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L’Italia non partecipa ai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Poco importa… per chi ama il calcio, vederlo – anche senza la nazionale – risulta sempre bellissimo!


Peccato che non sia vero o meglio, peccato che questa leggerezza sia un lusso che non possiamo più permetterci. Perché tre volte non è un caso, non è sfortuna, non è un rigore sbagliato o un arbitro discusso. Tre volte di fila significa che qualcosa si è rotto in modo profondo, strutturale, e quel qualcosa ha nomi, cognomi e responsabilità precise. Ma nel nostro Paese, si sa, le responsabilità sono sempre un concetto sfuggente, qualcosa che appartiene agli altri, mai a chi comanda davvero.

Il giorno dopo la partita persa contro la Bosnia, l’ennesima, ho letto che qualcuno aveva cominciato a parlare di rifondazione. Parola grossa, parola nobile, ma in Italia le parole hanno il vizio di restare sospese nell’aria, senza mai tradursi in fatti. C’è chi chiede un passo indietro, chi invoca un cambiamento drastico partendo dalla classe dirigente, chi ricorda che tre eliminazioni consecutive non sono più un’eccezione ma stanno diventando una regola. Eppure, osservando le cose da una certa distanza, viene da chiedersi: ma è possibile che nel nostro Paese, quando la politica decide di occuparsi di qualcosa che non la riguarda – o peggio, quando lo fa senza possedere le competenze necessarie – il risultato sia quasi sempre disastroso?

Non perché manchi la buona volontà, attenzione. Ma perché manca la sostanza. Perché quei soggetti che vengono posti a certi ruoli dirigenziali non ci arrivano per merito, non ci arrivano per capacità. Ci arrivano perché sono amici di qualcuno, perché fanno parte di un sistema che li protegge, li copre, li tiene al caldo anche quando tutto intorno crolla. E allora succede che anche nel calcio, come nella politica, come nell’economia, come in quasi ogni settore di questo Paese, chi sbaglia non paga. Chi fallisce non viene allontanato. Anzi, spesso viene promosso.

Ascoltate chi ha davvero competenza, chi il calcio lo vive sulla propria pelle. L’ex allenatore del Sassuolo, De Zerbi, intervistato su Rai1, parla di un sistema da rifondare completamente dalla base, non solo di qualche testa da far cadere per rabbia del momento. Ci ricorda che il problema non è l’allenatore di turno, ma una logica perversa che premia chi spende meno, chi investe poco nel settore giovanile, chi considera le strutture un costo e non una risorsa. Ma non solo, sottolinea che ci stiamo abituando a non esserci, che un Mondiale senza l’Italia lo si segue perché si ama il calcio, certo, ma il sapore è totalmente diverso. Come perdere un sapore che si conosceva bene, come dimenticare un’emozione che non si prova più.

E pensare che c’è un’intera generazione di bambini e ragazzi che non ha mai provato quella sensazione lì. Che non sa cosa significhi un’estate scandita dai Mondiali, con giugno e luglio trasformati in stati d’animo, con l’attesa che diventa un motore capace di cambiare l’umore di un Paese intero. Perché il piacere non sta nel risultato acquisito, sta nell’incertezza, nel rischio, in quell’attimo in cui tutto può ancora succedere. Ecco, quell’attimo qui da noi non arriva più. Perché l’incertezza, ormai, è solo su chi dovrà dimettersi, non su chi vincerà la partita.

E mentre si susseguono dichiarazioni, appelli, interrogazioni parlamentari, riunioni urgenti, io continuo a osservare una cosa semplice ma inquietante. Nel nostro Paese funziona così: si sbaglia, si fallisce, ma si resta. Si resta perché c’è sempre un amico che ti copre, un collega che ti difende, un sistema che preferisce la stabilità alla competenza. Si resta perché chiedere le dimissioni di qualcuno è considerato un gesto eccessivo, quasi maleducato, anche quando quel qualcuno ha fallito tre volte di fila. Si resta perché in Italia la responsabilità è una parola che usiamo spesso ma che non sappiamo davvero cosa significhi.

