Ho appena letto sul web le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump e sono rimasto sconcertato. Partiamo da ciò che ha scritto nelle ultime ore su Truth, perché certe parole, al di là di chi le pronunci, portano con sé un peso narrativo che vale la pena di scomporre con calma.
Trump accusa l’Iran di aver giocato sporco per quarantasette anni interi, prendendo in giro gli Stati Uniti e il mondo intero.
Secondo lui, gli iraniani hanno riso a lungo, facendo aspettare tutti, uccidendo gente con bombe piazzate lungo le strade, reprimendo proteste e, più di recente, sterminando quarantaduemila manifestanti inermi e disarmati. E mentre tutto questo accadeva, ridevano del suo paese – uno Stato che ora lui definisce “di nuovo grande”, ma, avverte: non rideranno più, perché il tempo delle risate, è finito.
Poi il racconto si sposta, e qui viene il nodo più delicato. Trump sostiene che l’Iran abbia temporeggiato con gli Stati Uniti e con il resto del mondo per tutti quei quarantasette anni, rimandando, rimandando, rimandando ancora. E poi, finalmente, avrebbe centrato l’obiettivo quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Hussein Obama. Non è un caso che scelga di aggiungere quel secondo nome, “Hussein”: lo fa per segnare una distanza, quasi fosse un marchio. Secondo Trump, Obama non è stato semplicemente buono con l’Iran – è stato fantastico – schierandosi dalla loro parte, abbandonando Israele e tutti gli altri alleati, e offrendo a Teheran una nuova, importantissima opportunità.
E qui il racconto diventa quasi plastico: centinaia di miliardi di dollari, più un miliardo e settecento milioni in contanti portati a Tehran su un piatto d’argento, trasportati fisicamente in aereo dentro valigie e borse.
Ogni banca tra Washington, Virginia e Maryland, dice Trump, è stata svuotata. E gli iraniani, quei “criminali” che non avevano mai visto simili somme, non sapevano nemmeno cosa farsene di tutti quei soldi.
Avevano finalmente trovato – sempre secondo le sue parole – il più grande imbecille di tutti, un presidente americano debole e stupido. Un disastro come leader, certo, ma non così male come il sonnolento Joe Biden…
Rielaborando tutto questo, cerco di tenere insieme il filo: da una parte l’accusa di lunghissima pazienza strategica da parte iraniana, dall’altra il ritratto di un Obama che Trump dipinge come ingenuo se non peggio. La sostanza delle considerazioni resta intatta, così come l’uso voluto e polemico dello pseudonimo Hussein.
Tuttavia, ad ascoltare certe notizie venir fuori così, dopo tanto tempo, c’è da chiedersi cosa mai c’è stato di reale nel corso delle nostre vite e quanto siamo stati finora plagiati da un sistema e soprattutto da una cerchia di potere, che ora comprendiamo meglio quanto ci abbia finora condizionato, illuso e soprattutto intorpidito le menti.
C’è un paradosso ricorrente nelle riforme istituzionali: ogni passo verso l’ordine interno viene immediatamente letto come una mossa tattica in una partita più ampia.
È quanto sta accadendo con la “Coniuncta cura”, il ‘Motu Proprio’ dell’ottobre 2025 con cui Papa Leone XIV ha di fatto superato il monopolio dello IOR nella gestione degli investimenti vaticani.
Per anni, quell’ente ha amministrato in via pressoché esclusiva il patrimonio mobiliare della Santa Sede, forte di un rescritto del 2022 voluto da Francesco.
Oggi la struttura cambia: si passa a un modello di responsabilità condivisa, con un ruolo rafforzato dell’APSA e, soprattutto, la possibilità concreta di affidare parte delle risorse a intermediari finanziari esterni, con sedi in piazze come Zurigo, Londra o New York.
Le ragioni dichiarate sono tecniche, ma portano con sé un’ambizione che non lascia indifferenti. Si insiste su efficienza e trasparenza, ma anche su un orientamento etico più rigoroso, spesso riassunto nell’idea di una “finanza di pace”. Mi sembra utile osservare come l’intento non sia lasciare che i cinque miliardi di euro della Curia vengano gestiti secondo logiche puramente speculative, ma orientarli verso criteri più selettivi. Aprendo a soggetti terzi, il Vaticano sembra voler privilegiare quegli istituti che rifiutano di finanziare settori come gli armamenti o i combustibili fossili. È un passaggio che richiama certamente le linee guida già tracciate dal precedente pontificato, ma che ora assume una forma operativa precisa.
Eppure, è proprio quando si cerca di tenere separata la sfera tecnica da quella politica che il quadro si fa più intricato. Da oltreoceano circola una ricostruzione diversa, alimentata da indiscrezioni non verificate ma ampiamente riprese dal web: quella di un Papa che sposterebbe ingenti capitali dal sistema finanziario americano verso altre giurisdizioni, innescando di conseguenza le reazioni di Washington.
La riforma di ottobre 2025 autorizza effettivamente il ricorso a intermediari esteri quando risulti più conveniente, ma il testo si riferisce alla gestione ordinaria del patrimonio, non a manovre strategiche di disinvestimento. Dobbiamo però riconoscere che il contesto è sensibile: già a maggio dello scorso anno, Steve Bannon (ex banchiere d’investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News) aveva contestato l’elezione di Leone XIV, attribuendola alla necessità di compensare il calo delle donazioni statunitensi. In un clima del genere, è comprensibile che ogni scelta amministrativa venga filtrata ora attraverso la lente del confronto geopolitico.
La fotografia che ne emerge è quindi meno drammatica di quanto suggeriscano le ricostruzioni più accese. Da una parte c’è una Chiesa che prova a modernizzare la propria gestione patrimoniale, rendendola più trasparente e sostenibile. Dall’altra, un sistema mediatico e politico abituato a leggere ogni movimento finanziario come un segnale di allineamento o di rottura.
La verità operativa è probabilmente più sobria: la Santa Sede deve far fronte a squilibri di bilancio concreti, in particolare nei fondi pensionistici del personale, e la diversificazione degli intermediari risponde a esigenze di stabilità più che a calcoli di natura politica.
In un’epoca però in cui i mercati e la diplomazia si sovrappongono continuamente, anche una decisione di ordinaria amministrazione finanziaria finisce per assumere un peso simbolico che spesso eccede le sue reali intenzioni.
Eppure, devo ammettere che un dubbio mi rimane. Per quanto la razionalità ci spinga a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è solo sussurrato, non posso fare a meno di chiedermi: perché mai il Vaticano avrebbe dovuto riformare proprio ora la gestione dello IOR, se non ci fosse stata anche una spinta esterna? Perché aprire a intermediari di New York e Londra in un momento in cui i rapporti con l’amministrazione Trump sono già tesi su tanti altri fronti?
Forse è solo una coincidenza, e le coincidenze esistono. Forse, invece, in quel braccio di ferro che ho cercato di fotografare, i muscoli si stanno davvero contraendo. Non lo sapremo mai con certezza, almeno non subito. Ma la prossima volta che sentiremo parlare di un trasferimento di fondi tra banche centrali, o di una dichiarazione improvvisa del Presidente degli Stati Uniti contro il Papa, forse varrebbe la pena di ricordarci di questo piccolo “Motu Proprio” dell’ottobre 2025.
Perché a volte, le guerre più grandi iniziano con un semplice spostamento di denaro da un conto all’altro.
Non so voi, ma io, da tempo, ho imparato a leggere certi segnali e quanto sta accadendo in queste ore – con le dichiarazioni di Trump su Giorgia Meloni – per me non è affatto un episodio isolato.
È piuttosto l’inizio di una scia che, ne sono certo, a breve porterà a grandi cambiamenti, sì… mi aspetto tra l’altro venir a galla dossier pesantissimi che usciranno fuori uno dopo l’altro, e metteranno in luce dinamiche che fino ad oggi molti hanno fatto finta di non vedere.
Del resto, è già successo, ricordate? Quando Craxi si oppose agli Stati Uniti, poco dopo iniziò la sua discesa. I potenti, si sa, non perdonano chi sceglie di non stare al loro gioco. E allora prepariamoci a leggerne di belle, perché il destino della presidente del Consiglio e del suo esecutivo ritengo sia ormai segnato.
Sì… la mia sensazione è che il governo Meloni sia prossimo a concludersi, e con lui l’intera parabola di quel suo partito; ormai ne sono convinto, scomparirà quasi del tutto, esattamente come è accaduto con quello suo predecessore: Gianfranco Fini.
E veniamo all’intervista che Donald Trump ha concesso al Corriere della Sera, a mio parere, una piccola bomba a orologeria. Il presidente americano, che solo poche settimane fa definiva Meloni «una grande leader e una mia amica», ora ha cambiato completamente tono.
«Non vuole essere coinvolta – ha detto Trump – anche se ottiene il suo petrolio da lì. Pensavo avesse coraggio, ma mi sbagliavo». Le parole sono pesanti: la accusa di non voler aiutare gli Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz, di non voler affrontare il pericolo Iran, di essere «inaccettabile» perché «non le importa se Teheran avesse l’atomica». E poi una stoccata sul Papa, sul quale Meloni aveva preso le distanze: «Il Papa “non ha idea di cosa sta succedendo in Iran”. Per Trump il Pontefice non capisce che l’Iran costituisce una minaccia nucleare: “Non capisce – afferma – e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese”!
Ora, al di là del merito delle accuse, ciò che colpisce è la sostanza politica del gesto. Trump ha scelto di attaccare pubblicamente la leader italiana, in un’intervista a un grande quotidiano nazionale. Non l’ha chiamata, non ha cercato un confronto privato. Ha semplicemente scaricato tutto sui giornali. E la risposta di Meloni? Arrivata, sì, ma debole: «Sono stata più chiara di tanti altri leader». E poi il silenzio. Nessuna replica dura, nessuna controffensiva.
Ma d’altronde, perché meravigliarsi? La nostra politica – nei momenti di conflitto internazionale – è stata da sempre un po’ banderuola. Nella Prima guerra mondiale l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza (Dal 20 maggio 1882 al 3 maggio 1915) insieme a Germania e Impero Austro-Ungarico. Successivamente, siamo passati dalla parte della Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia). Nella seconda guerra mondiale prima con i tedeschi, poi con gli americani. E oggi? Prima con Trump, osannato come alleato naturale, e ora contro le sue politiche, con una premier che si scopre improvvisamente sola, esposta, senza più la copertura di chi fino a ieri la chiamava amica.
