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L’eroe è chi trova una ragione per vivere: non barattare la dignità iraniana per un po’ di gasolio!


Oh, di chi parlo veramente?

Noi viviamo senza un motivo,

loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,

loro le chiudono a pugno anche da svegli.

Noi cerchiamo una porta nella nebbia,

loro hanno già murato tutte le uscite.

Noi diciamo “forse”

loro rispondono “sempre”.

Eppure,

qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso

per esistere.

Qualcuno ha capito che

vivere senza un motivo

è l’unico modo per non dover uccidere

per restare fedeli a una causa.

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…

Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere

anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.

Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana… 

Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale. 

Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto. 

Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico. 

Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta. 

Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.

La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.

Io me ne fotto: il prezzo della libertà non si baratta per un barile di petrolio!


Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro? 

Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre

Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.

E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.

Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!

La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.

Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.

Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.

E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.

Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

E se quell’arma non fosse umana? La domanda che finora nessun giornalista si è fatto…


Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili? 

So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?

Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!

Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..

E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?

Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…

E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.

E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.

Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.

E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.

Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.

Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!

Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.

Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.

E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.

Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.

Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.

E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.

E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?

Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…

Iran: ritorno all’età della pietra? Si… ma nessuna atomica, si tratta di una bomba “sperimentale” che annulla tutti i sistemi elettronici.


Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro. 

Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.

Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.

Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.

Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.

Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.

Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.

Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.

Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.

Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.

Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.

Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.

Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?

“Artemis” e l’uomo che non scese mai sulla Luna!


Buongiorno, 

osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.

Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick. 

L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca. 

Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia. 

I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?

E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura. 

Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna

Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.

E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare. 

Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci? 

Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.

C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita. 

E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer? 

Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo. 

E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.

Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!

Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…

Gli Alieni? Sono da sempre tra noi!


Buongiorno…

Oggi ho deciso di affrontare un tema particolare, impegnativo, anche perché mi è capitato casualmente in queste sere di parlarne con le mie figlie e capire da loro cosa ne pensassero. 

Le loro domande, come sempre accade quando si parla con chi guarda il mondo ancora con occhi liberi e non condizionati, hanno scavato più a fondo di quanto avrei immaginato. 

E così, quel che doveva essere un semplice gioco tra un pasto e l’altro, un bicchiere di vino e il tepore di una serata in famiglia, si è trasformato in qualcosa in più, la stessa inquietudine che mi porto dentro da sempre, chissà… forse qualcosa che chiedeva di essere messo in evidenza, con loro e qui, tra noi.

Quando dico che siamo noi gli alieni, non lo intendo in senso poetico soltanto. C’è un dato preciso, quasi imbarazzante nella sua nudità, che riguarda il nostro DNA. Se guardiamo il corredo genetico degli altri animali che condividono con noi questo pianeta, scopriamo che qualcosa è accaduto. 

Noi esseri umani abbiamo ventitré paia di cromosomi, mentre le grandi scimmie, i nostri parenti più prossimi, ne hanno ventiquattro. Non manca nulla, in realtà: due cromosomi ancestrali si sono fusi in uno solo, il nostro cromosoma due. Una fusione, un evento unico, che ci ha separati. 

Ma non è solo questo. Ci sono regioni del nostro DNA, chiamate “HARs” – aree accelerate dall’evoluzione – che si sono modificate con una velocità inspiegabile se confrontate con quelle degli altri primati. Sono sequenze che non codificano proteine, ma regolano l’espressione dei geni, e hanno plasmato un cervello con una plasticità e una capacità cognitiva che non hanno eguali nel regno animale.

La domanda, allora, non è più solo filosofica. È una domanda che si posa esattamente sul confine tra biologia e mistero: come mai, tra tutti i viventi, solo noi abbiamo questa differenza strutturale? Come mai siamo l’unica specie a portare in sé il segno di una fusione, di una riorganizzazione profonda del patrimonio ereditario? Non è un gene singolo a distinguerci, è la combinazione di tutto questo, una architettura diversa. E se questa diversità fosse il residuo di un intervento, di una modificazione, di una separazione voluta? Se fossimo stati “elevati”, per usare il termine che ricorre in certe narrazioni, da qualcosa che ci ha presi e resi quello che siamo, lasciandoci poi qui, su questo pianeta, a dimenticare?

Nel parlarne, mi sono ricordato di alcuni dipinti di antichi maestri. Allora li guardavo e non riuscivo a distogliere lo sguardo da certi dettagli che sembrano non appartenere al loro tempo. Sfere sospese nell’aria, oggetti dalle forme inconsuete che solcano il cielo alle spalle di madonne o sullo sfondo di crocifissioni. Allora avevo pensato se ci fosse stata un’influenza, se qualcosa ci avesse osservato e forse modificati, quelle tele costituivano d’altronde una traccia sincera di un qualche contatto con la nostra memoria che ha poi rimosso o trasformato in altro, perché l’arte, si sa, talvolta dice più di quanto l’artista stesso sapesse di voler dire.

Se poi mi soffermo altresì a pensare a certi racconti, rivedo quegli invasori che vengono dallo spazio e mi capita di scoprire come sono. Ci sono i buoni… o meglio i portatori di un ordine superiore, inaccessibile. Le loro astronavi sovrastano in silenzio le nostre metropoli, e loro non si mostrano. Impongono la pace, aspettano. Solo quando il mondo sarà diventato utopia, si riveleranno. E quel giorno scopriremo che il loro aspetto è ciò che noi per secoli abbiamo chiamato diavolo: neri, con ali di cuoio, piccole corna, una coda forcuta. 

Ci viene detto che le stelle non sono per l’uomo, che non meritiamo di unirci a quella somma di tutte le razze galattiche. Eppure, ci faranno evolvere. Alla fine, quando partiranno, porteranno con sé solo i bambini. Mi chiedo se questa sia una storia di conquista o di salvezza, o se forse sia la stessa cosa vista da due lati diversi. E mi chiedo anche: se qualcuno ci avesse già presi in carico una volta, quella fusione cromosomica non sarebbe forse il segno indelebile di un’elevazione antica?

Poi vi sono universi più affollati, dove l’umanità si muove alla cieca in un cosmo già stabilizzato da un miliardo di anni, con ordini antichi e crudeli. In quelle storie, per entrare a far parte del club galattico non c’è alternativa: devi essere “elevato” da una razza più antica, che ti modifica geneticamente, e poi resti vincolato a lei per centomila anni.

E così l’umanità scopre tutto questo all’improvviso, e scopre – ahimè – di essere in ritardo, di esser già dentro un gioco le cui regole sono state scritte prima ancora che comparissimo noi. Mi chiedo se anche questo non sia un modo per raccontare qualcosa che già viviamo: l’essere arrivati dopo, l’eredità di strutture che ci precedono e ci condizionano, il sospetto che la nostra libertà sia solo un’illusione concessa da qualcuno che ci ha presi a carico senza chiederci il permesso. Forse la fusione dei nostri cromosomi è il marchio di quel vincolo, il timbro impresso nel nucleo di ogni nostra cellula.

Tuttavia, tra essi, vi sono anche gli alieni rappresentati come mostri. Qui il ruolo è più semplice: spaventare, mettere in mostra lo spirito umano di fronte all’avversità, o più spesso assicurare un po’ di svago condito di sangue. Ma anche in questo caso, a ben guardare, il mostro non serve solo a terrorizzare. A volte serve a mostrare qualcos’altro. C’è una creatura, un felino con tentacoli, che non è solo un predatore: serve a illustrare la superiorità del collettivismo su di essa. E anche qui, dietro la maschera del mostro, si nasconde un’idea.

Mi colpisce quanto tutto questo sia plasmato dall’imperativo della narrazione, più che da quello della scienza. Anche Shakespeare faceva lo stesso con la storia, e non gli ha nuociuto. Alcuni autori costruiscono mondi interi con la precisione di un ingegnere, calcolano gravità e atmosfere, creano ambienti così estremi che gli umani possono sopravvivere solo in certe fasce orarie, mentre i nativi, che sembrano millepiedi robusti, resistono a gravità settecento volte la nostra. 

E poi scopriamo che quei nativi sono molto più intelligenti di quanto gli umani pensassero. La distanza tra chi osserva e chi viene osservato si ribalta sempre, in queste storie. È una lezione che forse dovremmo applicare più spesso anche a noi stessi, nel nostro modo di guardare il mondo. E se fossimo noi, con la nostra differenza genetica, a essere osservati da altri come un caso curioso, una specie elevata che ha dimenticato di esserlo?

Ma continuando ad osservare l’universo scopriamo che esiste un ospedale intergalattico che ospita centinaia di ambienti diversi: caldo, freddo, ogni tipo di atmosfera. Ogni specie ha una sigla, una classificazione a quattro lettere. Noi umani siamo DBDG. Un altro essere, un aracnide delicato con poteri empatici, è classificato come PVSJ, respira cloro, ma è capace di percepire le sensazioni dei suoi pazienti. Mi piace pensare che forse l’extraterrestre più avanzato non è quello con la tecnologia più potente, ma quello che sa sentire l’altro dentro di sé. E forse questo, in fondo, è ciò che distingue una presenza ostile da una presenza che potremmo definire, con cautela, amica.

Molti alieni sono umanoidi, differiscono da noi per dettagli banali: pelle blu, occhi grandi, stature inusuali. Altri sono modellati su animali terrestri: tigri, gatti, uccelli, lucertole. E poi ci sono quelli che sfidano davvero la biologia, che non potrebbero esistere secondo le nostre leggi. Ma anche lì, c’è un limite: l’evoluzione. E molte storie, quando si spingono troppo in là, perdono colpi. Nessuno si è mai chiesto davvero come un mostro potesse evolvere la capacità di succhiare la forza vitale dalle altre creature. 

Lo scopo era creare intrattenimento, e non una plausibilità scientifica. E va bene così… forse, però, quando parliamo di alieni già tra noi, dovremmo essere meno preoccupati della plausibilità biologica e più attenti alla plausibilità di un’intenzione che non sappiamo riconoscere. Ma se c’è un’intenzione, potrebbe essere già scritta in quei ventitré paia di cromosomi, in quella fusione che ci ha resi quello che siamo.

Perché la vera domanda, stasera, non è solo se quei dischi volanti dipinti nei quadri antichi siano reali o frutto di un simbolismo che abbiamo dimenticato. 

La vera domanda è: siamo noi stessi gli alieni? Questo senso di essere fuori posto, questa capacità di distruggere il nostro stesso ambiente, questa ossessione per il cielo e per ciò che potrebbe esserci oltre, non sono forse il segno di una diversità radicale rispetto a ogni altra forma di vita che conosciamo sulla Terra? 

