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Parastoo Ahmadi, 74 frustate: questo è l’Iran che abbiamo scelto di ignorare!


E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già… con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare. 

Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica. 

Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg – un’esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì… in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico. 

Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c’erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni. 

Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.

Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l’arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici? 

Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già… come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare. 

La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì… non arriverà a nessuno, perché nessuno l’ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l’Iran quella Guida suprema, già… perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già… a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo). 

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato – per come ci viene descritto – non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere

Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell’ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro- io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte!

Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato. 

E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà nulla di buono, se non l’illusione che tutto sia a posto.

Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall’altra parte.

USA-IRAN: Pace sì, ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava…


Buongiorno, ho ascoltato pochi minuti fa dell’accordo di pace che a breve si dovrebbe finalmente per compiere, ma io, perdonatemi,  sono ancora fermo a quel quadro – 

pubblicato nel mio blog alcuni mesi fa – quello in cui vedo ancora, una  donna iraniana che soffre.

Certo si trattava di un’opera con i contorni sfumati, astratta, con i colori un po’ confusi, ma il dolore che emanava – credetemi – era fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Ed è proprio ripensando a quella figura indefinita che mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso certamente ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro?

Lo dicevano ieri e lo ripetono oggi, che l’accordo tra Stati Uniti e Iran è imminente. Trump ha scritto sul suo Truth che dopo la firma, lo Stretto di Hormuz, sarà aperto a tutti; che il suo accordo non è come quello di Barack Hussein Obama, ma un vero e proprio muro contro l’arma nucleare. Il Pakistan, che fa da mediatore, parla di firma elettronica, di colloqui tecnici, di una pace finalmente a portata di mano.

Ma io, davanti a questa notizia, non posso che dire una cosa: certo, come tutti voi voglio la pace… ma non a qualsiasi prezzo e soprattutto non al prezzo della democrazia!

Perché la verità, nuda e cruda, è che in Iran non esiste alcuna libertà. È una verità che viene strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni e in questi giorni, mentre i media si riempiono di dichiarazioni trionfalistiche e i mercati tirano un sospiro di sollievo all’idea che il petrolio torni a fluire, io penso a chi soffre in questo preciso istante: donne, giovani, bambini.

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. La guerra, se i giornali dicono il vero, finirà. Il problema è ciò che viene dopo. Perché questo trattato, per come lo raccontano, non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per le donne e i regazzi, per gli anziani, per i bambini che in quarant’anni di regime hanno solo imparato a subire. Chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato. Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto mentre i capitali vengono nascosti all’estero – tutto il resto resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema.

E allora io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte.

Penso a chi, in questi mesi – quando ancora si combatteva – aveva osato sperare, già… aveva auspicato che quella guerra, per quanto atroce, potesse essere l’ultimo spintone verso un cambio di regime. Aveva desiderato che le bombe, almeno in questa circostanza, avessero portassero qualcosa di buono: Sì… la fine di una tirannia! 

Adesso, invece, quelle stesse persone – donne, giovani ragazzi, bambini che non hanno mai avuto voce – capiscono in cuor loro che tutto, anche quella fievole speranza, è andato definitivamente perso. Il regime non solo resta in piedi, ma esce da questa guerra con una vittoria politica: ha negoziato da pari con gli Stati Uniti, ha ottenuto che si parlasse di pedaggio per Hormuz, ha spostato la questione nucleare a una seconda fase. E il popolo? Il popolo torna a fare quello che ha sempre fatto: subire!

Perché la verità, nuda e cruda, è che il prezzo della nostra comodità – il petrolio a buon mercato, i fertilizzanti per l’agricoltura, la stabilità dei flussi migratori – lo stanno pagando ancora una volta loro. Quelli che non hanno scelto. Già… quelli che non hanno mai scelto! 

E mentre Tajani parla di missioni della Marina Militare per liberare Hormuz, mentre Trump si prepara agli incontri bilaterali al G7 con Macron e i leader del Qatar, degli Emirati, dell’Egitto, io guardo quella che non sarà mai una notizia da prima pagina: il volto di quella donna iraniana che, ancora una volta, vede allontanarsi la libertà.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

E lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se questo significa rinunciare a certe comodità, se questo può servire a ridare speranza a un popolo che la democrazia la sogna da sempre. Me ne fotto, perché il prezzo della libertà – la loro libertà – non si baratta. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà a nulla: servirà soltanto a posticipare un nuovo conflitto, o a concedere all’Iran il tempo necessario per preparare l’arma nucleare.

Pace sì. Ma non con le mani sporche del sangue di chi sperava!

2 Giugno, Festeggiamo la Repubblica? Ma quale sovranità, se il popolo non conta più nulla. Res publica? No, res privata!


Stamani è il 2 giugno e come ogni anno mi trovo a osservare quanto accade in questo nostro Paese, sì… perché sì, la storia si ripete sempre: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Lo diceva Marx, e io l’ho riscritto tante volte, convinto che prima o poi qualcosa potesse cambiare. E invece no. Rileggo i miei post e mi accorgo che potrei riscriverli uguali oggi. Forse peggio…

Mia figlia Alessia, quando aveva sedici anni, mi chiese una mattina mentre l’accompagnavo a scuola: Papà, ma se la Repubblica è nata dal voto del ’46, perché nessuno oggi ha potuto votare l’ultimo presidente del Consiglio? Mi spiego meglio: i cittadini hanno votato… sì… hanno scelto i loro referenti politici…??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati…??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra… che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio… e quest’ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri… o sbaglio?

No… no… non sbagli.

Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? Mi sembra che nessuno di voi, l’abbia mai votato!!!

Rimasi in silenzio. Scese dall’auto e io pensai: a sedici anni ha già capito tutto di questo paese. La democrazia, le aveva insegnato, è governo del popolo. La dittatura è quando uno solo comanda. E lei, con la lucidità dei ragazzi, mi disse: “Allora qui c’è una dittatura camuffata da democrazia”. Aveva ragione.

