C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.
La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità.
Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.
Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.
Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.
Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.
Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.
Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.
Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?
È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.
E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.
Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…
Era il 2024 quando lessi una notizia che, per un attimo, mi aveva fatto tirare un sospiro di sollievo.
Pareva che per il penultimo tratto ibleo della A18, quello tra Modica e Scicli, fossero stati finalmente reperiti i fondi per appaltare i lavori.
Cosa dire… un piccolo miracolo quotidiano, in questa nostra terra dove i miracoli si contano spesso sulle dita di una mano sola. Le risorse economiche, circa undici chilometri di strada da portare a compimento, sarebbero arrivate da nuovi progetti europei.
Nessuno, prima di allora, si era mai preoccupato di chiedere ulteriori coperture finanziarie, e così i termini per il nuovo appalto rischiavano di scadere, portandosi via anche quei soldi già accantonati. A smuovere le acque era stato il vicepresidente della Commissione Bilancio alla Camera, che si era impegnato a rimpinguare i 350 milioni iniziali con altri 250 milioni resi necessari dall’aumento dei materiali e della manodopera, tra gli strascichi del Covid e le crisi dei conflitti nel mondo. Con un progetto già esecutivo, si parlava di espropri imminenti, di gare d’appalto finalmente avviabili.
Che bella notizia, mi ero detto. Ma subito dopo, come un riflesso condizionato, la consueta amarezza: speriamo solo che questi soldi non vengano mangiati prima ancora di vedere l’asfalto, o che finiscano per chissà quale magica deviazione.
Oggi, a distanza di tempo, scopro che i miei timori non erano del tutto infondati. Anzi. La nuova notizia è di quelle che ti lasciano senza fiato, ma non certo per gioia. I fondi sono stati scippati. E così la Federazione provinciale del Partito Democratico di Ragusa ha realizzato un flash mob direttamente nello svincolo autostradale di Modica.
Stanno provando a sollecitare il reintegro di quei 350 milioni originari, quelli del lotto Modica–Scicli, sottratti senza troppi complimenti. Nel corso della mobilitazione si sono raccolte le firme per una petizione, rivolta alle istituzioni regionali e nazionali, per ripristinare la dotazione finanziaria di quell’opera che molti attendono come l’acqua nel deserto.
“Risorse fondamentali per un’infrastruttura strategica”, le ha definite il segretario di federazione. Senza quel tratto, senza il collegamento con l’area Sud della provincia, cittadini e imprese resteranno prigionieri di una viabilità vecchia, lenta, persino pericolosa. Niente certezze, niente cantieri, solo l’ennesima promessa sciolta come neve al sole.
Ascoltandolo parlare, mi sembra di sentire la stanchezza di chi combatte contro mulini a vento. “Senza una chiara assunzione di responsabilità politica e senza soluzioni alternative credibili”, dice, sottolineando che non è possibile accettare che fondi già stanziati spariscano senza un perché.
Per questo il Partito Democratico ha invitato alla partecipazione i cittadini, forze sociali ed economiche, perché questa non è solo una vertenza di partito, ma una battaglia che riguarda lo sviluppo economico, la sicurezza sulle strade, il diritto alla mobilità per chi ogni giorno si sposta per lavoro, per studio, per portare i figli a scuola. E soprattutto riguarda il futuro delle nuove generazioni, quelle che non hanno mai visto un’autostrada moderna nel loro territorio. L’obiettivo è chiaro: restituire le risorse, assicurare che i lavori proseguano, portare l’autostrada Siracusa–Gela almeno fino a Vittoria.
E io, mentre scrivo, penso che in fondo non chiediamo molto. Solo quello che ci spetta, e che altrove sarebbe scontato. Solo un po’ di coerenza, un po’ di memoria, un po’ di quella bellezza che non sta solo nei paesaggi ma nelle cose promesse e mantenute. Ma poi mi fermo, e sento che devo dirlo chiaro, perché la pazienza non è più una virtù ma una prigione.
Siciliani, mi raccomando: quando sarete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare. Perché chi ci governa sa benissimo che da queste parti la memoria è corta e il rancore pure, e così si continua a promettere, a stornare fondi, a ballare il solito valzer.
Ma ogni volta che mettiamo la croce su un nome, stiamo decidendo se quel pezzo di autostrada si farà o resterà un miraggio. Non dimenticatelo, come non dimenticate chi, in tutto questo, ha remato contro corrente per restituire dignità a questa terra. Il resto, lo sappiamo bene, è solo fumo negli occhi!
Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale.
Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro?
Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre.
Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.
E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.
Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!
La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.
Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.
Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.
E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.
Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.
Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!
Già, perché è proprio così che rischia di suonare, a volte, questa data. Un mazzo di mimose e auguri di circostanza, un’ondata di emozioni rosa e di cene tra amiche, che sembra sommergere e quasi mettere a tacere il motivo per cui, più di un secolo fa, si è cominciato a scendere in piazza.
E allora viene da chiedersi: cosa stiamo festeggiando davvero? Perché è difficile, quasi impossibile, parlare di festa quando, nel momento in cui scrivo, l’elenco di donne uccise per mano di uomini – padri, mariti, compagni, ex – continua ad allungarsi.
Solo in Italia, nei primi mesi di quest’anno, si contano decine di nomi, e se allarghiamo lo sguardo al mondo, il numero diventa una valanga che travolge ogni tentativo di celebrazione.
Forse dovremmo partire da qui, da una parola. Non “festa“, ma “giornata“. La Giornata Internazionale della Donna, o meglio, dei diritti della donna. Non è un dettaglio da grammaticali, è una questione di sostanza. La parola “festa” richiama qualcosa di compiuto, un traguardo raggiunto, qualcosa per cui gioire e brindare, ma non è così….
La verità è che questa ricorrenza nasce all’inizio del Novecento come un momento di lotta, di rivendicazione, per ricordare le battaglie sociali, politiche ed economiche che hanno permesso alle donne di conquistarsi, un passo alla volta, degli spazi. È una giornata che parla al futuro e al presente, non al passato. E il presente, purtroppo, ci mette davanti a una realtà cruda: non c’è molto da festeggiare quando il semplice fatto di uscire di casa, di dire di no, di volersi separare può costare la vita!
Il pensiero corre inevitabilmente a loro, a quelle centinaia di donne che nel mondo non ci sono più, vittime di quella che non è una tragedia del destino, ma una violenza di genere che affonda le radici in una cultura che fa fatica a morire.
Ecco, allora, che l’8 marzo non può e non deve essere il giorno in cui ci si dimentica di questi numeri, ma anzi, deve diventare la lente per guardarli con ancora più chiarezza. Perché la violenza non è un episodio a sé, staccato dal resto. È il punto di arrivo più estremo di un percorso fatto di discriminazioni, di disparità salariali che ancora oggi vedono le donne guadagnare meno dei colleghi uomini a parità di lavoro, di opportunità negate, di stereotipi che le vorrebbero in un ruolo piuttosto che in un altro.
La mimosa che compriamo per regalarla diventa allora un gesto vuoto, se non è accompagnata dalla consapevolezza che in tanti posti di lavoro, quella stessa donna che festeggiamo, deve ancora lottare per vedersi riconosciuta la sua professionalità.
So bene che esiste una data specifica per parlare di violenza, che è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E quella è una ricorrenza fondamentale, un momento in cui il dibattito si accende con una forza particolare. Ma sarebbe un errore pensare che l’8 marzo debba occuparsi solo di conquiste, lasciando il tema della violenza confinato a novembre.
La realtà è che la lotta per la parità e la lotta contro la violenza viaggiano sullo stesso binario, sono due facce della stessa medaglia. Non si può chiedere rispetto e pari dignità se, dall’altra parte, c’è un’emergenza che continua a mietere vittime. E allora, forse, il modo migliore per onorare questa giornata è proprio questo: non separare le cose, non indorare la pillola.
Ricordare le battaglie vinte, certo, le strade aperte, i diritti conquistati. Ma farlo con la testa china su quel maledetto elenco di nomi, perché il rispetto non può essere un regalo da scartare una volta all’anno, ma un’abitudine quotidiana, un impegno che riguarda tutti, uomini e donne, e che si coltiva ogni giorno, lontano dai riflettori e dalle mimose.
“Ho scelto te, una donna per amico, ma il mio mestiere è vivere la vita che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo forte debole compagna, che qualche volta impara e qualche volta insegna“. Una donna per amico – di Lucio Battisti.
Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!
Ma oggi la mia felicità – pur ottenuto quanto dovuto – sbatte nel muro di un paradosso, sì… uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema “giustizia“, seppur quest’ultimo – nella persona del curatore fallimentare – abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.
Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l’impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore?
Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto…
Operavo in un’impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano.
Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo – a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un’amministrazione imposta – non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.
Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l’ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.
Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì… per esser riuscito – quasi fossi un prestigiatore – a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell’amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre parte delle somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.
Sì… consentitemi di dire che neppure “Harry Potter” avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che – sempre a seguito delle mie denunce – hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l’amministrazione giudiziaria) di incrementare l’attivo.
Vorrei aggiungere che la mia parte l’ho fatta fino in fondo, sì… a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto – senza appalti e senza più nulla da vendere – ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!
Già… dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti – che da tempo avevano abbandonato la nave – ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già… a tenere in piedi ciò che ancora restava.
E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo… potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d’altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!
Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì… soprattutto quanto compiuto in quegli anni difficili. Già… quanto compiuto pubblicamente. D’altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d’incontri – per non dire “scontri” – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, ci mancava poco che venissi arrestato!
E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l’incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo… una stilla d’acqua nel deserto,ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l’istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore…), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.
Oggi… mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com’è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?
Sì… mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.
Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca.
Già… è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c’è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente “amiche“, di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall’altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.
Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!
Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania.
Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto:Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.
Quella donna, i capelli al vento, che accende una sigaretta con la fiamma che consuma la foto dell’ayatollah Khamenei, è il manifesto di questa nuova fase.
È un gesto di una potenza disarmante, che brucia contemporaneamente i due pilastri del regime: l’autorità politica e religiosa del leader supremo e le regole patriarcali che controllano i corpi delle donne, simboleggiate dal divieto sociale del fumo femminile e dall’hijab obbligatorio.
Questo non è più solo lo scontento per il carovita o una protesta di piazza. È una sfida esistenziale, personale, replicabile all’infinito.
Dopo che le grandi manifestazioni sono state represse nel sangue, la resistenza iraniana non si è spenta. Si è evoluta, è diventata molecolare, simbolica, e per questo forse più pericolosa per chi vuole imporre il silenzio.
Eppure, dietro a questa immagine virale c’è il peso spaventoso della storia recente. Bruciare l’effigie del leader in Iran non è una bravata. È un reato gravissimo, per cui si può morire. Lo sappiamo perché pochi mesi fa, nel novembre 2025, un giovane di nome Omid Sarlak fece un gesto simile. Poche ore dopo, il suo corpo fu ritrovato in auto, ucciso da un colpo alla testa.
Queste donne che oggi accendono la sigaretta con quel fuoco conoscono perfettamente il rischio. E lo scelgono ugualmente. Il loro gesto è l’ultimo anello di una catena di disobbedienza iniziata con Mahsa Amini: togliere il velo nelle università, cantare slogan nelle scuole, fino ad atti estremi di protesta. È il “passo ulteriore” dopo aver tagliato i capelli e bruciato l’hijab. È la risposta definitiva a quarantasei anni di oppressione codificata in un’azione semplice e infinitamente replicabile.
Mentre questa fiamma personale si diffonde, le grandi narrazioni geopolitiche continuano a rimbombare. Trump twitta il suo sostegno, Khamenei evoca sabotatori e cospirazioni straniere, si parla di piani per un cambio di regime. Ma quell’immagine ci dice che la vera rivoluzione, quella che può avere un futuro, non segue i copioni scritti a Washington…
Sta nella calma determinazione di quella donna, nella sua scelta di usare il fuoco dell’autoritarismo per accendere un simbolo di autonomia. Il regime, spaventato da una sfida che non può controllare con le pallottole, reagisce con una repressione ancor più feroce, definendo i manifestanti “nemici di Dio” e minacciando la pena di morte, mentre i raid negli ospedali per sequestrare i feriti diventano una pratica raccontata dai pochi testimoni che riescono a far filtrare la voce.