Allora non dobbiamo sorprenderci se perdiamo. Non dobbiamo meravigliarci se la nostra Nazionale resta a casa mentre altre giocano. Perché prima di perdere le partite, abbiamo smesso di pretendere responsabilità. Abbiamo smesso di chiedere che chi sbaglia paghi, che chi fallisce faccia un passo indietro, che chi non è all’altezza venga sostituito da qualcuno più capace. E senza responsabilità, senza meritocrazia, senza quella sana crudeltà che impone di allontanare chi non funziona, un Paese non va da nessuna parte. Né nel calcio, né nel resto.

Ci vuole un cambiamento drastico. Ma un cambiamento drastico non significa cambiare i nomi sulla porta e lasciare intatte le logiche di sempre. Significa ribaltare il sistema, ricominciare dalla base, pretendere che la classe dirigente sia la migliore e non la più raccomandata. Significa smettere di proteggere gli intoccabili, quelli che restano al loro posto nonostante tutto, non perché abbiano chissà quale capacità – finora mai dimostrata – ma perché fanno parte di quel sistema di potere che li tiene lì, al sicuro, intoccabili appunto.

Finché sarà così, finché l’errore non avrà conseguenze e il fallimento non porterà a dimissioni, noi continueremo a perderci le estati dei Mondiali. E i nostri ragazzi continueranno a non sapere cosa si prova. E qualcuno, da qualche parte, continuerà a dire che la responsabilità è sua, ma senza mai fare quel passo indietro che sarebbe, finalmente, il primo gesto serio.

Ma d’altronde la prima colpa a chi darla se non a noi: ho dato uno sguardo alle ultime elezioni e quindi, cosa dovrei aspettarmi mai dai miei connazionali. Sì… meglio guardare i Mondiali in Tv, senza la nazionale!

Rosario Pelligra: grazie. Perché Lei è, e resterà, il Presidente che noi tutti, catanesi orgogliosi, vogliamo / Rosario Pelligra: thank you. Because You are, and will remain, the President that we all, proud people of Catania, want.


Dear President Pelligra (per i lettori italiani: la traduzione in italiano è subito dopo), I am writing this post just a few hours after the end of the match, when the uproar of the stadium refuses to turn into that usual silence that only great disappointments can normally create.

The match is over, and Catania will not play the final against Brescia. The dream of returning to Serie B has therefore, yet again, shattered against an Ascoli side that is certainly deserving, since they didn’t steal anything — quite the opposite, in fact. The 4-0 defeat in the first leg was a mountain too high to climb, and the return leg, as spirited as it may have been, wasn’t enough to work the miracle that all us fans had hoped for.

But you know better than I do: mathematics can sometimes be cruel, and football doesn’t always gift us with fairy tales.

However, I don’t just want to talk about yesterday’s result, because my thoughts go further back, to these years of silent monologues — yes — through my posts, through those public notes in which I had the courage to send you my criticisms directly about the team’s performance on the pitch — unlike many who showed great enthusiasm about being top of the table, but I felt that you, unlike them, would have been willing to listen.

And now, faced with yet another season ending without promotion, I feel immense sorrow not only for the fans, but for you, Mr. President, imagining your personal bitterness in seeing thousands of fans at the stadium who had believed until the very last second that they would be able to celebrate.

I wasn’t there, but I saw on TV those adult fans and the many children who, over these past months, have embraced the Stadio Massimino as if it were a second home, and now find themselves there… with their hearts shattered. That pain in the eyes of those young ones in the curva weighs more than any league table.

And yet — and I say this with the affection of someone who writes as a fan first and an observer second — this disappointment must serve as a “reset” for you. Not just a simple restart, but a real shake-up of the foundations. Because the structure we saw on the pitch, from every point of view, has shown deep limitations, mistakes that repeat year after year, and an inability to learn from the past that we frankly can no longer afford.

I am now reminded of the Como model: in 2021 they were in Serie C — yes, just like us — and today, with a much smaller city than ours, they are playing in the Champions League!

None of us is asking for the impossible, Mr. President. But Catania has 296,000 inhabitants, a metropolitan area reaching 770,000, and a passion that is unmatched. And all this potential today continues to run up against the reality of Serie C.

What more can I say? You have brought honor to this city, and I say this without flattery (after all, anyone who truly knows me knows that I don’t own a single selfie except the one with the Dalai Lama, but above all, I have never asked anyone for an autograph, as I have always sought to live by my own light and never by that reflected by others), especially since we haven’t yet had the chance to meet.