Perché oggi, ancora una volta, vedo le stesse facce. Figli, nipoti, eredi di quella élite che portò l’Italia alla rovina settant’anni fa. Loro, che dovrebbero stare zitti, vengono a spiegare a noi come si festeggia la Repubblica. E intanto la “res publica” – la cosa di tutti – è diventata una “res privata”. Un bene di famiglia. Una poltrona che si tramanda come un terreno ereditario, senza che nessuno abbia più il coraggio di dire che la sovranità appartiene al popolo, non ai partiti, non ai dinasti di questa seconda Repubblica.

Leggo e rileggo l’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Ma quelle parole oggi suonano come un epitaffio. Perché la sovranità ce l’hanno rubata, voto dopo voto, legge dopo legge. Hanno chiamato questo sistema “democrazia rappresentativa”, ma è solo un modo elegante per dire che noi non contiamo nulla. Loro decidono i candidati – la maggior parte di loro, preciso: corrotti, inquisiti, già… personaggi da operetta – e noi possiamo solo mettere la croce su nomi scelti da altri. E se osiamo lamentarci, ci rispondono con gli slogan. Le stesse promesse di meno tasse, di ripresa, di cambiamento. E poi nulla. Anzi, consentitemi: sempre peggio!

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, lessi di certi convegni in Sicilia. Autonomisti e indipendentisti che si stringevano la mano. Le stesse persone che prima brindavano insieme e poi si sono pugnalate, lasciando l’isola nel baratro. Già… per quelle maledette preferenze si arriva a tutto. E io pensavo a quella canzone di Gino Paoli, quella dei quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Poi uno è andato in banca, un altro al mare, e alla fine sono rimasto io da solo. Finché non sono arrivati quattro ragazzini, seduti al tavolo accanto, con due coca e due caffè, che parlavano di cambiare tutto. E mi sono detto: forse è ancora possibile. Sono passati trent’anni e mi è rimasto soltanto quel “forse“.

Ma poi arriva abitualmente quel 2 giugno, e vedo in Tv la solita sfilata. Le stesse autorità, gli stessi sorrisi comprati, le stesse parole vuote. Mi chiedo: cosa festeggiamo, esattamente? La corruzione sistemica? Gli appalti truccati? Il clientelismo come moneta corrente? Le inchieste che si accumulano e nessuno che paga? Siamo diventati esperti di parole come “peculato, concussione, abuso d’ufficio“. Non perché abbiamo studiato diritto, ma perché le sentiamo ogni giorno al telegiornale. E loro, quelli che dovrebbero rappresentarci, sono lì, sul palco, con il tricolore al petto. Come se nulla fosse.

Qualcuno dice: non c’è nulla da celebrare. E ha ragione. Ma anche questo è retorica, se poi non si fa nulla. I cittadini si allontanano dalle urne, disgustati. L’astensionismo cresce. E loro, i governanti, non se ne curano. Perché tanto le poltrone restano. Le dinastie politiche resistono a scandali e condanne. L’elettività e la temporaneità delle cariche sono solo parole sulla carta. Nella realtà, qui si nasce e si muore in Parlamento. O si passa la mano al figlio, al nipote, al fedelissimo.

Allora forse ha ragione Benigni: non vanno nemmeno condannati, vanno compatiti. Perché la politica è diventato l’unico mestiere in cui l’incompetenza non è un limite, ma un requisito. Ecco perché oggi, 2 giugno, io non festeggio. Non posso. Non perché non creda nei valori che quel referendum del ’46 voleva affermare – la libertà, l’uguaglianza, la giustizia – ma perché quei valori sono stati traditi, svuotati: resi irriconoscibili.

Quindi… buon 2 giugno, signori della casta. Festeggiate pure. Noi, intanto, restiamo qui. Contiamo i giorni che mancano alla prossima commemorazione vuota. E speriamo che presto, chissà, arrivi un altro gruppo di ragazzini al bar, con quelle due coca e due caffè, che abbiano davvero voglia di cambiare il mondo.

Perché io, al bar, ci sono ancora. E non ho perso del tutto la speranza. Ma la pazienza, sì… ahimè, quella sta per finire.

IRAN – USA: quel patto che non verrà mai firmato da ISRAELE…


Ascolto ogni giorno i Tg parlare di trattative internazionali, tavoli della diplomazia, di frasi faticosamente condivise, di pace in procinto di esser raggiunta, convinto che la prossima bozza – la trentesima, la quarantesima – possa finalmente ricomporre le macerie di una guerra che non accenna a esaurirsi. 

Dall’altra, però, ritengo che esista una lettura più sotterranea, meno ingenua, di ciò che sta realmente accadendo. Le agenzie di stampa parlano di divergenze ridotte, di un “accordo quadro” imminente, e persino Trump rilascia dichiarazioni solenni promettendo di impossessarsi dell’uranio arricchito iraniano come fosse un trofeo. 

Ma secondo me c’è un problema di fondo che nessuna dichiarazione ottimistica potrà mai cancellare: alla fine, Israele non accetterà alcun accordo con l’Iran. Non un vero accordo, perlomeno. Non un patto che lasci in piedi il cuore spirituale e strategico di quel sistema.

Sono certo che in questo preciso istante i servizi segreti israeliani stiano scandagliando ogni tunnel, ogni bunker sfuggito ai radar, per localizzare Mojtaba Khamenei – il figlio della Guida, successore del padre ucciso nei raid di fine febbraio – per portare a termine ciò che già lo ha gravemente ferito. 

Perché? Semplice… finché lui resta al potere, anche se nascosto, anche se privo di apparizioni pubbliche, anche se costretto a comunicare solo per messaggi scritti filtrati da una liturgia di Stato, nessuno dei suoi uomini più stretti si spingerà mai a sottomettersi alle politiche di Trump e dei suoi amici arabi nel circondario. Non è una questione tattica, è una questione di legittimità spirituale.