Perché come avevo scritto alcuni mesi fa: il cambiamento, quello vero, viene da dentro. E dopo quarantasei anni, finalmente, quel “dentro” ha trovato il coraggio di mostrarsi a viso scoperto e di dare fuoco alle proprie prigioni. È un popolo intero che non chiede più il permesso di esistere. Il sostegno internazionale, se vorrà essere utile, dovrà capire questo: non si tratta di dirigere o di armare una ribellione.
Si tratta di ascoltare il grido di quelle donne, di non distogliere lo sguardo di fronte alla loro repressione, e di lavorare per un obiettivo concreto: creare le condizioni affinché tutti coloro che, per mezzo secolo, hanno ordinato e compiuto le violenze che ben conosciamo, possano un giorno risponderne di fronte alla giustizia. Questo sì, sarebbe un aiuto reale. Tutto il resto, ogni dichiarazione strumentale o calcolo di potenza, è solo rumore che rischia di offuscare il suono puro e rivoluzionario di una libertà che, finalmente, si è accesa da sola.
Talvolta le parole appaiono consumate, quasi svuotate del loro significato più profondo, eppure alcune conservano un potere antico, una risonanza che scuote l’anima. RESISTERE! È questa la parola che scelgo, che abbiamo scelto, come un faro nell’oscurità di un presente spesso sconcertante.
Non è un titolo, ma è il battito del cuore di tutti coloro che avvertono un profondo malessere, un disagio viscerale verso uno stato di cose che non ci rappresenta più, e che anelano a un cambiamento non più rimandabile, un cambiamento definitivo.
Mi torna in mente l’immagine della mia pagina di Facebook – https://www.facebook.com/resistworld – e quella citazione attribuita a Malcolm X che sembra scavata nella pietra della nostra contemporaneità: «Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono».
Queste parole non sono un semplice monito, sono una lente di ingrandimento gettata sul meccanismo più subdolo dei nostri tempi, quello che ci porterebbe, quasi senza accorgercene, a sostenere per il carnefice mentre guardiamo con sospetto la vittima, un ribaltamento della realtà che intorpidisce le coscienze e spegne la volontà.
E proprio oggi, l’associazione LIBERA, a cui ho l’onore di appartenere, ci ricorda con parole chiare e dolorose perché quella vigilanza sia più cruciale che mai. Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali e barbare, atti vigliacchi concepiti per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto la propria bandiera. È un colpo che ci ferisce tutti, che ci riporta a pagine buie che credevamo di aver voltato, e invece no, ci siamo ancora in mezzo, e questo ci grida che non possiamo più permetterci di essere spettatori.
C’è un mondo che resiste, sì… un mondo fatto di persone comuni, di cittadini che, in silenzio o a gran voce, hanno compiuto la scelta più importante: hanno deciso da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte quando passa l’ingiustizia, di chi crede nella verità anche quando è scomoda, di chi ha il coraggio di mettere in discussione il potere e di fare domande che bruciano. È fatto di chi difende i diritti di tutti, anche dei più invisibili, di chi non si rassegna ma costruisce alternative concrete, di chi si ostina a credere nel bene nonostante tutto, di chi agisce con la ferma determinazione di non lasciare indietro nessuno.
Ecco perché mi permetto in questo post di riportarvi la nota pubblicata in questi giorni dall’associazione LIBERA: Negli ultimi giorni si sono riaffacciate modalità criminali per mettere a tacere chi della verità e dell’informazione libera ha fatto il proprio lavoro. Un atto barbaro e vigliacco che ci riporta indietro nel tempo, ma che ci ricorda quanto sia ancora necessario prendere parte. E Resistere! C’è un mondo che resiste. Un mondo fatto di persone comuni, cittadine e cittadini che hanno scelto da che parte stare. È il mondo di chi non si volta dall’altra parte, di chi crede nella verità, di chi mette in discussione il potere, di chi fa domande scomode, di chi difende i diritti, di chi costruisce alternative, di chi si ostina, di chi non lascia indietro nessuno, di chi agisce, di chi non si rassegna alle ingiustizie. Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta. Adesso tocca a te!
Sì… noi tutti, in LIBERA, quella scelta l’abbiamo fatta da tempo, piantando i nostri piedi sul terreno della legalità e della giustizia sociale. Ma una scelta, da sola, non basta. Deve diventare un coro, un movimento, un’onda che non si può più fermare. E allora consentitemi di rivolgervi una domanda, semplice e diretta, che bussa alla porta della vostra coscienza: e tu? La tua scelta qual è? Perché il tempo di sperare che qualcun altro sistemi le cose è finito, è scaduto. È giunto il momento, il tuo momento, di fare la tua parte. Il futuro non aspetta, e la storia ci guarda.
Con un gesto carico di quella amarezza che solo le delusioni profonde sanno lasciare, Nino Di Matteo ha consegnato le sue dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati. Questa decisione, maturata nel silenzio e nella riflessione, non è che l’epilogo di un disagio crescente, la presa d’atto che all’interno di quel consesso continuano a prevalere logiche correntizie e calcoli di opportunità politica, dinamiche che ha sempre rifiutato e contrastato persino da membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È un addio amaro, che parla di ideali traditi e di un’istituzione che, invece di essere baluardo di indipendenza, sembra aver smarrito la sua strada, piegandosi a quelle stesse influenze che dovrebbe combattere.
E così, mentre si accinge a proseguire la sua battaglia a titolo personale, come del resto ha sempre fatto anche quando l’Anm preferiva il silenzio, la sua voce si leva a denunciare il pericolo incarnato dalle riforme degli ultimi anni.
A partire dalla riforma Cartabia fino al più recente progetto sulla separazione delle carriere, questi interventi minano alle fondamenta l’indipendenza della magistratura, il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’efficacia della lotta alla criminalità.
La sua scelta non è una ritirata, ma un cambio di trincea, l’affermazione che certe battaglie per l’integrità dello Stato sono troppo importanti per essere confinate dentro un’associazione che sembra aver dimenticato la sua missione.
C’è un’amara ironia nel fatto che sia un magistrato simbolo della lotta alla mafia a dover constatare, quasi come una rivelazione tardiva, che la giustizia in questo Paese è da tempo fragile e profondamente compromessa.
È un sistema dove le logiche di potere e gli interessi forti, siano essi politici o imprenditoriali, hanno finito per infiltrarsi persino laddove dovrebbe vigere solo il rigore della legge.
La sua uscita non è un episodio isolato, ma un sintomo di un male antico, la testimonianza vivente di come la giustizia sia spesso costretta a subire il peso di giochi che nulla hanno a che fare con il suo compito di garantire verità e giustizia.
Questa presa di posizione arriva in un momento cruciale, mentre si avvicina la battaglia referendaria sulla giustizia, e rappresenta un colpo durissimo per la credibilità dell’associazione.
Dimostra, senza bisogno di ulteriori prove, come la giustizia in Italia mostri da troppo tempo i segni di una fragilità strutturale, dove l’indipendenza è continuamente erosa e le decisioni rischiano di essere condizionate da calcoli estranei al diritto.
La sua scelta è un monito severo, un atto d’accusa contro un sistema che sembra aver normalizzato la sua sottomissione alle logiche del potere, e che forse, proprio per questo, non merita più il nome di “giustizia”.
Oggi sento il bisogno di parlare di una questione che mi sta profondamente a cuore, e che purtroppo si ripete con una sconcertante regolarità… Rifletto da tempo su come il mancato rispetto dei contratti, l’aumento indiscriminato delle ore lavorative e l’erosione delle tutele possano creare un terreno fertile per la tragedia.
Si tratta di un circolo vizioso che, ahimè, continua a mietere “vittime bianche”, ogni giorno, rendendo il lavoro non un luogo di dignità, ma di pericolo.
Mi torna altresì in mente – quanto ho sempre evidenziato nel mio blog – un’altra ambigua circostanza, una procedura che avrebbe dovuto essere un faro di trasparenza. ,
Per anni, ad esempio, ho denunciato il fatto che, nonostante fosse prevista dalla normativa, questa pratica fosse sistematicamente ignorata da molti Committenti, in particolare dai suoi dirigenti, come se le regole fossero optional e non prescrizioni vitali.
Eppure, finalmente, dopo tanto insistere, vedo finalmente un segnale di cambiamento, seppur a macchia di leopardo. Ho constatato personalmente, negli ultimi mesi, che alcuni General Contractor, non tutti purtroppo, stanno iniziando a richiedere con serietà le liberatorie, accompagnate dai relativi bonifici, a tutte le maestranze coinvolte nelle catene d’appalto.
Un passo fondamentale, perché certifica il pagamento e il rispetto dei diritti di chi lavora, dall’appaltatrice principale fino all’ultimo subappaltatore o fornitore. Già… un riconoscimento formale che il lavoratore esiste, è stato retribuito, e non è un fantasma nel sistema.
Pensando a questo, non posso non ricordare quanto accaduto nella mia regione, dove la Fillea Cgil Sicilia ha sollevato il velo su irregolarità profonde negli appalti pubblici. Denunciavano accordi aziendali che, con un lessico calcolatamente edulcorato, trasformavano lo straordinario in “lavoro aggiuntivo”, retribuito forfettariamente e privato di ogni tutela indiretta e differita.
Una deroga silenziosa al contratto nazionale che svuota la dignità del lavoratore. Ma la risposta di taluni Enti (committenti) non è stata lineare, anzi in molte occasioni hanno preferito non affrontare il merito, ma girare lo sguardo, addirittura omettendo di coinvolgere il sindacato nelle comunicazioni successive.
Un comportamento che, ho letto, ha portato la vicenda davanti al Giudice del Lavoro per un presunto comportamento antisindacale! Tutto questo mi fa pensare a una partita, sì… una partita in cui le regole sono chiare, ma chi dovrebbe arbitrare a volte sembra dimenticarsi di farlo, o addirittura scende in campo in modo maldestro negli ultimi minuti.
Noi, però, non possiamo essere spettatori passivi di questo gioco. Perché quando si gioca con i diritti e la sicurezza delle persone, l’unico gol che si segna è quello della negazione della vita stessa e ogni “vittima bianca” è una sconfitta per tutti noi.
Il Comitato norvegese ha scelto di accendere i riflettori su una donna che, dall’oscurità in cui è costretta a vivere, mantiene viva la fiamma della democrazia. María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, un riconoscimento al suo instancabile lavoro per una transizione giusta e pacifica, dalla dittatura alla democrazia in Venezuela.
Il Comitato ha sottolineato come Machado sia stata una figura chiave nell’unire una opposizione un tempo profondamente divisa, non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società e è stata ferma nel sostenere una transizione pacifica, dimostrando che gli strumenti della democrazia sono anche gli strumenti della pace .
In un momento in cui la democrazia è minacciata a livello globale, il suo coraggio civile è presentato come un esempio straordinario e un faro di speranza .
La stessa Machado, reagendo alla notizia, ha definito il premio un impulso per la libertà del Venezuela e, in un gesto che ha colto molti di sorpresa, ha dedicato il riconoscimento non solo al suo popolo sofferente, ma anche al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il suo decisivo supporto alla loro causa.
Questa dedica è arrivata nonostante le aspettative del presidente americano, che da tempo ritiene di meritare l’ambito premio. Poche ore prima dell’annuncio, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, aveva duramente attaccato il Comitato Nobel, affermando che, snobbando Trump, aveva “dimostrato di mettere la politica al di sopra della pace”. Trump ha ripetutamente sostenuto di aver posto fine a diverse guerre durante il suo mandato, includendo di recente anche un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha definito come l’ottavo conflitto risolto .
Tuttavia, questa autoproclamata immagine di “Presidente della Pace” si scontra con una realtà più complessa e con le critiche di molti osservatori. La sua azione in Medio Oriente, in particolare, viene vista da alcuni non come il frutto di una diplomazia lungimirante, ma come un intervento arrivato tardivamente, dopo aver permesso che Israele riducesse la Striscia di Gaza in macerie e causasse una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili.
Difatti, solo dopo questa distruzione, Trump si è impegnato per uno scambio di ostaggi e la liberazione di militanti palestinesi dalle carceri israeliane, un’azione che, sebbene importante, appare a molti come un tentativo di mettere una toppa dopo aver osservato passivamente il disastro. Altri conflitti che Trump cita tra i suoi successi, come quelli tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo o tra Armenia e Azerbaigian, sono visti dalla comunità internazionale come processi ancora fragili e certamente lontani da una risoluzione definitiva .
