quei silenzi e quelle azioni poste a protezione di quanto accaduto allora stiano pian piano uscendo. 

Certo la mia speranza era quella di comprendere chi ci fosse sin dall’inizio dietro a quell’assassinio e non mi sarei minimamente meravigliato, sì… di scoprire come dietro a tutto, vi potesse essere qualche figura istituzionale.

Eppure, in tutto questo dolore, c’è anche l’indignazione facile, quella che si accende per un atto simbolico e poi si spegne senza lasciare traccia. Ditemi, cosa è accaduto dopo essersi tutti indignati davanti alla scuola “Falcone” nel quartiere Zen di Palermo, perché un qualche deficiente aveva deciso di attirare l’attenzione abbattendo la sua statua. Certo… subito si era parlato di atto intimidatorio, ma nessuno – come sempre avviene da queste parti – avevo visto niente e nessuna telecamera aveva ripreso qualcosa. Potrebbero essere stati dei semplici bulli del quartiere che, non avendo un cazzo da fare, hanno buttato a terra quella statua. 

Ciò che mi fa maggiormente incazzare è sapere che in quel quartiere manca tutto, a cominciare dal controllo del territorio. Ed allora: se lo Stato non c’è, cosa si pretende? Falcone diceva che per far sì che una società vada bene basta che ognuno faccia il proprio dovere. Allora ditemi: quale dovere sta compiendo il nostro Stato quando è da più di mezzo secolo che quel quartiere si trova in quelle disastrose condizioni? 

È incredibile osservare quanto sia semplice attribuire tutte le colpe di questo fallimento alla mafia, perfetta per coprire le mancanze di una politica insipida. La memoria di Falcone è oltraggiata ogni giorno da quanti in questi anni sono stati seduti su quelle poltrone vellutate, gli stessi che hanno permesso che il giudice venisse assassinato a Capaci. 

Falcone è dentro di me, e di statue ne possono distruggere centomila, non cambierà nulla. Le sue idee sono nella mia mente e fanno parte integrante di ogni mia azione quotidiana. Basterebbe poco per migliorare questa terra, ma bisognerebbe smetterla con le parole e passare ai fatti.

Perché Falcone, come Borsellino non erano eroi nati, erano figli di questo stesso lembo di terra che non li ha saputi difendere. Sono nati entrambi a Palermo, le loro case distavano pochi passi da Piazza Magione, il quartiere popolare della Kalsa. Giovanni, ragazzo studioso, Paolo dal carattere gioviale e scherzoso. In quell’oratorio della chiesa di San Francesco si trovavano a giocare anche con alcuni ragazzi che anni dopo avrebbero inquisito come affiliati a Cosa Nostra. “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla – scriveva Borsellino – perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non mi piace per poterlo cambiare“. 

Ma quanto è difficile amare qualcosa che non vuole cambiare? Forse è per questo che quei due uomini conservano sulle loro labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia. Due eroi che non volevano esserlo, semplicemente due servitori dello Stato in terra infedelium. Una terra ostile, la stessa che non li ha saputi onorare come avrebbero meritato. Io, quando penso a entrambi, li vedo lì passeggiare insieme, scherzare come quando erano adolescenti, perché il carattere di un uomo è formato dalle persone con cui si è scelto di vivere, e loro avevano deciso sin dal primo incontro di convivere per sempre insieme.

Eppure, c’è una frase di Falcone che mi torna sempre alla mente, quella in cui diceva che “la gente fa il tifo per noi”. Ma a cosa serve quel conforto morale, quando poi la stessa popolazione, nell’unico momento in cui potrebbe decidere, si svende? Si sta a guardare cosa fa lo Stato, si tifa per questa o quella indagine, restando ad osservare gli eventi come se fossimo sugli spalti. Ma sono sempre gli altri a stare in prima linea. La gente fa il tifo per loro, è vero, ma quanti poi hanno il coraggio di scendere in campo? 

Guardate la politica di questi anni, rileggete i nomi dei Presidenti della Regione Sicilia e troverete per la maggior parte di essi un paragrafo intitolato “Procedimenti giudiziari“. Si parla tanto di lotta alla mafia, ma il vero problema da risolvere nella nostra isola è il dilemma morale, quella crescita personale che non si vuole opporre a questo marciume fatto di compromessi e clientelismi. Falcone non è stato ucciso solo per il maxi-processo, quello era il male minore. È stato colpito perché ha mirato a quel malvagio meccanismo in cui nobiltà, chiesa e borghesia sono legati indissolubilmente per gestire il potere. Nulla è stato casuale, e dietro quelle stragi non c’erano semplici pastori scesi dalle montagne, ma uomini dell’anti-stato che stavano decidendo l’assetto politico della nostra nazione. Possiamo continuare a fare le pecore, oppure possiamo liberarci da quei pregiudizi e allontanarci da quei terreni infetti dove non esiste alcun principio di legalità.

E quando poi ascolto certe affermazioni, mi viene veramente da perdere la pazienza. Come ad esempio quando una senatrice leghista ha avuto il coraggio di dire che “la nostra mafia non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima”La “nostra” mafia? Ma la mafia di chi scusi? Noi siciliani la mafia la odiamo, in tutte le sue forme. Il solo credere che possa essere accostata a noi mi fa venire il voltastomaco. Lei parla di sensibilità della mafia? A quale sensibilità si riferisce, a quella che ha ucciso magistrati e uomini delle forze dell’ordine? Parla di coraggio, quando la mafia vive grazie alla propria codardia? 

Il coraggio è ciò che fanno i cittadini perbene ogni giorno, quei commercianti che ogni mattina aprono la loro bottega sapendo di dover subire l’estorsione. Perfetta la reazione di Maria Falcone, che ha parlato di triste favoletta della mafia buona. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo, è un cancro che va combattuto quotidianamente. Ma se certa politica continua a pensare che senza di essa si muore di fame, allora siamo davvero alla frutta.

E intanto, mentre si commemorano gli anniversari, la mafia si fa sentire, dopo la strage di Capaci, proprio mentre il presidente della Repubblica ricordava Falcone, ecco che un boss mafioso veniva ucciso in bicicletta. I media hanno parlato di regolamento di conti, ma io avevo preannunciato la fine di quella pax obbligata. I vecchi boss stanno morendo nelle prigioni, i latitanti sono da troppo tempo nascosti, e qualcuno ha deciso di riprendere le armi per imporre la propria forza. 

Già… quel giorno di tanti anni fa ero a Palermo, in una chiesa piena di giovani che urlavano “Giustizia“. Cosa è cambiato da allora? La situazione attuale vi sembra migliore? I valori morali calpestati dai troppi compromessi, a chi vogliamo attribuirne le colpe? Sempre alla mafia? 

Per favore, finiamola di prenderci in giro. Contano le azioni, non le parole. E difatti, se Falcone potesse vedere i gesti compiuti in questi anni da ciascuno di noi, ditemi: di quanti pensate potrebbe essere realmente compiaciuto?

Quando lo Stato sembra lontano e la legalità un’idea astratta!


Avrei dovuto raccontarvi stasera qualcosa di spiacevole accaduto in un’Amministrazione comunale – ma avendo dato la mia parola ad un mio amico che avrei aspettato una sua conferma, prima di procedere a scrivere – lascio in sospeso quella vicenda e mi soffermo su un tema più ampio, qualcosa che dice molto di questo nostro Paese. 

Già… uno Stato che ogni giorno mostra un volto segnato dalla corruzione e da una sostanziale assenza di cultura della legalità. 

Sono troppi i miei connazionali che vivono pensando che lo Stato sia un’entità lontana, estranea, qualcosa che non li riguarda da vicino, ma soprattutto questa distanza diventa ancora più evidente quando arriva il momento di rispettare gli obblighi previsti.

Ho sempre creduto che la legalità appartenga a ciascuno di noi sin dalla nascita. Sta principalmente ai genitori trasmettere ai figli quel senso di rispetto. Una cultura che non può essere – come ho sentito in questi giorni – demandata tra i banchi di scuola. La lingua, la storia, la geografia, tutti quei fondamentali sono certamente necessari, ma vi è qualcosa di ancor più profondo da apprendere e cioè: la consapevolezza che le regole e le leggi esistono per insegnarci a rispettare gli altri.

Se tutti imparassimo davvero il valore della legalità, il mondo diventerebbe non solo più civile, ma anche più giusto ed equo. Senza corruzione, senza malaffare, persino senza criminalità e non parlo di quella organizzata, ma anche di quella compiuta proprio in queste ore, dai cosiddetti “figli bene” di questa nostra società, che evidenziano come con quei loro violenti comportamenti, conducono il rispetto e l’educuzione civile, ahimè a scomparire!

Ecco perché non mi sorprendo più quando accadono certi episodi. Ormai lo Stato, attraverso i suoi referenti – gli stessi che pensano esclusivamente a fare cassa, inviando sanzioni e occupandosi di questioni fiscali – è talmente convinto d’aver dinnanzi un connazionale che della cultura della legalità ignora persino l’esistenza, che pensa immediatamente, senza alcuna esitazione, di poter fare di tutta l’erba un fascio.

E allora permettetemi di dire: prima ancora di pensare a cambiare i propri vestiti con altri, la propria indegna vita (e aggiungerei quella dei propri familiari) come molti di voi hanno fatto nel corso della propria vita, beh… fatemelo dire: di “acqua sotto i ponti ne deve passare”!

La cultura è legalità e conta quanto una divisa o una toga. Eppure vediamo ogni giorno come esistono politici, funzionari, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, ma soprattutto semplici cittadini, che non hanno né l’una né l’altra, a differenza di chi viceversa – da sempre – opera in modo coerente e trasparente, senza alcun tornaconto personale, senza nemmeno uno stipendio pagato dai contribuenti. 

Sono lì, giorno dopo giorno, a fare il proprio dovere e anche ciò che altri – collusi, corrotti, ricattabili, a cui dovrei aggiungere “omertosi” – non fanno. È facile parlare di legalità quando si è protetti da una divisa o da una toga, mentre è molto più difficile esporsi personalmente sapendo di non avere nessuno dietro che ti protegga, il più delle volte… nemmeno lo Stato!

Un cittadino corretto, che rispetta la cultura della legalità, sa bene di doverla mettere in pratica sempre, non solo quando gli fa comodo. Si osservi quando si tratta di onorare le imposte fiscali, o quando arrivano a casa avvisi di accertamento come multe stradali – quelle esatte, s’intende, non quelle erroneamente inviate da certi enti solo per fare cassa – già… senza nemmeno prendersi la briga di verificare se nel frattempo fossero state già pagate.

Già… in questo Paese si è così convinti di esser moralmente tutti uguali, che molti dei miei connazionali pensano agli altri con la propria testa, quasi fossero simili. Sì… è quella loro natura “immorale” a parlare per loro: può mai essere che qualcuno sia così corretto da risultare migliore di noi? E perché mai possieda quella cultura della legalità così intrinseca? 

Sì… è proprio questa la ragione che dà tanto fastidio, la stessa che in questi anni mi ha fatto comprendere come, per la sola ragione di aver fatto la cosa giusta, si sia stati odiati!

La legalità in questo nostro Paese? Ormai ne sono convinto: è un’idea astratta! 

Rosario Pelligra: grazie. Perché Lei è, e resterà, il Presidente che noi tutti, catanesi orgogliosi, vogliamo / Rosario Pelligra: thank you. Because You are, and will remain, the President that we all, proud people of Catania, want.


Dear President Pelligra (per i lettori italiani: la traduzione in italiano è subito dopo), I am writing this post just a few hours after the end of the match, when the uproar of the stadium refuses to turn into that usual silence that only great disappointments can normally create.

The match is over, and Catania will not play the final against Brescia. The dream of returning to Serie B has therefore, yet again, shattered against an Ascoli side that is certainly deserving, since they didn’t steal anything — quite the opposite, in fact. The 4-0 defeat in the first leg was a mountain too high to climb, and the return leg, as spirited as it may have been, wasn’t enough to work the miracle that all us fans had hoped for.

But you know better than I do: mathematics can sometimes be cruel, and football doesn’t always gift us with fairy tales.

However, I don’t just want to talk about yesterday’s result, because my thoughts go further back, to these years of silent monologues — yes — through my posts, through those public notes in which I had the courage to send you my criticisms directly about the team’s performance on the pitch — unlike many who showed great enthusiasm about being top of the table, but I felt that you, unlike them, would have been willing to listen.

And now, faced with yet another season ending without promotion, I feel immense sorrow not only for the fans, but for you, Mr. President, imagining your personal bitterness in seeing thousands of fans at the stadium who had believed until the very last second that they would be able to celebrate.

I wasn’t there, but I saw on TV those adult fans and the many children who, over these past months, have embraced the Stadio Massimino as if it were a second home, and now find themselves there… with their hearts shattered. That pain in the eyes of those young ones in the curva weighs more than any league table.

And yet — and I say this with the affection of someone who writes as a fan first and an observer second — this disappointment must serve as a “reset” for you. Not just a simple restart, but a real shake-up of the foundations. Because the structure we saw on the pitch, from every point of view, has shown deep limitations, mistakes that repeat year after year, and an inability to learn from the past that we frankly can no longer afford.

I am now reminded of the Como model: in 2021 they were in Serie C — yes, just like us — and today, with a much smaller city than ours, they are playing in the Champions League!

None of us is asking for the impossible, Mr. President. But Catania has 296,000 inhabitants, a metropolitan area reaching 770,000, and a passion that is unmatched. And all this potential today continues to run up against the reality of Serie C.

What more can I say? You have brought honor to this city, and I say this without flattery (after all, anyone who truly knows me knows that I don’t own a single selfie except the one with the Dalai Lama, but above all, I have never asked anyone for an autograph, as I have always sought to live by my own light and never by that reflected by others), especially since we haven’t yet had the chance to meet.

Having a President like you, who has shown affection and presence, is not just a stroke of luck for the people of Catania: it is a great honor. And it is precisely for this reason that it pains me so much to see you embittered. But that bitterness must now turn into courage.

It is time to truly change what hasn’t worked, to surround yourself with people who know how to build a team not just on paper, but in spirit and in gameplay. Because Catania does not deserve to stand by and watch others win. And I, as a fan, will continue to hope that you want to be the architect of that turning point.

With gratitude, and with the same sincerity as always.

Nicola Costanzo

TRADUZIONE

Caro Presidente Pelligra, scrivo questo post a poche ore dalla fine della partita, quando il frastuono dello stadio non vuole trasformarsi in quell’abituale silenzio che solitamente solo le grandi delusioni sanno creare.

La partita è finita, e il Catania non giocherà la finale col Brescia. Il sogno di risalire in Serie B si è quindi per l’ennesima volta infranto contro un Ascoli certamente meritevole visto che non ha rubato nulla, anzi tutt’altro. Il 4-0 subito all’andata era una montagna troppo alta da scalare, e il ritorno, per quanto possiamo dire combattuto con l’anima, non è bastato a compiere il miracolo che tutti i tifosi speravamo.

Ma Lei sa meglio di me: la matematica a volte è crudele, e il calcio non sempre regala favole.

Non voglio però parlare solo del risultato di ieri, perché il mio pensiero corre più indietro, a questi anni di monologhi silenziosi, già… attraverso i miei post, a quelle note pubbliche che ho avuto il coraggio di inviarLe direttamente le mie critiche sul gioco posto in campo – a differenza di molti che manifestavano grande entusiasmo per essere primi in classifica, ma io sentivo che Lei, a differenza di loro, avrebbe potuto ascoltare. 

E ora, davanti a questa ennesima stagione che si chiude senza la promozione, provo un dispiacere immenso non solo per i tifosi, ma per Lei Presidente, immaginando la sua personale amarezza nel vedere migliaia di tifosi presenti allo stadio che avevano creduto fino all’ultimo secondo di poter gioire.

Non ero presente ma ho visto in Tv quei tifosi adulti e i molti bambini che in questi mesi si sono stretti allo stadio Massimino come fosse una seconda casa, e ora si ritrovano lì… con il cuore in frantumi. Quel dolore negli occhi di quei fanciulli della curva, pesa più di qualsiasi classifica.

Eppure, e glielo dico con l’affetto di chi scrive da tifoso prima ancora che da osservatore, questa delusione deve servirLe da “reset“. Non un semplice ripartire, ma un vero e proprio scossone alle fondamenta. Perché la struttura che abbiamo visto in campo, sotto tutti i punti di vista, ha mostrato limiti profondi, errori che si ripetono anno dopo anno, e una incapacità di imparare dal passato che francamente non possiamo più permetterci.

