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La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Quando lo Stato sembra lontano e la legalità un’idea astratta!


Avrei dovuto raccontarvi stasera qualcosa di spiacevole accaduto in un’Amministrazione comunale – ma avendo dato la mia parola ad un mio amico che avrei aspettato una sua conferma, prima di procedere a scrivere – lascio in sospeso quella vicenda e mi soffermo su un tema più ampio, qualcosa che dice molto di questo nostro Paese. 

Già… uno Stato che ogni giorno mostra un volto segnato dalla corruzione e da una sostanziale assenza di cultura della legalità. 

Sono troppi i miei connazionali che vivono pensando che lo Stato sia un’entità lontana, estranea, qualcosa che non li riguarda da vicino, ma soprattutto questa distanza diventa ancora più evidente quando arriva il momento di rispettare gli obblighi previsti.

Ho sempre creduto che la legalità appartenga a ciascuno di noi sin dalla nascita. Sta principalmente ai genitori trasmettere ai figli quel senso di rispetto. Una cultura che non può essere – come ho sentito in questi giorni – demandata tra i banchi di scuola. La lingua, la storia, la geografia, tutti quei fondamentali sono certamente necessari, ma vi è qualcosa di ancor più profondo da apprendere e cioè: la consapevolezza che le regole e le leggi esistono per insegnarci a rispettare gli altri.

Se tutti imparassimo davvero il valore della legalità, il mondo diventerebbe non solo più civile, ma anche più giusto ed equo. Senza corruzione, senza malaffare, persino senza criminalità e non parlo di quella organizzata, ma anche di quella compiuta proprio in queste ore, dai cosiddetti “figli bene” di questa nostra società, che evidenziano come con quei loro violenti comportamenti, conducono il rispetto e l’educuzione civile, ahimè a scomparire!

Ecco perché non mi sorprendo più quando accadono certi episodi. Ormai lo Stato, attraverso i suoi referenti – gli stessi che pensano esclusivamente a fare cassa, inviando sanzioni e occupandosi di questioni fiscali – è talmente convinto d’aver dinnanzi un connazionale che della cultura della legalità ignora persino l’esistenza, che pensa immediatamente, senza alcuna esitazione, di poter fare di tutta l’erba un fascio.

E allora permettetemi di dire: prima ancora di pensare a cambiare i propri vestiti con altri, la propria indegna vita (e aggiungerei quella dei propri familiari) come molti di voi hanno fatto nel corso della propria vita, beh… fatemelo dire: di “acqua sotto i ponti ne deve passare”!

La cultura è legalità e conta quanto una divisa o una toga. Eppure vediamo ogni giorno come esistono politici, funzionari, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, ma soprattutto semplici cittadini, che non hanno né l’una né l’altra, a differenza di chi viceversa – da sempre – opera in modo coerente e trasparente, senza alcun tornaconto personale, senza nemmeno uno stipendio pagato dai contribuenti. 

Sono lì, giorno dopo giorno, a fare il proprio dovere e anche ciò che altri – collusi, corrotti, ricattabili, a cui dovrei aggiungere “omertosi” – non fanno. È facile parlare di legalità quando si è protetti da una divisa o da una toga, mentre è molto più difficile esporsi personalmente sapendo di non avere nessuno dietro che ti protegga, il più delle volte… nemmeno lo Stato!

Un cittadino corretto, che rispetta la cultura della legalità, sa bene di doverla mettere in pratica sempre, non solo quando gli fa comodo. Si osservi quando si tratta di onorare le imposte fiscali, o quando arrivano a casa avvisi di accertamento come multe stradali – quelle esatte, s’intende, non quelle erroneamente inviate da certi enti solo per fare cassa – già… senza nemmeno prendersi la briga di verificare se nel frattempo fossero state già pagate.

Già… in questo Paese si è così convinti di esser moralmente tutti uguali, che molti dei miei connazionali pensano agli altri con la propria testa, quasi fossero simili. Sì… è quella loro natura “immorale” a parlare per loro: può mai essere che qualcuno sia così corretto da risultare migliore di noi? E perché mai possieda quella cultura della legalità così intrinseca? 

Sì… è proprio questa la ragione che dà tanto fastidio, la stessa che in questi anni mi ha fatto comprendere come, per la sola ragione di aver fatto la cosa giusta, si sia stati odiati!

La legalità in questo nostro Paese? Ormai ne sono convinto: è un’idea astratta! 

Quando l’onestà paga: Stefano Milone.


Ci sono storie che meritano di essere raccontate non solo per i fatti in sé, ma per la luce che gettano su ciò che conta davvero.
Penso a quanto l’onestà possa sembrare, a volte, una strada in salita, un principio scomodo che mette alla prova il carattere di una persona.

Eppure, oggi voglio parlare di quando l’onestà paga, non in moneta sonante, ma in qualcosa di infinitamente più prezioso: la dignità.

Tutto prende forma nella notte del 17 agosto, in una stanza d’albergo, alla vigilia di una partita di calcio giovanile.