È sempre lo stesso schema politico utilizzato tra l’altro dai suoi referenti: Si cambia casacca quando il vento gira, dimenticando che solitamente chi lo fa, paga sempre un prezzo alto!
Stavolta, però, lo scotto potrebbe essere la fine anticipata di un governo e la polverizzazione di un intero partito e soprattutto di molti suoi esponenti, che a breve, vedrete, come sempre accade quando si fugge per non affogare, cercheranno – per non perdere la poltrona – di posizionarsi su altre realtà politiche.
Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili?
So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?
Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!
Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..
E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?
Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…
E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.
E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.
Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.
E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.
Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.
Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!
Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.
Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.
E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.
Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.
Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.
E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.
E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?
Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…
Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro.
Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.
Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.
Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.
Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.
Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.
Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.
Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.
Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.
Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.
Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.
Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.
Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?
C’è una domanda che in questi giorni di fuoco torna con insistenza, sì… come un’ombra che non si lascia scacciare. Riguarda la natura del potere, la sua trasmissione e quel filo sottile ma resistente che tiene insieme sistemi apparentemente instabili.
E così… mentre i cieli del Medio Oriente si accendono e le cancellerie trattengono il respiro, a Teheran si consuma un passaggio silenzioso ma decisivo.
Non è solo la successione alla Guida Suprema, non è soltanto il rombo dei bombardieri, no… è qualcosa di più profondo: chi comanda davvero, e su cosa poggia la forza di un regime che sembra sfidare ogni logica di crollo.
La risposta potrebbe nascondersi in un nome poco noto al grande pubblico: Setad. Sede Esecutiva dell’Ordine dell’Imam, nata nel 1989 per volontà di Khomeini per gestire beni confiscati. Un compito temporaneo, in teoria. Ma col tempo, quell’organismo si è trasformato in un impero economico valutato intorno ai duecento miliardi di dollari, paragonabile alle oligarchie russe. Il suo tratto distintivo?L’opacità assoluta. Il Setad non rende conto al Parlamento, né ai ministeri. Risponde soltanto alla Guida Suprema. È uno Stato dentro lo Stato, un sistema parallelo che investe in telecomunicazioni, energia, immobiliare, agricoltura, con entrate che superano persino quelle del petrolio iraniano.
Ma il Setad non è solo denaro. È controllo! Accanto a esso operano i bonyad, fondazioni caritatevoli che distribuiscono aiuti, costruiscono scuole, sostengono famiglie. Una rete di dipendenza, dove la carità diventa strumento politico. Il messaggio è chiaro: il regime è l’unico che ti protegge! Lo stesso meccanismo che alimenta Hezbollah in Libano. Ed è in questo contesto che emerge Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’attuale Ayatollah, indicato come il successore designato.
La sua ascesa segnerebbe una rottura con un tabù fondamentale della Repubblica Islamica: la non ereditarietà del potere. Ma Mojtaba non è un semplice figlio al posto giusto. Per anni è stato l’ombra del padre, il custode delle informazioni, colui che decideva chi poteva avvicinarlo. Si dice sia stato il regista della repressione dell’Onda Verde nel 2009 e del movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022. Il suo patto con i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, è saldo. Per loro, è la garanzia che il sistema militare ed economico resterà intatto. Le leve del potere non cambieranno mano.
E poi c’è il piano più personale. Mojtaba, come il padre, possiede una fortuna stimata in centinaia di milioni, con proprietà a Londra e Dubai. Qui, il potere politico e quello economico si fondono senza soluzione di continuità. Come ha osservato un analista israeliano, in un sistema dove ricchezza e accesso dipendono dalla vicinanza al vertice, la sopravvivenza del regime coincide con la sopravvivenza personale dell’élite. Per farlo crollare, servirebbe che qualcuno tra coloro che ne traggono vantaggio decidesse di voltare pagina. La nomina di Mojtaba va nella direzione opposta: blindatura, continuità, rafforzamento.
In mezzo a tutto ciò, la voce di Donald Trump. In conferenza stampa, annuncia che la guerra contro l’Iran finirà presto, che gli obiettivi militari sono vicini. Parla di colpire la produzione elettrica, ma di aver lasciato alcuni bersagli in serbo. Minaccia ritorsioni se il petrolio venisse bloccato. E poi, con un colpo di realpolitik, dichiara che gli Usa sono pronti a ridurre sanzioni sul petrolio iraniano – e persino su quello russo – pur di calmierare i prezzi prima delle elezioni. Intanto, la NATO abbatte un missile sopra la Turchia, gli Emirati subiscono attacchi di droni, e un proiettile uccide un parroco in Libano, padre Pierre El Raii.
Trump, commentando la possibile ascesa di Mojtaba, dice: “Un grosso errore, non so se durerà”. Una frase pronunciata da chi sta bombardando, certo. Ma tocca un punto vero. La durata non dipende solo dai raid o dalle sanzioni. Dipende dal rapporto tra un regime che si chiude a cerchio attorno ai suoi interessi e una società che, più volte, ha mostrato di volere altro. Il cardinale Parolin parla di “immane tragedia” che rischia di allargarsi, e ammette che le parole della Santa Sede sembrano cadere nel vuoto. Eppure, dice, bisogna continuare a seminare.
Forse è proprio qui il nodo. Mentre le bombe cadono e i mercati oscillano, mentre un nuovo leader si prepara a governare all’ombra dei Pasdaran e di un impero finanziario smisurato, la domanda non è soltanto se durerà… ma a quale prezzo e cosa resterà dopo.
Perché anche nei sistemi più chiusi, la storia lascia sempre delle crepe. E a volte, chi semina nell’ombra non sa mai chi raccoglierà. Ma come ripeto spesso: anche il muro più spesso ha delle fessure, ed è da lì che, prima o poi, filtra la luce di ciò che si credeva sepolto!
C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…
Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.
Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare.
Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.
Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica.
Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.
E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti.
In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.
Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo.
Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?
E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto.
E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.
Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo
Dando seguito a quanto già pubblicato, emerge ora con maggiore chiarezza il paradosso che attraversa gli Stati Uniti: da una parte c’è una montagna di carta straccia, dall’altra il ruggito di un’economia che, a guardare certi numeri, sembra non sapere nemmeno che esista un baratro.
Come riportavo nel precedente post vi sono trentottomila miliardi di dollari di debito federale che ballano e non sono una cifra irrisorio: sono un abisso camuffato da bilancio.
Il Dipartimento del Tesoro lo chiama “percorso fiscale insostenibile”, ma intanto quel percorso continua, anzi accelera: ogni giorno aggiunge un altro miliardo al mucchio, al doppio del ritmo medio di questo secolo. E la cosa più inquietante non è quanto si deve, ma a cosa serve quel denaro. Sempre di più, serve solo a pagare il privilegio di averlo preso in prestito.
Gli interessi ormai divorano circa mille miliardi di dollari l’anno, più della difesa nazionale, più di qualsiasi altra voce di spesa. È un fiume di contante che non costruisce scuole, non ripara strade, non finanzia ricerca: scorre verso i conti di investitori esteri, fondi sovrani, banche centrali lontane. Ogni centesimo speso per tenere a galla il debito passato è un sogno futuro che affonda. Come dice Michael Peterson, senza giri di parole, quei soldi “escludono importanti investimenti pubblici e privati nel nostro futuro”. Non è retorica: è aritmetica.
Un tempo, l’America aveva già visto un debito simile rispetto al Pil, alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma allora c’era una nazione unita, una crescita vigorosa, una disciplina fiscale condivisa. Oggi non c’è niente di tutto ciò. C’è solo l’abitudine di vivere un po’ al di sopra dei propri mezzi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, come se il conto non dovesse mai arrivare. Gli analisti sanno ancora quale sia la ricetta: crescita più rapida, spesa più intelligente, entrate più solide. Ma servirebbero visione, coraggio, pazienza. Qualità rare in un clima politico dove l’orizzonte si misura in mesi, non in generazioni.
Eppure, mentre il quadro fiscale si fa sempre più cupo, l’economia reale danza sotto luci diverse. Il Pil del terzo trimestre 2025 è schizzato al 4,3% annualizzato, superando ogni previsione. I consumi delle famiglie tengono, soprattutto nei servizi: sanità, farmaci, viaggi. Le aziende investono in macchinari, software, proprietà intellettuale, forse puntando tutto sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. La produttività del settore non agricolo fa un balzo in avanti, segnale che qualcosa, là fuori, sta cambiando davvero.
Ma è una crescita che brucia. Funziona bene per chi ha risparmi da spendere, ma lascia indietro chi conta ogni centesimo. È una corsa a due velocità, alimentata da una minoranza abbiente, mentre le fasce medie stringono la cinghia. L’inflazione, pur in calo, continua a rosicchiare il potere d’acquisto, costringendo la Federal Reserve a camminare su un filo sottile. E il mercato del lavoro, pur solido, mostra i primi segni di stanchezza: nel 2025 sono stati creati appena 584.000 posti, il dato più basso dal 2020, e il manifatturiero ne ha persi quasi settantamila. Il tasso di disoccupazione si è assestato al 4,4%, un numero tranquillo sulla carta, ma che nasconde un rallentamento reale.
Allora, siamo di fronte a un gigante dai piedi d’argilla o a un organismo malato ma ancora vitale? Forse la risposta è nella contraddizione stessa. L’America spende più di quanto guadagna da mezzo secolo, accumulando un fardello che peserà sulle spalle dei figli e dei nipoti. Eppure, la sua economia continua a correre a un ritmo che l’Europa può solo invidiare. La tecnologia spinge la produttività, i consumi resistono, il sistema tiene, per ora.
Il vero fallimento non è economico, almeno non ancora. È politico. È l’incapacità di guardare oltre il prossimo ciclo elettorale, di affrontare la verità scomoda che il debito non è un problema “tecnico”, ma una scelta collettiva rinviata all’infinito. È l’assurdo di un’amministrazione che, per fare cassa, alza dazi che finiscono per colpire i propri cittadini e le proprie imprese, mentre cerca di ritirarsi da impegni globali non perché vuole la pace, ma perché non se li può più permettere. È la resa di fronte alla complessità, la preferenza per lo scontro dello “shutdown” piuttosto che il compromesso della governance.