Mi torna ora in mente il modello Como: nel 2021 era in Serie C, già… come noi, e oggi – con una città molto più piccola della nostra – gioca in Champions League!

Nessuno di noi chiede l’impossibile, Presidente. Ma Catania ha 296mila abitanti, un’area metropolitana che tocca i 770mila, una passione che non ha eguali. E tutto questo potenziale, oggi, continua a scontrarsi con una realtà di Serie C.

Cosa aggiungere? Lei ha portato onore a questa città, e lo dico senza adulazione (d’altronde chi mi conosce davvero sa che non possiedo un solo selfie se non quello con il Dalai Lama, ma soprattutto non ho mai chiesto un autografo a nessuno, in quanto ho sempre cercato di vivere di luce propria e mai di quella riflessa da altri), anche perché finora non abbiamo avuto modo d’incontrarci. 

Avere un Presidente come Lei, che ha dimostrato affetto e presenza, per tutti i catanesi non è solo una fortuna: è un grande onore. Ed è proprio per questo che mi dispiace tanto vederlo amareggiato. Ma l’amarezza, adesso, deve trasformarsi in coraggio. 

E’ tempo di cambiare davvero ciò che non ha funzionato, di circondarsi di chi sa costruire una squadra non solo sulla carta, ma nello spirito e nel gioco. Perché Catania non merita di restare a guardare gli altri vincere. E io, da tifoso, continuerò a sperare che Lei voglia essere l’artefice di quella svolta. 

Con gratitudine, e con la stessa sincerità di sempre.
Nicola Costanzo

Giochi on Line? Meglio darsi al “lotto”, almeno lì… c’è una minima speranza di vincere.


Gentile Sig. Costanzo, le scrivo perché leggo abitualmente il suo Blog “Liberi pensieri” e noto come spesso, nell’evidenziare talune denunce (alcune delle quali realizzate da lei – nella qualità di delegato/iscritto a quelle “associazioni”), riesca sempre a far emergere circostanze che altri, viceversa, preferiscono tener nell’ombra.

Ecco perché nell’inviare questa mail, ho voluto allegare alcuni screenshot, presi direttamente dal web, perché in ciascuno di essi, potrà leggere il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po’ del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando – giocando – di realizzare un piccolo gruzzoletto.

Ovviamente avrà compreso che se le scrivo, è perché rappresento uno dei tanti giocatori che, per anni, ha trascorso il suo tempo online, convinto del fatto che la legge (quantomeno quella nazionale) fosse dalla mia parte. E invece no. Quello che ho visto con i miei occhi, e che quegli screenshot mostrano chiaramente, è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. 

Glielo dico senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all’operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato? La maggior parte dei giocatori, me compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma per colpa di un sistema che nessuno vigila.

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce difatti che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci.

Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? Le rispondo: Nessuno!

Le faccio un esempio concreto. La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, caro Sig. Costanzo, è un’istantanea!

È ad esempio, come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l’operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Le invio quegli screenshot perché lei stesso veda con i propri occhi cosa si trova in rete: forum, testimonianze, confronti tra payout teorici e perdite reali. Numeri che fanno rabbrividire. E non parlo di complotti, parlo di un buco nero nella vigilanza.

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fa quello che può, la Gdf ha di fatto risorse limitate e le piattaforme sono tante, troppe. Il risultato è che l’unico controllo vero è l’autodichiarazione degli operatori. Una cosa assurda, se ci pensa.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. Roba bella, ma sulla carta. Ed allora le chiedo: a cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima.

Per questo mi rivolgo a lei, Sig. Costanzo, perché lei, nel suo Blog, ha sempre avuto il coraggio di dire le cose come stanno, nel rispetto della legalità ma anche nel rispetto della verità. E la verità, qui, è che servono controlli seri, indipendenti, continui. Servono soprattutto sanzioni esemplari per chi supera quel benedetto dieci per cento. 

Servono ispezioni a sorpresa, non solo certificazioni una tantum. Altrimenti, è ovvio, il gioco online resta un modo elegante per spennare la gente con la benedizione dello Stato, o quantomeno, con la sua disattenzione e in questa sede non voglio neppure pensare alla eventuale complicità di molti suoi infedeli dipendenti.

Le ho scritto a lungo, lo so, ma sentivo di doverglielo dire, perché lei è uno di quelli che non gira la faccia dall’altra parte. E quegli screenshot, glieli lascio, sono solo un assaggio. Il resto lo vede tutti i giorni, se guarda dentro le storie di chi perde, non per caso, ma per assenza di controllo. Grazie per avermi ascoltato.

Ps. Vorrei altresì aggiungere che il mio lettore mi ha anche inviato alcuni nomi di quelle società presenti nei siti web (sospetti) e di cui ha verificato come tra esse, alcune abbiano – ancora oggi, sede legale in noti paradisi fiscali, quali: Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi e Vanuatu.

Ma non solo, ho voluto riportare questa mail, perché conosco, per esperienza diretta, quel sistema di gioco, in quanto un mio caro amico, ne era fortemente appassionato. Devo altresì aggiungere che, nel mio caso specifico, le perdite sono state limitate e possono esser riassunte in poche centinaia di euro, certamente molto meno di quelle giocate da ragazzo, quando ogni tanto mi divertivo a giocare in alcuni noti casinò d’Europa.

Ma chi mi conosce, sa bene quanto il sottoscritto non sia mai stato fortunato al gioco anzi tutt’altro e chissà se forse in quegli anni, proprio per sdrammatizzare le sconfitte al gioco, non mi sia “consolato” con quel proverbio che dice: “ciò che perdi al tavolo verde, lo ritroverai tra le lenzuola” e quindi nell’amore. Scherzo ovviamente… ma se qualcuno ha avuto esperienze amare come quelle del mio lettore sopra, beh… sarei felice di raccoglierle e – con il vostro consenso – farle conoscere pubblicamente.

IRAN – USA: quel patto che non verrà mai firmato da ISRAELE…


Ascolto ogni giorno i Tg parlare di trattative internazionali, tavoli della diplomazia, di frasi faticosamente condivise, di pace in procinto di esser raggiunta, convinto che la prossima bozza – la trentesima, la quarantesima – possa finalmente ricomporre le macerie di una guerra che non accenna a esaurirsi. 

Dall’altra, però, ritengo che esista una lettura più sotterranea, meno ingenua, di ciò che sta realmente accadendo. Le agenzie di stampa parlano di divergenze ridotte, di un “accordo quadro” imminente, e persino Trump rilascia dichiarazioni solenni promettendo di impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano come fosse un trofeo. 

Ma secondo me c’è un problema di fondo che nessuna dichiarazione ottimistica potrà mai cancellare: alla fine, Israele non accetterà alcun accordo con l’Iran. Non un vero accordo, perlomeno. Non un patto che lasci in piedi il cuore spirituale e strategico di quel sistema.

Sono certo che in questo preciso istante i servizi segreti israeliani stiano scandagliando ogni tunnel, ogni bunker sfuggito ai radar, per localizzare Mojtaba Khamenei – il figlio della Guida, successore del padre ucciso nei raid di fine febbraio – per portare a termine ciò che già lo ha gravemente ferito. 

Perché? Semplice… finché lui resta al potere, anche se nascosto, anche se privo di apparizioni pubbliche, anche se costretto a comunicare solo per messaggi scritti filtrati da una liturgia di Stato, nessuno dei suoi uomini più stretti si spingerà mai a sottomettersi alle politiche di Trump e dei suoi amici arabi nel circondario. Non è una questione tattica, è una questione di legittimità spirituale.

Allo stesso tempo, la diplomazia procede come se nulla fosse. Rubio parla di “segnali positivi”, poi ammette che si ha a che fare con un “regime frammentato”. L’Iran, attraverso fonti ufficiali, smentisce di aver accettato la consegna dell’uranio altamente arricchito, ribadisce che la questione nucleare verrà affrontata solo in un secondo tempo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie che rischiano di sabotare qualsiasi intesa ancor prima che venga scritta. Non è solo tattica negoziale, è la manifestazione di un’anima irriducibile.

Dietro questa confusione di voci, però, esiste un filo conduttore preciso. Mojtaba Khamenei non è né un falco né una colomba. Resta chiuso in un luogo segreto, circondato da un apparato di sicurezza che teme infiltrazioni e nuovi raid, prova a trasformare la propria fragilità in una forma di controllo politico del tempo. La sua “pazienza strategica” non è quella del padre, costruita in decenni di potere assoluto, ma insegue lo stesso obiettivo: impedire che l’Iran venga costretto a scegliere tra guerra totale e resa diplomatica

E così, mentre Washington vuole risultati verificabili e Israele spinge affinché Teheran perda ogni capacità nucleare, missilistica e influenza regionale, il nuovo leader frena. Ordina che l’uranio resti nel paese, vigila sullo Stretto di Hormuz, e presenta ogni possibile intesa non come un arretramento, ma come un riconoscimento della propria centralità. 

Già… è proprio qui il nodo: da una parte c’è chi cerca una soluzione, dall’altra chi – Israele in testa – vuole abbattere quel sistema dittatoriale e lo considera troppo pericoloso finché potrà avvicinarsi all’atomica. 

E finché Mojtaba Khamenei resterà in vita, anche ferito, anche invisibile, quella volontà di non cedere mai davvero a nessun accordo, continuerà a guidare ogni mossa.

In Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere!


Lo so, avrei dovuto scrivere questo post l’altro ieri, ma se non l’ho fatto, c’è un motivo.

Sì… forse perché ho pensato “amaramente” che la maggior parte delle persone scelga la strada più comoda: ricordare il giudice, la moglie, la scorta soltanto in quel giorno preciso, il 23 maggio, e poi dimenticarli per gli altri trecentosessantaquattro. 

Io non ce l’ho mai fatta a fare così ed è per questo che ogni anno, quando l’anniversario si avvicina, provo un senso di disagio che non riesco a scrollarmi di dosso.

Sì… non sopporto le passerelle, quelle odiose sfilate istituzionali che prendono la scusa del ricordo per far brillare qualcuno davanti alle telecamere. Sono passati trentaquattro anni e mi sembra di vedere sempre le stesse scene.

Certo, fa bene al cuore osservare tanti bambini, adolescenti, giovani radunati a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani a cui – se non vi dispiace – vanno sommati i sopravvissuti (Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza) che hanno avuto la terribile sorte di restare in vita e portare addosso, per sempre, il peso di quel giorno. E di loro – dovrei aggiungere – nessuno parla. 

Non dico quindi che questo tipo di commemorazioni non facciano bene al futuro del nostro Paese, quello sì, ma da lì a pensare che la lotta alla criminalità passi attraverso queste iniziative, ce ne vuole. Ho l’impressione che dietro tanta retorica si nasconda soprattutto la voglia di farsi notare, da parte di politici e talvolta persino di magistrati. E intanto, per il resto dell’anno, di quei coraggiosi che hanno dato la vita non sembra importare più nulla a nessuno.

Dietro quella strage, in fondo, ci sono tutti: referenti politici e istituzionali, servizi segreti e massoneria, settori collusi della magistratura e persino alcuni reparti militari. E poi, quasi dimenticavo, la criminalità organizzata, quella che secondo la versione ufficiale avrebbe premuto il telecomando per far saltare l’autostrada a Capaci. Ma per favore, basta. Non parlate più di legalità, soprattutto se siete tra quelli che non l’hanno mai rispettata, o che non hanno mai davvero portato avanti le idee del giudice. 

Ma d’altronde basti osservare cosa accade oggi a magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri: isolati, contrastati, lasciati soli. Mentre le ultime riforme indeboliscono l’azione dello Stato contro la mafia, qualcuno continua a voler ridurre l’antimafia a una sfilata di moda infarcita di retorica, un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi le pretende, contro chi prova solo a portare alla luce le concause rimaste nascoste, viene scatenata la macchina del fango. Finiscono come le vittime, o vengono fatti tacere. Come non ricordare Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report, che solo pochi anni fa per aver mostrato una nuova indagine su quel maledetto 23 maggio 1992 è finito sotto la bufera mediatica. Ecco.

Così, quest’anno, avevo pensato di restare in silenzio, limitarmi a documentare. Perché dopo trentaquattro anni, di parole, ne sono state dette fin troppe, e sarebbe ora di passare ai fatti. Per esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Erano floppy disk con la verità del magistrato su ciò che subiva quotidianamente. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi? Sono domande senza risposta, e resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso attribuendo ogni responsabilità solo alla mafia. Ma sappiamo che non è così. Il “paese felice”, così Falcone chiamò l’Italia, non era un elogio. Quel paese per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. E non ama neppure chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere.

Io credo che il modo migliore per contrastare questa narrazione ipocrita sia dare voce a Falcone. Non limitarsi a un giorno, a una corona, a un discorso ufficiale. Fargli occupare ogni spazio, ogni giorno. Per questo avevo invitato a pubblicare le sue parole, dal 18 al 23 maggio, sui propri social. Perché i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. Sono stati preparati cartelli, citazioni, persino una voce enciclopedica su WikiMafia. Ma so bene che tutto questo rischia di restare inutile se non cambia la sostanza, già… se non smettiamo di credere che basti un anniversario per sentirsi a posto con la coscienza.

Perché quando penso al giudice Falcone, a me viene un magone. Un nodo alla gola che subito si trasforma in tristezza profonda, in malinconia. E poi in rabbia. Non è solo il ricordo di quella strage. È vedere che il Paese, da quel lontano 1992, non è minimamente migliorato!

Sì… è peggiorato in ogni settore, produttivo e istituzionale. Qualcuno obietta che non ci sono più omicidi eccellenti. Ma questa non è una vittoria dello Stato: è la nuova strategia della mafia, che ha adottato una politica distensiva per operare i suoi affari in modo più nascosto. Una pax concordata, dove di tanto in tanto salta solo la manovalanza, mentre chi comanda resta saldamente al potere, spesso seduto su poltroni istituzionali, con l’immagine limpida. E poi ci sono i “beni confiscati” finiti in mano a gente sotto inchiesta per corruzione, i processi che finiscono in nulla, come quello al generale Mori e al colonnello Obinu, assolti dopo anni di dibattimento perché il “caso non sussiste”. È mancato quel rigore che Falcone auspicava. Il 2015 fu definito l’annus horribilis dell’antimafia di facciata: si è capito che l’unico interesse era finanziario, personale. Non una missione per il bene comune, ma vantaggi per sé e per i propri familiari o amici.

E io aspetto ancora un grazie dallo Stato. Un semplice, esplicito ringraziamento personale. Perché tanti cittadini onesti hanno avuto il coraggio di denunciare, di segnalare, e poi sono stati ignorati. Le loro denunce non sono state fatte emergere perché andavano a colpire soggetti intoccabili, sia del mondo civile che di quello istituzionale. Allora cala il silenzio, anche da parte dei media, che fanno finta di non ricevere le notizie o preferiscono censurarle. Alcune associazioni di legalità, poi, adottano stratagemmi ambigui: nessun contatto ufficiale via Pec, solo format web dai quali si riservano di leggere, senza mai dare riscontro

Così possono sempre dire di non aver ricevuto le segnalazioni imbarazzanti. Io quelle comunicazioni le ho registrate tutte, con tanto di screen. Presto pubblicherò i nomi di chi si promuove a baluardo della legalità e invece censura ciò che dà fastidio agli amici. Sono pochi quelli che fanno davvero il proprio dovere. Gli altri usano i loro servizi per screditare e attaccare gli avversari.

Dice bene la sorella del giudice, la dottoressa Falcone: alcuni hanno l’interesse a mascherarsi da buoni, ma quella è un’antimafia che con lei non ha niente a che fare. È vero, esiste una cultura del sospetto alimentata da chi opera per conto di cosa nostra per carpire informazioni. Ma è altrettanto vero che tantissimi cittadini comuni si offrono solidali a questo mondo corrotto, in cambio di denaro, avanzamenti professionali, incarichi vari. Non bisogna andare lontano per trovare lo schifo, non nei quartieri disagiati. I poveri, semmai, procurano solo manovalanza e forza lavoro. 

La mafia siede nei posti lussuosi, sui tappeti rossi. È lì che bisogna cercarla. Ma da noi, si fa finta di non saperlo. C’è una frase di Falcone che ho fatto mia: in Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere. Ecco, forse dovremmo cominciare da qui. Non da un giorno all’anno, ma da tutti gli altri. Perché ricordare, senza mettere in pratica quegli insegnamenti di coraggio e libertà, non serve a niente!