Un giovane arbitro, Stefano Milone, si trova di fronte a una scelta che ne avrebbe messo alla prova l’anima più che la competenza.

Due persone gli si presentano con un’offerta chiara e indecente: tremila euro per piegare il corso del gioco a un risultato prestabilito. È in quel preciso istante, in quel silenzio carico di implicazioni, che il mondo sembra fermarsi in attesa della sua risposta.

E la risposta di Stefano Milone arriva, netta e senza esitazione. È un no. Un rifiuto che non rimane confinato tra quelle quattro mura, ma che diventa subito denuncia, parola data al designatore, primo mattone di un’indagine che avrebbe svelato un sistema corrotto che minava le fondamenta dello sport più amato. Quel “NO” non è stato solo un gesto di rifiuto, è stato un atto di costruzione, la prova che una sola persona, con il suo coraggio, può diventare un argine.

Quel gesto di straordinaria lealtà ha avuto una risonanza che va ben oltre l’episodio di cronaca. Nelle scorse ore, a Roma, Stefano Milone è stato premiato con il riconoscimento “Rispetto e Legalità”, un tributo a chi dimostra che lo sport può e deve essere ancora una scuola di valori. La sua sezione, l’AIA di Reggio Calabria, ha espresso un orgoglio che va oltre l’appartenenza associativa, toccando il cuore di una comunità che ha ritrovato in lui un esempio di purezza morale.

Questa vicenda ci ricorda che la tentazione del silenzio è spesso più comoda, più facile da digerire. Ma ci mostra anche, con limpida chiarezza, che quando una persona sceglie di essere incorruttibile, alla fine non ha che da guadagnarne. Non in denaro, certo, ma in stima, in rispetto, in quella certezza interiore che è la sola vittoria che nessuno potrà mai contestare.

Il suo nome, Stefano Milone, brilla oggi come un promemoria necessario: la vera vittoria non è quella segnata sul tabellino, ma quella che si conquista ogni giorno difendendo i propri valori, senza sconti e senza compromessi.

Non siete eredi dei padri, ma dei figli che quei padri hanno ucciso.

Sì… avrei dovuto pubblicare questo post alcuni giorni fa, ma purtroppo alcuni impegni ed altri post che avevo preparato hanno avuto la precedenza e quindi ho dovuto posticipare questa pubblicazione.

C’è però un motivo più profondo: quando la notizia mi ha raggiunto, sono rimasto senza parole. È un paradosso, perché le sue sono state tra quelle che più mi hanno trasmesso la vicinanza e la forza di Peppino Impastato.

Oggi, provando a superare quello sconforto, voglio unirmi al ricordo di Luisa Impastato che dice: ci lascia un altro pezzo grande della nostra storia, una storia di ragazzi che volevano cambiare il mondo sfidando il potere della mafia. Con profonda gratitudine e sincera tristezza salutiamo Salvo Vitale, fondatore di Radio Aut e da sempre testimone della lotta, che ha incarnato con straordinaria coerenza il senso più autentico della testimonianza quotidiana. La sua voce è stata un esempio luminoso di libertà e responsabilità, capace di guidare intere generazioni a comprendere che il cambiamento nasce da ciascuno di noi.

Era lui, nel film “I cento passi”, a essere interpretato da Claudio Gioè nel momento del monologo più straziante e vero, quello che squarcia il velo dell’omertà. In quel monologo diceva: domani leggerete che Peppino si è suicidato, che ha abbandonato la politica e la vita, come Pinelli, come Feltrinelli, tutti suicidi. Poi non leggerete proprio niente, perché i giornali parleranno di altro, perché chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia. E concludeva, con un’amarezza che era un pugno nello stomaco per tutti: spegnete questa radio, tanto si sa che niente può cambiare, e diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia!
Ma Salvo Vitale, quel ragazzo di Cinisi nato nel 1943, amico e compagno di battaglie di Peppino Impastato, a quella rassegnazione non si è mai arreso, nemmeno nei momenti più difficili. Ha invece custodito e rinnovato la memoria collettiva, trasformandola in azione concreta.

Difatti, dopo la morte di Peppino, ha continuato la sua attività attraverso “Radio Aut”, lavorando senza sosta per cercare la verità, puntando il dito contro il boss Gaetano Badalamenti, insegnando storia e filosofia ai giovani, perché la cultura arrivasse a tutti. Con le sue parole, i suoi gesti e il suo impegno costante ha mostrato cosa significhi contrastare le mafie sul piano civile e culturale, senza paura, senza piegarsi.

Ecco perché a lui va la mia gratitudine, sì… per la strada che ha tracciato con dignità e coraggio, una strada lastricata dalla forza semplice di persone che non hanno accettato di essere “Nuddu ammiscatu cu nenti”, un esempio, insieme a quello di Peppino, che ogni giorno orienta il mio cammino, già… di chi crede – ancora tra mille difficoltà – nella giustizia e soprattutto nella democrazia, ricordando a me e a tutti voi, che la vera sicurezza non viene dalla sottomissione, ma dal riscatto!