L’ambizione di cui parla il Presidente Trump non non è quella di una nazione importante che vuole progettare un domani migliore per tutta l’umanità, assomiglia piuttosto alla frenesia di chi, sentendo bussare la scadenza, cerca di arraffare tutto il possibile prima che la musica finisca. È l’esibizione di chi vende il futuro come fosse fumo, già… per pagare gli interessi del passato!
Il default non è imminente, non ancora. Ma l’erosione della credibilità, della leadership, dello spazio per manovrare, è già in atto. E così resta sospesa, nell’aria densa di questa contraddizione, una domanda semplice: per quanto tempo ancora dovremmo restare sull’orlo del burrone, prima che il terreno sotto i nostri piedi decida di franare?
Ecco il mio telefono rosso che vibra sulla scrivania di mogano, silenzioso ma insistente, come se sapesse già che la mia mano esiterebbe prima di sfiorare quell’apparecchio freddo.
Quella stessa mano che per trentacinque anni ha misurato cemento, controllato quote, firmato verbali – non è preparata a rispondere a presidenti.
Eppure ora sono qui, in questo ufficio, neppure troppo elegante per me, visto che ne ho avuti di più raffinati, con la luce del pomeriggio che filtra tra le tende e taglia l’aria in diagonale, quasi fossimo in un film di Hitchcock.
La tentazione sarebbe quella di parlare con lui di geopolitica, di demolire quei muri alzati per dividere confini e popoli, di finirla con invasioni e conflitti compiuti in maniera arbitraria, ma la mia mente – quasi per analogiami riporta nuovamente ai cantieri che ho diretto, alle piogge improvvise che fermavano i lavori, alle liti tra soci sulle varianti in corso d’opera, ai permessi bloccati per mesi che facevano marcire persino i progetto più ambiziosi – quasi mi volesse ricordare che costruire non è mai un atto di potere, ma di ascolto: ascolto del territorio, dei cittadini, ancor prima dei materiali o delle norme che – per quanto il più delle volte ignorate – servono per non far crollare città, paesi e infrastrutture.
Perché le norme, per quanto lente, sbagliate, da correggere, esistono, sì… per non far crollare ciò che si erge: non solo strutture, edifici, ma comunità, fiducia, futuro. E così mentre il telefono continua a vibrare, immagino la sua voce dall’altra parte, pronta a semplificare il mondo in frasi secche, mentre io qui fatico a spiegare persino a un mio amico perché nel realizzare un solaio non si improvvisa.
Chiunque al mio posto si chiederebbe: cosa posso dire a un uomo abituato ai riflettori, alle dichiarazioni a caratteri cubitali, alle certezze urlate? Ed anch’io che per mestiere ho imparato che ogni muro di contenimento richiede pazienza, che ogni strato di costipazione ferroviario va verificato, più e più volte, che la sicurezza non è uno slogan ma un calcolo preciso fatto di prevenzione e responsabilità, mi sento un fremito nella voce.
E difatti, mentre il telefono continua ancora vibrare, immagino la sua voce dall’altra parte, pronta a chiedersi perché uno come me, non stia immediatamente rispondendo, già… a differenza di egli che tenta di semplificare il mondo come fossero tweet, senza spiegare i motivi di quelle sue decisioni e ancor meno chiedersi per un istante se quanto posto in atto, fosse realmente corretto.
Sì… c’è qualcosa di profondamente surreale nel dover sintetizzare in poche parole le ansie di questi anni, ad esempio, il clima internazionale che muta come un temporale estivo, le città che tremano sotto il peso delle bombe a causa di decisioni prese in stanze lontane, la burocrazia che avvolge ogni cosa come nebbia fitta, nascondendo qualsiasi prospettiva.
Ed allora, per l’ennesima volta, la mia vita si ritrova a lottare, sì… contro chi decide senza competenza, contro chi blocca senza motivi, ma d’altronde, cosa potrei aggiungere a un dibattito globale sepolto sotto strati di retorica? Forse questo: che ogni grande questione si risolve seduti intorno a un tavolo, con calma, nel dettaglio, parlando in maniera serena e senza alzare la voce.
Così la mano resta sospesa sopra il telefono rosso, non per paura, né per mancanza di rispetto, ma per una forma di riguardo verso la complessità del momento che stiamo attraversando. Penso a tutte le persone che oggi soffrono, in Ucraina, a Gaza, in Sudan, Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), Myanmar, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Mozambico, ma anche in quelle “micce ad orologeria” pronte ad esplodere come Venezuela, Iran, Cuba, Penisola Coreana, Taiwan, Sud-est asiatico, Siria, Yemen, sì… rifletto su tutte quelle terre in cui la guerra ha sostituito il dialogo, dove il rumore delle armi ha soffocato la voce della ragione.
Perché certe domande non cercano risposte immediate, ma richiedono uno sguardo lungo, paziente, disposto al sacrificio. Costruire – qualsiasi cosa si costruisca – significa guardare oltre l’oggi, senza fretta, senza slogan, con le mani sporche sì… ma la testa libera da strategie che avvantaggiano una parte a scapito dell’altra.
Significa ricordare sempre che ogni fondazione, per reggere il tempo, deve poggiare su un terreno di giustizia condivisa e che ogni opera umana, per avere senso, deve tendere a un unico obiettivo: LA PACE! Non come assenza di guerra, ma come presenza attiva di rispetto, ascolto, volontà di costruire insieme ciò che nessuna bomba potrà mai abbattere.
Ecco, ora la mano si posa su quel telefono rosso, lo alzo, ma questa volta non per parlare di muri da alzare, ma di ponti da costruire. Perché alla fine, l’unica risposta degna di un presidente – o di un semplice direttore tecnico come me – è sempre la stessa: lavoriamo per la pace, con la stessa cura con cui si getta una fondazione… senza la quale, tutto crolla!
Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare alle parole espresse dal sottoscritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale.
Ciò che sta accadendo ora, in queste prime giornate del 2026, non è che l’ultimo, logico capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri.
Già… la sostanza, purtroppo, non cambia, cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.
Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.
La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.
E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?
Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente.
E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi? Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.
Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.
L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.
Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle tue domande di agosto è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.
E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come hai scritto tu. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.
La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai.
Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…
Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…
Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…
Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.
E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.
Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.
Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?
Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.
E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?
Siamo in una nuova fase del colonialismo, e non è difficile accorgersene se si guarda con occhi svegli oltre il rumore delle notizie ordinarie…
Basti osservare: la Russia muove le sue truppe verso l’Ucraina come se i confini fossero linee disegnate sulla sabbia da cancellare a piacimento; gli Stati Uniti manovrano nel Medio Oriente, in Iran, in Venezuela, e già si parla di nuovi interessi su Groenlandia e Cuba; la Cina stringe i denti guardando Taiwan, e chissà se un giorno la Corea del Nord deciderà che anche quella del Sud sia soltanto un’estensione della sua volontà.
In questo scenario, dove ogni potenza sembra ritenersi autorizzata a riscrivere la geografia secondo i propri appetiti, viene spontaneo chiedersi – con una punta di amara ironia – perché mai noi italiani non dovremmo fare altrettanto? Se lo fanno Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un, perché non noi?
Dopotutto, basta sfogliare qualche pagina di storia meno consumata dal tempo per ricordare come, molte di quelle terre oggi indipendenti o facenti parte di altri Stati, erano – di fatto – un tempo legate al nostro destino nazionale, non per conquista improvvisata, ma per secoli di dominio politico, culturale ed economico.
Penso alla Svizzera italiana, un tempo cuore del Ducato di Milano, dove ancora oggi si parla la nostra lingua e si respira un’aria che sa ancora d’italiano. Oppure al Nizzardo, culla dei Savoia, terra che vide nascere Garibaldi e che fu strappata all’Italia con un colpo di penna, non certo con il consenso popolare.
E la Corsica? Non fu forse Repubblica di Genova prima di diventare francese? E Nizza, già… la meravigliosa Nizza, che ci fu tolta quasi come un ripensamento geopolitico dopo averci dato tanto. Poi c’è la Dalmazia, con le sue città incastonate tra mare e montagna, un tempo fiore all’occhiello della Serenissima, dove le chiese portavano nomi italiani e le strade raccontavano storie veneziane. E persino Malta, piccola ma strategica, appartenne per secoli al Regno di Sicilia, con legami così profondi da lasciare impronte indelebili nella lingua, nell’architettura e nelle tradizioni.
Certo, tutto ciò suona oggi come un’assurdità, e lo so bene. È una provocazione, non un programma, ma proprio perché è una provocazione, merita di essere detta. Perché se continuiamo a fingere che il diritto internazionale sia una barriera invalicabile, mentre intorno a noi si costruiscono nuovi imperi con le macerie delle vecchie sovranità, rischiamo di restare fermi a guardare mentre altri decidono il futuro del mondo. E quel futuro, se non lo si contrasta con fermezza morale e non con ambizioni territoriali, rischia di diventare un teatro dove contano solo i più forti, e non le ragioni dei popoli.
Non sto dicendo che l’Italia debba invadere qualcuno. Sto dicendo che è ora di smettere di far finta che certe logiche non esistano. Se i grandi giocano a riscrivere la mappa del mondo, almeno che lo facciano sapendo che non tutti applaudiranno in silenzio.
Qualcuno deve ricordare loro – con voce ferma, non con la forza, ma se serve anche con quella – che il mondo non è loro proprietà privata e che chiunque si illuda di poterlo ridisegnare a colpi di forza, prima o poi rischia di ritrovarsi solo, circondato da nemici che credeva sudditi, e da alleati che non hanno mai creduto davvero nelle sue promesse.
La vera forza, oggi, non sta nel prendere terre, ma nel difendere principi. E forse, proprio partendo da una provocazione come questa, qualcuno – da lì in alto – inizierà finalmente a capirlo!
Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.
Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.
Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.
Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.
È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.
Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.
Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.
L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.
Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.
Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.
Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.
È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere
Il Comitato norvegese ha scelto di accendere i riflettori su una donna che, dall’oscurità in cui è costretta a vivere, mantiene viva la fiamma della democrazia. María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, un riconoscimento al suo instancabile lavoro per una transizione giusta e pacifica, dalla dittatura alla democrazia in Venezuela.
Il Comitato ha sottolineato come Machado sia stata una figura chiave nell’unire una opposizione un tempo profondamente divisa, non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società e è stata ferma nel sostenere una transizione pacifica, dimostrando che gli strumenti della democrazia sono anche gli strumenti della pace .