Forse gli alieni non sono “tra noi” nel senso di essere arrivati da un altro pianeta. Forse lo siamo noi, da sempre, e non lo abbiamo mai voluto ammettere. Forse il nostro destino non è attendere che qualcuno venga a prenderci, ma riconoscere che siamo già stati presi, già stati portati qui, già stati modificati, già stati lasciati a noi stessi abbastanza a lungo da dimenticare. 

E quella fusione cromosomica, quel cromosoma due che non assomiglia a nient’altro nel regno animale, è forse la firma, il documento di una separazione, l’atto di nascita di una specie aliena su un pianeta che l’ha accolta senza sapere da dove venisse.

E quando guardo quei dipinti, quei maestri che hanno messo nei loro cieli forme che non sapevano spiegare, penso che forse stavano cercando di dirci proprio questo: che l’estraneo non è solo lassù, ma è già qui, nel modo in cui alziamo lo sguardo e sentiamo di non appartenere del tutto al suolo che calpestiamo

È già qui, nella doppia elica che portiamo in ogni cellula, in quella sottile, invisibile differenza che ci ha resi capaci di immaginare gli alieni proprio perché, in fondo, stiamo cercando di ricordare chi eravamo prima di diventare umani. 

E forse, alla fine, le mie figlie avevano ragione quando, con quella semplicità che solo i bambini possiedono, mi hanno detto che forse non è importante da dove veniamo, ma cosa decidiamo di fare adesso che siamo qui…

Quando non sei tu il paziente: il mio sguardo – da accompagnatore – sul miracolo quotidiano della Cardiologia del Policlinico di Catania.


Quando varchi la porta di un “Pronto Soccorso” per qualcuno a cui vuoi bene, il mondo si ferma, o meglio, continua a girare, ma tu lo guardi da dentro una bolla, dove i rumori sono attutiti e tutto quello che vedi intorno, sono volti sconosciuti e macchinari dei quali non sai nemmeno come si chiamano. 

Ed è in quel preciso istante, già… quando sei fragile, che non puoi far altro che affidarti a degli emeriti sconosciuti, e lo fai perché d’altronde non hai altra scelta, ma forse anche perché, nel profondo, vuoi credere che almeno loro sappiano cosa fare.

Certo, per me questa situazione è alquanto difficile da comprendere, vi parla uno che, per fortuna, è sempre stato bene e che gli ospedali non ha avuto modo di conoscerli mai direttamente, ma solo per accompagnare gli altri, stando sempre fuori… in quel ruolo strano di chi osserva da vicino, ma che non sa cosa fare. 

E forse, è proprio questo mio punto di vista, quello di uno che, non dovendo lottare per sé stesso, ho potuto veder con maggior chiarezza come si lotta per gli altri. 

Sì… in queste settimane al Policlinico di Catania, l’ho visto con i miei occhi: quel “sapere cosa fare“, non è una speranza, ma una prassi. Sin dall’ingresso, mentre cercavo di dare un senso a quel turbinio di ansia e attesa, ho notato qualcosa che va oltre la semplice efficienza. 

Ho visto ovunque persone preparate, capaci di individuare il problema con una rapidità che a me, profano, è sembrata quasi istintiva, e che invece è frutto di anni di studio e sacrificio. Ma la cosa che più mi ha colpito, in quel primo impatto, è stata la cortesia di chi era lì solo per dare informazioni: perché quando non capisci nulla di medicina, avere qualcuno che ti spiega con pazienza, è già una cura.

Poi, quando la situazione si è fatta più seria e quel letto è rotolato oltre le porte della “Terapia Intensiva“, ti senti spogliato di tutto: del controllo, della sicurezza, persino della possibilità di stare vicino alla persona cara.

Ed è lì, in quel limbo di attesa, che puoi solo osservare i dettagli. E i dettagli che ho osservato sono stati tanti; l’altissima pulizia, il rispetto meticoloso delle norme di sicurezza, quel senso di ordine che non è mai fine a sé stesso, ma è il primo, silenzioso, atto d’amore verso chi è fragile. Perché un ambiente curato ti dice, senza parole, che anche la persona al centro di quella stanza sarà curata.

Il “cuore” di questo viaggio, però, è stato il reparto di Cardiologia. Ed è qui che il mio ruolo di semplice accompagnatore si è trasformato in quello di spettatore ammirato. Il Professor Davide F. Capodanno guida una squadra che sembra uscita da un manuale di virtù mediche, se non fosse che i manuali non sanno sorridere. 

Perché quei giovani medici e consentitemi di aggiungere anche gli infermieri e tutto il personale ausiliario, che si sono alternati a tutte le ore del giorno e della notte, non solo hanno evidenziato competenza, ma hanno mostrato una rara capacità e cioè quella di trasformare la nostra ansia in domande, le nostre domande, spesso banali, in risposte chiare e sincere.

Ricordo i giorni di degenza appena trascorsi, in cui tutto sembrava buio, ma loro erano lì che passavano, controllavano, e poi si fermavano un attimo di più, solo per parlare con noi familiari, con gli amici, persino con alcuni colleghi presenti.

Non si sono mai sottratti a un confronto. Hanno avuto la pazienza di spiegarci cosa stava avvenendo, cosa sarebbe successo dopo e quali cure sarebbero state intraprese, e l’hanno fatto con una serenità che ci ha tenuti per mano, senza farci pesare la nostra ignoranza, ma anzi, illuminando il percorso, un passo alla volta.

Forse è questo il miracolo quotidiano di un grande Ospedale: non solo aggiustare corpi, ma sostenere anime…

Ed è per questo che oggi il mio pensiero va a loro, a tutti loro, dal primo operatore all’ultimo specializzando. Avrei voluto mettere i nomi di quanti ho avuto modo di conoscere, ma non volevo togliere meriti agli altri loro colleghi, sicuramente altrettanto bravi, presenti ai vari piani di degenza. Il mio è quindi un plauso generale, ma non generico: parte dal cuore e spero arrivi lontano, a ciascuno per quello che ha seminato in quei giorni difficili.

Perché quando la paura bussa alla porta, e loro ti aprono con professionalità e umanità, la paura, almeno un po’, arretra… e a Catania, grazie al nostro Policlinico, questo accade!

Una favola per adulti: La livella dell’indifferenza.


Sì… stasera ho voglia di ridere, ed è proprio per questo che ho deciso di scrivere in maniera leggera, estemporanea, perché in fondo, di cosa dovrebbe ridere l’umanità se non di sé stessa, delle sue certezze traballanti e di tutte quelle favole che ogni giorno si racconta per non sentire il rumore del vuoto che la circonda?

Dai… siamo onesti, guardiamoci intorno per un secondo. Miliardi di persone, milioni d’individui che ripongono la loro intera esistenza in un racconto, in una favola. Perché diciamocelo, che cos’è la religione se non l’incredibile capacità di credere alle storie più fantasiose, raccontate con tono solenne da qualcuno che, guarda caso, si propone come nostro intermediario diretto con l’universo? Un universo che – per puro caso – gli conferisce anche una certa autorità su di noi.

Sono storie affascinanti, per carità, tentano di dare un senso al caos, di imbrigliare l’animo umano in un codice di regole e di proiettarci verso un potere più alto. Ma la verità, quella nuda e cruda, è molto più semplice e molto più spaventosa: non c’è nulla. Non qua sotto, e certamente non in un “altrove”. E d’altronde, chi potrebbe mai smentirmi? Da vivo non può, da morto… beh, ancor meno, e se anche potesse, chi lo ascolterebbe?

Nella mia vita ne ho sentite di tutti i colori. Storie bellissime, entusiasmanti…

Ricordo un tizio che mi raccontò di un incidente in motorino da ragazzino. Lui era lì, svenuto sull’asfalto, eppure, con la precisione di un drone, “vedeva” tutto dall’alto: le sue gambe storte, la gente che gli correva intorno, l’ambulanza che arrivava. Poi, immancabile, il tunnel e quella luce abbagliante in fondo. Lui ci si infilava, sereno, diretto verso questo fantastico chiarore, quando una voce tonante lo blocca: “Fermo! Non è il tuo momento! Torna indietro“. E zac, si sveglia in ambulanza. Un film già visto, no?

Poi c’è il classico racconto di chi è clinicamente morto per qualche minuto. Parametri piatti, la scienza che alza bandiera bianca, e invece no, il soggetto si risveglia e racconta di una presenza, una voce, un’entità che lo ha riportato indietro. Un salvataggio dall’aldilà in extremis.

Basta fare un giro in rete per trovare migliaia di queste perle. Resuscitati, miracolati, viaggiatori dell’aldilà. Ma cosa sono, in realtà, se non l’ultimo, disperato, magnifico tentativo del nostro corpo, e soprattutto della nostra mente, di non arrendersi? 

L’organismo, messo all’angolo, tira fuori l’ultima carta a disposizione: l’anestesia totale. Si auto-induce uno stato di protezione, una fantasia potente quanto la vita stessa, per addolcire la pillola. È lo stesso meccanismo, in fondo, di chi resta in coma per anni, sospeso in un suo mondo parallelo.

Perché alla fine, quando il sipario cala per davvero, cala e basta. Niente paradiso, niente inferno, e men che meno quel noioso posto di passaggio che chiamano Purgatorio. Non abbiamo nulla da farci perdonare da un’entità cosmica, e nessuno verrà a giudicarci con in mano la lista delle nostre marachelle. Niente vergini per gli uomini, niente stalloni per le donne, niente feste celesti con esseri alati. Niente. Nemmeno un po’ di polvere cosmica con il nostro nome sopra.

Finiremo tutti nell’oblio, sì… dimenticati. Di noi, che si sia stati giganti della storia o semplici comparse, non rimarrà nulla, nemmeno il nome. Saremo tutti lì, in quella stessa identica livella dell’indifferenza universale, a marcire come un fico o a dissolverci come polvere al vento… 

Perché in fondo, siamo solo esseri viventi, niente di più, niente di meno. E riderci su, ogni tanto, è l’unica vera rivolta che ci rimane.

Come ha detto il poeta tedesco Rilke: “Non puoi giudicare una persona dall’ultima conversazione che ci hai fatto… devi valutare l’intero rapporto che hai avuto con lui”.


C’è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il “verdetto” su qualcuno basandoci soltanto sull’ultimo scambio di battute. 

Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì… siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima. 

Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la “mano della sentenza” e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all’ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l’ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama. 

Eppure – stranamente – lo facciamo continuamente, convinti che l’essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.

Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente. 

È come se il silenzio dell’attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì… come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un’opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta. 

Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel “non so” che invece potrebbe essere l’inizio più autentico di ogni comprensione profondo.

Ed è qui che scatta quella che io definisco la “commedia umana“, cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già… ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.

Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano. 

Perché c’è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all’altro e all’opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l’unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.

Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell’insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito. 

È una lezione che – ahimè – impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.

