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La pietra è già volata. E ora, la mano: Cinquecento aerei, una complicità scomoda e il solito maldestro tentativo di nascondersi…


E così puntuale eccoci di nuovo al solito spettacolo del tutto italiano…

Prima si butta la pietra con tutta la forza di chi sembra non rendersi conto del peso di ciò che sta facendo, e poi dopo, quando il sasso (o dovrei dire l’aereo) ha già colpito il bersaglio ecco l’eco della notizia che prova a propagarsi oltre i confini nazionali, in particolare verso l’Iran: mi chiedo se forse non sarebbe stato il caso di pensarci un attimo prima.

Ma si sa… da noi è così che funziona così: l’istinto è sempre quello di agire, di mostrarsi presenti, di rispondere al richiamo dell’alleato più forte senza fare troppe domande, e poi, quando le conseguenze arrivano e bussano alla porta con tutta la loro scomoda evidenza, si comincia a cercare un dito dietro cui nascondersi, un riparo, una scusa, una narrazione che possa attenuare l’infausta scelta…

Ora, però, la faccenda si è fatta seria, perché l’Iran ha scoperto che quei cinquecento aerei decollati dalle basi americane in Italia non erano lì per fare una gita turistica, e soprattutto le parole di Rutte, pronunciate con quella disinvoltura che solo chi è abituato a muoversi nei corridoi del potere può permettersi, hanno tolto il velo su una complicità che fino a ieri molti fingevano di non sapere… 

E allora, immagino i nostri rappresentanti a Teheran che saranno stati già convocati, i toni roventi, e la diplomazia italiana, quella stessa che tanto ama pavoneggiarsi sui palcoscenici internazionali, si troverà ora a dover fare i conti con una rabbia legittima e difatti ecco che immediatamente il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani ha subito dichiarato: L’Italia non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare e non ha mai autorizzato l’utilizzo delle basi per azioni di guerra contro l’Iran.

In Sicilia, molti miei conterranei – a questa affermazione – direbbero “curnutu cu ci criri…” e difatti sono in molti ad osservare come quanto accaduto rappresenti l’ennesima débâcle di questo governo, ed allora mi chiedo: come farà il nostro governo a giustificare quegli aerei partiti dal nostro territorio? Con quale abilità retorica tenterà di spiegare che sì, i jet sono partiti, sì, le basi erano italiane, ma in fondo, in fondo, la responsabilità era di qualcun altro? Perché è questo il copione che conosciamo bene, quello della scivolata seguita dal tentativo maldestro di riparare il danno con parole vuote e promesse di chiarimenti che, tanto si sa, non arriveranno mai. 

E così, mentre i nostri ministri si affannano a cercare la formula giusta per non perdere la faccia, l’Iran intima provvedimenti, minaccia ritorsioni, e lo Stretto di Hormuz diventa una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro.

Ma al di là delle manovre politiche e dei giochi di potere internazionali, ciò che davvero mi lascia amareggiato è questa incapacità cronica, tutta italiana, di non sapere guardare oltre l’immediato, già… di non saper valutare le conseguenze, prima di gettare la pietra. 

Perché poi, quando la pietra è già in volo, non c’è più mano che tenga, non c’è giustificazione che regga, e il mondo intero ci guarda con quell’espressione tra il perplesso e il beffardo che ormai conosciamo fin troppo bene, basti guardare la storia recente, già… nelle ultime due guerre mondiali. 

E allora aspetteremo, con l’abituale pazienza di chi sa che le scuse arriveranno, puntuali come sempre, ma anche con la consapevolezza che questa volta, forse, nascondere la mano non basterà a cancellare l’ombra che quei cinquecento aerei hanno proiettato sul nostro paese.

Il fiume Litani e la grande distrazione dello Stretto di Hormuz: perché Trump ha vinto e nessuno l’ha capito.


Sì… potevo iniziare il post con questo titolo: Quando il fallimento diventa strategia. L’obiettivo nascosto di Washington e Tel Aviv!

E forse, in fondo, è proprio così che dovrei intitolare ogni riflessione su questi mesi di politica estera americana, perché c’è una verità che sfugge a tutti, o forse a troppi. Ogni giorno, aprendo i social o leggendo i commenti dei sedicenti esperti di geopolitica, mi imbatto nella stessa, stanca narrazione: Trump umiliato, Trump sconfitto, Trump costretto a piegarsi davanti all’Iran. 

Il blocco dello Stretto di Hormuz, la pressione militare, i miliardi di dollari congelati restituiti a Teheran in cambio di una tregua sul nucleare. E poi le risate, i meme, i thread trionfanti su come il presidente americano abbia fallito miseramente il confronto con i pasdaran.

E io, ogni volta, li guardo e penso: non hanno capito un cazzo!

Non lo dico con supponenza, ve lo assicuro. Lo dico con la certezza di chi ha seguito il filo nascosto degli eventi, di chi ha letto tra le righe di una partita che si giocava su una scacchiera molto più ampia di quella che tutti osservavano. Perché il vero obiettivo di Trump, dei suoi consiglieri e dei suoi amici israeliani, a cominciare da quel Benjamin Netanyahu con cui condivide più di una strategia militare, non era mai stato Teheran. Il vero obiettivo era il Libano. O meglio: quella striscia di terra che Israele sogna da decenni, quella che porta i propri confini a ridosso del fiume Litani.