In un momento in cui la democrazia è minacciata a livello globale, il suo coraggio civile è presentato come un esempio straordinario e un faro di speranza .
La stessa Machado, reagendo alla notizia, ha definito il premio un impulso per la libertà del Venezuela e, in un gesto che ha colto molti di sorpresa, ha dedicato il riconoscimento non solo al suo popolo sofferente, ma anche al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il suo decisivo supporto alla loro causa.
Questa dedica è arrivata nonostante le aspettative del presidente americano, che da tempo ritiene di meritare l’ambito premio. Poche ore prima dell’annuncio, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, aveva duramente attaccato il Comitato Nobel, affermando che, snobbando Trump, aveva “dimostrato di mettere la politica al di sopra della pace”. Trump ha ripetutamente sostenuto di aver posto fine a diverse guerre durante il suo mandato, includendo di recente anche un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha definito come l’ottavo conflitto risolto .
Tuttavia, questa autoproclamata immagine di “Presidente della Pace” si scontra con una realtà più complessa e con le critiche di molti osservatori. La sua azione in Medio Oriente, in particolare, viene vista da alcuni non come il frutto di una diplomazia lungimirante, ma come un intervento arrivato tardivamente, dopo aver permesso che Israele riducesse la Striscia di Gaza in macerie e causasse una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili.
Difatti, solo dopo questa distruzione, Trump si è impegnato per uno scambio di ostaggi e la liberazione di militanti palestinesi dalle carceri israeliane, un’azione che, sebbene importante, appare a molti come un tentativo di mettere una toppa dopo aver osservato passivamente il disastro. Altri conflitti che Trump cita tra i suoi successi, come quelli tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo o tra Armenia e Azerbaigian, sono visti dalla comunità internazionale come processi ancora fragili e certamente lontani da una risoluzione definitiva .
L’ossessione di Trump per il Nobel sta diventando un elemento sempre più evidente e influente nella sua politica estera, al punto che leader stranieri stanno imparando a sfruttare questa sua vanità per i loro fini. Come riporta Foreign Policy, paesi come il Pakistan hanno pubblicamente sostenuto la sua candidatura per il 2026, un gesto che ha favorito un riavvicinamento con Washington.
Questo desiderio di riconoscimento lo spinge a cercare nuove opportunità come pacificatore in teatri complessi, a volte rischiando di privilegiare annunci eclatanti rispetto a soluzioni sostanziali e durature.
Il Comitato Nobel, da parte sua, ha scelto di premiare non il potere di un presidente, ma la resistenza pacifica di un’attivista che, anche vivendo in clandestinità per paura di essere arrestata, continua a lottare per i principi democratici del suo paese.
E difatti, in questo contrasto tra la ricerca di gloria personale e una dedizione silenziosa e pericolosa ad una causa, il Comitato ha indicato chiaramente dove risieda, quest’anno, il vero spirito della pace e cioè, in Venezuela
Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che “il mondo deve prepararsi a tutto”, una frase pronunciata con tono grave e misurato, come se volesse consegnare non tanto un avvertimento quanto una constatazione inevitabile, quasi fosse la naturale conclusione di un ragionamento lungo anni. Ha parlato di un’epoca segnata da cambiamenti radicali e rapidi, in cui il futuro appare sempre più imprevedibile, eppure proprio questa imprevedibilità, secondo lui, impone di essere pronti a ogni evenienza, come se la preparazione stessa potesse sostituire la pace.
“Nessuno di noi può prevedere appieno il futuro, ma questo non ci esonera dalla responsabilità di essere preparati a qualsiasi cosa possa accadere”, ha detto durante il suo intervento al “Valdai Discussion Club”, ripetendo concetti già sentiti, ma caricandoli stavolta di un peso diverso, come se l’aria intorno a quelle parole fosse diventata più densa. La posta in gioco, ha sottolineato, è altissima, e gli eventi recenti dimostrano che ormai dobbiamo aspettarci qualcosa di “inaspettabile”, quasi che l’eccezione possa diventare la norma.
L’incontro si è tenuto a Sochi, come ogni anno (sotto l’egida del Valdai Discussion Club), un forum che riunisce analisti, accademici e politici da ogni angolo del pianeta, e che negli anni si è trasformato in qualcosa di più di un semplice dibattito intellettuale.
È un palcoscenico dove le idee si mescolano alle strategie, dove le dichiarazioni ufficiali assumono contorni simbolici, e dove il presidente russo sceglie con cura ogni parola, come se ciascuna fosse un mattone posato con intenzione in un muro invisibile ma solido.
Alcuni osservatori lo definiscono uno strumento di diplomazia pubblica, un canale per veicolare messaggi ai governi stranieri attraverso un linguaggio apparentemente riflessivo, ma carico di implicazioni politiche.
Questo particolare non sfugge a chi ascolta con attenzione, e induce ad esempio il sottoscritto a chiedersi se davvero si tratti di un confronto aperto o piuttosto di un monologo mascherato da dialogo, in cui le domande sono già state risposte prima ancora di essere formulate.
Da questo stesso forum, Putin ha intensificato il tono, accusando tutta l’élite europea di coltivare un’isteria ingiustificata sulla minaccia russa, dipingendo ciascuno di essi come incapaci di pensare oltre i propri interessi e soprattutto fortemente condizionati da un allineamento prostrato ed acritico nei confronti del Presidente Trump e della NATO.
Ha parlato di una crescente militarizzazione del continente, di basi che si avvicinano ai confini russi, di movimenti di truppe e armamenti che Mosca non potrà ignorare, e ha annunciato che le contromisure saranno – per usare un eufemismo – “molto convincenti”, una frase che suona come un avvertimento velato, forse persino come una promessa.
In tutte queste parole pronunciate da una parte e dall’altra, trovo una contraddizione che mi disturba: invocano tutti prudenza, ma di fatto si alimenta la tensione; si parla di instabilità globale, ma poi si contribuisce ad aumentarla; si chiede calma, mentre di fatto si progettano scenari bellici.
E così, dietro l’apparente realismo, si nasconde una retorica che sembra voler normalizzare l’inevitabilità del conflitto, come se la guerra non fosse più un’opzione estrema, ma una conseguenza logica della storia in atto.
Quando Putin dice che “tutti i paesi della NATO ci stanno combattendo”, semplifica deliberatamente una realtà complessa, trasformando un sistema difensivo in un’offensiva coordinata, e la Russia in una vittima assediata. Questa narrazione non lascia spazio a mediazioni né a sfumature, e mi fa pensare che non si tratti di una valutazione oggettiva, ma di una costruzione narrativa utile a legittimare azioni future, forse ancor più dure.
Ma mentre rifletto su quelle sue dichiarazioni, non posso evitare di confrontarle con quelle dei leader europei e con le prese di posizione della NATO, già… con le promesse di unità e resistenza di fronte a ciò che viene definito un aggressore. Anch’essi difatti parlano di deterrenza, di difesa, ma anche nelle loro parole avverto una sorta di reazione, sì… al peggio, come se nessuno provasse solo ad immaginare una via d’uscita pacifica, come se ogni discorso fosse già scritto nell’ipotesi del conflitto.
Mi domando allora se non ci troviamo tutti – senza rendercene pienamente conto – dentro un ricorso storico, in cui ciascuna parte alimenta la paura dell’altra per giustificare le proprie mosse, e in cui la ricerca di sicurezza finisce per produrre esattamente il contrario. Mi chiedo quindi se non si stia costruendo, passo dopo passo, un destino inevitabile!
Ogni giorno che passa, la mia fiducia nel fatto che qualcuno stia cercando davvero una soluzione diplomatica si affievolisce e difatti l’atmosfera che percepisco non è di trattativa, ma di sfida continua, di orgoglio ferito, di schieramenti che si irrigidiscono, di braccio di ferro tra due blocchi che temono di perdere terreno, più che di perdere la pace. E in mezzo, ovviamente, ci siamo noi, cittadini comuni, che pagheremmo il prezzo maggiore, mentre loro parlano di strategia, di equilibri, di sicurezza collettiva.
Purtroppo, questi leader hanno il potere di accendere la miccia con una dichiarazione, un’esercitazione militare, una manovra diplomatica mal interpretata, ma nessuno di loro sembra disposto a dire con chiarezza dove vorrebbe arrivare e soprattutto quali rischi immagina per questo cammino così pericoloso.
Sì… parlano tutti di preparazione, ma – ahimè – nessuno parla di una via di uscita!
Quando due sovrani del potere illiberale si riconoscono, si stringono la mano e si abbracciano, non lo fanno per affetto, né per amore di un mondo che crede nel multilateralismo. No… loro riscrivono le regole (nell’ombra) per mutua sopravvivenza di quell’ordine che loro stessi hanno saputo scompaginare.
Credo che, al di là delle dichiarazioni plateali di Trump e del riserbo strategico di Putin – che lascia volentieri la parola al suo ministro degli Esteri – i due abbiano già concordato, fuori scena e in silenzio, le proprie sfere di influenza.
Già… sono convinto che i conflitti in corso, con le loro pseudo-minacce di droni e altre armi da propaganda, siano, ai loro occhi, nient’altro che danni collaterali funzionali alle rispettive mire espansionistiche.
Ad esempio, l’aver evocato la possibilità di schierare i missili Tomahawk – con la loro gittata minacciosa – è diventato l’ultimo strumento di una pressione calcolata. Da Washington giungono voci contraddittorie: si dice che a Zelenskyy siano stati negati, ma anche che la Casa Bianca stia valutando di fornirglieli in futuro.
L’obiettivo di questa retorica è palese: instillare un senso di minaccia non solo a Mosca – per costringerla a negoziati favorevoli agli Stati Uniti – ma anche all’Europa intera, presentando un pericolo imminente in una partita parallela. In questo modo, si orchestra una provocazione che potrebbe trascinare il “Vecchio Continente” in uno scontro diretto, ben oltre i suoi interessi o la sua volontà.
La portata di questa strategia emerge da un dettaglio inquietante: secondo quanto riferito dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, Kiev starebbe valutando l’uso di droni Geran-2 ricondizionati – assemblati con parti di velivoli russi abbattuti – per colpire obiettivi in Polonia e Romania. L’idea sarebbe diabolica nella sua semplicità: lanciare questi droni contro hub logistici in territorio NATO e attribuirne la responsabilità a Mosca, innescando una campagna informativa volta a spingere l’Alleanza verso una risposta militare diretta.