La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po’ più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all’altro e all’opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.

Già… significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.

Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri…

Religioni? Principi? Fedeli? L’eterno inganno: come le religioni hanno costruito speranze su fondamenta di sabbia!


È da anni che mi sono appassionato a studiare le religioni. Già… le osservo come si osserva un edificio antico, provando a capire con quali mattoni è stato costruito e quali sistemi riescono a tenere in piedi le sue volte.

Premetto che non lo faccio per giudicare, criticare e ancor meno per essere di parte. Difatti, non ho una religione nel cuore da difendere, né una da attaccare, come d’altronde non credo che una valga più dell’altra, ma ciò che vorrei far comprendere in maniera chiara è quali meccanismi e quali precetti – calati dall’alto come fossero una rivelazione – siano finiti per modellare così profondamente la vita terrena di milioni di persone. 

Ed allora, ho deciso – ancora una volta – di riprendere l’argomento, elencando, quasi fosse un inventario, gli obblighi e le ricompense che ciascuna fede pone e promette ai suoi fedeli.

Iniziamo con l’Islam. Ho avuto modo di comprendere, grazie ad alcuni amici musulmani praticanti, quel loro modo di seguire il percorso di vita in maniera precisa, sì… scandito da taluni obblighi. Ad esempio, deve pregare cinque volte al giorno rivolto verso la Mecca, un gesto che orienta non solo lo spirito ma anche il corpo e il tempo quotidiano. Deve digiunare durante il mese di Ramadan dall’alba al tramonto, facendo esperienza della fame e della sete per comprendere la privazione e purificarsi. Deve astenersi dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, e in molte interpretazioni osservare regole precise anche all’interno della vita coniugale. Non deve rubare, non deve uccidere, non deve mentire, e deve astenersi dal consumo di alcol e carne di maiale. Deve inoltre praticare l’elemosina legale, la zakat, che è un obbligo preciso, una percentuale dei propri beni da destinare ai poveri. Deve, se ne ha la possibilità fisica ed economica, compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca. E poi c’è la promessa: vivere secondo queste regole non è solo un modo per guadagnarsi il favore divino in terra, ma apre le porte di un aldilà descritto con straordinaria ricchezza di particolari. Il paradiso coranico è un luogo di giardini e ruscelli, dove i giusti godranno di ogni delizia. E per il martire, per colui che cade combattendo per la fede, la ricompensa è ancora più alta: settantadue vergini lo attendono! Un’immagine quest’ultima che ha affascinato e turbato generazioni di credenti e non solo.

Ed ora passiamo al cristianesimo. Qui l’architettura dottrinale è altrettanto complessa e affonda le radici nel mistero della Trinità: Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte ma un’unica sostanza. Il cristiano si fonda sui Vangeli, quei quattro racconti che narrano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, il Cristo (gli altri, sono stati considerati “apocrifi” e non sono stati inclusi nel canone ufficiale del Nuovo Testamento, forse perché mettevano in discussione quei principi…). I suoi fedeli venerano Maria come madre di Dio, figura di intercessione e di purezza assoluta. I precetti di vita sono quelli tramandati dai Dieci Comandamenti e dal messaggio evangelico: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. Non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, onorare il padre e la madre. Ma anche, in molte confessioni, osservare i sacramenti, confessare i propri peccati, partecipare alla messa domenicale, accostarsi all’eucaristia. La vita del buon cristiano è una via che conosce prove e cadute, ma anche la possibilità del pentimento. E poi vi è la ricompensa o la punizione. Oltre la morte, si spalanca il trinomio di possibilità: il Paradiso per i giusti e i pentiti, la beatitudine eterna nella visione di Dio. Il Purgatorio per quelle anime che, morte in grazia di Dio, necessitano ancora di una purificazione prima di accedere alla gioia perfetta. E l’Inferno per i dannati, per coloro che hanno rifiutato consapevolmente l’amore divino, condannandosi a una sofferenza eterna.

Vediamo ora l’ebraismo, che potremmo definire la radice da cui nascono le altre due. Ha un’impostazione in parte diversa, più incentrata sul popolo e sull’alleanza che sul singolo individuo. Il fedele osserva la “Torah”, la legge rivelata, che comprende precetti numerosissimi, come il riposo assoluto durante lo Shabbat, dal venerdì sera al sabato sera. Segue le regole alimentari della kasherut, che distinguono gli animali puri da quelli impuri e vietano di mescolare carne e latte. Pratica la circoncisione come segno dell’alleanza con Dio. La vita è scandita da feste che ricordano la storia della salvezza del popolo ebraico, come la Pasqua, che celebra l’uscita dall’Egitto. La ricompensa, nell’ebraismo, è spesso terrena e collettiva: la venuta del Messia, la pace per Israele, la giustizia nel mondo. Quanto all’aldilà, le visioni sono meno definite e variegate, con l’idea di uno “Sheol”, un luogo ombroso dove i morti attendono, e in alcune correnti, la speranza nella resurrezione dei corpi alla fine dei tempi.

Se poi ci spostiamo verso Oriente, l’induismo offre ad esempio un panorama totalmente complesso e stratificato. Il fedele induista vive secondo il proprio “dharma“, il dovere specifico legato alla casta di appartenenza e alla fase della vita. I precetti variano enormemente, ma includono la purezza rituale, il rispetto per tutte le forme di vita, che si traduce spesso nell’esser vegetariani e nella venerazione di migliaia di divinità, con pratiche che vanno dalla semplice preghiera domestica, ai complessi rituali templari. Il cuore della promessa induista è il ciclo delle reincarnazioni, il “samsara”. Ogni azione, ogni pensiero, ogni parola produce un karma, un frutto che determinerà la qualità della prossima vita. Si può rinascere in una casta superiore o inferiore, o addirittura come animale o insetto. La meta ultima, il moksha, è la liberazione da questo ciclo, l’uscita dalla ruota delle rinascite, il ricongiungersi con l’assoluto, il “Brahman“.

E poi ci sono le tante ramificazioni, le tante interpretazioni che hanno dato vita a confessioni diverse. I Protestanti, nati dalla riforma di Lutero, che rifiutano l’autorità del Papa, riducono i sacramenti a due, battesimo ed eucaristia, e pongono la sacra scrittura come unica fonte di autorità, sostenendo la dottrina della giustificazione per sola fede. La salvezza non si guadagna con le opere, ma è un dono gratuito di Dio, accolto appunto attraverso la fede.

I Calvinisti, che dalla Riforma protestante ereditano molto ma aggiungono un tassello teologico tra i più radicali e affascinanti da analizzare. Anche loro, come i luterani, riconoscono la Scrittura come unica regola di fede e rifiutano gran parte dei sacramenti, conservando solo battesimo e cena eucaristica, quest’ultima intesa però in senso puramente simbolico, senza alcuna presenza reale di Cristo. Ma il cuore della loro dottrina, ciò che rende il calvinismo un unico nel panorama delle fedi cristiane, è la doppia predestinazione. Secondo questa visione, Dio, nella sua assoluta sovranità e onnipotenza, ha stabilito dall’eternità chi sarà salvato e chi sarà dannato. Gli eletti, coloro che sono destinati alla gloria eterna, non lo sono per merito, per le opere compiute o per la fede professata, ma per un decreto divino insondabile, precedente a qualsiasi azione umana. Il fedele calvinista vive quindi sulla terra senza la certezza della propria sorte, ma cerca nel successo terreno, nella prosperità del lavoro, nella disciplina e nella condotta morale irreprensibile un segno, un indizio della propria elezione: Il lavoro diventa vocazione, l’impegno civile un dovere, la sobrietà uno stile di vita. Ecco che allora, paradossalmente, una dottrina che sembrerebbe togliere ogni spazio alla libertà umana diventa il motore di un’etica operosa e disciplinata, la ricompensa quindi non si guadagna, ma la si riconosce nei frutti terreni della propria esistenza, in attesa del giudizio eterno già scritto.

Passiamo quindi ai Testimoni di Geova, che non amano definirsi una confessione cristiana ma piuttosto un ritorno al cristianesimo delle origini, rifiutano la Trinità, non festeggiano compleanni e natale perché li ritengono di origine pagana, rifiutano le trasfusioni di sangue basandosi su un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici, e non prestano servizio militare. La loro speranza è vivere per sempre su una terra paradisiaca, ricreata dopo la battaglia di Armageddon, e non in cielo, dove andranno solo un numero limitato di eletti, i 144.000!

I Mormoni, o Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, aggiungono ai testi biblici il “Libro di Mormon”, che racconterebbe la visita di Gesù alle Americhe dopo la resurrezione. Praticano il battesimo dei morti, offrendo la salvezza anche agli antenati, e in alcuni periodi storici hanno praticato la poligamia. Credono in una vita eterna che è una progressione continua, dove gli uomini più giusti possono diventare a loro volta dèi e governare su propri mondi.

E potrei continuare con i buddhisti, che pure non parlano di un dio creatore, ma di un percorso di illuminazione e di distacco dalla sofferenza attraverso l’ottuplice sentiero, con la meta finale del nirvana, l’estinzione del desiderio e quindi del ciclo delle rinascite. Oppure con gli scintoisti giapponesi, che rappresentano un caso a sé nel panorama delle fedi mondiali. Lo shintoismo è la via dei kami, gli dèi-spiriti che abitano ogni cosa: non un dio unico e lontano, ma una miriade di presenze che risiedono negli alberi secolari, nelle montagne, nei fiumi, nelle rocce, persino negli oggetti e negli antenati illustri divinizzati dopo la morte. Il fedele scintoista non segue un libro sacro né un codice morale scritto, perché la virtù si presume naturale nel popolo giapponese. Ciò che conta è la purezza, intesa come assenza di contaminazione, da ottenere attraverso riti di purificazione con acqua o con rami di sakaki agitati dai sacerdoti. I precetti non sono comandi da osservare, ma uno stato da mantenere: evitare ciò che sporca, ciò che offende i kami. Le feste, i matsuri, scandiscono l’anno agricolo e servono a ringraziare per il raccolto, a invocare la fertilità, a mantenere l’armonia tra il mondo umano e quello divino. Quanto all’aldilà, lo shintoismo non promette paradisi né inferni, non minaccia pene eterne né ricompense ultraterrene. I morti dimorano nella terra di Yomi, un luogo ombroso e indefinito separato dal mondo dei vivi da un basso colle. La vera ricompensa è qui, sulla terra: la protezione dei kami, la fertilità dei campi, la serenità della comunità. Un meccanismo questo che funziona al contrario delle religioni abramitiche: non si obbedisce per guadagnarsi l’aldilà, ma si celebrano i riti per preservare l’equilibrio del mondo in cui già si vive.