Gesù nel 2026 – I° Capitolo (Parte Seconda): La maternità: da Elisabetta al romano, dalla fecondazione all’atto d’amore più silenzioso della storia.


7. La gravidanza: normalità biologica e scandalo teologico

Una volta fecondato l’ovulo, iniziò una gravidanza del tutto normale.

Nove mesi. Il corpo di Maria – che aveva probabilmente tra i dodici e i quattordici anni – iniziò a trasformarsi. Il ventre si espanse. I seni si gonfiarono. Cominciò a sentire  i movimenti del feto, ebbe nausee, stanchezza, dolori alla schiena. Un parto, poi, probabilmente doloroso e sanguinoso, in condizioni igieniche – non dimentichiamolo – precarie.

Niente di miracoloso. Niente di “immacolato“…

Eppure, la teologia cristiana ha costruito su questa gravidanza una montagna di dogmi che l’hanno resa irreale.

• La verginità perpetua (Maria vergine prima, durante e dopo il parto) – come se il parto non l’avesse toccata.

• L’Immacolata Concezione (Maria concepita senza peccato originale) – come se la carne di una donna fosse un ostacolo alla santità.

Io dico esattamente il contrario. La grandezza della maternità non sta nell’assenza di carne. Sta nella carne. Nel sangue. Nel rischio. Nella fatica. Nel fatto che una donna dà la vita con il suo corpo, non nonostante il suo corpo.

Maria fu madre davvero. Non in una teologia. Non in un affresco bizantino. Ma in un villaggio, con le mani sudate, sporche e gli occhi stanchi. E toglierle questa carnalità non è stato un atto di devozione, ma un atto di cancellazione.

La teologia ha reso Maria adorabile perché l’ha resa irreale. Ma così ha distrutto l’unica cosa che la rendeva davvero grande: che fu una madre come tutte le madri!

8. Immacolata Concezione e nascita verginale: due cose diverse

Attenzione: ho visto in questi anni sul web dei video che facevano confusione tra “Immacolata Concezione” e “nascita verginale“.

L’Immacolata Concezione è stata creata dalla Chiesa Cattolica come dogma solo alcuni anni fa, precisamente nel 1854, e si riferisce – nella realtà – al concepimento di Maria da parte della madre Anna, e quindi non al concepimento di Gesù. Quanto appena detto serve per giustificare lo “stato di purezza” di Gesù – mi riferisco allo stato morale che doveva essere necessariamente immune dal “peccato originale“, che segna tutti gli uomini sin dai tempi di Adamo.

Viceversa, la nascita verginale di Gesù rappresenta una dottrina che risale agli inizi del cristianesimo, secondo la quale Maria, senza conoscere alcun uomo, rimane incinta dello Spirito Santo, uno stato quindi di concepimento “illibato” necessario per far comprendere l’origine soprannaturale di quella gravidanza.

E così, alla fine, ecco che Gesù «fu concepito per opera dello Spirito Santo» e nacque dalla vergine Maria.

9. La verginità perpetua: storia di un dogma

L’idea che Maria sia rimasta vergine per tutta la vita non è nei Vangeli canonici. Matteo, anzi, dice esplicitamente che Giuseppe «non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio» (Mt 1,25). La parola greca è ἕως (finché) e come vedremo, questo “finché” indica sempre un cambiamento di situazione una volta scaduto il termine, basta leggersi la Bibbia.

Ma la tradizione ha voluto leggere questa parola diversamente.

I primi scritti cristiani attestano tranquillamente che Maria perse la verginità con il parto. Lo afferma con chiarezza Tertulliano (III secolo) nel De carne Christi 23: «Virgo quantum a viro, non virgo quantum a partu» (vergine quanto all’uomo, ma non vergine quanto al parto).

Fu solo in seguito – con i testi apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo (capitoli 19-20) – che si impose la credenza di una Maria sempre vergine. Secondo questi scritti, due levatrici esaminano Maria dopo il parto e ne constatano stupefatte la persistente verginità. Lo stesso episodio è ricordato da Clemente Alessandrino (Stromata VII, 16,93).

Il Vangelo di Filippo (59,6-11), testo gnostico, offre invece una lettura spirituale: la verginità di Maria è metaforica, un simbolo della purezza interiore. Ma proprio perché gnostico, non fu mai accolto dalla Chiesa.

Epifanio (di Salamina) nel suo Panarion (78,8-9), difende la verginità perpetua contro gli Antidicomarianiti (coloro che si opponevano a questa dottrina). Ad esempio per spiegare i “fratelli di Gesù” menzionati nei Vangeli, Epifanio ricorre alla tesi che Giuseppe fosse già vedovo e che quei fratelli fossero in realtà figli di un precedente matrimonio. Una tesi priva di qualsiasi riscontro storico.

Con il passar dei secoli si crearono similitudini ancor più fantasiose:

• La nascita di Gesù è come un raggio di sole che attraversa un cristallo senza spezzarlo.

• Oppure è come quando Gesù risorto entra nel cenacolo a porte chiuse (Gv 20,26), dimenticando che il corpo glorioso possedeva proprietà che il corpo mortale non aveva.

• Alcuni teologi cattolici hanno persino citato Ezechiele 44,2 («Questa porta sarà chiusa… perché per essa è entrato il Signore») – dimenticando che il passo parla di una porta del tempio di Gerusalemme che, per giunta, doveva riaprirsi ogni sabato e ogni novilunio (Ez 46,1-3).

Ambrogio e Girolamo, i grandi promotori della vita cenobitica, furono i più strenui difensori della perpetua verginità di Maria. Il loro entusiasmo è comprensibile: stavano convincendo migliaia di ragazze a lasciare la famiglia per consacrarsi a Dio. Maria non poteva essere da meno delle sue devote. Doveva essere più vergine di tutte.

L’idea, però, fu sempre contestata, difatti non pochi la rifiutarono: Tertulliano (III secolo), Bonoso di Sardica (vescovo), Elvidio, Gioviniano di Roma (monaco), Vigilanzio (presbitero, IV secolo).

Divenne dogma di fede solo nel VII secolo, con il Concilio Lateranense del 649 (sotto papa Martino I). 

Già… curiosamente pochi sanno che la verginità perpetua di Maria non è mai stata oggetto di una dichiarazione di infallibilità da parte della Chiesa cattolica romana. È un dogma “minore“, nel senso che non è mai stato solennemente definito ex cathedra.

Ma tant’è però che per i cattolici è vincolante comunque.

10. L’analisi del “finché” – Matteo 1,25

Torniamo ora al testo che più di ogni altro smentisce questa dottrina.

Matteo 1,25 – Greco: καὶ οὐκ ἐγίνωσκεν αὐτὴν ἕως οὗ ἔτεκεν υἱόν -Traduzione letterale: «e non la conosceva finché partorì un figlio».

A confronto:

• La CEI traduce: «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio» – omettendo il “finché“.

• La Nuova Riveduta: «non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio».

Conoscere” è un eufemismo biblico per indicare l’unione coniugale. Lo stesso termine è usato in Genesi 4,1 quando «Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino».

La congiunzione finché (greco ἕως, èos) ha un significato temporale chiaro: indica un limite. Fino a quel momento, Giuseppe si astenne. Ma dopo quel momento, la situazione cambia.

D’altronde, va detto che nella cultura ebraica, ma anche in quella cristiana (non per nulla anche ai giorni nostri, il matrimonio cattolico non viene convalidato – si può richiedere alla Sacra Rota l’annullamento – nel caso l’atto sessuale non avvenga) il matrimonio è reso invalido se manca di quel rapporto fisico.

Infatti, lo stesso evangelista scrisse di Gesù come il “figlio di Giuseppe” e quindi sicuramente si erano sposati e Giuseppe divenne il padre putativo, ma non solo: l’evangelista Matteo scrive che Giuseppe finalmente “la prese con sé“, facendo comprendere come la coppia abbia avuto rapporti sessuali subito dopo la nascita (Matteo 1,25).

Viceversa i cattolici, vincolati dal dogma, hanno tentato in tutti i modi di svuotare questo “finché” del suo significato naturale. Hanno prodotto traduzioni alternative (come quella del Pontificio Istituto Biblico del 1961: «Senza che egli la conoscesse, ella partorì»), cancellando il “finché” e cambiando la struttura della frase.

Hanno addotto esempi biblici in cui il “finché” non implicherebbe un cambiamento, ma non esiste un solo esempio biblico in cui il “finché” non indichi un mutamento di situazione al termine del periodo indicato.

Dunque, anche secondo la Bibbia, Giuseppe e Maria ebbero normali rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Da quei rapporti nacquero gli altri figli e le altre figlie che i Vangeli chiamano «fratelli e sorelle» di Gesù (Mt 13,55-56).

La verginità perpetua di Maria è un’invenzione successiva, motivata da ragioni ascetiche e politiche, non scritturali.

11. Maria: da donna a dea

Ed ecco che così Maria tralascia quella condizione “umana” per diventare “divina“, dove secondo molti rimase vergine per tutta la vita, idealizzata come fosse una santa, ed ancora “Madre di Dio” per divenire soprannaturale e universale.

Già… ecco che improvvisamente il concetto di donna viene a cancellarsi. Tutto ciò che quell’immagine nella realtà rappresenta diventa distaccato, estraneo. Nessun concetto piacevole nella femminilità, nessun atto sessuale, nessun rapporto che avesse dato alla luce altri figli. Nessuna vita normale, quotidiana, come tutte le altre donne di quel periodo.

È stato tutto reciso. I suoi legami familiari, il suo compagno Giuseppe, i suoi genitori: tutto perde di significato. La sua concreta natura umana andò – a causa delle decisioni ecclesiastiche del tempo che andarono sempre più a modificarsi nei secoli avvenire – perduta. E lei finì per essere innalzata al cielo e pregata come fosse una dea.

12. Giuseppe: l’atto d’amore più silenzioso della storia

E ora parliamo di lui. Dell’uomo che, in tutta questa storia, ha avuto la parte più difficile e il riconoscimento minore.

Giuseppe scoprì che Maria era incinta. E sapeva di non essere il padre.

La Legge ebraica era chiara: una fidanzata adultera veniva lapidata (Deuteronomio 22,20-21). Giuseppe aveva tutto il diritto – e probabilmente il dovere sociale – di denunciarla. Invece, secondo il Vangelo di Matteo, decise di «ripudiarla in segreto». Un gesto di pietà. Un modo per salvarle la vita senza esporla al pubblico ludibrio.

Poi, ci è stato raccontato che… ebbe un sogno. Un angelo gli disse di prendere con sé Maria. E lui obbedì.

Al di là del racconto soprannaturale, c’è un dato storico: Giuseppe non la denunciò. E questo basta a fare di lui un uomo straordinario.

Pensate a cosa significò per lui. La sua reputazione distrutta. Tutti avrebbero pensato: «È stato lui a metterla incinta prima del tempo. O forse è un cornuto che alleva un figlio altrui». In un villaggio come Nazareth, dove tutti si conoscevano, questo fu certamente un peso enorme.

Eppure restò. Lavorò il legno. Crebbe il bambino. Gli insegnò il mestiere. Non pronunciò mai una parola di lamento, almeno nessuna che i Vangeli ci abbiano conservato.

Giuseppe è il grande assente delle narrazioni cristiane. Lo si ricorda il 19 marzo. Qualche festa, qualche statua e poi sparisce. Eppure senza di lui, Gesù sarebbe stato un bambino senza padre in una società che il padre lo pretendeva. O peggio: sarebbe stato un bambino morto, lapidato insieme alla madre.

Giuseppe non è un santo perché era casto o perché aveva un alone. Giuseppe è un uomo grande perché scelse l’amore invece della vergogna!

E forse, in questo racconto di silenzi e di pesi nascosti, lui è la figura più vicina a noi. L’uomo comune che fa la cosa giusta senza cercare applausi. Che protegge. Che resta. Che ama senza parole.

Ed allora in conclusione troviamo: una madre, un padre, un bambino

Sì… da questo primo capitolo (suddiviso in due parti) emergono già alcuni nodi decisivi del mio percorso:

1. Maria non fu una dea sospesa nell’incenso. Fu una ragazza rimasta incinta prima del matrimonio, in un contesto sociale che puniva severamente questa evenienza. La sua grandezza – se vogliamo chiamarla così – non sta in una biologia miracolosa, ma nell’aver affrontato la vita con coraggio, comunque andarono le cose.

2. Giuseppe fu l’uomo che, sapendo di non essere il padre, scelse di proteggere invece di condannare. Il suo è l’unico atto d’amore realmente gratuito di tutta questa storia.

3. Il romano (o l’uomo che fecondò Maria) resta anonimo. Forse Pantera, forse un altro. Ma la sua esistenza è necessaria: senza un corpo maschile, nessun ovulo si sarebbe mai sviluppato in un embrione.

4. La nascita verginale e l’Immacolata Concezione sono due dottrine distinte. La prima è antica, la seconda è un dogma del 1854.

5. La verginità perpetua è un dogma tardivo, costruito per ragioni ascetiche e politiche, privo di fondamento scritturale e scientifico.

6. Il “finché” di Matteo è chiaro: dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria furono una normale coppia di sposi.

Nei prossimi capitoli seguiremo questo bambino. Lo vedremo nascere (forse a Betlemme… chissà se poi era davvero Betlemme…). Lo vedremo crescere con il marchio di “illegittimo“. Lo vedremo studiare la Torah, allontanarsi, incontrare Giovanni Battista, scegliere dodici uomini, entrare in conflitto con il tempio.

Ma non dimentichiamo mai da dove viene: dal corpo di una donna e dalla scelta silenziosa di un uomo che accettò la vergogna.

Nessuna nuvola. Nessun angelo musicante. Solo carne, sangue, silenzi e un amore umano, fragilissimo, sufficiente.

Gesù nel 2026 – I° Capitolo (Parte Prima): La maternità: da Elisabetta al romano, dalla fecondazione all’atto d’amore più silenzioso della storia.


Inizio raccontando su quanto siamo in grado di sapere sulla gravidanza di Maria e sulla nascita del suo primogenito, Gesù.

1. Nazareth: un villaggio senza segreti

Sappiamo per certo che quando parliamo di quei luoghi, nel caso specifico Nazareth, facciamo riferimento a cittadine povere, piccole case fatte di stanze anguste, cortili comuni, stretti vicoli. La sensazione inevitabile è di un intreccio che coinvolgeva ogni aspetto sociale della comunità e quindi dell’esistenza stessa dei suoi cittadini, dove – comprenderete – era certamente impossibile nascondere o tenere celati segreti.

Provate quindi a immaginare quale scalpore deve avere suscitato la gravidanza di Maria in quel piccolissimo villaggio. E ora pensate al suo fidanzato, già… quel Giuseppe che, insieme alla propria famiglia (e d’accordo con quella di Maria), aveva dato il consenso al matrimonio.

Ma disgraziatamente Maria è incinta e lui sa bene di non essere il padre, non avendo avuto ancora con lei alcun tipo di rapporto. Sappiamo infatti, prendendo per buono quanto dice Matteo nel Vangelo: voleva lasciarla. Ma se faceva questo, lei sarebbe stata condannata, esposta al pubblico ludibrio. Allora ecco che pensò di salvarla, facendola però partorire lontano da Nazareth.

Sì… una cosa è certa: di lì dovevano andarsene. E quindi, con il suo aiuto (o meno… non lo sappiamo), Maria lasciò precipitosamente la cittadina.

2. Elisabetta: il primo riconoscimento

Maria andò così a nascondersi in un altro villaggio, a circa sei chilometri da Nazareth, precisamente a Ein Karim, dove rimase per circa tre mesi, insieme a dei parenti, una coppia sposata: Elisabetta e Zaccaria.

In quel periodo anche Elisabetta era in attesa. All’incirca era giunta al sesto mese del noto bambino che prenderà il nome di Giovanni Battista.

Quindi… prima che un angelo annunciasse messaggi a Maria, c’era una donna che la capiva. Si chiamava Elisabetta. Era sua parente, anziana, incinta in modo inaspettato dopo una vita di sterilità.

Il Vangelo di Luca racconta che Maria, appena concepito Gesù, «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» (Lc 1,39). Entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. E il bambino che Elisabetta portava in grembo – il futuro Giovanni Battista – sussultò di gioia.

Elisabetta, «piena di Spirito Santo», pronunciò allora le parole che la tradizione ha conservato: «Benedetta tu sei fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42).