Having a President like you, who has shown affection and presence, is not just a stroke of luck for the people of Catania: it is a great honor. And it is precisely for this reason that it pains me so much to see you embittered. But that bitterness must now turn into courage.

It is time to truly change what hasn’t worked, to surround yourself with people who know how to build a team not just on paper, but in spirit and in gameplay. Because Catania does not deserve to stand by and watch others win. And I, as a fan, will continue to hope that you want to be the architect of that turning point.

With gratitude, and with the same sincerity as always.

Nicola Costanzo

TRADUZIONE

Caro Presidente Pelligra, scrivo questo post a poche ore dalla fine della partita, quando il frastuono dello stadio non vuole trasformarsi in quell’abituale silenzio che solitamente solo le grandi delusioni sanno creare.

La partita è finita, e il Catania non giocherà la finale col Brescia. Il sogno di risalire in Serie B si è quindi per l’ennesima volta infranto contro un Ascoli certamente meritevole visto che non ha rubato nulla, anzi tutt’altro. Il 4-0 subito all’andata era una montagna troppo alta da scalare, e il ritorno, per quanto possiamo dire combattuto con l’anima, non è bastato a compiere il miracolo che tutti i tifosi speravamo.

Ma Lei sa meglio di me: la matematica a volte è crudele, e il calcio non sempre regala favole.

Non voglio però parlare solo del risultato di ieri, perché il mio pensiero corre più indietro, a questi anni di monologhi silenziosi, già… attraverso i miei post, a quelle note pubbliche che ho avuto il coraggio di inviarLe direttamente le mie critiche sul gioco posto in campo – a differenza di molti che manifestavano grande entusiasmo per essere primi in classifica, ma io sentivo che Lei, a differenza di loro, avrebbe potuto ascoltare. 

E ora, davanti a questa ennesima stagione che si chiude senza la promozione, provo un dispiacere immenso non solo per i tifosi, ma per Lei Presidente, immaginando la sua personale amarezza nel vedere migliaia di tifosi presenti allo stadio che avevano creduto fino all’ultimo secondo di poter gioire.

Non ero presente ma ho visto in Tv quei tifosi adulti e i molti bambini che in questi mesi si sono stretti allo stadio Massimino come fosse una seconda casa, e ora si ritrovano lì… con il cuore in frantumi. Quel dolore negli occhi di quei fanciulli della curva, pesa più di qualsiasi classifica.

Eppure, e glielo dico con l’affetto di chi scrive da tifoso prima ancora che da osservatore, questa delusione deve servirLe da “reset“. Non un semplice ripartire, ma un vero e proprio scossone alle fondamenta. Perché la struttura che abbiamo visto in campo, sotto tutti i punti di vista, ha mostrato limiti profondi, errori che si ripetono anno dopo anno, e una incapacità di imparare dal passato che francamente non possiamo più permetterci.

Mi torna ora in mente il modello Como: nel 2021 era in Serie C, già… come noi, e oggi – con una città molto più piccola della nostra – gioca in Champions League!

Nessuno di noi chiede l’impossibile, Presidente. Ma Catania ha 296mila abitanti, un’area metropolitana che tocca i 770mila, una passione che non ha eguali. E tutto questo potenziale, oggi, continua a scontrarsi con una realtà di Serie C.

Cosa aggiungere? Lei ha portato onore a questa città, e lo dico senza adulazione (d’altronde chi mi conosce davvero sa che non possiedo un solo selfie se non quello con il Dalai Lama, ma soprattutto non ho mai chiesto un autografo a nessuno, in quanto ho sempre cercato di vivere di luce propria e mai di quella riflessa da altri), anche perché finora non abbiamo avuto modo d’incontrarci. 

Avere un Presidente come Lei, che ha dimostrato affetto e presenza, per tutti i catanesi non è solo una fortuna: è un grande onore. Ed è proprio per questo che mi dispiace tanto vederlo amareggiato. Ma l’amarezza, adesso, deve trasformarsi in coraggio. 