E poi ci sono i sikh, che dal crogiolo indiano emergono con una fede giovane e decisa, nata cinquecento anni fa dall’insegnamento di dieci guru. Per loro Dio è uno, senza forma, e si raggiunge attraverso la meditazione e il servizio disinteressato. Il fedele porta con sé i cinque simboli distintivi, i cosiddetti cinque K: i capelli lunghi mai tagliati, raccolti sotto il turbante; il pettine di legno; il bracciale d’acciaio; il pugnale cerimoniale; e i pantaloni particolari, segno di prontezza a difendere i deboli . Il loro tempio, il “gurdwara”, è aperto a tutti senza distinzione di casta o credo, e lì si consuma insieme il pasto sacro, il “langar”, preparato e offerto dai fedeli stessi in segno di uguaglianza. La ricompensa è la fusione dell’anima con Dio, come una goccia che torna all’oceano, dopo aver vissuto una vita onesta e laboriosa.

Andando per concludere troviamo i giainisti, questi, portano all’estremo il principio della non violenza, l’ahimsa, al punto che i monaci più austeri camminano scoprendo il terreno davanti a sé con una scopa per evitare di schiacciare insetti, portano una mascherina per non uccidere microscopiche forme di vita nell’aria e bevono acqua filtrata. La loro dottrina insegna che ogni anima, ogni “jiva“, è potenzialmente divina e imprigionata nel ciclo delle rinascite a causa del karma, inteso qui come una sostanza sottile che aderisce all’anima per le azioni compiute. Liberarsene richiede un’ascesi estrema, un digiuno progressivo fino alla morte che alcuni monaci scelgono come atto supremo di distacco. La meta, il “moksha”, è la liberazione definitiva, la beatitudine eterna nella conoscenza perfetta, raggiunta solo da quelle anime che hanno spento ogni desiderio e ogni violenza.

Ed infine vi sono le religioni animistiche africane, quelle che i manuali chiamano spesso religioni tradizionali, come se il termine racchiudesse in sé qualcosa di primitivo o di superato. In realtà, sono sistemi complessi e profondi, dove il confine tra visibile e invisibile è labile, dove gli spiriti abitano gli alberi, gli animali, i luoghi sacri, e gli antenati non sono morti davvero ma vegliano sui discendenti da una dimensione parallela. Non c’è un dio unico e lontano, ma un dio creatore, spesso distaccato, e poi una miriade di divinità minori, di spiriti della natura, di forze con cui l’uomo deve imparare a convivere. I precetti sono tramandati oralmente, custoditi dagli anziani e dagli sciamani, e riguardano il rispetto per gli antenati, l’equilibrio con la natura, la purezza rituale da mantenere. Le offerte, i sacrifici, le danze non servono a guadagnarsi un paradiso futuro, ma a mantenere l’armonia qui e ora, a placare gli spiriti irati, a chiedere pioggia o fertilità. La ricompensa è immediata, concreta: la salute, il raccolto, la protezione della comunità. L’aldilà è un prolungamento sfumato della vita terrena, un mondo degli spiriti dove si continua a esistere, magari con meno peso, ma sempre in relazione con i vivi.

Quanto sopra, vuol far comprendere come, tra fedi e precetti, emerga la straordinaria varietà di risposte che l’umanità ha saputo darsi alle stesse domande e, allo stesso tempo, la sorprendente uniformità della struttura: da un lato un codice di comportamento, un insieme di regole da seguire quaggiù, dall’altro la promessa di una ricompensa, o la minaccia di una punizione, in un aldilà.

Nello scrivere questo post pensavo dentro me che, se ci fosse un extraterrestre a osservarci, direbbe di noi: una vera e propria architettura di bisogni e speranze quella degli umani, che, visti da fuori, rivelano tutta la loro terrena e misera umanità.

Sì… forse soltanto un definitivo contatto con quegli esseri, con qualcosa di così radicalmente diverso da noi e dalle nostre costruzioni mentali, potrà finalmente portare alla fine di tutte queste religioni. Sì… chissà se basterà la prova vivente di un’altra intelligenza, di un’altra forma di vita cosciente, per frantumare il millenario specchio in cui ci siamo guardati credendo di vedere il riflesso di un dio o chissà, se viceversa – e questa è l’ipotesi più amara – anche di fronte all’evidenza più lampante, l’essere umano troverebbe il modo di riplasmare la propria fede, integrando gli alieni nel proprio disegno divino. 

Sì… magari come angeli, come demoni, o come nuove anime da convertire, perché l’illusione, quando è così radicata, non muore davvero, si adatta, si trasforma, e continua a vivere.

Perché in fondo, la mia specie è fatta così: ha troppo bisogno di credere in qualcosa, anche a costo di credere in niente!

Morgan: La musica che cura, e l’uomo che ascolta…


Talvolta mi domando cosa si celi davvero dietro un artista, oltre la luce dei riflettori e il clamore delle vendite, delle classifiche, della propaganda e la risposta, forse banale ma sempre attuale, è una preparazione profonda, un mestiere appreso e anche sofferto.

Prendiamo ad esempio un musicista che non si accontenta di dominare un solo strumento – dal pianoforte al basso, dalla chitarra al clavicembalo, persino lo stilofono e la diamonica – ma che è anche compositore e scrittore. 

Perché solo chi ha studiato per tanti anni musica può comprenderne le difficoltà; il sottoscritto, per passione, ha dedicato anni al flauto traverso e poi, come autodidatta, alla chitarra ed infine alla tastiera, ben conoscendo i limiti di chi non ha mai imparato il pianoforte. Ma il mio era un semplice bisogno interiore, da condividere in spiaggia, con gli amici, a qualche festa, già… non doveva diventare una professione.

A differenza di quanti oggi ne hanno fatto la loro professione, beh… penso che dovrebbero cambiare mestiere, sia come musicisti, per quelle loro banali canzonette (già, come le chiamava il grande Bennato…), scritte con accordi elementari, sì… per come sono loro… “principianti”, ma lo stesso vale per le parole utilizzate in quei loro testi, cosa dire… altrettanto “mediocri” e certamente lontane da parolieri come Mogol, Paoli, Tenco, Giancarlo Bigazzi, Paolo Conte, Battiato, Vecchioni, Fossati. E per ultimo ricordo Califano, ma anche – sì, so che a molti sembrerà strano – devo aggiungere il nome di Cristiano Malgioglio.

Perché a volte è inevitabile che talune figure così sfaccettate possano disorientare, che i loro modi non sempre vengano compresi, e che una certa critica, forse poco avvezza alla grammatica musicale, non ne colga la grandezza.

Eppure, persino quella stessa establishment ha dovuto inchinarsi davanti a un brano come “Altrove“, da me considerato bellissimo fin dal primo ascolto, arrivando a consacrarlo, secondo “Rolling Stone Italia”, come il miglior brano italiano del nuovo millennio. Non amo queste generalizzazioni assolute, ma riconosco, insieme a molti, il sigillo di un capolavoro, nato certamente da un momento particolare della sua esistenza, come si intuisce dalle parole del testo.

Oggi, però, non desidero parlare del cantautore o del polistrumentista, ma voglio soffermarmi sull’uomo, su quella sensibilità che lo porta a proporsi agli altri, soprattutto a chi soffre, per regalare un momento magico da custodire dentro di sé.

Già… è accaduto nei giorni scorsi a Monza, nella struttura “SLAncio” che accoglie persone affette da Sclerosi Laterale Amiotrofica. Lì, seduto accanto a un letto, cappello in testa e chitarra in mano, Morgan ha tenuto un concerto inaspettato e carico di una commozione silenziosa. Il più emozionato, in quella stanza, era forse proprio lui, mentre cantava per un pubblico specialissimo, per chi combatte una battaglia quotidiana contro la paralisi del corpo ma non dello spirito.

Al termine dell’esibizione, è arrivato il ringraziamento più toccante, espresso attraverso la voce sintetizzata del computer che dà parola a chi l’ha perduta: “Sei molto forte per quello che fai, fatica tutti i migliori soffrire“. Una frase che è quasi un verso di poesia pura, un frammento di verità nudo e commovente, che riecheggia il titolo di un suo album. Morgan ha sorriso, visibilmente scosso, accogliendo quelle parole non come un complimento, ma come una verità condivisa. Quel breve video, divenuto subito virale, ha mostrato molto più di un gesto di solidarietà: ha rivelato uno scambio autentico, un dare e un ricevere che va oltre la musica.

Quest’anno il regalo me lo sono fatto io“, ha scritto poi sui social, “andando a incontrare chi lotta veramente nella vita. Ho portato un po’ di musica e ho ricevuto energia e gratitudine infinita“.

In queste parole c’è l’essenza di quanto accaduto: non un atto di generosità unidirezionale, ma un incontro. È l’uomo, con la sua fragile e forte umanità, a emergere in primo piano, ricordandoci che la vera arte, quella che nasce da una solida preparazione, trova il suo senso più compiuto quando si fa dono, quando si mette in ascolto, quando accetta di ricevere a sua volta un frammento di verità da chi, nella sofferenza, ha imparato a riconoscere i “migliori“.

Grazie ancora Morgan…

Se non ti ho… (If I ain’t got you…).


Oggi non ho voglia – come solitamente accade nel mio blog – di parlare di legalità, inchieste giudiziarie, arresti, truffe, raggiri e quant’altro apparso stamani nei quotidiani. No, oggi voglio parlare d’amore, quello vero, quello che resta per sempre e non finisce mai.

Ho ascoltato una canzone poco fa su TikTok, “If I Ain’t Got You” di Alicia Keys, cantata da una ragazza per le strade di New York – https://vm.tiktok.com/ZNRLjneaK/ – una di quelle che ti bloccano, sì… come un semaforo che scatta rosso all’improvviso. 

Le parole del testo, in inglese, mentre scorrevano intonate da una voce bellissima, mi hanno ricordato che esiste qualcosa di più profondo delle denunce, dei verbali, delle promesse non mantenute. Mi hanno fatto sentire, con una chiarezza dolorosa, quanto io sia lontano – anni luce – dalla maggior parte dei miei connazionali, dal loro modo di vivere così banale, per non dire superficiale.

Già… come dice quel testo, c’è chi vive per la fortuna, chi per la fama, chi per il potere o per il gioco, come se la vita fosse un tavolo da poker in cui ogni gesto è calcolato per vincere qualcosa di visibile, di misurabile, di esponibile.

C’è chi pensa che la ricchezza del cuore si possa sostituire con oggetti: l’ultimo modello di cellulare, un orologio firmato, un accessorio che urla status prima ancora di essere indossato, simboli esteriori di un successo che non ha mai chiesto permesso a nessuno prima di imporsi.

Eppure c’è un momento – lo conosciamo tutti, anche se spesso lo nascondiamo – in cui quel rumore si spegne. Ti ritrovi solo davanti allo specchio di una stanza silenziosa, e ti chiedi: quello che ho costruito ha davvero un cuore che batte?