Questa non è una semplice speculazione. Secondo alcune fonti, le scocche di questi droni “riparati” sarebbero già state consegnate al poligono di Yavoriv. Se così fosse, gli incidenti passati con droni in territorio polacco assumerebbero un significato sinistro: non più coincidenze, ma prove tecniche per una provocazione più ampia. L’intento sarebbe di colpire in modo così credibile che, Polonia e Romania – troppo vicine al fronte per poter negare un attacco – si sentano costrette a interpretarlo come un’aggressione diretta da parte della Russia.
In questo scenario, il Pentagono convoca una riunione senza precedenti con oltre 800 generali – un movimento che alimenta i sospetti di una preparazione concreta a un’escalation. La Russia si trova così intrappolata: cedere al ricatto e negoziare alle condizioni imposte da Washington, oppure prepararsi a un conflitto che potrebbe includere attacchi con missili Tomahawk su infrastrutture critiche e, in ultima istanza, uno scontro diretto con la NATO.
In questo contesto, l’immagine di Trump come “pacificatore” appare del tutto insostenibile. Il suo approccio sembra voler essere in queste ore, ben più aggressivo di quanto non fosse quello di Biden, che inizialmente aveva escluso il trasferimento di questi missili, rivelando una strategia non di distensione, ma di ricatto strutturale.
Ciò che mi assilla maggiormente, sì… più di ogni altra cosa, è il sospetto che dietro la minaccia di missili, testate nucleari e droni, i veri protagonisti abbiano già scritto il copione. E che, mentre i governi europei continuano a parlare, le loro parole siano ormai solo rumore di fondo: incapaci di modificare ciò che, nell’ombra, è già stato deciso.
La complessità della vicenda ucraina e del conflitto in corso con la Russia richiede, a mio avviso, un esame obiettivo che vada al di là delle semplici prese di posizione dettate dai convincimenti personali.
È fondamentale ripensare a quanto è accaduto a partire dal 2014 in quelle regioni che dal Donbass si estendono fino alla penisola di Crimea per comprendere le radici di questa tragedia.
Certo, il mio auspicio più sincero è che questa guerra possa concludersi nel più breve tempo possibile e che si arrivi a una pace duratura, ma pensare che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con le chiacchiere, con l’invio di altro materiale bellico o con l’inasprimento delle sanzioni verso Mosca, mi sembra una strada destinata al fallimento.
Ci troviamo in una situazione paradossale, dove dichiariamo il nostro sostegno a Kiev ma esso sembra fermarsi troppo spesso alle sole parole. Il dibattito infuria, soprattutto quando si parla della possibilità di inviare truppe, un’ipotesi che divide profondamente.
Le recenti tensioni diplomatiche tra Italia e Francia, nate da commenti giudicati inaccettabili – il ministro e leader leghista intervistato sull’invio di nostre truppe aveva risposto al presidente Macron in dialetto milanese: “a taches al tram, ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina” – a evidenziare quanto sia fragile e litigiosa l’unità europea su questo tema.
Da una parte c’è chi, come Macron, viene etichettato come guerrafondaio per le sue posizioni, e dall’altra chi rifiuta categoricamente l’idea di vedere soldati italiani coinvolti direttamente, sostenendo che certe dichiarazioni siano solo pericolose bravate. Nel frattempo, le voci e le narrative si moltiplicano creando un groviglio inestricabile.
Da un lato, la Russia ribadisce la sua versione dei fatti, sostenendo di essere intervenuta per porre fine a una guerra iniziata anni fa contro la popolazione del Donbass e presentandosi come l’unica forza che cerca di fermare il conflitto. Dall’altro, alleati come il Regno Unito riaffermano il loro incrollabile sostegno all’Ucraina, impegnandosi a metterla nella posizione più forte possibile per negoziare una pace giusta.
E in mezzo a tutto questo, figure come Donald Trump aggiungono ulteriore incertezza, promettendo decisioni drastiche basate su chi verrà ritenuto colpevole, lasciando persino intravedere la possibilità di un disimpegno totale con la cinica considerazione che sia una battaglia che non li riguarda.
Tutto ciò dipinge un quadro confuso e pericoloso, dove le vere motivazioni dietro certe spinte appaiono spesso opache e dove le uniche certezze sono la retorica, gli interessi geopolitici e il rumore assordante delle polemiche.
Il dubbio principale che rimane è se tutta questa escalation di parole, armi e sanzioni stia veramente avvicinando la pace o se, al contrario, non stia solo alimentando un fuoco che divampa sempre di più, allontanando ogni possibilità di una soluzione reale e duratura.
E non va sottovalutato, in questo già intricato mosaico geopolitico, il ruolo di un attore fondamentale che osserva e manovra con calcolato distacco: la Cina. Il suo silenzio, in questa fase, è assordante e più eloquente di molte dichiarazioni ufficiali.
Pechino, con la sua imponente forza economica e la sua influenza diplomatica globale, sta attendendo il momento più propizio per intervenire, posizionandosi non semplicemente come mediatore, ma come architetto di un nuovo ordine. È un silenzio strategico, carico di attesa, che prelude a un intervento che avrà un peso decisivo e certamente considerevole nel dettare i termini e le condizioni per quella che speriamo possa essere una soluzione definitiva e duratura a questo conflitto.
La partita finale, molto probabilmente, non si giocherà solo tra Mosca e Washington o Bruxelles, ma vedrà la Cina seduta al tavolo come potenza egemone, pronta a capitalizzare il tutto per ridisegnare gli equilibri di potere a livello mondiale a proprio vantaggio.
Ho scritto più volte che la politica internazionale, specie quella europea e ancor più quella italiana, conta quanto il due di coppa quando la briscola è a oro.
Vedrete infatti che né la Von der Leyen, né Zelensky, e men che mai i nostri referenti istituzionali (ahimè impreparati…), riusciranno a far sedere russi e ucraini a un tavolo per risolvere questo conflitto.
La ragione, al di là delle cazzate propinate dai Tg, sta in una decisione precisa del Presidente Trump.
Dopo l’incontro con Putin e le critiche ricevute dai leader europei per la loro esclusione dai colloqui in Alaska, egli ha scelto deliberatamente di mettersi da parte.
Sta soprassedendo, osservando con quale goffa inefficacia l’Ue stia gestendo una partita che è troppo grande per lei, sapendo bene che le sue politiche non porteranno a nulla. È solo questione di tempo!
Quando la situazione entrerà in stallo e tutti si piegheranno a supplicarlo, lui, come una prima donna, farà il suo ingresso trionfale per dettare una pace alle sue condizioni, e a quelle di Putin, già ampiamente concordate.
Chi non accetterà questa realtà ne subirà le conseguenze, perché il gioco è già fatto e l’Europa non è stata nemmeno consultata. È chiaro ormai che le decisioni finali non si prenderanno a Bruxelles o a Roma, ma altrove.
Secondo il sottoscritto, quanto riportato dalla maggior parte dei media sulle cosiddette “minacce” di Trump verso la Russia non hanno alcun riscontro effettivo. Le dichiarazioni roboanti sul fatto che Mosca subirà “gravi conseguenze” se non fermerà la guerra, sembrano più chiacchiere buttate lì, destinate a svanire nel vento.
La verità è che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può permettersi di fare davvero paura alla Russia, che oggi detiene il più vasto arsenale nucleare al mondo, con oltre 4.300 testate operative tra strategiche e tattiche, superando persino gli USA.
Trump ha lanciato il suo avvertimento a due giorni dal vertice in Alaska con Putin, dopo aver consultato i leader europei e Zelensky, che ha definito l’incontro con un voto: “10”.
Ma cosa si nasconde dietro queste dichiarazioni? Il vertice in Alaska è presentato come un incontro “preparatorio” per possibili negoziati di pace, ma è difficile credere che sia solo questo. La realtà è che qui si sta giocando una partita ben più grande: la spartizione silenziosa di territori e zone d’influenza, dove gli interessi di Washington e Mosca si intrecciano, lasciando Kiev e l’Europa ai margini.
Gli europei, almeno a parole, si sono detti soddisfatti delle rassicurazioni di Trump, soprattutto sulla questione che nessuno scambio di territori possa avvenire senza il consenso di Kiev. Ma Mosca ha già ribadito che la sua posizione è “invariata”: ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni annesse e rinuncia di Kiev alla NATO. Un portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexei Fadeyev, ha liquidato le consultazioni tra Trump e gli europei come “un’azione insignificante”, accusando l’UE di sabotare gli sforzi diplomatici.
Intanto, mentre si discute di pace, la guerra continua! La Russia ha intensificato l’offensiva nel Donetsk, conquistando villaggi e costringendo all’evacuazione migliaia di civili, mentre Zelensky ha annunciato che l’esercito ucraino ha riconquistato sei villaggi nella regione di Sumy, ma il bilancio complessivo resta drammatico. E così mentre Trump parla di “cessate il fuoco”, Mosca potrebbe addirittura testare il suo nuovo missile nucleare Burevestnik, un messaggio chiaro a pochi giorni dal vertice.
Dietro le quinte, però, si muovono interessi più concreti. Il Dipartimento del Tesoro USA ha sospeso temporaneamente alcune sanzioni per permettere ai funzionari russi di effettuare transazioni durante il vertice. Un segnale che, nonostante i toni duri, i rapporti economici e diplomatici continuano. Zelensky, escluso dall’incontro, lo ha definito una “vittoria personale” per Putin, mentre Rubio ha cercato di smorzare le polemiche, sostenendo che si tratta solo di un momento per “chiarire le posizioni”.
Ma la domanda che resta è: cosa si nasconde davvero dietro questo vertice? L’Europa spera in un negoziato che rispetti l’integrità ucraina, ma già trapelano voci su possibili “cessioni territoriali” non ufficiali. Merz ha ammesso che Kiev potrebbe trattare sui territori, ma senza riconoscere l’occupazione russa. Macron ha ribadito che solo l’Ucraina può decidere, ma la realtà è che, quando si siedono al tavolo USA e Russia, gli altri diventano solo degli spettatori.
Alla fine, tutto questo sembra un grande teatro. Le minacce di Trump sono vuote, perché la Russia sa bene che nessuno oserebbe sfidarla militarmente, visto il suo arsenale nucleare.