Io stesso l’ho scritto più volte, in questi mesi, anticipando quello che poi è puntualmente accaduto.

Dicevo che l’operazione era chiara: creare le condizioni affinché Israele potesse invadere il Sud del Libano senza apparire l’aggressore. Serviva una scusa, una motivazione credibile, una narrazione che reggesse il peso di un’offensiva militare su larga scala

E quale scusa migliore di un attacco subito? Non un attacco qualsiasi, ma quello di Hezbollah, i terroristi che da anni l’Iran foraggia e arma con missili e sostegno politico.

E qui arriva il genio, o se preferite la follia calcolata, della strategia di Trump. Si scatena il conflitto con l’Iran, si alza la tensione fino al punto di rottura, si gioca la carta dello Stretto di Hormuz come un’arma di distrazione di massa. E puntualmente, come un orologio svizzero, il governo iraniano inizia a inviare missili su Israele e sui paesi arabi che collaborano con gli Stati Uniti concedendo le proprie basi aeree. 

Nel contempo, Hezbollah, fedele al suo ruolo di longa manus di Teheran, comincia a lanciare razzi verso il nord di Israele. Alcuni di quei missili, ne sono certo, non sono stati intercettati apposta. Perché serviva che qualcuno si facesse male, che qualche razzo colpisse il bersaglio, che si potesse finalmente dire: “Hanno attaccato, ora rispondiamo“.

Ed ecco compiersi il disegno. Mentre il mondo intero, i giornali, i social, gli intellettuali da salotto, continuano a parlare del presunto fallimento americano in Iran, a ridere delle concessioni di Trump, a discutere di miliardi e di uranio, Israele invade il Libano! Avanza lungo più assi, taglia le linee di rifornimento di Hezbollah, crea quella fascia di sicurezza che da sempre era il vero premio. I confini si spostano. La geografia cambia. Il fiume Litani diventa, finalmente, il nuovo limite meridionale dello Stato ebraico.

E allora ditemi: dove sarebbe il fallimento? Trump ha ottenuto esattamente quello che voleva, o forse anche di più. Ha tenuto impegnato l’Iran su un fronte secondario, ha dato a Israele la copertura necessaria per realizzare il suo piano strategico, e ha fatto tutto questo mentre l’opinione pubblica mondiale continuava a parlare della sua débâcle. È geniale, nella sua brutalità. O forse è solo cinico. Ma certo non è un perdente.

Oggi, mentre scrivo, le truppe israeliane sono a ridosso del Litani. Hezbollah resiste, certo, ma il territorio è cambiato per sempre. E Trump può tranquillamente dire di aver mediato, di aver ottenuto una sospensione sul nucleare, di aver riaperto un canale con Teheran. Ma il prezzo che ha pagato, quei miliardi sbloccati, non è una resa: è il pedaggio per aver distolto lo sguardo del mondo dalla vera partita, quella che si giocava in Libano.

Poveri idioti e incompetenti, come li chiamo io… con quella loro competenza improvvisata, continuano a non vedere che il fallimento, a volte, è solo la maschera di un’altra vittoria. Più sporca, certo. Più nascosta. Ma non per questo meno reale. Perché la storia, si sa, non la scrivono quelli che guardano i titoli dei giornali, la scrivono quelli che sanno leggere tra le righe.

E oggi, tra il Litani e Hormuz, la lezione è chiara: quando tutti guardano da una parte, qualcuno sta già vincendo dall’altra

USA-IRAN: Pace sì, ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava…


Buongiorno, ho ascoltato pochi minuti fa dell’accordo di pace che a breve si dovrebbe finalmente per compiere, ma io, perdonatemi,  sono ancora fermo a quel quadro – 

pubblicato nel mio blog alcuni mesi fa – quello in cui vedo ancora, una  donna iraniana che soffre.

Certo si trattava di un’opera con i contorni sfumati, astratta, con i colori un po’ confusi, ma il dolore che emanava – credetemi – era fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Ed è proprio ripensando a quella figura indefinita che mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso certamente ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro?

Lo dicevano ieri e lo ripetono oggi, che l’accordo tra Stati Uniti e Iran è imminente. Trump ha scritto sul suo Truth che dopo la firma, lo Stretto di Hormuz, sarà aperto a tutti; che il suo accordo non è come quello di Barack Hussein Obama, ma un vero e proprio muro contro l’arma nucleare. Il Pakistan, che fa da mediatore, parla di firma elettronica, di colloqui tecnici, di una pace finalmente a portata di mano.

Ma io, davanti a questa notizia, non posso che dire una cosa: certo, come tutti voi voglio la pace… ma non a qualsiasi prezzo e soprattutto non al prezzo della democrazia!

Perché la verità, nuda e cruda, è che in Iran non esiste alcuna libertà. È una verità che viene strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni e in questi giorni, mentre i media si riempiono di dichiarazioni trionfalistiche e i mercati tirano un sospiro di sollievo all’idea che il petrolio torni a fluire, io penso a chi soffre in questo preciso istante: donne, giovani, bambini.