Allo stesso tempo, la diplomazia procede come se nulla fosse. Rubio parla di “segnali positivi”, poi ammette che si ha a che fare con un “regime frammentato”. L’Iran, attraverso fonti ufficiali, smentisce di aver accettato la consegna dell’uranio altamente arricchito, ribadisce che la questione nucleare verrà affrontata solo in un secondo tempo, e rilascia dichiarazioni contraddittorie che rischiano di sabotare qualsiasi intesa ancor prima che venga scritta. Non è solo tattica negoziale, è la manifestazione di un’anima irriducibile.

Dietro questa confusione di voci, però, esiste un filo conduttore preciso. Mojtaba Khamenei non è né un falco né una colomba. Resta chiuso in un luogo segreto, circondato da un apparato di sicurezza che teme infiltrazioni e nuovi raid, prova a trasformare la propria fragilità in una forma di controllo politico del tempo. La sua “pazienza strategica” non è quella del padre, costruita in decenni di potere assoluto, ma insegue lo stesso obiettivo: impedire che l’Iran venga costretto a scegliere tra guerra totale e resa diplomatica

E così, mentre Washington vuole risultati verificabili e Israele spinge affinché Teheran perda ogni capacità nucleare, missilistica e influenza regionale, il nuovo leader frena. Ordina che l’uranio resti nel paese, vigila sullo Stretto di Hormuz, e presenta ogni possibile intesa non come un arretramento, ma come un riconoscimento della propria centralità. 

Già… è proprio qui il nodo: da una parte c’è chi cerca una soluzione, dall’altra chi – Israele in testa – vuole abbattere quel sistema dittatoriale e lo considera troppo pericoloso finché potrà avvicinarsi all’atomica. 

E finché Mojtaba Khamenei resterà in vita, anche ferito, anche invisibile, quella volontà di non cedere mai davvero a nessun accordo, continuerà a guidare ogni mossa.

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.


C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…

Io me ne fotto: il prezzo della libertà non si baratta per un barile di petrolio!


Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro? 

Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre

Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.

E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.

Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!

La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.

Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.

Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.

E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.

Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

Trump: Il peso di una minaccia, il silenzio di l’Avana.


Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare alle parole espresse dal sottoscritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale. 

Ciò che sta accadendo ora, in queste prime giornate del 2026, non è che l’ultimo, logico capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri. 

Già… la sostanza, purtroppo, non cambia, cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.

Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi. 

La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria. 

E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?

Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente. 

E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi? Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.

Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio. 

L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.

Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle tue domande di agosto è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui. 

E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come hai scritto tu. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici. 

La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai.

IRAN: L’arte perfetta del regime. Spegnere la mente, non solo le voci.


Sì… quel silenzio forzato è più assordante di qualsiasi grido! 

Da inizio gennaio, l’Iran è immerso in un buio digitale che non è un incidente, ma un preciso strumento di controllo. Hanno staccato internet e le linee telefoniche, isolando il paese e soffocando ogni voce che potesse raccontare cosa stia realmente accadendo nelle strade. 

In questo vuoto artificiale, le redazioni indipendenti sono sparite. I loro siti sono inaccessibili dall’estero, muri bianchi che sostituiscono le notizie.

L’unico messaggio chiaro che trapela è quello della repressione. Come la sospensione del quotidiano Ham-Mihan, bandito per aver pubblicato due articoli scomodi: uno sulle proteste e l’altro, della giornalista Elaheh Mohammadi, sull’impatto della repressione sulle cure mediche. Una punizione esemplare, che segue i suoi due anni di carcere per aver raccontato la morte di Mahsa Amini. È il copione di sempre: prima si imprigiona la voce, poi si cancella il mezzo che la poteva diffondere.

Il paradosso grottesco è che, mentre il pluralismo viene azzerato, i canali di propaganda del regime trasmettono senza intoppi. Le agenzie di stato diffondono la loro verità unica, fatta di “ordine ristabilito” e “cellule terroristiche smantellate”. 

E cos’… in questo panorama distorto, l’Iran affonda al 176° posto per libertà di stampa, con oltre cento giornalisti arrestati dal 2022 e nomi come quello di Narges Mohammadi, premio Nobel, ancora in cella.

Questa non è solo una censura, è la confessione della paura di un regime che sa di non poter sopravvivere al libero flusso delle idee. Per vincere, deve sostituire la realtà con il suo monologo, la complessità con il silenzio. 

È la dittatura che, non potendo controllare le coscienze, spegne i microfoni e oscura gli schermi, ed in quel silenzio artificiale, risuona più forte che mai il suo terrore verso la libertà.

Già… il regime più perfetto è quello che non spegne le voci, ma convince gli uomini a spegnere la propria mente. In Iran, insegnano il silenzio come prima lingua!

18 miliardi per i Castro, zero acqua per il popolo: il vero costo del regime cubano.

Secondo il sottoscritto, è ormai giunto il momento di mettere fine al governo della famiglia Castro, che dal 1959 – anno in cui Fidel avviò il proprio mandato con l’instaurazione del regime socialista – ha dimostrato, nel corso di oltre sei decenni, di aver fallito tragicamente gli obiettivi di sviluppo e benessere per il popolo cubano. 

In questi 66 anni, la popolazione ha subito una profonda crisi sociale ed economica, segnata da carestie, scarsità di beni essenziali e una sistematica negazione delle minime garanzie democratiche.

Mentre oltre un milione di cubani vive senza acqua potabile, il patrimonio della famiglia Castro supera i 18 miliardi di dollari. Una vergogna che stride con la realtà quotidiana di un paese in cui i blackout cronici impediscono persino il funzionamento delle pompe idrauliche. La situazione a Cuba non è più sostenibile: è un dramma umanitario che dura da decenni, e che oggi ha raggiunto livelli insostenibili.

