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“Mors tua vita mea”: quando il lutto (per un familiare “vittima della mafia”) diventa a tutti gli effetti… un lasciapassare!


Ci sono storie che iniziano con un lampo improvviso, un boato violento, un frastuono sordo e profondo, un confuso baccano e un fracasso di grida. 

E poi… un nome (o più di uno…) letto tra le righe di un giornale, o pronunciato con voce rotta da un telegiornale.

Sono storie che segnano un prima e un dopo, che incrinano l’adolescenza come un gelo improvviso su un vetro ancora caldo.

Ma stranamente, anche in quelle crepe, a volte, crescono delle piante storte. Parlo di chi ha avuto il dolore come un’eredità involontaria, di chi ha visto un padre, un fratello, un figlio, portato via dalla violenza di chi decide della vita e della morte senza che la legge possa opporsi. 

Un lutto che avrebbe dovuto essere – mi riferisco soltanto a taluni soggetti di cui avrei molto da dire, nome e cognome compresi, ma che qui mi limito a suggerire tra le righe, perché la verità, si sa, è sempre un’ottima causa per una querela – una ferita aperta, e che invece per qualcuno è diventato, con il tempo, un lasciapassare. Già… quasi fosse una tessera per un club esclusivo, quello dei “parenti delle vittime“, dove l’ingresso si paga con le lacrime, ma dove, una volta dentro, ci si può sedere comodi sui banchi del potere.

Eppure, ciò che colpisce non è tanto l’aver beneficiato di una visibilità immeritata, quanto il silenzio che segue. Il silenzio assordante di chi, dopo aver pianto in pubblico nei giorni degli anniversari, dopo aver prestato il proprio volto alle commemorazioni, dopo aver permesso che i giornalisti scattassero foto mentre deponeva un fiore, torna a casa e si dimentica. Si dimentica che quel fiore non basta. Si dimentica che la memoria non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano.

E si trasforma, questo figlio del dolore, in un ingranaggio del sistema che pure ha condannato a parole; perché il contrasto alla mafia non si fa con gli “hashtag” o con i “tweet” compunti, non si fa con i discorsi scritti da altri, nei quali le parole sono pesate come monete per non offendere nessuno, per non sporcarsi le mani. Il contrasto si fa ogni giorno, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni, nei voti parlamentari, nelle scelte amministrative, nelle firme apposte. E lì, troppo spesso, questi signori del dolore istituzionalizzato brillano per la loro assenza.

Osservandoli da vicino, si ha l’impressione di assistere a una recita mal riuscita. Li vedi partecipare a convegni, presiedere commissioni, stringere mani, e poi, quando si tratta di votare una legge che davvero possa colpire i patrimoni delle cosche, eccoli lì, guardinghi, possibilisti, pronti a trovare un compromesso. O peggio ancora… li vedi coinvolti in circostanze opache, in decisioni ambigue, in scelte che profumano di opportunismo politico, che persino un cittadino distratto fa fatica a digerire.

Si rendono ridicoli, a volte, con certe loro uscite, già… a metà tra il sacro e il profano, quasi che il ruolo istituzionale che ricoprono non sia frutto di una carriera sudata, ma di una delega in bianco firmata dal destino avverso. Un lascito che si trasformano in un salvacondotto per commettere gli stessi errori, le stesse omissioni, che hanno reso possibile quella loro stessa tragedia. Perché qui il paradosso è evidente: chi ha toccato con mano la brutalità del potere criminale dovrebbe essere il primo a alzare un muro, a gridare, a chiedere conto. Invece, spesso, si assiste a una metamorfosi inquietante.

La vittima diventa spettatore, lo spettatore diventa comparsa, la comparsa diventa complice! Non in modo esplicito, badate bene, ma attraverso quella forma subdola di complicità che è l’indifferenza. L’indifferenza verso le nuove povertà, verso i giovani che crescono nelle periferie e che la mafia la vedono come unica via, verso gli imprenditori onesti che vengono estorti e non trovano ascolto. L’indifferenza che è il vero carburante della criminalità organizzata.

E allora mi viene in mente quella locuzione antica, dura come un ceppo, che suona “Mors tua vita mea“. La tua morte è la mia vita. Ma qui non si tratta solo di un’ascesa politica o sociale. È più sottile, più viscerale. Si tratta di aver trasformato il sangue versato in linfa per una carriera. Di aver fatto del sacrificio di un familiare il trampolino per una poltrona, e di essersi poi seduti su quella poltrona dimenticando che sotto c’è la terra che ha bevuto quel sangue.

Non chiedo a questi soggetti di essere santi, né di vestire i panni del martire in eterno. Chiedo però coerenza. Chiedo che il dolore non venga usato come un parafulmine per schermirsi dalle critiche, ma come una spada per tagliare i nodi di un sistema malato. Invece, troppo spesso, assistiamo all’opposto: la spada viene riposta nel fodero, e chi la impugna la usa solo per fare un saluto formale, un gesto coreografico, prima di tornare a occuparsi di ben altro, dei propri affari, delle proprie alleanze, del proprio tornaconto.

E così, quello che poteva essere un esempio di riscatto, un faro per chi lotta ogni giorno contro l’oppressione mafiosa, diventa l’ennesima, stanca, deludente fotografia del potere che si nutre di tutto, anche del dolore più intimo. Diventa la prova che la morte, a volte, non serve a niente. Perché se neanche chi l’ha subita in prima persona trova la forza di trasformarla in cambiamento, allora la morte resta solo un fatto di cronaca, una pagina ingiallita, un ricordo sbiadito che riemerge solo quando fa comodo, solo quando l’opinione pubblica deve essere blandita con qualche lacrima di circostanza.

Forse è questa la vera sconfitta di chi (anche come me…) lotta ogni volta che può… contro la mafia: non i colpi sparati, non le minacce, non le intimidazioni, ma vedere che il testimone del dolore viene raccolto da mani che subito lo posano, per poi allungarsi verso altri scranni, altri favori, altre zone d’ombraSì… è una sconfitta che si consuma nel silenzio, nelle aule dei palazzi, nei corridoi del potere, dove le parole sono sterili e i fatti sono assenti.

E allora, da cittadino onesto che legge e osserva, mi chiedo: a cosa è servito quel lutto? A cosa è servita quella vita spezzata, se la sua memoria diventa solo un’occasione per fare carriera, per ottenere visibilità, per ricoprire ruoli dai quali, poi, non si muove un dito per cambiare davvero le cose? È una domanda amara, che resta sospesa come il fumo di una sigaretta in una stanza vuota.

Eppure, non voglio cadere nella facile rassegnazione. Perché se c’è una lezione che la storia ci insegna, è che il cambiamento nasce sempre dalla coerenza di pochi non dagli opportunismi di molti. Quei pochi che hanno perso tutto e hanno fatto della loro perdita una bandiera, ma una bandiera pulita, sventolata con forza anche quando il vento spirava contrario. A loro va il mio rispetto, non a questi altri che si sono seduti sulle macerie della loro stessa infanzia per guardare il mondo da un’altezza che non gli appartiene.

Perché il dolore non nobilita automaticamente chi lo subisce, lo nobilita solo il modo in cui lo si trasforma in azione. E l’azione, qui, è mancata. È mancata per decenni, sostituita da un eloquio raffinato e vuoto, da una presenza scenica che non scalfisce il muro dell’omertà. Forse è tempo di smetterla di confondere la vittima con l’eroe. Di smetterla di attribuire virtù a chi ha solo avuto la sfortuna di incrociare il cammino della violenza.

Perché la violenza, si sa, non rende migliori. Può rendere più amari, più saggi, più ribelli, ma può anche rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E in quest’ultima categoria, temo, rientrino molti di coloro che oggi siedono nei luoghi delle decisioni, sussurrando parole di circostanza mentre intorno il sistema marcisce. La loro presenza, più che un monito, diventa un alibi. Un alibi per chi non vuole cambiare, per chi trova comodo che la lotta alla mafia si riduca a una performance mediatica, a una recita annuale che placa le coscienze e lascia intatti i poteri forti.

Ma il tempo, si sa, è giudice severo. E prima o poi, la storia farà i conti con questi signori del dolore a rate. Li giudicherà per quello che hanno fatto, ma anche per quello che non hanno fatto, per le leggi non firmate, per le denunce non fatte, per i tentacoli mafiosi non recisi quando potevano esserlo. E allora, forse, si capirà che il vero atto di accusa non sta nella violenza subita, ma nell’uso che se ne è fatto dopo.

Nell’aver scelto di trasformare una ferita in un distintivo, e quel distintivo in uno scudo, per poi nascondersi dietro lo scudo ogni volta che la piazza chiedeva azioni coraggiose. Questo è il punto: il coraggio non si eredita, non si compra, non si ottiene per procura. Il coraggio si sceglie ogni giorno, e ogni giorno lo si dimostra con i fatti, non con le commemorazioni.

Perciò, mentre scrivo queste righe, guardo con occhi diversi chi porta il nome di un caduto come fosse un titolo nobiliare. Lo guardo e cerco le tracce di quella lotta che avrebbe dovuto intraprendere. Ma le cerco invano, perché trovo solo cenere di parole, solo retorica stantia, solo quel conformismo che è la prima, vera, nemica della giustizia.

E allora mi fermo, e penso a quell’adolescente che ha perso il fratello, a quella figlia che ha perso il padre, a quella moglie rimasta vedova, a tutti quei familiari che hanno visto la morte entrare in casa. Penso a tutti loro e prego per quei loro cari. Ma poi, penso a lui, non a quello che è diventato. Penso al dolore autentico, a quello che non si mette in scena, a quello che non cerca voti o consensi.

Ed è in quel pensiero che trovo la forza per non arrendermi, per continuare a chiedere a gran voce che la memoria non sia un’occasione, ma un impegno. Ma soprattutto, voglio fargli sapere ciò che penso realmente di quel suo mancato “fare“, e di come non vorrei che un giorno – andandosene via – potesse credere che tutti, in questo Paese, volessero ringraziarlo. No… non è così, ed è per questo che scrivo questo post, affinché egli lo sappia!

Sì… vorrei fargli comprendere, una volta e per tutte, che nel suo caso, quella celebre locuzione “Mors tua vita mea” non ha rappresentato una giustificazione, bensì un monito. Perché la vita che nasce dalla morte altrui, se non è vita spesa per il bene comune, ha rappresentato solo un lento, inesorabile, tradimento.

Tra Giustizia, Legge e i volti di Agosta, Bologna e Bellissima: lo sguardo di un ragazzo in cerca di onestà.


Ieri ho scattato questa fotografia…

È l’immagine del cavalcavia all’uscita di Gravina di Catania, dove i murales restituiscono volti e storie che non dovremmo mai dimenticare: Alfredo Agosta, Salvatore Bologna, Giovanni Bellissima.

Uomini che hanno indossato una divisa e che, per quella divisa e per ciò che rappresentava, hanno pagato il prezzo più alto.

Accanto a loro, un libro aperto su cui campeggiano le parole “giustizia” e “legge“. Ma ciò che mi ha colpito guardando quella parete dipinta, è la figura di un adolescente che li osserva. Il suo sguardo non è distratto, né frettoloso, già… sembra quasi cercare qualcosa: forse un insegnamento, forse un esempio, forse quei princìpi di legalità che quegli uomini hanno incarnato fino all’ultimo respiro, e che oggi, in un mondo che corre troppo veloce, rischiamo di perdere di vista.

Ecco, partendo da questa immagine, non posso fare a meno di ritornare con la mente a un vecchio ragionamento che avevo affidato a questo blog, un ragionamento che nasceva da una definizione asettica, quasi burocratica: quella di “vittima della mafia” che si trova su Wikipedia.

Una definizione che, con la sua freddezza, escludeva di fatto tutti coloro che, in qualche modo, avevano scelto o subito un compromesso con il sistema criminale. Ma è proprio lì che il discorso si fa spinoso, perché esiste un abisso tra chi subisce la violenza della mafia e chi, invece, decide di andarle a braccetto, magari giustificandosi con la crisi, con la disperazione, con la necessità di salvare l’azienda o il posto di lavoro.

Quanti imprenditori, quanti cittadini, si sono nascosti dietro queste scuse? Quanti hanno finora preferito il “sistema” allo Stato, perché con il sistema “si mangia”, mentre con lo Stato, almeno a parole, si rischia di morir di fame? La crisi è stata ed è il terreno fertile su cui la mafia ha gettato i suoi semi, e noi, siciliani, lo sappiamo fin troppo bene. La disoccupazione genera disperazione, e la disperazione, talvolta, genera complicità.

Allora mi sono chiesto, e lo chiedo ancora oggi: dove collochiamo tutti quei soggetti che, nel pubblico e nel privato, si sono trovati, magari senza volerlo, a dover assecondare le richieste dell’imprenditore di un’azienda collusa? Che hanno accettato, magari per paura o, diciamolo pure, per necessità, di essere ingranaggi di un sistema più grande? Ditemi… sono vittime o sono complici? Hanno forse salvaguardato il loro posto di lavoro o forse hanno ricevuto del denaro sottobanco, oppure hanno sperato in un favore per un proprio familiare o per ricevere un sostegno alla propria carriera professionale. Sì… ma a quale prezzo?

È facile, troppo facile, parlare di “vittime della mafia” quando si conosce quel sistema solo per sentito dire, per sceneggiati televisivi o per articoli letti distrattamente sul web. Tutti si improvvisano divulgatori, ma pochi hanno il coraggio di denunciare, di opporsi, di metterci la faccia. Soltanto in pochi hanno dato segno di essere davvero contrari e, soprattutto, non compromessi. Eppure sono in molti a ergersi a giudici, a paladini di una giustizia che – posso affermare con assoluta certezza – non hanno mai praticato.

Ma allora, come chiamiamo coloro che invece hanno scelto l’altra strada? Quelli che hanno detto no, che non hanno partecipato, che non hanno tratto vantaggi, che non si sono mai piegati al sistema clientelare? Quelli che viceversa hanno denunciato, che hanno fatto il loro dovere fino in fondo, sacrificando, a volte, persino la propria vita? Ecco, consentitemi di dire: sono queste le vere vittime.

Non solo per lo Stato, ma soprattutto per l’opinione pubblica. Sono loro, e soltanto loro, che meritano quel titolo. Per tutti gli altri, per favore, troviamo ad essi un altro nome, io ne avrei uno in dialetto siciliano: “Pisciabrodi“!