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. La guerra, se i giornali dicono il vero, finirà. Il problema è ciò che viene dopo. Perché questo trattato, per come lo raccontano, non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per le donne e i regazzi, per gli anziani, per i bambini che in quarant’anni di regime hanno solo imparato a subire. Chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato. Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto mentre i capitali vengono nascosti all’estero – tutto il resto resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema.

E allora io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte.

Penso a chi, in questi mesi – quando ancora si combatteva – aveva osato sperare, già… aveva auspicato che quella guerra, per quanto atroce, potesse essere l’ultimo spintone verso un cambio di regime. Aveva desiderato che le bombe, almeno in questa circostanza, avessero portassero qualcosa di buono: Sì… la fine di una tirannia! 

Adesso, invece, quelle stesse persone – donne, giovani ragazzi, bambini che non hanno mai avuto voce – capiscono in cuor loro che tutto, anche quella fievole speranza, è andato definitivamente perso. Il regime non solo resta in piedi, ma esce da questa guerra con una vittoria politica: ha negoziato da pari con gli Stati Uniti, ha ottenuto che si parlasse di pedaggio per Hormuz, ha spostato la questione nucleare a una seconda fase. E il popolo? Il popolo torna a fare quello che ha sempre fatto: subire!

Perché la verità, nuda e cruda, è che il prezzo della nostra comodità – il petrolio a buon mercato, i fertilizzanti per l’agricoltura, la stabilità dei flussi migratori – lo stanno pagando ancora una volta loro. Quelli che non hanno scelto. Già… quelli che non hanno mai scelto! 

E mentre Tajani parla di missioni della Marina Militare per liberare Hormuz, mentre Trump si prepara agli incontri bilaterali al G7 con Macron e i leader del Qatar, degli Emirati, dell’Egitto, io guardo quella che non sarà mai una notizia da prima pagina: il volto di quella donna iraniana che, ancora una volta, vede allontanarsi la libertà.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

E lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se questo significa rinunciare a certe comodità, se questo può servire a ridare speranza a un popolo che la democrazia la sogna da sempre. Me ne fotto, perché il prezzo della libertà – la loro libertà – non si baratta. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà a nulla: servirà soltanto a posticipare un nuovo conflitto, o a concedere all’Iran il tempo necessario per preparare l’arma nucleare.

Pace sì. Ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava!

IRAN – USA: quel patto che non verrà mai firmato da ISRAELE…


Ascolto ogni giorno i Tg parlare di trattative internazionali, tavoli della diplomazia, di frasi faticosamente condivise, di pace in procinto di esser raggiunta, convinto che la prossima bozza – la trentesima, la quarantesima – possa finalmente ricomporre le macerie di una guerra che non accenna a esaurirsi. 

Dall’altra, però, ritengo che esista una lettura più sotterranea, meno ingenua, di ciò che sta realmente accadendo. Le agenzie di stampa parlano di divergenze ridotte, di un “accordo quadro” imminente, e persino Trump rilascia dichiarazioni solenni promettendo di impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano come fosse un trofeo. 

Ma secondo me c’è un problema di fondo che nessuna dichiarazione ottimistica potrà mai cancellare: alla fine, Israele non accetterà alcun accordo con l’Iran. Non un vero accordo, perlomeno. Non un patto che lasci in piedi il cuore spirituale e strategico di quel sistema.

Sono certo che in questo preciso istante i servizi segreti israeliani stiano scandagliando ogni tunnel, ogni bunker sfuggito ai radar, per localizzare Mojtaba Khamenei – il figlio della Guida, successore del padre ucciso nei raid di fine febbraio – per portare a termine ciò che già lo ha gravemente ferito. 

Perché? Semplice… finché lui resta al potere, anche se nascosto, anche se privo di apparizioni pubbliche, anche se costretto a comunicare solo per messaggi scritti filtrati da una liturgia di Stato, nessuno dei suoi uomini più stretti si spingerà mai a sottomettersi alle politiche di Trump e dei suoi amici arabi nel circondario. Non è una questione tattica, è una questione di legittimità spirituale.

Allo stesso tempo, la diplomazia procede come se nulla fosse. Rubio parla di “segnali positivi”, poi ammette che si ha a che fare con un “regime frammentato”. L’Iran, attraverso fonti ufficiali, smentisce di aver accettato la consegna dell’uranio altamente arricchito, ribadisce che la questione nucleare verrà affrontata solo in un secondo tempo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie che rischiano di sabotare qualsiasi intesa ancor prima che venga scritta. Non è solo tattica negoziale, è la manifestazione di un’anima irriducibile.

Dietro questa confusione di voci, però, esiste un filo conduttore preciso. Mojtaba Khamenei non è né un falco né una colomba. Resta chiuso in un luogo segreto, circondato da un apparato di sicurezza che teme infiltrazioni e nuovi raid, prova a trasformare la propria fragilità in una forma di controllo politico del tempo. La sua “pazienza strategica” non è quella del padre, costruita in decenni di potere assoluto, ma insegue lo stesso obiettivo: impedire che l’Iran venga costretto a scegliere tra guerra totale e resa diplomatica

E così, mentre Washington vuole risultati verificabili e Israele spinge affinché Teheran perda ogni capacità nucleare, missilistica e influenza regionale, il nuovo leader frena. Ordina che l’uranio resti nel paese, vigila sullo Stretto di Hormuz, e presenta ogni possibile intesa non come un arretramento, ma come un riconoscimento della propria centralità. 

