E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già… con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare.
Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica.
Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg – un’esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì… in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico.
Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c’erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni.
Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.
Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l’arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici?
Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già… come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare.
La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì… non arriverà a nessuno, perché nessuno l’ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l’Iran quella Guida suprema, già… perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già… a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo).
Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato – per come ci viene descritto – non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere.
Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell’ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro- io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte!
Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato.
E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà nulla di buono, se non l’illusione che tutto sia a posto.
Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall’altra parte.
Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità.
Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.
Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili.
Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.
Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico.
Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.
Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.
La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.
Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli.
Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.
Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.
Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.
Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?”
C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.
Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.
Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”.
La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.
Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti?
La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!
Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti.
Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte.
E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.
Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.
Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.
Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria.
Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.
Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto.
L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.
È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.
La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?
Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.
Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.
No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.
E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.
Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia.
Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.
Dear President Pelligra (per i lettori italiani: la traduzione in italiano è subito dopo), I am writing this post just a few hours after the end of the match, when the uproar of the stadium refuses to turn into that usual silence that only great disappointments can normally create.
The match is over, and Catania will not play the final against Brescia. The dream of returning to Serie B has therefore, yet again, shattered against an Ascoli side that is certainly deserving, since they didn’t steal anything — quite the opposite, in fact. The 4-0 defeat in the first leg was a mountain too high to climb, and the return leg, as spirited as it may have been, wasn’t enough to work the miracle that all us fans had hoped for.
But you know better than I do: mathematics can sometimes be cruel, and football doesn’t always gift us with fairy tales.
However, I don’t just want to talk about yesterday’s result, because my thoughts go further back, to these years of silent monologues — yes — through my posts, through those public notes in which I had the courage to send you my criticisms directly about the team’s performance on the pitch — unlike many who showed great enthusiasm about being top of the table, but I felt that you, unlike them, would have been willing to listen.
And now, faced with yet another season ending without promotion, I feel immense sorrow not only for the fans, but for you, Mr. President, imagining your personal bitterness in seeing thousands of fans at the stadium who had believed until the very last second that they would be able to celebrate.
I wasn’t there, but I saw on TV those adult fans and the many children who, over these past months, have embraced the Stadio Massimino as if it were a second home, and now find themselves there… with their hearts shattered. That pain in the eyes of those young ones in the curva weighs more than any league table.
And yet — and I say this with the affection of someone who writes as a fan first and an observer second — this disappointment must serve as a “reset” for you. Not just a simple restart, but a real shake-up of the foundations. Because the structure we saw on the pitch, from every point of view, has shown deep limitations, mistakes that repeat year after year, and an inability to learn from the past that we frankly can no longer afford.
I am now reminded of the Como model: in 2021 they were in Serie C — yes, just like us — and today, with a much smaller city than ours, they are playing in the Champions League!
None of us is asking for the impossible, Mr. President. But Catania has 296,000 inhabitants, a metropolitan area reaching 770,000, and a passion that is unmatched. And all this potential today continues to run up against the reality of Serie C.
What more can I say? You have brought honor to this city, and I say this without flattery (after all, anyone who truly knows me knows that I don’t own a single selfie except the one with the Dalai Lama, but above all, I have never asked anyone for an autograph, as I have always sought to live by my own light and never by that reflected by others), especially since we haven’t yet had the chance to meet.
Having a President like you, who has shown affection and presence, is not just a stroke of luck for the people of Catania: it is a great honor. And it is precisely for this reason that it pains me so much to see you embittered. But that bitterness must now turn into courage.
It is time to truly change what hasn’t worked, to surround yourself with people who know how to build a team not just on paper, but in spirit and in gameplay. Because Catania does not deserve to stand by and watch others win. And I, as a fan, will continue to hope that you want to be the architect of that turning point.
With gratitude, and with the same sincerity as always.
Nicola Costanzo
TRADUZIONE
Caro Presidente Pelligra, scrivo questo post a poche ore dalla fine della partita, quando il frastuono dello stadio non vuole trasformarsi in quell’abituale silenzio che solitamente solo le grandi delusioni sanno creare.
La partita è finita, e il Catania non giocherà la finale col Brescia. Il sogno di risalire in Serie B si è quindi per l’ennesima volta infranto contro un Ascoli certamente meritevole visto che non ha rubato nulla, anzi tutt’altro. Il 4-0 subito all’andata era una montagna troppo alta da scalare, e il ritorno, per quanto possiamo dire combattuto con l’anima, non è bastato a compiere il miracolo che tutti i tifosi speravamo.
Ma Lei sa meglio di me: la matematica a volte è crudele, e il calcio non sempre regala favole.
Non voglio però parlare solo del risultato di ieri, perché il mio pensiero corre più indietro, a questi anni di monologhi silenziosi, già… attraverso i miei post, a quelle note pubbliche che ho avuto il coraggio di inviarLe direttamente le mie critiche sul gioco posto in campo – a differenza di molti che manifestavano grande entusiasmo per essere primi in classifica, ma io sentivo che Lei, a differenza di loro, avrebbe potuto ascoltare.
E ora, davanti a questa ennesima stagione che si chiude senza la promozione, provo un dispiacere immenso non solo per i tifosi, ma per Lei Presidente, immaginando la sua personale amarezza nel vedere migliaia di tifosi presenti allo stadio che avevano creduto fino all’ultimo secondo di poter gioire.
Non ero presente ma ho visto in Tv quei tifosi adulti e i molti bambini che in questi mesi si sono stretti allo stadio Massimino come fosse una seconda casa, e ora si ritrovano lì… con il cuore in frantumi. Quel dolore negli occhi di quei fanciulli della curva, pesa più di qualsiasi classifica.
Eppure, e glielo dico con l’affetto di chi scrive da tifoso prima ancora che da osservatore, questa delusione deve servirLe da “reset“. Non un semplice ripartire, ma un vero e proprio scossone alle fondamenta. Perché la struttura che abbiamo visto in campo, sotto tutti i punti di vista, ha mostrato limiti profondi, errori che si ripetono anno dopo anno, e una incapacità di imparare dal passato che francamente non possiamo più permetterci.
Mi torna ora in mente il modello Como: nel 2021 era in Serie C, già… come noi, e oggi – con una città molto più piccola della nostra – gioca in Champions League!
Nessuno di noi chiede l’impossibile, Presidente. Ma Catania ha 296mila abitanti, un’area metropolitana che tocca i 770mila, una passione che non ha eguali. E tutto questo potenziale, oggi, continua a scontrarsi con una realtà di Serie C.
Cosa aggiungere? Lei ha portato onore a questa città, e lo dico senza adulazione (d’altronde chi mi conosce davvero sa che non possiedo un solo selfie se non quello con il Dalai Lama, ma soprattutto non ho mai chiesto un autografo a nessuno, in quanto ho sempre cercato di vivere di luce propria e mai di quella riflessa da altri), anche perché finora non abbiamo avuto modo d’incontrarci.
Avere un Presidente come Lei, che ha dimostrato affetto e presenza, per tutti i catanesi non è solo una fortuna: è un grande onore. Ed è proprio per questo che mi dispiace tanto vederlo amareggiato. Ma l’amarezza, adesso, deve trasformarsi in coraggio.
E’ tempo di cambiare davvero ciò che non ha funzionato, di circondarsi di chi sa costruire una squadra non solo sulla carta, ma nello spirito e nel gioco. Perché Catania non merita di restare a guardare gli altri vincere. E io, da tifoso, continuerò a sperare che Lei voglia essere l’artefice di quella svolta.
Con gratitudine, e con la stessa sincerità di sempre. Nicola Costanzo
Lo so, avrei dovuto scrivere questo post l’altro ieri, ma se non l’ho fatto, c’è un motivo.
Sì… forse perché ho pensato “amaramente” che la maggior parte delle persone scelga la strada più comoda: ricordare il giudice, la moglie, la scorta soltanto in quel giorno preciso, il 23 maggio, e poi dimenticarli per gli altri trecentosessantaquattro.
Io non ce l’ho mai fatta a fare così ed è per questo che ogni anno, quando l’anniversario si avvicina, provo un senso di disagio che non riesco a scrollarmi di dosso.
Sì… non sopporto le passerelle, quelle odiose sfilate istituzionali che prendono la scusa del ricordo per far brillare qualcuno davanti alle telecamere. Sono passati trentaquattro anni e mi sembra di vedere sempre le stesse scene.
Certo, fa bene al cuore osservare tanti bambini, adolescenti, giovani radunati a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani a cui – se non vi dispiace – vanno sommati i sopravvissuti (Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza) che hanno avuto la terribile sorte di restare in vita e portare addosso, per sempre, il peso di quel giorno. E di loro – dovrei aggiungere – nessuno parla.
Non dico quindi che questo tipo di commemorazioni non facciano bene al futuro del nostro Paese, quello sì, ma da lì a pensare che la lotta alla criminalità passi attraverso queste iniziative, ce ne vuole. Ho l’impressione che dietro tanta retorica si nasconda soprattutto la voglia di farsi notare, da parte di politici e talvolta persino di magistrati. E intanto, per il resto dell’anno, di quei coraggiosi che hanno dato la vita non sembra importare più nulla a nessuno.
Dietro quella strage, in fondo, ci sono tutti: referenti politici e istituzionali, servizi segreti e massoneria, settori collusi della magistratura e persino alcuni reparti militari. E poi, quasi dimenticavo, la criminalità organizzata, quella che secondo la versione ufficiale avrebbe premuto il telecomando per far saltare l’autostrada a Capaci. Ma per favore, basta. Non parlate più di legalità, soprattutto se siete tra quelli che non l’hanno mai rispettata, o che non hanno mai davvero portato avanti le idee del giudice.
Ma d’altronde basti osservare cosa accade oggi a magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri: isolati, contrastati, lasciati soli. Mentre le ultime riforme indeboliscono l’azione dello Stato contro la mafia, qualcuno continua a voler ridurre l’antimafia a una sfilata di moda infarcita di retorica, un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi le pretende, contro chi prova solo a portare alla luce le concause rimaste nascoste, viene scatenata la macchina del fango. Finiscono come le vittime, o vengono fatti tacere. Come non ricordare Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report, che solo pochi anni fa per aver mostrato una nuova indagine su quel maledetto 23 maggio 1992 è finito sotto la bufera mediatica. Ecco.
Così, quest’anno, avevo pensato di restare in silenzio, limitarmi a documentare. Perché dopo trentaquattro anni, di parole, ne sono state dette fin troppe, e sarebbe ora di passare ai fatti. Per esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Erano floppy disk con la verità del magistrato su ciò che subiva quotidianamente. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi? Sono domande senza risposta, e resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso attribuendo ogni responsabilità solo alla mafia. Ma sappiamo che non è così. Il “paese felice”, così Falcone chiamò l’Italia, non era un elogio. Quel paese per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. E non ama neppure chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere.
Io credo che il modo migliore per contrastare questa narrazione ipocrita sia dare voce a Falcone. Non limitarsi a un giorno, a una corona, a un discorso ufficiale. Fargli occupare ogni spazio, ogni giorno. Per questo avevo invitato a pubblicare le sue parole, dal 18 al 23 maggio, sui propri social. Perché i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. Sono stati preparati cartelli, citazioni, persino una voce enciclopedica su WikiMafia. Ma so bene che tutto questo rischia di restare inutile se non cambia la sostanza, già… se non smettiamo di credere che basti un anniversario per sentirsi a posto con la coscienza.
Perché quando penso al giudice Falcone, a me viene un magone. Un nodo alla gola che subito si trasforma in tristezza profonda, in malinconia. E poi in rabbia. Non è solo il ricordo di quella strage. È vedere che il Paese, da quel lontano 1992, non è minimamente migliorato!
Sì… è peggiorato in ogni settore, produttivo e istituzionale. Qualcuno obietta che non ci sono più omicidi eccellenti. Ma questa non è una vittoria dello Stato: è la nuova strategia della mafia, che ha adottato una politica distensiva per operare i suoi affari in modo più nascosto. Una pax concordata, dove di tanto in tanto salta solo la manovalanza, mentre chi comanda resta saldamente al potere, spesso seduto su poltroni istituzionali, con l’immagine limpida. E poi ci sono i “beni confiscati” finiti in mano a gente sotto inchiesta per corruzione, i processi che finiscono in nulla, come quello al generale Mori e al colonnello Obinu, assolti dopo anni di dibattimento perché il “caso non sussiste”. È mancato quel rigore che Falcone auspicava. Il 2015 fu definito l’annus horribilis dell’antimafia di facciata: si è capito che l’unico interesse era finanziario, personale. Non una missione per il bene comune, ma vantaggi per sé e per i propri familiari o amici.
E io aspetto ancora un grazie dallo Stato. Un semplice, esplicito ringraziamento personale. Perché tanti cittadini onesti hanno avuto il coraggio di denunciare, di segnalare, e poi sono stati ignorati. Le loro denunce non sono state fatte emergere perché andavano a colpire soggetti intoccabili, sia del mondo civile che di quello istituzionale. Allora cala il silenzio, anche da parte dei media, che fanno finta di non ricevere le notizie o preferiscono censurarle. Alcune associazioni di legalità, poi, adottano stratagemmi ambigui: nessun contatto ufficiale via Pec, solo format web dai quali si riservano di leggere, senza mai dare riscontro.