E quindi, gli incontri, i proclami, le evacuazioni forzate e le avanzate sul campo non sono che mosse in una partita più grande, dove ciò che conta non è la pace, ma il potere. E mentre si discute, il mondo viene ridisegnato senza che nessuno lo ammetta apertamente
Già… prima delle elezioni, la coalizione urlava alla Sovranità! Ora, gli stessi che sono saliti al Governo, evidenziano comportamenti lacchè agli Usa! Sì… a differenza della Spagna, che – con i fatti – dimostra essere autonoma!
Difatti, la Spagna ha scelto di dire “no” agli F-35 statunitensi, e lo ha fatto con una motivazione che suona come un manifesto di sovranità. “Questione di principi”, ha dichiarato il ministero della Difesa, preferendo puntare su opzioni europee come l’Eurofighter e il Future Combat Air System. Non è solo una scelta tecnica, ma politica, un segnale chiaro di indipendenza da Washington, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, impongono alla NATO di alzare la spesa militare al 5% del Pil e minacciano dazi commerciali. Madrid non ci sta, e mentre altri Paesi – come ad esempio il nostro – si piegano, la Spagna dimostra di avere una schiena più dritta.
Il governo Sánchez ha approvato con riluttanza un aumento della spesa militare, ma solo fino al 2% del Pil, ben lontano dalle richieste americane. Una decisione che non è piaciuta a Trump, il quale ha risposto con minacce di ritorsioni economiche. Eppure, la Spagna non ha abbassato la testa, anzi, ha ribadito la sua volontà di ridurre la dipendenza dagli USA, anche in campo tecnologico, come dimostra la scelta di affidare a Huawei l’archivio delle intercettazioni giudiziarie. Un altro tassello di una strategia chiara: difendere la propria autonomia decisionale.
Certo, lo Stato maggiore spagnolo non nasconde le preoccupazioni. Senza gli F-35, la sostituzione degli Harrier AV8B entro il 2030 diventa un rompicapo. Le alternative europee sono ancora lontane dall’essere operative, e l’unica soluzione immediata sarebbe proprio il caccia americano. Ma Madrid sembra disposta ad accettare questo rischio pur di non sottostare alle pressioni di Washington. Il messaggio è chiaro: meglio una flotta aerea meno avanzata oggi che rinunciare alla propria sovranità domani.
Lockheed Martin ha provato a giocare la carta europea, sottolineando che gli F-35 sono assemblati in Italia, ma non è bastato. Per la Spagna, il problema non è la provenienza geografica del velivolo, ma la dipendenza strategica dagli USA.
E dopo le ultime uscite di Trump, che ha minacciato di far pagare il doppio a chi non si allinea, la posizione di Madrid appare ancora più significativa. E così… mentre altri governi cedono, la Spagna dimostra che esiste ancora un modo per resistere alle logiche del ricatto.
Ed allora – vorrei chiedere a tutti quei burattini che si presentano ogni giorno in Tv a raccontarci (quanto imparato a memoria), quasi fossero “pappagalli” o come li definiva la Fallaci “Cicale”: siamo stanchi di vedere quei vostri visi, ma soprattutto ci siamo rotti le palle di ascoltare – in una televisione nazionale – le solite caz…
Faccio seguito a quanto scritto ieri, puntualizzando i motivi che potrebbero portare in questi anni al totale esodo del popolo palestinese dalla Striscia di Gaza e, in seguito, dalla Cisgiordania, oltre alla fine del gruppo militare Hamas.
La mia opinione è che si stia preparando un’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, ufficialmente presentata come un’azione per liberare gli ostaggi israeliani ancora detenuti, ma con l’obiettivo più ampio di annientare definitivamente Hamas e svuotare quel territorio, forse per trasformarlo, come dichiarato da Trump tempo fa, in un luogo di villeggiatura.
Questa riflessione trova conferma in fonti ben informate che riferiscono come Hamas abbia già iniziato ad adottare misure drastiche per impedire qualsiasi infiltrazione israeliana nei luoghi dove sono nascosti gli ostaggi, vivi o morti che siano. Ogni movimento sospetto viene monitorato, e chiunque cerchi di individuare quei nascondigli viene considerato una spia al servizio di Israele.
L’ordine è chiaro: giustiziare immediatamente chiunque si avvicini senza autorizzazione e, nel caso in cui le forze israeliane riescano a localizzare i prigionieri, ucciderli prima che possano essere liberati.
Dopo una temporanea sospensione di queste direttive durante la tregua dello scorso gennaio, ora sono state ripristinate con ancora maggiore severità. Hamas ha ribadito ai suoi membri che, in caso di estrema necessità, gli ostaggi dovranno essere eliminati. Israele, dal canto suo, ha avvertito che se non ci sarà una liberazione immediata, la situazione potrebbe degenerare rapidamente, lasciando spazio solo alla forza bruta e non più alla diplomazia.
Trump, intanto, spinge per una linea dura: niente tregua con Hamas. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che il gruppo non ha mostrato alcuna reale volontà di raggiungere un accordo, nonostante i ripetuti tentativi di mediazione, e che agisce in modo incoerente e senza buona fede. Di conseguenza, stanno valutando opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi, probabilmente attraverso un’escalation militare.
Il governo israeliano, invece, sembra ancora credere che Hamas sia interessato a un negoziato, ma sta giocando una partita al rialzo, chiedendo condizioni che Netanyahu ha definito “irrealistiche“. Questo atteggiamento ha creato tensioni persino all’interno della Striscia di Gaza, dove alcune fazioni più pragmatiche vorrebbero accelerare un accordo, mentre altre rifiutano qualsiasi compromesso.
Purtroppo, tutto questo non fa che avvicinare lo scenario che temo da tempo: una distruzione totale di Hamas, sì, ma al prezzo di un nuovo esodo forzato della popolazione palestinese, già stremata da anni di conflitto e ora sull’orlo della carestia.
La comunità internazionale continua a discutere, ma le parole non bastano più. Senza un intervento concreto, ciò che resta di Gaza rischia di diventare solo un altro capitolo nella lunga storia di sofferenza di questo territorio.
Così Trump liquida con una battuta il tentativo del presidente francese di riaccendere il dibattito sul riconoscimento della Palestina. E mentre l’ironia dell’ex inquilino della Casa Bianca risuona come un colpo di frusta, il silenzio imbarazzato degli alleati europei tradisce una verità scomoda: nessuno, in fondo, ha davvero intenzione di sostenere questa causa. Le parole di Macron si sono infrante contro un muro di indifferenza, lasciando intravedere quello che ormai è un destino segnato per il popolo palestinese.
La presa di posizione francese avrebbe potuto rappresentare una svolta, un segnale di speranza in un contesto internazionale sempre più arido. Invece, è diventata l’ennesima dimostrazione di quanto il tema palestinese sia ormai ridotto a mera retorica.
Trump ha bollato l’iniziativa come “irrilevante”, gli Stati Uniti hanno risposto con sarcasmo, e l’Europa – Germania e Italia in testa – si è affrettata a prendere le distanze. Tutti concordi nel sostenere che la pace richiede “negoziati realistici”, ma nessuno disposto a mettere in discussione lo status quo. Perché, in realtà, quel negoziato non interessa a nessuno.
E allora viene da chiedersi: di quale Stato palestinese stiamo parlando? Di quello proclamato da Arafat nel 1988, rimasto confinato nelle carte ingiallite delle risoluzioni ONU? O forse di quello che, giorno dopo giorno, viene eroso da insediamenti israeliani, operazioni militari e una lenta ma inesorabile pulizia demografica?
La verità è che, da quasi sessant’anni, i territori palestinesi sono occupati de facto, e la comunità internazionale ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Quella che oggi viene spacciata per una “questione di sicurezza” – la lotta a Hamas, la liberazione degli ostaggi – non è altro che l’ultimo capitolo di una strategia ben più ampia: svuotare la Palestina della sua gente, cancellarla dalla mappa.
Macron ha provato a alzare la voce, e il risultato è stato un coro di sberleffi. Isolato, ridicolizzato, trattato come un illuso che non capisce le regole del gioco. Eppure, il gioco è chiaro: si sta scrivendo la fine della causa palestinese, e nessuno ha intenzione di intervenire.
Gli Stati Uniti e Israele lavorano già da tempo a un piano per smantellare Hamas, ma sappiamo bene che, una volta finita la guerra, non ci sarà spazio per una riconciliazione. Ci sarà solo l’esodo. Un popolo costretto ad abbandonare la propria terra, mentre il mondo applaude alla “stabilità” ritrovata.
Tra pochi anni, guarderemo indietro e tutto apparirà ovvio. Le operazioni militari, le dichiarazioni di facciata, i negoziati eternamente rimandati: ogni tappa è stata progettata per condurre a un unico esito. La Palestina non tornerà più com’era, perché qualcuno ha deciso che non deve esistere.
E chi prova a opporsi, come Macron, viene zittito con una risata. Domani scriverò più nel dettaglio su cosa ci aspetta: non solo bombe e retorica, ma una fredda pianificazione politica che sta trasformando l’espulsione di un popolo in un fatto compiuto!
a volte ho l’impressione che i nostri politici siano degli inetti o, quantomeno, impreparati, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi di carattere globale.
Poi leggo alcuni post o dichiarazioni di illustri leader mondiali, e comincio a pensare che, alla fine, l’ignoranza sia la madre di tutti i mali che affliggono la nostra società.
Prendiamo, ad esempio, le recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla Striscia di Gaza.
L’idea di trasformare Gaza in una sorta di località di villeggiatura, mentre il popolo palestinese vive una delle tragedie più profonde della sua storia, è non solo irrealistica, ma anche profondamente insensibile…
Migliaia di persone sono senza casa, senza accesso a servizi di base, vivono in condizioni disumane. Pensare di risolvere tutto con un progetto edilizio o turistico è una visione miope che ignora le radici del conflitto e le sofferenze di un intero popolo.
È vero, il popolo palestinese ha bisogno di trovare una propria identità e di costruire un futuro di pace e stabilità. Ma questo non può avvenire sotto la minaccia di gruppi armati come Hamas, che, pur presentandosi come difensori della causa palestinese, hanno spesso contribuito a perpetuare il ciclo di violenza e sofferenza. La libertà e la democrazia non si costruiscono con le armi, ma attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto dei diritti umani.