Già… è proprio qui il nodo: da una parte c’è chi cerca una soluzione, dall’altra chi – Israele in testa – vuole abbattere quel sistema dittatoriale e lo considera troppo pericoloso finché potrà avvicinarsi all’atomica. 

E finché Mojtaba Khamenei resterà in vita, anche ferito, anche invisibile, quella volontà di non cedere mai davvero a nessun accordo, continuerà a guidare ogni mossa.

Iran: ritorno all’età della pietra? Si… ma nessuna atomica, si tratta di una bomba “sperimentale” che annulla tutti i sistemi elettronici.


Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro. 

Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.

Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.

Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.

Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.

Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.

Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.

Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.

Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.

Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.

Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.

Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.

Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?

L’ora delle conseguenze – Terza parte


Riprendiamo il filo del discorso da dove lo avevamo lasciato, sì… da quell’immagine della Cina come presenza silenziosa e paziente, pronta a giocare la sua partita nell’ombra. 

Perché è proprio da lì, da quella consapevolezza, che dobbiamo ripartire per comprendere la vera natura del rischio che abbiamo di fronte.

Da anni, ormai, Pechino persegue una strategia a lungo termine, paziente e meticolosa, evitando mosse impulsive e preparandosi invece con cura certosina a molteplici scenari, studiando le debolezze del sistema avversario come un grande maestro di scacchi studia la partita. 

Per la Cina, Taiwan rimane la questione centrale, il nervo scoperto della sua identità nazionale e della sua ambizione regionale. 

Ma non è solo una questione politica o di sovranità territoriale. L’isola svolge un ruolo vitale, assolutamente insostituibile, nell’industria globale dei semiconduttori. Produce la stragrande maggioranza dei chip più avanzati, i cervelli elettronici che fanno funzionare i nostri smartphone, i nostri computer, le nostre automobili, ma anche i sistemi d’arma più sofisticati, le infrastrutture critiche, l’intera infrastruttura dell’innovazione digitale. Senza Taiwan, la catena di fornitura tecnologica globale semplicemente si spezzerebbe.

Se gli Stati Uniti dovessero apparire fortemente impegnati, con le loro risorse navali e la loro attenzione politica concentrate altrove, magari in Medio Oriente o in Europa, la Cina potrebbe legittimamente intravedere un’opportunità strategica, una finestra di vulnerabilità, per aumentare la pressione su Taiwan. 

Questo ovviamente non significa necessariamente e non certo nell’immediato un’invasione su larga scala con un’operazione militare classica con sbarchi e conquista territoriale, ma certamente potremmo iniziare ad assistere ad una graduale escalation, un aumento delle esercitazioni militari, un blocco navale proclamato, un sorvolo sempre più insistente dello spazio aereo, il tutto comprenderete potrebbe essere più che sufficiente per destabilizzare i mercati globali e a gettare il panico in una filiera già di suo parecchio fragile, innescando una nuova crisi, le cui proporzioni sono oggi inimmaginabili.

E quindi, il vero pericolo, il punto su cui dobbiamo concentrare la nostra attenzione, non risiede in un singolo evento, per quanto grave possa essere. Il pericolo vero è la convergenza, il fatale appuntamento tra diverse forze destabilizzanti che oggi procedono su binari paralleli, ma che potrebbero improvvisamente incontrarsi. 

Da un lato, le tensioni energetiche in Medio Oriente e l’instabilità delle rotte marittime globali che ne deriva, dall’altro, la rivalità strategica sempre più aspra tra le principali potenze, Stati Uniti e Cina, con tutto il loro carico di diffidenza e di preparativi militari. In mezzo, catene di approvvigionamento globali già messe a dura prova dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, fragili come un cristallo troppo sollecitato. 

Quando questi fattori, queste tensioni, iniziano a sovrapporsi e a interagire, l’effetto non è più lineare, non è una semplice somma. Diventa esponenziale, moltiplicativo. Un’impennata dei prezzi del petrolio, già di per sé dolorosa, se combinata con uno shock improvviso e profondo nell’approvvigionamento tecnologico legato a Taiwan, potrebbe produrre una perturbazione globale di una gravità inaudita, ben più grave di qualsiasi crisi isolata che abbiamo affrontato in passato. Le conseguenze, in un sistema così complesso e interconnesso, diventano intrinsecamente imprevedibili, non lineari.

Forse, allora, parlare di uno shock del tutto inaspettato non è del tutto corretto. Perché molti dei suoi elementi fondamentali, delle sue cause scatenanti, sono già visibili, sotto i nostri occhi, nei titoli dei giornali e nei report economici. Le tensioni tra Cina e Taiwan sono una costante, l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz è nota a tutti gli analisti, e gli Stati Uniti sono oggettivamente impegnati su più fronti, in un mondo che è tornato ad essere multipolare e conflittuale. 

Per cui, l’evento dirompente non sarebbe qualcosa che piomba dal nulla, ma la sua improvvisa e drammatica attualizzazione, la sua capacità di cogliere di sorpresa i mercati e i decisori politici che, pur conoscendo i rischi, hanno scelto di sottovalutarli, di considerarli separatamente, di non vedere la foresta che cresce dietro i singoli alberi. 