Oltre alla fame e alla carenza di medicinali, un’emergenza idrica senza precedenti sta colpendo l’isola. Più di un milione di persone — su una popolazione di circa 9 milioni — non ha accesso all’acqua potabile, a causa del collasso delle infrastrutture idriche, aggravato dai continui blackout elettrici. Nelle province di Santiago, Holguín e Ciego de Ávila, i rubinetti sono asciutti da giorni. A L’Avana, 248.000 abitanti sono senza acqua da settimane. E il presidente dell’Istituto idrico statale, Antonio Rodríguez, ha dovuto ammettere sul Granma, il giornale ufficiale del regime, che “la situazione è drammatica”.

Eppure, mentre il popolo soffre, l’élite al potere accumula ricchezze inimmaginabili. Gaesa, il conglomerato militare creato da Raúl Castro negli anni ’90 per gestire la valuta pregiata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, oggi controlla turismo, banche, commercio estero, negozi in dollari, trasporti e persino le rimesse degli emigrati. Si tratta di una holding di fatto privata, legata alla famiglia Castro e al vertice militare, immune a qualsiasi controllo pubblico o trasparenza. Il suo patrimonio è stimato in oltre 18 miliardi di dollari.

Con quella somma si potrebbero ricostruire città, pagare medici e insegnanti, modernizzare la rete elettrica, rilanciare l’agricoltura. Invece, il regime sceglie di consolidare il potere di generali e dirigenti comunisti, che oggi controllano il 40% del Pil ufficiale dell’isola. Un’economia non più statale, ma militarizzata.

Intanto, la repressione non si ferma. A luglio, l’ONG Prisoners Defenders ha registrato 25 nuovi prigionieri politici, portando il totale a 1.176 – un record storico. Tra loro c’è Marlon Brando Díaz Oliva, un giovane di 24 anni già condannato a 18 anni per le proteste del 2021 e nuovamente arrestato per “motivi ideologici”. Le carceri femminili, denuncia l’organizzazione, sono in condizioni disumane: mancano cure mediche, igiene di base, e spesso persino il cibo. E mentre l’isola sprofonda, mezzo milione di cubani ha scelto di fuggire negli ultimi due anni, lasciandosi alle spalle un’economia al collasso, salari irrisori e una polizia politica sempre più oppressiva.

Persino le catastrofi naturali diventano un banco di prova per l’incompetenza del regime. Pochi giorni fa, una violenta tromba d’aria ha allagato interi quartieri de L’Avana. Strade sommerse, case invase dall’acqua. Un fulmine ha messo fuori uso la rete elettrica, e la corrente è tornata solo dopo due ore, troppo tardi per far ripartire le pompe idrauliche. Le autorità hanno convocato riunioni d’emergenza e invitato alla calma, ma la popolazione è esasperata. I social si sono riempiti di video che mostrano l’incuria cronica: un sistema di drenaggio inesistente, manutenzione zero, e infrastrutture in rovina. Ogni acquazzone diventa una trappola mortale.

E mentre Cuba affonda, il regime continua a stringere accordi internazionali, presentandosi come vittima dell’embargo statunitense. Ma dietro queste dichiarazioni spesso propagandistiche si nasconde una spartizione di interessi geopolitici: Russia e Cina vedono nell’isola un avamposto strategico nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. E così, mentre il popolo paga il prezzo di un sistema marcio, il dollaro ha superato i 400 pesos cubani sul mercato nero – un nuovo record – che evidenzia il divario abissale tra chi ha accesso alla valuta estera e chi è condannato alla miseria.

Allora, che cosa si nasconde dietro questi incontri e queste alleanze? Perché, nonostante il collasso economico e sociale, il regime resiste?

La risposta è semplice: perché c’è chi, fuori dall’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. E mentre i Castro e i loro alleati continuano a spartirsi potere e ricchezze, il popolo cubano è lasciato al buio, senza acqua, senza cibo, e senza speranza.

Venezuela: solo l'ultimo atto di una politica di prevaricazione nei confronti di quei paesi dell'America latina…


Il Venezuela… rappresenta come dice il titolo, l’ultimo atto di una politica di prevaricazione nei confronti di quell’America latina, le cui scelte in questi anni, sono state frutto di decisioni esterne ai loro leader, ma di coloro, che nulla hanno a che fare con quei paesi…

La chiamano america latina… e raggruppa tutti quegli Stati che ai tempi non si riusci ad unificare in un grande sogno, i quali diedero vita a tutta una serie di stati e staterelli, che ispirandosi a democrazie europee o a socialismi liberali, rivoluzionarono quelle regioni, senza comunque mai interferire tra essi come ad esempio giungendo a scontri armati…ditta
Come dimenticare ad esempio le azioni di forza compiute nella rivoluzione di Cuba da Fidel Castro e Che Guevara, oppure la presa del potere compiuta dal generale Pinochet…
Certo ci sono state situazioni più costituzionali come quella di Frei in Cile nel 64′ oppure nel 69′ del Presidente Caldera nel Venezuela…

Abbiamo contato dal dopoguerra ad oggi, colpi di stato, rivoluzioni, dittature, forme di governo instabili che a seconda dei periodi sono andate sviluppandosi, già… uno strano percorso quello compiuto da quei paesi, è dire che con le grandi ricchezze naturali che possiedono, dovrebbero essere uno dei dei luoghi più ricchi del mondo… 