L’ossessione di Trump per il Nobel sta diventando un elemento sempre più evidente e influente nella sua politica estera, al punto che leader stranieri stanno imparando a sfruttare questa sua vanità per i loro fini. Come riporta Foreign Policy, paesi come il Pakistan hanno pubblicamente sostenuto la sua candidatura per il 2026, un gesto che ha favorito un riavvicinamento con Washington.
Questo desiderio di riconoscimento lo spinge a cercare nuove opportunità come pacificatore in teatri complessi, a volte rischiando di privilegiare annunci eclatanti rispetto a soluzioni sostanziali e durature.
Il Comitato Nobel, da parte sua, ha scelto di premiare non il potere di un presidente, ma la resistenza pacifica di un’attivista che, anche vivendo in clandestinità per paura di essere arrestata, continua a lottare per i principi democratici del suo paese.
E difatti, in questo contrasto tra la ricerca di gloria personale e una dedizione silenziosa e pericolosa ad una causa, il Comitato ha indicato chiaramente dove risieda, quest’anno, il vero spirito della pace e cioè, in Venezuela
Ho sempre considerato fondamentali i valori della vita e della famiglia, ma credo che la loro difesa debba rispettare la libertà di coscienza di ciascuno.
Trovo che a volte le formulazioni imposte da certi ambiti, istituzionali o religiosi, rischino di diventare strumentali, come se esistesse un unico modello di riferimento a cui tutti devono uniformarsi.
La vera crescita personale e sociale, invece, nasce dalla possibilità di un confronto libero e rispettoso, lontano da qualsiasi forma di coercizione.
Proprio per questo motivo promuovo con interesse l’iniziativa in programma il 25 settembre al Collegio Universitario Alcantara di Catania, “Difendere la vita, difendere la famiglia”.
Conosco personalmente alcuni degli organizzatori e apprezzo la creazione di spazi di riflessione che possano arricchire il bagaglio di ognuno. Momenti come questi sono preziosi se vissuti come opportunità di dialogo, soprattutto su temi così delicati, dove non esistono risposte facili o universalmente valide.
La mia adesione a questo convegno, tuttavia, non è incondizionata e vuole essere un punto di partenza per una riflessione aperta, non un’approvazione totale di ogni tesi che potrebbe emergere. Condivido i principi generali ma mi distanzio da posizioni troppo assolute che non tengono conto della complessità delle situazioni individuali.
Prendiamo, ad esempio, la questione dell’aborto. Non posso concordare con una sua abolizione incondizionata e senza eccezioni, specialmente in casi estremi come quello di una gravidanza risultante da una violenza. Obbligare una donna a portare a termine una gravidanza nata da uno stupro, anche se poi decidesse di dare il bambino in adozione, significa imporle un trauma fisico e psicologico profondo, ignorando i rischi concreti per la sua salute e il suo benessere.
Allo stesso tempo, va rispettata con uguale dignità la scelta opposta, quella di chi, nonostante la violenza subita, decida di portare avanti la gravidanza. Anche in questo caso, però, è doveroso considerare le conseguenze a lungo termine: l’impatto sulla vita della madre, le dinamiche con eventuali futuri partner e il percorso di quel figlio che porta un’origine così dolorosa.
Allargando lo sguardo, il concetto stesso di famiglia merita una discussione onesta che vada oltre definizioni rigide. È indubbio che il modello tradizionale eterosessuale non sia l’unico a poter fornire amore e stabilità. Tuttavia, onestamente, nutro personali riserve sulla crescita di un bambino in una famiglia omosessuale, non per questioni di amore – che può essere altrettanto intenso e genuino – ma per il disagio sociale che il bambino potrebbe incontrare, sin dall’infanzia e poi nel contesto scolastico. È un dubbio che mi pongo, pur essendo il primo a riconoscere come molte coppie omosessuali siano migliori di genitori eterosessuali indegni, come purtroppo dimostrano cronache di abusi che tagliano trasversalmente ogni orientamento.
Infine, arriviamo alle frontiere più controverse, come la gravidanza surrogata. Da un lato, essa solleva profonde perplessità etiche sulla commercializzazione del corpo e sulla mercificazione della vita. Dall’altro, non si può ignorare la gioia immensa che ha regalato a tante famiglie, specialmente quando l’aiuto è venuto da un familiare, trasformando un atto di amore in un dono concreto.
Questo ci porta a riflettere sul dramma di chi, desiderando un figlio, si scontra con l’infertilità. Il percorso della procreazione medicalmente assistita è spesso un calvario medico, emotivo e finanziario. E quando fallisce, le coppie si trovano ad affrontare l’iter adottivo, un labirinto di burocrazia e normative spesso stringenti che, invece di agevolare l’amore, sembra talvolta ostacolarlo.
Sono questi, forse, i temi più urgenti: come costruire una società che sappia difendere i valori della vita e della famiglia in tutta la loro complessità, senza semplificazioni, con pragmatismo e soprattutto con un rispetto infinito per la libertà e la sofferenza delle persone reali.
Credo infatti che di fronte a temi così complessi sia necessario un approccio prudente, capace di distinguere caso per caso, ascoltando le diverse sensibilità senza cadere in polarizzazioni sterili. L’obiettivo dovrebbe essere quello di cercare, insieme, un punto di incontro che riduca i danni e rispetti la dignità delle persone coinvolte. Per questo è fondamentale saper ascoltare tutti, anche chi la pensa in modo diverso, con spirito critico ma costruttivo.
Spero quindi che questo evento, con gli interventi accademici e le testimonianze previste, possa essere un’ulteriore occasione di approfondimento autentico, sì… un confronto che non pretende di dover dare risposte definitive, ma che aiuti tutti a riflettere, con libertà e responsabilità.
C’è un silenzio che pesa più di qualsiasi parola, soprattutto dopo aver fatto tutto ciò che ti era stato chiesto. Sì… hai voluto seguir la strada dritta, hai così compilato ogni modulo, superato i controlli, persino quelli che sembrano inventati apposta per scoraggiare chi non ha alcuna protezione o appoggio…
Hai altresì presentato i documenti antimafia, come se la tua onestà dovesse essere dimostrata, come se fossi tu il sospettato, no… chi ti commissiona il lavoro.
Eppure, non hai mai alzato la voce, hai continuato a camminare dritto, convinto che prima o poi qualcuno avrebbe visto il tuo impegno e avrebbe così riconosciuto il tuo valore.
E quando finalmente arriva quel contratto, già… quel pezzo di carta sembra promettere un futuro in salita, sì… lo guardi con gli occhi lucidi di chi non ci credeva più.
Non era stato un colpo di fortuna, ma il risultato di anni di fatica, di scelte difficili, di rinunce difficili, le stesse che poi hanno fatto arricchire i tuoi avversari.
Eri comunque pronto a metterci il tuo impegno, la faccia, i mezzi, il tempo, ormai eri dentro, non hai ricevuto alcun acconto e così hai investito il tuo denaro, pensando comunque che alla fine, se avresti fatto bene il tuo dovere, qualcuno avrebbe fatto il suo…
Ed allora la tua imprese lavora senza sosta, sì… con la stessa cura che metteresti per realizzare casa tua; rispetti i tempi, superi gli imprevisti, risolvi problemi che – come solitamente accade – non dipendono da te, completi quindi un mese di lavori, verifichi la contabilità consegnata dalla tua D.l. e dopo qualche giorno emetti la fattura concordata, in attesa dei fatidici 60/90 gg…
Sì… aspetti quel pagamento, lo aspetti con la pazienza, già perché sai che nel mondo degli appalti il denaro viaggia lento, aggiungerei… troppo lento: Sessanta, novanta e a volte anche centoventi giorni, ti dicono che è normale…
Ma stranamente (o dovrei dire “spesso”) dopo tutto quel tempo, il bonifico non arriva!!!
Ed allora, chiami, mandi solleciti, mostri documenti, fatture, verbali di consegna, ma ricevi solo silenzi e le classiche risposte vaghe, già… le stesse che come neve al sole si sciolgono improvvisamente… ed allora ti rivolgi ai legali, iniziano le procedure dei decreti ingiuntivi, ed invece di vedere finalmente una soluzione, ecco che ti arriva una “bella” comunicazione: il contratto è disdetto.
“Curnutu e vastuniatu” così si dice a Catania, non perché hai sbagliato, non per la tua inadempienza, ma perché ti sei permesso – già… hai osato chiedere a quel Committente (che siede alla del padre…) – i tuoi soldi, i tuo diritti, già… ciò che ti spetta per legge!!!
Ma di quale legge parliamo? Una legge che tutela i ladri e colpisce gli onesti…? Sì… è quando ti rivolgi allo Stato che comprendi tutto il tuo fallimento, già… quando entri in un’aula di Tribunale che comprendi di non aver più una rapida soluzione ai tuoi problemi, anzi il più delle volte, vieni punito per aver preteso il rispetto delle regole.
Sei un estraneo in un gioco di cui non conosci le regole, o meglio, in cui le regole cambiano a seconda di chi le fa e soprattutto chi le deve seguire.
Non importa se hai rispettato ogni vincolo, ogni obbligo, loro possono disattendere “impunemente” ogni obbligo, possono cancellare quel rapporto istaurato come se fosse un errore di battitura e così, mentre tu lotti per non affondare, per pagare i tuoi operai, i fornitori, per mantenere aperta un’impresa che magari ha radici profonde in questo territorio, loro, sì… questi grandi appaltatori, se ne stanno al riparo, protetti da centinaia di clausole che sembrano fatte apposta per salvarli, anche quando sono loro a creare i problemi!!!
Nel frattempo mentre tu aspetti invano i tuoi pagamenti… fallisci, mentre loro – viceversa – ricevono quei fondi pubblici previsti e consegnati loro da una politica che utilizza quel sistema per raccomandare parenti e familiari, ma soprattutto per foraggiare un sistema parallelo, illegale, che poi ricambia attraverso preferenze elettorali, si con quel noto scambio di voti.
Ma infatti da “Siciliano” mi sono sempre chiesto: perché affidare questi lavori a chi non vive qui, a chi non conosce il territorio, a chi non ha alcun interesse a costruire qualcosa di duraturo? Perché non dare direttamente appalto a chi ha le competenze, a chi ha le maestranze, a chi da generazioni tiene in piedi l’economia di questa terra? Perché inserire un anello intermedio che non aggiunge valore, ma solo costi, ritardi e rischi?
Ma forse anch’io la risposta la so da sempre: Sì… forse perché quel collegamento non è mai stato tecnico, ma politico? Forse perché dietro quei nomi vi sono appoggi, raccomandazioni, scambi di favori che nulla hanno a che fare con la trasparenza o il merito, ma servono principalmente ad oliare questo sistema marcio!
Ma quando ne parlo a gran voce, quando pubblico i miei post, sì… sono in molti a darmi ragione, ma poi girato l’angolo, scrollano le spalle, già… come se questo meccanismo perverso sia inevitabile, mi sembra il classico discorso dello sconfitto! Ma la verità è che nella maggior parte dei casi, molti di essi, appartengono – direttamente e/o indirettamente – a quel sistema clientelare e collusivo, sì… sono proprio essi, i loro figli, parenti e amici, ad essersi genuflessi e ad aver approfittato e ancora approfittano di quel marciume
Credetemi… quanto riporto non è rabbia, non me ne fotte un caz…, tanto – come dico sempre – io mi accontento del mio piatto di pasta, di più tanto non posso mangiarne…- e quindi, non ho bisogno di “LORO”, sì… di quei politici, di quegli imprenditori mafiosi e collusi (ancor più di quei loro lacchè – incompetenti – chiamati “teste di legno”),ed ancora, di amici e conoscenti che operano nel servizio pubblico (finora mi sono sempre rivolto – a pagamento – ai servizi privati…), non ho bisogno di raccomandazioni, perché mi sento abbastanza preparato che solitamente le imprese a fare una “cinquina” assumendomi e mai il contrario, difatti, in questi miei 35 anni di servizio, nessuno mai ha pensato di licenziarmi, difatti, in quelle poche circostanze, sono stato io ad inviare le dimissioni – solitamente per giusta causa.