Un’improvvisa escalation retorica, un incidente militare, una prolungata interruzione delle attività nello stretto, o una crisi parallela che scoppia in Asia, potrebbero agire come il fattore scatenante, l’innesco che fa esplodere una polveriera di cui tutti conoscevano l’esistenza, ma che nessuno ha voluto bonificare.

In uno scenario del genere, la reazione dei mercati finanziari sarebbe probabilmente immediata, brutale e, in molti casi, irrazionale, amplificata dagli algoritmi del trading ad alta frequenza e dal panico che si diffonde come un contagio. Gli esiti più probabili disegnano uno scenario da manuale delle crisi: forte volatilità globale, con oscillazioni percentuali a cui non siamo più abituati; cali verticali e generalizzati nei mercati azionari, con gli investitori che corrono ai ripari vendendo qualsiasi cosa; prezzi dell’energia che volano verso livelli difficilmente sostenibili per l’economia reale; e un massiccio, convulso spostamento di capitali verso quelle attività percepite come più sicure, come l’oro o i titoli di Stato dei paesi considerati rifugio, che a loro volta verrebbero travolti da flussi ingestibili. 

Le aziende fortemente dipendenti dalle catene di approvvigionamento globali e dalla tecnologia avanzata sarebbero probabilmente tra le più colpite, vedremmo interi settori, come il settore delle auto o l’elettronica di consumo, fermarsi per mancanza di componenti, mentre i settori legati all’energia, paradossalmente, potrebbero trarre vantaggio nel breve termine dall’impennata dei prezzi, in un’ulteriore distorsione dell’economia.

Credo che dobbiamo prenderne atto, con realismo e senza allarmismi sterili: il mondo sta entrando in una fase in cui le crisi non sono più eventi isolati, circoscritti nello spazio e nel tempo, ma sono interconnesse, si parlano, si alimentano. 

Le tensioni in Medio Oriente, l’importanza strategica e la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e la questione di Taiwan, con il suo monopolio tecnologico, non sono vicende separate da analizzare in compartimenti stagni. Fanno parte di un sistema globale più ampio, un organismo complesso e sempre più fragile, in cui una scossa in un punto qualsiasi può riverberarsi in tutto il corpo. 

Definire questo rischio latente come qualcosa di imponderabile potrebbe non essere del tutto esatto, perché di nero, in questo scenario, c’è la consapevolezza che preferiamo rimuovere, ma sottovalutarne il potenziale, liquidarlo come una mera ipotesi da analisti, sarebbe un errore ancora più grave, imperdonabile. Perché oggi, più che mai, la vera minaccia per la nostra stabilità e per il nostro benessere non è l’evento del tutto imprevisto che piomba su di noi dal nulla. 

Sì… è la combinazione, la confluenza, la pericolosa miscela di rischi che si stanno già manifestando, uno dopo l’altro, sotto i nostri occhi, ed aspettano solo di incontrarsi per riscrivere le regole del gioco e a quel punto, non potremo dire di non essere stati avvertiti!

FINE (per adesso…)

Il collo di bottiglia – Seconda Parte


E allora, quali sono questi limiti? Dove si annida la vulnerabilità che tutti, in silenzio, stanno provando a studiare?

Per rispondere, dobbiamo allontanarci per un momento da quelle sale dei bottoni e dai tavoli della diplomazia, e spostare lo sguardo su una striscia d’acqua, apparentemente insignificante.

Un punto geograficamente minuscolo, eppure così vitale da far trattenere il respiro a qualsiasi stratega. 

Perché è lì, in quel passaggio obbligato, che si concentra una delle fragilità più antiche e insieme più attuali del nostro mondo. 

È lì che il sistema mostra una delle sue giunture più esposte, il punto in cui una pressione ben calibrata potrebbe far saltare l’intero ingranaggio.

E qui entriamo nel cuore pulsante della fragilità contemporanea…

Lo scontro con l’Iran, diretto o per procura che sia, ha riportato lo Stretto di Hormuz al centro dell’attenzione globale, rendendolo, se possibile, ancora più vitale e insieme più vulnerabile di quanto non lo fosse mai stato in passato. 

Questo stretto corridoio d’acqua, vero e proprio imbuto geografico, è una delle rotte marittime strategicamente più importanti al mondo; un collo di bottiglia attraverso cui deve passare una parte consistente della nostra civiltà degli idrocarburi. 

Pensiamoci un attimo: circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio, insieme a una quota significativa dei flussi di gas naturale liquefatto, transita ogni giorno attraverso questo passaggio obbligato. È uno dei punti di strozzatura energetica più importanti del pianeta, e la sua sicurezza è data per scontata nei nostri modelli economici, nei prezzi che paghiamo alla pompa, nelle certezze delle nostre catene di approvvigionamento.