E in questo flusso di pensieri, il mio cuore e la mia mente tornano sempre a lui, ad Alfredo Agosta, a quel 18 marzo del 1982 quando veniva ucciso barbaramente. La sua storia, come quella di Bologna e di Bellissima, rappresentano una testimonianza irrinunciabile di impegno civile e deontologico. Come ripeto spesso non dovremmo aver bisogno di “Giornate della Memoria” per ricordarli: dovremmo portarli con noi ogni giorno, in ogni nostra azione.

Loro, in un periodo storico violentissimo, non hanno cercato la gloria. Hanno semplicemente fatto il loro dovere, e lo hanno fatto andando oltre, vedendo ciò che altri non volevano vedere, collegando fatti a nomi in un’epoca di omertà e di silenzio. Hanno fatto della loro professione una missione, animati da una passione civile e sociale che oggi fatichiamo a trasmettere ai nostri ragazzi, troppo presi da modelli vuoti e insignificanti.

Proprio per questo, sono onorato di far parte dell’Associazione a lui intitolata, e di aver avuto il privilegio di condividere alcune inchieste con i suoi figli. Condivido pienamente le parole di Giuseppe Agosta, quando afferma che celebrare la ricorrenza è un impegno che va oltre l’ambito personale, e che l’insegnamento del padre è stato quello di stare in questa terra con lealtà.

Un insegnamento che ho fatto mio e che cerco di trasmettere, ogni giorno, a chi mi sta accanto e che ritrovo, vivido, nelle iniziative dell’Associazione, momenti in cui la memoria si fa azione, in cui i giovani vengono messi di fronte a scelte decisive, perché il futuro è nelle loro mani, e sta a loro capire che non si può essere onesti verso gli altri, se prima non lo si è con se stessi.

Rivedo, in quell’adolescente del murales, il simbolo di una speranza. Lui guarda quei carabinieri, quei libri, quelle parole e forse, senza saperlo, sta già compiendo quella scelta che Giuseppe Agosta e tanti altri indicano come l’unica possibile: quella di decidere da che parte stare.

Perché la vita – prima o poi – metterà davanti quei giovani a pressioni, a difficoltà, a momenti in cui sarà più facile piegarsi. Ma come mi disse, quand’ero bambino, un uomo che posò la mano sul mio capo: “Non importa quanto sarai buono o monello, l’importante è che tu sia sempre onesto“.

Era Aldo Moro. E quelle parole, oggi più che mai, risuonano come un’eredità preziosa. Perché l’onestà, la coerenza, la scelta della legalità, non sono concetti astratti. Sono l’unica musica che può accompagnarci attraverso la vita, rendendola degna di essere vissuta, e degna di essere ricordata.

Come loro, Alfredo, Salvatore e Giovanni, ci hanno insegnato…

lo so che mi odiate per quello che scrivo, ma non è colpa mia se anche voi fate parte di quel sistema raccomandato, clientelare e soprattutto corrotto! Il post di oggi non è per tutti, ma solo per chi può permettersi ancora di farlo.


Ieri ho pubblicato un post intitolato “In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte! Link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/06/in-questo-paese-siamo-circondati-da.html – e l’avevo scritto guardando l’ennesima rappresentazione del nostro teatrino nazionale: buffoni e giullari di corte, cicale e sciacalli, poltrone che traballano e parole che non pesano nulla. 

Molti di voi, leggendolo (anche se era un po’ lungo…), mi hanno scritto per condividere, per annuire, per dire “Nicola… hai ragione“. Altri, viceversa, come sempre accade, sono passati oltre…

Uno, in particolare, mi ha sconcertato – e dico “sconcertato” non certo per condivisione, bensì per il coraggio di ammettere l’indicibile – non per dirmi che ero stato troppo duro, non per difendere i giullari del Parlamento, bensì per difendere il sistema stesso. Per dirmi, con una franchezza che quasi ho apprezzato (anche se non ne condivido una virgola), che in questo Paese, tutti hanno bisogno di favori!

Che è così da sempre, che la raccomandazione è il collante sociale, l’olio che fa girare l’ingranaggio, ma non solo, che affidarsi alla classe politica, ai “nostri” rappresentanti, è l’unico modo per sopravvivere in un paese che ti lascia solo davanti a un concorso, a una corsia d’ospedale, a una pratica sepolta in un ufficio comunale.

Certo, quel messaggio mi ha fatto più male di mille insulti, perché non veniva da un nemico, ma da un mio lettore, da uno di quelli che, almeno in apparenza, sono dalla mia parte. E invece no, mi ha scritto: “Ma tu che ne sai? Anche tu, se fossi nei miei panni, faresti lo stesso. Tutti lo fanno. È la vita“.

Ed allora, leggendo queste parole, ho capito che il mio post di ieri era incompleto.

Ecco perché oggi ho scelto di pubblicare anche questa foto. Perché io, in mezzo a questa piazza, ci metto la faccia. Letteralmente. Sono qui, in piedi, riconoscibile, senza schermi né filtri. Perché voglio che sia chiaro a tutti: nessuno potrà mai dire che Nicola Costanzo ha ottenuto qualcosa grazie a una raccomandazione. Nessun ufficio pubblico, nessun ente, nessuna consulenza, nessun incarico istituzionale. Mai. Non ho mai chiesto un favore, non ho mai accettato un aiuto che non fosse il frutto del mio lavoro e delle mie scelte. E questo non è un vanto, è un fatto. Un fatto che mi rende libero di scrivere quello che scrivo, senza dover ringraziare nessuno, senza dover temere nessuno, senza dover dire grazie a qualcuno.

E già che ci sono, lancio una sfida: quanti di voi possono dirlo? Quanti di voi possono mettere una foto in piedi in una piazza e dire con la stessa certezza: “Io non ho mai chiesto nulla”?

Avanti, fatemi vedere. Inviatemi le vostre foto – le più belle che avete, quelle in cui siete in piedi, in mezzo alla gente, riconoscibili, senza filtri – con l’autorizzazione a pubblicarle, beninteso, perché qui non si scherza e io voglio poterle mostrare a tutti. E le pubblico una per una. E poi vediamo cosa succede. Vediamo chi ha il coraggio di mostrarsi, di esporsi, di dire “io sono pulito“. 

Ma attenti però… perché il rischio che qualcuno vi sputtani è altamente alto. Ricordatevi quanti scheletri negli armadi tenete celati. Ricordatevi quei compromessi a cui avete dovuto sottostare per avere quel posto, quella promozione, quell’incarico. Ricordatevi quelle cene con il politico di turno, quelle telefonate al momento giusto, quelle lettere di raccomandazione scritte con la mano tremante ma spedite con la speranza che qualcuno aprisse quella porta. Ricordatevi quei favori che avete chiesto e che poi avete dimenticato, come se non fossero mai esistiti. Ricordatevi di quei silenzi compiacenti, di quelle firme apposte senza leggere, di quelle coscienze messe a tacere per non perdere il posto. Ricordatevi di quando avete taciuto davanti a un sopruso perché “tanto non cambia nulla“, e di quando avete annuito davanti a un ingiusto perché “tutti lo fanno“. Sì… ricordatevi di quella volta che avete scelto la carriera invece della dignità, e di quella volta che avete piegato la testa invece di alzare la voce.

Perché se oggi vi indignate e scrivete “bravo Nicola”, ma dentro di voi sapete di avere uno di quegli scheletri, allora questo post non è per voi. È per chi può ancora guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo. È per chi, come me, ha scelto di non avere nulla da nascondere.

Perché il problema – miei cari lettori – non sono solo i giullari seduti nelle poltrone, il problema siete voi che li cercate, voi che li supplicate, voi che li rendete potenti, uno per uno, con le vostre telefonate, i vostri bigliettini, i vostri auguri, le vostre raccomandazioni. Già… siete voi che li alimentate con la vostra rassegnazione e poi, appena potete, vi trasformate nei loro più feroci critici, come se non foste stati voi stessi a metterli lì, a ingrassarli, a convincerli che sono indispensabili.

Il mio lettore di ieri ha fatto una cosa che molti non hanno il coraggio di fare: ha ammesso ad alta voce che tutti, in questo paese, hanno bisogno di favori. E sapete cosa? Forse ha anche ragione. Forse è vero. Forse il sistema è così pervasivo che persino il più onesto, prima o poi, si trova con il telefono in mano e un nome da pronunciare.

Ma la differenza, la sottile, fondamentale differenza, è questa: io non l’ho mai fatto. E non lo farò mai!

Non perché sia migliore di voi. Ma perché ho scelto, molto tempo fa, che non ne valeva la pena. Che piegare la schiena, anche solo una volta, significa legittimare tutto il resto. Che chiedere un favore, anche il più piccolo, significa dire a quei giullari che il loro gioco funziona. Che hanno ragione loro. Che il potere si conquista così, con le catene invisibili dei favori scambiati, con il mercimonio delle necessità quotidiane, con la prostituzione della dignità.

E allora, caro lettore – non metto il nome e cognome perché sono sicuro che quello con cui hai scritto sia l’ennesimo nickname falso e quindi, riportare quel nome e cognome, potrebbe offendere chi, come omonimo, lo possiede realmente – che ieri mi hai scritto, io ti rispondo oggi, pubblicamente: hai ragione, tutti lo fanno. Ma proprio per questo, proprio perché tutti lo fanno, io ho deciso di non farlo. E se questo significa restare indietro, perdere occasioni, non avere mai la spinta giusta al momento giusto, pazienza. Almeno non dovrò mai guardarmi allo specchio e chiedermi se quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato o me lo sono fatto regalare.

Perché il sistema clientelare, la raccomandazione, il favore – chiamatelo come caz… volete – non cade dal cielo, non è un meteorite, è una scelta! Una scelta che fanno ogni giorno milioni di italiani e poi, incredibilmente, si indignano. Guardano la televisione, vedono i politici che si scambiano incarichi e poltrone, e dicono “che vergogna”. Ma la vergogna, la vera vergogna, è quella che non si vede: è il filo invisibile che lega ogni supplicante al suo protettore, ogni raccomandato al suo raccomandante, ogni cittadino al suo “uomo di fiducia”.

Io, da questo gioco, sono fuori. E lo so che questo mio post vi farà arrabbiare. Lo so che molti di voi mi odieranno, perché sentirselo dire da uno che non ha mai avuto bisogno di nessuno suona come una condanna. Ma non è colpa mia se anche voi fate parte di quel sistema. È colpa vostra. E della vostra ipocrisia!

Questo post non è per tutti. È solo per chi, come me, può ancora permettersi di vivere senza chiedere, senza supplicare, senza inginocchiarsi, per chi ha scelto la solitudine piuttosto che la complicità, per chi ha capito che il prezzo della dignità, a volte, è stare fuori dal gioco.

E io quel prezzo, ve lo assicuro, lo pago sempre e lo continuo a pagare volentieri. Ogni giorno!

Sì… fino al giorno in cui, come già ho fatto in passato, prenderò le mie valigie e me ne andrò lontano da questo paese, per non vedere più questo indegno spettacolo. Ma anche da lontano, chissà… potrei anche continuare a scrivere. Perché la dignità non ha confini. E la verità, quella, non smette mai di farsi sentire.

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.


Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Trapani: Buon cammino? Sì… ma verso il baratro!


Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere… 

E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

Papa Leone: a sentire certe parole, mi sento morire. Già… tra eroismo (protetto) e favole che non salvano nessuno!


Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”. 

Ma eroi di cosa, vorrei sapere?

Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna. 

Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università. 

Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.

Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione. 

Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione. 

Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.

E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?

Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”. 

Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino! 

Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…

La beffa dopo il danno: storia di un’azienda svuotata e di un liquidatore perbene.


Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!

Ma oggi la mia felicità – pur ottenuto quanto dovuto – sbatte nel muro di un paradosso, sì… uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema “giustizia“, seppur quest’ultimo – nella persona del curatore fallimentare – abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.

Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l’impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore? 

Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto…

Operavo in un’impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano. 

Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo – a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un’amministrazione imposta – non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.

Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l’ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.  

Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì… per esser riuscito – quasi fossi un prestigiatore – a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell’amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre parte delle somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.

Sì… consentitemi di dire che neppure “Harry Potter” avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che – sempre a seguito delle mie denunce – hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l’amministrazione giudiziaria) di incrementare l’attivo.

Vorrei aggiungere che la mia parte l’ho fatta fino in fondo, sì… a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto – senza appalti e senza più nulla da vendere – ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!

Già… dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti – che da tempo avevano abbandonato la nave – ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già… a tenere in piedi ciò che ancora restava.

E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo… potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d’altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!

Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì… soprattutto quanto compiuto in quegli anni difficili. Già… quanto compiuto pubblicamente. D’altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d’incontri – per non dire “scontri” – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, ci mancava poco che venissi arrestato!

E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l’incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo… una stilla d’acqua nel deserto,ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l’istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore…), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.

Oggi… mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com’è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?

Sì… mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.

Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca.

Già… è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c’è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente “amiche“, di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall’altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.

Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!

Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania. 

Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto: Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.

L’unica arma che abbiamo: non smettere di denunciare – Seconda parte



Continuando con quanto avevo riportato ieri, non voglio fare di tutta l’erba un fascio e so bene che ci sono Procure che lavorano con efficienza, come quella di Venezia o come quella di Messina che in altre occasioni hanno dimostrato di saper intervenire con rapidità e competenza. 

Altresì so perfettamente che ci sono finanzieri, carabinieri, poliziotti che fanno il loro dovere con dedizione e professionalità, ma ahimè, come sempre accade in qualsivoglia realtà, le cose vanno purtroppo diversamente.

Vi sono territori in cui le denunce vengono archiviate come fossero “beghe condominiali“, altre in cui gli esposti restano nei cassetti per anni, ed altre ancora in cui le indagini non partono nemmeno perché manca la volontà (o perché mancano le risorse o perché, più semplicemente, ci sono connivenze che è meglio non indagare troppo a fondo).

E allora mi viene da pensare che forse il problema non è solo tecnico, non è solo una questione di norme da perfezionare o di piattaforme informatiche da blindare. Il problema è culturale, è sistemico, è radicato in una concezione dello Stato e della cosa pubblica che in certe zone del Paese è ancora troppo debole, troppo permeabile, troppo disponibile a farsi piegare da interessi privati. 

Perché se è vero che le truffe sui bonus edilizi avvengono da Nord a Sud, è altrettanto vero che al Sud spesso incontrano meno resistenza, meno controlli, meno conseguenze. E questo non per una presunta inferiorità morale dei meridionali, che sarebbe un’offesa e una sciocchezza, ma per una debolezza istituzionale che ha radici storiche e che si perpetua per inerzia, per complicità, per stanchezza.