D’altronde come potrei convivere in un’impresa, avendo la consapevolezza che essa appartiene, di fatto – ad un’associazione criminale o permette quotidianamente che metta in campo meccanismi fraudolenti, gli stessi che poi le permettono di evadere e quindi incassare migliaia e migliaia di euro…
parliamo di semplici raggiri (ma sono truffe che lo Stato – ahimè – non riesce neppure a comprendere o quando ci riesce è ormai troppo tardi… eppure sono lì…sotto i loro occhi, ma a volte ho come l’impressione che quei soggetti si trovino nella “stanza con l’elefante”) ma d’altronde lo Stato punisce chi le regole le rispetta, mentre premia o forse dovrei dire “ricompensa”, chi riesce a far durare più a lungo questo sistema, d’altronde lo stesso che lo tiene in vita.
E così… in questi anni, centinaia di imprese oneste siciliane hanno chiuso, non per incapacità, ma viceversa, per mancanza di giustizia.
Perché alla fine quello che manca davvero in questa terra non è il denaro, ma il senso di quel diritto che ormai nessuno, sembra più voler far rispettare! E quindi: Curnutu e vastuniatu!
Ho scritto due post, nel 2023/24, sì… per promuovere una pace duratura in quel territorio martoriato mediorientale, affinchè si giungesse alla definizione di due Stati per due popoli:
D’altronde il conflitto israelo-palestinese rappresenta una delle questioni più complesse e dolorose della storia moderna.
Già… dopo oltre 70 anni di tensioni, violenze e tentativi falliti di risoluzione, è chiaro che la strada verso la pace non può passare attraverso soluzioni temporanee o parziali…
È giunto quindi il momento di affrontare la realtà e solo la creazione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese, può portare a una pace duratura, se non eterna.
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché due Stati?
Semplice, bisogna riconoscere le aspirazioni nazionali di entrambi; sia gli israeliani che i palestinesi hanno il diritto di vivere in Stati sovrani, liberi e indipendenti. Negare questo diritto a una delle due parti significa perpetuare il conflitto.
Separazione fisica e politica: Due Stati distinti permetterebbero di ridurre le tensioni quotidiane, garantendo a ciascun popolo il controllo sul proprio territorio, la sicurezza e la possibilità di autodeterminazione.
Ed ancora, vi è la necessita di una cooperazione internazionale: Una soluzione a due Stati richiederebbe il sostegno della comunità internazionale, che potrebbe garantire risorse, supervisione e mediazione per evitare futuri conflitti.
E quindi ecco la mia proposta…
La creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, sì… non certo un’idea innovativa, ma è l’unica soluzione praticabile. Tuttavia, per renderla realtà, è necessario affrontare alcune questioni chiave…
Confini definiti: I confini tra i due Stati dovrebbero essere chiaramente stabiliti, tenendo conto delle esigenze di sicurezza di Israele e delle aspirazioni territoriali dei palestinesi.
Gerusalemme: La città dovrebbe essere condivisa, con una soluzione che garantisca il libero accesso ai luoghi sacri per entrambe le religioni.
Diritto al ritorno: La questione dei profughi palestinesi dovrebbe essere affrontata in modo equo, bilanciando il diritto al ritorno con la necessità di mantenere l’equilibrio demografico di Israele.
Ed infine la comunità internazionale… che ha un ruolo cruciale da svolgere. Gli Stati arabi, l’ONU, l’Unione Europea e altre potenze globali dovrebbero sostenere economicamente e politicamente questa soluzione, garantendo che entrambi gli Stati abbiano le risorse necessarie per prosperare.
Inoltre, una forza di pace internazionale potrebbe essere dispiegata per garantire la sicurezza e la stabilità durante la fase di transizione.
D’altronde la pace non è un sogno irrealizzabile, ma richiede coraggio, compromessi e una visione condivisa del futuro.
La soluzione a due Stati non è perfetta, ma è l’unica via praticabile per porre fine a decenni di sofferenza e conflitto. Invito tutti a sostenere questa idea, a partecipare al dialogo e a lavorare insieme per un futuro in cui israeliani e palestinesi possano vivere in pace, fianco a fianco.
La tratta di esseri umani priva le vittime di dignità, libertà e diritti fondamentali. In Europa si contano almeno 15.000 vittime, ma il numero reale è probabilmente molto più alto.
Le donne e le ragazze sono le più colpite dallo sfruttamento sessuale, mentre gli uomini subiscono principalmente il lavoro forzato. I minori, soprattutto migranti non accompagnati, e persone vulnerabili come individui LGBTIQ, con disabilità o appartenenti a minoranze etniche, sono particolarmente esposti a questo crimine.
I trafficanti approfittano delle disuguaglianze sociali e della povertà, aggravate dalla pandemia. Per contrastarli, la strategia dell’UE punta su prevenzione, protezione delle vittime e pene più severe.
Tra le misure previste: criminalizzazione dell’uso dei servizi offerti dalle vittime, contrasto allo sfruttamento lavorativo e campagne informative. Fondamentale è anche il supporto psicologico e sociale per il reinserimento delle vittime.
Serve un’adeguata formazione per forze dell’ordine, operatori sanitari e pubblici ufficiali, affinché le vittime possano denunciare senza paura.
Inoltre, la cooperazione con i Paesi di origine e transito delle vittime è cruciale per garantire protezione e assistenza.
Perchè fermare la tratta di esseri umani non è solo un dovere morale, ma una battaglia per la giustizia e i diritti umani.
Riprendo nuovamente il tema principale, che ieri avevo momentaneamente sospeso per chiarire alcuni concetti a cui tenevo…
Torno dunque alla comparazione che, nell’ultimo anno e fino a oggi, si è voluto tracciare tra le esperienze terribili vissute da ebrei e palestinesi in momenti diversi della storia.
In questi mesi, molti si sono posti una domanda: com’è possibile che Israele, in quanto Stato ebraico, possa oggi commettere i crimini che vediamo in televisione ai danni di una parte dei palestinesi, quelli di Gaza? Certamente, si tratta di coercizioni non paragonabili a quelle perpetrate dai carnefici nazisti, ma comunque gravissime dal punto di vista morale e umano.
La verità è che si è cercato di dimenticare in fretta una guerra mostruosa e, soprattutto, un “olocausto” che non sarebbe mai dovuto esistere. La memoria avrebbe dovuto impedirne la ripetizione, eppure il desiderio di ricostruire l’Europa e di pacificare gli Stati coinvolti nel conflitto ha portato a relegare il passato in un angolo. Si doveva dare speranza e un futuro ai profughi ebrei sopravvissuti alla Shoah, ma questo ha generato una conflittualità irrisolta.
La pace doveva fondarsi sulla comprensione della guerra e sull’accettazione dei suoi orrori, ma in questo processo la memoria ha lasciato spazio all’oblio. La massima sottintesa è diventata: «Ricordati di dimenticare la guerra e i suoi olocausti. La guerra è un mostro che non deve svegliarsi, non guardarla».
L’aver osservato in Tv la “Cerimonia di commemorazione dell’80° anniversario della liberazione del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau“, alla presenza di sopravvissuti e di numerosi Capi di Stato e di Governo, mi ha dato più l’impressione di voler allontanare e nascondere il delitto, piuttosto che far penetrare lo sguardo nella matrice profonda del crimine.
La verità è che l’Occidente ha goduto di una lunga pace non perché abbia realmente compreso le due guerre mondiali e la Shoah, ma per semplice paura, per una distensione meccanica seguita al trauma.
Ciò che accade oggi a Gaza non è altro che il proseguimento di una storia già vista. Gli anni della Nakba sono un passaggio di testimone che, pur senza la sistematica pianificazione dello sterminio, prosegue sotto una forma celata di pulizia etnica, mascherata da una presunta civiltà.
Basta osservare come, anche nel nostro Paese, l’attuale governo di destra abbia cercato di liquidare il Fascismo e il Nazismo come “malattie inspiegabili“, catastrofi naturali spuntate dal nulla, macchiando così il candido volto della nostra civiltà.
Questo sistema internazionale di pacificazione, costruito sulle rovine della Seconda guerra mondiale, ha paradossalmente generato una nuova era di democrazia e diritti, mentre riproduce ancora una volta lo sfruttamento e legittima l’oppressione coloniale. In questo contesto, la Nakba viene avallata, e al Sionismo viene garantito riconoscimento politico e impunità, in un territorio che non gli apparteneva.
Invece di trovare una soluzione pacifica e giusta per entrambi i popoli, che permettesse di far valere le proprie ragioni e di convivere, si è preferito imporre condizioni che, in questi 80 anni, hanno dimostrato di non portare alcun cambiamento. Il conflitto continua, e la storia si ripete.
Continuando con quanto espresso nella giornata di ieri, vorrei stamani allontanarmi perché desidero prima di continuare quel percorso, affrontare due punti fondamentali sulla “Soluzione Finale” che hanno segnato il dibattito storico e morale degli ultimi decenni.
Da un lato, si è cercato di convincere il mondo democratico e capitalistico che la Shoah rappresentasse un evento eccezionale e irripetibile, Dall’altro, si è insistito sulla necessità di preservarne la memoria affinché simili orrori non si ripetessero.
Ma viene da chiedersi: se assumiamo queste due affermazioni come verità assolute, non rischiamo di cadere in una contraddizione insanabile? Se la Shoah è davvero eccezionale e irripetibile, allora la memoria diventa superflua. Al contrario, se la memoria è necessaria, significa che la Shoah non è né eccezionale né irripetibile, ma piuttosto un tragico esempio di ciò che l’umanità è capace di fare.
Purtroppo, la storia ci ha dimostrato che la seconda ipotesi è quella più vicina alla realtà. Dopo la Shoah, il mondo ha continuato a essere teatro di genocidi, massacri e pulizie etniche.
In Cambogia, tra il 1975 e il 1979, il regime dei Khmer Rossi guidato da Pol Pot cercò di creare una società agraria utopica, sterminando chiunque fosse considerato un “nemico”: intellettuali, minoranze etniche, religiosi. Un quarto della popolazione, circa 1,7 milioni di persone, morì per esecuzioni, fame e malattie. Poco dopo, nel 1994, il Ruanda fu sconvolto da un genocidio che in soli 100 giorni portò al massacro di circa 800.000 persone, principalmente Tutsi e Hutu moderati, in un’esplosione di odio etnico alimentato da decenni di tensioni.
Anche l’Europa, nonostante le lezioni della Shoah, non fu immune. Durante la dissoluzione della Jugoslavia, tra il 1992 e il 1995, le forze serbo-bosniache attuarono una campagna di pulizia etnica contro i Bosgnacchi e i Croati, culminata nel massacro di Srebrenica, dove oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani furono uccisi.
Eppure, già prima della Shoah, l’Unione Sovietica di Stalin aveva dato prova di una violenza sistematica. Tra gli anni ’30 e ’50, milioni di persone furono perseguitate, deportate nei Gulag o giustiziate come “nemici dello Stato”. Interi gruppi etnici, come i Tatari di Crimea e i Ceceni, furono deportati in massa, mentre politiche come l’Holodomor in Ucraina causarono carestie deliberate, uccidendo milioni di persone.
Nel frattempo, in America Latina, i popoli indigeni subirono persecuzioni e massacri. In Guatemala, durante la guerra civile (1960-1996), le comunità Maya furono sterminate con l’accusa di sostenere i ribelli comunisti, lasciando un bilancio di 200.000 morti. E ancora oggi, in Darfur, il governo sudanese e le milizie Janjaweed conducono una campagna di pulizia etnica contro le comunità non arabe, causando oltre 300.000 morti e milioni di sfollati.
La memoria non basta…
Da questi eventi emerge un quadro chiaro e sconvolgente: l’odio etnico, il fanatismo ideologico e l’autoritarismo possono sempre e di nuovo condurre a tragedie immani. La Shoah non è un evento isolato, ma parte di un continuum storico in cui l’umanità ha dimostrato una spaventosa attitudine alla ferocia e al sadismo.
Eppure, troppo spesso la memoria della Shoah è stata ridotta a una musealizzazione sterile, trasformandola in un evento eccezionale e distaccato dalla storia contemporanea. Questo approccio, secondo me, rischia di sminuire la sua portata universale. La memoria non deve essere un monumento immobile, ma un esercizio costante di confronto e dialogo. Dobbiamo interrogarci sul nostro presente, sulle ingiustizie che ancora persistono, sulle ideologie che seminano odio e divisione.