Ebbene, oggi il traffico attraverso lo stretto è tutt’altro che fluido e garantito, anzi, è fortemente interrotto, non tanto da un blocco navale formalmente dichiarato, ma da una ragnatela di azioni asimmetriche. Tra attacchi mirati a petroliere, minacce navali, sequestri e restrizioni imposte da Teheran per ritorsione, molte navi sono state costrette a fermarsi o a modificare radicalmente le loro rotte, allungando i tempi e i costi di trasporto, mentre il transito, per quelle che osano ancora attraversarlo, rimane incerto, rischioso e limitato. 

Non è una chiusura completa, è una forma di interruzione operativa strisciante, una guerra di logoramento che non fa notizia come un conflitto aperto, ma che sta già generando forti pressioni, silenziose ma inesorabili, sui mercati energetici globali. È un rubinetto che viene lentamente chiuso, e noi iniziamo a sentire la sete.

Quando i prezzi dell’energia aumentano, non si tratta di una voce che sale in un bilancio familiare o aziendale. L’impatto si propaga come un’onda d’urto in tutta l’economia, contagiando ogni settore, ogni attività. Le conseguenze sono sistemiche e profonde: assistiamo a un aumento generalizzato dei costi di produzione, che si tratti di acciaio, di plastica, di trasporto merci o di riscaldamento degli uffici

Questo, a sua volta, si traduce in un’inflazione più elevata e più persistente, che erode il potere d’acquisto dei salari e comprime i margini delle imprese. La crescita economica inevitabilmente rallenta, in un circolo vizioso in cui la domanda cala e gli investimenti si bloccano. La spesa dei consumatori, motore principale di molte economie occidentali, subisce una pressione fortissima, costringendo le famiglie a scelte difficili e riducendo il benessere collettivo.

Perché il petrolio e il gas non sono semplici materie prime che si comprano e si vendono sui mercati finanziari, sono il motore dell’economia globale. Quando questo motore comincia a carburare male, a singhiozzare, o diventa semplicemente troppo costoso da far funzionare, l’intero sistema, dalla più piccola impresa artigiana alla più grande multinazionale, ne risente. E tutto ciò accade mentre i mercati finanziari sono già ipersensibili, ipertesi, pronti a scattare come molle al minimo segnale di instabilità geopolitica.

È in questo contesto di fragilità energetica e di tensione diffusa che la Cina rappresenta la variabile cruciale, l’ago della bilancia di cui tutti, in silenzio, temono il movimento.

Fine Seconda Parte

Frammenti di una polveriera – Prima parte


Buongiorno, e grazie ancora di essere qui…

Come ben sapete, provo in questo blog a dare un senso a tutto il caos che ci circonda, scrivendo sempre  in maniera incondizionata su ciò che penso stia accadendo, una storia che sembra uscita da un romanzo, ed io, come sempre, provo ad anticiparne le evoluzioni, quasi a sostituirmi ad un veggente, ahimè a volte anche un po’ cupo.

Ma in questi ultimi anni, credo come molti di voi, di avvertire una sensazione di caduta, come quando ci si affaccia da un luogo troppo alto e il terreno sotto i piedi inizia a mancare. 

Il mondo, dopo un lungo periodo di serenità, è entrato – quasi fosse un ricorso storico – in uno stato di crescente instabilità, geopolitica ed economica, due discipline che se pur separate, sono facce della stessa medaglia, già… come due affluenti che si incontrano e si scontrano in un unico grande vortice. 

D’altronde se osserviamo bene, scopriamo che non esiste più un singolo punto critico di tensione, una specie di termometro globale su cui tenere gli occhi puntati, bensì vi è una complessa e sempre più fitta rete di crisi che si vanno sovrapponendo e che si influenzano e si alimentano a vicenda, in un gioco pericoloso che rende – ahimè – la lettura della realtà estremamente complessa.

Difatti, se provate ad osservare il quadro d’insieme, cercando di isolare gli elementi che compongono la tela, vediamo emergere una condizione pericolosa, che ha di tutto per rivelarsi esplosiva!

Da un lato, gli Stati Uniti, divenuti ormai pilastro centrale dell’ordine internazionale (per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni), oggi appaiono nuovamente impegnati su più fronti e costretti- attraverso l’uso della forza –  a gestire una complessa partita a scacchi globale. 

Le tensioni per l’Ucraina, il Venezuela, Cuba, e il sostegno dato ad Israele nella Striscia di Gaza e nel Libano, hanno impegnato costantemente il suo Presidente. ed ora l’Iran, che riaccende nuovamente quelle braci che per oltre trent’anni erano rimaste sotto la ceneri…

Situazioni quindi che tornano nuovamente a minacciare i flussi energetici globali, mentre sullo sfondo, silenziosa e metodica, la Russia osserva mentre continua ad ampliare i propri confini in Ucraina e la Cina che monitora ogni singolo movimento, ogni possibile incertezza, per creare un varco che si apre intorno a quella che per lei costituisce da tempo un nodo irrisolto: la questione Taiwan.

Ecco, è proprio questa sovrapposizione di rischi, questo stratificarsi di crisi come piani geologici di una faglia destinata a franare, che solleva ora un interrogativo che non possiamo più permetterci di ignorare, relegandolo – come fanno ogni sera quei nostri pseudo “esperti” in Tv e nel web – tra ipotesi fantapolitiche prese chissà, forse da qualche romanzo di Robert Harris o come quelli scritti da uno dei miei autori preferiti, Federich Forsyth, nei suoi: Il giorno dello Sciacallo, Dossier Odessa, I mastini della guerra, Il quarto protocollo!