E’ tempo di cambiare davvero ciò che non ha funzionato, di circondarsi di chi sa costruire una squadra non solo sulla carta, ma nello spirito e nel gioco. Perché Catania non merita di restare a guardare gli altri vincere. E io, da tifoso, continuerò a sperare che Lei voglia essere l’artefice di quella svolta. 

Con gratitudine, e con la stessa sincerità di sempre.
Nicola Costanzo

La lotta alla mafia? Non è più una priorità!


Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.

Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.

Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!

Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto

Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.

Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio

E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.

Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro? 

Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare. 

E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)

Incredibile… in soli 250 hanno festeggiato il ritorno in Serie B del Benevento a Salerno! Al mio Catania? Non resta che sperare…


Già… è incredibile, soltanto 250 tifosi hanno celebrato il ritorno in Serie B del Benevento nel campo della Salernitana! 

Vedendoli in diretta festeggiare ho pensato: se ci fosse stato il Catania al posto del Benevento, i nostri tifosi etnei avrebbero occupato tutta quella curva e non solo quella. Ma così non è stato, e questo semplice conferma mi ha fatto riflettere su quanto stiamo ora vivendo.

Il Benevento torna in Serie B dopo tre anni, e il merito va totalmente al Presidente Vigorito, che ha capito in tempo come fosse giunto il momento di cambiare il tecnico. 

Infatti, a novembre dello scorso anno, la situazione non era ancora tragica per la squadra campana, anzi tutt’altro: la Salernitana guidava la classifica con 25 punti, seguita a un solo punto di distanza dal Catania che aveva 24 punti, mentre gli “stregoni” del Benevento si trovavano al terzo posto con 22 punti, proprio dietro ai rossazzurri!

Eppure il club ha deciso improvvisamente di sollevare dall’incarico Auteri, promuovendo Antonio Floro Flores dalla Primavera alla prima squadra. Un cambio che si è dimostrato vincente, tanto che il nuovo tecnico è riuscito a condurre la squadra in promozione, in anticipo di tre gare da disputare.

Cosa dire? Mentre altri hanno compreso cosa fare, qui a Catania ci siamo cullati, di quel secondo posto, senza che nessuno dei suoi dirigenti – e su questo aspetto lascio fuori il Presidente Pelligra, che come ben sappiamo si occupa professionalmente di altro e di calcio, purtroppo, ne sa poco o nulla – ma ha dimostrato quantomeno di affidarsi a chi, sulla carta (sì, consentitemi di aggiungere che su questo foglio di “carta” ci sarebbe molto da discutere…) – dovrebbe capirne di più. 

E così, si è rimasti ad osservare in questi anni un gioco deludente, costituito da infiniti passaggi per lo più inutili, con giocatori posti sul campo senza alcun criterio, ma soprattutto senza che fosse stato loro inculcato alcun fondamentale schema per poter giocare alla perfezione.

Ed allora, ogni volta che osservavo la squadra giocare mi chiedevo: perché il Presidente Pelligra si affida a quei suoi dirigenti? Perché continua ad insistere con quel tecnico – definito da molti “bravissimo” – di cui io, purtroppo, non ho saputo scorgere nulla di positivo, soprattutto in quel suo modo di mettere in campo la squadra? Perché non viene preso un allenatore che abbia evidenziato negli anni di saper realizzare un gioco vivace, spumeggiante e soprattutto capace di vincere le partite non solo con l’1-0 o chiudendosi a riccio sperando di non prendere gol, per come è più accaduto quest’anno, ma potrei dire, anche lo scorso passato? 

Sì, perché sono stati in molti, soprattutto la maggior parte dei tifosi miei concittadini, ad aver guardato esclusivamente al risultato, dimenticando o facendo finta di non vedere tutte le occasioni che, fino al minuto finale, sono state – per fortuna o per incapacità degli avversari – salvate grazie a un palo, una traversa, una parata encomiabile del portiere Dini oppure solo perché quel tiro, vedeva la palla uscire di pochi centimetri. Se solo la sorte non ci fosse stata così benevola, altro che prima o seconda posizione, siamo onesti: saremmo stati in classifica quinti o anche sesti .

Ed ora veniamo al punto della situazione: il Benevento è salito in Serie B grazie a quegli interventi realizzati dal suo Presidente, e il Catania Calcio resta lì, come da anni ormai, con i suoi migliaia di tifosi a guardare gli altri vincere.