Così possono sempre dire di non aver ricevuto le segnalazioni imbarazzanti. Io quelle comunicazioni le ho registrate tutte, con tanto di screen. Presto pubblicherò i nomi di chi si promuove a baluardo della legalità e invece censura ciò che dà fastidio agli amici. Sono pochi quelli che fanno davvero il proprio dovere. Gli altri usano i loro servizi per screditare e attaccare gli avversari.
Dice bene la sorella del giudice, la dottoressa Falcone: alcuni hanno l’interesse a mascherarsi da buoni, ma quella è un’antimafia che con lei non ha niente a che fare. È vero, esiste una cultura del sospetto alimentata da chi opera per conto di cosa nostra per carpire informazioni. Ma è altrettanto vero che tantissimi cittadini comuni si offrono solidali a questo mondo corrotto, in cambio di denaro, avanzamenti professionali, incarichi vari. Non bisogna andare lontano per trovare lo schifo, non nei quartieri disagiati. I poveri, semmai, procurano solo manovalanza e forza lavoro.
La mafia siede nei posti lussuosi, sui tappeti rossi. È lì che bisogna cercarla. Ma da noi, si fa finta di non saperlo. C’è una frase di Falcone che ho fatto mia: in Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere. Ecco, forse dovremmo cominciare da qui. Non da un giorno all’anno, ma da tutti gli altri. Perché ricordare, senza mettere in pratica quegli insegnamenti di coraggio e libertà, non serve a niente!
7. La gravidanza: normalità biologica e scandalo teologico
Una volta fecondato l’ovulo, iniziò una gravidanza del tutto normale.
Nove mesi. Il corpo di Maria – che aveva probabilmente tra i dodici e i quattordici anni – iniziò a trasformarsi. Il ventre si espanse. I seni si gonfiarono. Cominciò a sentire i movimenti del feto, ebbe nausee, stanchezza, dolori alla schiena. Un parto, poi, probabilmente doloroso e sanguinoso, in condizioni igieniche – non dimentichiamolo – precarie.
Niente di miracoloso. Niente di “immacolato“…
Eppure, la teologia cristiana ha costruito su questa gravidanza una montagna di dogmi che l’hanno resa irreale.
• La verginità perpetua (Maria vergine prima, durante e dopo il parto) – come se il parto non l’avesse toccata.
• L’Immacolata Concezione (Maria concepita senza peccato originale) – come se la carne di una donna fosse un ostacolo alla santità.
Io dico esattamente il contrario. La grandezza della maternità non sta nell’assenza di carne. Sta nella carne. Nel sangue. Nel rischio. Nella fatica. Nel fatto che una donna dà la vita con il suo corpo, non nonostante il suo corpo.
Maria fu madre davvero. Non in una teologia. Non in un affresco bizantino. Ma in un villaggio, con le mani sudate, sporche e gli occhi stanchi. E toglierle questa carnalità non è stato un atto di devozione, ma un atto di cancellazione.
La teologia ha reso Maria adorabile perché l’ha resa irreale. Ma così ha distrutto l’unica cosa che la rendeva davvero grande: che fu una madre come tutte le madri!
8. Immacolata Concezione e nascita verginale: due cose diverse
Attenzione: ho visto in questi anni sul web dei video che facevano confusione tra “Immacolata Concezione” e “nascita verginale“.
L’Immacolata Concezione è stata creata dalla Chiesa Cattolica come dogma solo alcuni anni fa, precisamente nel 1854, e si riferisce – nella realtà – al concepimento di Maria da parte della madre Anna, e quindi non al concepimento di Gesù. Quanto appena detto serve per giustificare lo “stato di purezza” di Gesù – mi riferisco allo stato morale che doveva essere necessariamente immune dal “peccato originale“, che segna tutti gli uomini sin dai tempi di Adamo.
Viceversa, la nascita verginale di Gesù rappresenta una dottrina che risale agli inizi del cristianesimo, secondo la quale Maria, senza conoscere alcun uomo, rimane incinta dello Spirito Santo, uno stato quindi di concepimento “illibato” necessario per far comprendere l’origine soprannaturale di quella gravidanza.
E così, alla fine, ecco che Gesù «fu concepito per opera dello Spirito Santo» e nacque dalla vergine Maria.
9. La verginità perpetua: storia di un dogma
L’idea che Maria sia rimasta vergine per tutta la vita non è nei Vangeli canonici. Matteo, anzi, dice esplicitamente che Giuseppe «non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio» (Mt 1,25). La parola greca è ἕως (finché) e come vedremo, questo “finché” indica sempre un cambiamento di situazione una volta scaduto il termine, basta leggersi la Bibbia.
Ma la tradizione ha voluto leggere questa parola diversamente.
I primi scritti cristiani attestano tranquillamente che Maria perse la verginità con il parto. Lo afferma con chiarezza Tertulliano (III secolo) nel De carne Christi 23: «Virgo quantum a viro, non virgo quantum a partu» (vergine quanto all’uomo, ma non vergine quanto al parto).
Fu solo in seguito – con i testi apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo (capitoli 19-20) – che si impose la credenza di una Maria sempre vergine. Secondo questi scritti, due levatrici esaminano Maria dopo il parto e ne constatano stupefatte la persistente verginità. Lo stesso episodio è ricordato da Clemente Alessandrino (Stromata VII, 16,93).
Il Vangelo di Filippo (59,6-11), testo gnostico, offre invece una lettura spirituale: la verginità di Maria è metaforica, un simbolo della purezza interiore. Ma proprio perché gnostico, non fu mai accolto dalla Chiesa.
Epifanio (di Salamina) nel suo Panarion (78,8-9), difende la verginità perpetua contro gli Antidicomarianiti (coloro che si opponevano a questa dottrina). Ad esempio per spiegare i “fratelli di Gesù” menzionati nei Vangeli, Epifanio ricorre alla tesi che Giuseppe fosse già vedovo e che quei fratelli fossero in realtà figli di un precedente matrimonio. Una tesi priva di qualsiasi riscontro storico.
Con il passar dei secoli si crearono similitudini ancor più fantasiose:
• La nascita di Gesù è come un raggio di sole che attraversa un cristallo senza spezzarlo.
• Oppure è come quando Gesù risorto entra nel cenacolo a porte chiuse (Gv 20,26), dimenticando che il corpo glorioso possedeva proprietà che il corpo mortale non aveva.
• Alcuni teologi cattolici hanno persino citato Ezechiele 44,2 («Questa porta sarà chiusa… perché per essa è entrato il Signore») – dimenticando che il passo parla di una porta del tempio di Gerusalemme che, per giunta, doveva riaprirsi ogni sabato e ogni novilunio (Ez 46,1-3).
Ambrogio e Girolamo, i grandi promotori della vita cenobitica, furono i più strenui difensori della perpetua verginità di Maria. Il loro entusiasmo è comprensibile: stavano convincendo migliaia di ragazze a lasciare la famiglia per consacrarsi a Dio. Maria non poteva essere da meno delle sue devote. Doveva essere più vergine di tutte.
L’idea, però, fu sempre contestata, difatti non pochi la rifiutarono: Tertulliano (III secolo), Bonoso di Sardica (vescovo), Elvidio, Gioviniano di Roma (monaco), Vigilanzio (presbitero, IV secolo).
Divenne dogma di fede solo nel VII secolo, con il Concilio Lateranense del 649 (sotto papa Martino I).
Già… curiosamente pochi sanno che la verginità perpetua di Maria non è mai stata oggetto di una dichiarazione di infallibilità da parte della Chiesa cattolica romana. È un dogma “minore“, nel senso che non è mai stato solennemente definito ex cathedra.
Ma tant’è però che per i cattolici è vincolante comunque.
10. L’analisi del “finché” – Matteo 1,25
Torniamo ora al testo che più di ogni altro smentisce questa dottrina.
Matteo 1,25 – Greco: καὶ οὐκ ἐγίνωσκεν αὐτὴν ἕως οὗ ἔτεκεν υἱόν -Traduzione letterale: «e non la conosceva finché partorì un figlio».
A confronto:
• La CEI traduce: «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio» – omettendo il “finché“.
• La Nuova Riveduta: «non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio».
“Conoscere” è un eufemismo biblico per indicare l’unione coniugale. Lo stesso termine è usato in Genesi 4,1 quando «Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino».
La congiunzione finché (greco ἕως, èos) ha un significato temporale chiaro: indica un limite. Fino a quel momento, Giuseppe si astenne. Ma dopo quel momento, la situazione cambia.
D’altronde, va detto che nella cultura ebraica, ma anche in quella cristiana (non per nulla anche ai giorni nostri, il matrimonio cattolico non viene convalidato – si può richiedere alla Sacra Rota l’annullamento – nel caso l’atto sessuale non avvenga) il matrimonio è reso invalido se manca di quel rapporto fisico.
Infatti, lo stesso evangelista scrisse di Gesù come il “figlio di Giuseppe” e quindi sicuramente si erano sposati e Giuseppe divenne il padre putativo, ma non solo: l’evangelista Matteo scrive che Giuseppe finalmente “la prese con sé“, facendo comprendere come la coppia abbia avuto rapporti sessuali subito dopo la nascita (Matteo 1,25).
Viceversa i cattolici, vincolati dal dogma, hanno tentato in tutti i modi di svuotare questo “finché” del suo significato naturale. Hanno prodotto traduzioni alternative (come quella del Pontificio Istituto Biblico del 1961: «Senza che egli la conoscesse, ella partorì»), cancellando il “finché” e cambiando la struttura della frase.
Hanno addotto esempi biblici in cui il “finché” non implicherebbe un cambiamento, ma non esiste un solo esempio biblico in cui il “finché” non indichi un mutamento di situazione al termine del periodo indicato.
Dunque, anche secondo la Bibbia, Giuseppe e Maria ebbero normali rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Da quei rapporti nacquero gli altri figli e le altre figlie che i Vangeli chiamano «fratelli e sorelle» di Gesù (Mt 13,55-56).
La verginità perpetua di Maria è un’invenzione successiva, motivata da ragioni ascetiche e politiche, non scritturali.
11. Maria: da donna a dea
Ed ecco che così Maria tralascia quella condizione “umana” per diventare “divina“, dove secondo molti rimase vergine per tutta la vita, idealizzata come fosse una santa, ed ancora “Madre di Dio” per divenire soprannaturale e universale.
Già… ecco che improvvisamente il concetto di donna viene a cancellarsi. Tutto ciò che quell’immagine nella realtà rappresenta diventa distaccato, estraneo. Nessun concetto piacevole nella femminilità, nessun atto sessuale, nessun rapporto che avesse dato alla luce altri figli. Nessuna vita normale, quotidiana, come tutte le altre donne di quel periodo.
È stato tutto reciso. I suoi legami familiari, il suo compagno Giuseppe, i suoi genitori: tutto perde di significato. La sua concreta natura umana andò – a causa delle decisioni ecclesiastiche del tempo che andarono sempre più a modificarsi nei secoli avvenire – perduta. E lei finì per essere innalzata al cielo e pregata come fosse una dea.
12. Giuseppe: l’atto d’amore più silenzioso della storia
E ora parliamo di lui. Dell’uomo che, in tutta questa storia, ha avuto la parte più difficile e il riconoscimento minore.
Giuseppe scoprì che Maria era incinta. E sapeva di non essere il padre.
La Legge ebraica era chiara: una fidanzata adultera veniva lapidata (Deuteronomio 22,20-21). Giuseppe aveva tutto il diritto – e probabilmente il dovere sociale – di denunciarla. Invece, secondo il Vangelo di Matteo, decise di «ripudiarla in segreto». Un gesto di pietà. Un modo per salvarle la vita senza esporla al pubblico ludibrio.
Poi, ci è stato raccontato che… ebbe un sogno. Un angelo gli disse di prendere con sé Maria. E lui obbedì.
Al di là del racconto soprannaturale, c’è un dato storico: Giuseppe non la denunciò. E questo basta a fare di lui un uomo straordinario.
Pensate a cosa significò per lui. La sua reputazione distrutta. Tutti avrebbero pensato: «È stato lui a metterla incinta prima del tempo. O forse è un cornuto che alleva un figlio altrui». In un villaggio come Nazareth, dove tutti si conoscevano, questo fu certamente un peso enorme.
Eppure restò. Lavorò il legno. Crebbe il bambino. Gli insegnò il mestiere. Non pronunciò mai una parola di lamento, almeno nessuna che i Vangeli ci abbiano conservato.
Giuseppe è il grande assente delle narrazioni cristiane. Lo si ricorda il 19 marzo. Qualche festa, qualche statua e poi sparisce. Eppure senza di lui, Gesù sarebbe stato un bambino senza padre in una società che il padre lo pretendeva. O peggio: sarebbe stato un bambino morto, lapidato insieme alla madre.
Giuseppe non è un santo perché era casto o perché aveva un alone. Giuseppe è un uomo grande perché scelse l’amore invece della vergogna!
E forse, in questo racconto di silenzi e di pesi nascosti, lui è la figura più vicina a noi. L’uomo comune che fa la cosa giusta senza cercare applausi. Che protegge. Che resta. Che ama senza parole.