Dicevo prima che non so più quante volte ho scritto su questo argomento. E ogni volta mi chiedo se abbia senso continuare, se qualcuno legga davvero, se qualcosa cambierà mai. Poi – come è successo in questi giorni – leggo di un sequestro da 77 milioni e penso che forse, in qualche modo, la denuncia serve. Serve a tenere accesa l’attenzione, serve a far sapere che qualcuno sta guardando, serve a ricordare che non tutto può passare in silenzio. Serve anche solo a dare conforto a chi si sente solo, a chi ha denunciato e non ha visto risultati, a chi si è sentito dire che stava esagerando, che doveva lasciar perdere, che tanto non sarebbe cambiato nulla.

Perché in fondo è questo il punto. Non è tanto credere che un post su un blog possa cambiare le cose, quanto piuttosto rifiutarsi di accettare che le cose non possano cambiare. È continuare a dire che non è normale che si rubino milioni di euro in questo modo, che non è normale che le istituzioni arrivino sempre dopo, che non è normale che chi denuncia debba aspettare anni per vedere giustizia. E che se non diciamo queste cose, se non le ripetiamo, se non le scriviamo nero su bianco ogni volta che si ripetono, allora davvero non cambierà mai nulla.

La Procura di Venezia ha fatto il suo lavoro. Ha sequestrato 77 milioni, ha indagato diciannove persone, ha bloccato ventitré società. Bene. Ma quanti altri milioni sono già stati portati via? Quante altre società fantasma sono ancora operative? Quanti altri crediti fittizi circolano in questo momento sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate? E soprattutto, quante altre persone, in Sicilia come altrove, stanno scoprendo in queste ore di avere nel loro cassetto fiscale crediti per lavori mai richiesti, e non sanno cosa fare, non sanno a chi rivolgersi, non sanno se denunciare o se tacere per paura di complicarsi la vita?

A queste persone, se mi leggono, voglio dire una cosa semplice. Denunciate. Sempre. Anche se vi sembra inutile, anche se vi dicono che è solo una perdita di tempo, anche se la Procura locale non vi ispira fiducia. Denunciate e mettete tutto per iscritto. Raccogliete documenti, fate copie, inviate PEC, chiedete ricevute. Perché anche se nell’immediato non succederà nulla, quel documento resterà, quella denuncia sarà agli atti, e prima o poi qualcuno la leggerà. E magari, come nel caso di Venezia, metterà insieme i pezzi di un puzzle che da soli sembravano insignificanti, ma che tutti insieme compongono il quadro di una frode.

Non è facile, lo so, non è veloce, non è garantito che porti a qualcosa e soprattutto – lo dico per esperienza personale – non è gratificante! Ma resta l’unica arma che abbiamo, perché se smettiamo di denunciare, se accettiamo l’idea che tanto è sempre andata così e sempre andrà così, allora davvero avremo perso. Avremo consegnato il Paese a chi lo considera una prateria da saccheggiare, a chi pensa che le leggi siano solo per i fessi, a chi è convinto che con un po’ di furbizia e qualche complicità si possa continuare a rubare impunemente.

Io continuerò a scrivere. Continuerò a seguire le inchieste, a commentare i sequestri, a denunciare le inefficienze, sì… continuerò a credere, nonostante tutto, che la legalità non sia un optional ma un fondamento, e che se vogliamo un Paese diverso dobbiamo cominciare a pretenderlo, ogni giorno, con costanza e con ostinazione.

Già… anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti, perché in fondo, la vera sconfitta non è nel: non riuscire a cambiare le cose! No…la vera sconfitta è smettere di provarci!

Settantasette milioni sequestrati: Già… la solita storia che si ripete. Prima Parte


Sono stanco di leggere per l’ennesima volta di sequestri milionari, di crediti fiscali fittizi, di organizzazioni che hanno fatto del Bonus facciate un bancomat personale. 

Questa volta è Venezia, con la sua Procura, che dispone il sequestro preventivo per quasi 77 milioni di euro, un’operazione che tocca mezza Italia, dal Veneto alla Sicilia, passando per Lombardia, Lazio e Campania. 

Ventiquattro immobili, conti correnti svuotati, crediti d’imposta bloccati sui cassetti fiscali di società fantasma. Un ragioniere di Padova che accede abusivamente ai dati di persone ignare, crea società intestate a prestanome, genera crediti inesistenti e li fa circolare come fossero moneta legale. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone che hanno beneficiato del meccanismo, anche inconsapevolmente. La macchina della frode gira a pieno regime, come sempre, come da anni ormai.

Non so più quante volte ho scritto su questo argomento. Già… non quante inchieste ho seguito, quanti sequestri ho commentato, quante denunce ho visto arrivare in Procura, eppure ogni volta che leggo una notizia come questa, non riesco ahimè a provare un misto di amarezza e di rabbia trattenuta, una sensazione che ti prende quando capisci che il sistema non impara, non si corregge, ancor peggio… non evolve, anzi, si ripete. Infatti, si replica con una precisione quasi industriale, come se esistesse un manuale delle truffe sui bonus edilizi che viene passato di mano in mano, da Nord a Sud, con qualche variante locale ma sempre lo stesso copione di fondo.

Parliamoci chiaro, i bonus facciate, il superbonus 110/00, le ristrutturazioni agevolate, sono stati pensati per rilanciare l’economia, per dare ossigeno alle imprese, per migliorare il patrimonio edilizio del Paese, non lo nego, ma nel momento stesso in cui venivano varate queste misure, chiunque avesse un minimo di esperienza sul campo sapeva benissimo che si sarebbero aperti i rubinetti non solo per i lavori veri, ma anche per quelli finti, per le fatture gonfiate, per i crediti fantasma. Non ci voleva una sfera di cristallo per prevederlo. Bastava guardare la storia di questo Paese, bastava ricordare come erano andate le cose con altri incentivi, con altre agevolazioni, con altri fondi pubblici messi a disposizione senza controlli adeguati.

Eppure nulla è stato fatto per prevenire. O meglio, qualcosa è stato fatto, ma sempre a valle, mai a monte. Le Procure si muovono, la Guardia di Finanza lavora bene, i sequestri arrivano, gli arresti anche. Ma tutto questo accade dopo, quando i soldi sono già usciti, quando i crediti sono già stati ceduti, quando le società sono già state svuotate. E nel frattempo, chi paga? Pagano i cittadini onesti, quelli che hanno fatto i lavori veri, che hanno presentato le carte in regola, che si ritrovano impantanati in una burocrazia kafkiana perché le banche non cedono più i crediti, perché lo Stato ha messo paletti su paletti per arginare le frodi, finendo per bloccare anche chi agiva nella totale legalità.

In Sicilia, questo schema lo abbiamo visto replicarsi decine di volte. Condomìni che si sono affidati a professionisti senza scrupoli, imprese fantasma che sono sparite dopo aver montato i ponteggi, amministratori che hanno fatto circolare crediti inesistenti, cassetti fiscali violati, persone morte che risultavano presenti alle assemblee condominiali. Sì, avete letto bene. Persone decedute che firmavano verbali, che davano il loro assenso a lavori mai iniziati, che autorizzavano cessioni di crediti per centinaia di migliaia di euro. E nessuno che controllava. Nessuno che verificava. Nessuno che si prendeva la briga di incrociare un dato, di fare una telefonata, di chiedere un documento in più.

Mi chiedo spesso, e lo scrivo da anni su questo blog, se il problema sia nella legge o in chi la deve applicare. Se manchino gli strumenti normativi o la volontà di usarli. Perché a leggere le inchieste che vengono fuori, a studiare i meccanismi delle truffe, ci si rende conto che non c’è nulla di particolarmente sofisticato. Non parliamo di hacker che violano sistemi informatici blindati, non parliamo di reti criminali internazionali con coperture politiche ai massimi livelli. Parliamo di gente che accede alla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate con credenziali SPID rubate o cedute, che carica documenti falsi, che crea fatture per lavori mai eseguiti, che sposta crediti da un cassetto fiscale all’altro come se stesse giocando a Monopoli. E per mesi, a volte per anni, nessuno se ne accorge.

Quando poi qualcuno denuncia, quando qualche cittadino più attento degli altri scopre che nel suo cassetto fiscale sono apparsi crediti milionari per lavori mai richiesti, ecco che parte l’indagine. E l’indagine, va detto, spesso porta a risultati. Ma nel frattempo il danno è fatto. I soldi sono stati spesi, riciclati, trasferiti all’estero. Le società sono state chiuse, i prestanome sono spariti, gli amministratori si sono dimessi e hanno aperto nuove partite IVA. E i condòmini, quelli veri, quelli che vivono negli appartamenti, che pagano le spese, che credevano di migliorare il loro edificio, si ritrovano con i cantieri fermi, con i ponteggi pericolanti, con i debiti in aumento e con la consapevolezza amara di essere stati presi in giro.

Ho seguito da vicino vicende di questo tipo. Ho visto famiglie disperate che avevano investito i risparmi di una vita in un appartamento, credendo che il bonus facciate fosse un’opportunità, e che si sono ritrovate con un immobile sventrato, con un’impresa latitante, con un amministratore indagato e con la paura di finire loro stessi nel mirino della giustizia per complicità inconsapevole. Perché questo è l’altro aspetto grottesco della faccenda. Non solo le truffe avvengono, non solo passano inosservate per mesi, ma quando vengono scoperte, il sospetto cade anche su chi ha subìto la frode. Come se fosse normale che un cittadino comune, che magari ha fatto il muratore tutta la vita o che lavora in un ufficio, debba essere in grado di distinguere una Cila vera da una falsa, di verificare se l’impresa edile ha i requisiti, di controllare se i crediti fiscali sono stati effettivamente caricati sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate.

E poi c’è il capitolo delle istituzioni locali. Perché quando tutto questo accade, quando un condominio si trova nel caos, quando i debiti si accumulano, quando le utenze vengono staccate perché nessuno ha pagato, dove sono i Comuni? Dove sono gli uffici tecnici che dovrebbero verificare le Cila, che dovrebbero fare sopralluoghi, che dovrebbero accertarsi che i cantieri siano veri e non solo di facciata, appunto? Troppo spesso la risposta è il silenzio. O peggio, la burocrazia difensiva. Quel meccanismo per cui nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire sì o no, di bloccare un’operazione sospetta, di segnalare un’anomalia. Perché segnalare significa esporsi, significa crearsi nemici, significa rischiare di finire denunciati a propria volta da chi ha interessi in gioco.

La vicenda di Venezia, con i suoi 77 milioni sequestrati, è solo l’ennesima conferma di un sistema che non funziona. Un sistema in cui la frode è più veloce della prevenzione, in cui i controlli arrivano sempre troppo tardi, in cui chi dovrebbe vigilare spesso non vede, non sente, non parla!

Già… un Paese che – quando finalmente la giustizia interviene – ci vogliono anni per arrivare a una sentenza, mentre nel frattempo i truffatori hanno già riorganizzato il loro business altrove, magari con un altro bonus, con un altro incentivo, con un’altra occasione per sgraffignare soldi pubblici.

FINE PARTE PRIMA

SICILIA: Opere pubbliche, un fallimento completo. Quando lo Stato paga chi distrugge l’economia del Sud!


Si parla di sviluppo, di opere strategiche, di futuro per la Sicilia, ma la storia si ripete sotto i nostri occhi ed ha il sapore amaro di un’ingiustizia antica… 

È la storia di cantieri come quello del “Dittaino-Catenanuova“, dove i fondi ci sono e il territorio brulicherebbe di lavoro, eppure decine di lavoratori vivono nell’incertezza, con le opere a rilento e le vertenze che si avvitano su sé stesse. 

È la storia del “Lotto 3” della Ragusa-Catania, dove settanta uomini e donne attendono da mesi uno stipendio, bloccati in un limbo burocratico tra un’impresa uscente e una entrante, mentre l’opera, di importanza vitale, è ferma a un misero tre per cento. 

Dietro a questi nomi, a queste sigle di consorzi che si rincorrono, si nasconde un meccanismo spietato e perfetto nella sua ripetitività, uUn meccanismo che non è un incidente di percorso, ma il percorso stesso!

Perché la verità è che la crisi di queste grandi imprese denominate “General contractor”, spesso radicate al Nord, non sono una sventura che cade dal cielo sulle imprese del Sud, è viceversa una scelta politica, di sistema, un gioco dalle regole truccate e la cosa bella e che lo sanno tutti…

Lo sanno bene perché mentre i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori e i politici presentano interrogazioni, c’è chi quel gioco lo vive sulla propria pelle da anni. Ci si fa in quattro, si seguono tutte le regole, si presentano i documenti antimafia, si superano le verifiche per aggiudicarsi un piccolo pezzo di un grande appalto, convinti che la correttezza abbia ancora un valore.

Poi arriva la richiesta surreale: fare da banca a chi ti commissiona il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia delle tue stesse prestazioni, quando sarebbero loro a dover garantire i pagamentiPagamenti che, nei casi migliori, arriveranno dopo centoventi giorni di attesa, sempre se… arriveranno.

E allora si accetta, si sopporta il peso di un flusso di cassa strangolato, si investono risorse, mezzi, professionalità, credendo in un patto. Fino al giorno in cui il silenzio diventa assordante. I pagamenti promessi evaporano, i referenti spariscono, e il credito che insegui si dissolve nel nulla offrendoti un concordato, una briciola e la reazione, quando osi chiedere ciò che ti spetta di diritto, è la beffa più crudele: la disdetta del contratto. Sì… vieni punito per aver preteso il rispetto di un accordo. 

Così… mentre la tua azienda, magari operante da generazioni, trema sull’orlo del baratro per quei soldi mai visti, il grande general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro, protetto da clausole capestro negoziate con lo Stato, che gli garantiscono, in caso di interruzione della commessa, indennizzi miliardari. Loro incassano una lauta buona uscita, spesso superiore al profitto che avrebbero ottenuto completando l’opera onestamente, e passano oltre, lasciando dietro di sé una scia di fallimenti, debiti insoluti e famiglie in ginocchio.

È questa la giustizia a senso unico che lacera il tessuto produttivo. I protocolli di legalità sembrano valere solo per chi sta in fondo alla filiera, costretto a subire e tacere. Le grandi opere, nate come patto tra Stato e comunità, si trasformano in un deserto di opportunità svanite, dove il vero business non è costruire infrastrutture, ma manovrare contratti e fallimenti. 