C’è bisogno di una vera e propria indipendenza da tutte quelle forze rivoluzionarie che, invece di favorire lo sviluppo di una società libera e giusta, alimentano odio e divisioni. Un Paese che vuole raggiungere un proprio status nella comunità internazionale non può farlo attraverso la violenza, ma deve puntare sulla diplomazia, sull’istruzione e sulla costruzione di istituzioni solide e trasparenti.
Non si può pensare di combattere per sempre. Arriva un momento in cui le parole devono avere il sopravvento sulle armi, altrimenti si resta prigionieri di un ciclo infinito di oppressione e vendetta. Chi detiene il potere, sia esso politico, militare o economico, ha la responsabilità di agire con saggezza e lungimiranza, non con coercizione e forza bruta.
È tempo che i palestinesi riprendano in mano le proprie vite, lottando non solo contro l’occupazione esterna, ma anche contro chi, all’interno, li strumentalizza per interessi personali o ideologici. Donne, bambini e intere famiglie sono spesso lasciati in balia di un destino crudele, utilizzati come pedine in un gioco politico che non tiene conto della loro dignità e dei loro diritti.
Certo, immaginare Gaza come un luogo prospero e pacifico, dove i palestinesi possano vivere in condizioni dignitose, sarebbe meraviglioso. Ma questa visione non può restare un’utopia. Negli anni, miliardi di dollari sono stati inviati nella regione, sia dalla comunità internazionale che dai Paesi arabi. Eppure, questi fondi non sono stati utilizzati per costruire scuole, ospedali o infrastrutture, ma per finanziare tunnel, armi e missili. Una scelta scellerata che ha alimentato ulteriore odio e distruzione, lasciando Gaza in macerie.
Oggi ci troviamo di fronte a una terra devastata, dove persino ripulire le macerie richiederà anni. E mentre il mondo guarda, ci si chiede: quando finirà questa spirale di violenza? Quando si capirà che la vera forza non sta nella distruzione, ma nella costruzione di ponti, nel dialogo e nella riconciliazione?
Il popolo palestinese merita di più. Merita un futuro in cui i bambini possano crescere senza paura, in cui le donne possano vivere con dignità e in cui gli uomini possano costruire un Paese libero e prospero. Ma questo futuro non arriverà finché prevarrà la logica della guerra e dell’odio.
Forse è arrivato il momento di smettere di guardare alla Palestina (e a Israele) solo attraverso le lenti del conflitto e di iniziare a pensare a soluzioni concrete, che mettano al centro le persone e i loro diritti. Perché, in fondo, la pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta che richiede coraggio, umanità e volontà di cambiare.
Donald Trump ha presentato un’idea sconcertante per il futuro della Striscia di Gaza: trasformare la sua costa, un tempo incontaminata ma oggi ridotta in macerie, nella nuova capitale del turismo del Medio Oriente.
Il presidente immagina resort di lusso, casinò, ristoranti e hotel a cinque stelle che dovrebbero sorgere al posto di ciò che resta della città.
Durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, affiancato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha illustrato la sua proposta: gli Stati Uniti prenderebbero il controllo della Striscia di Gaza e trasferirebbero i circa due milioni di palestinesi in nuove abitazioni fuori dal territorio.
Il piano prevede la bonifica dell’area da detriti e ordigni inesplosi, per poi avviare uno sviluppo economico che trasformi Gaza in un centro turistico, proprio come nell’immagine realizzata dallo stesso Trump: “Costruire alloggi di qualità davvero buona, creare una città vivibile, un posto dove poter vivere e non morire, perché a Gaza la morte è una certezza”.
Ma c’è un dettaglio che sembra essergli sfuggito; nel suo piano, Gaza sembra destinata a diventare un paradiso per il turismo, ma la circostanza assurda è che Trump abbia dimenticato un dettaglio fondamentale e cioè: dove dovrebbero andare i palestinesi?
Già… quale sarebbe la loro destinazione finale?
D’altronde, quel bellissimo progetto si limita a immaginare un nuovo volto per Gaza, ma ignora completamente il destino della sua popolazione, che, viste le condizioni di estrema povertà in cui si trova, quelle ipotetiche strutture turistiche potrà ammirarle solo da lontano, già… quasi fossero un miraggio!!!
Ed è qui che sorge spontanea una domanda: chi decide dove e come dovrebbero vivere i palestinesi? Gli Stati Uniti? Israele? L’Unione Europea? Il mondo arabo? Chi…?
Già, perché è questa la vera questione da porsi, eppure sembra che tutti preferiscano evitarla, forse per paura di restare invischiati in una questione tanto scomoda???
Sono trascorsi 450 giorni dall’inizio dell’aggressione a Gaza, e la sofferenza degli sfollati cresce drammaticamente. Pioggia e freddo estremo aggravano una situazione già insostenibile. Migliaia di persone vivono in rifugi improvvisati, incapaci di proteggersi dagli elementi, mentre il mondo sembra incapace di rispondere con l’urgenza necessaria.
In Cisgiordania, la situazione non è meno preoccupante. La Moschea di Al-Aqsa è stata oggetto di incursioni di massa da parte di centinaia di coloni, accompagnate da continui raid delle forze di occupazione in diverse aree. Questi atti non solo aumentano la tensione, ma alimentano un ciclo di violenza che sembra non avere fine.
Nel frattempo, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha dichiarato che più di 100 tende a Khan Yunis sono state allagate dalle piogge, lasciando oltre 500 famiglie sulla costa di Gaza in condizioni disperate. L’assenza di infrastrutture adeguate e di un sostegno internazionale concreto rende ogni giorno più difficile la sopravvivenza di queste persone.
Le cifre diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono devastanti: oltre 45.000 persone sono state uccise, e tra queste, il 50% erano donne e bambini. Questo massacro è di per sè un motivo sufficiente per fermare immediatamente il conflitto. La distruzione su vasta scala della Striscia di Gaza non ha precedenti e richiede una risposta decisa da parte della comunità internazionale.
Tuttavia, la pace non può essere raggiunta unilateralmente. Anche il gruppo di Hamas deve assumersi le proprie responsabilità, liberando gli ostaggi israeliani. Solo un gesto di questo tipo potrebbe spingere l’opinione pubblica mondiale a fare pressione per una cessazione definitiva delle ostilità. Senza tale atto, il governo israeliano continuerà con il suo progetto (se pur non apertamente dichiarato) di espulsione sistematica degli arabi dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania.
È evidente come le azioni dell’esercito israeliano, tra cui la distruzione sistematica degli ospedali di Gaza, siano mirate a costringere i residenti a lasciare definitivamente la regione e trasferirsi in Egitto. Questa strategia è stata confermata dal quotidiano Haaretz, che ha riportato come la chiusura degli ospedali faccia parte di un piano per svuotare l’area settentrionale della Striscia di Gaza dai civili.
Nel frattempo, anche in Cisgiordania si verificano incursioni contro luoghi sacri, tra cui moschee, da parte di coloni protetti dalle forze di occupazione. Questi atti non fanno che aumentare il malcontento e la tensione all’interno della popolazione locale.
I colloqui di pace tra Hamas e Israele sono fermi. Le speranze di una ripresa delle negoziazioni sembrano legate all’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tuttavia, l’incertezza rimane alta.
Mentre i residenti nella Striscia di Gaza continuano a sperare che il 2025 porti la fine delle sofferenze e un nuovo inizio, il realismo impone un approccio più cauto. L’attuale programma del governo israeliano lascia poco spazio all’ottimismo.
Una soluzione duratura può essere raggiunta solo attraverso la creazione di uno Stato Palestinese indipendente, che garantisca diritti e sicurezza per entrambe le parti. Senza questo passo cruciale, ogni discussione sulla pace rimane solo una vuota retorica.
L’umanità ha il dovere di agire, prima che sia troppo tardi!!!
Che dire… uno l’abbiamo conosciuto come Presidente degli Usa, l’altra viceversa rappresenta una novità nella politica mondiale…
Ttra l’altro vorrei precisare come la Harris sia stata scelta – visti i tempi ristretti – senza doversi confrontare con i suoi antagononisti di partito.
Certo, la Sig.ra Harris è favorita da un punto di vista sociale, essendo la prima donna che può ambire alla poltrona di Presidente, ma non solo, rappresenta la prima afroamericana/asioamericana a prestare giuramento, ma non solo, è stata la prima donna a diventare procuratrice generale della California!!!
Quindi tutto si può dire di lei tranne che non sia professionalmente preparata, ma se oggi prova a sfidare ufficialmente Donald Trump lo si deve principalmente a causa del ritiro di Joe Biden e grazie al fatto che il giorno successivo in cui si era assicurata la nomina in pectore, i delegati vinti da Joe Biden nelle primarie popolari avesero dediso di ritirarsi, esprimendo di fatto supporto alla Harris, a differenza dell’unico candidato che poteva (forse) dare un po’ di fastidio, mi riferisco a Tim Walz, problema che però è stato risolto, avendolo ufficialmente candidato alla vicepresidenza.
Quindi della Harris dal punto di vista politico non sappiamo nulla, se non quanto dichiarato durante il dibattito presidenziale contro Donald Trump, ma è in particolar la questione estera che mi lascia alquanto perplesso…
Mi riferisco non solo ai due conflitti Israelo/Palestinese e Russo/Ucraino, ma anche alla situazione che sta per sfociare in Iran a cui va sommata la guerra commerciale con la Cina.
Sì… entrambi parlando durante la sfida televisiva sono stati un pò vaghi, entrambi difatti hanno ribadito il diritto di Israele a difendersi, ma nessuno dei due ha espresso una possibile soluzione al problema palestinese, come eguale considerazione è stata fatta per l’Ucraina senza fornire mai dettagli su come poter raggiungere la pace con la Russia!!!
Ecco quindi che a poco meno di due mesi dal voto, non sono sicuro su chi tra i due sia da preferire…
Già… perchè viceversa di Trump sappiamo abbastanza e sicuramente prevedo con egli sarà più facile giungere ad una negoziazione con la Russia, d’altronde va ricordato come egli è rappresenti l’unico presidente in cinquant’anni a non aver iniziato nuove guerre e soprattutto – a differenza di quanti molti nostri giornalisti ripetono in maniera errata – non si è dimostrato debole, già… come il suo predecessore Barak Obama che dopo esser intervenuto in maniera indiretta in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan e dopo aver bombardaton Yemen, Somalia e Pakistan, ha lasciato che i poveri cittadini inermi di quei Paesi si ritrovassero ahimè abbandonati, giàsoli a dover affrontare una situazione che si sta dimostrando antidemocratica e soprattutto tirannica!!!