La colpa, vorrei aggiungere, è anche di chi non ha saputo avvisare in tempo. Parlo soprattutto della classe dei giornalisti – molti di loro “gasati” allo Stadio durante la telecronaca oppure esaltati durante le sere dopo in quelle trasmissioni sportive televisive – già… si vedeva quanto fossero felici per aver visto la squadra vincere 1-0 e di come “esaltavano” il tecnico e i suoi giocatori, facendo già i conti per poter giungere in promozione: abbiamo visto ora com’è finita.

Ed ancora, vorrei parlare della sostituzione del tecnico (da me fortemente richiesta sin dall’inizio del campionato), circostanza che come abbiamo visto si è alla fine realizzata, ma non in tempo utile, visto che ormai si era giunti alla fine del campionato: difatti ad oggi restano soltanto tre partite alla sua conclusione. 

Devo inoltre confidarvi che quando ho letto il nome del nuovo tecnico – spero che quest’ultimo non me ne voglia – mi sono chiesto: ma chi è? Dove giocava? Quale squadra ha finora allenato? Ed ecco quindi che sono andato ad approfondire sul web quella sua esperienza calcistica, e parlando altresì con il mio amico (e grande tifoso) Tony Maurigi, ho chiesto a lui cosa ne pensasse e se fosse la persona giusta, perché io – se avessi potuto scegliere – avrei preso qualcun altro.

Ed allora ho atteso, ho provato a non esprimermi: sì…prima di giudicare ho preferito aspettare la sua prima uscita, che come abbiamo visto è stata ahimé disastrosa – ma si sa, la prima volta, la squadra modificata, i giocatori che non hanno ben compreso le nuove idee del tecnico, e via dicendo – sconfitta compensata da una successiva vittoria (ancora di misura…) in trasferta e da una nuova sconfitta al Massimino!

Osservando ieri la partita ho però notato un regresso rispetto ai mesi scorsi: siamo passati da una squadra che giocava male ad una che non gioca affatto. Già… non ho capito, tra l’altro, una cosa: con Toscano la squadra possedeva una difesa solida – difatti in casa era rimasta imbattuta (buona sorte compresa), comunque una condizione “unica” tra tutte le grandi d’Europa e di ciò va dato atto all’ex tecnico – e quindi il nuovo allenatore avrebbe dovuto semplicemente salvaguardare quello schema (fino ad allora) incrollabile e migliorare la parte di gioco che dal centrocampo si proietta in attacco.

Invece, stranamente, tutta la squadra è stata rimodulata, ed io stesso, ieri, nel vedere i giocatori in campo e le successive sostituzioni, mi sono chiesto: ma perché questa formazione che non ha né testa né piedi?

Certo, ora non ci resta che sperare quantomeno di giungere ai playoff da secondi classificati, anche se va detto che neppure questa posizione, ad oggi, può essere considerata indiscussa. Non so neanche cosa consigliare ora al Presidente Pelligra: se – giunti ormai a questo punto – sia il caso di continuare ancora con il nuovo allenatore e quindi con i rischi che quest’ultimo presenta, oppure non sia il caso di far ritornare nuovamente Toscano, che forse – ancor più motivato – potrebbe risultare efficace per i playoff che, come sappiamo, ha già disputato lo scorso anno.

Sì… siamo giunti a un bivio, e qualsivoglia strada si decida di percorrere, lo si saprà solo alla fine della stagione. Certamente, in questo preciso momento non possiamo far altro che sperare e incrociare le dita (anche se io non credo alla fortuna, ma punto sempre tutto sulla programmazione).

E quindi, in attesa di vedere come andrà, di una cosa sono certo: l’impostazione finora data alla squadra va totalmente rivista, e forse, come avevo scritto in un mio precedente post, anche la dirigenza va rivista. Quantomeno ritengo che alcuni ruoli debbono esser rivestiti da chi di calcio ha evidenziato di capirne, e non per fiducia o per essere (per analogia) un “key man“, già… proprio come gli uomini descritti nel film del 1976 diretto da Alan J. Pakula (con protagonisti Dustin Hoffman e Robert Redford), intitolato: “Tutti gli uomini del Presidente“!