Ogni due anni, con una regolarità da orologeria, la storia si ripete con nomi diversi, e ogni volta è una nuova ondata di imprese locali che soccombe, di lavoratori lasciati a casa, di territori presi in ostaggio. La domanda allora si fa bruciante e diretta: perché continuare ad affidare il destino di questa terra a intermediari così distanti e così poco affidabili, quando sono le imprese del territorio, quelle che conoscono la pietra e la fatica, a dover materialmente realizzare il futuro? 

Forse perché, come si sospetta, il gioco è un altro, e i perdenti sono già stati designati da tempo. Sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente, e che invece si ritrovano, dopo mesi di attesa e lotta, soltanto con le braghe in mano e la rabbia nel cuore.

“La guerra è finita”: il paradosso del Cardinale Pizzaballa in un conflitto che continua.


Già il 17 novembre scorso mi interrogavo, e vi interrogavo, su una sensazione inquieta. Parlando dell’appello del cardinale Pizzaballa e del Custode di Terra Santa per riportare i pellegrini in Terrasanta, mi chiedevo se non fossimo di fronte, più che a un desiderio puramente spirituale, alla pressante necessità di rianimare un business miliardario.

Scrivevo che forse, a Gesù, poco importa di code davanti a un presunto luogo sacro. Ciò che conta è che il suo messaggio circoli nei cuori, ovunque essi siano. Quel dubbio, quel fastidio per una fede trasformata in “commodity“, non mi ha mai abbandonato.

Oggi quel sospetto ritorna, acuito, e si trasforma in uno sconcertante senso di frattura. Perché leggo quanto il cardinale, di ritorno da Gaza, ha dichiarato: “La guerra è finita, ma Gaza resta un simbolo del conflitto e della tentazione di fuggire”. Descrive che non c’è più la guerra, ma restano povertà, tende allagate e bambini senza scuola. Sostiene che gli aiuti entrano, soprattutto quelli commerciali, anche se Gaza resta simbolo del conflitto e della fatica di restare. Pur riconoscendo le enormi difficoltà, la sua affermazione cardinale resta dunque quella: la guerra è finita. Una riflessione alta, pacata, che invita a una testimonianza di presenza.

Poi, quasi nello stesso respiro, apro i notiziari. Raid aerei israeliani su Gaza City e Rafah nella notte. Attacchi con droni nel sud del Libano, miliziani uccisi. Il ministro della Difesa israeliano parla di istituire avamposti militari nel nord di Gaza. Persino Vatican News, organo di Santa Sede, titola senza mezzi termini: “Israele, nuovi raid dell’aviazione su Gaza e Rafah”. Notizie di ieri, di oggi, in un flusso continuo che parla non di pace, ma di un conflitto che si ramifica, si intensifica, muta forma ma non sostanza.

E allora, cosa resta da pensare? Mi ritrovo spaesato, come se vivessi in due dimensioni parallele che rifiutano di incontrarsi. Da un lato, la narrazione pastorale di una guerra conclusa, che invita a guardare oltre il dolore, a ricostruire, a restare. Dall’altro, la cronaca spietata di esplosioni, dichiarazioni di belligeranza, e una tensione internazionale che non accenna a placarsi. Due verità inconciliabili occupano lo stesso spazio, e una di esse sembra vivere in una sorta di bulbo protetto, isolato dal frastuono dei motori dei caccia e dal boato degli obici.

Mi chiedo, con amarezza, se non ci troviamo di fronte all’ultima, sofisticata evoluzione di quel “business del culto” di cui parlavamo a novembre. Forse, in questa fase, il prodotto da vendere non è più solo il pellegrinaggio sicuro, ma addirittura la narrazione di un conflitto terminato. Una narrazione necessaria per far ripartire i flussi, per rassicurare, per costruire un’immagine di normalità che è funzionale a tanti, tranne che a chi sotto quelle bombe ci vive ancora. È una spiritualità che rischia di diventare una forma di negazione, un rifugio in un contesto simbolico così elevato da perdere ogni contatto con la terra bruciata della realtà.

Il cardinale insiste: “Dio non cancella la notte, ma la illumina”. È un’immagine potente. Ma quando la notte è solcata dalle traccianti e illuminata a giorno dalle esplosioni, quella luce divina rischia di essere oscurata, o peggio, di essere strumentalizzata per far vedere qualcosa che, semplicemente, non c’è. La testimonianza di fede è un atto eroico, soprattutto in quelle terre martoriate. Ma perché non si accompagna, oggi, a un grido altrettanto forte che denunci l’abisso tra le parole di pace pronunciate in una sala e le guerre che continuano fuori dalla finestra?

Forse è questa la tentazione più grande: non quella di fuggire materialmente, ma di fuggire nella narrazione. Di costruire un recinto sacro di parole rassicuranti mentre fuori infuria la tempesta. Il vero coraggio, forse, non sarebbe solo quello di “restare”, ma di restare guardando in faccia tutta la contraddizione, chiamandola per nome, senza edulcorarla in un messaggio di pacificazione prematura. Perché se il business ha bisogno di normalità, la profezia ha il dovere di gridare l’anormalità, anche quando è scomoda, anche quando disturba il ritorno ai giri d’affari.

Quel grido, oggi, mi sembra dolorosamente assente. E in questo silenzio, rischia di perdersi non solo la credibilità di una parola, ma il significato stesso di una presenza.

Dal Governo: Stop alla mafia in TV”. Ma il rischio è cancellarla dall’agenda reale, non dallo schermo!


Ok… va bene, parliamo di questa idea: far sparire la mafia dai film, dalle serie, dalle storie che girano intorno a noi.

Lo so, lo so bene, non si tratta di cancellarla del tutto, quanto piuttosto di toglierle quel velo di fascino che, per troppi anni, le è stato cucito addosso da una narrazione troppo spettacolare, troppo compiaciuta, quasi ammirata. 

L’intento è condivisibile, anzi necessario: non vogliamo che i nostri ragazzi guardino a quegli uomini come a modelli, non vogliamo che l’oscurità venga scambiata per forza, l’arroganza per coraggio, la violenza per potere. Il punto, però, non è nascondere la realtà, ma raccontarla senza orpelli, senza mitizzarla. 

Perché la mafia non è un’invenzione da sceneggiatura, è un fatto, un tessuto che ha attraversato e ancora attraversa vite, quartieri, intere regioni, e persino le stanze del potere; nasconderla sarebbe non solo inutile, sarebbe ipocrita: una sorta di patto tacito con l’ignoranza, un modo per non guardare in faccia la verità.

Serve invece una rappresentazione più onesta, più cruda, che non risparmi i dettagli scomodi: quegli uomini, nella maggior parte dei casi, non sono eroi, menti raffinate, ma neppure architetti del male, sono spesso individui ignoranti, culturalmente vuoti, cresciuti in contesti senza affetto né regole, dove l’unica lingua parlata è quella del dominio e del sospetto.

Peraltro, la ricchezza accumulata non è libertà, è una gabbia dorata che non possono nemmeno aprire: non viaggiano, non frequentano, non godono, vivono sempre in allerta, con lo sguardo fisso alle spalle, come se il mondo intero fosse una minaccia.

E alla fine, molti di loro finiscono come tutti gli isolati: soli. Rinchiusi in celle di massima sicurezza, abbandonati dagli stessi che un tempo li osannavano, dimenticati persino dai familiari. Non c’è gloria in quella fine. C’è solo il vuoto di una vita spesa a costruire niente, se non paura!

Ma qui sta il nodo più difficile da sciogliere: non basta cambiare il modo in cui si racconta la mafia, se poi non si ha il coraggio di guardare a chi le tiene aperte le porte ogni giorno.

Non parlo dei picciotti, dei piccoli spacciatori, di chi obbedisce e basta, senza chiedere, di chi spara, percuote, minaccia di persona, cioè di chi fa il “lavoro sporco” in prima persona senza chiedere…

No… mi riferisco a di chi indossa un completo, firma delibere, stringe accordi in sale riunioni, di chi evidenzia “mani pulite”, sapendo di avere la coscienza “sporca”. Sono loro il motore nascosto, il collante, il sistema che trasforma un’organizzazione criminale in un apparato quasi istituzionale.

Eppure, mentre si discute se una serie tv, un film, sia troppo morbido o troppo cruento, quella rete continua a tessersi indisturbata, sotto gli occhi di tutti, anzi, spesso proprio grazie allo sguardo distolto di molti o proprio di coloro che propongono l’abolizione di quelle trame romanzate.

Le mafie oggi non sparano più in piazza, non ammazzano i giudici in mezzo alla strada – per fortuna – ma sono più forti che mai, perché hanno imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio dell’economia, della burocrazia, del consenso. 

Sono dentro le gare d’appalto truccate, nei contratti gonfiati, nelle nomine pilotate, nei silenzi compiacenti, nelle assemblee dei consigli comunali. Non c’è bisogno di armi quando hai chi ti fa passare un atto inosservato: la violenza si trasforma in omissione, in complicità, in corruzione.

Le inchieste lo dicono ogni ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, senza clamore, senza titoloni: non si tratta di sparatorie, ma di firme, di bonifici, di verbali falsificati, di relazioni tecniche appositamente taroccate. Eppure dal nostro governo si preferisce dibattere di film e fiction, come se la verità potesse essere cancellata cambiando un copione, mentre la realtà continua a marciare, silenziosa e implacabile.

Allora sì, raccontiamola meglio, la mafia! Ma questa volta non per far bella figura davanti alle telecamere di una Tv utilizzata a modello “propaganda” o per accontentare le sensibilità del momento, sì… raccontiamo perché chi ci governa, chi decide, chi ha potere di scelta, si senta ora chiamato in causa, senza che un pentito o un boss prima di morire da dentro il carcere abbia deciso di parlare…

Perché la vera battaglia non si combatte sul set di una serie, ma nelle aule di tribunale che vanno potenziate, nei controlli che vanno resi più efficaci, nelle scuole dove bisogna insegnare a riconoscere il clientelismo prima ancora che la violenza. E se non si ha il coraggio di guardare lì – dove stanno le mani che stringono, non quelle che sparano – ogni discussione sulle storie inventate resta solo rumore di fondo, un diversivo comodo, quasi colpevole.

Perché quel sistema non vive solo di omertà e intimidazione: vive di consenso, di complicità elettorale, di voti che vengono raccolti proprio grazie a quei legami. E fino a quando non si avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – senza giri di parole, senza eufemismi, senza distrazioni inutili -nessun cambiamento sarà reale! Sì… nessuno.

Riforma del condominio: A volte le denunce presentate servono a migliorare (di molto) questo paese corrotto!


Sì… a volte basta un gesto, una scelta precisa, per far sì che qualcosa inizi a muoversi.

Non parlo di rivoluzioni, né ambisco a drammi o proclami; vorrei semplicemente sottolineare quel minimo coraggio che spinge un cittadino a fare ciò che molti si aspettano e – ahimè – pochi compiono: denunciare con i fatti, non con le parole!

Ho presentato documentazione completa alla Procura nazionale e alla Gdf della mia città, allegati ufficiali, integrazioni puntuali, nessuna illazione, solo prove.

Lo feci non per interesse personale, né per vantaggio diretto, e ancor meno per “salvaguardare il proprio orticello”, ma perché chi riceve un incarico – anche se compiuto in forma gratuita – ha il dovere morale di portarlo avanti con trasparenza, soprattutto quando intorno c’è confusione, opacità, forse illegalità. Peraltro, la sentenza di condanna che ne seguì non fu solo una vittoria giudiziaria, fu la conferma che qualcosa, in quel condominio, non funzionava da tempo.

Eppure, quanti anni ed ostacoli prima di arrivare fin lì. Quante porte chiuse, quanti silenzi imbarazzati, quante risposte evasive che sembravano uscite da un copione già scritto. Mi sono sentito come Don Chisciotte davanti ai mulini a vento, che per raggiungere il suo obiettivo deve attraversare sabbie mobili, superare muri di gomma, e avanzare senza mai sapere se quel che vede è reale o solo illusione. Ogni tentativo di dialogo interpretato come fastidio, ogni richiesta di chiarezza respinta come disturbo all’ordine delle cose.

Ricordo un collega, anni fa, sempre con gli occhi fissi sul monitor delle slot online, che senza voltarsi mi diceva: Nicola… non ora, non vedi che sono impegnato? Ecco, certe volte ho avuto la stessa sensazione: mentre tu cerchi di fare chiarezza, qualcuno altrove sta giocando con luci che girano piene di corone, campane e ciliegie, totalmente indifferente al caos che genera senza nemmeno accorgersene.

Ma fortunatamente non tutti sono così. C’è chi ancora crede nel proprio ruolo, nei valori della toga e della divisa, chi tra mille difficoltà continua a lavorare con senso del dovere, procuratori rigorosi, militari onesti, ma anche dirigenti e funzionari attenti, che pur tra bastoni tra le ruote, non abbassano la guardia. Ed è grazie anche a loro che infatti qualcosa si muove.

Ed allora finalmente ecco giungere quella riforma tanto auspicata, e permettetemi di fare un plauso anche a chi – seduto in quelle poltrone di governo – ha saputo ascoltare e prendere in mano l’argomento di migliaia di condomini e delle loro difficoltà, riportando il problema ai propri colleghi del Parlamento, affinché si realizzasse quella fondamentale – per non dire necessaria – riforma della gestione condominiale.

Il 17 dicembre scorso è stato presentato il progetto di legge “AC 2692”, una riforma attesa da tredici anni, dall’ultima modifica sostanziale della disciplina condominiale. Cambia molto, e non soltanto sulla carta. Pagamenti obbligatoriamente tracciabili, fine del contante, conti correnti condominiali come unico canale per incassi e spese: niente più transazioni nell’ombra. I creditori potranno agire direttamente sul fondo comune, senza dover inseguire singolarmente i morosi, e se le somme non bastano, i condòmini in regola pagheranno in anticipo, conservando però il diritto di rivalsa. Un sistema più efficiente, certo, ma anche più equo, purché accompagnato da controlli veri.

L’amministratore non sarà più chiunque, nemmeno se interno al condominio. Dalla laurea triennale in ambito economico, giuridico, tecnico o scientifico, al percorso formativo obbligatorio, fino all’iscrizione a un registro nazionale tenuto dal Ministero delle Imprese: la professionalità diventa requisito imprescindibile. Niente più improvvisazione. Accanto a lui nasce il revisore contabile condominiale, figura nuova, indipendente, con competenze specifiche e iscrizione a un albo dedicato. Controllo reale, trasparenza finanziaria, prevenzione dell’evasione: non sono slogan, sono strumenti concreti.