Io ci sono già stato, dice la voce nella canzone. E quante volte l’abbiamo pensato anche noi, guardando fuori dal finestrino di un aereo o di un treno che corre verso chissà dove, mentre le città scorrono come fotogrammi di una storia che non ci appartiene più del tutto?

La vita può essere una noia terribile quando è fatta solo di superficie, quando ogni gesto è una recita, ogni parola un’arma da affilare, ogni incontro un’occasione per calcolarne il vantaggio. E invece basterebbe poco: uno sguardo sincero, un silenzio condiviso, la mano di qualcuno che non ti chiede cosa fai, ma semplicemente come stai.

C’è chi desidera anelli di diamanti, chi fiori a dozzine, chi una fontana che prometta eterna giovinezza,  come se la bellezza potesse stare dentro un contenitore di vetro, e non fosse invece il riflesso di un’anima che si sente riconosciuta.

Ma che ne faremmo del mondo, messo su un piatto d’argento, se non avessimo accanto qualcuno con cui dividerne il peso, la meraviglia, la fragilità? A cosa servirebbe tutta quella luce, se non ci fosse una persona capace di guardarci negli occhi e dirci: sei qui, e questo basta…

Perché alla fine, tutto quello che chiediamo – senza ammetterlo apertamente, per pudore o paura di sembrare ingenui – è di non essere soli nella nostra verità, di non dover fingere di essere invincibili, di poter dire non ce la faccio e trovare una mano tesa, invece di un consiglio già pronto.

E forse è proprio in questo gesto semplice, quotidiano, imperfetto, che l’amore smette di essere una parola da canzone e diventa qualcosa di vivo: una scelta, ripetuta ogni giorno, di restare presenti l’uno per l’altro, anche quando il mondo fuori brucia di fretta e di rabbia.

Alcune persone vogliono tutto. Ma io non voglio niente, se non sei tu.

Non per possesso, non per dipendenza, ma perché con te, persino il silenzio ha un senso e il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma da attraversare insieme, passo dopo passo, senza fretta di arrivare.

Se non ti ho con me, non ho niente in questo vasto mondo. Ed è questa – da sempre – la sola cosa di cui ho avuto bisogno.

Testo tradotto di: If I ain’t got you…

Se non ti ho… 

Alcune persone vivono per la fortuna,

alcune persone vivono solo per la fama,

alcune persone vivono per il potere, sì,

alcune persone vivono solo per giocare.

Alcune persone pensano

che le cose fisiche

definiscano ciò che è dentro

e io ci sono già stato,

che la vita è una noia,

così piena di superficialità.

Alcune persone vogliono tutto

Ma io non voglio niente

Se non sei tu, tesoro

Se non ti ho, tesoro

Alcune persone vogliono anelli di diamanti,

altre vogliono solo tutto

ma tutto non significa niente.

Se non ti ho, sì.

Alcune persone cercano una fontana

che promette eterna giovinezza.

Alcune persone hanno bisogno di tre dozzine di rose.

E questo è l’unico modo per dimostrare loro che le ami.

Dammi il mondo

su un piatto d’argento

e a cosa servirebbe?

Senza nessuno con cui condividerlo,

senza nessuno che si prenda veramente cura di me?

Alcune persone vogliono tutto

Ma io non voglio niente

Se non sei tu, tesoro

Se non ti ho, tesoro

Alcune persone vogliono anelli di diamanti,

altre vogliono solo tutto

ma tutto non significa niente

se non ho te, te, te

Alcune persone vogliono tutto

Ma io non voglio niente

Se non sei tu, tesoro

Se non ti ho, tesoro

Alcune persone vogliono anelli di diamanti,

altre vogliono solo tutto

ma tutto non significa niente.

Se non ti ho, sì.

Se non ti ho con me, tesoro

Oh, whoo-ooh

Non ho detto niente in questo vasto mondo, non significa niente

Se non ti ho con me..

Non c’è amore più grande che darsi interamente a chi si ama.


Era la prima volta che sentivo il silenzio parlare così forte

Non il silenzio del borgo, quello lo conoscevo bene, era un vecchio amico fatto di pietre consumate dal tempo e di strade che si allungano senza fretta nella campagna, no, questa volta era un silenzio diverso, più intimo, che riempiva la chiesetta di Brancion come un velo sospeso, denso e chiaro al tempo stesso, come se perfino il tempo, qui così abituato a fermarsi, avesse trattenuto il fiato per ascoltare qualcosa di essenziale.

Ero seduta in fondo, come mi capita spesso, a osservare i figli, i nipoti, gli amici che si stringevano intorno alla bara del dottor Martin, e mi è venuto spontaneo pensare a quanto le nostre professioni, all’apparenza così distanti – la mia custode del riposo, la sua custode della vita – siano in realtà sorelle nella sostanza, accomunate da un’unica vocazione: accogliere chi vacilla, tenere aperta una porta quando tutto sembra chiudersi, essere presenza prima ancora che parola.

Suo figlio, dal pulpito, ha raccontato di un uomo che non si limitava a curare, ma si prendeva cura, un medico che faceva pagare una sola visita, anche se tornava tre volte nello stesso pomeriggio, o se, con un gesto solo, auscultava il cuore di un’intera famiglia radunata in cucina.

Un uomo che sapeva porre tre domande appena, e da quelle riusciva a cogliere non solo la malattia, ma la storia intera di chi aveva davanti, in un’epoca in cui i farmaci non erano ancora una scelta infinita, eppure la guarigione arrivava lo stesso, perché la cura più potente era già lì, nel modo in cui ti guardava, nel modo in cui restava.

Le sue parole mi hanno riportata a tanti volti che ho incontrato quando varcavano il cancello del cimitero: smarriti, stremati, sospesi tra un prima e un dopo che non riconoscono più.

Ho ripensato a quanto sia fragile il confine tra conforto e formalità, e a come, spesso, sia proprio nella rinuncia alla fretta che si nasconde l’unico gesto davvero riparatore: fare posto, senza condizioni, al dolore dell’altro.

Essere una persona perbene, nella vita come nel lavoro, non è una maschera da indossare, né un ruolo da interpretare in scena, è una scelta silenziosa, quotidiana, che non reclama applausi, che non chiede restituzione.

È voltarsi verso chi ha bisogno, anche quando la stanchezza preme sulle spalle, anche quando nessuno lo vedrà, nessuno lo ricorderà.

Poi è arrivato il momento della lapide, e il mio sguardo si è fermato su quel medaglione di ceramica.

Non c’era una foto in posa, né una cerimonia, né un ritratto ufficiale. C’era lui, forse sui cinquant’anni, con il viso segnato dal sole e gli occhi che ridevano prima ancora delle labbra, davanti a un orizzonte di mare aperto, lontano dalle strade polverose della campagna, lontano dai richiami notturni, dalle tosse stizzose, dai letti da visitare all’alba.

Quell’immagine ha detto più di ogni elogio: non si era identificato solo con la sua missione, per quanto intera fosse stata la sua dedizione. Aveva saputo ritagliarsi spazi di leggerezza, non per sfuggire, ma per tornare più intero, più vero, più capace di donare.

Ho capito allora che per dare senza esaurirsi, bisogna prima aver accolto qualcosa di bello dentro di sé.

Non è egoismo cercare la propria luce: è responsabilità. È il riconoscimento che ogni dono autentico nasce da una sorgente che va alimentata, non prosciugata.

Prima della benedizione, il sacerdote ha citato il Vangelo, e quelle parole sono cadute nella navata con la forza di una verità antica che non invecchia mai: Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.

E ho pensato che dare la vita non significa sempre un gesto eclatante, un sacrificio estremo. Può significare restare, quando sarebbe più facile andarsene. Può significare ascoltare, quando il silenzio sarebbe più comodo. Può significare sorridere, anche se dentro c’è un peso.

Questo è il lascito del dottor Martin: una vita vissuta come un atto d’amore continuo, discreto, non negoziabile.

Vivere così – con coerenza, con delicatezza, con fedeltà – vuol dire scegliere ogni giorno di essere un rifugio. Per chi è ancora in cammino, e per chi ha già concluso il suo viaggio e affida a noi, con fiducia, la custodia della sua memoria.

La cortesia che cerco di praticare nell’accogliere i parenti in lacrime, e quella che lui esercitava chinandosi su un lettino di ferro per prendere un polso con le dita ferme e calde, nascono dalla stessa radice: la convinzione che ogni incontro meriti rispetto, e che nel dono di sé non si perde nulla, anzi, si guadagna una forma più alta di esistenza.

Uscendo dalla chiesa, il sole di Brancion accarezzava le facciate di pietra, e il silenzio era tornato, ma non più denso, non più trattenuto: era diventato leggero, vivo.

Il tempo non era fermo, no: si era mosso, dolcemente, portando via con sé una cerimonia, e lasciando in cambio una lezione incisa non sulla pietra, ma nelle pieghe dell’anima.

Essere una persona perbene non è un epitaffio da incidere alla fine, è un verbo, da coniugare ogni mattina.

È scegliere di cambiare l’acqua ai fiori non solo nel proprio giardino, ma in ogni angolo di vita che attraversiamo. È sapere che un giorno, forse, di noi resterà solo un sorriso impresso in una foto sbiadita, una voce che ha saputo ascoltare, una mano che non ha mai chiesto indietro niente.

E che quel sorriso, quella voce, quella mano, saranno abbastanza, sì… abbastanza per dire: era una persona perbene!

E non c’è eredità più preziosa..

La messa in scena del potere: Perché baciare l’anello è l’antitesi dell’umiltà.


C’è un gesto che da sempre mi ripugna…

Antico, superato, apparentemente silenzioso, eppure carico di un intero universo di significati non detti. Mi riferisco al momento in cui qualcuno si china per baciare l’anello di un Papa, vescovo o di un cardinale.

Osservandolo, al di là della devozione che pretende di esprimere, non posso fare a meno di sentire il peso strisciante della storia: l’eco potente di troni e imperi che credevamo ormai sopiti.

Quel gesto non è nato in una sacrestia, è un reperto archeologico, un fossile vivente importato direttamente dalla corte bizantina. A Costantinopoli, i sudditi praticavano la “proskynesis”: si prostravano fino a toccare la terra con la fronte davanti all’imperatore, considerato vicario di Cristo sulla Terra. Non era un atto d’amore fraterno, ma di sottomissione assoluta, un rito che sanciva una distanza abissale tra il divino-autoritario e l’umano-suddito.

La Chiesa di Roma, erede politica di un impero in rovina, non si limitò a raccoglierne l’eredità spirituale: ne assorbì anche i codici del potere. L’anello con il sigillo, un tempo strumento di comando imperiale, divenne l’anello episcopale. E il bacio, un tempo rivolto al Cesare, fu trasferito al principe della Chiesa.