Questo incontro è il primo atto di una storia che nessuno ancora conosceva. Due donne. Due gravidanze inattese. Una che ha aspettato decenni, l’altra che ha appena cominciato. Si riconoscono. Si benedicono.

Nessuno sa quale legame familiare unisse le due donne. Qualcuno ha detto che erano cugine, altri nipote e zia. Certamente erano intime. Ed ecco il motivo per cui Giovanni e Gesù si sentirono legati, parenti.

Ma c’è un dettaglio importante che le nostre traduzioni e la nostra sensibilità moderna tendono a rimuovere: la gioia di Elisabetta non è ingenua. Nel testo greco, il verbo usato per descrivere il sussulto del bambino è “skirtao”, lo stesso che, nella traduzione dei Settanta, descrive i gemiti del popolo d’Israele oppresso in Egitto. C’è un’eco di liberazione, un presentimento.

Eppure – e questo va detto con chiarezza – il racconto di Luca è già teologia. Non cronaca. Nessuno era lì a registrare i dialoghi. Nessuno poteva sapere cosa si dissero quelle due donne in una casa di Hebron, se mai si incontrarono davvero. La visita a Elisabetta è un annuncio letterario, un prologo messianico. Non è quindi storia nel senso moderno del termine.

Ma per noi (ex cristiani), che cerchiamo l’uomo Gesù, questa pagina ha comunque un valore: ci mostra che Maria non era sola. Che c’era un’altra donna, più anziana, più esperta, che la accolse senza giudicare. E che, forse, fu l’unica a sapere la verità che nessun altro avrebbe mai accettato.

3. Lo spostamento a Betlemme e il matrimonio

Storicamente sappiamo che a causa del censimento romano, la coppia si dovette spostare a Betlemme. Secondo quanto riportato da Luca, il censimento indetto da Cesare Augusto aveva una caratteristica specifica: «tutti andavano a farsi registrare, ciascuno nella propria città» (Lc 2,3). Questo significa che non ci si doveva recare semplicemente al centro amministrativo più vicino o dove si risiedeva abitualmente, ma nella città di origine della propria famiglia, la “città dei padri“.

Giuseppe, discendendo dalla casa di Davide, era obbligato a recarsi proprio a Betlemme. Era lì difatti che i suoi antenati avevano avuto origine e ancora lì che, secondo la prassi del censimento, doveva essere registrato. Si trattava quindi di un viaggio non volontario ma obbligatorio, dettato da una precisa disposizione imperiale: ogni capofamiglia doveva tornare nella città della propria stirpe per essere censito. Per Giuseppe questo significava percorrere circa 150 chilometri da Nazareth fino a Betlemme, un viaggio di diversi giorni, affrontato insieme a Maria che era ormai prossima al parto.

4. Il romano: Pantera e le fonti

Parliamo ora di ciò che i Vangeli tacciono.

Maria rimase incinta. La biologia è inesorabile: un ovulo viene fecondato da uno spermatozoo. Non esistono fecondazioni “spirituali”. X e Y devono incontrarsi. Questo non è ateismo. È scienza.

Allora chi fu il padre?

I Vangeli canonici danno una sola risposta: lo Spirito Santo. Ma si tratta di una risposta di fede, non di storia. E questo progetto non parla di fede. Parla di un uomo di carne.

Ovviamente, quanto ho appena descritto è in contrasto con la fantasiosa riproduzione riportata nei Vangeli: Giuseppe che, nel sogno, riceve un messaggio che Maria è incinta – sì… a causa – o dovrei dire per opera – dello Spirito Santo.

La tradizione ebraica, quella che circolava tra la gente comune, non credette mai alla versione ufficiale e lo disse chiaramente per secoli, in diversi testi.

Il nome che ricorre più spesso è Pantera (o Pandera). Compare per la prima volta nella Tosefta palestinese (t.Hullin 2,24): il più antico resoconto rabbinico che menziona il “figlio di Pantera“. Successivamente ho letto che è stato ritrovato nel Talmud babilonese (Avodah Zarah 16b-17a) e nel Midrash (Ecclesiastes Rabba 1.8.3).

Il racconto più completo, però, si trova in un testo leggendario chiamato Toldoth Yeshu, esistente in molte versioni. Ecco cosa narra: Miriam (Maria) è promessa sposa a un uomo della casa di Davide, di nome Ioannanan (Giovanni). Ma vicino a casa sua vive un attraente soldato romano, chiamato Yosef o Joseph, figlio di Pantera, che la seduce. In questo racconto, si comprende come Giuseppe sia l’amante, non il fidanzato.

La Chiesa d’allora si difese. Origene (II-III secolo), rispondendo al filosofo pagano Celso che tra l’altro aveva diffuso per l’appunto l’accusa, asserì che in realtà Pantera era il nome del nonno di Gesù. Una tesi isolata, mai confermata da altre fonti.

Ancora oggi non possiamo sapere con certezza chi fosse quell’uomo. Le ipotesi sono molteplici: un soldato romano di passaggio; un uomo del villaggio; un parente; un estraneo; un episodio di violenza; o persino – perché no? – un amore vero, poi cancellato dalla memoria agiografica.

Ma noi… non abbiamo bisogno di saperlo con esattezza per affermare un fatto: Maria non rimase incinta per opera dello Spirito Santo. Rimase incinta di un uomo. E quell’uomo non era Giuseppe.

Questo è il dato storico, crudo e necessario, da cui ogni ricerca su Gesù dovrebbe partire. Non da un dogma. Non da un miracolo. Da un corpo femminile fecondato, come tutti i corpi femminili, da un corpo maschile.

5. L’Annunciazione: la versione ufficiale

Ritorniamo al sogno. Sì, a quella bella storiella in cui l’angelo – messaggero di Dio – parla per la prima volta e si rivolge a Maria, dicendole di non temere «perché hai trovato grazia presso Dio», concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Sarà chiamato «Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Ovviamente la bella storiella ha bisogno di giustificare la gravidanza. Ed ecco allora il colpo di genio.

«Com’è possibile?» chiede Maria, turbata. «Non conosco uomo» – per dire: non ho avuto rapporti sessuali.

Ed ecco allora l’angelo rispondere: «Lo Spirito Santo (sì… sempre lui…) scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio» (Luca 1,30-35).

Consentitemi di precisare che il racconto dell’Annunciazione è narrato solo nel Vangelo di Luca (1,26-38). Matteo, Marco e Giovanni non riportano minimamente questo episodio, eppure è un passaggio fondamentale per comprendere ciò che verrà..

Certo, esistono anche altre versioni alternative:

• Nel Protovangelo di Giacomo (capitoli 10-12), apocrifo del II secolo: Maria è intenta a tessere il velo del Tempio. Prende una brocca per andare ad attingere acqua. Sente una voce che la saluta: «Ave, piena di grazia». Guarda intorno, non vede nessuno. Torna a casa tremante. L’angelo le appare poi in casa e le dice: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutti». Maria chiede: «Concepirò per opera del Signore, Dio vivente?»

• La Tradizione copta e ortodossa: mantiene sostanzialmente il testo di Luca, aggiungendo un’enfasi maggiore sul ruolo di Maria come “Madre di Dio”.

• La tradizione protestante (luterana, calvinista, evangelica), se pur accettano il testo di Luca come canonico, con enfasi sulla grazia di Dio e sulla fede di Maria come esempio di obbedienza, non da a Maria alcuna forma di venerazione, oltre il suo ruolo di madre terrena di Gesù.

• Chiesa cattolica: Luca 1,28 – il termine “piena di grazia” è diventato il fondamento dogmatico per l’Immacolata Concezione.

6. La fecondazione: X e Y

Perdonatemi se insisto nuovamente su questo punto, ma ritengo sia alquanto decisivo.

Nel 2026, dopo decenni di genetica, di biologia molecolare, di fecondazione assistita, di mappature del DNA, non possiamo più permetterci di raccontare a un bambino che «Maria concepì per opera dello Spirito Santo» come se fosse un fatto, e non una credenza.

Un ovulo umano contiene 23 cromosomi, di cui uno sessuale: X. Uno spermatozoo umano contiene 23 cromosomi, di cui uno sessuale: X o Y. Se l’ovulo viene fecondato da uno spermatozoo X, nasce una femmina (XX). Se viene fecondato da uno spermatozoo Y, nasce un maschio (XY).

Gesù era un maschio. Dunque, l’ovulo di Maria fu fecondato da uno spermatozoo Y. Quel cromosoma Y veniva da un uomo. Non da uno “Spirito“. Non da una essere sovrannaturale, bensì da un uomo!

Questa non è una provocazione. È un dato elementare di biologia. E se la teologia si è sentita in diritto di ignorarlo per duemila anni, oggi non può più farlo.

L’idea di una “fecondazione spirituale” appartiene a un’epoca in cui non si conoscevano i meccanismi della riproduzione. Oggi sì. E un pensiero adulto, onesto, non può più rifugiarsi nell’ignoranza.

Dunque: Maria fu fecondata da un uomo. Non sappiamo chi fosse. Forse un romano. Forse un ebreo. Forse un episodio consensuale, forse violento. Ma fu un uomo. E quel seme generò il bambino che si chiamò Gesù.

Gesù nel 2026: il racconto di un ex credente.


Prima di iniziare questo percorso, preannuncio ai miei lettori che nei prossimi giorni alternerò momenti di formazione sulla legalità (con fatti d’attualità o eventi socio-culturali) ad alcune riflessioni personali che mi hanno spinto a rileggere il cristianesimo delle mie origini, quello appreso dai salesiani e, crescendo, come molti di voi, dall’esperienza comune.

Mi rivolgo a cristiani cattolici, ortodossi, protestanti (in tutte le loro denominazioni) e anche a chi abitualmente “suona alle nostre porte”, come i Testimoni di Geova e i Mormoni. 

A tutti dico: questo scritto non vuole essere dissacrante. Ognuno può restare fedele ai propri principi, e anzi, se per voi la fede non ha mai avuto bisogno di essere messa in discussione, tanto di cappello.

Comincio quindi un percorso iniziato a scrivere anni fa, ma mai messo in pratica. Non rappresenta una critica agli insegnamenti cristiani, bensì un tentativo personale – e forse un po’ tardivo – di riannodare i fili.

Cercherò quindi di riconsiderare quel Gesù, la sua vita, i suoi insegnamenti, con gli occhi di un uomo di oggi – del 2026. Da qualcuno che non si riconosce più nella fede dogmatica, ma che non vuole gettare tutto ciò che gli è giunto dopo duemila anni. Voglio invece provare a salvare il vero messaggio di un uomo che ha cercato di lasciare una traccia nei cuori.

Parlerò di quell’uomo chiamato Gesù. Non del dogma. Non della fede. Solo dell’uomo. Dell’uomo che ha vissuto come ciascuno di noi: dalla nascita all’infanzia, dall’adolescenza all’età adulta, fino alla morte.

Ho scritto diversi capitoli (sono… 13) su questo tema. Perché la vicenda di Gesù ha troppi lati “oscuri” – silenzi, contraddizioni, interpretazioni sovrapposte – che non possono essere affrontati in modo superficiale. Senza quella profondità, qualsiasi discorso risulterebbe incompleto.

Sì… so bene che per molti il numero 13 è un numero sfortunato, ma per altri – già proprio come me – rappresenta il simbolo di ribellione, di rottura o dovrei dire di “trasformazione”. Nell’antichità era il numero della luna (le note 13 lune dell’anno solare), ma anche del femminile sacro, rappresentato in molte antiche tradizioni, sia pre-cristiane che pagane, da un equilibrio tra maschile e femminile.

Inoltre, nel cristianesimo il 13 richiama i commensali dell’Ultima Cena – Gesù e i 12 apostoli – e quindi il tradimento, ma anche il compimento.

A me comunque piace pensare che il 13 sia il numero di chi vuole uscire dagli schemi, di chi dice «non basta» alle risposte facili o a quegli schemi preordinati imposti dal clero e dalla Chiesa, di chi prova quindi a cercare l’uomo dietro il dogma.

Non scrivo da storico né da teologo. Scrivo da cercatore. Non so se Gesù crescendo abbia avuto davvero delle visioni, né se provenissero da Dio oppure dalla sua mente. Certo… so che i Vangeli le raccontano ed io le prenderò sul serio, senza sbrigative spiegazioni scientifiche né facili miracolismi. Lo stesso criterio varrà per ogni aspetto della sua vicenda.

Per questo ho scelto di realizzare 13 capitoli, ciascuno suddiviso in sezioni. Ecco l’indice ragionato:

1 – La maternità: Nazareth, Elisabetta, lo spostamento a Betlemme, il matrimonio, il romano, l’annunciazione, la fecondazione: X e Y, la gravidanza, nascita verginale e immacolata concezione, la verginità perpetua, “finché”, Maria, Giuseppe.

2 – Il viaggio a Betlemme: Il parto, la nascita, Erode il Grande, il rientro a Nazareth.

3 – Il bambino Gesù: la famiglia, la crescita, i compagni, l’ambiente sociale e quel marchio di essere un “figlio illegittimo”.

4 – Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l’adolescenza, gli studi della Torah.

5 – Entriamo nel deserto: L’allontanamento, la ricerca, le visioni, gli Esseni.

6 – L’inizio pubblico: il battesimo di Giovanni, la scelta dei 12 apostoli, la purificazione del tempio, il Messia.

7 – La Missione: Il messaggio d’amore, i miracoli, l’uomo che mai pensò di essere Dio.

8 – Il processo: L’attacco al Sinedrio, il tradimento di Giuda, il giudizio di Pilato, la condanna.

9 – L’uomo solo: L’uomo sulla croce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni“.

10 – L’abbandono: Il momento in cui comprese di essere soltanto un uomo.

11 – Il sepolcro vuoto: Il corpo scomparso, mistero, malinteso, furto o resurrezione.

12 – Nascita del cristianesimo: Paolo, la censura, la cancellazione dell’uomo Gesù, il potere delle nuove istituzioni, la trinità. 

13 – Il testamento spirituale: L’ultima lezione dell’uomo che non chiese di essere adorato.

Già…quando il “denaro sporco” ha imparato ad entrare in Borsa.


Sì… proviamo a immaginare insieme questo momento preciso, un giorno qualunque, in una sala riunioni anonima, dove un uomo in giacca scura e senza cravatta sorride al suo computer, premendo: “acquista”. 

Quel gesto, apparentemente banale, è il punto d’arrivo di un viaggio lunghissimo che nessuna mappa racconta: un viaggio iniziato forse in un vicolo buio, proseguito tra valigette e favori, e finito lì, su un portale di trading luccicante come una vetrina natalizia

Il denaro sporco… non più costretto a nascondersi in cassetti segreti o a viaggiare nel doppiofondo di un’auto, ha ora imparato la lezione più importante della modernità, cioè che l’abito fa il monaco e che in Borsa nessuno chiede la fedina penale dei titoli. 

Così si siede al tavolo accanto ai fondi pensione dei lavoratori onesti, stringe mani educate, partecipa alle conference call, e se qualcuno osasse chiedergli “ma tu da dove vieni?” lui risponderebbe con un silenzio educato e uno scontrino fiscale falso ma perfetto.

E questa, rappresenta la beffa più grande: cioè che il denaro mafioso, quello che abbiamo sempre pensato dovesse per forza puzzare di polvere da sparo, è oggi più pulito di molti soldi leciti. Almeno nella forma. Perché la Borsa non guarda l’anima dei capitali, guarda il loro appetito, la loro velocità, la loro capacità di generare altro denaro in tempo reale. 

E il riciclaggio, che una volta era un’arte lenta e artigianale fatta di prestanome pazienti e cambiavalute compiacenti, oggi è diventato un algoritmo. Bastano pochi passaggi tra paradisi fiscali virtuali, una manciata di transazioni fra criptovalute, un conto di compensazione in Lussemburgo o Delaware, ed ecco che quei soldi sporchi arrivano in Borsa con un sorriso smagliante e un codice identificativo perfettamente in regola. Non c’è più bisogno di “grondare sangue”: ora sgocciolano Excel, e l’Excel non fa rumore.

Ma c’è un rovescio che fa quasi tenerezza, se non fosse tragico: che mentre noi cittadini distratti pensiamo che le mafie siano quelle degli agguati e delle lupare, l’industria del riciclaggio ha già superato il dieci per cento del nostro Pil. Sì… il 10%, pensa un po’. 