Ed allora in conclusione troviamo: una madre, un padre, un bambino
Sì… da questo primo capitolo (suddiviso in due parti) emergono già alcuni nodi decisivi del mio percorso:
1. Maria non fu una dea sospesa nell’incenso. Fu una ragazza rimasta incinta prima del matrimonio, in un contesto sociale che puniva severamente questa evenienza. La sua grandezza – se vogliamo chiamarla così – non sta in una biologia miracolosa, ma nell’aver affrontato la vita con coraggio, comunque andarono le cose.
2. Giuseppe fu l’uomo che, sapendo di non essere il padre, scelse di proteggere invece di condannare. Il suo è l’unico atto d’amore realmente gratuito di tutta questa storia.
3. Il romano (o l’uomo che fecondò Maria) resta anonimo. Forse Pantera, forse un altro. Ma la sua esistenza è necessaria: senza un corpo maschile, nessun ovulo si sarebbe mai sviluppato in un embrione.
4. La nascita verginale e l’Immacolata Concezione sono due dottrine distinte. La prima è antica, la seconda è un dogma del 1854.
5. La verginità perpetua è un dogma tardivo, costruito per ragioni ascetiche e politiche, privo di fondamento scritturale e scientifico.
6. Il “finché” di Matteo è chiaro: dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria furono una normale coppia di sposi.
Nei prossimi capitoli seguiremo questo bambino. Lo vedremo nascere (forse a Betlemme… chissà se poi era davvero Betlemme…). Lo vedremo crescere con il marchio di “illegittimo“. Lo vedremo studiare la Torah, allontanarsi, incontrare Giovanni Battista, scegliere dodici uomini, entrare in conflitto con il tempio.
Ma non dimentichiamo mai da dove viene: dal corpo di una donna e dalla scelta silenziosa di un uomo che accettò la vergogna.
Nessuna nuvola. Nessun angelo musicante. Solo carne, sangue, silenzi e un amore umano, fragilissimo, sufficiente.
Nicola, il tuo scritto mostra che l’errore non è segno di debolezza, ma di umanità: chi agisce sbaglia, chi non fa nulla si condanna da solo.
L’Islām insegna che “Ogni anima gusterà la morte, e sarete compensati pienamente nel Giorno del Giudizio per ciò che avrete fatto” (Corano 3:185) e anche che “Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi” (Corano 13:11).
Questo significa che il vero fallimento non è sbagliare, ma restare immobili. Il Profeta Muhammad (pace su di lui) disse: “Il credente forte è migliore e più amato da Allah del credente debole, pur essendo in entrambi del bene”. La logica è dura: la società applaude poco le vittorie e amplifica gli errori; l’emozione è chiara: perseverare con integrità è la vera vittoria.
Nicola, il Corano afferma anche: “Con la difficoltà viene la facilità” (Corano 94:5‑6), così anche il tuo invito a continuare a scrivere sulla lavagna della vita diventa dono e ogni errore è un gradino verso la saggezza: “In verità, con il ricordo di Allah i cuori trovano pace” (Corano 13:28). Così anche la critica ingiusta perde forza, perché la pace nasce dall’agire con sincerità e coraggio.
Nicola, il tuo scritto rivela che la vera dignità è osare: costruire con imperfezione e integrità, senza lasciarsi distruggere dalle risate di chi non ha mai rischiato. L’Islām ricorda che persino un errore sincero può essere eternità, perché in esso si riflette la verità divina che salva dall’ignavia e conduce alla pace.
Con affetto e comprensione, 🌺🌹
Júlia,
P.s. A volte, l’errore che sembra peso è anche lo specchio che esige fede e ogni specchio può essere tanto imperfezione, quanto eternità…
Cara Júlia, le tue parole mi hanno davvero riempito il cuore. Grazie quindi per aver ripreso il mio post e averlo arricchito con spunti così profondi, tratti dalla saggezza dell’Islām e dalle parole del Corano.
Quello che scrivi – che l’errore non è debolezza ma umanità, e che il vero fallimento è restare immobili – è un insegnamento potentissimo. Lo ripeto spesso, ma tu mi hai regalato uno sguardo nuovo sulla perseveranza, e mi hai ricordato che agire, anche in modo imperfetto, è già una forma di dignità e coraggio.
Le tue citazioni, in particolare “In verità, con il ricordo di Allah i cuori trovano pace” e “Con la difficoltà viene la facilità”, risuonano dentro di me come un incoraggiamento a continuare a scrivere sulla lavagna della vita, senza paura delle critiche.
Grazie infine per la tua sensibilità, per la tua comprensione e per aver trasformato le mie parole in un dialogo così bello e costruttivo.
Il 23 maggio 2026 si avvicina. Sabato saranno 34 anni dalla Strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli eroici uomini della sua scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Per chi ha deciso di dedicarsi alla lotta alla mafia è una data importante: rinnoviamo il nostro giuramento di fedeltà alla Causa e di impegno quotidiano contro il potere mafioso. Non solo commemorando i morti, ma soprattutto stando a fianco dei vivi. E per vivi intendiamo magistrati del calibro di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, vittima di delegittimazioni continue da parte dello stesso gruppo di potere che delegittimò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando erano in vita.
Gli anniversari, soprattutto il 23 maggio, sono occasione però soprattutto per le passerelle. Le indegne passerelle. Anzitutto di quei politici che nei restanti 364 giorni dell’anno se ne fregano della lotta alla mafia e non stanno facendo nulla per difendere la legislazione antimafia ispirata proprio dal dott. Falcone.
L’attuale governo, come i precedenti, non sta facendo nulla per aiutare i magistrati più esposti nella lotta alla mafia, mentre le ultime riforme indeboliscono enormemente l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata. Da anni c’è chi vuole ridurre l’antimafia a sfilate di moda infarcite di retorica, con un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi la pretende, viene scatenata la macchina del fango mediatica.
Contro il paese felice che odiava Falcone.
Quest’anno volevamo restare in silenzio, limitandoci a documentare. Perché crediamo che dopo 34 anni di parole ne siano state dette fin troppe e sarebbe anche ora di passare ai fatti. Ad esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Si trattava di floppy disk contenenti la verità del magistrato su quello che quotidianamente subiva. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi?
Sono tante le domande senza risposta. E che resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso, attribuendo la responsabilità della morte di Falcone e Borsellino solo alla mafia. Ma sappiamo che così non è.
Così come è bene ricordare, come abbiamo fatto noi sulla nostra voce enciclopedica, i nomi e i cognomi dei nemici di Falcone dentro allo Stato. Non li ricorda mai nessuno.
Il “paese felice“, così definì Giovanni Falcone l’Italia. Non era un elogio. Quel “paese felice” per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. Così come non ama chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere, come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri.
In un momento storico in cui 33 cronisti antimafia hanno scritto al Presidente della Repubblica e nei mesi scorsi si è tentato di “iscrivere” Giovanni Falcone per fini di parte, noi nel nostro piccolo pensiamo che il modo migliore per contrastare questa narrazione sia quella di dare voce a Falcone.
Come partecipare alla campagna social.
Per partecipare alla campagna non ci sono indicazioni particolari: vi chiediamo semplicemente di pubblicare sui vostri social le parole di Falcone, da lunedì 18 a sabato 23 maggio.
Date libero sfogo alla vostra creatività. Il senso deve essere chiaro: i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque.
Usate l’hashtag #eranosemi e taggate i nostri profili su Facebook, Instagram, TikTok.
Noi per facilitarvi il compito pubblicheremo in questi giorni una serie di post e video sui nostri canali social per farvelo conoscere, attraverso le sue parole e i racconti dei pochi amici che aveva, riprendendo anche dagli archivi delle nostre iniziative.
Abbiamo preparato anche dei cartelli A4 con un qr-code che rimanda alla voce enciclopedica di Falcone su WikiMafia che potete stampare, così da poter condividere le sue parole anche fisicamente nei luoghi che frequentate, dalle scuole ai posti di lavoro, fino a luoghi di cultura e di socialità.
Trovate le link sottoindicato oltre il file zip anche 8 pagine di citazioni di Falcone utili per partecipare alla campagna: https://www.wikimafia.it/23-maggio-2026/
loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,
loro le chiudono a pugno anche da svegli.
Noi cerchiamo una porta nella nebbia,
loro hanno già murato tutte le uscite.
Noi diciamo “forse”
loro rispondono “sempre”.
Eppure,
qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso
per esistere.
Qualcuno ha capito che
vivere senza un motivo
è l’unico modo per non dover uccidere
per restare fedeli a una causa.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…
Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere
anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.
Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana…
Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale.
Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto.
Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico.
Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta.
Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.
La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.
Sì… credo – senza volermi prendere meriti – che per la maggior parte delle persone che hanno avuto modo di conoscermi, io sia stato per loro una luce, certamente positiva, di crescita individuale e morale, ma non solo, di ricerca dei valori d’umanità e di correttezza. Certo, in molti avrebbero voluto avere (con me…) un finale diverso, ma ho sempre pensato che la vita non va mai inseguita, ma accettata per come viene, senza recriminazioni o pentimenti.
Ecco perché la mia vita scorre accanto a quelle di John Edwin, Tom, Lea, Saadphatan, Natalya, Syed, tutte persone che come dici tu, magari non incontreremo mai dal vivo, eppure eccole lì, presenti ogni giorno nei commenti, nelle letture incrociate, in quel “seguo i loro articoli quando il lavoro me lo permette” che è una delle frasi più autentiche che si possano scrivere.
Perché significa che la scrittura non è un lusso del tempo libero, ma una necessità che si ritaglia spazi persino nella stanchezza, e chi scrive, ad esempio come me, lo fa per passione, mai per ricevere un solo euro, sì… grazie a follower e/o pubblicità.
Difatti, leggendo il tuo commento posso confermare che hai pienamente ragione: non stiamo solo scrivendo, stiamo costruendo qualcosa che assomiglia a una piazza, ma senza muri, senza orari, senza l’obbligo di indossare una maschera. E “Medium” in questo è solo il palco, il vero spettacolo è altrove: è nella costanza di chi torna, nella gentilezza di chi risponde, nella curiosità di chi legge qualcuno che vive dall’altra parte del mondo e scopre che il mondo, in fondo, non è poi così largo.
Quindi grazie a te, Giuseppe. Non solo per la menzione, che pure mi ha fatto un piacere enorme, ma per aver ricordato a tutti noi che il valore più grande, alla fine, non è quanto si scrive, ma quante connessioni si riescono ad accendere. E tu, senza fare rumore, ne hai accese tante.
Ecco perché stasera ho scritto questo post che troverai pubblicato nel mio blog domattina: perché volevo dirtelo sin da ora, mentre l’emozione è ancora fresca: È bello potermi definire anch’io un tuo lettore, ed è ancor più bello poterti chiamare amico…
Thank You
Oggi non parlerò di finanza o opportunità di investimento.
Oggi voglio solo ringraziare i miei lettori.
A coloro che, dopo aver letto i miei articoli, si fermano a scambiare idee, commentare e partecipare alla discussione. Sono felice, perché non mi aspettavo tanta interazione con gli altri. Non sono una persona molto socievole, ma sta succedendo qualcosa di bello.
La cosa più bella è che stanno nascendo delle vere amicizie.
Con persone vicine, come Nicola Costanzo, che scrive delle diverse problematiche che affliggono il nostro Paese, l’Italia, e in particolare la nostra regione, la Sicilia. Una voce chiara, autentica e soprattutto che si distingue dalla massa. Nutro profondo rispetto per il coraggio che dimostra nel rappresentare tutto ciò, sempre con eleganza e spirito critico costruttivo.
Ma è ancora più bello stringere amicizie e scambiare idee con persone di altri paesi: John Edwin, Tom, Lea, Saadphatan, Natalya, Syed e molti altri, non meno importanti. Non li elenco tutti per evitare che questo articolo diventi un lungo elenco.
Li seguo ogni volta che il lavoro me lo permette, leggo i loro articoli e condivido con loro i miei pensieri. E questo è il valore più grande di tutti.
Un enorme grazie a tutti voi.
E grazie anche a Medium, che mi dà l’opportunità di esprimermi in modo spontaneo e di conoscere tante persone con le loro idee e i loro articoli.
Perché in fin dei conti non stiamo solo scrivendo.
Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.
Non lo sono mai stata.
La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.
Non so mai bene come rispondere.
Perché per me, non è mai sembrata una scelta.
La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.
È lì che mi sento al sicuro. Protetta.
Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.
Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.
Quanto sono generosa con loro.
Come esprimo calore.
Come vedo il mondo.
Allora perché dovrei nasconderlo?
Soprattutto ora.
Quando ci sono ancora così tanti malintesi.
Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.
Di chi siano gli arabi.
Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.
Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.
Quell’inversione non è accidentale.
E il silenzio non ci protegge.
Ci cancella.
Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.
Una donna musulmana.
Una donna araba.
Con la storia alle spalle.
Valori che non si muoveranno mai.
P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.
Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:
Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella! Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro.
Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.
Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.
In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.
Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.
E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.
Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?
Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:
– Lasciare sole le vittime.
– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.
La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.
Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.
Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!
Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.
Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.
Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.
Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!
in questi giorni in cui il fragore delle armi sembra voler scavare un solco sempre più profondo tra popoli e credenze, mi ritrovo a pensare a quanto sia fragile – eppur necessaria – l’idea che ci unisce: quella di essere umani prima di ogni altra appartenenza.
Non vi è dogma, né rito, né tradizione che possa cancellare questa verità semplice come l’aria che respiriamo, eppure, proprio quando il mondo sembra voler dimenticarlo, sono i racconti – quelli che nascono tra le pagine dei romanzi e non tra le pagine dei trattati – a ricordarci che ogni fede è un filo intrecciato a un altro, un capitolo che non si conclude mai, ma si trasforma, si rinnova, si lega a ciò che verrà.
Prendo spunto da un paragrafo del romanzo “La mano di Fatima“, di Ildefonso Falcones, quando Hernando, con voce calma ma carica di un peso antico, legge a Aisha le parole del Vangelo di Barnaba, le stesse che oggi suonano come un’eco lontana, eppure così vicina:
«In quel tempo, Gesù disse: “Io sono una voce che grida nel deserto: preparate la via al messaggero del Signore, come disse Isaia. In verità vi dico: ogni profeta che è stato ha parlato di me; ma io vi dico che ogni profeta ha parlato del messaggero di Dio, del quale io sono precursore”. E i sommi sacerdoti gli chiesero: “Come si chiamerà questo messaggero?” E Gesù rispose: “Il suo nome è Ahmad”.»
Gesù che parla di sé non come fine, ma come inizio; non come ultima parola, ma come voce che indica una strada. «Il suo nome è Ahmad», dice, e quel nome – che significa “il Lodato” – diventa all’improvviso un ponte tra mondi che crediamo separati.
Non c’è trionfo qui, né rivalsa, solo una continuità silenziosa, come il fluire di un fiume che non si ferma mai, anche quando il suo corso sembra scomparire tra le rocce. Aisha ascolta, e nel suo silenzio c’è tutta la meraviglia di chi scopre che ciò che credeva immutabile è invece parte di un disegno più ampio, tessuto con pazienza attraverso secoli di incontri e di sguardi incrociati.
E poi continuando c’è quel passo sulla croce:
«Allora Giuda, il traditore, condusse i soldati nel luogo dove Gesù era solito pregare. Ma Dio, vedendo il pericolo del suo servo, ordinò a Gabriele, Michele, Raffaele e Uriel di portarlo via dal mondo. I santi angeli presero Gesù e lo portarono fuori dalla finestra della casa e lo condussero nel terzo cielo.
Giuda entrò per primo dalla finestra, e subito Dio operò un prodigio: la voce e il volto di Giuda divennero così simili a quelli di Gesù che tutti lo scambiarono per lui. I soldati lo presero, lo legarono e lo condussero a Pilato.
Così Giuda fu crocifisso al posto di Gesù».
Una scena questa, che ribalta ogni certezza: non Gesù, ma Giuda a portare il peso di un errore che non era suo. Non un Dio che muore, ma un profeta salvato da un Dio che non abbandona i suoi. Hernando spiega, e Aisha domanda, e insieme costruiscono un dialogo che non è mai una disputa, ma una ricerca.
Perché in fondo, non è forse questo il cuore di ogni religione? Non pretendere di possedere la verità, ma cercarla insieme, con le mani tese e gli occhi aperti? Quei versi, che il romanzo presenta come frammenti di un vangelo dimenticato, non sono qui per scuotere le fondamenta di una fede piuttosto che di un’altra, sono viceversa uno specchio in cui riconoscere l’umanità comune che si cela dietro ogni preghiera, ogni rito, ogni silenzio.
Mi chiedo spesso come sarebbe il mondo se imparassimo a leggere le nostre storie non come muri, ma come sentieri che si incrociano. Se capissimo che ogni profeta, ogni messaggero, ogni voce che grida nel deserto non è un confine, ma un invito. Che la croce, la preghiera rivolta a Mecca o il cuore verso Sion, non sono gesti opposti, ma silenzi della meditazione, modi diversi di inginocchiarsi davanti allo stesso mistero.
Bisogna superare le barriere, non c’è più spazio per il giudizio, né per la superiorità di una verità sull’altra, c’è solo il bisogno urgente di ricordare che, quando le armi parlano troppo forte, sono le storie come queste a sussurrarci che non siamo soli, che non siamo divisi.
Proprio in questo momento, mentre il Medio Oriente brucia e le parole si trasformano in proiettili, tornare a quei passi del romanzo non è una fuga, ma un atto di resistenza. Sì… resistenza contro l’idea che le fedi siano nemiche, contro la menzogna che i popoli debbano scegliere tra essere fedeli a se stessi o rispettare l’altro.
Hernando e Aisha, con i loro dialoghi notturni, ci mostrano che la verità non è mai prigioniera di un solo libro, di un solo nome: È un fiume che scorre da millenni, e ognuno di noi ne beve un sorso, convinto a volte di averne l’intero possesso, dimenticando che l’acqua è sempre la stessa.
E allora, forse, il modo migliore per onorare ogni credenza è smettere di chiederci chi ha ragione e chi torto, e cominciare a chiederci come possiamo camminare insieme.
Perché alla fine, che si chiami Gesù, Ahmad o semplicemente fratello, la voce che grida nel deserto è sempre la stessa: quella che ci ricorda che siamo umani, prima di ogni altra cosa.
Mi capita ormai la sera di sfogliare distrattamente le testate locali o di fermarmi un secondo in più davanti ai titoli dei tg regionali, ma ogni volta provo una sensazione amara, come se guardassi un film già visto, recitato da comparse che hanno dimenticato la sceneggiatura originale.
In Sicilia, e soprattutto a Catania, ho la netta impressione che sia sparita del tutto una certa informazione.
Non parlo della cronaca, quella c’è sempre: nera e, talvolta, sanguinaria.
Parlo di quell’altra informazione. Quella che un tempo aveva il coraggio di fare nomi e cognomi, di denunciare il radicamento profondo di “Cosa Nostra” in ogni ingranaggio vitale di questa terra.
Dov’è finita la voce che gridava contro le connivenze tra imprenditoria e politica? Quella che puntava il dito contro i “colletti bianchi“, signori dall’aspetto rispettabile che siedono nei consigli di amministrazione mentre decidono le sorti di interi settori economici?
Perché la vera mafia, quella più pericolosa, non è soltanto quella dei mafiosi affiliati. Quella è la manovalanza, il “braccio armato“.
La testa pensante, il vero potere, risiede altrove: sta nei saloni dei banchieri, negli uffici dei governanti, in quelle stanze dove si intrecciano affari e politica. Dove si decide che una terra può continuare a essere gestita come un feudo personale, purché tutto resti, in superficie, calmo e operoso.
Il giornalismo che vedo oggi mi trasmette una sensazione di profonda rassegnazione. È paura? O è convenienza?
Forse gli editori hanno capito che il silenzio garantisce benefici più concreti di una battaglia persa in partenza. Benefici economici, ma anche personali: un posto al sole e una quieta esistenza senza nemici.
Ma si dimentica una cosa fondamentale: senza un giornalismo serio e coraggioso, si toglie ossigeno al futuro e si lasciano i nostri giovani in un deserto di verità addomesticate.
Dov’è finito quel giornalismo? E i suoi coraggiosi giornalisti?
Io credo che a Catania non esistano più piattaforme veramente indipendenti. Esistono voci isolate, soffocate, che non hanno la forza di penetrare il muro di gomma di un sistema informativo ormai omologato. Un sistema in cui i grandi gruppi editoriali sono nelle mani di pochi potenti che decidono quali notizie debbano arrivare ai cittadini.
Perché è così che si uccide la verità oggi!
Non con un colpo di pistola, ma con il silenzio assordante di chi, potendo parlare, sceglie di tacere. Si uccide sommergendola sotto un mare di informazioni inutili.
E alla fine, il cittadino comune si ritrova solo. Con l’amara consapevolezza che chi dovrebbe fare luce preferisce restare al buio. E in questo buio, i veri padroni della terra continuano a danzare indisturbati.
E voi ditemi: cosa ne pensate?
Credete che vi sia ancora spazio per una voce libera? Oppure pensate che alla maggior parte dei miei conterranei non interessi più cosa accade attorno a loro, avendo ormai accettato questa condizione in maniera rassegnata?
Quella donna, i capelli al vento, che accende una sigaretta con la fiamma che consuma la foto dell’ayatollah Khamenei, è il manifesto di questa nuova fase.
È un gesto di una potenza disarmante, che brucia contemporaneamente i due pilastri del regime: l’autorità politica e religiosa del leader supremo e le regole patriarcali che controllano i corpi delle donne, simboleggiate dal divieto sociale del fumo femminile e dall’hijab obbligatorio.
Questo non è più solo lo scontento per il carovita o una protesta di piazza. È una sfida esistenziale, personale, replicabile all’infinito.
Dopo che le grandi manifestazioni sono state represse nel sangue, la resistenza iraniana non si è spenta. Si è evoluta, è diventata molecolare, simbolica, e per questo forse più pericolosa per chi vuole imporre il silenzio.
Eppure, dietro a questa immagine virale c’è il peso spaventoso della storia recente. Bruciare l’effigie del leader in Iran non è una bravata. È un reato gravissimo, per cui si può morire. Lo sappiamo perché pochi mesi fa, nel novembre 2025, un giovane di nome Omid Sarlak fece un gesto simile. Poche ore dopo, il suo corpo fu ritrovato in auto, ucciso da un colpo alla testa.
Queste donne che oggi accendono la sigaretta con quel fuoco conoscono perfettamente il rischio. E lo scelgono ugualmente. Il loro gesto è l’ultimo anello di una catena di disobbedienza iniziata con Mahsa Amini: togliere il velo nelle università, cantare slogan nelle scuole, fino ad atti estremi di protesta. È il “passo ulteriore” dopo aver tagliato i capelli e bruciato l’hijab. È la risposta definitiva a quarantasei anni di oppressione codificata in un’azione semplice e infinitamente replicabile.
Mentre questa fiamma personale si diffonde, le grandi narrazioni geopolitiche continuano a rimbombare. Trump twitta il suo sostegno, Khamenei evoca sabotatori e cospirazioni straniere, si parla di piani per un cambio di regime. Ma quell’immagine ci dice che la vera rivoluzione, quella che può avere un futuro, non segue i copioni scritti a Washington…
Sta nella calma determinazione di quella donna, nella sua scelta di usare il fuoco dell’autoritarismo per accendere un simbolo di autonomia. Il regime, spaventato da una sfida che non può controllare con le pallottole, reagisce con una repressione ancor più feroce, definendo i manifestanti “nemici di Dio” e minacciando la pena di morte, mentre i raid negli ospedali per sequestrare i feriti diventano una pratica raccontata dai pochi testimoni che riescono a far filtrare la voce.
Perché come avevo scritto alcuni mesi fa: il cambiamento, quello vero, viene da dentro. E dopo quarantasei anni, finalmente, quel “dentro” ha trovato il coraggio di mostrarsi a viso scoperto e di dare fuoco alle proprie prigioni. È un popolo intero che non chiede più il permesso di esistere. Il sostegno internazionale, se vorrà essere utile, dovrà capire questo: non si tratta di dirigere o di armare una ribellione.
Si tratta di ascoltare il grido di quelle donne, di non distogliere lo sguardo di fronte alla loro repressione, e di lavorare per un obiettivo concreto: creare le condizioni affinché tutti coloro che, per mezzo secolo, hanno ordinato e compiuto le violenze che ben conosciamo, possano un giorno risponderne di fronte alla giustizia. Questo sì, sarebbe un aiuto reale. Tutto il resto, ogni dichiarazione strumentale o calcolo di potenza, è solo rumore che rischia di offuscare il suono puro e rivoluzionario di una libertà che, finalmente, si è accesa da sola.
Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.
Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.
Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.
Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.
Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.
Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!
Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.
Ho ascoltato alcuni giorni fa un video dell’Imam Al Mannar, sì… mentre stavo facendo colazione, con la luce dell’alba che iniziava a filtrare tra le persiane di casa.
Non era programmato, mi è comparso così, già… come capita ormai a tanti tra voi, mentre scorriamo un video su Tik Tok, eppure quel messaggio, quelle parole mi hanno colpito, non per la forza del tono, anzi era pacato, quasi sussurrato, ma esplicitamente chiaro: una chiarezza che non accusa, non assolve, ma chiama.
E poi, di lì a poco, ecco giungere dal Libano le parole di Papa Leone XIV che – in un qualche modo – hanno fatto eco all’Imam, come se due voci così distanti e in contesti diversi, stessero leggendo dalla stessa pagina, quella dove si parla non di nemici da sconfiggere, ma di cuori da disarmare.
Da quanto sopra è nata stasera questa mia riflessione: non un trattato, non una presa di posizione, ma solo un tentativo di mettere in fila pensieri che, da troppo tempo bussano alla porta, sì… senza chiedere permesso.
Perché c’è un momento, in cui il pensiero vacilla, non per cattiveria, ma per abitudine, sì… l’abitudine a lasciar parlare prima la paura che la ragione, un fatto di cronaca che influenza negativamente, ed è in quel momento che nasce spontanea la domanda: l’italiano è razzista?