Solo così possiamo sperare di spezzare l’eterna ombra del genocidio. Perché, come ci ha insegnato Primo Levi, “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. E sta a noi fare in modo che non sia così.
Sento in questi mesi paragonare il genocidio della Shoah all’attuale questione palestinese.
Perdonatemi, ma chiunque possieda una mente libera e quindi incondizionata non potrà – leggendo le prossime righe – giungere alle mie stesse riflessioni.
Pensare anche soltanto di paragonare la “soluzione finale” – lo sterminio sistematico e premeditato degli Ebrei in tutta Europa, perpetrato da menti malate naziste – è profondamente sbagliato. Un crimine, per come è stato progettato e perpetrato, disumano, che non colpì solo gli Ebrei, ma anche Rom, persone con disabilità, oppositori politici, scrittori, omosessuali e tanti altri considerati “indesiderabili”. Una ferita indelebile nella storia dell’umanità, un abisso morale da cui non ci siamo mai completamente risollevati e che ha segnato per sempre la nostra coscienza collettiva.
Ciò che accadde allora non può né deve mai essere giustificato. E il solo pensiero di paragonare quella tragedia alla questione palestinese è, a mio avviso, inappropriato.
Sebbene ciò che sta accadendo in questi mesi in Palestina possa essere definito una strage di innocenti, e in alcuni casi un crimine contro l’umanità, trovo pericolosi i parallelismi tra Nakba e Shoah che proprio alcuni illustri storici vorrebbero in queste ore riproporre.
Premesso che ogni violenza, specialmente contro donne e bambini, è sempre abominevole, tuttavia, non si possono mettere sullo stesso piano due tragedie di natura e contesto così diversi. Questo non significa negare la gravità di quanto sta accadendo oggi, ma è essenziale mantenere un linguaggio preciso e rispettoso della storia.
Voglio sottolineare che il mio intento non è sminuire l’una tragedia rispetto all’altra. Entrambe meritano attenzione: la Shoah per l’eredità storica e morale che ci ha lasciato, e la questione palestinese per l’urgenza di una soluzione che tuteli i diritti umani di tutte le persone coinvolte.
Ciò che invece lascia perplessi è l’uso politico della Shoah contro i palestinesi, quando è storicamente noto che quest’ultimi non hanno avuto alcun ruolo in quella tragedia. Non furono responsabili dell’antisemitismo né del Nazismo, eppure oggi si trovano a subire un’oppressione sistematica da parte di chi, più di ogni altro, dovrebbe conoscere il valore del rispetto per la vita umana.
Perché, allora, non imparare dal passato? Sì… diversamente da 80 anni fa, quando si preferì tacere, è nostro dovere intervenire con urgenza per trovare una soluzione, giusta e definitiva, per il popolo palestinese.
Un esempio emblematico è stata la diffusione di una notizia in Iran che il Vaticano non aveva né ufficializzato, né smentito.
Hanno infatti sfruttato l’incontro avvenuto tra il Papa e un rappresentante del mondo accademico islamico per costruire l’idea di una presunta convergenza di vedute tra il Pontefice e la Repubblica Islamica, sì… sull’eccidio dei civili palestinesi a Gaza!!!
La notizia, diffusa il giorno successivo, riportava che all’incontro avesse partecipato anche l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, il quale avrebbe consegnato al Papa una targa con alcune riflessioni della Guida Suprema Ali Khamenei, intitolate “Se Gesù Cristo fosse tra noi“.
Secondo l’iscrizione, ripresa dal sito ufficiale di Khamenei, si ricordava come Gesù fosse considerato un profeta anche dai musulmani e si sottolineava il suo impegno contro l’ingiustizia, la prepotenza e la corruzione di chi, attraverso soldi e potere, aveva oppresso i popoli. La targa aggiungeva che “se Gesù Cristo fosse tra noi oggi, non esiterebbe a combattere i leader mondiali dell’ingiustizia e della prepotenza”.
È evidente come Teheran abbia cercato di strumentalizzare l’incontro per dipingerlo come un’adesione implicita del Papa alla propria visione politica e ideologica, inclusa la giustificazione delle azioni militari dell’Iran nel Medio Oriente.
Questo fragile tentativo ha generato diverse reazioni, soprattutto tra coloro che ritengono che un atteggiamento apparentemente accondiscendente della Santa Sede possa amplificare sentimenti antisemiti e ciò rischia di alimentare non solo tensioni nel mondo cristiano, ma anche ostilità da parte di altre religioni verso l’intero popolo ebraico.
Proprio per questo, sarebbe stato preferibile che Papa Francesco evitasse di esprimere dubbi o perplessità su teorie di genocidio, evitando al contempo dichiarazioni come quella secondo cui “Israele non rispetta i diritti umani” durante l’incontro con le autorità iraniane.
È paradossale che il Papa parli di diritti umani con chi, sin dal 1979, li calpesta sistematicamente, tuttavia, va riconosciuto un gesto positivo: la celere liberazione della giornalista Cecilia Sala da parte dell’Iran.
Non credo, e nessuno dovrebbe crederlo, che Papa Francesco sia permeato da “giudeofobia”, tuttavia, è tempo di lasciarsi alle spalle le vecchie strumentalizzazioni ideologiche della storia, come il concetto di deicidio, l’accusa agli ebrei di aver crocifisso Cristo, che è stato per secoli il principale motore dell’antisemitismo cristiano.
Comprendo altresì i motivi che abbiano spinto la Santa Sede ha mantenere rapporti diplomatici con gli ambienti teologici iraniani, sicuramente per tutelare la comunità cattolica locale, composta da circa 170.000 cristiani, prevalentemente armeni e assiri. Difatti a quest’ultimi è garantita la libertà di culto ed anche una rappresentanza parlamentare sancita dalla Costituzione iraniana.
Vorrei quindi invitare Papa Francesco a compiere un ulteriore sforzo: riunire i leader israeliani e palestinesi presso la Santa Sede, con mediatore l’Iran, per cercare di raggiungere una tregua definitiva.
Questo sarebbe un gesto concreto, capace di incarnare il vero messaggio d’amore cristiano, seguendo l’esempio di Giovanni Paolo II, che a Gerusalemme pregò per la pace davanti al Muro del Pianto, simbolo universale di riconciliazione e speranza.
Forse è tempo che il Papa consideri il ritiro, come già fatto dal suo predecessore Ratzinger, anche se per ragioni diverse, probabilmente legate a circostanze poco chiare accadute durante il suo pontificato.
Già… ho l’impressione che ogni volta che Papa Francesco venga intervistato senza l’ausilio di note preparate, tenda a lasciarsi andare a dichiarazioni che sorprendono o lasciano interdetti molti di noi.
Credo che queste sue affermazioni siano influenzate da una condizione psico-fisica in declino, comune a molti della sua età, che lo porta ad esprimere il proprio pensiero in modo eccessivamente aperto. Questo si manifesta particolarmente in commenti fortemente critici e talvolta troppo schierati.
Un aspetto cruciale è che le sue parole non rappresentano il pensiero di un comune cittadino, bensì quello della massima autorità religiosa cristiana, con una responsabilità verso oltre 2,3 miliardi di fedeli. Ogni dichiarazione dovrebbe essere ponderata con estrema attenzione, per evitare interpretazioni gravi e conseguenze irreversibili.
Un esempio significativo è rappresentato dalle sue recenti dichiarazioni durante un incontro con un accademico iraniano. Sebbene siano state in seguito chiarite come riferite alle politiche del premier israeliano Netanyahu e non agli ebrei o allo Stato di Israele in generale, le sue parole hanno suscitato ampie critiche. Questo ha portato a contestazioni per il modo in cui ha affrontato il tema del massacro a Gaza.
Se è vero che il Papa ha diritto di esprimere il suo pensiero, non può farlo in modo da coinvolgere l’intera comunità cristiana. Criticare apertamente il mondo ebraico, Israele o il premier Netanyahu per presunti comportamenti criminali legati all’alto numero di vittime civili a Gaza è una scelta inopportuna. Non è compito del Papa assumere il ruolo di giudice del Tribunale del diritto internazionale.
Non è la prima volta che Francesco prende posizione sulla guerra tra Israele e Hamas, iniziata dopo il terribile attentato terroristico del 7 ottobre 2023. Le sue dichiarazioni, come l’invito a valutare se quanto accade nella Striscia possa essere definito “genocidio”, hanno scatenato reazioni dure, tra cui quelle dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede. La posizione ufficiale del Vaticano, ribadita dal segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, è stata di condanna dell’antisemitismo, ma il dibattito resta acceso.
Poco prima di Natale, il Papa ha sottolineato la crudeltà dei bombardamenti che colpiscono anche i bambini, definendo tali azioni non guerra ma barbarie. Tuttavia, il suo incontro con l’accademico iraniano Abolhassan Navab, presidente dell’Università delle religioni, ha fornito ulteriori spunti polemici. Navab ha elogiato Francesco per il suo coraggio nel difendere il popolo palestinese e il Papa avrebbe risposto ribadendo l’assenza di problemi con il popolo ebraico, ma criticando duramente Netanyahu per il mancato rispetto delle leggi internazionali e soprattutto dei diritti umani.
Queste parole, per quanto possano riflettere un’opinione personale, sono problematiche nel contesto del ruolo che il Papa riveste e il loro peso è amplificato dalla posizione che occupa e dalle implicazioni che ogni sua dichiarazione può avere sulla scena internazionale.
Se condividi questi valori, aiutaci a diffonderlo condividendolo con quante più persone possibile.
La nostra voce unita può fare la differenza per promuovere trasparenza, correttezza e rispetto delle regole per tutti, senza privilegi.
Chiedo a ciascuno di voi di inoltrare questo messaggio a quante più persone possibile, per organizzarci e dare una risposta collettiva al termine di questa iniziativa.
L’obiettivo è quello di: sensibilizzare il Paese e preparare il terreno per una legge di iniziativa popolare.
Ecco i punti principali della proposta:
Retribuzione trasparente e limitata nel tempo: deputati e senatori saranno pagati solo durante il loro mandato.
Pensione equa per tutti: deputati e senatori contribuiranno al sistema previdenziale generale, come tutti i cittadini. Il fondo pensionistico del Parlamento sarà trasferito alla previdenza sociale.
Stop agli aumenti autogestiti: deputati e senatori non potranno votare i propri aumenti di stipendio.
Leggi uguali per tutti: deputati e senatori saranno soggetti alle stesse leggi degli altri cittadini.
Mandati limitati: il Parlamento non sarà più una professione. I parlamentari potranno essere eletti per un massimo di 3 legislature.
Riduzione della politica inutile: tagliare del 30% il numero di politici (consiglieri comunali, provinciali, regionali, deputati e senatori) ed eliminare enti inutili o duplicati.
Meno consulenti, meno sprechi: ridurre del 50% il numero di consulenti negli uffici politici e limitare le loro retribuzioni.
Pensioni di reversibilità eque: i benefici saranno destinati solo al coniuge superstite, come previsto per tutti i cittadini.
Il momento di agire è adesso!
Correggiamo gli abusi e riportiamo l’equità nelle istituzioni.
📢 Diffondi questo messaggio!
Se ogni destinatario lo inoltra a 20 persone, in soli 3 giorni potremo raggiungere una vasta rete di cittadini.
Nota: se non condividi questo messaggio, sentiti libero di ignorarlo. Nessuno ti obbliga. Ma se sei d’accordo, fai la tua parte!
Mentre gran parte del mondo sembra entusiasta per l’attuale governo siriano, io nutro forti dubbi riguardo alla sincerità delle dichiarazioni del leader Ahmad al-Shara, precedentemente noto come Abu Mohammed al-Jolani.
Non posso fare a meno di pensare che dietro le sue belle parole si celi l’intenzione di ripristinare un modello di governo simile a quello dell’Afghanistan sotto i “Talebani”.
A differenza di Papa Francesco, che si è mostrato ottimista nel recepire i segnali di apertura verso la comunità cristiana, io sono convinto che le azioni intraprese siano semplicemente una facciata per guadagnare tempo e rinforzarsi militarmente, riprendendo poi atteggiamenti che hanno già caratterizzato il passato di questo leader.