Anche il fisco entra in gioco: le spese condominiali ordinarie potranno essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi. Un incentivo chiaro: pagare in tempo conviene. E chi non paga? L’amministratore potrà chiedere il decreto ingiuntivo solo dopo l’approvazione del rendiconto, entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio. Tempi più lunghi, sì, ma più coerenti con una gestione corretta dei bilanci.

Chi esercita senza titolo rischia sanzioni pesanti, multe oltre i cinquemila euro. E in caso di reati gravi, si apre la strada alla confisca dei beni, anche di quelli posseduti dai familiari, se non ne viene dimostrata la legittima provenienza.

Non è punizione, è dissuasione. È il segnale che i tempi cambiano…

La confisca c’è, l’indagato pure. Ma chi ha permesso che accadesse? Quando lo strumento della legalità si incaglia nel suo stesso meccanismo.


C’è un’impresa, confiscata da anni, che è riuscita a muoversi come se nulla fosse cambiato.

C’è ora un processo, con richieste di condanne pesanti, e un pubblico ministero che si presenta in persona, segno che la materia non è secondaria, né accidentale.

C’è un nome che non serve citare, perché non è di quello che si tratta: quello che conta è che l’impresa abbia continuato a funzionare dopo la confisca, nonostante la confisca, quasi grazie alla confisca, se è vero che chi la doveva custodire ne è diventato parte attiva.

C’è un amministratore giudiziario oggi indagato per concorso esterno e peculato aggravato, e questo da solo basterebbe a far suonare un campanello: uno solo, ma forte.  

Eppure il punto non è neanche lui, già… il punto è che qualcuno, all’interno del Tribunale – non di Messina, bensì di Catania – avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto leggersi, una decina di anni fa, le segnalazioni che qualcun altro aveva depositato (per non voler aggiungere “protocollato) con cura, anche con timore, ma con la speranza che qualcosa cambiasse.

Non erano voci, non erano sospetti: erano documenti, date, firme, ma soprattutto circostanze concrete, inequivocabili.

Se qualcuno quei documenti li avesse letti e, soprattutto, li avesse presi sul serio, oggi non saremmo qui a sentire un Pm chiedere pene così alte per reati che, di fatto, potevano essere interrotti molto prima.

Chissà se, in questo momento, quel “qualcuno” – di cui si conosce nome e cognome, anche se non serve, in questa sede, scriverli – non stia controllando il telefono più del solito, non stia ripensando a scelte fatte o dovrei dire… non fatte, non stia misurando il rischio che la persona ora sotto processo, decida di parlare, non solo di ciò che ha fatto, ma di ciò che è stato permesso.

Non è fantasia, non è suggestione: è una possibilità che conoscono bene coloro che hanno seguito la vicenda fin dall’inizio, ne conoscono i passaggi, le omissioni, i silenzi che pesano più delle parole.

E forse –  per ora solo forse – c’è chi oggi, pur stando dentro le istituzioni, non sa più come muoversi: ogni passo rischia di incrinare non un singolo errore, ma un intero sistema fatto di sguardi bassi, di fascicoli chiusi in un cassetto, di silenzi scambiati per prudenza e di scelte giustificate come “opportunità”, ma che forse hanno radici più opache.

Chissà se una luce più insistente – quella, per dire, di un’inchiesta condotta con metodo e pazienza, lontana dal clamore ma vicina ai documenti – potrebbe finalmente illuminare quei meandri in cui la legalità si perde non per violenza, ma per omissione.

Non serve chissà quale rivelazione: a volte basta qualcuno disposto a voltare pagina, davvero, e a leggere fino in fondo.

C’è chi ieri ha parlato di estorsione, di violazione della pubblica custodia, di sottrazione di beni sequestrati – tutti reati gravissimi – e lo ha fatto con chiarezza, con rigore.

C’è chi ha confermato che l’impresa, nonostante la confisca, non ha mai smesso di operare sotto certe logiche…

C’è chi ha ascoltato, ieri, le arringhe della difesa, e chi ha notato l’assenza – significativa – di due parti civili che avrebbero dovuto esserci: l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e il Comune. 

E c’è chi, leggendo tutto questo, non prova rabbia, non prova soddisfazione, ma un senso profondo di stanchezza morale: perché non è la prima volta, non sarà l’ultima… e ogni volta si ripete lo stesso schema. La denuncia arriva, qualcuno la riceve, nessuno la legge fino in fondo, oppure preferisce insabbiarla nell’ultimo cassetto.

Finché non è troppo tardi, fintanto che improvvisamente non diventa notizia, dopo che arriva un’inchiesta giudiziaria, un processo, sì… per ricordare ciò che un semplice atto di attenzione avrebbe potuto evitare.

Ma forse – mi viene ora da chiedere – andava bene così?

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Seconda parte)


Ciò che da circa trent’anni si sta compiendo in questo nostro Paese è chiaro e ahimè terribile: si sta selezionando una classe di peggiori, perché la disonestà diventa strategia vincente!

Questo processo – evidente a tutti – ha di fatto degradato in modo visibile la qualità della vita, dei servizi, della democrazia stessa, normalizzando l’illegalità, sì… fino a farla apparire giustificabile.

È quasi diventata una componente strutturale del nostro vivere, ma non solo: questa normalizzazione è come un veleno che genera rassegnazione, che fa credere che le mafie, la corruzione, l’illegalità diffusa siano qualcosa d’invincibile, e ciò serve esclusivamente affinché essi possano prosperare proprio grazie a questo clima di indifferenza e disincanto, nella complicità silenziosa di chi pensa solo al proprio minuscolo orticello, lo stesso che frutta indegno vantaggio.

Come dicevo nella prima parte di questo post, la mia terra è quarta in questa classifica, ma in fondo è solo un dettaglio in un malessere che è nazionale, che dal Sud arriva al Centro e al Nord, con nomi e modalità forse diverse, ma con la stessa, identica sostanza: l’interesse privato che divora il pubblico, il bene comune che si riduce a merce di scambio.

Non è un’anomalia, ci viene detto con forza. È un sistema che si adatta, si evolve, usa tecniche sofisticate o si nasconde dietro leggi fatte su misura, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache. La questione, comprenderete, va ben oltre la singola mazzetta, il singolo concorso truccato.

Sono all’opera meccanismi che consolidano un potere irresponsabile, che catturano lo Stato per trasformarlo in una risorsa per pochi. Invocare pene più severe non basta (d’altronde, basti osservare le riforme ridicole che compiono sulla giustizia, per comprendere come nessuno abbia realmente interesse a contrastare questa condizione…), serve un patto diverso, un cambio radicale di mentalità, sia da parte dei cittadini, ma soprattutto nelle istituzioni (solitamente i primi ad aver beneficiato, da generazioni, di questo stato di fatto)!

Serve smetterla di pensare che così vadano le cose e che non vi sia altra possibilità che adeguarsi o lamentarsi a bassa voce, sì… sapendo di poter anche voi, un giorno, essere nella posizione di chiedere quel favore, quella raccomandazione che vi sembra l’unica via per sopravvivere o per farcela!

Le caste, le consorterie, le associazioni a delinquere, i gruppi di potere non sono un destino ineluttabile. Sì… sono il frutto di scelte, di omissioni, di connivenze, scelte che qui, nella mia Sicilia, ma non solo, sembrano essere state fatte così tante volte da aver creato una strada maestra, percorsa ormai senza più vergogna.

E allora, mentre leggo di summit per le nomine, di giro di telefonate, di affari che vanno dalla sanità alla cultura, il mio dubbio (ma ormai da troppo tempo dubbi non ne ho…) si trasforma in una domanda scomoda, anche ahimè per molti miei amici, conoscenti, molti di questi miei conterranei: quando smetterete di essere ancora complici, anche solo per inerzia, di tutto questo?

Già… quando decideremo che il bene di tutti, il servizio che funziona, la promozione meritata, valgono più della bustarella, della raccomandazione, del favore ottenuto per sé o per i propri cari?

Sì… so bene che la risposta, purtroppo, non la trovo in nessuna classifica.

Ed allora, se qualcosa non vi quadra, in un cantiere, in un bando, in un condominio: segnalatelo! Come ripeto da sempre: non serve essere eroi, basta non voltarsi dall’altra parte.

A proposito di “COSEDIL S.p.A.”: quando un mio commento, elogio alla legalità, trova una sua tragica attualizzazione.


Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.

Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.

Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.

Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.

Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.

Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!

Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Prima parte)


La notizia arriva, un’altra volta, e non si fa nemmeno fatica a leggerla, ormai. È diventata una sorta di bollettino meteorologico che annuncia pioggia in continuazione, già… come un inverno che non vuol finir mai. 

Si parla ovunque di mazzette, bustarelle, un sistema che si fa sempre più intricato e sfacciato, e la mia terra, ancora una volta, si piazza bene in questa squallida classifica, quarta per numero di indagati. Mi chiedo, ogni volta che scorgo questi dati, cosa si nasconda veramente dietro le cifre, dietro le analisi minuziose che pure vengono compilate con cura quasi scientifica.

Mi domando se, in tutto il Paese e in particolare qui da noi (in modo così plateale), si pensi ormai esclusivamente a quel gioco perverso: prendere, farsi corrompere, aggrapparsi a qualsiasi collegamento pur di beneficiare, personalmente (o per i propri cari), di promozioni, raccomandazioni, vantaggi. Vantaggi che non sono guadagni legittimi, ma moneta falsa coniata nel retrobottega del potere, dove il valore di scambio è la dignità, spesa a credito e mai restituita.

Si snodano le storie, una dopo l’altra, e sembrano copiare sempre lo stesso copione, cambiando solo i nomi e le location. Attestazioni di residenza false, certificati di morte fasulli, appalti nella sanità o per i rifiuti che vanno al migliore offerente, non in termini di qualità, ma in termini di tangente. Licenze edilizie che spuntano come funghi dopo una pioggia di denaro, concorsi universitari truccati, voti di scambio, opere pubbliche che profumano di clan.

Parliamo di un un catalogo così esteso e variegato da far perdere il senso, da far sembrare quasi normale che ogni servizio, ogni possibilità, ogni atto pubblico abbia un prezzo segreto, una tariffa non ufficiale da saldare in un sotterraneo mercato delle influenze.

E Palermo, insieme alla mia Catania, non fanno eccezione. Anzi, sembra quasi di essere in un teatro per soli privilegiati, con i loro metodi di regime, con quelle liste di raccomandati, con quel cinico prendiamo questa, “è bona” che suona come una condanna a vita, non solo per chi la pronuncia, ma per chi la ascolta e non obietta, perché ormai ci si è abituati a considerare la corruzione una tassa di ingresso, il biglietto obbligatorio per accedere a qualsiasi diritto.

I numeri sono impietosi: quasi cento inchieste, un migliaio di persone coinvolte tra amministratori, politici, imprenditori, professionisti e mafiosi, in una commistione che ormai definisce un unico, fosco panorama. 

Emerge il ritratto di una corruzione che non è più incidente di percorso, ma sistema solidamente regolato, con le sue gerarchie e i suoi garanti che possono essere l’alto dirigente, il faccendiere, il boss mafioso o il politico d’affari. Tra questi, più della metà dei politici indagati sono sindaci, figure che dovrebbero curare il bene della comunità e che invece, stando alle accuse, ne gestiscono le risorse come un bottino privato.

E allora il mio dubbio si fa ancora più amaro: è possibile che questa sia diventata l’unica concezione del potere? Un potere che non serve, ma che si serve, in modo spudorato e totale

Il silenzio che fa affari…


È sera e il sole sta scendendo lentamente – sono costretto a una deviazione fastidiosa, sì: lavori in corso sull’autostrada, anticipati poco prima da un ragazzo al distributore, e ora, da lontano, osservo le macchine che stendono l’asfalto, i fari accesi nonostante il crepuscolo non sia ancora buio – e già la mente corre in avanti, a ciò che accadrà tra qualche ora o al massimo domani: le strisce di vernice fresca, i cartelli piantati in tutta fretta, le indicazioni stradali ancora coperte da un telo trasparente – quante volte abbiamo visto quella scena, identica, ripetuta con una precisione quasi teatrale, come se fosse parte di un copione ben collaudato.

E così mentre la macchina procede purtroppo a passo d’uomo a causa della confusione venutasi a creare, ripenso a tutti quei cantieri aperti, chiusi, riaperti, mai davvero conclusi – come se il cantiere non fosse il luogo dove si costruisce qualcosa, ma piuttosto uno spazio sospeso, un palcoscenico mobile in cui il lavoro vero è secondario rispetto alla circolazione di altro: denaro, favori, silenzi. 

Eppure nessuno protesta, nessuno chiede, a partire da chi, per incarico istituzionale, dovrebbe farlo per primo – e non lo fa per ignoranza, ma perché sa che porre certe domande, ad alta voce, significherebbe accendere una luce troppo forte in un luogo dove tutti hanno imparato a muoversi al buio e quella luce, invece di illuminare, rischia di bruciare chi la tiene accesa.

Del resto, se così non fosse, non avremmo di continuo quelle inchieste giudiziarie ormai familiari, quelle che parlano chiaro pur usando un linguaggio cauto, quasi smorzato, come se ogni parola dovesse essere pesata non per la sua verità, ma per le conseguenze che potrebbe scatenare – e così, nei documenti, i nomi dei protagonisti veri restano assenti, sostituiti da sigle, ruoli generici, frasi passive – l’appalto è stato aggiudicato, la variante è stata approvata, come se nessuno avesse deciso, nessuno avesse firmato, nessuno avesse guidato la mano di chi ha scritto. 

Eppure c’è sempre stato qualcuno, in piedi dietro la scrivania, che ha organizzato, indirizzato, protetto e ora, messo sotto torchio, si ritrae, si fa piccolo, parla poco, non detta più regole con la stessa sicurezza di un tempo, anzi si comporta come se fosse lui la vittima di un equivoco.

Resta in penombra, certo, in attesa che la tempesta passi, convinto, forse non a torto, che passerà davvero, e che alla fine tornerà tutto come prima, perché intorno a lui c’è un sistema che non si limita a proteggerlo: lo alimenta, lo rigenera, lo rende necessario. 

I suoi amici – o meglio, i suoi alleati – faranno di tutto pur di non restare impigliati a loro volta: firmeranno pareri, produrranno certificazioni, condivideranno versioni alternative dei fatti, perché la priorità non è la trasparenza, ma la sopravvivenza del meccanismo, e quella struttura ha bisogno di opacità, di silenzi compiacenti, di opportunità che si ripetono con la regolarità di un orologio difettoso ma affidabile.