Non è una provocazione, è il grido di chi si sente guardato con diffidenza, non per ciò che ha fatto, ma per ciò che altri hanno fatto al posto suo. E l’Imam Al Mannar, nel suo video – https://www.tiktok.com/@al.manar.official/video/7560042529333333270?_r=1&_t=ZN-91lsSvBtDT4 – non elude la domanda, non la avvolge in formule diplomatiche, né scarica la colpa su chi ora viene visto come un nemico, ma risponde con una lucidità disarmante: non cercate la causa della discriminazione negli italiani, ma guardate prima tra voi. Sembra di riascoltare la frase pronunciata da Gesù, tratta dal Vangelo di Giovanni: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Non per giustificare il pregiudizio, ma per riconoscere una verità scomoda: che la dignità di una fede, di una comunità, di un popolo, non si difende con le lamentele, ma con l’esemplarità quotidiana, perché quando qualcuno, pur dicendosi musulmano, cristiano, ebreo, cittadino del mondo, si comporta con arroganza, menzogna o violenza, non sta solo tradendo se stesso, ma tutta l’intera comunità che rappresenta.
E allora viene spontaneo chiedersi: ma davvero è così difficile capire che l’integrazione non comincia con la richiesta di essere accolti, ma con la scelta di meritare l’accoglienza?Che non basta dire io sono per bene se intorno a noi qualcuno, con lo stesso nome, lo stesso libro sacro, lo stesso volto, agisce in modo da rendere sospetto quel nome, quel libro, quel volto?
La coerenza non è un lusso spirituale, è una responsabilità civile. Essere puntuali, lavorare onestamente, rispettare le regole sociali, pagare gli affitti, non occupare gli spazi comuni con prepotenza e soprattutto non vendere stupefacenti, non far parte della criminalità organizzata, non imporre la propria voce quando si discute, salutare sempre chi ci abita accanto, questi non sono gesti secondari: sono i mattoni invisibili di una fiducia che, una volta spezzata, non si ricompone con discorsi, ma solo con anni di pazienza e di condotta irreprensibile.
Eppure, quanti silenzi compiacenti coprono chi offende la convivenza in nome di un’appartenenza che non merita? Quante volte preferiamo difendere un’apparenza piuttosto che un principio?
Ed è proprio da qui – da questa presa di coscienza personale – che risuona altrettanto forte l’appello di questi giorni di Papa Leone XIV rivolto al Libano, ma che va ben oltre i confini di una terra: “Tutti devono unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori”. Non parla di trattati, non invoca sanzioni—parla di un gesto interiore, radicale: disarmare. Deporre le armi nascoste—quelle del sospetto sistematico, della chiusura etnica, dell’identità costruita per esclusione. E aggiunge: “facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco”. Non basta convivere—bisogna incontrarsi, cioè riconoscere nell’altro non una minaccia da contenere, ma una persona da ascoltare, anche quando la sua preghiera ha parole diverse dalle nostre. Perché la vera fede non teme il confronto—al contrario, lo cerca, sapendo che la verità non si possiede, si condivide.
E allora ecco ricordare il sogno di Isaia – il lupo con l’agnello, il leopardo accanto al capretto, smette di essere una metafora lontana per diventare un invito concreto: non perché gli animali perdano la loro natura, ma perché scelgano, ogni giorno, di non usarla per distruggere. Il lupo ha fame, sì… ma decide di non mangiare. Il leopardo è forte, sì… ma usa la forza per proteggere, non per dominare. Così siamo noi: capaci di chiusura, certo…ma anche capaci di aprirci, se qualcuno ci mostra che la porta non è sigillata.
E quando un giovane, in Italia o in Libano, in un quartiere o in un campo profughi, chiede: perché mi guardano con diffidenza? La risposta più onesta non è loro hanno torto, ma noi dobbiamo fare di più. Perché la pace non è l’assenza di guerra, è la presenza ostinata della giustizia, della coerenza, del rispetto vissuto fino all’ultimo dettaglio.
Allora forse la vera rivoluzione non è gridare contro l’ingiustizia, è vivere in modo tale che l’ingiustizia non trovi appigli. È sapere che, ogni volta che scegliamo di essere onesti anche quando nessuno ci vede, precisi anche quando non serve, gentili anche quando siamo stanchi, non stiamo solo facendo il nostro dovere, stiamo disinnescando una bomba, una parola d’odio, un gesto di esclusione.
Ed è proprio in quel momento, senza fanfare, senza telecamere, senza likes, stiamo costruendo quel Libano possibile, quella città possibile, quel mondo possibile, dove tutti, finalmente, possano riconoscersi non come nemici da tollerare, ma come fratelli da custodire.
Trovate la pagina dell’Immam Al Manar (con un’interessante didascalia: aiutateci a far vedere il vero islam) al seguente link: al.manar.official
Ci sono storie che meritano di essere raccontate non solo per i fatti in sé, ma per la luce che gettano su ciò che conta davvero. Penso a quanto l’onestà possa sembrare, a volte, una strada in salita, un principio scomodo che mette alla prova il carattere di una persona.
Eppure, oggi voglio parlare di quando l’onestà paga, non in moneta sonante, ma in qualcosa di infinitamente più prezioso: la dignità.
Tutto prende forma nella notte del 17 agosto, in una stanza d’albergo, alla vigilia di una partita di calcio giovanile.
Un giovane arbitro, Stefano Milone, si trova di fronte a una scelta che ne avrebbe messo alla prova l’anima più che la competenza.
Due persone gli si presentano con un’offerta chiara e indecente: tremila euro per piegare il corso del gioco a un risultato prestabilito. È in quel preciso istante, in quel silenzio carico di implicazioni, che il mondo sembra fermarsi in attesa della sua risposta.
E la risposta di Stefano Milone arriva, netta e senza esitazione. È un no. Un rifiuto che non rimane confinato tra quelle quattro mura, ma che diventa subito denuncia, parola data al designatore, primo mattone di un’indagine che avrebbe svelato un sistema corrotto che minava le fondamenta dello sport più amato. Quel “NO” non è stato solo un gesto di rifiuto, è stato un atto di costruzione, la prova che una sola persona, con il suo coraggio, può diventare un argine.
Quel gesto di straordinaria lealtà ha avuto una risonanza che va ben oltre l’episodio di cronaca. Nelle scorse ore, a Roma, Stefano Milone è stato premiato con il riconoscimento “Rispetto e Legalità”, un tributo a chi dimostra che lo sport può e deve essere ancora una scuola di valori. La sua sezione, l’AIA di Reggio Calabria, ha espresso un orgoglio che va oltre l’appartenenza associativa, toccando il cuore di una comunità che ha ritrovato in lui un esempio di purezza morale.
Questa vicenda ci ricorda che la tentazione del silenzio è spesso più comoda, più facile da digerire. Ma ci mostra anche, con limpida chiarezza, che quando una persona sceglie di essere incorruttibile, alla fine non ha che da guadagnarne. Non in denaro, certo, ma in stima, in rispetto, in quella certezza interiore che è la sola vittoria che nessuno potrà mai contestare.
Il suo nome, Stefano Milone, brilla oggi come un promemoria necessario: la vera vittoria non è quella segnata sul tabellino, ma quella che si conquista ogni giorno difendendo i propri valori, senza sconti e senza compromessi.
Talvolta le parole appaiono consumate, quasi svuotate del loro significato più profondo, eppure alcune conservano un potere antico, una risonanza che scuote l’anima. RESISTERE! È questa la parola che scelgo, che abbiamo scelto, come un faro nell’oscurità di un presente spesso sconcertante.
Non è un titolo, ma è il battito del cuore di tutti coloro che avvertono un profondo malessere, un disagio viscerale verso uno stato di cose che non ci rappresenta più, e che anelano a un cambiamento non più rimandabile, un cambiamento definitivo.
Mi torna in mente l’immagine della mia pagina di Facebook – https://www.facebook.com/resistworld – e quella citazione attribuita a Malcolm X che sembra scavata nella pietra della nostra contemporaneità: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».
Queste parole non sono un semplice monito, sono una lente di ingrandimento gettata sul meccanismo più subdolo dei nostri tempi, quello che ci porterebbe, quasi senza accorgercene, a sostenere per il carnefice mentre guardiamo con sospetto la vittima, un ribaltamento della realtà che intorpidisce le coscienze e spegne la volontà.
E proprio oggi, l’associazione LIBERA, a cui ho l’onore di appartenere, ci ricorda con parole chiare e dolorose perché quella vigilanza sia più cruciale che mai. Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali e barbare, atti vigliacchi concepiti per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto la propria bandiera. È un colpo che ci ferisce tutti, che ci riporta a pagine buie che credevamo di aver voltato, e invece no, ci siamo ancora in mezzo, e questo ci grida che non possiamo più permetterci di essere spettatori.
C’è un mondo che resiste, sì… un mondo fatto di persone comuni, di cittadini che, in silenzio o a gran voce, hanno compiuto la scelta più importante: hanno deciso da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte quando passa l’ingiustizia, di chi crede nella verità anche quando è scomoda, di chi ha il coraggio di mettere in discussione il potere e di fare domande che bruciano. È fatto di chi difende i diritti di tutti, anche dei più invisibili, di chi non si rassegna ma costruisce alternative concrete, di chi si ostina a credere nel bene nonostante tutto, di chi agisce con la ferma determinazione di non lasciare indietro nessuno.
Ecco perché mi permetto in questo post di riportarvi la nota pubblicata in questi giorni dall’associazione LIBERA: Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto il proprio lavoro. Un atto barbaro e vigliacco che ci riporta indietro nel tempo, ma che ci ricorda quanto sia ancora necessario prendere parte. E Resistere! C’è un mondo che resiste. Un mondo fatto di persone comuni, cittadine e cittadini che hanno scelto da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte, di chi crede nella verità, di chi mette in discussione il potere, di chi fa domande scomode, di chi difende i diritti, di chi costruisce alternative, di chi si ostina, di chi non lascia indietro nessuno, di chi agisce, di chi non si rassegna alle ingiustizie. Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta. Adesso tocca a te!
Sì… noi tutti, in LIBERA, quella scelta l’abbiamo fatta da tempo, piantando i nostri piedi sul terreno della legalità e della giustizia sociale. Ma una scelta, da sola, non basta. Deve diventare un coro, un movimento, un’onda che non si può più fermare. E allora consentitemi di rivolgervi una domanda, semplice e diretta, che bussa alla porta della vostra coscienza: e tu? La tua scelta qual è? Perché il tempo di sperare che qualcun altro sistemi le cose è finito, è scaduto. È giunto il momento, il tuo momento, di fare la tua parte. Il futuro non aspetta, e la storia ci guarda.
C’è una specie di uomo (e di donna) che esiste solo in branco. Non sa stare da solo, non sa parlare se non urlando, non sa guardare negli occhi se non per sfidare chi già trema. Si sente forte solo quando qualcun altro è piegato, ride solo quando sente il silenzio di chi ha smesso di ribellarsi, si gonfia di coraggio solo quando il terreno è già stato spianato dalla paura altrui.
Sono quelli che definiscono “bulli“, ma forse sarebbe più onesto chiamarli per quello che sono: individui meschini, incapaci di rispetto, affamati di potere che non sanno conquistare se non rubandolo a chi non ha la forza di difenderlo. Non combattono, non discutono, non si misurano: aggrediscono. E lo fanno sempre da dietro un muro di compari, perché da soli non reggerebbero neppure il peso del proprio vuoto.
Il sottoscritto viceversa “il nemico lo combatte quando è vivo e non quando è morto. Lo combatte quando è in piedi e non quando giace per terra”.
Già… non è un grido di battaglia, non è l’inno di chi cerca lo scontro per il piacere di distruggere. È qualcosa di più profondo, un principio che parla di onore – non quello delle apparenze, delle pose, delle urla nel vuoto – ma quello che nasce dal coraggio di guardare negli occhi chi ti sta di fronte, senza nascondersi dietro il branco, senza doverlo fare esclusivamente per compiacere il bullo o per non finire come quell’altro, già sottomesso al branco e ahimè pronto a cadere per venir calpestato.
Sì… faccio sempre l’esatto contrario di ciò che farebbe il bullo: quest’ultimo infatti non sceglie mai un avversario in piedi, perché sa che non vincerebbe. Preferisce quindi un bersaglio immobile, un’anima già ferita, un corpo che non reagisce più. E in quel gesto non c’è forza, c’è solo la confessione di una debolezza disperata.
Combattere un nemico quando è in piedi significa riconoscerne il valore, la dignità di avversario. È nello scontro frontale, quando entrambi sono all’apice delle forze, che si misura veramente se stessi. È in quel confronto che le proprie idee vengono messe alla prova, affilate, e a volte persino cambiate.
Sconfiggere qualcuno che non può più reagire, che è già sconfitto dalla vita o dalle circostanze, non è una vittoria, è solo l’ombra di un atto, l’ennesimo gesto che non lascia nulla se non il vuoto. Eppure, quanti sono quelli che scelgono proprio quel vuoto? Quelli che ridono solo quando qualcun altro trema, che parlano solo quando l’altro tace, che si sentono grandi solo accanto a chi è stato ridotto a niente? Non sanno che la vera grandezza non si costruisce sulle spalle di chi cade, ma sul coraggio di restare in piedi anche quando il vento soffia forte.