L’obiettivo non dovrebbe limitarsi a evitare conflitti militari o ideologici, ma a promuovere un concetto di democrazia più inclusivo e rispettoso…
Certo, non possiamo aspettarci un modello ideale nell’immediato, ma almeno un sistema simile a quello della Turchia, che consenta alle donne di vivere con dignità e senza coercizioni, rappresenterebbe un progresso rispetto alla realtà attuale.
Tuttavia, la mia sensazione è che il nuovo governo stia solo cercando di stabilire le condizioni minime per la sopravvivenza, sfruttando gli aiuti internazionali.
Difatti, questa prospettiva si riflette nelle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri siriano, Asaad Hassan al-Shaibani; durante una visita in Qatar, ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le sanzioni, definendole un ostacolo alla ripresa del Paese devastato dalla guerra. Secondo al-Shaibani, “le sanzioni rappresentano una barriera per il popolo siriano, impedendo lo sviluppo e la creazione di partnership con altri Paesi”. Ha ribadito che l’appello a eliminare queste misure non è più legato al regime di Bashar al-Assad, ma è ormai una necessità per la popolazione civile.
Anche il primo ministro del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha riaffermato il sostegno del suo Paese all’unità, alla sovranità e all’indipendenza della Siria. Ed è in questo contesto che i ministri degli Esteri di Francia e Germania hanno incontrato al-Shara a Damasco. Tuttavia l’incontro è stato segnato da polemiche: al-Shara ha stretto la mano al ministro francese, ma ha salutato la collega tedesca, Annalena Baerbock, con un gesto del cuore, citando una rigida interpretazione delle regole del Corano.
Di una cosa sono certo: è fondamentale valutare concretamente l’evoluzione politica di questa dirigenza e verificare se alle promesse seguiranno azioni concrete.
Se ciò non accadrà, sarà necessario pensare a soluzioni diverse. La popolazione civile, ancora presente in Siria, ha bisogno di ritrovare non solo unità d’intenti per il bene comune, ma soprattutto una serenità che manca da oltre mezzo secolo.
Sono trascorsi 450 giorni dall’inizio dell’aggressione a Gaza, e la sofferenza degli sfollati cresce drammaticamente. Pioggia e freddo estremo aggravano una situazione già insostenibile. Migliaia di persone vivono in rifugi improvvisati, incapaci di proteggersi dagli elementi, mentre il mondo sembra incapace di rispondere con l’urgenza necessaria.
In Cisgiordania, la situazione non è meno preoccupante. La Moschea di Al-Aqsa è stata oggetto di incursioni di massa da parte di centinaia di coloni, accompagnate da continui raid delle forze di occupazione in diverse aree. Questi atti non solo aumentano la tensione, ma alimentano un ciclo di violenza che sembra non avere fine.
Nel frattempo, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) ha dichiarato che più di 100 tende a Khan Yunis sono state allagate dalle piogge, lasciando oltre 500 famiglie sulla costa di Gaza in condizioni disperate. L’assenza di infrastrutture adeguate e di un sostegno internazionale concreto rende ogni giorno più difficile la sopravvivenza di queste persone.
Le cifre diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono devastanti: oltre 45.000 persone sono state uccise, e tra queste, il 50% erano donne e bambini. Questo massacro è di per sè un motivo sufficiente per fermare immediatamente il conflitto. La distruzione su vasta scala della Striscia di Gaza non ha precedenti e richiede una risposta decisa da parte della comunità internazionale.
Tuttavia, la pace non può essere raggiunta unilateralmente. Anche il gruppo di Hamas deve assumersi le proprie responsabilità, liberando gli ostaggi israeliani. Solo un gesto di questo tipo potrebbe spingere l’opinione pubblica mondiale a fare pressione per una cessazione definitiva delle ostilità. Senza tale atto, il governo israeliano continuerà con il suo progetto (se pur non apertamente dichiarato) di espulsione sistematica degli arabi dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania.
È evidente come le azioni dell’esercito israeliano, tra cui la distruzione sistematica degli ospedali di Gaza, siano mirate a costringere i residenti a lasciare definitivamente la regione e trasferirsi in Egitto. Questa strategia è stata confermata dal quotidiano Haaretz, che ha riportato come la chiusura degli ospedali faccia parte di un piano per svuotare l’area settentrionale della Striscia di Gaza dai civili.
Nel frattempo, anche in Cisgiordania si verificano incursioni contro luoghi sacri, tra cui moschee, da parte di coloni protetti dalle forze di occupazione. Questi atti non fanno che aumentare il malcontento e la tensione all’interno della popolazione locale.
I colloqui di pace tra Hamas e Israele sono fermi. Le speranze di una ripresa delle negoziazioni sembrano legate all’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tuttavia, l’incertezza rimane alta.
Mentre i residenti nella Striscia di Gaza continuano a sperare che il 2025 porti la fine delle sofferenze e un nuovo inizio, il realismo impone un approccio più cauto. L’attuale programma del governo israeliano lascia poco spazio all’ottimismo.
Una soluzione duratura può essere raggiunta solo attraverso la creazione di uno Stato Palestinese indipendente, che garantisca diritti e sicurezza per entrambe le parti. Senza questo passo cruciale, ogni discussione sulla pace rimane solo una vuota retorica.
L’umanità ha il dovere di agire, prima che sia troppo tardi!!!
Gli eventi recenti in Medio Oriente, dalla Siria al Libano, passando per Gaza, mostrano una realtà sempre più complessa e instabile.
Anche in Iran, la tensione è palpabile: il movimento “Donna, Vita, Libertà“, nato dopo la tragica morte di Mahsa Amini nel 2022, continua a risuonare nei cuori di milioni di persone.
Un grido di giustizia, un appello per la libertà, una richiesta di cambiamento che il regime non può più ignorare. Un suggerimento chiaro per i suoi governanti: agire ora, per evitare la stessa fine dell’ex presidente Assad.
La Guida Suprema Ali Khamenei, nel suo ultimo discorso, ha esortato le donne a resistere a quella che definisce una “guerra morbida” orchestrata dai nemici dell’Iran. Tuttavia, il rinvio della controversa legge sull’hijab e la castità mostra che la pressione, sia interna sia internazionale, sta raggiungendo un punto critico.
Questo rinvio appare come una concessione strategica, ma rivela la crescente fragilità di un sistema incapace di rispondere alle richieste del suo popolo.
L’ipocrisia del regime è evidente: da un lato reprime con violenza ogni forma di dissenso, dall’altro accusa il movimento femminile di essere una marionetta nelle mani di potenze straniere. Ma queste accuse non possono oscurare la realtà: le donne iraniane, con il loro coraggio, stanno sfidando un’intera struttura di potere.
Non possiamo dimenticare le similitudini con altri regimi repressivi caduti sotto il peso della volontà popolare.
Continuare a lodare la resistenza armata di gruppi come Hezbollah, Hamas e Huthi serve ormai a poco!!!
Il vero fronte da affrontare è quello interno: un popolo esasperato dalla corruzione, dalla repressione e dalla mancanza di libertà.
Il tempo del cambiamento sembra essere arrivato. È possibile che il regime iraniano si trovi presto di fronte al suo momento decisivo, forse attraverso una guerra civile o un’ondata di proteste su scala nazionale.
Tuttavia, a differenza delle democrazie instabili emerse da altre rivoluzioni, il popolo iraniano appare pronto a costruire un futuro diverso, fondato su libertà, uguaglianza e soprattutto sul rispetto dei diritti umani.
Il governo in carica sta facendo di tutto per posticipare l’inevitabile. Ma la storia ci insegna che, quando la voce della libertà si alza, nessun regime può spegnerla più.
La politica, quando funziona come dovrebbe, è uno strumento potente per il bene comune.
Tuttavia, è doloroso constatare come troppo spesso essa diventi un terreno fertile per generazioni intere, ciascuna di esse sterile e incompetente.
Parlo di padri, fratelli, figli… sì, intere dinastie che prosperano grazie alla politica, ma che non hanno mai apportato alcun contributo concreto al progresso del Paese!
Questi individui inadeguati non conoscono il merito, non sanno cosa significhi conquistare un risultato con fatica e sacrificio. Hanno sempre vissuto in maniera agiata, beneficiando di privilegi che derivano non tanto dalle loro capacità, quanto dalla loro appartenenza.
Sono il prodotto di un sistema che ha da sempre premiato circostanze come connivenze, raccomandazioni, favoritismi, compromessi… Mi riferisco a tutti quei legami con enti pubblici, associazioni, ordini, fondazioni, logge, e mai a quelle competenze indispensabili. Così, noi cittadini paghiamo il prezzo delle loro carenze.
Alcuni di loro hanno approfittato di gravi circostanze: per esempio, molti hanno fatto carriera grazie alla morte di un familiare per mano della mafia o della criminalità organizzata (la stessa che, grazie allo scambio di voti, ha poi permesso ai loro discendenti di rimanere al potere). Un cinico sfruttamento del dolore e del sacrificio che rende la situazione ancora più amara.
E mentre loro godono di stipendi, vantaggi e potere, la collettività affronta sfide sempre più dure: un sistema sanitario in crisi, un’istruzione trascurata, infrastrutture che crollano, e opportunità per i giovani che si riducono drasticamente.
La verità è che queste generazioni non solo non costruiscono, ma sottraggono risorse preziose che potrebbero migliorare la vita di tutti noi.
È giunto il momento di rifiutare la politica come rendita di posizione, un comodo rifugio per chi non è in grado di contribuire realmente.
È tempo di scendere in piazza, anche per chi, attualmente sovvenzionato da quel sistema che attraverso le briciole ha comprato il loro immobilismo, ha il dovere di alzarsi!
Dobbiamo chiedere responsabilità, trasparenza e merito. Solo così possiamo sperare in un futuro in cui chi governa lo faccia per il bene di tutti, e non solo per il proprio tornaconto.
È tempo di spezzare queste catene di favoritismi e inefficienze, prendere esempio da Paesi più democratici, e pretendere il cambiamento necessario. Il futuro non può più essere affidato a chi si aggrappa al passato, senza offrire nulla di nuovo!
In quanto associato ad ADUC (Associazione Diritti Utenti e Consumatori), mi permetto di condividere un post ricevuto che condivido pienamente…
Essendo Luglio il primo mese di vacanze “a tutto tondo”, sono venuti al pettine i problemi che la politica si è trascinata perché – destra o sinistra fanno poca differenza – giocava solo a prendersi più consensi elettorali.
Le spiagge demaniali, occupate da balneari in modo illegale e non sottoposte a gara da parte dell’amministrazione centrale e locale, continuano a pagare affitti irrisori allo Stato, a chiedere cifre iperboliche per i servizi ai consumatori e ad impedire la concorrenza.
I taxisti fanno altrettanto: bloccate di fatto le nuove licenze da parte dell’amministrazione centrale e quelle locali, la loro penuria e il loro costo continuano ad essere un disservizio in generale e una pessima presentazione per i turisti che a milioni affollano il nostro Paese.
Ultimo “nodo” il tilt, che si preannuncia anche peggiore per agosto, del trasporto ferroviario (per capire, un solo esempio: nel 2009 sulla tratta Milano-Roma passavano in un anno 16.439 treni ad alta velocità, oggi, senza nessuna modifica strutturale, ne abbiamo 51.538).
Che, per restare in materia trasporti va di pari passo con il trasporto aereo e i servizi aeroportuali, il cui “nodo” è di moltiplicazione dei voli, tariffe da rapina di compagnie fatte solo per fare soldi e che ignorano concetto e pratica di servizio di pubblica utilità… tutte lì su aeroporti che sono contenti di spartirsi le fette di guadagni.
Treni e aerei le cui normative per lenire i disservizi ai passeggeri, si avvalgono di leggi fatte solo per trasformare i consumatori in elargitori di soldi senza diritti.
E questo elenco è solo quello dei trasporti… che dire di una legge fatta per combattere le liste d’attesa sanitarie e che, enunciando una serie di principi, ci fa sapere che POI dovrà trovare i soldi per farlo. POI…
Insomma, Luglio, il mese in cui si raccolgono le schifezze che si sono seminate.