L’uno o l’altra??? Ma avendo visto quanto inconcludenti siano stati in questi cinquant’anni i presidenti degli Usa, uno più o uno meno, non farà certamente la differenza!!!
Sono tre giorni che New York subisce un’improvvisa interruzione di corrente, lasciando interi settori della città senza luce… Sono più di 70.000 gli utenti lasciati al buio a cui vanno sommate moltissime attività commerciali e imprese… In tanti sono scesi per strada per comprendere cosa fosse accaduto, peraltro in molti ricordavano un’analoga circostanza accaduta 42 anni prima, quando per l’appunto un blackout lasciò nel 1977 la città al buio per quasi 25 ore, causando una perdita economica di ben 30 milioni di dollari… Ovviamente nessuno ne vuole parlare, in particolare le istituzioni che non sanno spiegarsi il motivo di questa interruzione, intanto l’area di Manhattan a New York è stata oscurata ed ha interessato 30 isolati tra cui alcuni noti, come quelli di Times Square e Broadway. Edison Associates, che è la società che fornisce servizi di elettricità a New York, ha affermato che qualcosa ha bloccato il trasporto di energia, il portavoce comunque alle domande è rimasto sul vago…
D’altronde immaginatevi una metropoli con decine di milioni di abitanti che all’improvviso vedono mancarsi la luce: grattacieli senza ascensori con persone intrappolate, palazzi completamente al buio, semafori spenti, ingorghi che provocano incidenti stradali, le linee della metropolitana fuori servizio, automobilisti intrappolati nelle proprie auto, i vigili del fuoco che non hanno potuto soccorrere quanti avevano chiamato in cerca del loro aiuto…
In molti hanno iniziato a scattare foto e video su quanto stava accadendo, anche se la maggior parte non è riuscito ad ad inviarle in diretta; successivamente appena sono state pubblicate nei social, incuriosiva osservare come la maggior parte degli schermi elettronici di Times Square fossero completamente neri. Quanti sono riusciti a uscire dalla metropolitana vicino a Central Park, l’hanno fatto usando le torce dei cellulari, ma per trovare l’uscita c’è voluta quasi un’ora… Sono stati annullati tutti i concerti ed alcuni come quello al Madison Square Garden Stadium è stato sospeso, con tutti gli spettatori al suo interno!!!
Oltre a quanto sopra, vanno considerate tutte le persone che in preda al panico (credendo che si trattasse di un attentato), hanno provato a scappare dalle proprie abitazioni, ma purtroppo molti di loro, correndo nel buio, hanno riportato degli infortuni, tanto da esser stati successivamente trasportati presso gli ospedali… Inoltre, durante questo blackout, molti “sciacalli” hanno approfittato per poter eseguire furti e rapine e sono difatti migliaia le denunce presentate dai cittadini presso le forze di polizia… tanto che è stato predisposto un ulteriore numero di poliziotti e di guardie nazionali per mantenere l’ordine pubblico…
Ovviamente nessuno pronuncia quella spregevole parola chiamata “terrorismo” e sono in molti, infatti, ad aver dichiarato che l’interruzione di corrente è stata dovuta a problemi tecnici: si parla di un trasformatore in fiamme che ha causato il blackout!!! La verità è che gli Usa sono probabilmente sotto attacco “cibernetico” da parte di quegli Stati che vogliono condizionare l’opinione pubblica, facendo in modo che quel loro Presidente (Trump) venga al più presto dimesso… Tra quei paesi c’è sicuramente la Cina, l’Iran, la Corea del Nord, la Russia e molti paesi musulmani, a cui vanno sommati quelli dell’america latina… Gli hacker hanno iniziato a fare le prove puntando prima i social, tra tutti Facebook (con quel lancio della criptovaluta “libra”…), poi Whatsapp, quindi alcuni fa… Twitter ed ora, con il blocco provvisorio delle centrali elettriche!!! La guerra è iniziata e vedrete come a breve, la risposta a quell’attacco non mancherà di arrivare!!! Per scoprirlo… semplice, come dicono solitamente le spie nei film… “basterà seguire la luce”, ma forse in questo caso è più giusto dire il “buio”, sì… il prossimo blackout di una grande città metropolitana!!! Sono certo che a breve avremo conferma su quanto è realmente accaduto…
Il notiziario iraniano di Press TV ha comunicato che le “guardie rivoluzionarie islamiche” del corpo iraniano, hanno abbattuto un velivolo senza pilota della serie “Global Hawk” che aveva senza autorizzazione, volato al di sopra del paese persiano!!!
Sebbene l’Iran non abbia alcuna intenzione di combattere contro nessuno, lo stesso, ha dichiarato di essersi preparato ad una eventuale “guerra”.
Naturalmente la risposta del portavoce del comando Usa, non si è fatta attendere, replicando che nessun aereo americano ha sorvolato in quel giorno lo spazio aereo iraniano…
Tuttavia, sembra che un anonimo funzionario americano abbia confermato che un drone sia stato realmente abbattuto da missili anti-aerei iraniani nello spazio aereo internazionale dello stretto di Hormuz.
Certo ora questa repubblica islamica affacciata sul Golfo Persico, si trova in possesso di uno dei droni più avanzati al mondo, un modello questo “RQ-4 Global Hawk” che – a secondo di quanto ancora integro possa essere – potrà essere studiato e clonato, utilizzando la ben nota “ingegneria inversa“, per riprodurne ove possibile, un analogo prodotto… con tutto ciò che ne potrà conseguire!!!
Per meglio comprendere di cosa si stia parlando, il drone “RQ-4 Global Hawk” rappresenta un velivolo senza pilota ed è l’aereo da ricognizione più avanzato al mondo…
Si presenta con una forma da balenottero… con un’apertura alare di 35,4 metri, maggiori di quelle di un Boeing 747, ed è considerato come una delle più alte conquiste della tecnologia umana!!!
Non parliamo del prezzo… è scandaloso in quanto con le attrezzature a bordo costa quasi 200 milioni di dollari e può volare costantemente a 650 km/h per oltre 36 ore!!!
L’incidente se così si può chiamare, rappresenta un segnale pericoloso perché aggrava un conflitto tra le parti già profondamente segnato e dove i suoi due principali interpreti, Trump e Rohani, evidenziano come non vi sia alcuna possibilità di riconciliazione tra le parti.
Gli Usa, dopo le sanzioni internazionali decretate contro l’Iran (incluso l’embargo petrolifero europeo scattato il 1° luglio 2012 che hanno fatto crollare le esportazioni petrolifere del Paese, facendo sprofondare l’economia in una recessione), a annunciato ulteriori sanzioni nei confronti di quegli Stati che intrattengono relazioni economiche e commerciali con l’Iran, tra cui vi è anche il nostro paese…
Per cui… o queste nazioni cesseranno i loro rapporti commerciali con l’Iran oppure incorreranno nella scure di Trump, perdendo di fatto ogni sostegno economico e commerciale, proveniente attraverso il mercato statunitense…
La guerra quindi –se pur non militare– è iniziata ed avrà a breve gravi conseguenze, sia economiche che finanziarie, in particolare a causa del riacutizzarsi di una crisi mondiale che sta coinvolgendo ogni giorno che passa, sempre più paesi, vedasi Cina, Russia, Corea del Nord, Venezuela, Messico ed anche l’Europa…
Ho la sensazione che dobbiamo iniziare a prepararci ad un quinquennio di nuovi sacrifici, come se quelli passati in questi anni, non ci fossero bastati!!!
Se provate a fare una nuova iscrizione sulla pagina di facebook, il sistema vi risponderà in automatico che non è possibile proseguire…
Per un momento avevo creduto ieri che fosse qualcosa di provvisorio, ma poi ho scoperto su alcune pagine “********”, che il social più famoso al mondo, era stata posto sotto attacco da un gruppo di hacker, chissà forse cinesi o per essere più precisi, professionisti del web legati alla società Huawei???
Sembra che i paesi più colpiti siano Francia e Gran Bretagna, mentre il nostro paese è stata attaccato sì… ma a macchia di leopardo.
Certo quanto sopra sta causando forti disagi tra i suoi utenti… e sono in molti a pensare che quanto sta accadendo potrebbe essere di natura terroristica, ma certamente non verranno a dirlo a noi…
Comunque da questa mattina anche talune zone del sud-est asiatico e degli Stati Uniti si sono trovati a non poter operare sul social… tutto era bloccato, in particolare le pagine di News, chissà perché qualcuno sta provando a colpire quelle notizie “fake” tanto di voga in questo periodo???
Sì… una strana questa coincidenza se si pensa che anche il presidente Trump stamani ne ha parlato al convegno organizzato in California…
Per cui l’epicentro di questo terremoto social è ormai evidente… anche se non si conoscono le cause o ripeto nessuno vuole parlarne!!!
D’altronde sperare in un commento da parte di Facebook è cosa abbastanza difficile… e Zuckerberg in questo momento sarà rinchiuso nel suo quartier generale di Menlo Park per capire cosa sta accadendo, anche se questi problemi non sono nuovi nella piattaforma, che viene quotidianamente posta sotto attacco, forse per colpire l’elevato numero dei soggetti iscritti…
Il sottoscritto comunque un’idea se le fatta e poco o nulla centra con l’attacco a facebook!!!
Credo infatti che questa “intimidazione” informatica vada ricercata in altri aspetti, in particolare sul lancio appena appena realizzato da questo amministratore (Mark Zuckerberg) con la nuova “criptovaluta”, chiamata “Libra” e che è stata da ieri inaugurata e verrà lanciata nel mondo il prossimo anno!!!
Una moneta virtuale che aspira nelle sue intenzioni a fare a meno del sistema bancario per come lo conosciamo, rendendo facile per tutti inviare e ricevere soldi proprio come si usano le app dei nostri cellulari, per condividere istantaneamente non solo messaggi e foto, ma anche denaro!!!
L’attacco da parte di facebook al mondo finanziario è iniziato e chi non vuole essere danneggiato da questa iniziativa mondiale, ha iniziato a dar fuoco alle proprie manovre destabilizzanti!!!