Mi torna spesso in mente una frase, pronunciata da chi conosce quei meccanismi dall’interno: non è più la corruzione che urla, è quella che sussurra – quella educata, discreta, quasi istituzionalizzata, che avanza con le scarpe pulite e il lessico impeccabile di chi sa usare le procedure come schermo – tecnicismi al posto di scelte, pareri al posto di responsabilità, carte in regola al posto di sostanza.

È una corruzione silenziosa, che non ha più bisogno di bustarelle: le ha rese superflue, sostituendole con tempi che si dilatano oltre ogni plausibilità, con varianti in corso d’opera che nascono non per necessità tecnica, ma per convenienza amministrativa, con gare formalmente regolari in cui, però, nessuno sembra voler gareggiare davvero – come se il risultato fosse già scritto altrove. È una corruzione che si mimetizza tra le pieghe della legalità: ditte che vanno a vincere appalti in regioni dove non hanno sede, non hanno nemmeno una baracca, figuriamoci un addetto, eppure si aggiudicano opere milionarie, per poi affidarle a terzi, spesso piccole imprese locali, pagandole un terzo di quanto incassano loro stesse dal committente pubblico. Il risultato? Un meccanismo virtuoso solo per chi lo pilota: più costi, meno trasparenza, zero controllo e un po’ di mazzette che girano di mano in mano. 

Eppure qualcuno osserva, sì… qualcuno incrocia quei dati, anche se non presenta denunce, non per rassegnazione, ma per lucida consapevolezza: sa da tempo come un esposto formale, in certi contesti, non è un atto di giustizia, ma un invito a essere neutralizzato. Allora sceglie un’altra strada: verifica chi ha vinto, chi ha perso, chi compare sempre nelle stesse gare, chi firma le relazioni tecniche, chi approva le varianti, chi sta in silenzio quando qualcosa non torna ed usa quegli strumenti per farli emergere attraverso i media, i social e soprattutto quei programmi televisivi che hanno fatto la storia di questo Paese, sì… nell’ambito del giornalismo investigativo.  

Non serve gridare nomi, non solo perché sarebbe inutile, ma perché il problema non sono gli individui, sono i meccanismi che li proteggono, li riproducono, li rendono intercambiabili. Basta guardare la “White list” delle imprese ammesse, redatta da chi avrebbe dovuto vigilare e invece ha delegato ogni verifica a una firma in calce: senza chiedersi chi c’è realmente dietro quelle società, quali legami, quali precedenti, quali silenzi comprati in anticipo. Sì… certo, i documenti sono in regola, ma la regolarità formale è spesso la maschera più efficace dell’illegalità sostanziale!

Allora questa terra continua a scivolare, non con un crollo improvviso, ma con una serie infinita di piccole cessioni: un silenzio qui, un compromesso là, un occhio chiuso oggi nella speranza di un favore domani. E qualcuno, incredibilmente, chiama tutto questo buonsenso, realismo, quieto vivere, come se il quieto vivere fosse il diritto di non vedere, di non sapere, di non dover scegliere.

Non vedo, non sento, non parlo e così, dopo anni di osservazione, di domande senza risposta, di segnalazioni cadute nel vuoto, mi chiedo, senza retorica e ancor meno enfasi: verrà mai qualcuno che deciderà, semplicemente, di non voltarsi dall’altra parte?

Non credo proprio…

Il condominio tradito: malagestione, collusioni, giustizia che tarda!


Riprendo stamani a parlare di un tema che, pur essendo quotidiano per molti, viene spesso taciuto finché non diventa insostenibile.

Mi riferisco alla gestione dei condomini, un ambito che dovrebbe garantire tranquillità e sicurezza e che invece troppo spesso si trasforma in una trappola silenziosa, dove chi paga regolarmente finisce per accollarsi debiti a tre zeri, cifre che mai avrebbe immaginato di dover sostenere.

Già… perché quanto accade il più delle volte non sono errori contabili banali, ma veri e propri buchi neri creati con metodo sofisticato: bilanci infedeli, oneri fiscali mai versati, decreti ingiuntivi occultati, spese senza giustificazione alcuna, registri compilati in modo da rendere impossibile qualsiasi verifica. Tutto avviene nell’ombra, fino a quando non è troppo tardi.

Ecco che così la casa, questo rifugio intimo, si svela all’improvviso un campo minato. Chi si è sempre comportato con correttezza si trova a dover pagare per gli altri, non solo i morosi – che pure esistono – ma soprattutto per chi, pur ricevendo regolarmente i contributi di tutti, li ha dirottati altrove. Non è una svista, non è una distrazione: è una strategia!

Si gonfiano le fatture, si pilotano gli appalti per le manutenzioni, si incassano somme in contanti, si usano i beni comuni per servizi privati, si baratta quella gestione – in particolare quando le proprietà si trovano in località turistiche note, di montagna o di mare – con favori ad amici, funzionari, dirigenti, talvolta persino forze dell’ordine, affinché possano godersi, insieme ai propri cari, periodi gratuiti di villeggiatura, in cambio di silenzi compiacenti.

E quando i conti non tornano, la colpa come sempre ricade sempre sui condomini: “non avete controllato”, “non avete partecipato all’assemblea”, “non avete chiesto copie”, come se aver fiducia fosse un reato.

Ed è qui che inizia la seconda fase, quella ancora più amara. Quando qualcuno prende coraggio, presenta un esposto, denuncia, chiede l’intervento delle autorità, si scontra con un sistema che sembra progettato per logorare la pazienza, la salute, le risorse. Gli anni passano, le udienze vengono rinviate per motivi futili, gli incartamenti giacciono in attesa di essere letti – e nel frattempo, chi ha commesso gli atti non è sospeso, non è allontanato, i suoi beni (e quelli dei familiari) non vengono sequestrati. Tutto continua a operare, magari con un nuovo nome, un parente, un prestanome, un socio di comodo.

Sono veri e propri esperti: sfruttano i vuoti normativi, come l’assenza di limiti chiari sui movimenti tra conti condominiali, e creano un caos tale che persino il successore, per tentare di ricostruire i conti, deve affidarsi a un revisore esterno. Eppure, di fronte a spostamenti di centinaia di migliaia di euro, a conti ridotti a otto euro nonostante i pagamenti regolari di tutti, la reazione istituzionale è spesso un silenzio assordante.

Perché dietro quelle cifre non c’è solo un’amministrazione negligente, ma vere truffe – specie quando si inseriscono voci fittizie per indurre in errore e ottenere un profitto illecito. C’è appropriazione indebita, ogni volta che si utilizza il denaro comune come se fosse proprio. C’è danno all’erario, quando si omettono versamenti obbligatori sperando nella prescrizione o in una futura sanatoria. C’è bancarotta fraudolenta, quando si crea un buco deliberato per trarne vantaggio personale.

E in casi estremi, quando l’organizzazione è ramificata e coinvolge più soggetti, emergono elementi che configurano vere e proprie associazioni a delinquere – specie se a fare da sfondo sono meccanismi di riciclaggio, estorsione, o tentativi di accedere a fondi pubblici con documenti falsi. In questo contesto si innesta una gravissima circostanza di cui nessuno vuole parlare: molti di quegli immobili, in particolare quando si trovano in località isolate e soprattutto nei periodi “fuori stagione”, cioè quando non sono utilizzati dai proprietari e molte volte restano in mano all’amministratore per la gestione insieme ai cosiddetti “beni comuni”, probabilmente questi sono stati utilizzati dalla criminalità organizzata per celare chissà… anche “latitanti”.

Eppure, il cittadino che denuncia viene spesso isolato, ridicolizzato, talvolta minacciato. Vi sono assemblee che degenerano in aggressioni fisiche. Vi sono amministratori che, anziché consegnare i registri all’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, li affidano a terzi o li fanno sparire, denunciandone il furto – rendendo così impossibile qualsiasi transizione legale.

E non solo: vi sono uffici delle autorità competenti – per fortuna non tutti; tra essi vi è anche chi opera in maniera puntuale e corretta – che, pur ricevendo esposti dettagliati e documentati, li archiviano come “beghe condominiali”, come se non sapessero che un condominio con un migliaio di unità ha un bilancio superiore a quello di molti comuni. Come se non dovessero sapere che, in assenza di trasparenza, ogni assemblea può diventare un teatro di coercizione, ogni convocazione un atto di potere.

Quindi, non basta dire che servono figure professionali riconosciute; serve a poco ipotizzare un elenco nazionale, se non si parte da un filtro reale: carichi pendenti puliti, casellari giudiziari verificabili, obblighi societari applicati con la stessa severità di qualsiasi altra impresa. Un condominio non è un’entità astratta: è una comunità, è un patrimonio collettivo, è spesso una piccola società con entrate, spese, dipendenti, fornitori, obblighi fiscali. E come tale va trattato, con regole chiare, controlli efficaci, sanzioni certe.

La legge offre strumenti – il diritto d’accesso ai documenti, la revoca giudiziaria, la querela per truffa, la nomina di un revisore – ma sono inutili se non si accompagna a un cambio di mentalità. Se non si smette di considerare legittimo ogni silenzio, ogni delega in bianco o falsificata, ogni voto espresso per compiacere chi ha fatto un favore. Se non si accetta che il diritto di critica, anche aspro, è un dovere, non un’aggressione. Se non si capisce che una convocazione infilata sotto la porta non ha valore, che un amministratore che non consegna i registri commette un reato, che ogni condomino ha il diritto di sapere, di chiedere, di opporsi.

Alla fine, il problema non è la complessità della norma, ma la facilità con cui si accetta che la legge valga solo per chi non ha potere. E finché sarà così, la casa non sarà mai davvero un rifugio. Sarà solo il luogo in cui ci si sente in trappola – e dove chi ha le mani in pasta, come dice un vecchio detto, “non pinia”.

Confiscare sì, ma senza dimenticare chi ha pagato per farlo!


Da anni si parla di confisca come di qualcosa di simbolico, un gesto pubblico che rappresenta una sorta di rito laico della giustizia, in cui beni vengono sottratti a chi li ha accumulati con l’inganno, i raggiri, le truffe, ma anche le complicità silenziose di referenti istituzionali corrotti e di esponenti della classe politica, cui si aggiungono, in taluni casi, referenti criminali che, con metodi coercitivi, hanno alterato la libera concorrenza, il tutto per consegnare idealmente alla collettività – come se la restituzione fosse già avvenuta solo perché un cancello è stato riaperto e una targa cambiata – una società insediata al posto di un sistema criminale.

Ma, consentitemi di dire che tra quel simbolo e la vita reale c’è una distanza abissale, fatta di scartoffie, di silenzi burocratici, di procedure che avanzano con la lentezza di chi non ha fretta, di chi purtroppo ha paura o teme ritorsioni personali e familiari nel dover gestire quei beni, pur sapendo che non è lui a dover rischiare di non pagare l’affitto, di non poter curare i propri dipendenti, di dover spiegare ai propri cari perché il lavoro che credeva stabile è svanito insieme a tutti i benefici finora ricevuti.

Perché lui è lo “Stato”, ed è stato messo lì per gestire gli altrui beni, e poco importa se la procedura sia legittima o meno: saranno i successivi gradi di giudizio a stabilirlo. Il suo unico compito è fare in modo che quei beni vengano gestiti, e poco importa se l’impresa riuscirà ad andare avanti, perché fintanto che esiste qualcosa da prendere, da spartire, da affidare, ben vengano sequestri e confische: sono garanzia di attività per molti professionisti, ciascuno legato a filo diretto con quel Tribunale che si occupa della gestione di quei beni – mi riferisco a figure come magistrati, custodi giudiziari, amministratori nominati e via dicendo.

Abbiamo letto, in questi anni, quanto accaduto a Palermo con l’inchiesta sull’ex Presidente dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, anche se va detto che l’ultima sentenza, del 19 ottobre scorso, della sesta sezione penale della Cassazione ha cancellato quasi una ventina di capi d’imputazione relativi a quel presunto Sistema, ovvero a quel giro di mazzette e favori legato all’affidamento delle amministrazioni giudiziarie dei beni confiscati alla mafia. Al momento è impossibile dare una risposta definitiva, perché mancano ancora le motivazioni della decisione della Suprema Corte, ma un dato è evidente: dei 74 capi d’imputazione inizialmente contestati all’ormai ex magistrato, ne sono sostanzialmente rimasti in piedi tre, per corruzione e concussione.

Permettetemi, tra l’altro, di aggiungere quanto ho letto stamani su un amministratore giudiziario coinvolto in un’inchiesta nella provincia di Messina, attualmente ai domiciliari con braccialetto elettronico, dopo che la Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando il quadro indiziario e mantenendo invariata la misura cautelare.

Da quanto sopra emerge con chiarezza che la gestione da parte dei Tribunali dei beni sequestrati e successivamente confiscati è stata, di fatto, fallimentare sotto tutti i punti di vista: non sto qui a elencarli, sebbene li conosca perfettamente.

Difatti, proprio il sottoscritto – che ha denunciato, che ha insistito, che ha anticipato le spese per una procedura fallimentare che nessuno voleva avviare, perché, a dir di molti, tanto sarebbe finita male comunque – ancora oggi, incredibilmente (ma non sorprendentemente… in un sistema clientelare e mafioso), si ritrova in una posizione grottesca: sono un creditore privilegiato, sì, ma privilegiato solo sulla carta, perché quel riconoscimento non è riuscito finora a farmi ricevere quanto mi è dovuto – seppure è proprio grazie al sottoscritto che si è riusciti a recuperare quasi 500.000 euro tra fatture a suo tempo non pagate e beni venduti nel corso della procedura. 

A tal proposito però desidero rendere un doveroso plauso al curatore fallimentare, per il lavoro svolto fin qui: auspicando che porti a termine la sua attività con la stessa professionalità e correttezza dimostrate sino ad ora – tanto che, una volta conclusa la vicenda, farò in modo che il suo operato sia conosciuto, anche attraverso il mio blog, citando espressamente il nome dell’avvocato che sta seguendo la procedura. Mi sento di farlo perché, rispetto a quello che abbiamo purtroppo constatato negli anni – troppi suoi colleghi, infatti, hanno finito per lasciare alle spalle solo vuoti e silenzi, quando non qualcosa di peggio – questa volta la gestione appare diversa, concreta e soprattutto trasparente.

Desidero però riconoscere anche il ruolo che ho avuto personalmente in questa vicenda: senza la mia iniziativa, senza le denunce presentate a mie spese, senza la tenacia – solitaria, ma mai rassegnata – di chi ha scelto, da sempre, di non voltarsi dall’altra parte, è lecito affermare con certezza che molte di quelle confische non sarebbero neppure state avviate, molti di quei patrimoni sarebbero rimasti intoccati, e la maggior parte di quelle condanne non avrebbero avuto neppure un fascicolo d’archivio.