Ed invece, stranamente non è così!!!
In quelle nazioni si muore di fame, sono paesi da sempre sottomessi alle politiche internazionali, che guardano a quella parte di continente come un qualcosa da sfruttare… ecco perché emergono tutti quei problemi sociali, quelle enormi periferie a modello ghetto, dove si vive ogni giorno nella violenza e nel terrore, senza che lo Stato mai, si preoccupi per loro…
La sperequazione dei redditi a così elevata da aver prodotto due tipi di categorie: una ricchissima e l’altra poverissima e nel mezzo una borghesia che annaspa per mantenere di fatto quegli Stati!!!    
Sono passati solo pochi anni dalla crisi economica che ha visto prima l’Argentina e poi il Brasile e poi dopo anni di silenzio, a causa d quanto accaduto in Venezuela con il presidente Chavez, ci si è ricordati di quell’America latina, già… fortemente penalizzata a causa delle politiche di mercato internazionali….
Se si pensa che proprio il Venezuela, possiede oggi la più grande riserva di petrolio del mondo, ma stranamente, la ricchezza derivata dal greggio non si è trasformata in un reale sostegno per quei suoi connazionali, per come proprio l’allora presidente Chavez aveva promesso durante l’elezioni, ma che poi il tempo o forse la febbre di megalomania, ha fatto scordare… 
Ed oggi la storia si ripete, sì con quel suo erede… Nicolàs Maduro, che in questi anni non è riuscito a risollevare le sorti del paese, ma anzi lo ha affossato!!!
L’inflazione è alle stelle… si pensi solo che lo stipendio attuale è di circa 20 euro al mese, un’economia allo sfascio con beni di prima necessita introvabili, anche i rifornimenti sono sprovvisti di carburanti, senza parlare di medicine e di generi alimentari…
E di pochi mesi le proteste violente di un paese che ha chiesto le dimissioni del suo leader, il quale ha rifiutato l’ultimatum (imposto da sette Paesi europei) ad indire elezioni anticipate, dopo che c’è stata l’autoproclamazione a capo di Stato da parte di Juan Guaidò…
Maduro, intervistato ha dichiarato  a tutti coloro che chiedono la sua uscita di scena: “Non cederò alla pressione“!!!
Nel frattempo il nostro paese non ha ancora preso una posizione e difatti lo stesso Guaidò a riguardo a dichiarato: “non è facile comprendere le posizioni del governo italiano”, ma ciò di cui non si tiene conto è che in questi ultimi quindici anni, sono morte a causa di azioni di repressione circa 250mila persone, commesse – secondo Guaidò – dal governo nazionale venezuelano, in violazione a tutti i diritti umanitari…
Uscire da questa impasse è veramente difficile, con un ristagno politico ed economico, un parlamento eletto ma nei fatti bloccato, con la popolazione scesa in piazza per far valere i propri diritti, ed un esercito pronto a sostenere il governo di Maduro, facendo valere la propria forza…
Anche Papa Francesco è stato chiamato in causa… e si è subito messo a disposizione, solo nel caso in cui però questa richiesta venga fatta da entrambi i contendenti: “Vedrò cosa si può fare, ma la condizione iniziale sia che ambedue le parti lo chiedono. Noi siamo sempre disposti, è come quando la gente va dal parroco per problemi tra marito e moglie: occorre la volontà di entrambi”!!!
L’augurio è che si possa giungere in maniera celere alla risoluzione di quella crisi politica, che d’altro canto ritengo debba passare dai venezuelani, gli unici d’altronde che hanno in fondo le vere sorti del paese, tutti gli altri viceversa debbono stare fuori a guardare quanto avviene lì…
Peraltro molti di loro, hanno già dimostrato di avere in questi lunghi anni, solo ed esclusivamente forti interessi economici, per cui è meglio ora che stiano soltanto zitti!!!

2 Giugno: Papà…di quale Festa della Repubblica parliamo???

Stamani – mentre accompagnavo mia figlia Alessia a scuola – mi ha chiesto: Papà, vorrei capire una cosa? 

Ho risposto: Dimmi???
La festa nazionale della Repubblica, non serve per ricordare il referendum indetto il 2 e 3 giugno del 1946, con il quale gli italiani sono stati chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo volessero per il nostro Paese???
Certo… ovviamente sentirmi fare questa domanda di gran mattinata, mi ha lasciato un po’ basito, anche se ho pensato:”questo quesito, sta per diventare qualcosa di entusiasmante”… 
Proseguendo: mi sembra che gli italiani hanno dovuto scegliere fra Monarchia e Repubblica… ed il risultato fu del 55% contro il 45% a favore del secondo gruppo… 
L’Italia da quel 2 Giugno… divenne Repubblica!!!
Si… quanto hai detto è giusto, difatti venne nominato il primo Presidente Enrico De Nicola e dal 1° Gennaio 1948 l’Italia ebbe una nuova Costituzione, fondata su ideali di libertà e democrazia.
Difatti, l’Articolo 1 sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Scusa Papà, ma allora c’è qualcosa che non torna… con quanto accaduto in questi giorni… 
“Minch… ie ora chi cia’ia ddiri, comu fazzu a spiegariccillo???”.
Allora, devi sapere che esistono solitamente due tipi di governo: il primo, si chiama “democrazia” e l’altro “dittatura”!!!
La democrazia deriva dalla parola greca, demos=popolo e cratos= potere, significa per l’appunto governo del popolo… 
Come avrai compreso, nell’antica Grecia il popolo si recava nell’Agorà e li poteva farsi votare direttamente… 
Oggi invece vi è una democrazia indiretta e quindi, soltanto alcune persone, all’interno di un’élite, rappresentano di fatto il volere del popolo… 
Viceversa, l’altra forma di governo si chiama dittatura, ed in questo caso, a comandare è un unico organo/partito/casta o anche una sola persona, che accentra su se, tutto il potere dello Stato…
Certo, questa seconda modalità, ha prodotto negli anni tutta una serie di circostanze negative, tra cui periodi di terrore e soprattutto a dato luogo alle famose guerre mondiali…  
Comprenderai da te come in quel cosiddetto “totalitarismo” non vi sia alcuna democrazia e molte occasioni personali di cui oggi godi, ad esempio, la libertà di scrittura, di parola e anche di pensiero, erano in quel contesto limitate o ancor più soppresse!!!
Di contro, la democrazia fonda i propri principi sulla libertà, l’equità, la fratellanza, la tolleranza, ma soprattutto garantisce che dinnanzi allo Stato e alle sue leggi, si è tutti eguali!!!
Ed allora papà è come pensavo all’inizio io… cioè noi in questo momento, siamo in una forma di dittatura, camuffata da democrazia!!!
Ho risposto: “Scusa amore, ma perché dici questo…???”.
Allora, i cittadini hanno votato… sì… hanno scelto i loro referenti politici…??? Hanno deciso da quali partiti volevano essere governati…??? E questi partiti, usciti vincitori da quella competizione elettorale, mi sembra… che abbiano presentato un programma di governo, hanno consigliato al Presidente della Repubblica un eventuale Presidente del Consiglio… e quest’ultimo dopo alcuni giorni, ha presentato una lista dei ministri… o sbaglio???
No… no… non sbagli…
Bene, allora mi spieghi perché a breve dovrete andare nuovamente al voto, facendo spendere altri soldi inutili al nostro stato e soprattutto, chi è questo signore sconosciuto, nominato ora dal Presidente della Repubblica??? 
Mi sembra che nessuno di voi, l’abbia mai votato!!!
E poi, se il Presidente Mattarella non era soddisfatto di quei due partiti, perché non chiedeva alla coalizione del centro-destra, quella dove c’è Berlusconi, di formare un nuovo governo…??? 
Certamente era più legittimo di quello appena imposto…  almeno rappresentava il 37,5% degli italiani!!!
Quindi… cosa mi dici???
Eh… sì!!! Ah… vorrei risponderti, ma purtroppo amore… devi scendere, siamo giunti a scuola.
Ah… ok papà… allora a dopo, ciao, ciao…  
Meno male… è scesa!!! D’altronde cosa avrei dovuto raccontargli: A 16 anni… ha già compreso tutto su questo nostro paese…