C’è una motivazione etica in questo, un rispetto quasi tragico per la figura dell’altro. Perché se il nemico è degno del tuo odio, della tua opposizione totale, allora deve essere degno anche di tutto il tuo rispetto in quanto forza contraria.
Abbatterlo quando è già a terra non è solo vigliaccheria, è un tradimento della ragione stessa per cui hai deciso di combattere. È ammettere di aver paura non della sua forza, ma della sua stessa esistenza, e di voler cancellare non la sua minaccia, ma la sua memoria.
Ed è qui che si nasconde il bullo: non nell’atto violento in sé, ma nella sua incapacità di esistere senza umiliare, senza sminuire, senza trascinare qualcun altro nel fango per sentirsi pulito. Non ha idee da difendere, non ha valori da affermare – ha solo il bisogno disperato di sentirsi qualcuno, anche a costo di far sentire nessuno chi gli sta di fronte.
E poi c’è una motivazione che riguarda noi stessi, la nostra integrità. Che uomo o donna, diventiamo se ci abituiamo a colpire solo chi è incapace di rialzarsi? La nostra forza si trasforma in bullismo, la nostra convinzione in fanatismo. Perdiamo la capacità di vedere il confine tra giustizia e crudeltà.
Combattere un nemico in piedi è un atto che nobilita entrambi, perché costringe alla chiarezza, al coraggio, a guardarsi negli occhi e ad accettare le conseguenze delle proprie azioni. Chi invece ha bisogno del branco per sentirsi qualcuno, chi ride solo quando qualcun altro piange, non sta combattendo: sta nascondendo. Nasconde la propria fragilità dietro la maschera della prepotenza, e la sua vittoria è sempre amara, perché sa che non è mai stata reale.
La forze sta nel sapere contraddire senza aggredire, di sapersi opporre ad ogni idea contraria alla nostra in maniera educata, discutendo, argomentando, mettendo in gioco la propria intelligenza. Non si deve attaccare, marginalizzare, deridere o obbligare al silenzio gli altri con la forza. Perché è nel confronto con ciò che ci sfida che si cresce, è solo affrontando avversari in piedi che possiamo, un giorno, costruire qualcosa di solido sulle ceneri di uno scontro leale.
Il vero coraggio non è mai nel calpestare chi è già caduto, ma nel riconoscere che anche chi ci sta di fronte merita di stare in piedi, perché solo allora sapremo davvero cosa significhi stare in piedi noi stessi.
Il Comitato norvegese ha scelto di accendere i riflettori su una donna che, dall’oscurità in cui è costretta a vivere, mantiene viva la fiamma della democrazia. María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, un riconoscimento al suo instancabile lavoro per una transizione giusta e pacifica, dalla dittatura alla democrazia in Venezuela.
Il Comitato ha sottolineato come Machado sia stata una figura chiave nell’unire una opposizione un tempo profondamente divisa, non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società e è stata ferma nel sostenere una transizione pacifica, dimostrando che gli strumenti della democrazia sono anche gli strumenti della pace .
In un momento in cui la democrazia è minacciata a livello globale, il suo coraggio civile è presentato come un esempio straordinario e un faro di speranza .
La stessa Machado, reagendo alla notizia, ha definito il premio un impulso per la libertà del Venezuela e, in un gesto che ha colto molti di sorpresa, ha dedicato il riconoscimento non solo al suo popolo sofferente, ma anche al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il suo decisivo supporto alla loro causa.
Questa dedica è arrivata nonostante le aspettative del presidente americano, che da tempo ritiene di meritare l’ambito premio. Poche ore prima dell’annuncio, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, aveva duramente attaccato il Comitato Nobel, affermando che, snobbando Trump, aveva “dimostrato di mettere la politica al di sopra della pace”. Trump ha ripetutamente sostenuto di aver posto fine a diverse guerre durante il suo mandato, includendo di recente anche un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha definito come l’ottavo conflitto risolto .
Tuttavia, questa autoproclamata immagine di “Presidente della Pace” si scontra con una realtà più complessa e con le critiche di molti osservatori. La sua azione in Medio Oriente, in particolare, viene vista da alcuni non come il frutto di una diplomazia lungimirante, ma come un intervento arrivato tardivamente, dopo aver permesso che Israele riducesse la Striscia di Gaza in macerie e causasse una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili.
Difatti, solo dopo questa distruzione, Trump si è impegnato per uno scambio di ostaggi e la liberazione di militanti palestinesi dalle carceri israeliane, un’azione che, sebbene importante, appare a molti come un tentativo di mettere una toppa dopo aver osservato passivamente il disastro. Altri conflitti che Trump cita tra i suoi successi, come quelli tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo o tra Armenia e Azerbaigian, sono visti dalla comunità internazionale come processi ancora fragili e certamente lontani da una risoluzione definitiva .
L’ossessione di Trump per il Nobel sta diventando un elemento sempre più evidente e influente nella sua politica estera, al punto che leader stranieri stanno imparando a sfruttare questa sua vanità per i loro fini. Come riporta Foreign Policy, paesi come il Pakistan hanno pubblicamente sostenuto la sua candidatura per il 2026, un gesto che ha favorito un riavvicinamento con Washington.
Questo desiderio di riconoscimento lo spinge a cercare nuove opportunità come pacificatore in teatri complessi, a volte rischiando di privilegiare annunci eclatanti rispetto a soluzioni sostanziali e durature.
Il Comitato Nobel, da parte sua, ha scelto di premiare non il potere di un presidente, ma la resistenza pacifica di un’attivista che, anche vivendo in clandestinità per paura di essere arrestata, continua a lottare per i principi democratici del suo paese.
E difatti, in questo contrasto tra la ricerca di gloria personale e una dedizione silenziosa e pericolosa ad una causa, il Comitato ha indicato chiaramente dove risieda, quest’anno, il vero spirito della pace e cioè, in Venezuela
Non sono certo che quanto raccontato sia realmente accaduto e sospetto che questa storiella su Einstein che ho trovato nel web, possa essere una di quelle notizie create per aumentare lo share…
Tuttavia, leggendola, ho pensato a lungo a quanto sia profondamente vero quanto descritto, perché rappresenta perfettamente il mondo in cui viviamo oggi e soprattutto la stupida semplicità di molti suoi interpreti.
Ed allora eccovi riportata la nota: Un giorno Albert Einstein scrisse sulla lavagna: 9 x 1 = 9, 9 x 2 = 18, 9 x 3 = 27, 9 x 4 = 36, 9 x 5 = 45, 9 x 6 = 54, 9 x 7 = 63, 9 x 8 = 72, 9 x 9 = 81, 9 x 10 = 91. Nella sala scoppiò il caos perché tutti videro l’errore e iniziarono a prenderlo in giro. Lui aspettò che tutti tacessero e disse: “Anche se ho risolto correttamente nove problemi, nessuno mi ha applaudito. Ma quando ho fatto un errore, tutti hanno iniziato a ridere”.
Questa è l’essenza del giudizio superficiale che domina la vostra mente, dove il clamore per un solo fallimento oscura il silenzio per nove vittorie. È la prova che la società noterà sempre il tuo minimo sbaglio, perché è più facile deridere che comprendere, è più comodo distruggere che costruire.
E questo meccanismo perverso è alimentato proprio da quella massa di interpreti retti dalla stupida semplicità, che si affrettano a giudicare senza mai aver prima operato.
Ed anch’io infatti, per chi non fa nulla, per tutti quegli ignavi che osservano dal bordo del campo senza mai sporcarsi le mani, non provo che un disprezzo assoluto. Già… la stessa indignazione che riservo anche a quanti, peggio ancora, si sono fatti lacchè servili di questo sistema corrotto e clientelare, piegando la schiena in cambio di un misero vantaggio.
La loro è una vigliaccheria che supera ogni errore, perché mentre lo sbaglio di chi agisce è un segno di umanità, la loro perfezione sterile è il sigillo della viltà!
Ecco perché rivolgendomi a quanti – tra i miei giovani lettori – sono ancora puri e non compromessi, anche – ahimè – dagli infetti insegnamenti sterili dei propri genitori che si sono da tempo venduti, perdendo la dignità, beh… dico loro: non lasciate che le altrui risate, che il loro stridulo coro di critiche, distruggano i vostri sogni.
Continuate a scrivere sulla lavagna della vita, anche se il decimo risultato potrebbe essere sbagliato, perché l’unica persona che non commette errori è quella che non fa nulla, e quella è una condanna ben peggiore di qualsiasi giudizio!!!
Lasciamo quindi che continuino a ridere del nostro presunto 9 x 10 = 91. La loro risata è l’inno di chi non ha mai osato abbastanza da rischiare di sbagliare. Noi, invece, continueremo a costruire, problema dopo problema, con la nostra imperfezione come stendardo e la nostra integrità come unica bandiera.
Perché è solo chi non fa nulla che non sbaglia mai, ed è proprio quella la sua unica, triste, vittoria…
Già… siamo finalmente giunti al momento della verità…. Così avevo scritto ieri, con una punta di amarezza e uno sguardo carico di scetticismo verso un’iniziativa che, fin dal suo annuncio, mi era apparsa più come un gesto mediatico che come un atto concreto di solidarietà; oggi, a distanza di poche ore, le immagini delle barche intercettate, dei volti stanchi ma incolumi degli attivisti, dei comunicati ufficiali che si susseguono tra Roma e Tel Aviv, sembrano confermare ciò che temevo: nonostante le buone intenzioni dichiarate, questa missione rischia di naufragare non sulle coste di Gaza, ma nell’ennesimo teatro dell’ipocrisia collettiva.
Sì, ventuno imbarcazioni su quarantaquattro sono state fermate da Israele, arrestate con modalità militari rapide ed efficienti, e i loro occupanti – italiani compresi – verranno espulsi. Certo, nessun ferito, nessuna vittima diretta, almeno per ora, ma una domanda rimane sospesa come fumo dopo l’esplosione: tutto questo era davvero necessario, o era prevedibile fin dall’inizio che si sarebbe concluso in un nulla sonoro?
Mi sono chiesto quindi: ma quanto coraggio ci sia stato davvero in chi ha deciso di salpare, e quanto invece fosse già scritto nel copione che, all’arrivo del primo ostacolo serio, ha portato quella presunta determinazione a cedere di fronte alla diplomazia e alle pressioni internazionali.
Ancora una volta, il governo italiano si è affrettato a muoversi non per sostenere l’iniziativa umanitaria, ma per garantire che i nostri connazionali non corressero troppi rischi, coordinando in anticipo con Israele le modalità dell’intervento, quasi si trattasse di un’operazione congiunta piuttosto che di un atto di disubbidienza civile.
Tajani parla di assistenza consolare, di cittadini in buone condizioni, di procedure di rimpatrio, mentre Crosetto anticipa freddamente che saranno portati ad Ashdod ed espulsi. Già… nulla di nuovo, tutto sotto controllo.
Ma allora ditemi: dov’è stata quella la protesta tanto decantata? Dove sono gli attesi gesti estremi che avrebbero dovuto sfidare il potere d’Israele, azioni che non si sarebbero dovute fermare dinnanzi al timore di essere isolati, respinti o anche arrestati?
Sì… qualcosa nel nostro paese si sta muovendo (se pur non mi trovo concorde con talune iniziate, come ad esempio l’occupare le università o il blocco delle scuole), a iniziare con gli scioperi. La mobilitazione cresce, e forse proprio qui, in questi cortei improvvisati, c’è più sincerità che su quelle barche, forse perché qui, tra i giovani che mettono in gioco il loro tempo e la loro sicurezza sociale, che si nasconde un’ombra di autentica ribellione.
Viceversa, chi era a bordo su quelle flottiglie, pur avendo osato salpare, sembra alla fine, essersi consegnato senza combattere, accettando passivamente il ruolo di simbolo destinato a essere neutralizzato.
Ovviamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su Gaza, su una popolazione martoriata, esiliata e da troppo dimenticata, come riconosco che parlare ad alta voce di aiuti, blocchi e sofferenze costituiscano un atto necessario.
Ma non posso viceversa ignorare i dubbi che mi attanagliano: chi c’era realmente davvero dietro questa flottiglia? Quanta parte di essa era mossa da genuina compassione, e quanta da logiche politiche, strumentalizzazioni, ambizioni personali? Le notizie che arrivano, quelle che parlano di fondi legati a Hamas o a paesi vicini, non possono – vere o false che siano – essere ignorate, anche se vanno prese con le pinze. Ma quelle frasi bastano a insinuare il sospetto che, anche in mezzo al dolore altrui, ci sia spazio per il calcolo.
Sì… il ministro Tajani parla di “spiraglio di pace”, di sanzioni possibili verso Israele, di condanna agli insediamenti in Cisgiordania. Certo, parole importanti, forse persino coraggiose, se non fossero accompagnate da una pratica così cauta, così difensiva. D’altronde, condannare l’eccesso di reazione israeliana e poi coordinarsi con loro per evitare problemi ai nostri cittadini è una contraddizione evidente. È come dire: siamo contro la violenza, ma non fino al punto di mettere a rischio il nostro ordine. E allora dove sta il limite tra responsabilità e complicità?