E qui sorge la domanda più scomoda, quella che risuona da secoli: come può un’istituzione che predica l’umiltà del Figlio dell’Uomo, che lava i piedi ai discepoli in un gesto di commovente servizio, permettere – anzi, talvolta esigere – un atto che ne è l’esatto contrario?

La risposta è amara, ma chiara: il lavacro dei piedi è il prodotto da esporre al gregge, il sublime esempio di come dovrebbe essere il rapporto tra gli uomini!

Il bacio dell’anello, invece, è l’istruzione non verbale sul posto che il gregge occupa nella realtà. È un meccanismo perfetto: non devi obbedire perché minacciato, ma perché ti è stato fatto credere che la tua sottomissione sia una forma elevata di devozione. Ti vendono umiltà… e tu compri auto-annichilimento.

Ricordiamocelo con forza: l’uomo che indossa quell’anello è un uomo. Punto!
Con le sue paure, le sue fragilità, i suoi dubbi, i suoi peccati – forse anche più gravi dei nostri, perché nascosti sotto la maestosità di una toga e il peso di una responsabilità che ha scelto di portare.

Non possiede virtù sovrannaturali. Non è stato toccato da una grazia speciale che lo renda intrinsecamente superiore. Ha studiato, ha fatto una scelta di vita, forse nobile, forse no, ma rimane, in fondo, un uomo che cammina, che cade, e che, come tutti noi, dovrà un giorno rendere conto della propria coscienza.

Quel gesto di inchino, dunque, non è solo un retaggio imbarazzante. È la perpetuazione di una menzogna antropologica: che esista una categoria di esseri umani che, per il solo fatto di ricoprire un ruolo, meriti di essere simbolicamente innalzata, e di conseguenza, di abbassare gli altri.

È l’antitesi di ogni autentica comunità fraterna, dove ci si guarda negli occhi da pari a pari, nella consapevolezza condivisa della nostra comune, magnifica e miserabile umanità.

Smascheriamo dunque questo gesto per quello che è: non devozione, ma psicologia del potere applicata. E rifiutare quella logica non è mancanza di fede.

Al contrario: forse, il primo, autentico atto di umiltà è riconoscere che davanti all’Assoluto, siamo tutti — papi, vescovi e fedeli — nudi e uguali.

E nessun anello d’oro potrà mai cambiare questa verità!

La possibilità del nulla: tra distruzione e nuovi valori.


Mi chiedo spesso se il nulla sia davvero il principio di tutte le cose, persino di Dio.

Questa idea non è solo un sussurro poetico, ma un’eco profondo che risuona in una delle correnti più buie del pensiero: il nichilismo russo dell’Ottocento, che vedeva nel vuoto cosmico una chiamata all’azione distruttiva.

Oggi, guardando al mondo che ci circonda, non posso fare a meno di notare quanto quella logica si sia trasformata in realtà concreta…

La violenza non è più un’estremizzazione ideologica, ma una pratica quotidiana, giustificata da narrazioni assolute che si ergono a unica verità mentre cancellano interi popoli sotto l’ombra di bandiere che dovrebbero proteggere, non coprire crimini.

L’impotenza dell’ONU, la normalizzazione delle stragi, la recrudescenza dei conflitti etnici e religiosi, la guerra che diventa spettacolo mediatico e tutto questo non è solo frutto di interessi geopolitici, ma anche di un vuoto esistenziale colmato con identità estreme, con la furia di chi non ha più nulla da perdere se non l’illusione di un senso.

Nietzsche, con lucidità spietata, ci aveva insegnato a distinguere due volti del nichilismo: uno passivo, che si arrende all’assurdo e annichilisce la volontà, l’altro attivo, che distrugge gli idoli non per restare nel deserto, ma per preparare il terreno a nuovi valori.

Eppure, oggi, questa distinzione si è offuscata: la distruzione non sembra più aprire spazi per qualcosa di nuovo, ma riprodurre soltanto caos su caos, come se l’umanità, incapace di sopportare il silenzio dell’universo, preferisse il rumore della guerra al terrore del vuoto.

Forse è proprio questo il cuore della crisi: la scoperta che nulla è necessario, che tutto è possibile e perciò profondamente ingiustificato.

Di fronte a un mondo senza fondamento, molti scelgono di costruire idoli fragili – la nazione, la razza, il mercato, la rivoluzione – pur di non restare soli con la domanda che brucia: “Perché?”.

Altri, invece, si ritirano in un silenzio rassegnato, convinti che ogni azione sia inutile, che ogni parola sia già stata svuotata di senso.

Ma il mio dubbio più grande rimane: siamo di fronte alla verità ultima dell’esistenza, o all’ultimo, tragico errore della nostra mente che, non trovando risposte, decide di adorare il vuoto che ha creato?

Forse la risposta non sta né nella resa né nella distruzione, ma nella capacità di abitare il dubbio senza cedere alla disperazione, di cercare nuovi valori sapendo che sono fragili, umani, imperfetti, e proprio per questo, autentici…

Sì… perché fintanto che l’uomo continuerà a porre domande – anche nel cuore del nulla – non sarà mai completamente perduto.

La ragione addormentata…


Il sonno della ragione genera mostri: non è solo il titolo di un’acquaforte del 1797, ma un avvertimento che attraversa i secoli con una lucidità quasi dolorosa… 

Francisco Goya lo incise nella serie “Los Caprichos” raffigurando un uomo curvo su un tavolo, assopito, circondato da gufi e pipistrelli – creature della notte, simboli di ignoranza e superstizione –  mentre una lince fissa lo spettatore con occhi che sembrano chiedere: “E tu, da che parte stai?”. 

L’artista difatti non voleva solo mostrare un incubo, ma mettere in guardia contro ciò che accade quando la ragione smette di vegliarel’immaginazione, priva del suo contrappeso, non crea meraviglie, ma mostri!

Oggi, guardando quel quadro non posso fare a meno di sentire un brivido di attualità. Quel sonno non è un riposo innocente, né una pausa necessaria: è un atto di resa, una scelta consapevole di spegnere la luce del pensiero critico per abbracciare il conforto delle certezze semplici, dei nemici chiari, delle soluzioni definitive. 

È in quell’oscurità volontaria che ciò che prima era impensabile comincia a prendere forma – non più come fantasma – ma come progetto, come minaccia, come politica. E ditemi: quale mostro è oggi più definitivo, più innaturale, più irreversibile, già… del rischio di una guerra nucleare?

Perché quando la ragione si ritira, il calcolo strategico – per quanto freddo e spietato – lascia il posto all’istinto, alla retorica, alla paura che si autoalimenta. La deterrenza, quell’equilibrio terribile ma razionale costruito su una logica condivisa del non-oltrepassare, si sgretola. Al suo posto subentra una minaccia viva, imprevedibile, talvolta persino celebrata come forza o coraggio. 

Il conflitto non è più qualcosa da evitare con ogni mezzo, ma qualcosa che si comincia a invocare come purificazione, come prova di virilità geopolitica, come soluzione eroica a problemi che la ragione, invece, richiederebbe pazienza, ascolto e compromesso per affrontare.

Ci addormentiamo collettivamente ogni volta che accettiamo che la complessità del mondo venga ridotta a uno slogan, ogni volta che la storia viene piegata a favore di una narrazione di comodo, ogni volta che la diplomazia viene derisa come debolezza anziché riconosciuta come l’unica arma che non distrugge chi la usa. 

E in quel letargo pericoloso, l’impensabile non spaventa più: prima diventa una possibilità remota, poi un’opzione praticabile, infine una scelta inevitabile! 

I veri mostri – l’annichilimento totale, l’inverno nucleare, la fine della civiltà così come la conosciamo –smettono di essere incubi per trasformarsi in fantasmi di sottofondo, tollerati, quasi ignorati, nel rumore assordante di un dibattito pubblico sempre più povero, sempre più teatrale, sempre meno umano.

Ecco perché il monito di Goya non è un ricordo del passato, ma un grido rivolto a noi, qui e ora. Ci parla della necessità disperata di tenere sveglia la ragione, anche quando è faticoso, anche quando la sua luce ci mostra verità scomode, anche quando preferiremmo chiudere gli occhi e credere alle favole del nemico assoluto o della vittoria facile.

Perché i mostri non nascono dal nulla: li generiamo noi, nel momento esatto in cui decidiamo di smettere di pensare e una volta svegliati, non è detto che accetteranno di tornare nell’ombra…

Eh si, siamo proprio un popolo di ferro!


Già… siamo finalmente giunti al momento della verità….
Così avevo scritto ieri, con una punta di amarezza e uno sguardo carico di scetticismo verso un’iniziativa che, fin dal suo annuncio, mi era apparsa più come un gesto mediatico che come un atto concreto di solidarietà; oggi, a distanza di poche ore, le immagini delle barche intercettate, dei volti stanchi ma incolumi degli attivisti, dei comunicati ufficiali che si susseguono tra Roma e Tel Aviv, sembrano confermare ciò che temevo: nonostante le buone intenzioni dichiarate, questa missione rischia di naufragare non sulle coste di Gaza, ma nell’ennesimo teatro dell’ipocrisia collettiva.

Sì, ventuno imbarcazioni su quarantaquattro sono state fermate da Israele, arrestate con modalità militari rapide ed efficienti, e i loro occupanti – italiani compresi – verranno espulsi. Certo, nessun ferito, nessuna vittima diretta, almeno per ora, ma una domanda rimane sospesa come fumo dopo l’esplosione: tutto questo era davvero necessario, o era prevedibile fin dall’inizio che si sarebbe concluso in un nulla sonoro?

Mi sono chiesto quindi: ma quanto coraggio ci sia stato davvero in chi ha deciso di salpare, e quanto invece fosse già scritto nel copione che, all’arrivo del primo ostacolo serio, ha portato quella presunta determinazione a cedere di fronte alla diplomazia e alle pressioni internazionali.

Ancora una volta, il governo italiano si è affrettato a muoversi non per sostenere l’iniziativa umanitaria, ma per garantire che i nostri connazionali non corressero troppi rischi, coordinando in anticipo con Israele le modalità dell’intervento, quasi si trattasse di un’operazione congiunta piuttosto che di un atto di disubbidienza civile.

Tajani parla di assistenza consolare, di cittadini in buone condizioni, di procedure di rimpatrio, mentre Crosetto anticipa freddamente che saranno portati ad Ashdod ed espulsi. Già… nulla di nuovo, tutto sotto controllo.

Ma allora ditemi: dov’è stata quella la protesta tanto decantata? Dove sono gli attesi gesti estremi che avrebbero dovuto sfidare il potere d’Israele, azioni che non si sarebbero dovute fermare dinnanzi al timore di essere isolati, respinti o anche arrestati?