SILENZIO ELETTORALE!!! SSSHHH…. NON SI PARLA!!!

Siamo giunti al “silenzio elettorale“… e quindi non si può parlare di politica, di preferenze, non vi sono premier da ascoltare in televisione e non ci sono soprattutto comizi nelle piazze!!! 
Di tutto ciò bisogna ringraziare il cosiddetto “silenzio elettorale”, una pratica che vieta di fare propaganda elettorale, qualche giorno prima e durante le elezioni..
La legge difatti stabilisce che, nel giorno in cui si vota e in quello precedente, non si può fare propaganda in televisione e in radio, non si possono tenere comizi in luoghi aperti al pubblico e non si può fare alcuna forma di propaganda elettorale entro 200 metri dai seggi… sarei curioso di sapere poi chi è controlla fuori di quei seggi, visto che le forze dell’ordine solitamente le vedo solitamente sedute all’interno di quelle circoscrizioni o al massimo dinnanzi all’ingresso degli stessi…
Comunque di buono c’è che in questi due giorni ci riposiamo un po e non sentiamo tutte quelle cretinate che ci hanno in questi mesi promesse… 
D’altronde, se queste ore debbono servirci per riflettere, non si comprende il perché attraverso noti social o App, ci continuano a tempestarci di note o messaggini varie, propagandati da quei ridicoli sostenitori di quelle segreterie “partitiche”…
Il sottoscritto a differenza di quanto accade nel nostro paese o anche in altri paesi europei come Francia o Spagna, avrebbe preferito assistere come ad esempio negli USA, ad un confronto televisivo tra i vari leader, trasmesso a reti unificate nelle reti nazionali, dove ciascuno di essi, avrebbe potuto esporre il proprio programma e nel contempo, venire osteggiato dagli altri presenti avversari politici, ai quali si è costretti ahimè a rispondere…
Da noi invece si sceglie questo strano “meccanismo”… forse perché si ha paura che i cittadini – facilmente influenzabili – possano stravolgere quella propria decisione, iniziando a farsi una idea diversa da quella suggerita o certamente imposta, da quel nostro sistema corrotto e clientelare…
Ecco, quanto sopra, rappresenta il vero motivo di questo “silenzio elettorale“, a cui tutti noi, dobbiamo di fatto sottostare… 
Ma d’altronde cosa possiamo fare, rappresenta l’ennesimo tentativo di bloccare ogni nostro “libero pensiero”, obbligando ciascuno di noi – in modo coercitivo – a subire questa decisione imposta, che certamente nessuno di noi, di fatto vorrebbe…
Diceva Bukowski: La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare…
Buon Voto a tutti…

Passar da un lett…, Letta ad un altro!!!

Come si dice, in un paese dove il “bunga bunga” va di moda… e dove riuscire a passare da un lett… ad un altro… è uno dei tanti modi come un altro, per far trascorrere le giornate… ecco che analogamente anche la nostra Politica, non fa alcuna differenza e dimostra come il passare da una parte ad un’altra è alquanto legittimo e razionale!  
E’ come quando ci si siede a giocare a carte a Baccarà…, un gioco in cui, non si ha bisogno di alcuna abilità, ma per vincere è meglio per il banco, sapere a priori cosa hanno in mano i due lati dei giocatori, cioè, quelli a destra e a sinistra del tavolo, ed allora ecco che così, si aumentano notevolmente le possibilità di vincita.  
Anche qui l’esempio ” calza a pennello “… già il giocatore chiamato al banco ( Enrico Letta ) si trova ai due lati, i suggeritori che lo appoggiano, da un lato lo zio Gianni Letta ( uno dei principali collaboratori di Silvio Berlusconi) e dall’altro gli esponenti del proprio partito ( con D’Alema che gli guarda le spalle…).
La preparazione non si discute: laureato in Diritto internazionale, a ventiquattro anni è diventato il pupillo di Beniamino Andreatta che lo portò al ministero degli Esteri, come capo della segreteria, e da lì mosse i primi passi grazie anche all’ex Presidente Carlo Azeglio Ciampi…
Manco a dirlo tifa per la squadra del Milan ( chissà se per far contento il Cavaliere…) e rilascia nel 2005 una bella intervista a Libero dove dichiarava: ” sembrerà assurdo, ma se non si era ancora capito, io sono un grande fan di Berlusconi. Berlusconi ha fatto la storia d’Italia degli ultimi 10 anni, anche se vorrei che fosse meno sborone e raccontasse meno balle agli italiani.