Disparità giudiziarie e opacità amministrative condominiali: il potere di chi sceglie di non tacere!


Mi è capitato (ahimè) in questi ultimi anni, di osservare con crescente amarezza come, in certi contesti giudiziari, il sistema si muova con la prontezza di una “Formula 1”, mentre altrove, di fronte a vicende ben più gravi, ho assistito a un’inerzia sconcertante, se non a una vera e propria indulgenza strutturale.
Prendete il caso di Palermo: un ex amministratore di condominio, responsabile di oltre trenta stabili, finisce agli arresti domiciliari e il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, dispone immediatamente il sequestro preventivo di quasi duecentomila euro, presunto profitto dei reati contestati: appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Le indagini, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e guidate dal colonnello Antonio Campo, nascono da cinque querele presentate da altrettanti rappresentanti di condomini, insospettiti da ammanchi emersi nel passaggio tra vecchio e nuovo amministratore.

Secondo le indagini non si tratta di sviste contabili, ma di un meccanismo organizzato: rendiconti falsificati, surplus creati ad arte, somme convogliate su conti personali, poi suddivise tra carte prepagate intestate all’indagato e alla moglie, infine spese su piattaforme di gioco online – una a Malta, l’altra in Italia. L’analisi dei flussi finanziari ha ricostruito con chiarezza il percorso del denaro, come un filo che non si spezza, ma si attorciglia intorno a scelte precise, calcolate.

Eppure, proprio mentre leggevo il comunicato stampa di questa operazione – tanto esemplare quanto rara nella sua efficienza – non ho potuto fare a meno di confrontarla con quanto accade altrove: inchieste pendenti che sono durate anni, beni mai sequestrati, professionisti coinvolti in condotte amministrative e finanziarie gravissime, eppure mai sottoposti a misure analoghe, nemmeno lontanamente paragonabili.

Alcuni di quei casi hanno visto addirittura il Tribunale competente nominare un amministratore giudiziario – segno inequivocabile del livello di gravità raggiunto – eppure, al di là della forma giuridica, la sostanza si dissolve in una gestione opaca, dove le responsabilità si smorzano, le sanzioni si annacquano, e ciò che dovrebbe apparire intollerabile finisce per essere tollerato, quasi normalizzato.

Ho espresso più volte, anche in esposti ufficiali, il mio profondo disagio di fronte a certe leggerezze operative – a decisioni prese come se stessimo parlando di bollette dimenticate, non di risorse sottratte a comunità, spesso fragili, di persone che pagano regolarmente per vedersi poi private dei servizi essenziali.

Non credo più – per esperienza diretta – che si tratti soltanto di differenze procedurali o di carichi di lavoro diseguali. C’è qualcosa di più profondo: una sorta di geografia morale dei tribunali, dove la pressione politica, le infiltrazioni mafiose, e talvolta anche la presenza discreta ma capillare di logge massoniche, finiscono per piegare l’applicazione della legge verso esiti divergenti.

Lo dico senza enfasi polemica, ma con la lucidità di chi osserva da anni, da una posizione non comoda – quella di delegato in associazioni di legalità – e che ha la responsabilità, giorno dopo giorno, di tenere accesa l’attenzione su quei passaggi silenziosi in cui la giustizia, invece di essere uguale per tutti, diventa un bene distribuito a dosi diseguali.

Questo caso a Palermo, per quanto limitato nella sua dimensione, è importante non perché sia eccezionale, ma perché è coerente: dimostra che quando ci sono volontà, competenza e autonomia, si può intervenire con tempestività, tutelando i cittadini e restituendo dignità a un sistema che spesso sembra averla smarrita.

Mi auguro – lo dico sinceramente, senza alcuna ironia – che non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi, per ciascun Tribunale siciliano (evito di fare nomi – per il momento…), un modello replicabile, anche perché, finché resteremo in questa condizione di duplice standard, sarà difficile chiedere ai cittadini di continuare a credere, non tanto nelle leggi – sì… quelle ci sono – quanto in chi le applica.