Già… proprio come in quei romanzi, sembra di assistere a qualcosa d’incredibile, è come se ci stessimo dirigendo in modo (quasi) inconsapevole, verso una situazione che potrebbe innescare un evento dalle proporzioni inimmaginabili, qualcosa di così dirompente da stravolgere ogni nostra certezza e soprattutto ogni nostro modello previsionale…

Provo allora a valutare quanto sta accadendo con la massima lucidità, allontanando da me, qualsivoglia ottimismo di chi spera che tutto si risolva da solo.

Come dicevo, gli Stati Uniti, restano la superpotenza indiscussa, ma certamente l’attuale posizione e quel suo Presidente, evidenziano una situazione ben più complessa di quella orchestrata nel passato. 

Non c’è solo la rivalità strategica con la Cina o con la Russia, un confronto che assorbe costantemente energie intellettuali e risorse diplomatiche, ma vi è anche la necessità di tenere insieme alleanze logorate, tensioni tra i partner europei, e di contenere tutte quelle fiammate che dal Medio Oriente si spingono fino al Golfo Persico. 

Ed è proprio in quella regione, in questo crogiolo di antichi conflitti e nuovi interessi, che si registra uno degli sviluppi più critici: Il confronto con l’Iran, fatto di attacchi, rappresaglie calibrate con vittime precise, diplomazia concessa e poi tolta, il tutto ha così riportato l’attenzione su uno dei pilastri più delicati e vulnerabili dell’economia globale e cioè, l’energia, il suo dover fluire in modo ininterrotto e soprattutto la sua completa disponibilità, a prezzi sostenibili.

Perché quando una superpotenza è impegnata simultaneamente su più fronti, il rischio non è solo quello, immediato e visibile di un’escalation militare, no… il rischio più subdolo, più profondo, quello che si annida nella logica anche di un gigante, è che le risorse non sono infinite, anzi, si riducono, vengono dirottate, e con esse l’attenzione politica che si frammenta e si disperde. 

La capacità di rispondere rapidamente e in modo decisivo a nuove crisi, a scintille inattese, può indebolirsi, creando un vuoto, una percezione di vulnerabilità. Ed è spesso in questi momenti di apparente distrazione, in questi interstizi di incertezza, che altri attori globali iniziano a fare due conti, a rivalutare le proprie posizioni e a chiedersi se non sia giunto il momento di testare i limiti del sistema, di cogliere un’opportunità che fino a ieri sembrava preclusa.

Fine Prima parte 

La partita giocata sullo stretto di Hormuz se non bloccata, porterà a breve ad una escalation incontrollabile!!!

Non so quanti di voi ricordano ciò che è successo trentasette anni fa (era il 2 Aprile 1982) nelle isole Falkland, tra Regno Unito e Argentina…  
Una guerra che durò due mesi e fu vinta dagli Inglesi, dopo che l’Argentina aveva attaccato quelle isole per riconquistarle dal dominio britannico (che vige ufficialmente dal 1833).
Il Regno Unito inviò subito nella zona navi, aerei, sottomarini e scacciò in soli 74 giorni le forze argentine che avevano occupato gli arcipelaghi!!!
Quanto sopra per far comprendere in quali modi opera quel Regno, non ci pensa un attimo… d’altronde basti pensare alla Germania (nazista) di Hitler che pur provandoci, non riuscì mai a distruggere quell’allora impero!!!
L’Iran ora, attraverso i suo “pasdaran“, sta provando ad alzare la tensione, proprio contro le petroliere battenti bandiera inglese dinnanzi a quello stretto di Hormuz, dove ogni giorno centinaia di navi colme di petrolio provenienti dai paesi del golfo, attraversano quell’angusto passaggio per dirigersi nei porti di mezzo mondo… 
Anche l’ambasciatore di Londra, pochi giorni fa, ha comunicato che è giunto il tempo che il regime iraniano si dia una regolata, prima che i due paesi si trovino ad affrontare una pericolosa escalation!!!
Ma lo stato islamico ha dimostrato di non tenere in considerazione quei consigli, tanto d’aver sequestrato la “Stena Impero“, battente bandiera inglese, dopo che più di due settimane fa, la petroliera “Grace 1″ era stata sequestrata dai Royal Marine britannici al largo di Gibilterra…
Secondo l’ambasciatore iraniano, l’aumento delle tensioni inglesi è dovuto principalmente ai cambiamenti in corso nelle politiche interne,  un chiaro riferimento all’establishment della difesa del Regno Unito e ai suoi alleati all’interno dei cosiddetti “think tank” (come il il neo conservatore della Henry Jackson Society) e soprattutto quei potenti alleati di petrolio (come ad esempio l’Arabia Saudita) e ovviamente i costruttori di armi,
Il rischio è rappresentato da una escalation militare incontrollabile  e la situazione nel Golfo Persico sta diventando di giorno in giorno sempre più pericolosa…
A dar manforte al Regno Unito ci sono ovviamente gli Stati Uniti che dopo essersi ritirati nel maggio scorso dall’accordo iraniano sull’emissione nucleare, hanno iniziato ad inasprire economicamente le sanzioni sulle industrie petrolifere e petrolchimiche dell’Iran…
Per dimostrare la propria forza militare, gli Usa hanno inviato nell’area portaerei nucleari… ma ugualmente l’Iran non si è fatta intimidire, preparando migliaia di missili da lanciare appena dovesse essere attaccata…
Va ricordato d’altronde come l’aver imposto sanzioni all’Iran, sta causando enormi difficoltà a quei paesi che hanno necessità di ricevere le importazioni di petrolio greggio come ad esempio il nostro paese, anche perché tutto ciò ha permesso ad atri altri produttori di petrolio di far lievitare i prezzi, penso agli Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, ma anche altri come ad esempio la Russia… 
Il rischio è che la tensione attualmente in corso potrebbe costringere l’Iran a bloccare quello Stretto di Hormuz, con barriere artificiali, navi relitto fatte affondare appositamente, mine navali, ecc…  tutti espedienti per evitare di garantire l’approvvigionamento energetico di greggio nel mondo… 
D’altro canto così non si può continuare… Sappiamo bene come le esportazioni di petrolio siano la linfa vitale del sistema economico iraniano e le sanzioni imposte finora stanno causando una minaccia alla salvaguardia dei propri cittadini, con ripercussioni che iniziano a mostrare pesanti perdite nell’economia reale del paese…
Prima che sia troppo tardi… l’ONU deve intervenire, senza farsi influenzare dagli Usa e Regno Unito, ma operando in maniera neutra per risolvere il problema in maniera celere, prima che si dia inizio (per come molti desiderano, in particolare i produttori di armi pesanti “major weapons”, potenti fabbricanti di aerei, navi, sottomarini, carri armati e sistemi missilistici, che vorrebbero alleggerire quei loro colmi depositi…) ad una nuova escalation militare!!! 