Sì… qualcosa nel nostro paese si sta muovendo (se pur non mi trovo concorde con talune iniziate, come ad esempio l’occupare le università o il blocco delle scuole), a iniziare con gli scioperi. La mobilitazione cresce, e forse proprio qui, in questi cortei improvvisati, c’è più sincerità che su quelle barche, forse perché qui, tra i giovani che mettono in gioco il loro tempo e la loro sicurezza sociale, che si nasconde un’ombra di autentica ribellione.

Viceversa, chi era a bordo su quelle flottiglie, pur avendo osato salpare, sembra alla fine, essersi consegnato senza combattere, accettando passivamente il ruolo di simbolo destinato a essere neutralizzato.

Ovviamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su Gaza, su una popolazione martoriata, esiliata e da troppo dimenticata, come riconosco che parlare ad alta voce di aiuti, blocchi e sofferenze costituiscano un atto necessario.

Ma non posso viceversa ignorare i dubbi che mi attanagliano: chi c’era realmente davvero dietro questa flottiglia? Quanta parte di essa era mossa da genuina compassione, e quanta da logiche politiche, strumentalizzazioni, ambizioni personali? Le notizie che arrivano, quelle che parlano di fondi legati a Hamas o a paesi vicini, non possono – vere o false che siano – essere ignorate, anche se vanno prese con le pinze. Ma quelle frasi bastano a insinuare il sospetto che, anche in mezzo al dolore altrui, ci sia spazio per il calcolo.

Sì… il ministro Tajani parla di “spiraglio di pace”, di sanzioni possibili verso Israele, di condanna agli insediamenti in Cisgiordania. Certo, parole importanti, forse persino coraggiose, se non fossero accompagnate da una pratica così cauta, così difensiva. D’altronde, condannare l’eccesso di reazione israeliana e poi coordinarsi con loro per evitare problemi ai nostri cittadini è una contraddizione evidente. È come dire: siamo contro la violenza, ma non fino al punto di mettere a rischio il nostro ordine. E allora dove sta il limite tra responsabilità e complicità?

Guardo le liste dei nomi degli italiani fermati: deputati, europarlamentari, attivisti noti. Alcuni li conosciamo di vista, altri solo per reputazione. Certo, so che hanno rischiato a compiere questa attraversata, ma so anche che molti di loro torneranno in Italia applauditi, intervistati, messi in prima fila nei talk show, mentre la situazione a Gaza resterà immutata!

E allora mi chiedo: chi ci guadagna da tutto questo? La popolazione palestinese? O piuttosto chi usa la loro sofferenza per costruirsi un profilo, per dimostrare un impegno che finisce quando finisce la diretta tv?

È l’emblema di una fallacia ricorrente, quella che trasforma il dolore in contenuto, la resistenza in performance. Mentre i media ci mostrano barche circondate da navi militari, mentre i social si riempiono di hashtag e video emozionati, la realtà continua a svolgersi altrove: nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nei quartieri rasi al suolo. E noi tutti, distratti da questi gesti simbolici, rischiamo di credere di aver fatto abbastanza solo perché abbiamo guardato.

Sì… forse speravo in qualcosa di più radicale, di più irriducibile, forse speravo che qualcuno decidesse di non tornare indietro, di restare aggrappato a quella barca fino all’ultimo miglio, di sfidare non solo la Marina israeliana, ma anche il cinismo di chi riduce ogni forma di protesta a un evento calendarizzato, controllato, previsto.

E forse, invece di scrivere da lontano, avrei dovuto esserci io su una di quelle barche, o meglio ancora, farmi paracadutare su Tel Aviv con una bandiera al seguito — non una bandiera palestinese, né rossa, né di parte — ma una bianca, sì, proprio bianca, come simbolo di pace, di resa reciproca, di umanità ritrovata oltre le barricate dell’odio e della retorica.

So bene che nessuno accoglierà questa provocazione, perché siamo abituati a gridare dalla sicurezza dei nostri schermi, a indignarci in gruppo, a occupare piazze per poi tornare a casa quando fa freddo. E così, anche stavolta, assistiamo al solito copione: tensione crescente, mobilitazione mediatica, picco emotivo, e infine una deflagrazione calibrata, perfettamente gestita, seguita dal silenzio più assoluto.

Nel frattempo, Gaza aspetta. Aspetta non le barche, non i manifesti, non gli hashtag. Aspetta la verità. Quella vera. Quella che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce, perché cambierebbe tutto. E forse è proprio per questo che non arriverà mai…

Dai roghi di Alessandria ai missili di oggi: la cultura sempre sotto attacco.

Si racconta che Hitler abbia ordinato di risparmiare Oxford dai bombardamenti, forse per il suo valore come faro di conoscenza, forse perché sognava di farne il cuore del suo dominio europeo.
Quel che è certo è che, in quell’occasione, la guerra sembrò inchinarsi, seppur per un momento, davanti al peso sacro della cultura.

Oggi, invece, i missili non distinguono più tra caserme e biblioteche, tra soldati e studenti, tra laboratori e trincee. Volano ciechi, distruggono senza guardare, e quando colpiscono, è sempre la civiltà a perdere.

Proprio come Oxford, il “Weizmann Institute of Science di Rehovot” era un tempio del sapere, un luogo dove menti brillanti lavoravano alla frontiera della scienza: matematica, fisica, biologia, intelligenza artificiale.

Ma in questa guerra, nessun sapere è innocente. Le stesse scoperte che avrebbero potuto curare malattie o esplorare le stelle sono state piegate alla logica delle armi, trasformate in droni, laser, sistemi di difesa. E così, quando l’Iran ha risposto agli attacchi israeliani, ha preso di mira proprio quel simbolo, perché oggi la cultura non si protegge più, si usa come bersaglio.

Pochi ne hanno parlato. Le immagini dei danni sono svanite nel silenzio dei governi, come se la distruzione di un centro di ricerca fosse un dettaglio trascurabile, un effetto collaterale accettabile. Eppure, ogni volta che un missile cade su una biblioteca, un museo, un’università, è l’umanità intera a perdere qualcosa. Non solo muri e libri, ma secoli di progresso, di domande, di scoperte.

Forse è questo il paradosso più amaro: in un’epoca in cui la conoscenza è più accessibile che mai, continuiamo a bruciarla!

Già… siamo tornati ai tempi in cui il sapere era merce rara, custodita da pochi, negata ai molti. Solo che oggi non servono roghi o editti, basta un missile. E mentre le macerie fumano, ci illudiamo ancora di stare combattendo una guerra, quando in realtà stiamo solo scavando la nostra ignoranza!

Basta prenderci per il culo! Gaza non è un ‘danno collaterale’, è un massacro!

Le strade di Gaza sono ancora macchiate di sangue, mentre il mondo sembra voltarsi dall’altra parte.

Oggi il bilancio delle vittime si è aggravato ancora, con decine di persone uccise mentre attendevano un sacco di farina, un po’ d’acqua, un gesto di sopravvivenza. Trenta morti, sessanta feriti, numeri che si aggiungono a una lista già troppo lunga, mentre i corpi giacciono abbandonati sull’asfalto, testimoni muti di una tragedia che non conosce tregua. Poco lontano, altri due civili sono stati uccisi da un bombardamento, vicino a un centro di assistenza che dovrebbe essere un rifugio, non un bersaglio.
Dal 7 ottobre a oggi, i numeri sono diventati una litania straziante: 58.000 morti, 150.000 feriti, 900 persone uccise mentre cercavano cibo, 6.000 feriti nella disperata lotta per un pasto. Ma il vero orrore non è solo nei proiettili o nelle bombe, è nella fame che si allarga come un’ombra silenziosa. Un milione di bambini rischia di morire di stenti, mentre il cibo viene bloccato, mentre gli aiuti vengono distrutti, mentre il mondo discute, tergiversa, guarda altrove.

Eppure, qualcuno continua a parlare di “danni collaterali”, di obiettivi militari, di necessità strategiche. Ma come si può definire “collaterale” la morte di un bambino che non ha mai impugnato un fucile? Come si può giustificare l’assedio di un intero popolo, colpevole solo di essere nato dalla parte sbagliata del confine? Gaza non è un campo di battaglia, è una prigione a cielo aperto, dove i civili sono intrappolati tra due fuochi: da un lato, i raid che non distinguono tra militari e famiglie in fuga, dall’altro, le milizie che li usano come scudi, condannandoli a una morte certa.

Ma questa non è una guerra tra due fazioni, è una strage di innocenti. I palestinesi non hanno scelto questo conflitto, lo subiscono, giorno dopo giorno, senza via di fuga. Se cercano di scappare, vengono colpiti. Se restano, muoiono di fame. Se alzano la voce, vengono zittiti. E mentre i potenti del mondo discutono di alleanze, di equilibri geopolitici, di interessi economici, Gaza affonda in un bagno di sangue che potrebbe essere fermato, se solo ci fosse la volontà di farlo.

È ora di smetterla con le scuse, con i giochi di potere, con la complicità del silenzio. Gli Stati devono agire, non con dichiarazioni di facciata, ma con azioni concrete, con sanzioni, con pressioni reali, con la ferma decisione che nessuna strategia militare può giustificare la morte di migliaia di civili. Perché se oggi è Gaza a bruciare, domani potrebbe essere un’altra città, un altro popolo, un’altra generazione sacrificata sull’altare della guerra. Il tempo delle mezze misure è finito. Gaza non può più aspettare.

La giustizia perfetta senza pregiudizi o condizionamenti? Quando i robot sostituiranno i magistrati!

Ascolto le notizie riportate in Tv sulla giustizia e mi chiedevo cosa accadrebbe se applicassimo la tecnologia AI al sistema giudiziario?
Già… immaginiamo un mondo in cui i magistrati siano sostituiti da robot in grado di interpretare la legge in modo impeccabile, senza influenze esterne, condizionamenti o pregiudizi!
Già, in questo, un “magistrato robot” avrebbe capacità straordinarie e non indifferenti.
Ad esempio… una memoria infinita: potrebbe incamerare tutta la legislazione passata e vigente, accedendo a ogni norma, articolo o regolamento in pochi secondi.
Ed ancora, sarebbe in grado di realizzare un aggiornamento istantaneo: le nuove normative non richiederebbero anni di studio, ma solo pochi minuti di upgrade.
Cosa dire inoltre sulla “coerenza” assoluta; questa… grazie all’analisi in tempo reale di tutte le sentenze emesse, potrebbe adottare interpretazioni giuridiche coerenti, sì… basate su precedenti consolidati.
Ma non solo, nessuna imparzialità: sì…niente pressioni politiche, correnti, interessi personali o condizionamenti emotivi. Solo la legge, applicata in modo rigoroso e oggettivo.
Ma allora, è davvero possibile percorrere questa strada per una giustizia perfetta?
Certo, in molti ora diranno che, se da un lato l’IA (intelligenza artificiale) potrebbe eliminare gli errori umani, i ritardi burocratici e le disparità d’interpretazione, dall’altro farebbe sorgere domande importanti…
La legge è solo una questione di logica, o c’è un elemento umano – come l’equità, la comprensione del contesto sociale e la capacità di adattarsi a casi eccezionali – che un robot non potrebbe mai replicare?