Vorrei ricordare come Aduc s’interessi principalmente d’intervenire sul piano esecutivo su parecchie circostanze come ad esempio:
* le multe dei Comuni per fare cassa (soprattutto autovelox) continuano ad arrivare e, impugnate davanti ad un giudice di pace, si riesce a lenire il prelievo di soldi delle vittime;
* continua ad essere necessaria l’informazione sulla fine del mercato tutelato dell’energia. Diversi i nostri interventi sul nostro web e a livello mediatico.
* rimborsi da commercianti che hanno violato i contratti di acquisto;
* il mese appena trascorso è stato tragico per i trasporti, Siamo presenti in diversi momenti di informazione e stiamo assistendo molti passeggeri vittime di questa situazione.
* accordi per contese condominiali.
* attivo un servizio di recupero del mal-pagato per le rate di mutui nel periodo 2005-2008, che seguivano un tasso euribor ritenuto errato (troppi soldi) da Antitrust e Cassazione. La cosa non è semplice ma i legali Aduc sono al lavoro;
Ma non solo, ADUC è presente attraverso il piano informativo e di denuncia con articoli, editoriali, notizie pubblicate su http://www.aduc.it, Facebook/Meta e Twitter/X.
Quindi se vuoi prova a divenire socio; ricordo a tutti che l’associazione è no profit, basata sul volontariato e, per scelta, non prende finanziamenti pubblici e pubblicità, ma sopravvive solo grazie alle donazioni.
Mi chiedo spesso dov’è sia in questa mia terra la società civile…
D’altronde osservo quotidianamente come la maggior parte di essa non s’indigna minimamente su quanto abitualmente accada…
Sì… ho l’impressione che essi per farsi “sentire”, attendano esclusivamente quelle commemorazioni, già… le giornate della memoria e dell’impegno in ricordo delle innocenti vittime delle mafie, chissa… forse per pulirsi la coscienza, già… visto che poi, per il resto dell’anno, fanno in modo che non vi sia nulla per cui lamentarsi.
Tra l’altro vorrei ricordare ai miei conterranei che questa loro terra, già…la Sicilia, rappresenta il luogo in assoluto più adeguato percommemorare tutte quelle vittime di mafia, dal momento che proprio quell’associazione criminale ha commesso, per ogni giorno dei 365 giorni dell’anno, un omicidio a dimostrazione – per chi non lo sapesse – che quell’associazione criminale non si è risparmiata di commettere quei crimini mai… neppure un giorno!!!
Ora quindi, far finta o non evidenziare consapevolmente che la mafia sia presente ovunque e qualcosa d’ipocrito e aggiungerei meschino, sapendo come essa viceversa influenzi costanemente attraverso quel potere economico e finanziaro, ogni aspetto della nostra vita sociale!!!
Ha detto bene Papa Giovanni Paolo II, quando denunciando il crimine mafioso, definì in parte giustamente i siciliani: “Popolo che ama la vita, oppresso da una civiltà della morte”, ma forse ha dimenticato di completare la frase dicendo: “e che continua con il proprio sostegno a sostenere quei suoi carnefici“!!!
Abbiamo visto tra l’altro come durante l’arresto del defunto boss, Matteo Messina Denaro, vi sia stata una limitata esultanza per un arresto così eccellente, già…da parte di quei suoi acquisiti “compaesani” e difatti solo dopo alcuni giorni, quando tutti i media/social si erano scatenati contro quel paese adottivo del boss stragista, improvvisamente si è deciso di scendere in piazza!!!
La verità è che il cammino è ancora lungo, in quanto per sopraffare sconfiggere questa diffusa illegalità c’è bisogno di mettere in campo impegno e costanza e soprattutto una decisa collaborazione dei cittadini; ma fintanto che quest’ultimi continuano a girarsi dall’altra lato, fino a quando ciascuno evidenzia di salvaguardare il proprio orticello a scapito del futuro della collettività, beh… quel sistema collaudato “mafia”, continuerà a prosperare e soprattutto ad estendere ogni tentacolo nella società civile!!!
D’altronde ditemi, con una politica che non prevede alcun ricambio generazionale o quantomeno l’interscambiabilità di quei ruoli, già… con quelle “famiglie” che da sempre si trasmettono – quasi fosse un codice genetico – quelle poltrone, ditemi come si pensa di voler cambiare questa terra???
Peraltro abbiamo visto proprio in questi giorni nei Tg nazionali, che per sole 50 euro i cittadini vendano la propria dignità per un voto elettorale; basta una semplice busta di supermercato basta per farsi comprare, ma d’altronde i siciliani da sempre vivono questa loro isola, barattando quella loro pusillanime presenza col profitto, sì… tutto è ridotto ad esser merce di scambio!!!
Perchè combattere la mafia vuol dire lottare, creare una vera democrazia, la stessa che non permetta più disuguaglianze, ma che al contrario contrasti, corruzione e illegalità; è tempo di credere nuovamente nello Stato e nella giustizia, senza delegittimare la magistratura insinuando il sospetto di una giurisdizione deviata e provando così con l’aiuto di tutti a realizzare una società libera e slegata dalla mafia, che garantisca quei diritti fondamentali come lavoro, studio, casa, ma soprattutto che ridia nuovamente dignità e libertà alle persone.
Quanto sopra rappresenta un sogno, sì… il mio!!! Certo forse un giorno si realizzerà, in quel momento sicuramente non sarò più tra voi, perché credo che i giovani sapranno fare la differenza, d’altronde è di loro il futuro (noi siamo il passato…), un avvenire che si dimostra per ciascuno di loro, ahimè incerto!!!
D’altro canto, auspicare un improvviso cambiamento da parte di decrepiti genitori e/o di miei coetanei, è una chimera!!!
Essi infatti hanno alimentato nel corso di questi lunghi anni quel contagio e sono certo che se potessero finalmente liberarsi da quelle catene, già… se solo per un istante avessero il coraggio di dire ciò che realmente pensano di questo colluso e corrotto sistema, sono certo che al mio desiderio di cambiamento, essi controbbatterebbero senza alcuna indecisione, con il titolo d’apertura: Sig. Costanzo: vede… noi non dobbiare lottare contro la Mafia, perchè noi siamo la mafia!!! D’atronde a noi…è andata bene così, quindi, perché cambiare…
Pochi sanno che la parola Pasqua significa “passare oltre“, quindi ripartire…
Si iniziare d’accapo, il concetto di rinascere, uniziare una nuova vita, la stessa che veniva a suo tempo negata dal faraone, che per l’appunto impediva agli Ebrei stanziati in Egitto la libertà e quindi di poter partire per recarsi nella “terra promessa”.
Parliamo naturalmente di un racconto biblico e non tutti sono d’accordo nel volergli credere, d’altronde noi cristiani ad esempio per Pasqua, indichiamo il passaggio dalla morte alla vita di Gesù Cristo, quasi ad intendere una vita nuova, liberati dal peccato con il sacrificio sulla croce e chiamati a insieme ad egli a risorgere…
Ma anche per gli arabi la Pasqua è una ricorrenza importante, difatti con la Pasqua Islamica (l’Eid al-Adha) s’intende la festa del sacrificio: con tale celebrazione si ricorda il sacrificio del profeta Abramo, primo patriarca dell’islam. Dio infatti, lo mise alla prova, ordinandogli di sacrificare Isacco, suo figlio…
Già… sembra incredibile eppure le tre piu grandi religioni monoteiste festeggiano contemporaneamente la Pasqua ed allora mi chiedo: come sia possibile che viceversa, non si riesca a trovare in questo giorno di festività un momento per “passare oltre” e cercare in tutti i modi la pace!!!
Tra l’altro, la circostanza più vergognosa a cui sto assistendo è il voler utilizzare per l’ennesima volta quelle metodologie coercitive per affermare i propri diritti a scapito degli altri, provando così a reprimere con la forza quando si potrebbe ottenere attraverso il dialogo!!!
D’altronde vorrei ricordare come non esiste alcuna legittimità o diritto giuridico che stabilisca quale sia la corretta procedura per affermarla dal punto di vista internazionale.
Nessun conflitto difatti può esser ritenuto valido o legittimo, neppure un conflitto preventivo o una guerra compiuta nei confronti di quei paesi che evidenziano il mancato rispettono per i principi democratici, ma ciò non significa coinvolgere tutta la comunità internazionale per confrontarsi militarmente o per prendere posizioni che obbligano anche gli altri stati con meno peso nella coalizione, a dover partecipare ad un eventuale conflitto, se pur legittimo.
Non esiste quindi una guerra moralmente giusta, perché qualsiasi conflitto anche se considerato intervento umanitario, indipensabile ad esempio per evitare genocidi o stragi di innocenti, può essere utilizzato quale attenuante per ribaltare un regime oppressivo, sanguinario o anche estremista.
Promuovere la guerra significa procurare una quantità enorme di morti violente, lo sanno bene eppure da sempre l’umanità è in guerra e non riesce a vivere senza creare nuovi conflitti, quasi che la morte li debba inseguire (già… come quel film intitolato “Final destination”), ma d’altronde essa è sempre tra noi presente, ci accompagna e soprattutto non ci lascia mai, già… ci tiene legati a un filo, ma mentre in tempo di pace possiamo combatterla (auspicando che gli altri diano una mano), in guerra viceversa siamo soli, già… noi soli contro una parte dell’Umanità che non solo spera nella nostra morte, ma ahimè la promuove attivamente attraverso le armi!!!
I poteri forti ci hanno da tempo illuso che solo attraverso la guerra saremo liberi, sì… che basterà semplicemente ditruggere i nostri nemici per diventare immortali!
E quindi invece di riflettere su come potremmo superare questo nostro limite e cioè attraverso l’assunzione di una corretta responsabilità che ci permetta di difendere non soltanto noi stessi e/o chi riteniamo esser nostri alleati, ma di rapportarci e quindi dialogare, proteggere e garantire, quelle che rappresentano le altrui autonomie e sovranità, se pur lontane dai nostri valori democratici.
Bisogna quindi che tutti coloro che sono attualmente coinvolti in un conflitto armato, dimostrino di saper fare un passo indietro, principalmente ascoltando le ragioni dei loro attuali contendenti e quindi proponendo ad essi una eventauale soluzione pacifica, che conduca alla fine di qualsivoglia conflitto in corso.
Perchè se si continua a farsi logorare dalla vendetta, se si pensa che giungerà un giorno in cui (forse) alla fine del confilitto ci si potrà ergere a vittoriosi, ecco, nel momento in cui non si penserà più alle vite umane perse, allora quanto si è fatto (anche di buono) è diventato ormai del tutto inutile!!!
La vendetta si sa, non è mai stata una buona strategia. Ed è proprio il messagio pasquale ad insegnarci che nel caso in cui si voglia ottenere una rivalsa, beh… la persona nemica resterà più colpita da un perdono inaspettato, piuttosto che da una vendetta attesa!!!
Come sappiamo l’onore può assumere diversi significati a seconda delle culture e/o dei territori ove essa si manifesti.
Abbiamo visto tra l’altro come l’onore venga spesso associato alla virtù dei forti, al coraggio e alla capacità di perseguire con i propri ideali quei valori morali di eguaglianza e democrazia, nonostante le difficoltà poste in campo a causa di chi esercita costantemente pressanti influenze negative al fine d’imporre proprie regole di vita, per ottenere quanto essi vogliono a tutti i costi…
Ritengo comunque che l’importanza dell’onore sia negli anni andata scemando, sí… diminuita, certamente rispetto al passato e ciò si evince dalla mancanza di coraggio nella società civile, in particolare in quei suoi comportamenti, sia individuali che collettivi….
D’altronde pensare che l’onore possa in taluni soggetti determinare coraggio è qualcosa di errato, non sempre accade, anzi solitamente si verifica propriamente il contrario, non esiste infatti alcuna correlazione che promuova benessere a giustizia, per il raggiungimento di una società più equa e rispettosa dei diritti altrui, infatti, vediamo come abitualmente si viene a manifestare quasi sempre un’esigua solidarietà o ancor peggio una mancanza di empatia…
Auspicare quindi che in questo Paese i cittadini possano per una volta provare a difendere i propri diritti o contrastare le ingiustizie presenti, è qualcosa certamente di meraviglioso, ma utopistico, quanto appena espresso infatti non appartiene al nostro e quindi, mancando di fatto di queste cinbesse esperienze, sarà impossibile alla maggior parte di essi, che un qualche gene del coraggio, risvegli in loro la capacità di agire con determinazione!!!