Guardo le liste dei nomi degli italiani fermati: deputati, europarlamentari, attivisti noti. Alcuni li conosciamo di vista, altri solo per reputazione. Certo, so che hanno rischiato a compiere questa attraversata, ma so anche che molti di loro torneranno in Italia applauditi, intervistati, messi in prima fila nei talk show, mentre la situazione a Gaza resterà immutata!
E allora mi chiedo: chi ci guadagna da tutto questo? La popolazione palestinese? O piuttosto chi usa la loro sofferenza per costruirsi un profilo, per dimostrare un impegno che finisce quando finisce la diretta tv?
È l’emblema di una fallacia ricorrente, quella che trasforma il dolore in contenuto, la resistenza in performance. Mentre i media ci mostrano barche circondate da navi militari, mentre i social si riempiono di hashtag e video emozionati, la realtà continua a svolgersi altrove: nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nei quartieri rasi al suolo. E noi tutti, distratti da questi gesti simbolici, rischiamo di credere di aver fatto abbastanza solo perché abbiamo guardato.
Sì… forse speravo in qualcosa di più radicale, di più irriducibile, forse speravo che qualcuno decidesse di non tornare indietro, di restare aggrappato a quella barca fino all’ultimo miglio, di sfidare non solo la Marina israeliana, ma anche il cinismo di chi riduce ogni forma di protesta a un evento calendarizzato, controllato, previsto.
E forse, invece di scrivere da lontano, avrei dovuto esserci io su una di quelle barche, o meglio ancora, farmi paracadutare su Tel Aviv con una bandiera al seguito — non una bandiera palestinese, né rossa, né di parte — ma una bianca, sì, proprio bianca, come simbolo di pace, di resa reciproca, di umanità ritrovata oltre le barricate dell’odio e della retorica.
So bene che nessuno accoglierà questa provocazione, perché siamo abituati a gridare dalla sicurezza dei nostri schermi, a indignarci in gruppo, a occupare piazze per poi tornare a casa quando fa freddo. E così, anche stavolta, assistiamo al solito copione: tensione crescente, mobilitazione mediatica, picco emotivo, e infine una deflagrazione calibrata, perfettamente gestita, seguita dal silenzio più assoluto.
Nel frattempo, Gaza aspetta. Aspetta non le barche, non i manifesti, non gli hashtag. Aspetta la verità. Quella vera. Quella che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce, perché cambierebbe tutto. E forse è proprio per questo che non arriverà mai…
Sì… il mio titolo preannuncia i miei dubbi sul fatto che questa “flottiglia” porterà fino in fondo le sue intenzioni, tentando concretamente di sbarcare sulle coste di Gaza per portare aiuti alla popolazione. Certamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su una tragedia immane, la strage di innocenti e l’esilio di un intero popolo, innescata dall’incursione di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, che è costata 1200 vittime e circa 450 ostaggi, di cui una cinquantina sono ancora prigionieri.
Tuttavia, conoscendo bene i miei connazionali, sono convinto che alla fine si concluderà in un nulla di fatto, e la maggior parte delle persone coinvolte farà marcia indietro già nel corso della giornata. Mi dispiace affermarlo, ma in questi lunghi anni ho visto poco coraggio attorno a me, per non dire nulla…
Difatti, la maggior parte delle persone, utilizza i media più per propaganda personale che per un altruismo genuino; anzi, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, quasi tutti si tirano indietro per non rimanere coinvolti in vicende personali. È per questo che, pur augurandomi di sbagliarmi, non scommetterei un solo centesimo su questa iniziativa, che mi sembra più un’operazione politicizzata che un sentimento autentico e profondo verso chi soffre.
Aggiungo che, stando a quanto riportato in queste ore da Israele ( dobbiamo prendere l’informazione “con le pinze”) e cioè che dietro questa iniziativa vi sarebbero fondi proprio di Hamas e/o dei paesi islamici che li sostengono.
Le notizie dicono che la flottiglia è stata intercettata e che le comunicazioni sono state disturbate, ma la navigazione prosegue. Sì… gli israeliani sono comparsi stanotte poco dopo le 2.00 e a bordo è stato diramato il primo “interception alert”.
La nostra fregata italiana “Alpino” intanto, ha comunicato di non proseguire oltre, fermandosi al limite delle 150 miglia nautiche. Ecco, questo è il punto: sebbene il momento della verità sia arrivato e le operazioni di intercettazione siano in corso, resto scettico sulla reale determinazione dei partecipanti.
Quanto sopra, unito ai miei forti dubbi circa le reali intenzioni e la genuinità della missione, mi conduce a una conclusione purtroppo prevedibile: assisteremo all’ennesima delusione.
È l’emblema di una fallacia ricorrente. Mentre la pubblicità ci vuole “gente fatta di ferro”, nella realtà osservo troppo spesso figure effimere, pronte a infiammarsi per una causa ma incapaci di reggere alla prima avversità.
“Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”!
È una frase che sento ripetere spesso, soprattutto in questi giorni, ma come abitualmente accade, mentre ascolto discorsi sul potere dell’unità, non posso fare a meno che chiedermi: quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando sul campo solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che “non si arrendono all’omertà”, di scelte coraggiose a favore della legalità, eppure, per esperienza, mi tornano in mente alcuni alcuni casi di negozianti che dopo aver firmato con grande entusiasmo l’adesione a talune associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, sì… dopo la prima minaccia ricevuta.
Perché la legalità non è una semplice firma da apporre su un foglio, ma rappresenta un vero e proprio impegno, un vincolo che ti segue ovunque, a lavoro, a casa, un obbligo che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice: “non farlo”.
Apprezzo sempre con entusiasmo il coraggio di quanti, in qualità di associati, hanno deciso di portare avanti la loro scelta, mi riferisco a commercianti e giovani imprenditori che sono entrati a far parte di quelle associazioni ed ora parlano di “forza del gruppo”, di solidarietà come scudo contro le intimidazioni.
Ma noi siciliani sappiamo bene come la mafia non attacchi il gruppo, viceversa attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, con una furto, con un incendio, con una finestra di casa rotta solitamente all’alba…
Ho visto in vita mia troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce; e quindi, la domanda che mi pongo sempre non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro”?
C’è poi un dubbio che mi assilla e non accenna a svanire: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica o sono viceversa frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono potrebbero compiersi, sì… chissà, forse a causa di una crescita imprenditoriale, oppure si tratta di un rischio che si vorrebbe evitare o ancor peggio di qualche intimidazione (mai rivelata) ricevuta, alla quale purtroppo non si sa come rispondere?
Ho notato in questi miei lunghi anni – in qualità di delegato di una Associazione di legalità – come, certe iniziative antimafia, siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta”, senza però mai sporcarsi le mani.
Leggo difatti di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani commercianti che condividono post sui social senza però mai mettere piede in una qualsivoglia riunione o assemblea in cui si affrontano temi sociali a difesa della legalità.
D’altronde, quanto si prova a realizzare – senza però mai esporsi personalmente, senza denunciare alle Procure nazionali ciò di cui si è venuti a conoscenza, ripeto, senza minimamente pensare di entrare in un ufficio di polizia giudiziaria – è diventato per molti quasi un accessorio da sfoggiare, sì… la lotta alla illegalità viene difatti rappresentata da questi soggetti, quasi fosse una banale pratica quotidiana, ad esempio, attraverso un selfie dietro uno striscione, solitamente osserviamo quella foto posta con dietro le loro spalle l’immagine dei due giudici eroi, vittime della mafia.
Li conosco bene i miei conterranei e non sono nuovi a queste dinamiche, eccoli infatti nelle fiaccolate per le strade “indignati” dopo l’ultima estorsione, gridano slogan a squarciagola contro la criminalità, ma poi, col passar del tempo, il silenzio, le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, e i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”!
Chissà… forse un giorno tutto sarà diverso, forse quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diverranno “sentinelle” attive; infatti, solo se racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, se interverranno quando sentiranno qualcuno dire “è meglio stare zitti”, perché la decisione più importante non è quella di essere dei soci iscritti, ma quella di essere portatori di legalità, affinché tutte le coscienze coinvolte, inizieranno a svegliarsi.
Serve quindi un messaggio che si trasformi in azioni concrete: controlli incrociati tra commercianti, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no al racket. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La mafia non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente e che non molli quando il clamore inizia a spegnersi…
Ecco perché, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quell’odiosa metodologia criminale, non posso nascondere il mio scetticismo, non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. D’altronde ditemi, quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza dei negozianti, commercianti e imprenditori?
Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e/o subappalti sospetti? La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo.
Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, sì… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!!!
C’era un tempo in cui la notizia non era un prodotto confezionato, ma una preda da cacciare. Un tempo in cui l’inchiesta era un’arte fatta di coraggio e intuizione, alimentata da un’ostinazione incrollabile che non ammetteva limiti né compromessi. Quei giornalisti d’assalto, con le maniche rimboccate e le macchine da scrivere come uniche compagne, sembrano oggi figure di un romanzo d’altri tempi, sostituiti da un silenzio assordante che profuma di compromesso…
Sì… un cambiamento che non è avvenuto per caso, ma per una precisa e triste volontà, un lento e inesorabile abbandono del dovere più sacro: raccontare la verità!
Ora quel testimone è stato raccolto da voci coraggiose e libere, da “blogger” e “freelance” che, privi di qualsiasi catena, si tuffano dove molti hanno paura persino di bagnarsi i piedi.
Certo, è facile additare il singolo giornalista, ma la verità è che è l’intero sistema ad essere malato, un sistema dove gli ordini calano dall’alto e il coraggio viene soffocato nella culla dai proprietari delle testate.
La paura di problemi politici o, ancor peggio, di attirare l’attenzione della criminalità organizzata, ha trasformato molte redazioni in luoghi quieti e ossequiosi, dove l’unico assalto è quello alla credibilità del lettore.
Hanno quindi preferito erigere muri di cautela e di omissioni piuttosto che difendere il diritto di sapere, dimenticando che il loro silenzio è complice di ogni ingiustizia.
C’è poi un’altra piaga, forse la più umiliante, che è quella del denaro che ha comprato le coscienze…
Quel silenzio così comodo, quella ritrosia nell’andare a fondo, è stata troppo spesso barattata con lauti finanziamenti camuffati da pubblicità, propagande elettorali o sponsorizzazioni di eventi.
Sono i quattrini che entrano a palate nelle casse delle testate, che mantengono in vita strutture opulente e garantiscono stipendi mensili, ma che hanno il sapore amaro del ricatto e dell’ipocrisia. Già… un “patto faustiano” che ha sterilizzato l’istinto giornalistico, trasformando i cronisti in impiegati del consenso.
E così li vediamo procedere, tutti, con i piedi di piombo su un terreno che invece richiederebbe di essere calpestato con la forza delle idee. Quel passo incerto tradisce non solo una mancanza di coraggio, ma una profonda, miserabile carenza di professionalità.
Hanno dimenticato che il vero professionista è colui che mette l’accertamento della verità prima del favore, l’inchiesta prima dell’incasso, e la propria integrità prima dell’ordine di servizio. Hanno svenduto l’onore della firma per la sicurezza dello stipendio, il sogno di cambiare il mondo con una scoop per la comoda mediocrità di un trafiletto innocuo.
Alla fine, ciò che emerge con più chiarezza non è solo la loro paura, ma il totale disprezzo per se stessi e per la missione che un tempo avevano scelto. Quel desiderio di scavare, di scoprire, di dare un nome e un volto alle ingiustizie, è stato seppellito sotto un cumulo di quieto vivere e calcoli opportunistici.
E mentre loro arretrano, inchinandosi a poteri forti e a meschini ricatti, è nel coraggio solitario di chi blogga ogni giorno da una scrivania in casa, che rinasce la speranza di un’informazione pulita.
Perché è lì, in quelle voci scomode e libere, che risiede il vero spirito del giornalismo d’assalto, quello che loro hanno – ahimè – così tristemente dimenticato…
Sì… avrei dovuto pubblicare questo post alcuni giorni fa, ma purtroppo alcuni impegni ed altri post che avevo preparato hanno avuto la precedenza e quindi ho dovuto posticipare questa pubblicazione.
C’è però un motivo più profondo: quando la notizia mi ha raggiunto, sono rimasto senza parole. È un paradosso, perché le sue sono state tra quelle che più mi hanno trasmesso la vicinanza e la forza di Peppino Impastato.
Oggi, provando a superare quello sconforto, voglio unirmi al ricordo di Luisa Impastato che dice: ci lascia un altro pezzo grande della nostra storia, una storia di ragazzi che volevano cambiare il mondo sfidando il potere della mafia. Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale, fondatore di Radio Aut e da sempre testimone della lotta, che ha incarnato con straordinaria coerenza il senso più autentico della testimonianza quotidiana. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità, capace di guidare intere generazioni a comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi.