Mantengo una linea molto critica con Berlusconi, ma vorrei fargli un appello inedito. Vorrei, a prescindere dall’esito delle prossime elezioni, dicesse subito che lui si impegna a rimanere nella vita politica italiana e a mantenere la sua leadership del Polo. Perché il mio grande timore è che un Berlusconi che pareggi o perda faccia un biglietto per Tahiti. Se Berlusconi facesse questo gesto sarebbe la tomba del bipolarismo italiano. farebbe precipitare il centrodestra indietro di 10 anni”.

Come si dice, passano gli anni, ma la politica purtroppo si ostina a non cambiare…, già tutto resta purtroppo eguale ed il nostro voto, le nostre scelte, le nostre idee, non vengono neanche prese in considerazione…

Si, c’è una differenza tra la dittatura e la democrazia: in democrazia prima si vota e poi si prendono gli ordini, in dittatura invece, non dobbiamo almeno sprecare il nostro tempo, per andare a votare…

C’era una volta la democrazia…

Si, c’era una volta la democrazia, da un po di tempo in Italia questa è stata sostituita dall’oligarchia!!!
Infatti, in questi anni, il nostro paese è stato ed è controllato da poche persone potenti, cioè da un governo cosiddetto oligarchico che continua a soddisfare solo e soltanto propri interessi, a scapito della maggioranza…
Gli oligarchi possono infatti governare formulando leggi e regole che favoriscono loro ed i loro amici, escludendo quei principi di legalità, giustizia, uguaglianza, unità e interesse per la collettività.
Come tutto ciò sia stato possibile e come questo sia stato in maniera precisa realizzato, senza che ognuno di noi, se ne sia reso conto… è altrettanto semplice.
Quando infatti, vengono inseriti a tutti i livelli, persone di loro fiducia, quando il controllo viene gestito dai loro uomini nei centri di comando, da quelli nel governo fino alla gestione delle regioni, provincie, comuni, per finire all’interno dei quartieri, nelle forze dell’ordine, nelle televisioni e nei giornali, attraverso personaggi compiacenti di grandi società ed imprese azionarie e per finire con propri uomini nelle banche…
Ovviamente che il cittadino, rassicurato da questa costante presenza, cede piano piano il controllo e si riduce ad uno stato vegetativo, di osservatore passivo, demandando quindi ad altri, propri problemi e quelli del paese, ed è così che in una maniera che sembra naturale, il sistema democratico si trasformi in un governo oligarchico di fatto.
Quando un popolo delega le attività ai politici ( che non ha, neanche  potuto scegliere, poiché decisi dal partito…) e non controlla il loro operato con senso critico, diventa come quella pubblicità in cui si vedono uomini con fette di prosciutti sopra gli occhi….ed in maniera ottusa inizia ad accettare quella condizione di sudditanza è ovvio che la democrazia scompare, diventando pura oligarchia, conservando comunque sempre quell’apparente forma di democrazia. 
Nell’antichità era la cosiddetta aristocrazia che deteneva il potere, e cambiando nel corso degli anni nome, ha continuato a esercitare il proprio potere, violando le leggi sempre a scapito della collettività… 
Nell’età moderna invece abbiamo purtroppo visto, quando questo sistema, abbia proseguito nell’affermazione di quel sistema chiamato “ Dittatura ” e con esso, la trasformazione che un governo controllato da pochi eletti, possa divenire, l’unico passaggio obbligatorio, per realizzare il governo perfetto, dove la maggioranza viene ridotta al completo silenzio, a rischio della propria sopravvivenza…
Ecco che quindi noi oggi, in una maniera occulta, viviamo una “ dittatura oligarchica ” travestita da democrazia, una sorta di strategico sistema per farci stare tutti buoni, ma soprattutto per garantirsi “ loro ”, quella stabilità e continuità. a questo oggi nostro governo…oligarchico!!!

C'era una volta la democrazia…

Si, c’era una volta la democrazia, da un po di tempo in Italia questa è stata sostituita dall’oligarchia!!!
Infatti, in questi anni, il nostro paese è stato ed è controllato da poche persone potenti, cioè da un governo cosiddetto oligarchico che continua a soddisfare solo e soltanto propri interessi, a scapito della maggioranza…
Gli oligarchi possono infatti governare formulando leggi e regole che favoriscono loro ed i loro amici, escludendo quei principi di legalità, giustizia, uguaglianza, unità e interesse per la collettività.
Come tutto ciò sia stato possibile e come questo sia stato in maniera precisa realizzato, senza che ognuno di noi, se ne sia reso conto… è altrettanto semplice.
Quando infatti, vengono inseriti a tutti i livelli, persone di loro fiducia, quando il controllo viene gestito dai loro uomini nei centri di comando, da quelli nel governo fino alla gestione delle regioni, provincie, comuni, per finire all’interno dei quartieri, nelle forze dell’ordine, nelle televisioni e nei giornali, attraverso personaggi compiacenti di grandi società ed imprese azionarie e per finire con propri uomini nelle banche…
Ovviamente che il cittadino, rassicurato da questa costante presenza, cede piano piano il controllo e si riduce ad uno stato vegetativo, di osservatore passivo, demandando quindi ad altri, propri problemi e quelli del paese, ed è così che in una maniera che sembra naturale, il sistema democratico si trasformi in un governo oligarchico di fatto.
Quando un popolo delega le attività ai politici ( che non ha, neanche  potuto scegliere, poiché decisi dal partito…) e non controlla il loro operato con senso critico, diventa come quella pubblicità in cui si vedono uomini con fette di prosciutti sopra gli occhi….ed in maniera ottusa inizia ad accettare quella condizione di sudditanza è ovvio che la democrazia scompare, diventando pura oligarchia, conservando comunque sempre quell’apparente forma di democrazia. 
Nell’antichità era la cosiddetta aristocrazia che deteneva il potere, e cambiando nel corso degli anni nome, ha continuato a esercitare il proprio potere, violando le leggi sempre a scapito della collettività… 
Nell’età moderna invece abbiamo purtroppo visto, quando questo sistema, abbia proseguito nell’affermazione di quel sistema chiamato ” Dittatura ” e con esso, la trasformazione che un governo controllato da pochi eletti, possa divenire, l’unico passaggio obbligatorio, per realizzare il governo perfetto, dove la maggioranza viene ridotta al completo silenzio, a rischio della propria sopravvivenza…
Ecco che quindi noi oggi, in una maniera occulta, viviamo una ” dittatura oligarchica ” travestita da democrazia, una sorta di strategico sistema per farci stare tutti buoni, ma soprattutto per garantirsi ” loro “, quella stabilità e continuità. a questo oggi nostro governo…oligarchico!!!