Chi sarebbe responsabile in caso di errori o decisioni controverse e, soprattutto, siamo pronti a delegare decisioni che riguardano la libertà e la vita delle persone a una macchina?
Tuttavia, l’idea di un magistrato robot affascina, ma allo stesso tempo spaventa. Se da un lato rappresenta un’opportunità per rendere la giustizia più efficiente e imparziale, dall’altro ci costringerebbe a riflettere su cosa significhi davvero “giustizia” e su quanto l’elemento umano sia insostituibile.
E allora, ditemi: cosa ne pensate? Quanto siete disposti a fidarvi di un sistema giudiziario gestito dall’intelligenza artificiale?

Dalla Shoah al Darfur: L'eterna ombra del Genocidio

Continuando con quanto espresso nella giornata di ieri, vorrei stamani allontanarmi perché desidero prima di continuare quel percorso, affrontare due punti fondamentali sulla “Soluzione Finale” che hanno segnato il dibattito storico e morale degli ultimi decenni. 
Da un lato, si è cercato di convincere il mondo democratico e capitalistico che la Shoah rappresentasse un evento eccezionale e irripetibile, Dall’altro, si è insistito sulla necessità di preservarne la memoria affinché simili orrori non si ripetessero.

Ma viene da chiedersi: se assumiamo queste due affermazioni come verità assolute, non rischiamo di cadere in una contraddizione insanabile? Se la Shoah è davvero eccezionale e irripetibile, allora la memoria diventa superflua. Al contrario, se la memoria è necessaria, significa che la Shoah non è né eccezionale né irripetibile, ma piuttosto un tragico esempio di ciò che l’umanità è capace di fare.

Purtroppo, la storia ci ha dimostrato che la seconda ipotesi è quella più vicina alla realtà. Dopo la Shoah, il mondo ha continuato a essere teatro di genocidi, massacri e pulizie etniche.

In Cambogia, tra il 1975 e il 1979, il regime dei Khmer Rossi guidato da Pol Pot cercò di creare una società agraria utopica, sterminando chiunque fosse considerato un “nemico”: intellettuali, minoranze etniche, religiosi. Un quarto della popolazione, circa 1,7 milioni di persone, morì per esecuzioni, fame e malattie. Poco dopo, nel 1994, il Ruanda fu sconvolto da un genocidio che in soli 100 giorni portò al massacro di circa 800.000 persone, principalmente Tutsi e Hutu moderati, in un’esplosione di odio etnico alimentato da decenni di tensioni.

Anche l’Europa, nonostante le lezioni della Shoah, non fu immune. Durante la dissoluzione della Jugoslavia, tra il 1992 e il 1995, le forze serbo-bosniache attuarono una campagna di pulizia etnica contro i Bosgnacchi e i Croati, culminata nel massacro di Srebrenica, dove oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani furono uccisi.

Eppure, già prima della Shoah, l’Unione Sovietica di Stalin aveva dato prova di una violenza sistematica. Tra gli anni ’30 e ’50, milioni di persone furono perseguitate, deportate nei Gulag o giustiziate come “nemici dello Stato”. Interi gruppi etnici, come i Tatari di Crimea e i Ceceni, furono deportati in massa, mentre politiche come l’Holodomor in Ucraina causarono carestie deliberate, uccidendo milioni di persone.

Nel frattempo, in America Latina, i popoli indigeni subirono persecuzioni e massacri. In Guatemala, durante la guerra civile (1960-1996), le comunità Maya furono sterminate con l’accusa di sostenere i ribelli comunisti, lasciando un bilancio di 200.000 morti. E ancora oggi, in Darfur, il governo sudanese e le milizie Janjaweed conducono una campagna di pulizia etnica contro le comunità non arabe, causando oltre 300.000 morti e milioni di sfollati.

La memoria non basta…

Da questi eventi emerge un quadro chiaro e sconvolgente: l’odio etnico, il fanatismo ideologico e l’autoritarismo possono sempre e di nuovo condurre a tragedie immani. La Shoah non è un evento isolato, ma parte di un continuum storico in cui l’umanità ha dimostrato una spaventosa attitudine alla ferocia e al sadismo.

Eppure, troppo spesso la memoria della Shoah è stata ridotta a una musealizzazione sterile, trasformandola in un evento eccezionale e distaccato dalla storia contemporanea. Questo approccio, secondo me, rischia di sminuire la sua portata universale. La memoria non deve essere un monumento immobile, ma un esercizio costante di confronto e dialogo. Dobbiamo interrogarci sul nostro presente, sulle ingiustizie che ancora persistono, sulle ideologie che seminano odio e divisione.

Solo così possiamo sperare di spezzare l’eterna ombra del genocidio. Perché, come ci ha insegnato Primo Levi, “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. E sta a noi fare in modo che non sia così.

CONTINUA 

Dal silenzio del passato all’azione nel presente

Sento in questi mesi paragonare il genocidio della Shoah all’attuale questione palestinese.

Perdonatemi, ma chiunque possieda una mente libera e quindi incondizionata non potrà – leggendo le prossime righe – giungere alle mie stesse riflessioni.

Pensare anche soltanto di paragonare la “soluzione finale” – lo sterminio sistematico e premeditato degli Ebrei in tutta Europa, perpetrato da menti malate naziste – è profondamente sbagliato. Un crimine, per come è stato progettato e perpetrato, disumano, che non colpì solo gli Ebrei, ma anche Rom, persone con disabilità, oppositori politici, scrittori, omosessuali e tanti altri considerati “indesiderabili”. Una ferita indelebile nella storia dell’umanità, un abisso morale da cui non ci siamo mai completamente risollevati e che ha segnato per sempre la nostra coscienza collettiva.

Ciò che accadde allora non può né deve mai essere giustificato. E il solo pensiero di paragonare quella tragedia alla questione palestinese è, a mio avviso, inappropriato.

Sebbene ciò che sta accadendo in questi mesi in Palestina possa essere definito una strage di innocenti, e in alcuni casi un crimine contro l’umanità, trovo pericolosi i parallelismi tra Nakba e Shoah che proprio alcuni illustri storici vorrebbero in queste ore riproporre.

Premesso che ogni violenza, specialmente contro donne e bambini, è sempre abominevole, tuttavia, non si possono mettere sullo stesso piano due tragedie di natura e contesto così diversi. Questo non significa negare la gravità di quanto sta accadendo oggi, ma è essenziale mantenere un linguaggio preciso e rispettoso della storia.

Voglio sottolineare che il mio intento non è sminuire l’una tragedia rispetto all’altra. Entrambe meritano attenzione: la Shoah per l’eredità storica e morale che ci ha lasciato, e la questione palestinese per l’urgenza di una soluzione che tuteli i diritti umani di tutte le persone coinvolte.

Ciò che invece lascia perplessi è l’uso politico della Shoah contro i palestinesi, quando è storicamente noto che quest’ultimi non hanno avuto alcun ruolo in quella tragedia. Non furono responsabili dell’antisemitismo né del Nazismo, eppure oggi si trovano a subire un’oppressione sistematica da parte di chi, più di ogni altro, dovrebbe conoscere il valore del rispetto per la vita umana.

Perché, allora, non imparare dal passato? Sì… diversamente da 80 anni fa, quando si preferì tacere, è nostro dovere intervenire con urgenza per trovare una soluzione, giusta e definitiva, per il popolo palestinese.

FINE PRIMA PARTE 

L'aldilà? È come l'aldiquà!!!

Sono passati millenni, eppure l’uomo è ancora qui a chiedersi cosa ci sia dopo la morte. Abbiamo assistito a innumerevoli tentativi di raggiungere l’oltretomba, costruendo strutture imponenti che dovevano toccare il cielo, e a secoli in cui l’uomo, per colpa delle religioni, si è trovato intrappolato in una rete di falsità, tutte finalizzate a promuovere un’immagine di paradiso.

Il messaggio che è passato è chiaro: il modo in cui avrai vissuto la tua vita su questa terra determinerà il tuo destino dopo la morte. Sarai giudicato e, in base a questo, scoprirai se potrai continuare a vivere in un luogo sublime, meraviglioso, perfetto. Naturalmente, le interpretazioni cambiano da religione a religione, ma il contenuto resta sostanzialmente lo stesso.

E allora, senza poter confermare quanto sto per dire, ma sapendo che nessuno di voi può smentirmi, mi permetto di formulare un’ipotesi. Quello che sto per esporre è semplice da comprendere e si articola in tre possibili scenari, completamente indipendenti dalle narrazioni religiose più comuni.

Prima ipotesi

La prima è la più lineare: morendo, tutto si trasforma in energia e non c’è alcuna vita dopo la morte. La nostra esistenza termina con l’ultimo respiro, e ci fondiamo con il cosmo in una forma impalpabile.

Seconda ipotesi

La seconda ipotesi immagina che, dopo la morte, il nostro spirito vaghi in un luogo di totale oblio. Un posto dove non esiste nulla: non ci si parla, non si ride, non si scherza, non si ama. È un’esistenza sterile, in cui ognuno di noi è come uno zombi, circondato da anime di ogni epoca. È un’eternità vuota, priva di emozioni e interazioni.

Terza ipotesi

La terza ipotesi prevede che tutti, senza distinzioni, vivano insieme in un unico luogo. Non importa come ci si è comportati nella vita terrena: che tu sia stato una bestia feroce o un missionario, ora sei lì, accanto a tutti gli altri. Non ci sono più abusi, violenze o gesti premurosi; tutto è sospeso in un’eterna neutralità.

In questo scenario, potresti incontrare personaggi come Hitler, Stalin o Pol Pot intenti a conversare con Papa Giovanni XXIII o John Lennon, seduto su una panchina con la sua chitarra, accanto al serial killer Jeffrey Dahmer. Nessuno è stato giudicato per le sue azioni: è come se, nell’aldilà, esistesse una forma di riconciliazione universale. Una sorta di tempo infinito per fare i conti con se stessi, al di là del bene e del male.

E allora, forse, è proprio questo ciò che ci aspetta: un aldilà che non è altro che un aldiquà. Un riflesso della vita terrena, senza le illusioni di giudizi divini o promesse ultraterrene. Solo una perpetua coesistenza.

Che sia questa la risposta che cercavamo?