Era lui, nel film “I cento passi”, a essere interpretato da Claudio Gioè nel momento del monologo più straziante e vero, quello che squarcia il velo dell’omertà. In quel monologo diceva: domani leggerete che Peppino si è suicidato, che ha abbandonato la politica e la vita, come Pinelli, come Feltrinelli, tutti suicidi. Poi non leggerete proprio niente, perché i giornali parleranno di altro, perché chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia. E concludeva, con un’amarezza che era un pugno nello stomaco per tutti: spegnete questa radio, tanto si sa che niente può cambiare, e diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia! Ma Salvo Vitale, quel ragazzo di Cinisi nato nel 1943, amico e compagno di battaglie di Peppino Impastato, a quella rassegnazione non si è mai arreso, nemmeno nei momenti più difficili. Ha invece custodito e rinnovato la memoria collettiva, trasformandola in azione concreta.
Difatti, dopo la morte di Peppino, ha continuato la sua attività attraverso “Radio Aut”, lavorando senza sosta per cercare la verità, puntando il dito contro il boss Gaetano Badalamenti, insegnando storia e filosofia ai giovani, perché la cultura arrivasse a tutti. Con le sue parole, i suoi gesti e il suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale, senza paura, senza piegarsi.
Ecco perché a lui va la mia gratitudine, sì… per la strada che ha tracciato con dignità e coraggio, una strada lastricata dalla forza semplice di persone che non hanno accettato di essere “Nuddu ammiscatu cu nenti”, un esempio, insieme a quello di Peppino, che ogni giorno orienta il mio cammino, già… di chi crede – ancora tra mille difficoltà – nella giustizia e soprattutto nella democrazia, ricordando a me e a tutti voi, che la vera sicurezza non viene dalla sottomissione, ma dal riscatto!
Per la prima volta a Catania (finalmente…) la Chiesa – grazie a Monsignor Renna – si schiera in maniera diretta contro la criminalità organizzata e i suoi affiliati.
È incredibile come le testate web abbiano glissato su questo passaggio pronunciato così cruciale, limitandosi a riportare gli aspetti religiosi dell’omelia, senza viceversa mettere in grassetto le uniche parole che avrebbero dovuto risuonare forte.
Monsignor Renna ha parlato con una chiarezza senza precedenti, denunciando chi osa mischiare il nome di Sant’Agata con il malaffare.
“Puri e forti“, ha esortato, ricordando che la forza non è quella delle armi o della violenza.
Eppure, nessun giornale ha riportato con il dovuto rilievo il suo monito a chi, pur frequentando le celebrazioni, ha armi in casa o vive nell’illegalità. Sant’Agata, ha sottolineato, detesta la violenza, la droga, l’abbandono dei figli, eppure queste parole sono state soffocate nel rumore di un racconto devozionale superficiale.
Ha lanciato un appello tagliente ai genitori: “Date ai vostri figli nomi cristiani come Agata o Agatino, non quelli di personaggi discutibili“. E qui, il riferimento è chiaro, basti pensare a certi nomi che risuonano nelle cronache nere, celebrati come fossero eroi. “È dal nome che indirizzi tuo figlio“, ha insistito, promettendo un attestato a chi avrà il coraggio di rompere questa deriva. Un gesto simbolico, sì, ma potentissimo: perché la legalità si costruisce anche così, nelle scelte che sembrano piccole ma plasmano il futuro.
E così… mentre i media preferiscono parlare di rituali e processioni, Renna ha sfidato Catania a fare i conti con le sue responsabilità, ha chiesto una fede che non si accontenti di cerimonie, ma che bruci come il fuoco del Vangelo, trasformando la città.
Eppure, di questo incendio di verità, non c’è traccia nei titoli. Forse perché certe verità bruciano più del sole d’agosto e a qualcuno fa comodo tenerle nascoste o come sospetto, evidenzia – per l’ennesima volta – di essere di fatto… assoggettato a quel sistema!
Simone Cristicchi ha una capacità straordinaria di toccare le corde più profonde dell’anima con parole semplici ma cariche di significato.
La sua canzone, dedicata alle madre e alla sua malattia, è un inno all’amore, alla cura e alla memoria, temi universali che risuonano in chiunque abbia vissuto o stia vivendo un’esperienza simile.
La delicatezza con cui affronta il tema del tempo che passa, della memoria che sfuma e dell’amore che resiste è davvero commovente.
Ora, passando ai possibili finalisti di Sanremo 2025, è interessante notare come il sottoscritto abbia analizzato ogni artista con un occhio critico, ma rispettoso, ed alla fine dopo non poche riflessioni, ho pensato che gli artisti che seguono potrebbero far parte dei vicitori:
Simone Cristicchi: La sua canzone è bellissima ma potrebbe non vincere. Spesso a Sanremo non è solo la qualità della canzone a determinare la vittoria, ma anche l’interpretazione, il carisma dell’artista e il momento giusto. Se cantata da un interprete più “tradizionalmente” potente come Ranieri o Jovanotti, avrebbe forse avuto un impatto diverso, ma Cristicchi ha il merito di essere autentico e sincero, e questo è un valore aggiunto.
Giorgia: Lei è una forza della natura, una delle voci più potenti e riconoscibili della musica italiana. Forse la canzone è un po’ troppo ripetitiva ed assomiglia – forse mi sbaglio – ad una nota canzone del grande Lucio Dalla; questo potrebbe rappresentare un limite, ma la sua classe e il suo carisma dovrebbero comunque portarla lontano. Arisa sarebbe stata un’ottima rivale, ma purtroppo non è in gara quest’anno…
Achille Lauro: Finalmente ha colto bene il suo percorso di crescita artistica. Dopo anni di provocazioni e sperimentazioni, sembra aver trovato un equilibrio, tra stile e sostanza. La sua eleganza e la maturità artistica potrebbero finalmente premiarlo, anche se il testo, avrebbe avuto bisogno di un ritocco in più.
Fedez: Il suo seguito tra i giovani è indiscutibile, e il televoto potrebbe favorirlo. Tuttavia, di presenza la canzone perde qualcosa, mentre viceversa ascoltata su “youtube” migliora molto, forse anche grazie all’uso di autotune e di alcuni effetti speciali che dal vivo non si percepiscono; ciò purtroppo limita e quindi distoglie l’attenzione dalle belle parole della canzone. Fedez ha il potenziale per vincere, ma deve convincere anche il pubblico più tradizionale.
Lucio Corsi: La sua canzone tocca un tema importante e delicato, e il coraggio di affrontarlo con sincerità è ammirevole.
Permettetemi di aprire una parentesi: la canzone e le parole sono toccanti e affrontano un grave problema tra i giovani; riprendono il comportamento meschino compiuto da taluni soggetti che si ritengono dei “leader” solo perché un gruppo di menomati, uniti sotto il nome di “branco”, si fanno forti quando sono insieme, viceversa, presi ciascuno da soli, si dimostrano dei codardi, evidenziando gravi problemi familiari e soprattutto personali.
Difatti, è solo attraverso la prevaricazione nei confronti dei propri coetanei o di soggetti fragili, che questi riescono a manifestare tutta la loro violenza fisica e verbale, che sappiamo bene viene caratterizzata con abituali molestie e aggressività di tipo minaccioso.
Corsi in questa sua canzone ha il coraggio di metterci la faccia e soprattutto la propria debolezza, senza nasconderla, esprimendo anche quel desiderio represso di “esser un duro“. La musica è leggera e segue senza pretese una perfetta linearità, proseguendo: come un gioco da ragazzi…
Vincere… non credo sarà facile, ma potrebbe essere certamente una sorpresa inaspettata e direi anche meritata!!!
Comunque, anche se potrebbe non vincere, il suo messaggio lascia un segno profondo, e questo è già una vittoria in sé.
In definitiva, Sanremo è sempre una sorpresa, e spesso la canzone che vince non è necessariamente la più bella, ma quella che riesce a catturare l’attenzione del pubblico e della giuria in quel preciso momento. Chissà, forse quest’anno ci potrebbe anche essere una sorpresa inaspettata…
E allora, nel riportare di seguito le bellissime parole del testo della poesia di Cristicchi, penso che alla fine uno degli artisti citati sopra potrebbe essere il nome del vincitore del Festival di Sanremo 2025.
Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,
ti starò vicino come non ho fatto mai.
Rallenteremo il passo se camminerò veloce,
parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.
Giocheremo a ricordare quanti figli hai,
che sei nata il 20 marzo del ’46.
Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito
ti dirò di mio padre ovvero tuo marito.
Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casa.
Ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai.
Eeee… è ancora un altro giorno insieme a te,
per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato
e sorridere del tempo che non sembra mai passato.
Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono
a capire che tuo figlio è diventato un uomo.
Quando ti prenderò in braccio
e sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalena.
Preparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapena.
Ti ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai.
Rip. ritornello
per restituirti tutto, tutto il bene che mi hai dato.
E sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato.
Ho letto ieri sera il suo interessante articolo e ho deciso di scriverle per condividere una riflessione che, credo, possa ampliare il dibattito. Lei tocca un tema cruciale: il problema di questa terra non è più soltanto quello di denunciare, ma quello di far giungere le denunce nelle mani giuste, ammesso che ne esistano ancora di realmente affidabili.
Chi, come me, vive questa terra, percepisce ogni giorno il peso di un sistema che, lungi dal favorire la trasparenza e la legalità, sembra voler avvolgere tutto in una cortina di inefficienza e indifferenza.
La White list, che dovrebbe rappresentare un argine contro le infiltrazioni mafiose nelle imprese, rischia paradossalmente di includere chi di quell’odore non si è mai liberato. E non è solo la Prefettura a destare preoccupazione: anche la Procura, spesso, sembra restare in silenzio, lasciando che i nodi si stringano sempre di più attorno a una cittadinanza già sfiduciata.
Ma c’è un punto ancor più dolente: la percezione diffusa che, ormai, in pochi siano rimasti disposti a combattere. Quanti cittadini, davvero, sono pronti a fare la propria parte? Quanti, al contrario, scelgono la via più comoda: quella dell’indifferenza, o peggio, della complicità con un sistema corrotto e corruttivo?
Le attuali normative, anziché incentivare la denuncia, spesso agiscono come un muro scoraggiante.
Burocrazia interminabile, tempi infiniti per ottenere una giustizia che, troppo spesso, arriva tardi – ammesso che arrivi – e una società che sembra non saper distinguere più tra vittima e colpevole: tutto questo porta molti a ritrarsi, a desistere, a lasciar perdere.
Mi verrebbe da dire che in Sicilia, i carichi pendenti e i casellari giudiziari “positivi”, fanno curriculum!!!
A questo si aggiunge una desolante constatazione: troppi preferiscono non vedere, girarsi dall’altra parte, accettare quel compromesso che, seppur piccolo, contribuisce ad alimentare un sistema marcio. Il senso civico si svuota e il cittadino, che dovrebbe essere il pilastro della società, si trasforma in un ingranaggio di un meccanismo corrotto.
La domanda, allora, è una sola: possiamo ancora parlare di una speranza di riscatto per questa terra? Esistono ancora quelle “mani giuste” a cui affidare le nostre denunce? La risposta, forse, è sepolta nel coraggio di pochi che, nonostante tutto, continuano a combattere.
Questo è un richiamo, non solo a chi ha il potere di agire nelle istituzioni, ma a tutti noi: cittadini, professionisti, genitori.
Recuperare il senso del dovere, ricostruire la fiducia, e soprattutto scegliere, ogni giorno, di fare la cosa giusta – anche quando sembra non servire a nulla. Perché solo così possiamo sperare di riaccendere una scintilla in un contesto che sembra aver spento ogni luce.
Lettera firmata
RISPOSTA: Gentile lettore, la ringrazio di cuore per il suo intervento. Le sue parole, lucide e incisive, non solo arricchiscono il dibattito, ma evidenziano con forza quei nodi critici che troppo spesso rimangono in ombra.
Condivido pienamente la sua analisi: il problema non è più solo denunciare, ma far sì che le denunce arrivino nelle mani giuste, in un contesto dove la sfiducia nelle istituzioni sembra aver scavato un solco sempre più profondo. La sua osservazione sulla White list e sulla latitanza della giustizia è un promemoria doloroso ma necessario: le norme, anziché proteggere, talvolta scoraggiano chi avrebbe il coraggio di esporsi.
Le sue riflessioni sull’indifferenza e sul senso civico sono un richiamo che dovremmo fare nostro ogni giorno.
Non possiamo più permettere che l’abitudine al compromesso e la rassegnazione prendano il sopravvento.
Mi auguro che voci come la sua possano continuare a farsi sentire e, in qualche modo, ispirare altri a non arrendersi, perché solo con il contributo di cittadini come lei, come me, determinati e disposti a fare la propria parte, che possiamo sperare in un futuro diverso per questa terra.
Quindi, grazie ancora per aver condiviso nel mio blog questo suo pensiero.
Mi permetta di riprendere una sua frase che mi ha particolarmente colpito, quella sul “riaccendere una scintilla“. Da sempre, una riflessione accompagna il mio percorso di vita: chi, nel corso della sua vita, è riuscito ad accendere anche solo una luce, nell’ora più buia di qualcun altro, non è vissuto invano.
Concludo salutandola, con l’auspicio di ricevere presto altri suoi preziosi contributi.