Per cui, se leggete queste righe e vi riconoscete in una situazione simile – un rendiconto poco chiaro, spese gonfiate, un cambio di amministratore con ammanchi inspiegabili – non chiudete il post e lasciate che tutto scorra via. Fermatevi, raccogliete i documenti che avete (verbali, estratti conto, fatture, comunicazioni) e confrontatevi con altri condomini e se i dubbi diventano certezze, non abbiate paura di agire.

Basta un esposto scritto, ben argomentato, inviata alla Procura della Repubblica competente per territorio, o alla locale Sezione della Guardia di Finanza. Già… non serve essere esperti: serve essere precisi. Indicate, nomi, date, somme e discrepanze.

Ed ancora, se il vostro condominio ha beneficiato di incentivi statali – bonus facciate, sismabonus, ristrutturazioni con cessione del credito – potete anche verificare se gli interventi risultano tracciati (vedasi il portale di Openpolis che monitora i cantieri finanziati con fondi pubblici) o se le procedure di affidamento sono registrate nel sistema ANAC. Spesso, una semplice incongruenza visibile in rete – un importo dichiarato di 50.000 euro che in banca diventano 80.000 – è già un campanello d’allarme.

Io, come delegato per la legalità, e insieme a chi ogni giorno lavora per rendere trasparente ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra, sono a disposizione per aiutarvi a formulare una segnalazione efficace. Non vi chiedo di fare da soli ciò che il sistema dovrebbe garantirvi per diritto: vi chiedo solo di non tacere. Perché ogni silenzio, anche il più breve, è un segnale di assenso.

Scrivetemi, condividete, verificate: Agite!

Insieme, possiamo trasformare l’amarezza in responsabilità, e la responsabilità in cambiamento.

Resto – come faccio da anni – in ascolto.

Auguri di Buona Pasqua a tutti: sia agli onesti che ai disonesti…

Sono in giorni come questi, nei quali sei quasi obbligato a scrivere un augurio, che un senso di tristezza, di delusione e di amarezza… mi prende.
Già, sono troppe le parole false espresse, le frasi fatte per dire quello si dovrebbe sentire nel profondo e che invece resta vacuo, a livello superficiale…
Messaggi social, fotografie, video, baci e abbracci che sembrano cambiare il mondo, ma che in fondo non cambiano nulla; perché non vogliamo cambiare nulla!!!
Per altro… passato quel giorno, non modifichiamo le nostre abitudini, non cambiamo i nostri comportamenti, non ci ribelliamo alle ipocrisie e ai silenzi, a quelle consuetudini a cui da troppo tempo siamo legati…
La verità è che si vuole stare comodi, senza problemi, disinteressandosi di quanto accade fuori, di ciò che non ci riguarda personalmente, viviamo protetti al riparo, all’interno delle proprie mura, comodi e imperturbati…
A pensare tutto ciò un’angoscia mi prende e mi stringe il cuore…
Si dovrei sentire quella presenza trascendente… quella speranza interiore, che come un sole che sorge, dovrebbe rischiarare i sentimenti di tutta l’umanità…
Ma non è così… non la sento quella  voce che grida nel deserto, che chiama ciascuno di noi verso il cambiamento, io vedo soltanto intorno a me… indifferenza!!!
Diversamente, ciò che desidero realmente è vedere negli altri quella perduta speranza, quell’auspicato cambiamento di mettere in pratica quel rinnovamento che trasformi finalmente le coscienze… 
D’altronde come si dice: “i cambiamenti sono possibili… solo quando vengono attuati!!!
E allora mi chiedo perché non cominciare… cosa si sta aspettando, basta iniziare compiendo un primo passo… provare a indirizzare se stessi verso quel miglioramento morale desiderato, un cammino senz’altro possibile, se lo si vuole compiere…
Non c’è quindi bisogno d’aspettare un segno sovrannaturale, la speranza è qui ora, su questa terra, è presente, sì…  è data a tutti la possibilità di ricominciare, anche per chi si è perduto, anche per chi adesso è sfiduciato…
Vedrete che la rotta scelta sarà quella giusta… porterà ciascuno di noi verso un paese libero, dove la pace sarà una costante, dove la giustizia primeggerà e dove la democrazia non verrà limitata o plagiata dai pochi… perché questa è una cosa che ti riguarda, sì… che riguarda anche te!!!
Ed allora per la prossima volta, pensaci… prima di dire Buona Pasqua!!!