D’altro canto va detto, le condizioni imposte dai governi con le loro politiche, mettono a dura prova la capacità di lottare per i propri diritti o per portare avanti quelle giuste idee e sono proprio queste condizioni che determinano nei cittadini le tante paure, le stesse che impediscono di agire in modo coraggioso e proattivo.
Ma si sa, il coraggio non è una virtù innata, essa potrà se voluta, esser coltivata attraverso l’esperienza e con una continua ricerca di quei valori morali, unici principi fondamentali per divenire finalmente audaci.
Solo in questo modo potremmo creare una cultura unica, solidale e rispettosa nei confronti degli altri e sarà grazie a quel possibile cambiamento che vedremo emergere quella forza interiore e soprattutto quel coraggio, da troppo tempo oppresso e reso muto!!!
Avevo iniziato a scrivere questo post alcuni giorni fa, dopo aver ascoltato ad un convegno – era il 17 febbraio – un intervento sui diritti civili…
Per ragion varie non sono riuscito a completarlo, ma soprattutto mi sembrava corretto chiedere prima un’autorizzazione – quantomeno verbale – a quella relatore (che di fatto non conoscevo) e che solo casualmente in un successivo convegno ho rincontrato, perfezionando così quella mia richiesta.
La persona a cui faccio riferimento è Sandro Mangano e come stavo riportando, da quel palco aveva evidenziato alcuni temi riguardanti i diritti civili…
Esordendo, aveva dichiarato d’aver sempre fatto politica a livello sociale, senza alcuna necessità d’esser iscritto ad un movimento politico, ma soprattutto senza l’ausilio di dover avere una tessera di partito per poter esprimere il proprio pensiero; viceversa, egli stesso è diventato così interlocutore di quella politica che coinvolgesse talune esperienze di vita sociale…
Una scelta voluta la sua… e cioè quella di non essere inserito all’interno di un gruppo partitico: “per non essere comprato da nessuno“!!!
Il suo unico desiderio difatti, è stato soltanto quello di poter interloquire con una parte di quella società che ben conosce, grazie alla sua esperienza di vita che lo vede per l’appunto appartenere al mondo omosessuale…
Un omosessuale – ha dichiarato – che ama i maschi, ma soprattutto un omosessuale che non si vergogna di dirlo!!!
Il motivo di questa sua affermazione, è quella di voler rompere con gli schemi preimpostati della società, abituata a vedere il “diverso” come un pericolo o come un qualcosa da evitare…
Come d’altronde egli stesso dichiara: “Può capitare a tutte le mamme e ai papa d’avere il proprio figlio che viene per dire… sai mamma, papa, mi sono innamorato di un uomo”!!!
Sappiamo bene tutti cosa accade solitamente in quelle circostanze: “nei casi migliori lo si butta fuori di casa, nei casi peggiori si utilizza la violenza fisica o ancor peggio si manda quel proprio figlio/a in un “Centro Igiene Mentale” o dall’amico psichiatra, affinché egli possa attuare quelle necessarie cure riparative”…
Ecco perché Sandro Mangano da quel palco, rivolge un auspicio a tutti gli uomini e donne presenti durante quell’evento, individui appartenenti alle Istituzioni, in particolare egli cerca di trasmettere un messaggio da questa terra… la sua Sicilia, perché da qui possa nascere quella differenza che non sia esclusivo appannaggio di una sinistra…
Perché i diritti civili non vengono votati solo da chi è di sinistra: “un soggetto può essere gay e votare per la destra”!!!
Bisogna quindi finirla con quella falsa moralità, con quell’essere sessualmente ambigui o per meglio dire “transessuali“, un tema quest’ultimo certamente difficile da affrontare in un convegno e quindi – premesso che egli dichiara di non aver nulla contro quella minoranza “transgender” – dichiara però che è tempo da parte loro che compiano una scelta di diritto: non si può essere transessuale e mantenere nello stesso tempo quel percorso o quei determinati organi che non le appartengono…
Per entrare nello specifico… “sei un uomo… e ti senti prigioniero in un corpo di donna, vuoi fare un percorso di transessualità…??? Lo Stato ti deve accompagnare a trovare quella tua voluta identità… quella pace interiore ricercata; ma se vuoi mantenere una doppia identità, una duplice figura esclusivamente per fini personali, non puoi chiedere allo Stato un diritto o un dovere, perché non gli compete!!!
Basta quindi con tutte quelle “particolari” sigle espresse per meglio identificarsi o per voler riconoscere amori naturali che non esistono, perché secondo Mangano, queste sono “Blasfemie“, rappresentano delle condizioni sociali che non possono essere da uno Stato difese, protette o legiferare… Si deve altresì sul diritto di coppia, quello sì…!!! Ma ad un bisessuale che chiede un diritto, prima bisogna fare in modo che egli si riconosca…
Ciascuno di loro deve prima di tutto dichiarare e stesso, i suoi gusti personali, cercando di comprendere quelli che successivamente dovranno essere i suoi diritti, ma soprattutto i suoi doveri…
Ma oggi, ad un bisessuale… cosa può dire lo Stato: Sei libero di fare nella tua camera da letto quello che vuoi, ma non puoi rappresentare un tema “astratto” su cui dover riflettere…
Le diversità – logicamente – non sono soltanto quelle sessuali, ma anche quelle della disabilità, perché tutte le persone hanno la prerogativa d’esser libere da qualunque discriminazione, per poter godere ampiamente dei propri diritti civili, culturali, economici, politici e sociali…
Ho letto che a breve (dal 29 al 31 Marzo) è in programma a Verona il “Congresso Mondiale delle Famiglie”… e rappresenta un tema attuale tanto caro a molti e sul quale è intervenuto peraltro anche lo stesso Sandro Mangano (attivista per i diritti omosessuali e fresco di nomina coordinatore del dipartimento Diritti Civili di #DiventeràBellissima).
A differenza di ciò che in molti potrebbero pensare, Mangano si è schierato a favore del Congresso e ne spiega i motivi: “Troppa retorica, opportunismo e propaganda politica dietro le barricate sul Congresso Mondiale delle Famiglie.
È ora di finirla con gli stereotipi e iniziare a pensare in chiave liberale: io dico fortemente Si. Penso che tutto ruoti attorno al senso autentico della libertà di espressione, quella libertà che qualcuno vorrebbe limitare, utilizzando le vecchie contrapposizioni ideologiche tra destra e sinistra, precludendo a un omosessuale di sostenere i valori della famiglia, quando invece la famiglia è un patrimonio da tutelare, oggi più che mai. Magari ci sarà molto da discutere sul concetto di famiglia, ma di certo non è privando i cittadini di uno spunto di dialogo e confronto che daremo l’esempio di un Paese democratico e civile quale pretendiamo di essere. Io dico ‘Sì’ alla famiglia: una famiglia che accoglie e non discrimina; che tutela i figli e i loro orientamenti, che li guida a essere persone migliori. Di questo l’Italia ha davvero bisogno”!!!
Diceva bene Herbert Marcuse: “Questa società cambia tutto ciò che tocca in una fonte potenziale di progresso e di sfruttamento, di fatica miserabile e di soddisfazione, di libertà e d’oppressione. La sessualità non fa eccezione…”.
Il Venezuela… rappresenta come dice il titolo, l’ultimo atto di una politica di prevaricazione nei confronti di quell’America latina, le cui scelte in questi anni, sono state frutto di decisioni esterne ai loro leader, ma di coloro, che nulla hanno a che fare con quei paesi…
La chiamano america latina… e raggruppa tutti quegli Stati che ai tempi non si riusci ad unificare in un grande sogno, i quali diedero vita a tutta una serie di stati e staterelli, che ispirandosi a democrazie europee o a socialismi liberali, rivoluzionarono quelle regioni, senza comunque mai interferire tra essi come ad esempio giungendo a scontri armati…ditta
Come dimenticare ad esempio le azioni di forza compiute nella rivoluzione di Cuba da Fidel Castro e Che Guevara, oppure la presa del potere compiuta dal generale Pinochet…
Certo ci sono state situazioni più costituzionali come quella di Frei in Cile nel 64′ oppure nel 69′ del Presidente Caldera nel Venezuela…
Abbiamo contato dal dopoguerra ad oggi, colpi di stato, rivoluzioni, dittature, forme di governo instabili che a seconda dei periodi sono andate sviluppandosi, già… uno strano percorso quello compiuto da quei paesi, è dire che con le grandi ricchezze naturali che possiedono, dovrebbero essere uno dei dei luoghi più ricchi del mondo…
Ed invece, stranamente non è così!!!
In quelle nazioni si muore di fame, sono paesi da sempre sottomessi alle politiche internazionali, che guardano a quella parte di continente come un qualcosa da sfruttare… ecco perché emergono tutti quei problemi sociali, quelle enormi periferie a modello ghetto, dove si vive ogni giorno nella violenza e nel terrore, senza che lo Stato mai, si preoccupi per loro…
La sperequazione dei redditi a così elevata da aver prodotto due tipi di categorie: una ricchissima e l’altra poverissima e nel mezzo una borghesia che annaspa per mantenere di fatto quegli Stati!!!
Sono passati solo pochi anni dalla crisi economica che ha visto prima l’Argentina e poi il Brasile e poi dopo anni di silenzio, a causa d quanto accaduto in Venezuela con il presidente Chavez, ci si è ricordati di quell’America latina, già… fortemente penalizzata a causa delle politiche di mercato internazionali….
Se si pensa che proprio il Venezuela, possiede oggi la più grande riserva di petrolio del mondo, ma stranamente, la ricchezza derivata dal greggio non si è trasformata in un reale sostegno per quei suoi connazionali, per come proprio l’allora presidente Chavez aveva promesso durante l’elezioni, ma che poi il tempo o forse la febbre di megalomania, ha fatto scordare…
Ed oggi la storia si ripete, sì con quel suo erede… Nicolàs Maduro, che in questi anni non è riuscito a risollevare le sorti del paese, ma anzi lo ha affossato!!! L’inflazione è alle stelle… si pensi solo che lo stipendio attuale è di circa 20 euro al mese, un’economia allo sfascio con beni di prima necessita introvabili, anche i rifornimenti sono sprovvisti di carburanti, senza parlare di medicine e di generi alimentari…
E di pochi mesi le proteste violente di un paese che ha chiesto le dimissioni del suo leader, il quale ha rifiutato l’ultimatum (imposto da sette Paesi europei) ad indire elezioni anticipate, dopo che c’è stata l’autoproclamazione a capo di Stato da parte di Juan Guaidò… Maduro, intervistato ha dichiarato a tutti coloro che chiedono la sua uscita di scena: “Non cederò alla pressione“!!! Nel frattempo il nostro paese non ha ancora preso una posizione e difatti lo stesso Guaidò a riguardo a dichiarato: “non è facile comprendere le posizioni del governo italiano”, ma ciò di cui non si tiene conto è che in questi ultimi quindici anni, sono morte a causa di azioni di repressione circa 250mila persone, commesse – secondo Guaidò – dal governo nazionale venezuelano, in violazione a tutti i diritti umanitari… Uscire da questa impasse è veramente difficile, con un ristagno politico ed economico, un parlamento eletto ma nei fatti bloccato, con la popolazione scesa in piazza per far valere i propri diritti, ed un esercito pronto a sostenere il governo di Maduro, facendo valere la propria forza… Anche Papa Francesco è stato chiamato in causa… e si è subito messo a disposizione, solo nel caso in cui però questa richiesta venga fatta da entrambi i contendenti: “Vedrò cosa si può fare, ma la condizione iniziale sia che ambedue le parti lo chiedono. Noi siamo sempre disposti, è come quando la gente va dal parroco per problemi tra marito e moglie: occorre la volontà di entrambi”!!! L’augurio è che si possa giungere in maniera celere alla risoluzione di quella crisi politica, che d’altro canto ritengo debba passare dai venezuelani, gli unici d’altronde che hanno in fondo le vere sorti del paese, tutti gli altri viceversa debbono stare fuori a guardare quanto avviene lì… Peraltro molti di loro, hanno già dimostrato di avere in questi lunghi anni, solo ed esclusivamente forti interessi economici, per cui è meglio ora che stiano soltanto zitti!!!