Significa che in ogni grande operazione finanziaria che leggi sul giornale, in ogni scalata a un’azienda storica, in ogni tycoon che improvvisamente compare dal nulla con un patrimonio immenso e una biografia un po’ troppo liscia, c’è la probabilità concreta che una fetta sia farina di quel sacco. 

E Bankitalia, che di solito parla con la cautela di chi maneggia numeri enormi, ha lanciato l’allarme: siamo al doppio della media mondiale, e la situazione è destinata a peggiorare, perché ogni crisi economica è un ottimo momento per comprare a poco e ripulire molto. La morale? Il denaro sporco non teme le recessioni: le aspetta come un predatore aspetta la notte.

E allora, torniamo alla sala riunioni di prima. Quel tizio in giacca scura non ha mai sparato a nessuno, probabilmente sa a malapena tenere in mano una penna, ma conosce a memoria i regolamenti Consob meglio di un avvocato d’affari. Ha studiato, ha imparato, ha capito che il vero potere non è più nelle pistole ma nei flussi, e che la Borsa è diventata il più grande bucato automatico della storia. 

Perché in Borsa non esiste un metal detector per il passato dei soldi, esiste solo la loro promessa di rendere di più domani. E finché penseremo al riciclaggio come a un problema di “quelli brutti e cattivi”, finché le leggi resteranno a maglie larghe e i processi dureranno un’eternità, quel sorriso in sala riunioni continuerà a essere il sorriso di chi ha vinto senza combattere. 

Forse, l’unica vera domanda da farsi, stasera, non è come fermarlo, ma perché abbiamo impiegato così tanto a capire che non combatte più per strada. Lotta in Borsa. E sta vincendo.

Non dobbiamo aver paura dei virus, ma non possiamo nemmeno dimenticare ciò che finora è accaduto!


Cosa dire… c’è una domanda che torna ogni volta che leggiamo notizie come quelle della Hondius o dei nuovi casi di Nipah in India: dobbiamo avere paura? 

La risposta, se vogliamo essere onesti, è più complessa di un semplice “sì” o “no”.

Non dobbiamo avere paura nel senso di un allarmismo paralizzante, perché i numeri – per nostra fortuna – restano ancora limitati e i contesti geografici in cui si manifestano restano circoscritti, ma dobbiamo sicuramente restare vigili, perché la storia degli ultimi trent’anni ci ha insegnato che i virus non rispettano i nostri calendari e che l’emergenza di oggi, è spesso il riflesso di un disattenzione di ieri.

L’hantavirus sulla Hondius, il “Nipah” in Bangladesh e in India, ma persino il “Covid” che abbiamo imparato a conoscere troppo tardi, ci dicono tutti la stessa cosa, cioè: che la salute umana, animale e ambientale sono un unico intreccio che non possiamo più permetterci di separare!

Lo chiamano approccio “One Health”, una sola salute, e forse è il concetto più importante che abbiamo ereditato da questi anni di epidemie: se distruggiamo gli habitat dei pipistrelli, se alleviamo animali in condizioni che favoriscono il salto di specie, se viaggiamo come se il mondo fosse un salotto senza conseguenze, allora i virus continueranno a trovare la loro strada.

Detto questo, è doveroso ricordare che l’hantavirus si trasmette raramente da uomo a uomo, e che sulla Hondius l’ipotesi più accreditata è quella di un contagio avvenuto prima dell’imbarco. Così come è doveroso ricordare che il Nipah, pur potendo passare tra persone, richiede contatti molto stretti e che in Europa il rischio resta valutato come molto basso dall’ECDC.

Non stiamo vivendo l’inizio di una nuova pandemia, almeno per quello che sappiamo oggi. Ma stiamo vivendo, forse, un’occasione per non dimenticare: i virus emergenti non spariranno mai del tutto, perché emergono proprio dalle pieghe dei nostri rapporti con l’ambiente, e l’unica vera difesa è un sistema di sorveglianza che funzioni, un sistema sanitario che sappia riconoscere presto, una comunicazione che non trasformi l’informazione in terrore né il terrore in indifferenza.

Per i passeggeri della Hondius, per i pazienti indiani esposti al Nipah, per i familiari dei tre morti che galleggiano ancora in quella nave al largo, la differenza tra «allarmismo giustificato» e «guardia alta» è un filo sottilissimo. Loro la paura la stanno vivendo sulla pelle, nelle corsie degli ospedali di Johannesburg o nelle cabine dove il tempo scorre diverso da come lo conosciamo. 

Noi possiamo fare una cosa sola: tenere gli occhi aperti, ascoltare senza panico, ricordare che la prossima emergenza potrebbe bussare a una porta vicina.

Nel frattempo, come viene riportato nei bollettini medici più seri, attendere l’indagine epidemiologica.

Perché la scienza ha bisogno di tempo e i virus, purtroppo, ne hanno sempre abbastanza da rendere ogni attesa una piccola, interminabile agonia.

23 Maggio: Diamo voce a Falcone.


Il 23 maggio 2026 si avvicina. Sabato saranno 34 anni dalla Strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli eroici uomini della sua scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Per chi ha deciso di dedicarsi alla lotta alla mafia è una data importante: rinnoviamo il nostro giuramento di fedeltà alla Causa e di impegno quotidiano contro il potere mafioso. Non solo commemorando i morti, ma soprattutto stando a fianco dei vivi. E per vivi intendiamo magistrati del calibro di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, vittima di delegittimazioni continue da parte dello stesso gruppo di potere che delegittimò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando erano in vita.

Gli anniversari, soprattutto il 23 maggio, sono occasione però soprattutto per le passerelle. Le indegne passerelle. Anzitutto di quei politici che nei restanti 364 giorni dell’anno se ne fregano della lotta alla mafia e non stanno facendo nulla per difendere la legislazione antimafia ispirata proprio dal dott. Falcone.

L’attuale governo, come i precedenti, non sta facendo nulla per aiutare i magistrati più esposti nella lotta alla mafia, mentre le ultime riforme indeboliscono enormemente l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata. Da anni c’è chi vuole ridurre l’antimafia a sfilate di moda infarcite di retorica, con un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi la pretende, viene scatenata la macchina del fango mediatica.

Contro il paese felice che odiava Falcone.

Quest’anno volevamo restare in silenzio, limitandoci a documentare. Perché crediamo che dopo 34 anni di parole ne siano state dette fin troppe e sarebbe anche ora di passare ai fatti. Ad esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Si trattava di floppy disk contenenti la verità del magistrato su quello che quotidianamente subiva. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi?

Sono tante le domande senza risposta. E che resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso, attribuendo la responsabilità della morte di Falcone e Borsellino solo alla mafia. Ma sappiamo che così non è. 

Così come è bene ricordare, come abbiamo fatto noi sulla nostra voce enciclopedica, i nomi e i cognomi dei nemici di Falcone dentro allo Stato. Non li ricorda mai nessuno.

Il “paese felice“, così definì Giovanni Falcone l’Italia. Non era un elogio. Quel “paese felice” per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. Così come non ama chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere, come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri. 

In un momento storico in cui 33 cronisti antimafia hanno scritto al Presidente della Repubblica e nei mesi scorsi si è tentato di “iscrivere” Giovanni Falcone per fini di parte, noi nel nostro piccolo pensiamo che il modo migliore per contrastare questa narrazione sia quella di dare voce a Falcone.

Come partecipare alla campagna social.

Per partecipare alla campagna non ci sono indicazioni particolari: vi chiediamo semplicemente di pubblicare sui vostri social le parole di Falcone, da lunedì 18 a sabato 23 maggio.

Date libero sfogo alla vostra creatività. Il senso deve essere chiaro: i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. 

Usate l’hashtag #eranosemi e taggate i nostri profili su Facebook, Instagram, TikTok.

Noi per facilitarvi il compito pubblicheremo in questi giorni una serie di post e video sui nostri canali social per farvelo conoscere, attraverso le sue parole e i racconti dei pochi amici che aveva, riprendendo anche dagli archivi delle nostre iniziative.

Abbiamo preparato anche dei cartelli A4 con un qr-code che rimanda alla voce enciclopedica di Falcone su WikiMafia che potete stampare, così da poter condividere le sue parole anche fisicamente nei luoghi che frequentate, dalle scuole ai posti di lavoro, fino a luoghi di cultura e di socialità.

Trovate le link sottoindicato oltre il file zip anche 8 pagine di citazioni di Falcone utili per partecipare alla campagna: https://www.wikimafia.it/23-maggio-2026/

Quindi, il 23 maggio 2026, diamo voce a Falcone!

Il tuo tempo è la tua vita. Non sprecarlo con chi non ti merita.


Buongiorno, stamani ispirandomi a una frase di Sir Anthony Hopkins, ho realizzato questo post.

Lascia andare chi non è pronto ad amarti.

Sarà la cosa più difficile che farai nella vita, ma anche la più importante.

Smetti di avere conversazioni difficili con chi non vuole cambiare.

Smetti di presentarti a chi non ha alcun interesse per la tua presenza.

Lo so, il tuo istinto è fare di tutto per essere apprezzata. Ma quell’impulso ti ruba tempo, energia, salute mentale e fisica.

Quando inizi a lottare per una vita fatta di gioia, interesse e impegno, non tutti saranno pronti a seguirti.

E non devi cambiare chi sei per questo. Devi solo lasciare andare chi non è pronto ad accompagnarti.

Se sei esclusa, insultata, dimenticata o ignorata da chi ti sta intorno, smetti di offrire loro la tua energia. Non ti stai facendo un favore.

La verità è che non sei per tutti, e non tutti sono per te.

Ed è proprio questo a rendere preziosi gli incontri con chi ti vuole bene: sai quanto valgono perché hai sperimentato il contrario.

Più tempo passi a cercare di farti amare da qualcuno che non ne è capace, più tempo togli alla possibilità di una vera connessione con qualcun altro.

Ci sono miliardi di persone al mondo. Molte ti incontreranno al tuo stesso livello di interesse e impegno.

Se continui a restare coinvolta con chi ti usa come cuscino, opzione di riserva o terapista emotivo, ti allontani dalla comunità che davvero desideri.

Forse se smetti di presentarti, non ti cercheranno.

Forse se smetti di provarci, la relazione finirà.

Forse se smetti di scrivere, il telefono resterà spento per settimane.

Ma questo non significa che hai rovinato tu la relazione. Significa che l’unica cosa a tenerla in vita era la tua energia. E quello non è amore: è attaccamento. È voler dare una possibilità a chi non se la merita.

La cosa più preziosa che hai è il tuo tempo e la tua energia: sono limitati.

Ciò a cui li dedichi definirà la tua esistenza.

Quando te ne rendi conto, capisci perché ti senti così in ansia con persone, luoghi o situazioni che non ti appartengono.

Capisci che la cosa più importante che puoi fare per te stessa (e per chi ti sta davvero a cuore) è proteggere la tua energia più ferocemente di qualsiasi altra cosa.

Rendi la tua vita un rifugio sicuro. Lascia entrare solo le persone compatibili con te.

Non sei responsabile di salvare nessuno.

Non devi convincere nessuno a migliorare.

Non esisti per dare la tua vita agli altri.

Se ti senti in colpa, obbligata, esausta, e continui lo stesso per paura che non ti venga restituito ciò che hai dato… allora diventi tu la radice dei tuoi problemi.

Il tuo unico vero obbligo è realizzare che sei tu il padrone del tuo destino. E accettare solo l’amore che pensi davvero di meritare.

Decidi che meriti amicizia vera, impegno vero, con persone sane e felici.

Il sottile confine tra le specie e la lotta ai nuovi virus: una barriera che non va mai abbassata.


Già… non è solo l’hantavirus a ricordarci che il confine tra specie è più sottile di quanto crediamo.

C’è ad esempio il virus Nipah, un nome che forse fino a poco tempo fa diceva poco anche a chi segue queste cose, e invece da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo tiene sotto osservazione come uno dei patogeni prioritari. 

Perché? Perché ha un tasso di mortalità che oscilla tra il 40 e il 75%, perché non esiste una cura né un vaccino, e perché, a differenza di molti altri virus zoonotici, può trasmettersi anche da uomo a uomo. 

La prima volta che se ne è parlato è stato nel 1998 in Malesia, tra allevatori di suini, poi a Singapore, poi in Bangladesh dove le epidemie sono tornate quasi ogni anno, poi in India dove a fine gennaio 2026 sono stati segnalati nuovi casi nello stato del Bengala Occidentale, con quasi duecento contatti stretti messi in sorveglianza. 

E allora la domanda sorge spontanea: stiamo parlando di un rischio reale anche per noi in Europa, o è una di quelle paure che restano confinate in mappe lontane?

La risposta degli esperti è rassicurante ma non superficiale. Il serbatoio naturale del Nipah sono i pipistrelli della frutta del genere Pteropus, quelle grandi volpi volanti che non vivono in Europa. L’ECDC, il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, spiega che la via più probabile di introduzione del virus nel continente sarebbe attraverso un viaggiatore infetto proveniente da un’area con focolaio attivo, ma questa eventualità è considerata improbabile. E anche se accadesse, senza i pipistrelli che fungono da serbatoio locale, il rischio di una trasmissione successiva sul territorio europeo è molto basso. 

Detto questo, l’attenzione resta alta perché il Nipah insegna qualcosa di importante: le malattie infettive emergenti non hanno confini geografici veri, hanno confini ecologici. Finché ci saranno animali che portano virus e umani che entrano in contatto con loro, in un modo o nell’altro, il salto di specie resta possibile.

I sintomi del Nipah, hanno poi quella caratteristica subdola che li rende difficili da riconoscere all’inizio. Il periodo di incubazione va dai tre ai quattordici giorni, a volte fino a quarantacinque in casi rari, e l’esordio è spesso generico: febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea. Poi, nei casi più gravi, arriva l’encefalite acuta, con confusione mentale, sonnolenza, convulsioni, fino al coma nel giro di ventiquattr’ore o quarantotto. 

Non tutti sviluppano la forma grave, ma quando il sistema nervoso centrale viene colpito la prognosi diventa seria, e anche chi sopravvive può portare con sé sequele neurologiche a lungo termine, come crisi epilettiche persistenti o alterazioni della personalità. Questo è ciò che rende il Nipah così temuto: non è solo un virus che uccide, è un virus che può cambiare per sempre chi lo incontra e sopravvive.

E poi c’è il tema della trasmissione in ambito sanitario, che forse è il più delicato per chi lavora in ospedale. L’OMS lo dice chiaramente: nelle strutture sovraffollate e poco ventilate, con misure di prevenzione inadeguate, il rischio di diffusione da paziente a operatore o tra pazienti aumenta. 

Per questo le linee guida raccomandano precauzioni da contatto e da goccioline, mascherine ben aderenti, protezione per gli occhi, camici e guanti. In caso di pazienti instabili o di infezione confermata, si sale di livello: respiratori N95, stanze di isolamento per via aerea

È un protocollo che richiede disciplina e risorse, e proprio per questo il Nipah è diventato un test per la preparazione dei sistemi sanitari. Non è il virus più contagioso che abbiamo mai visto, ma è sufficientemente grave da non potersi permettere errori.

Playoff di Serie C: alla fine la casualità mi ha dato ragione e il paragone tra i due sorteggi parla da solo.


Come avevo scritto nel mio precedente post: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova

E difatti, quello che è successo in queste ore mi ha fatto sorridere, perché alla fine si è visto come la matematica non sia un’opinione, e il sorteggio di ieri, ha evidenziato esattamente quello che ipotizzavo pochi giorni fa.

Nel mio post di mercoledì 13 maggio avevo segnalato una situazione oggettivamente anomala: su cinque accoppiamenti, quattro erano caratterizzati da distanze brevi o brevissime. Lecco e Pianese a 450 chilometri, Ravenna e Cittadella a 165, Salernitana e Casertana a 65, Potenza e Campobasso a 192. Soltanto Renate e Casarano, con i loro 1.100 chilometri, facevano da contrappeso. Avevo parlato di probabilità bassissime, nell’ordine dello 0,5-1%, e avevo detto che un sorteggio normale avrebbe dovuto produrre un quadro molto più misto, con squadre del nord che incrociano quelle del sud e viceversa. Insomma, avevo chiesto alla casualità di comportarsi da tale.

Ebbene, oggi viceversa (qualcuno si sarà letto il mio post…) la casualità mi ha dato ragione. Guardiamo i nuovi accoppiamenti del Secondo turno: Casarano-Union Brescia, Salernitana-Ravenna, Potenza-Ascoli, Lecco-Catania. Quattro partite, otto squadre. E ora osserviamo le distanze, perché è qui che la svolta è evidente.