Va detto che la Cassazione, con la sentenza 37200 del 14 novembre scorso, ha provato a correggere un difetto strutturale: non basta che il credito nasca prima del sequestro, serve che sia accertato in tempi utili, e questo accertamento non può dipendere solo dalla rapidità di un avvocato o dalla disponibilità economica di un cittadino.

Ma la sentenza, per quanto importante, non risolve il problema di fondo, che non è giuridico, ma culturale: finché resterà implicito, in molti uffici, in molte stanze dove si decidono le destinazioni dei beni, che chi si espone è un ingenuo, che chi denuncia è un rompiscatole, che chi pretende giustizia è un problema da gestire più che un diritto da tutelare, allora non cambierà nulla, neanche con cento sentenze.

Perché la confisca, quando funziona davvero, non è solo la sottrazione di un bene, ma il riconoscimento di un torto, la restituzione di un’opportunità, la riammissione di una persona alla dignità di chi ha fatto la sua parte e merita di vederne il frutto.

Invece, ancora oggi, chi ha pagato di persona, chi ha rischiato sul serio, chi ha messo in gioco non solo la propria professione ma anche la propria credibilità, si sente dire che deve aspettare, che deve capire, che ci sono procedure, che bisogna rispettare le priorità, come se la priorità non fosse mai stata, fin dall’inizio, la sua voce, il suo coraggio, la sua scelta di non tacere.

E intanto i beni confiscati entrano in circuiti dove, talvolta, si annidano nuove forme di opacità: consulenze vengono affidate non per competenza ma per vicinanza, le liste dei beneficiari assomigliano più a un elenco di fedeltà che a un piano di riuso sociale, e chi ha denunciato si trova ad attendere invano – non perché non abbia diritto, ma perché, pur avendolo per primo, essendo stato l’unico e il solo ad esporsi in prima persona, viene scavalcato da chi ha atteso, da chi faceva parte — e poi si è celato — direttamente o indirettamente, di quell’orticello, e che dunque dovrebbe attendere, o quantomeno trovarsi in fondo alla fila, nell’equa suddivisione che tanto si invoca.

Non si tratta di dover veder riconosciuti meriti, ancor meno riconoscimenti pubblici – finora, per quanto compiuto, non ne ho mai ricevuti, a eccezione di qualche nota di merito che ricorre, quasi a ogni piè sospinto, nelle sentenze – ma si tratta, semplicemente, di essere coerenti: se lo Stato usa lo strumento della confisca per affermare che la legalità ha un valore reale, allora quel valore deve valere anche per chi ne è stato il primo custode, non solo per chi ne gestisce le conseguenze una volta che il rischio è passato.

Altrimenti, e lo sappiamo bene, la confisca resta propaganda, una cerimonia, un’immagine da cartolina, mentre la giustizia resta fuori, in attesa, con le tasche vuote e la pazienza logorata da cinque anni di silenzi che non sono casuali, ma strutturali.

Perché il vero fallimento, oggi – e lo confermano le sentenze del Tribunale – è quello del sistema che continua a premiare chi si muove dentro le sue maglie e a punire chi prova a rammendarle.

E ogni volta che un creditore come me rimane in attesa, non è solo una pratica in sospeso: è un segnale che arriva chiaro a chi vorrebbe fare lo stesso e si ferma un attimo prima, perché sa già come va a finire.

Forse, allora, la prossima riforma non riguarderà solo le tempistiche delle ammissioni al passivo, ma qualcosa di più delicato: la fiducia.

Perché quella che si è persa in cinque anni di attesa – e che nessuna sentenza, per quanto giusta, potrà mai restituire – è la fiducia in questo Stato e nelle sue Istituzioni. Ed è il motivo per cui non mi sento più di dover collaborare con chi richiede al sottoscritto informazioni, documenti protocollati, ma ahimè andati persi all’interno di quei palazzi: gli stessi documenti che, se invece di essere insabbiati nell’ultimo cassetto fossero stati portati alla luce, avrebbero reso inutili molte di quelle inchieste oggi condotte da talune procure nazionali.

Ma chissà… forse lo Stato – soprattutto chi lo rappresenta – non teme le voci, ma il loro contrario: vuole che quei pochi cittadini ancora onesti, col tempo, imparino a tacere. Già… proprio come tutti gli altri!

Disparità giudiziarie e opacità amministrative condominiali: il potere di chi sceglie di non tacere!


Mi è capitato (ahimè) in questi ultimi anni, di osservare con crescente amarezza come, in certi contesti giudiziari, il sistema si muova con la prontezza di una “Formula 1”, mentre altrove, di fronte a vicende ben più gravi, ho assistito a un’inerzia sconcertante, se non a una vera e propria indulgenza strutturale.
Prendete il caso di Palermo: un ex amministratore di condominio, responsabile di oltre trenta stabili, finisce agli arresti domiciliari e il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, dispone immediatamente il sequestro preventivo di quasi duecentomila euro, presunto profitto dei reati contestati: appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Le indagini, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e guidate dal colonnello Antonio Campo, nascono da cinque querele presentate da altrettanti rappresentanti di condomini, insospettiti da ammanchi emersi nel passaggio tra vecchio e nuovo amministratore.

Secondo le indagini non si tratta di sviste contabili, ma di un meccanismo organizzato: rendiconti falsificati, surplus creati ad arte, somme convogliate su conti personali, poi suddivise tra carte prepagate intestate all’indagato e alla moglie, infine spese su piattaforme di gioco online – una a Malta, l’altra in Italia. L’analisi dei flussi finanziari ha ricostruito con chiarezza il percorso del denaro, come un filo che non si spezza, ma si attorciglia intorno a scelte precise, calcolate.

Eppure, proprio mentre leggevo il comunicato stampa di questa operazione – tanto esemplare quanto rara nella sua efficienza – non ho potuto fare a meno di confrontarla con quanto accade altrove: inchieste pendenti che sono durate anni, beni mai sequestrati, professionisti coinvolti in condotte amministrative e finanziarie gravissime, eppure mai sottoposti a misure analoghe, nemmeno lontanamente paragonabili.

Alcuni di quei casi hanno visto addirittura il Tribunale competente nominare un amministratore giudiziario – segno inequivocabile del livello di gravità raggiunto – eppure, al di là della forma giuridica, la sostanza si dissolve in una gestione opaca, dove le responsabilità si smorzano, le sanzioni si annacquano, e ciò che dovrebbe apparire intollerabile finisce per essere tollerato, quasi normalizzato.

Ho espresso più volte, anche in esposti ufficiali, il mio profondo disagio di fronte a certe leggerezze operative – a decisioni prese come se stessimo parlando di bollette dimenticate, non di risorse sottratte a comunità, spesso fragili, di persone che pagano regolarmente per vedersi poi private dei servizi essenziali.

Non credo più – per esperienza diretta – che si tratti soltanto di differenze procedurali o di carichi di lavoro diseguali. C’è qualcosa di più profondo: una sorta di geografia morale dei tribunali, dove la pressione politica, le infiltrazioni mafiose, e talvolta anche la presenza discreta ma capillare di logge massoniche, finiscono per piegare l’applicazione della legge verso esiti divergenti.

Lo dico senza enfasi polemica, ma con la lucidità di chi osserva da anni, da una posizione non comoda – quella di delegato in associazioni di legalità – e che ha la responsabilità, giorno dopo giorno, di tenere accesa l’attenzione su quei passaggi silenziosi in cui la giustizia, invece di essere uguale per tutti, diventa un bene distribuito a dosi diseguali.

Questo caso a Palermo, per quanto limitato nella sua dimensione, è importante non perché sia eccezionale, ma perché è coerente: dimostra che quando ci sono volontà, competenza e autonomia, si può intervenire con tempestività, tutelando i cittadini e restituendo dignità a un sistema che spesso sembra averla smarrita.

Mi auguro – lo dico sinceramente, senza alcuna ironia – che non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi, per ciascun Tribunale siciliano (evito di fare nomi – per il momento…), un modello replicabile, anche perché, finché resteremo in questa condizione di duplice standard, sarà difficile chiedere ai cittadini di continuare a credere, non tanto nelle leggi – sì… quelle ci sono – quanto in chi le applica.

Per cui, se leggete queste righe e vi riconoscete in una situazione simile – un rendiconto poco chiaro, spese gonfiate, un cambio di amministratore con ammanchi inspiegabili – non chiudete il post e lasciate che tutto scorra via. Fermatevi, raccogliete i documenti che avete (verbali, estratti conto, fatture, comunicazioni) e confrontatevi con altri condomini e se i dubbi diventano certezze, non abbiate paura di agire.

Basta un esposto scritto, ben argomentato, inviata alla Procura della Repubblica competente per territorio, o alla locale Sezione della Guardia di Finanza. Già… non serve essere esperti: serve essere precisi. Indicate, nomi, date, somme e discrepanze.

Ed ancora, se il vostro condominio ha beneficiato di incentivi statali – bonus facciate, sismabonus, ristrutturazioni con cessione del credito – potete anche verificare se gli interventi risultano tracciati (vedasi il portale di Openpolis che monitora i cantieri finanziati con fondi pubblici) o se le procedure di affidamento sono registrate nel sistema ANAC. Spesso, una semplice incongruenza visibile in rete – un importo dichiarato di 50.000 euro che in banca diventano 80.000 – è già un campanello d’allarme.

Io, come delegato per la legalità, e insieme a chi ogni giorno lavora per rendere trasparente ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra, sono a disposizione per aiutarvi a formulare una segnalazione efficace. Non vi chiedo di fare da soli ciò che il sistema dovrebbe garantirvi per diritto: vi chiedo solo di non tacere. Perché ogni silenzio, anche il più breve, è un segnale di assenso.

Scrivetemi, condividete, verificate: Agite!

Insieme, possiamo trasformare l’amarezza in responsabilità, e la responsabilità in cambiamento.

Resto – come faccio da anni – in ascolto.

L’altra faccia dei fondi agevolati: “aiuti alle imprese” o “occasione di corruzione”?


Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell’ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l’obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un’autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l’opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l’impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì… non bastano le leggi (fatte tra l’altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturaleconvincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell’arido terreno dell’indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

Sistema Sicilia…


La storia sembra ripetersi, come se in questa terra il tempo non scorresse… ma girasse in tondo, lasciando impronte sempre uguali ma su strade diverse, quasi a volerci ricordare che nulla cambia veramente.

Già… proprio come in passato, oggi ritroviamo nuovamente Totò Cuffaro al centro di un nuovo scandalo – interrogato dal Gip con accuse pesanti quali: associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Ho letto che mentre si presentava in Tribunale avrebbe detto ai giornalisti di avere “fiducia nella giustizia“.

Una frase che suona come un ritornello familiare, il refrain di un sistema che non ha mai davvero cambiato pelle. Come sapete non condivido nulla di quel sistema che da sempre condanno con tutte le mie forze, ma resto altresì convinto che le sue dimissioni da segretario della Dc e la rimozione degli assessori a lui vicini, siano solo la punta dell’iceberg, sì… le prime onde di uno scandalo che scuote il palazzo, ma non ne mina le fondamenta.

Perché il sistema, quello vero, è molto più grande di un solo uomo. Dietro l’ex Presidente della regione, si nasconde una rete di relazioni che si estende in ogni angolo dell’isola fino a giungere a Roma, coinvolgendo figure istituzionali come ex ministri e attuali deputati. 

Ho letto inoltre di consorzi di imprese che esistono più nei documenti che nei cantieri, già… quest’ultimi sono riusciti a ottenere decine di appalti pubblici grazie a quelle relazioni giuste. Come sapete, non entro nel merito dei nomi specifici – non m’interessano né quelli e ancor meno i cognomi dei loro referenti – ma è evidente come queste entità, muovendosi con sorprendente agilità tra commesse milionarie e relazioni politiche di alto livello, abbiano costruito imperi che ora rischiano di sgretolarsi, come molti di quelli che abbiamo visto in questi anni crollare su se stessi, sì… credo che sia solo questione di tempo!

E cosa dire della sanità, di quel settore che dovrebbe essere sacro e invece è diventata la cassaforte della corruzione, il luogo dove si decidono destini e fortune? Gare pilotate, concorsi truccati, punteggi modificati in silenzio, tutto avviene alla luce del sole, senza vergogna, come se fosse la norma. La novità, come riportavo alcuni giorni fa, è che oggi la corruzione non si manifesta più solo attraverso le classiche buste marroni con mazzette di banconote, ma attraverso scambi di utilità più sottili, già… più socialmente accettabili, che creano dipendenze destinate a riproporsi nel tempo.

Non è più solo il denaro, ma la capacità di distribuire opportunità, di creare reti di potere, di controllare la burocrazia. Mentre i cittadini comuni faticano a ottenere un visto, un permesso, un servizio pubblico, chi sa muoversi tra le pieghe dell’opacità ottiene tutto con una semplice telefonata e di queste telefonate, ogni giorno, se solo potessimo ascoltarle, ve ne sono a centinaia… 

Già, ciascuna di esse potrebbe realizzare quella storica pubblicità della “SIP” con protagonista l’attore Massimo Lopez e quel celebre slogan: “il telefono allunga la vita“, aggiungendo oggi: “non solo quella, ma anche il potere“.

Sì, il denaro non conta più nulla, ciò a cui tutti ambiscono è la promessa di un posto di lavoro, l’aggiustamento di un punteggio, la nomina a un incarico prestigioso, quello scambio silenzioso tra un politico e un imprenditore, tra un funzionario e un professionista, tra una personalità istituzionale che ha il potere e chi lo cerca.

E così, mentre la politica regionale cerca di assestarsi dopo questo terremoto, con vertici di maggioranza rinviati e nomine bloccate, ciò che resta è la sensazione amara che alla fine, nulla cambi veramente. La nostra Regione Siciliana è tornata a essere un luogo di mera intermediazione, dove tutto si fa “alla luce del sole, senza vergogna“.

Mentre il “sistema” Sicilia continua ad essere un intreccio inestricabile di potere, affari e silenzi, che prospera nell’ombra, resistente a ogni scandalo, a ogni inchiesta, a ogni promessa di cambiamento. La mafia, pur non essendo più il regista, rimane comunque la prima beneficiaria collaterale, sempre pronta a intercettare gli effetti economici di quei flussi illeciti. E sì, perché nonostante tutto, nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, quell’infezione continua a diffondersi, silenziosa, implacabile, inevitabile. Perché la corruzione, quando diventa “Sistema”, non conosce fine!!!