L'Iran abbatte un "drone" Usa e raccoglie il relitto dalle sue acque territoriali…

Il notiziario iraniano di Press TV ha comunicato che le “guardie rivoluzionarie islamiche” del corpo iraniano, hanno abbattuto un velivolo senza pilota della serie “Global Hawk” che aveva senza autorizzazione, volato al di sopra del paese persiano!!!
Sebbene l’Iran non abbia alcuna intenzione di combattere contro nessuno, lo stesso, ha dichiarato di essersi preparato ad una eventuale “guerra”. 
Naturalmente la risposta del portavoce del comando Usa, non si è fatta attendere, replicando che nessun aereo americano ha sorvolato in quel giorno lo spazio aereo iraniano…
Tuttavia, sembra che un anonimo funzionario americano abbia confermato che un drone sia stato realmente abbattuto da missili anti-aerei iraniani nello spazio aereo internazionale dello stretto di Hormuz.
Certo ora questa repubblica islamica affacciata sul Golfo Persico, si trova in possesso di uno dei droni più avanzati al mondo, un modello questo “RQ-4 Global Hawk” che – a secondo di quanto ancora integro possa essere – potrà essere studiato e clonato, utilizzando la ben nota “ingegneria inversa“, per riprodurne ove possibile, un analogo prodotto… con tutto ciò che ne potrà conseguire!!!
Per meglio comprendere di cosa si stia parlando, il drone “RQ-4 Global Hawk” rappresenta un velivolo senza pilota ed è l’aereo da ricognizione più avanzato al mondo…
Si presenta con una forma da balenottero… con un’apertura alare di 35,4 metri, maggiori di quelle di un Boeing 747, ed è considerato come una delle più alte conquiste della tecnologia umana!!!
Non parliamo del prezzo… è scandaloso in quanto con le attrezzature a bordo costa quasi 200 milioni di dollari e può volare costantemente a 650 km/h per oltre 36 ore!!!
L’incidente se così si può chiamare, rappresenta un segnale pericoloso perché aggrava un conflitto tra le parti già profondamente segnato e dove i suoi due principali interpreti, Trump e Rohani, evidenziano come non vi sia alcuna possibilità di riconciliazione tra le parti.
Gli Usa, dopo le sanzioni internazionali decretate contro l’Iran (incluso l’embargo petrolifero europeo scattato il 1° luglio 2012 che hanno fatto crollare le esportazioni petrolifere del Paese, facendo sprofondare l’economia in una recessione), a annunciato ulteriori sanzioni nei confronti di quegli Stati che intrattengono relazioni economiche e commerciali con l’Iran, tra cui vi è anche il nostro paese…
Per cui… o queste nazioni cesseranno i loro rapporti commerciali con l’Iran oppure incorreranno nella scure di Trump, perdendo di fatto ogni sostegno economico e commerciale, proveniente attraverso il mercato statunitense…
La guerra quindi –se pur non militare– è iniziata ed avrà a breve gravi conseguenze, sia economiche che finanziarie, in particolare a causa del riacutizzarsi di una crisi mondiale che sta coinvolgendo ogni giorno che passa, sempre più paesi, vedasi Cina, Russia, Corea del Nord, Venezuela, Messico ed anche l’Europa…
Ho la sensazione che dobbiamo iniziare a prepararci ad un quinquennio di nuovi sacrifici, come se quelli passati in questi anni, non ci fossero bastati!!!
Già…