Casarano e Union Brescia: stiamo parlando di Lecce contro Brescia, praticamente dalla punta del tacco della Calabria alla Lombardia orientale. Siamo intorno ai 900-950 chilometri, una trasferta lunga, vera. Poi Salernitana e Ravenna: qui si viaggia per circa 450 chilometri, un bel pezzo di strada, niente a che vedere con i 65 chilometri del derby Casertana-Salernitana di pochi giorni fa. Poi Potenza e Ascoli: circa 270 chilometri, una distanza onesta, né corta né lunghissima. Infine Lecco e Catania: questa è la vera sorpresa. Da Lecco, in Lombardia, a Catania, in Sicilia, si superano abbondantemente i 1.200 chilometri, traghetto compreso. Una trasferta epica, di quelle che ti spezzano le gambe.

Ora facciamo il paragone con il turno precedente, perché è qui che si vede l’evoluzione. La scorsa settimana avevamo quattro partite su cinque con distanze sotto i 500 chilometri, e tre addirittura sotto i 200. Oggi abbiamo zero partite sotto i 200 chilometri, e addirittura due partite che superano i 900. La media chilometrica si è alzata in modo drastico, e soprattutto è comparso finalmente quel concetto di incrocio nord-sud che la statistica considerava probabile e che il primo sorteggio inspiegabilmente aveva evitato.

Ecco, questo è il punto. Io non avevo mai detto che i sorteggi fossero stati truccati, avevo ribadito che quel dato fosse statisticamente improbabile. Ed ora, la casualità, ha fatto il suo dovere, restituendoci un quadro equilibrato, geograficamente sparso, con squadre che si incrociano da nord a sud e viceversa. E questo, paradossalmente, è la prova che la mia critica di mercoledì era fondata: se oggi è uscito un sorteggio normale, vuol dire che quello di mercoledì era davvero un’anomalia.

Non voglio gridare allo scandalo, sia chiaro, anzi, oggi posso persino tirare un sospiro di sollievo, perché la matematica, alla fine, ha vinto. Le probabilità che avevo calcolato – quelle che dicevano che un sorteggio regolare avrebbe dovuto mescolare di più – oggi si sono avverate. È uscito un quadro vario, con distanze importanti, con il nord che incrocia il sud e il sud che incrocia il nord, proprio come avevo ipotizzato dovesse essere.

Se il primo sorteggio fosse stato davvero casuale, non avremmo avuto bisogno di aspettare il secondo per vedere quello che si vede oggi. E invece, guarda caso, il primo era compatto, raccolto, quasi timido, mentre ora il secondo è esploso, largo, geograficamente sensato.

Due facce della stessa medaglia? 
Forse. Ma ciò che conta è che oggi la casualità mi ha dato ragione. E questo, per me, vale più di qualsiasi altra ipotesi.

Per questo, senza alcun tono polemico, dico solo: bene così… il pallone rotola meglio quando la fortuna non ha strane complicità, e oggi ha rotolato proprio come ci si aspetterebbe.

Per cui posso concludere dicendo: un indizio era il primo sorteggio, due indizi erano il mio dubbio, e tre indizi – oggi – sono la conferma che la statistica, prima o poi, vince sempre, ed io, da semplice appassionato, non posso che esserne felice.

Dal ‘Rapporto Pellican’ alla perizia di Termini Imerese: il giallo del Bayesian si infittisce.


Buongiorno, riprendo tra le mani quel che scrivevo un anno e mezzo fa http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/08/il-baleyan-e-naufragato-ma-come-darby.html cui era seguito alcuni giorni dopo http://nicola-costanzo.blogspot.com/search?q=bayesian – e lo faccio con la sensazione di chi vede riemergere dalla superficie dell’acqua non solo uno scafo, ma anche molte delle proprie inquietudini. 

Allora, nell’agosto del 2024, avevo iniziato con una citazione di Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». L’avevo scritto a caldo, quando ancora non si conoscevano tutti i nomi dei dispersi del Bayesian. L’avevo fatto perché già quella prima notizia del naufragio di Porticello – un veliero di 50 metri, battente bandiera inglese, affondato in poche ore a causa di una tempesta – mi aveva lasciato più di un dubbio. Non erano sensazioni da bar, erano i primi indizi.

Avevo citato anche Darby Shaw, la studentessa di legge del “Rapporto Pellican” di John Grisham. Quella che scrive un’ipotesi solo per impulso personale, senza prove, e poi si ritrova nel mirino di un’organizzazione che farebbe di tutto per farla sparire. Ecco, io mi ero ritrovato a pensare proprio a lei. Perché la vicenda del Bayesian, già allora, aveva qualcosa di simile: troppe stranezze concentrate in poche ore

Il magnate Mike Lynch, il presidente di Morgan Stanley Bloomer, e poi quella notizia che arrivava come un boomerang: Stephen Chamberlain, socio e coimputato di Lynch nel processo per frode sulla vendita di Autonomy a Hewlett-Packard, mortalmente investito da un’auto in circostanze poco chiare. Nessun testimone, avevo scritto. Nessuna spiegazione. E poi gli altri dispersi, come Chris Morvillo e sua moglie Nada, di cui non si avevano notizie. Tre indizi, pensavo. Tre indizi che cominciavano a fare una prova.

Ora, a distanza di tempo, la procura di Termini Imerese ha depositato una nuova perizia e quello che emerge non è una smentita delle mie domande, ma semmai una loro inaspettata legittimazione. Perché i periti incaricati dal tribunale dicono chiaramente che l’evento meteorologico di quella notte, da solo, non sarebbe bastato a far affondare il Bayesian. Non una tempesta epocale, bensì un temporale intenso ma gestibile per un’imbarcazione di 56 metri e per il suo equipaggio. Una concausa, non una causa. E questa conclusione stride apertamente con il report preliminare del MAIB britannico, che invece aveva sostenuto la tesi della tempesta eccezionale, scaricando gran parte della responsabilità sul cantiere navale e su un presunto difetto di progettazione.

È qui che la vicenda si fa ancora più interessante, e non solo per i tecnici. Perché il MAIB ha lavorato senza vedere il relitto. La procura, invece, ha potuto recuperare lo scafo, ispezionare le porte stagne, i sistemi di sentina, i dispositivi di sicurezza. Ha messo le mani sulla materia fisica del naufragio. E da quelle ispezioni stanno emergendo elementi che parlano di manovre sbagliate, di portelli forse lasciati aperti, di dispositivi non attivati per tempo. Insomma, l’errore umano. Ma l’errore umano, quando si parla di un comandante esperto, di un equipaggio collaudato e di uno yacht da decine di milioni di dollari, non è mai solo un errore. È un buco nero dentro cui possono cadere molte spiegazioni comode.

Ricordo bene le parole dell’ammiraglio De Giorgi, che già allora aveva detto: lascia perplessi che una nave così moderna affondi così in fretta. La rapidità. È sempre stata quella l’anomalia. E oggi la perizia sembra dargli ragione, ridimensionando il ruolo del vento e spostando il faro su ciò che è accaduto a bordo nei minuti decisivi. Ma attenzione: la perizia non esclude ancora vulnerabilità strutturali. Non abbiamo la versione definitiva. Il nodo rimane tecnico, apparentemente. Eppure, come scrivevo nel mio blog, quando si gratta la vernice di certi naufragi, sotto si trovano spesso legami scomodi.

Mike Lynch non era solo un ricco imprenditore. Era il cuore di Darktrace, un’azienda che vanta legami diretti con il Mi5, con il GCHQ, con la NSA. Un’azienda che ha firmato contratti con il governo ucraino per la guerra cibernetica, che ha sviluppato software per proteggere infrastrutture critiche, che si è forse spinta fino al mercato oscuro delle vulnerabilità digitali. E che, secondo fonti citate da Agenzia Nova, potrebbe aver avuto un ruolo nell’offensiva ucraina di Kursk, quella dell’agosto 2024, resa possibile forse da un attacco informatico preliminare che ha accecato le difese russe. Lynch è morto pochi giorni dopo che il Times raccontava il ruolo chiave dei droni britannici in quella stessa offensiva. E poche settimane prima che la Russia accusasse ufficialmente Londra, Washington e Varsavia di aver preparato l’incursione.

Poi c’è l’incidente d’auto di Stephen Chamberlain. Assolto con Lynch dalle accuse di frode un anno prima, Chamberlain viene travolto e ucciso da un’automobilista che, guarda caso, si ferma e collabora. Un incidente. Come lo è stato il naufragio. Ma quando le coincidenze si accumulano, smettono di esserlo. Io l’avevo scritto il 20 agosto 2024, citando Agatha Christie: due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. E avevo scritto anche di non voler finire come Darby Shaw, che per aver formulato un’ipotesi scomoda si era ritrovata al centro di una tribolazione. Speravo che qualcuno, leggendo quel mio post, non avesse voglia di spegnere quella lampadina che si era accesa. Oggi, con la nuova perizia che ridimensiona la tempesta e sposta il faro su ciò che non ha funzionato a bordo, quella lampadina non solo è ancora accesa, ma illumina meglio i contorni di una vicenda che di nautico ha sempre avuto ben poco.

A chi conviene? Me lo chiedevo allora, me lo chiedo ora. Non voglio cadere nel complottismo, e lo dico sempre ai lettori del mio blog. Ma nemmeno voglio chiudere gli occhi davanti alla sostanza dei fatti. La procura di Termini Imerese ha tempo fino al 26 maggio di quest’anno per decidere se rinviare a giudizio i tre indagati – comandante, ufficiale di macchina, marinaio di guardia – o archiviare il caso. E il 26 maggio non è una data qualsiasi: è il giorno in cui sapremo se la giustizia italiana vorrà provare a raccontare una verità diversa da quella, troppo comoda, della tempesta. Nel frattempo, il Bayesian giace sul fondo. E Lynch giace con lui, portandosi dietro segreti che forse non erano solo suoi, ma di servizi, governi e guerre lontane dal mare di Porticello.

La prosa, lo so, a volte si fa densa. Ma è che certi naufragi non sono mai solo questione di vento e onde. Sono questioni di uomini, di potere, di interessi che continuano a muoversi anche sott’acqua. E io, dal mio blog, continuerò a guardare dove altri distolgono lo sguardo. Perché se è vero che il mare restituisce i relitti, è altrettanto vero che a volte li restituisce a pezzi. E sta a noi provare a rimetterli insieme.

Magari partendo da un vecchio post, una citazione di Agatha Christie e il timore di finire come Darby Shaw. Ma sapete una cosa? Qualche volta, avere timore è il primo atto del coraggio.

SERIE C: Forse qualcuno in Procura (preferibilmente quella di Milano), dovrebbe indagare sui sorteggi dei Playoff e su quegli “improbabili” accoppiamenti “regionali”!


Come ripeto spesso: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Allora proviamo a seguire il filo, senza gridare allo scandalo ma nemmeno fingendo di non vedere. 

Ora ditemi, considerando le probabilità matematiche, quale sarebbe la percentuale per cui dieci squadre, ciascuna distante dalle altre anche migliaia di chilometri (essendo sia a nord che a sud), possano grazie a un sorteggio, incredibilmente sorprendente, incontrarsi 8 su 10 in maniera molto ravvicinata?  

Faccio un attimo l’elenco delle distanze, tanto per avere chiara la geografia del paradosso, riportando gli scontri di ritorno che dovranno tra poche ore espletarsi:.

1) LECCO – PIANESE

La distanza stradale tra Lecco (Lombardia) e Piancastagnaio (SI), sede della Pianese in Toscana, è di circa 450-480 chilometri.

2) RAVENNA – CITTADELLA

La distanza tra Ravenna e Cittadella è di circa 165-170 km via strada, con un tempo di percorrenza in auto di circa 2 ore e mezza. 

3) RENATE – CASARANO 

Ecco questa rappresenta l’eccezione: La distanza tra Renate (MB) e Casarano (LE) è notevole, coprendo quasi l’intera lunghezza della penisola italiana, siamo all’incirca intorno ai 1.100 km, ovviamente a seconda del percorso.

4) SALERNITANA – CASERTANA 

La distanza stradale tra Salerno (sede della Salernitana) e Caserta (sede della Casertana) è di circa 65-70 chilometri.

5) POTENZA – CAMPOBASSO 

La distanza stradale tra Potenza e Campobasso è di circa 192-194 km, percorribili in auto in poco più di 3 ore e 30 minuti. 

Per cui, osservando quanto sopra, si può tranquillamente affermare quanto segue; Lecco e Pianese: tra la Lombardia e Piancastagnaio in Toscana ci corrono circa 450-480 chilometri, non esattamente un derby, ma nemmeno un volo transcontinentale. Poi Ravenna e Cittadella: poco più di 165 chilometri, due ore e mezza d’auto. Fin qui potrebbe essere il caso. Poi arriva Renate contro Casarano: eccezione che conferma la regola? Forse no. Qui si parla di 1.100 chilometri, da Monza Brianza al tacco dello stivale. Un viaggio lungo la penisola. Cosa dire, particolarmente sfortunati… ed ancora Salernitana – Casertana: 65-70 chilometri. Un salto in provincia. Infine Potenza – Campobasso: 192 chilometri, poco più di tre ore e mezza.  

Ora, la domanda non è retorica: qual è la probabilità che – su cinque accoppiamenti – ben quattro siano tra squadre geograficamente vicine (diciamo sotto i 500 km, anzi quasi tutte sotto i 200 km) e solo una sia una vera e propria trasferta lunga? Perché 8 squadre su 10, tra quelle coinvolte in questi cinque abbinamenti, giocano un derby o quasi…  

Provo a tradurlo in numeri, da semplice appassionato, senza laurea in statistica ma con un po’ di buon senso. Le squadre ai playoff di Serie C sono distribuite su tutto il territorio nazionale. Se ipotizziamo una ripartizione equa tra nord, centro e sud, la probabilità che due squadre estratte a caso siano della stessa macroarea (diciamo raggio sotto i 200 km l’una dall’altra) è relativamente bassa. Ma andiamo per gradi.  

Prendiamo il caso più eclatante: Salernitana e Casertana sono a 65 km. Quante altre coppie di squadre ai playoff avrebbero potuto incontrarsi con una distanza così irrisoria? Poche. La probabilità che un sorteggio puro produca un accoppiamento così corto è all’incirca pari al rapporto tra il numero di coppie geograficamente vicine e il numero totale di coppie possibili.  

Per semplificare: consideriamo 10 squadre. I possibili accoppiamenti (non ordinati) sono 45. Quante sono le coppie “molto vicine” (sotto i 100 km) tra quelle ai playoff? Forse solo Salerno-Caserta. La probabilità di pescare proprio quella coppia in un sorteggio casuale è 1/45, cioè circa il 2,2%. Già soltanto questo è un evento raro.  

Ma non finisce qui: vogliamo anche Ravenna-Cittadella (under 200 km), Lecco-Pianese (sotto i 500 km, ma comunque non enorme) e Potenza-Campobasso (under 200 km). Se contiamo le coppie “ravvicinate” (diciamo sotto i 250 km) presenti nel lotto delle 10 squadre, quante ce ne sono? Probabilmente non più di 3 o 4 in tutto. E invece il sorteggio ne ha prodotte 4 su 5 accoppiamenti.  

Una stima grezza ma realistica: la probabilità che, in un sorteggio puramente casuale, su 5 abbinamenti se ne verifichino almeno 4 con distanza inferiore a 250 km potrebbe aggirarsi intorno allo 0,5%-1% a essere ottimisti. Se abbassiamo il requisito a “distanza inferiore a 100 km” (solo Salerno-Caserta), la probabilità che esca proprio quell’abbinamento è già bassissima, ma che esca quello più altri tre regionali diventa un evento dell’ordine del decimillesimo o centomillesimo di percentuale.  

Insomma, la matematica dice che un sorteggio normale, senza pesi né condizionamenti, avrebbe dovuto produrre un quadro molto più misto, con squadre del nord che incrociano quelle del sud e viceversa. Invece abbiamo assistito a una sorta di “playoff regionale” dove le uniche a fare davvero chilometri sono il Renate e il Casarano, che sembrano (forse) dover patire la lunga distanza, per non rendere troppo evidente il disegno…  

Tre indizi fanno una prova? Forse no, perché la prova richiederebbe un’indagine. Ma qui di indizi ce ne sono anche di più: quattro accoppiamenti ravvicinatissimi su cinque non sono una coincidenza, sono una scelta. E la scelta, in un sorteggio che si vuole equo, non dovrebbe esserci.  