Siria: non interessa a nessuno…o forse interessa a tutti???

Gli avvenimenti storici a volte si ripetono… 
Nel 1982 gli abitanti della cittadina di Hama si erano ribellati ed avevano intrapreso un lotta contro il regime di Hafiz-al-Asad, il quale aveva risposto con i carri armati (fu proprio il fratello a pianificare l’operazione Rifa’at al-Asad) invadendo la città e massacrando la popolazione locale, all’incirca 30 mila persone!!! 
Inoltre nell’abbandonare la città, l’esercito e le forze di sicurezza del regime si abbandonarono a massacri sanguinosi persino all’interno delle varie colonie di rifugiati politici ospitati all’interno di Hama, torturando e giustiziando gli oppositori politici della dittatura, veri o presunti che fossero.
Per cancellare ogni ricordo di quel tragico giorno e per dare un segnale di avvertimento alle future generazioni, la città artefice degli scontri fu totalmente rasa a suolo.
Ecco che oggi dopo tanti anni, tutto si ripete!!!
La Siria è nuovamente a rischio di una guerra civile. 
Il bilancio dell’attacco dell’esercito è drammatico: quasi 200 le vittime che nelle scorse settimane aveva manifestato contro il regime.
Durante i combattimenti i carri armati dell’esercito hanno colpito la città con granate a ripetizione e inoltre le utenze come acqua ed elettricità sono stata sospese, ovviamente in molti hanno dichiarato che il sabotaggio fosse programmato.
Altri morti sono stati accertati in altre località ed almeno un centinaio di manifestanti nella capitale di Damasco sono rimasti feriti a seguito del lancio di bombe da parte della Polizia nel voler disperdere la protesta.
Gli Stati Europei hanno condannato le violenze nel Paese e in particolare Barack Obama ha espresso di voler isolare il presidente Assad, che sta ancora facendo ricorso alla tortura e al terrore!!!
Inoltre, il Presidente degli Stati Uniti ha auspicato una sostegno alla popolazione con una rapida transizione del paese verso la democrazia…
L’Italia in particolare ha chiesto che che si riunisca di urgenza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per prendere una posizione molto decisa nei riguardi del Presidente “dittatore”, Bashar al-Asad…  
La Germania ha minacciato sanzioni dichiarando che saranno prese misure straordinarie, anche attraverso  il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite…
Purtroppo comunque ad oggi non è stato raggiunto un accordo sulla linea da seguire, questo è quanto ha dichiarato Vitaly Churkin, che al Palazzo di Vetro rappresenta la Russia e che si oppone ad ogni posizione forte nei confronti di Damasco…
La posizione geografica dominante nel medio oriente, il favore sempre alterno nelle alleanze con gli Stati adiacenti, la situazione politica altalenante e soprattutto la non chiara lotta al terrorismo, hanno portato e portano ancora oggi questo Stato a non trovare una tranquilla collocazione ed un maggiore consenso da parte di quei paesi maggiormente sviluppati…
Anche i mancati accordo di pace sia per l’annessione di Israele (durante la guerra dei sei giorni), delle alture del Golan che per la cessione durante il mandato francese nel 1939 della provincia di Hatay alla Turchia, (il cui capoluogo era la storica città di Antiochia) ed anche il progetto (sempre della Turchia) di voler costruire una serie di dighe sul Tigri e sull’Eufrate, che in conseguenza ridurrebbero la loro portata in Siria e in Iraq, ha provocato contenziosi in questi anni, per i quali sono ancora in corso trattative ed oggi diventano forte motivo di risentimento e di rivendicazione…

Se a quanto sopra si aggiunge che il territorio è strategico non solo per i passaggi commerciali ma soprattutto per quelli petroliferi – la produzione è sì… di molto inferiore rispetto al volume prodotto dai suoi ricchi vicini – ma i ricavi che ne conseguono costituiscono una ricchezza importante anche per i paesi occidentali, i cui proventi vanno a depositarsi presso le loro banche…

Non dimentichiamo inoltre che, la vicinanza con l’Iran ha permesso alla Siria di uscire dal suo isolamento internazionale, durato quasi trent’anni…
Ma non solo, entrambe sorreggono il movimento sciita libanese degli Hezbollah e la fazione radicale palestinese di Hamas. 
La Siria infatti, come il Venezuela, appoggia il diritto dell’Iran a proseguire lungo la strada dell’arricchimento dell’uranio, al fine di completare il suo programma nucleare per scopi essenzialmente civili. 
Come hanno più volte ribadito i presidenti di questi Stati, non è illegale fornire aiuti all’Iran e alla sua economia, martellata da pesanti sanzioni inflitte dalle Nazioni Unite e sempre ratificate dall’Unione Europea e sono proprio questi paesi che oggi, appoggiano la Siria ed in particolare il Presidente…

Come si può capire la situazione non è di facile lettura, il crocevia fondamentale di oleodotti e traffico, le riserve di petrolio di quasi 3 miliardi di barili, la posizione strategica tra i Paesi del Golfo ed il Mediterraneo, ma soprattutto il mancato ripristino del passaggio del grezzo che dalla zona nord irachena di Mosul/Kirkuk portava petrolio al porto israeliano di Haifa, (e che malgrado le forti pressioni straniere la Siria oggi non è disposta ad acconsentire…) sono tutti, motivi prioritari, per cercare di destabilizzarne l’area, speriamo che almeno la popolazione presa fra questi due fuochi non debba continuare a pagarne il prezzo…