E qui arrivo al punto che mi fa davvero riflettere, e vorrei rivolgermi idealmente alla Procura di Milano, sì proprio quella che in queste ore sta seguendo un’inchiesta per presunte designazioni arbitrali “combinate” e partite indirizzate scegliendo di volta in volta i fischietti graditi o sgraditi a questa o quella società. 

Perché, leggendo le cronache, salta fuori un modus operandi che comincia a essermi fin troppo familiare: dialoghi tra chi sceglie e chi esegue, richieste più o meno implicite, silenzi eloquenti, e alla fine una lista di nomi che inspiegabilmente si allontana o si avvicina agli interessi di qualcuno. 

Non sto parlando di quella vicenda, sia chiaro. Non voglio mescolare piani né fare nomi, ma dico solo questo: quando il meccanismo del “caso” inizia a produrre sistematicamente esiti comodi, quasi cuciti addosso a qualcuno, e quando questo accade non una volta ma ripetutamente, allora forse è lecito chiedersi se anche in Serie C, nei suoi umili ma sacri sorteggi, non ci sia lo stesso identico schema.

Perché il pallone è lo stesso, e purtroppo anche le logiche, a volte, si assomigliano.

Tre indizi fanno una prova? Forse no, perché la prova richiederebbe un’indagine vera, con atti, intercettazioni e testimoni. Ma qui di indizi ce ne sono anche di più: quattro accoppiamenti ravvicinatissimi su cinque non sono una coincidenza, ma forse una scelta. E la scelta, in un sorteggio che si vuole equo, non dovrebbe esserci.

Per questo, senza pretendere di avere la verità in tasca, dico solo: forse qualcuno, in Procura, dovrebbe davvero dare un’occhiata anche a questi sorteggi di Serie C. Non per la passione del calcio, sia chiaro, ma per il principio che perfino il pallone rotola meglio, sì… se la fortuna non ha troppe strane complicità.

VIRUS: Il terrore galleggia sull’acqua e quel lungo silenzio dell’incubazione.


Ho letto in questi giorni la notizia della Hondius e non posso fare a meno di pensare quanto io lo avessi anticipato in questi anni in alcuni miei post. 
Già… era il 25 marzo del 2020 quando scrivevo che erano in troppi a nascondere le notizie su quella pandemia affinché non emergesse la verità, e cioè che eravamo sotto attacco batteriologico. 
Poi il primo giugno dello stesso anno, mentre stavamo ancora provando a superare il Covid, chiedevo se non dovessimo aspettarci un nuovo virus.

Ed ancora il 19 febbraio 2024, quando parlavo di varianti, di Malattia X, di nuove pandemie che sembrava stessero per giungere.

Ecco, adesso siamo giunti qui e il “terrore galleggia sull’acqua”: già… non c’è immagine più potente di una nave ferma al largo mentre qualcosa di invisibile si muove tra i passeggeri. Gli occhi sono puntati sulla MV Hondius, quella piccola nave da crociera battente bandiera olandese, partita da Ushuaia il 20 marzo con destinazione Capo Verde, con 

arrivo previsto per il 4 maggio.

Ed invece è successo quello che nessuno avrebbe voluto immaginare: a bordo si sospetta un focolaio di hantavirus, una di quelle infezioni rare che vengono dagli animali e che all’uomo arrivano quasi per sbaglio, attraverso feci, saliva, urine di topi infetti o semplicemente respirando dove loro hanno lasciato traccia. Si contano tre decessi, un cittadino tedesco e due coniugi olandesi, lui di settant’anni con febbre e dolori addominali, lei di sessantanove collassata all’aeroporto di Johannesburg mentre cercava di salvarsi.

Ci sono altrrsì tre contagiati accertati: un passeggero britannico ora in terapia intensiva in Sudafrica e due membri dell’equipaggio che sono rimasti a bordo. Restano in attesa centoquarantanove passeggeri provenienti da ventitré paesi, più una cinquantina di membri dell’equipaggio. La compagnia parla di una «grave situazione medica» senza dare altri dettagli, e intanto la nave, respinta da Capo Verde, sta risalendo verso le Canarie, e sull’acqua il terrore non è più solo una metafora.

Eppure gli infettivologi chiedono di non cedere all’allarmismo. Ne ha parlato la presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali, spiegando che l’hantavirus non è una novità per la letteratura medica: lo conosciamo da anni, specialmente nei Balcani, e la trasmissione da uomo a uomo è rarissima

I sintomi possono essere respiratori, come una polmonite interstiziale, o renali, a volte molto gravi, ma il punto vero è un altro: il periodo di incubazione, quel tempo che va dal contagio alla comparsa dei primi segni, varia dai due ai venti giorni. Questo significa che uno o più passeggeri potrebbero essere già positivi al momento dell’imbarco, portando il virus a bordo senza saperlo, e che la nave in sé non è stata il luogo del contagio ma quello della sua rivelazione.

Un noto epidemiologo, interpellato dalla Bbc, ha dichiarato: il lungo periodo di incubazione sposta indietro l’attenzione, prima che la salissero, non mentre erano in mare. È un’ipotesi che non toglie il dolore delle morti, ma cambia il modo in cui guardiamo a quello specchio d’acqua dove ora la Hondius resta sospesa.

Forse è proprio questa la natura più inquietante delle malattie emergenti: arrivano sempre con ritardo rispetto alla nostra capacità di capirle. Il contagio è già accaduto quando ne parliamo, il virus ha già fatto la sua strada silenziosa nei giorni in cui nessuno sospettava nulla. E così a bordo della Hondius restano i passeggeri che hanno condiviso pasti, corridoi, momenti di vita comune, e adesso si chiedono se quel mal di testa di tre giorni fa fosse solo stanchezza o l’inizio di qualcosa di più grande. La guardia deve restare alta, dicono gli esperti, ma senza ingiustificati allarmismi, perché l’hantavirus non si diffonde come l’influenza e il panico, a volte, fa più danni del virus stesso. 

Intanto l’indagine epidemiologica cercherà di ricostruire ogni passaggio, ogni contatto, ogni giorno dell’incubazione, per capire cosa sia davvero accaduto in quel piccolo mondo galleggiante. E noi, da terra, restiamo a guardare, sapendo che la prossima volta potrebbe essere un’altra nave, un altro virus, un altro silenzio prima della parola…

Grazie a “Hussein” (Barack Obama), l’Iran ha goduto del piatto d’argento e delle valigie piene di soldi!


Ho appena letto sul web le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump e sono rimasto sconcertato. Partiamo da ciò che ha scritto nelle ultime ore su Truth, perché certe parole, al di là di chi le pronunci, portano con sé un peso narrativo che vale la pena di scomporre con calma.

Trump accusa l’Iran di aver giocato sporco per quarantasette anni interi, prendendo in giro gli Stati Uniti e il mondo intero. 

Secondo lui, gli iraniani hanno riso a lungo, facendo aspettare tutti, uccidendo gente con bombe piazzate lungo le strade, reprimendo proteste e, più di recente, sterminando quarantaduemila manifestanti inermi e disarmati. E mentre tutto questo accadeva, ridevano del suo paese – uno Stato che ora lui definisce “di nuovo grande”, ma avverte: non rideranno più, perché il tempo delle risate, è finito.

Poi il racconto si sposta, e qui viene il nodo più delicato. Trump sostiene che l’Iran abbia temporeggiato con gli Stati Uniti e con il resto del mondo per tutti quei quarantasette anni, rimandando, rimandando, rimandando ancora. E poi, finalmente, avrebbe centrato l’obiettivo quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Hussein Obama. Non è un caso che scelga di aggiungere quel secondo nome, “Hussein”: lo fa per segnare una distanza, quasi fosse un marchio. Secondo Trump, Obama non è stato semplicemente buono con l’Iran – è stato fantastico – schierandosi dalla loro parte, abbandonando Israele e tutti gli altri alleati, e offrendo a Teheran una nuova, importantissima opportunità. 

E qui il racconto diventa quasi plastico: centinaia di miliardi di dollari, più un miliardo e settecento milioni in contanti portati a Tehran su un piatto d’argento, trasportati fisicamente in aereo dentro valigie e borse.

Ogni banca tra Washington, Virginia e Maryland, dice Trump, è stata svuotata. E gli iraniani, quei “criminali” che non avevano mai visto simili somme, non sapevano nemmeno cosa farsene di tutti quei soldi. 

Avevano finalmente trovato – sempre secondo le sue parole – il più grande imbecille di tutti, un presidente americano debole e stupido. Un disastro come leader, certo, ma non così male come il sonnolento Joe Biden…

Rielaborando tutto questo, cerco di tenere insieme il filo: da una parte l’accusa di lunghissima pazienza strategica da parte iraniana, dall’altra il ritratto di un Obama che Trump dipinge come ingenuo se non peggio. La sostanza delle considerazioni resta intatta, così come l’uso voluto e polemico dello pseudonimo Hussein.

Tuttavia, ad ascoltare certe notizie venir fuori così, dopo tanto tempo, c’è da chiedersi cosa mai c’è stato di reale nel corso delle nostre vite e quanto siamo stati finora plagiati da un sistema e soprattutto da una cerchia di potere, che ora comprendiamo meglio quanto ci abbia finora condizionato, illuso e soprattutto intorpidito le menti.

Due che litigano, “milioni” che guardano: e se lo scontro Trump-Papa fosse soltanto un copione?


Allora, proviamo a mettere un po’ d’ordine in questa storia, perché quello che è successo tra Donald Trump e Papa Leone XIV, ha secondo me dell’incredibile. 

Non parlo solo della durezza degli attacchi, che già di per se basterebbe a far riflettere, no… parlo di qualcosa di più sotterraneo, di quel brusio che senti quando le cose non quadrano del tutto.

Da una parte abbiamo il presidente americano, l’uomo della forza senz’appello, della politica vista come pugilato e delle minacce rivolte a tutti, sì… non solo all’Iran ma anche ai propri alleati, dall’altra un papa (anch’egli americano) come non se n’erano mai visti, Robert Francis Prevost, che si alza e dice “no, così non va” con una nettezza che persino i più fedeli osservatori del Vaticano hanno trovato inusuale.

Perché questa in fondo non è solo una lite diplomatica, è uno scontro tra due modi di intendere il potere, tra chi usa la religione per benedire le proprie battaglie e chi la usa invece per porre dei limiti, magari scomodi.

Fin qui, nulla di strano. Due visioni del mondo, due leadership, due modi di stare al mondo. Eppure, più ci penso, più mi viene il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non si comprende bene. Forse è solo la mia abitudine a osservare tra le pieghe, ma mi sono chiesto: è davvero possibile che un presidente navigato come Trump, che ha sempre avuto un fiuto impressionante per il consenso popolare, abbia deciso ora di attaccare frontalmente un papa che, tra l’altro, parla la sua stessa lingua, è nato nello stesso paese, e rappresenta due miliardi di fedeli cattolici? E dall’altra parte, un papa che sceglie proprio questo momento per indurire i toni e per rispondere colpo su colpo, lui che finora era stato piuttosto misurato?

No, credetemi…. è ovvio che c’è qualcosa che non torna!

Per meglio capire come si sia giunti a questo punto, provo allora a fare un passo indietro. Le tensioni c’erano già prima; già nel maggio del 2025, quando Prevost fu eletto, circolavano voci e qualche strano account social che sembrava anticipare le sue posizioni antimilitariste e critiche verso le deportazioni di massa. E poi c’è stata la questione dell’Ucraina, quella del Venezuela, della Groenlandia, dell’Iran, di Cuba, ed anche la polemica sul Board of Peace voluto da Trump che il Vaticano ha saputo gentilmente scansare…

Il contrasto di fondo è chiaro: da una parte la realpolitik della potenza, dall’altra il Vangelo inteso come limite morale. Ma il salto si è visto nell’aprile 2026, quando gli animi si sono scaldati fino a farli bollire, è stato qualcosa di più. Trump che definisce il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” e il Papa che risponde: non ho paura di quest’amministrazione. A cui poi si è aggiunta sul web quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, Trump in pose cristologiche, poi cancellata, ma che nel frattempo aveva già fatto il giro del mondo. “Blasfemia”, hanno gridato molti. E forse lo era…

Ma è proprio lì che mi si accende una lampadina. Perché quel gesto, quello della foto blasfema, è talmente sopra le righe che viene da pensare che non sia stato un caso. Già… e se invece tutto questo fosse stato predisposto? Se il conflitto fosse stato, in qualche misura, orchestrato?

Magari non nei dettagli, ma nei suoi tempi e nella sua intensità. Pensate a cosa significherebbe tutto ciò… Da un lato, Trump potrebbe presentarsi ai suoi elettori come il leader che non si piega neppure al Papa, che difende l’America anche contro l’autorità morale più alta del mondo cristiano. Un martirio laico, in qualche modo. Dall’altro lato, e qui viene la parte più interessante, Papa Leone XIV ne uscirebbe con un’immagine completamente rinnovata…

Seguitemi su questo punto, perché mi sembra cruciale. Fino a ieri, chi era questo papa? Un americano, sconosciuto, neppure inserito in quella cerchia tra i cosiddetti “papabili”, un profilo basso, quasi timido, uno che – da quando è stato eletto – ha visto gran parte dei fedeli cattolici distanti da egli, quasi non l’avessero davvero abbracciato.

Dopo lo scontro con Trump, invece, eccolo lì: il papa che ha saputo dire di no al presidente più potente del mondo, che non ha piegato la dottrina alle convenienze della politica, che si è messo in gioco in prima persona. Non è esattamente la stessa dinamica che abbiamo visto con Francesco e con le sue battaglie? Solo che qui il papa è americano, e forse aveva bisogno di un gesto plateale per mostrare che non sarebbe stato il cappellano della Casa Bianca. E quale occasione migliore di una provocazione in piena regola?

Certo di quanto dico non ho prove, ma non mi servono, perché so che che nei conflitti troppo rumorosi e netti, sì…  “perfetti” nello schierare le parti, ho imparato a cercare il disegno che si cela dietro lo sfondo. Sarà che la mia natura a differenza della maggior parte vede nero dove forse c’è solo caos, eppure, se ci penso bene, anche il caos a volte serve e in questo caso è servito a ridefinire i ruoli: Trump come il combattente senza freni, il Papa come il pastore che non ha paura di abbaiare contro il lupo. La verità: a entrambi, in fondo, questa rissa ha fatto comodo!

E ora aggiungo una riflessione che mi frulla in testa: è stato tutto predisposto per dare al Papa un’immagine diversa, più consona alla figura che rappresenta, oppure è l’esatto contrario – e cioè se fosse Trump ad aver bisogno di un nemico “importante” per legittimare la sua crociata?

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, che forse potrebbe interessarvi. Potrebbe darsi che nessuno dei due abbia orchestrato nulla, ma che entrambi abbiano intuito, quasi simultaneamente, che quello scontro era inevitabile e che, già che c’erano, conveniva a tutti e due giocarlo fino in fondo.

Non parlo quindi di un complotto, ma di una coreografia quasi istintiva, ciò che succede tra due lottatori che sanno che il pubblico vuole vedere il “sangue” ed allora i contendenti si guardano un attimo prima di colpirsi per mettersi d’accordo: “Ci stai? Sì, ci sto”. Perché alla fine, sia Trump che Papa Leone XIV sanno una cosa semplice: i fedeli, gli elettori, la gente, non si accontenta più delle mezze misure. Vuole eroi e cattivi, vuole passione, vuole sentirsi parte di una battaglia. E loro, volenti o nolenti, gliela hanno data!

Resta il fatto che i cattolici americani sono ora divisi più che mai. E forse è proprio questo il costo di una messinscena riuscita. Intanto, guarda un po’, spuntano già i cosiddetti ‘ambasciatori’ che provano a mediare. Come se qualcuno, dietro le quinte, avesse già previsto la necessità di un armistizio. Peccato che né un presidente né un pontefice, per quanta abilità ci mettano, possano ricucire con un colpo di spugna ciò che hanno contribuito a lacerare. A meno che… la prossima mossa fosse già scritta. E io intanto continuerò a osservare.

Ma voi — ditemi — vi siete fatti un’idea diversa? Cosa ne pensate finora di quanto accaduto? Io, nel frattempo, continuerò a osservare e a leggere, ma non quello che propongono i faziosi media: voglio capire cosa non torna.

Fate lo stesso, e chissà: con le vostre intuizioni, potrei realizzare un post da far conoscere a tutti i miei lettori.

Delitto Garlasco: giungeremo mai ad una verità definitiva?


Lo scorso anno, proprio in questi giorni, scrivevo un post intitolato: quante anomalie hanno davvero segnato le indagini? link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/05/delitto-garlasco-quante-anomalie-hanno.html che nasceva da un profondo senso di inquietudine.

Lo rileggo ora, già… mentre in tv vedo scorrere i titoli di queste nuove indagini, e non posso fare a meno di notare come alcune mie domande – allora forse giudicate da qualcuno troppo sospettose – oggi siano diventate le stesse che gli inquirenti si pongono. 

Perché è incredibile quello che sta accadendo: la Procura di Brescia indaga per corruzione su quella di Pavia, i carabinieri di Milano hanno consegnato un’informativa che indica in un altro soggetto il presunto assassino di Chiara Poggi, e la condanna di Alberto Stasi viene definita nientemeno che “una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni”. Parole pesanti, che arrivano dritte al cuore di quanto avevo intuito.

Nel mio vecchio post parlavo delle anomalie: la traccia n. 10 mai approfondita, l’impronta n. 33, il carabiniere senza guanti che inquina la scena. E dicevo, con quel tono un po’ naif che mi contraddistingue, che basterebbe guardare un episodio di CSI per sapere che non si tocca nulla senza protezioni. Oggi quelle stesse negligenze tornano prepotentemente alla luce, perché le nuove analisi del RIS hanno rimesso in discussione tutto. E poi c’è quell’intercettazione che fa gelare il sangue: “Quando sono andato io… il sangue c’era“, una frase che, da sola, pesa ora come un macigno. 

Come non ricordare le impronte nitide sulla scala, quelle che definivo “quasi troppo evidenti per essere state lasciate da un assassino lucido“? E come non ripensare alla mia conclusione di allora: un omicidio non premeditato, dove l’esito letale ha superato l’intenzione? Esattamente la tesi degli inquirenti oggi, che parlano di un approccio sessuale respinto e di una furia improvvisa.

Ma la parte che più mi colpisce, nel rileggermi, è quella in cui chiedevo: se non ci sono impronte di estranei, allora l’assassino era qualcuno che la frequentava? Avevano verificato tutti i possibili frequentatori? Avevano confrontato i loro DNA con le tracce rinvenute? 

Oggi sembra che si abbia una risposta, seppur ancora da dimostrare in aula. Sono dettagli che, lo ammetto, vanno oltre la mia competenza da approfondito lettore di thriller polizieschi e i gialli (che vanno da Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Jo Nesbø, Faletti, Jeffrey Deaver, Donato Carrisi, Freida McFadden, Angela Marsons, Dreda Say Mitchell, John Grisham), insomma, da “profiler domenicale”, ma che non possono essere ignorati.

E così, arrivo alla parte del mio vecchio post che più mi sta a cuore, quella che non voglio modificare di una virgola perché rappresenta ciò che penso ancora oggi, anzi, più che mai: “Non so cosa, ma qualcosa non torna. E mentre i media ripropongono la solita narrazione, io continuo a chiedermi: e se avessero guardato nella direzione sbagliata fin dall’inizio? Il sottoscritto difatti un’idea se l’è fatta (e potrei anche – perdonate la presunzione – aver indovinato il movente…), ma purtroppo – per ragioni che, in questo paese, finiscono troppo spesso in tribunale – preferisco tenermela per me. Dopotutto, quando la verità fa più paura della finzione, persino un’ipotesi diventa… un capo d’accusa.”

Oggi, dopo la riapertura delle indagini, dopo le nuove prove e dopo che persino i carabinieri hanno messo per iscritto che si è guardato nella direzione sbagliata per quasi due decenni, quella mia domanda non è più un sospetto solitario. È diventata il titolo di un’informativa giudiziaria!

Resta però l’ultima, amara domanda: giungeremo mai a una verità definitiva, o siamo condannati a vedere una sentenza ribaltata dopo l’altra, mentre il tempo passa, i nomi cambiano, e il dolore, quello, resta identico per la morte di Chiara?

Io, intanto, la mia idea me la tengo ancora e sono quasi certo che all’indagine finora compiuta dai Carabinieri (non me ne vogliano…) manchi ancora di una “sorpresa“. 

Ma vi confesso che vorrei che questa mia ipotesi, fosse errata, mentre viceversa, ciò che desidero più di tutto, insieme ai tanti di cittadini di questo Paese e solo che stavolta, finalmente, si faccia chiarezza

Un fastidio a cui non possiamo più abituarci…


Buongiorno, e bentrovati.

Leggo in questi giorni le stesse notizie, e subito il mio pensiero va verso quelle subdole trame che da sempre attraversano il nostro Paese. 

Sì, parlo dell’illegalità diffusa, quella che si annida in tutti gli ingranaggi dell’economia, sociale, culturale e ahimè anche istituzionale: silenziosa, insistente, capace di coinvolgere e compromettere, a ogni livello, chiunque incontri sul suo cammino.

Eppure, guarda caso, nei nostri Tg una serie di ‘cicale‘ fa a gara per mettere in mostra i progressi compiuti contro questa piaga, grazie, ovviamente, alle azioni del nostro attuale governo.

Già… miseri lacchè senza alcuna personalità, dotati solo di quel carattere genuflesso che tanto mi ricorda un passo di Vittorio Alfieri nella sua ‘Vita‘. “Genuflesso a quattro palmi dall’Imperatrice, con un sorriso sulle labbra di una tale compiacenza che mostrava una contentezza servilmente paga nella adulazione“. Per Alfieri fu un colpo di fulmine rovesciato: invece di ammirazione, provò un ribrezzo tale che “non volli più vederlo, né conoscerlo, e mi allontanai sdegnosamente“.

Ed anch’io, osservandoli, provo quel deplorevole sentimento. Proprio quello che lo scrittore fiorentino raccontava quando descriveva il poeta e librettista Pietro Metastasio in atteggiamento servile presso la “Schönbrunn”, la reggia estiva degli Asburgo vicino a Vienna. Lì Metastasio, genuflesso dinanzi all’imperatrice Maria Teresa d’Austria, mostrava un’espressione del viso che Alfieri giudicava “servilmente paga nella adulazione“.

Sì, perché in quello stesso istante, mentre ascolto quelle idiozie, provo difficoltà anche a scrivere delle numerose inchieste giudiziarie: e sì, perché nel frattempo la mia penna, offesa, si stringe sempre più forte nel pugno.

Certo, le forze dell’ordine insieme alla magistratura – quella ancora sana del Paese – fanno di tutto per portare in evidenza i numerosi raggiri, eseguendo sequestri per milioni e milioni di euro. E così, mentre leggo quelle cifre, penso alle tante persone che potrebbero essere riscattate con quelle risorse evase, ed invece ci si accorge di come la maggior parte di esse finisca per tappare i buchi di un sistema fraudolento costruito sull’inganno.

Le inchieste d’altronde sono continue, così come le persone fisiche e le imprese indagate, che ormai non si contano più. Parliamo di società che non sono oggetto di mutualità e lavoro dignitoso, ma di contenitori vuoti, intestati ai soliti prestanome – già, quelle teste di legno prive di qualsivoglia vera autonomia imprenditoriale. Ma consentitemi di aggiungere (pur sapendo come in molti ora storceranno il naso): non fanno distinzione, neppure per meriti, tra i loro stessi superiori referenti. E chi sono questi ‘superiori’? Imprenditori celati, veri, che però sono affiliati a qualche famiglia mafiosa. Anch’essi, difatti, devono sottostare a un potere più alto del loro: lo stesso che li finanzia con denaro di provenienza illecita. Sopra di loro c’è il boss, colui che permette loro di operare, finché vuole – e che un domani potrebbe sostituirli con un altro referente, senza che nessuno possa opporsi.

Il meccanismo ormai è ben noto a tutti e, come vediamo, viene smascherato ogni giorno dalle varie Procure nazionali. Ma il mare su cui poggia l’illegalità è così grande che, ahimè, consente al copione di replicarsi. In una di queste inchieste, ad esempio, ho letto di come la grande committenza si avvalesse formalmente di contratti d’appalto per servizi di logistica e movimentazione merci. Dietro la carta timbrata, però, si nascondeva una somministrazione illecita di manodopera. 

I lavoratori erano sì assunti nelle cooperative, è vero, ma chi dava le istruzioni, chi decideva gli orari, chi controllava ogni singolo movimento in tempo reale – anche attraverso sistemi informatici avanzati – era il loro referente vero. E così il confine tra appalto genuino e somministrazione illecita diventa labile, quasi invisibile. Ma la legge che lo consente, purtroppo, c’è, e quindi quel confine, come dichiarato dagli inquirenti, può essere bypassato.

Pensate a cosa significa: le cooperative non pagavano l’Iva, e quei risparmi fiscali servivano a sostenere il costo del lavoro. In pratica, il lavoratore veniva pagato con i soldi che non venivano versati allo Stato. E quando i debiti con il fisco diventavano insostenibili, si trasferiva in blocco il personale da una cooperativa all’altra, come si sposta un magazzino da un capannone all’altro. La continuità operativa era garantita. La dignità del lavoro, no. I consulenti fiscali facevano da regia, e i prestanome firmavano.

Come ripeto ormai da anni in questo blog, non basta scrivere “appalto” su un contratto. Se poi sei sempre tu, committente, a dettare il ritmo, se sei tu a monitorare in tempo reale chi carica e chi scarica, se sei tu a decidere le mansioni, allora quello non è più un appalto trasparente. È di fatto – e aggiungerei di diritto – somministrazione illecita. 

Così, mentre scrivo, penso a tutti quei lavoratori che ogni mattina si trovano davanti a un’area di lavoro, con i mezzi parcheggiati in attesa che qualcuno dia loro le disposizioni per la giornata, ben sapendo che, a fine giornata, dopo essere stati controllati per quanto compiuto (o richiamati a gran voce per non aver adempiuto al proprio dovere), dovranno giustificare eventuali motivi per mancata produttività. Perché si sa… il lavoro è lavoro, e purtroppo la paura di perderlo è più forte di ogni sottigliezza giuridica.

Per questo è giusto che siano le indagini, i sequestri e soprattutto le sentenze a riportare chiarezza! Perché l’illegalità diffusa non è mai un boato, è un fastidioso ronzio che smetti di sentire solo perché ci hai fatto ormai l’abitudine…

Ma oggi – per vostra fortuna – c’è ancora qualcuno che ha deciso di denunciarlo ad alta voce, perché sa di poter contare su molti lettori che, finalmente, hanno voglia di ascoltare davvero.

CAVE: E se quelle antiche ferite nella terra diventassero nuovamente un dono per il futuro?


Succede a volte che anche l’idea più semplice, quasi ovvia, faccia fatica a trovare la strada giusta per realizzarsi, eppure, quando qualcuno la riprende dalla polvere e la pone sul tavolo con elementare evidenza, tutti a quel punto evidenziano quanto fosse chiaro che non se ne potesse fare altrimenti. 

Parlo di ciò che ho letto riguardo a un progetto che riguarda le cave dismesse nel nostro territorio, già… tutti quei buchi nella terra lasciati lì dopo anni e anni di estrazione, spesso senza un vero destino e ancor meno, senza alcun intervento di ripristino per mitigare l’impatto ambientale passato.

Ora viceversa qualcuno ha proposto di trasformarle in qualcosa di vivo: impianti per produrre energia da fonti rinnovabili, con il fotovoltaico in prima fila. L’obiettivo è approvvigionare tutte quelle aree industriali delle regioni e ridurre così l’impatto devastante dei costi energetici che oggi come sappiamo, grava come un macigno sulle nostre imprese.

Sentendo parlare di questo sogno, perché di sogno si tratta, mi viene quasi da crederci. L’idea è quella di fare un grande hub delle energie alternative. Una regione – la Campania – si è già posizionata bene per quanto riguarda l’eolico e il fotovoltaico, grazie ad alcuni operatori privati, diventando tra le prime regioni a fare quel salto di qualità. 

Come?Semplice… partendo da una ricognizione sistematica del territorio e delle cave in disuso, concentrate soprattutto tra Napoli e Caserta. Non si tratta quindi di piazzare pannelli a caso, ma di pensare a un restauro paesaggistico possibile, un innesto rispettoso che dia nuovamente forma a luoghi oggi abbandonati. Toccherà poi ai privati investire, certo, ma alla Regione spetta il compito di creare le condizioni giuste perché tutto questo possa accadere.

Naturalmente i problemi non mancano, e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Uno su tutti: cosa fare dell’energia in eccesso prodotta in certi momenti, quando non serve subito? Si rischia di disperderla, e sarebbe un peccato dopo tutto questo sforzo. La risposta sembra arrivare dalle cosiddette batterie di accumulo, quei sistemi avanzati che funzionano un po’ come grandi powerbank: immagazzinano l’energia quando c’è e la rilasciano quando serve, stabilizzando la rete e gestendo i picchi di domanda.

Tra l’altro – come riportavo all’inizio – con i costi di energia attualmente esosi a causa del conflitto in corso in Ucraina e in Iran, avere impianti autonomi di questo genere farebbe bene non solo all’ambiente, ma principalmente alle nostre tasche, visto che i i costi energetici stanno mettendo in ginocchio il nostro già esiguo bilancio. 

Ecco, forse è proprio questo il punto. Per anni abbiamo avuto un approccio quasi romantico alle rinnovabili, spinti da una giusta sensibilità ambientale. Ma oggi quella strada va percorsa anche per una ragione più concreta, più brutale: il prezzo dell’energia!

Con uno scenario geopolitico tutt’altro che sereno e che avrà ripercussioni per almeno i prossimi cinque anni, le nostre imprese del Mezzogiorno rischiano di vedere i propri programmi e la propria continuità messi a forte rischio. Ridurre quindi l’impatto della bolletta non è più solo una questione ecologica, ma una questione di sopravvivenza economica.

D’altra parte, l’idea di utilizzare cave dismesse non è una novità assoluta. Non solo la Campania, ma anche altre regioni hanno puntato nella stessa direzione, e da qualche anno esiste persino una partnership che trasforma cave esaurite o aree non più produttive in parchi agrivoltaici, dove i pannelli solari convivono con nuove coltivazioni agricole.

Un modello più sostenibile, rispettoso dell’ambiente, capace persino di creare nuove opportunità sociali. Certo, se finalmente si riuscisse a imboccare questa strada, non si farebbe altro che recuperare un ritardo di anni e trasformare cos’ quell’eredità complicata in una risorsa.

Mentre scrivo, penso a quanto sia faticoso, in questo Paese, far attecchire le buone idee, in particolare immagino anche a quanto sarebbe bello vedere quelle cave, oggi ancora ferite e silenziose nel paesaggio, diventare improvvisamente utili. 

Ripeto, non solo per l’ambiente o per le bollette, ma per restituire un senso a luoghi che hanno già dato tanto e che ora aspettano solo di rinascere. 

Magari con un po’ di sole, un po’ di memoria e la volontà di non sprecare più nulla!

L’eroe è chi trova una ragione per vivere: non barattare la dignità iraniana per un po’ di gasolio!


Oh, di chi parlo veramente?

Noi viviamo senza un motivo,

loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,

loro le chiudono a pugno anche da svegli.

Noi cerchiamo una porta nella nebbia,

loro hanno già murato tutte le uscite.

Noi diciamo “forse”

loro rispondono “sempre”.

Eppure,

qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso

per esistere.

Qualcuno ha capito che

vivere senza un motivo

è l’unico modo per non dover uccidere

per restare fedeli a una causa.

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…

Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere

anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.

Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana… 

Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale. 

Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto. 

Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico. 

Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta. 

Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.

La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.

Trapani: Buon cammino? Sì… ma verso il baratro!


Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere… 

E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

La lotta alla mafia? Non è più una priorità!


Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.

Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.

Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!

Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto

Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.

Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio

E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.

Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro? 

Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare. 

E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.


C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…

Quando il silenzio diventa radice…


Ho ricevuto una risposta al mio post di aprile – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-fumie-dellateo-e-se-cristo-avesse.html – che mi ha fatto riflettere, già… non perché fossi d’accordo su tutto (e forse è proprio questo il punto…), ma perché veniva da un luogo diverso dal mio, e parlava un’altra lingua. 

La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì… me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.

Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.

Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare. 

E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.

Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.

Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.

Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda? 

La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.

Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere. 

Ecco cosa voglio scriverle.