E forse, proprio per questo, non conoscerà mai fine, perché in questa terra, dove la linea tra legale e illegale è così sottile da diventare invisibile; chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi decide chi deve restare e chi deve andare? Chi decide chi merita una seconda possibilità e chi no?

Nello scrivere queste parole ho ripensato alla fiction “Il Capo dei capi” interpretata dal bravissimo attore Claudio Gioè, nella parte del boss di “cosa nostra” Toto Riina, mentre discute con l’amico di sempre Binnu (Bernardo Provenzano): “I Corleonesi nunn’ hanno bisogno ru stato! Ave trent’anni che mettiamo le leggi senza bisogno di scriverle e siamo noi che le facciamo rispettare, siamo noi che decidiamo qua va a crepare e qua va a vivere, qua va a pigliare gli appalti e chu resta morto de fame, chi se ne deve andare a Roma e chu resta cu u’ culo pe’ terra… hann’a trattare cu’ mia, Binno! Qui lo stato sono io!”

Consentitemi di uscire per un istante dalla serietà di questo post, aggiungendo come a tal proposito – senza togliere meriti all’interpretazione di Gioè – molti miei amici che hanno potuto osservare alcuni anni fa, quella stessa parte realizzata (ovviamente per scherzo) dal sottoscritto, con la collaborazione di una delle mie figlie – un video modificato attraverso un filtro se non ricordo male del social “Tik Tok” – dichiaravano che ero da Oscar…

Riprendendo per concludere: la risposta è semplice… sono sempre loro, quelli che siedono ai tavoli del potere, quelli che controllano le chiavi del sistema. E finché non cambierà questo “sistema“, ogni inchiesta, ogni arresto, ogni dimissione, non sarà che l’ennesima goccia nel mare di un male che, come ripeto e scrivo da 15 anni in questo Blog: è diventato “cosa nostra“, di conseguenza parte del Dna di questa terra!

Quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo…


Non è facile raccontare ciò che si ascolta senza mai sentirsi veramente sicuri di averlo compreso fino in fondo, perché qui, in questa terra che continua a nutrire sogni e disillusioni con uguale generosità, il male non arriva avvisandoti con i passi pesanti di chi vuole farsi notare, ma con quelli attutiti di chi sa già di essere atteso. 

È un andare e venire silenzioso, quasi familiare, tra uffici, incontri al bar, corridoi di palazzi dove nessun cartello indica la giusta direzione, ma tutti – incredibilmente – sanno dove devono voltarsi, e così, mentre fuori la giornata inizia a prendere forma ed il sole batte su quelle nostre strade dissestate, qualcuno da dentro quell’ufficio sta firmando qualche documento, qualcun altro viceversa sta tacendo, e un terzo sta preparando il conto da presentare a chi di dovere… 

Si potrebbe pensare che i numeri siano freddi, distanti, quasi rassicuranti nella loro impersonalità, eppure quei duecentocinquanta nomi all’interno di quei fascicoli d’inchiesta aperti tra il 2020 e oggi, sono di fatto persone reali, non solo volti sfocati di foto segnaletiche, ma dirigenti e funzionari che incontravi ogni giorno, anche di domenica al supermercato, parliamo di professionisti, di politici, di assessori che sorridevano alla festa del quartiere, mentre quelle ruspe scavavano il terreno per un appalto che nessuno aveva richiesto.

Eppure i dati parlano chiaro: cinque inchieste su quarantotto in un solo anno, ottantadue persone indagate su poco meno di seicento in tutta Italia, un tasso che non si spiega con la sfortuna, né con la geografia, ma con una logica profonda, sedimentata, quasi istituzionalizzata. 

La Sicilia tra l’altro non rappresenta un’eccezione, anzi… è un vero e proprio laboratorio, un luogo dove si osserva (ahimè… con una certa tragicità) come la corruzione non sia mai stata solo un reato, ma una forma di governo parallelo, una grammatica condivisa tra chi sa e chi non chiede.

E non è neppure una questione di mancanza di controlli, di leggi troppo deboli o di una magistratura troppo lenta a causa di una burocrazia che riempie costantemente di faldoni quelle loro scrivanie, no…  è che il sistema, nel tempo, ha imparato a vestirsi meglio, a togliersi la cravatta sporca e a indossare un completo sobrio, a sostituire la busta con la stretta di mano, il favore con la raccomandazione “tecnica”, la tangente con la consulenza “strategica”. 

Non è più questione di chi prende, ma di chi permette, di chi interpreta, di chi tace sapendo che quel silenzio ha un prezzo e di conseguenza… un ritorno. Le relazioni opache, di cui ho sentito pronunciare in queste ore dal generale Napolitano – nuovo comandante della Guardia di finanza di Palermo – non sono un difetto del sistema, sono il sistema stesso: non un cancro da estirpare, ma un tessuto che si rigenera perché continua a essere nutrito, ogni giorno, da chi preferisce non guardare troppo da vicino per non dover poi scegliere da che parte stare.

Mi chiedo… non tanto come sia possibile che accada ancora, ma come sia possibile che, nonostante tutto, qualcuno si continui a stupirsene. Perché non è la corruzione a essere eccezionale, qui: è l’onestà a esserlo.

È quell’impiegato che rifiuta, l’imprenditore che non abbassa lo sguardo, il funzionario che scrive una relazione senza omettere quel dettaglio scomodo, a sembrare fuori posto, già… a rischiare di essere considerato un ingenuo, o peggio, un traditore. Eppure, sono loro, forse, a tenere ancora accesa una possibilità: non quella di una rivoluzione improvvisa, ma quella di una resistenza quotidiana, minuta, fatta di scelte che non finiranno mai sui giornali, di documenti consegnati in tempo, di firme messe senza guardare da che parte spirava il vento.

Perché alla fine, non si tratta di sconfiggere un nemico lontano, ma di riconoscere che quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo: si spezza ogni volta che qualcuno decide di non passarlo oltre.

E forse, è proprio lì – in quel preciso momento tra esitazione, silenzio e soprattutto scelta – che sta ancora, incredibilmente, la speranza. Non quella retorica, da discorso ufficiale, ma quella più vera, più fragile: quella che si esercita quando nessuno ti vede, quella che finalmente hai deciso lo stesso di compiere!

Catania: la prossima pagina dell’inchiesta!


C’è un momento, prima che la notizia si adagi come fosse polvere su una scrivania dimenticata, in cui essa vibra, non come fatto, ma come segnale. Già… proprio come un avviso scritto in una lingua che conosciamo bene, anche se facciamo finta di non capirla.

Ora quel segnale non è solo l’eco di una sentenza né il rilancio di un comunicato stampa: è il peso specifico di ottantamila euro in contanti, gli ennesimi soldi a nero che circolano in questo Paese, e lasciatemi ricordare come, in tutti questi anni, nessun governo nazionale ha mai voluto adottare provvedimenti veri contro il riciclaggio e i pagamenti in nero, trovati chiusi nell’ennesima cassaforte, nascosta tra le mura di una casa in città o in una tenuta fuori mano.

Non è tanto la cifra a colpire – ormai sappiamo che i numeri si gonfiano, si riducono, si mimetizzano – quanto il gesto di nasconderla, di tenerla lì, ferma, come un’assicurazione silenziosa, un pegno in attesa di essere riscattato o di corrompere chiunque si mostri disposto a farsi infettare.

È la conferma che, contrariamente a quanto dichiarato ieri dal Presidente Mattarella – «la mafia tracotante che fu sconfitta» – la sua totale distruzione non è mai avvenuta. Anzi, quel sistema non è in crisi: funziona benissimo, più florido che mai.

Certo, funziona per pochi (infetti) e contro tutti: appalti, sanità, assunzioni, gare che si aprono e chiudono con la stessa facilità di una saracinesca. Un sistema criminale «pubblico», non per servire, ma per selezionare, per garantire che quella casta sopravviva, che il cerchio resti chiuso, che le mani che stringono siano sempre le stesse, anche se i volti cambiano, le generazioni si susseguono e le etichette politiche si rinnovano.

Non è corruzione occasionale, non è una deviazione momentanea: è un metodo consolidato, oliato, che si ripete, si perfeziona, si trasmette. Un linguaggio condiviso, fatto di pressioni discrete, rinvii strategici, punteggi modificati in silenzio, commissioni che decidono non per quello che vedono, ma per ciò che gli viene suggerito.

E chi credeva che tutto questo fosse circoscritto a un ufficio, a una provincia, si sbagliava. Il contagio non rispetta i confini amministrativi: segue le relazioni, i favori, i debiti non scritti, dalla costa occidentale fino alle pendici dell’Etna, lungo strade secondarie che non compaiono sulle mappe, ma solo sulle agende private.

Non sono più solo le parole intercettate a raccontare questa storia: sono i corpi che si irrigidiscono al suono di un telefono, le dimissioni annunciate con ritardo, i sit-in silenziosi davanti ai palazzi, con striscioni che non gridano rivoluzione, ma chiedono una cosa sola: rispetto. Ma rispetto di cosa? Per chi lavora onestamente, per chi aspetta un’assunzione meritata, una strada riparata non per grazia ricevuta, ma per diritto?

Mentre alcuni sperano che l’inchiesta si esaurisca tra verbali e interrogatori programmati per venerdì, qualcosa già si muove più a est. Sì… Catania non è un’ipotesi: è una direzione. Lo sento nell’aria, nel modo in cui certe telefonate si interrompono prima del previsto, nelle carte ricontrollate all’improvviso, nei nomi cancellati da liste e protocolli.

Non è fantasia: quando un sistema viene scosso davvero, non crolla pezzo a pezzo, ma tutto insieme. E saranno in molti a dover piangere. Chi ha costruito la propria fortuna su fondamenta marce non può non tremare, soprattutto chi, insieme alla sua famiglia, ha goduto di un «improvviso» benessere senza mai chiedersi da dove venisse..

Perché questa volta non si tratta di coprire, archiviare o attendere che il tempo cancelli tutto. Questa volta, la luce entra da più finestre. E anche se qualcuno spera che il clamore si spenga, ciò che è stato commesso – l’infamia con cui si sono macchiati – non svanirà!

Perché lì, nell’asettico mondo virtuale, nulla viene cancellato. I nomi, i cognomi, le date resteranno per sempre, scolpiti nella memoria digitale che non perdona. E quando qualcuno proverà a dimenticare, basterà un click per ricordare chi ha tradito, come ha tradito, e a chi è costato. Perché la verità, una volta esposta, non torna più nell’ombra.

“Enjoy” si è fermata a Eboli? No… a Castel di Iudica!


Già… in questo nostro Paese, il più delle volte ci si gira dall’altra parte, come se voltare lo sguardo bastasse a cancellare i problemi. 

Viceversa il sottoscritto – proprio due settimane fa – mentre tornavo a casa lungo una strada desolata che da Castel di Iudica conduce verso l’autostrada A19 (Catania-Palermo), non ha potuto che notare un’auto: nuova, bella, rossa, con il logo “Enjoy” stampato sulla carrozzeria, come un ironico slogan pubblicitario, abbandonata lì… in mezzo al nulla.

All’inizio sembrava solo parcheggiata in modo strano, forse dovuto a un problema meccanico o chissà a un errore di qualcuno che in maniera celere l’avesse abbandonata, ma poi, giorno dopo giorno, ho visto i pneumatici sparire, i cerchioni strappati e via via, sembra apparire come ossa da uno scheletro, mentre i ladri – o forse qualcuno in cerca di ricambi per la stessa marca – inizia a smontare pezzo a pezzo, quel relitto sotto il naso di tutti.

Pensavo altresì ai possibili rischi, già… a ragazzini che per gioco potrebbero lanciare sassi contro quei finestrini e ai poveri ciclisti che rischierebbero di finire in mezzo ai vetri divelti, eppure vedendo quell’auto mi son chiesto come mai finora nessuno avesse mosso un dito? Le forze dell’ordine, secondo quanto riportato al bar la scorsa settimana – dove avevo preso un caffè – erano passate a controllare.

Ed allora pensavo: ma c’è qualcuno a cui interessa? Perché nessuno ha chiamato un carro attrezzi? Ed allora stamani ho rallentato e l’ho fotografata nuovamente e mi sono chiesto se non fosse il caso di segnalarla anche attraverso questo blog, ripensando ai rischi che quell’auto possa – in quelle condizioni – provocare, soprattutto di notte, quando l’area è così fitta che sembra di camminare a occhi chiusi.

Eppure si tratta di una vettura a noleggio, non un relitto di proprietà privata. La società dovrebbe sapere dov’è, no? O forse no. Forse il sistema di tracciamento è stato disattivato, forse è stata rubata, forse il cliente l’ha lasciata lì dopo un guasto e tornato a riprenderla ma viste le sue condizioni, ha deciso di fare diversamente… 

Ma la vera beffa è che “Enjoy” (che significa godimento, in inglese) è diventata il nome di un monumento all’indifferenza.

Chi l’ha abbandonata? Un utente distratto che ha premuto “fine noleggio” senza accorgersi di aver lasciato l’auto in mezzo al deserto? Un dipendente troppo impegnato a compilare scartoffie per verificarne la posizione? O forse siamo tutti colpevoli, già… noi che passiamo e non facciamo niente, convinti che “tanto non è affar nostro”?

E così… mi torna in mente quel film, “Cristo si è fermato a Eboli”, dove la storia cerca di spiegare il mondo, guardando tra le sue pieghe più nascoste. Solo che qui, a Castel di Iudica, non è Cristo che si è fermato: è il senso civico!

È l’idea semplice che, se vedi un’auto abbandonata in una zona pericolosa, fai una telefonata. Che se sei delle istituzioni, non ti limiti a controllare e basta: agisci!

Invece, no… siamo qui a quasi due settimane di distanza, e nessuno ha chiamato un carro attrezzi. Già… si preferisce parlare al bar, lamentarsi tra un caffè e l’altro, e poi tornare a casa senza alzare lo sguardo e aspettare che quell’auto diventi prima o poi un problema.

Mi chiedo: quanto deve durare questa farsa? Quanti vetri devono andare in frantumi, quante altre altre parti meccaniche o di carrozzeria debbono esser trafugate, prima che qualcuno decida di muovere un dito?

Forse basterebbe una segnalazione, un messaggio alla società, auspico solo che non si preferisca – come sempre – che siano gli altri a risolvere i problemi. La vera tragedia infatti, non è l’auto abbandonata, è che nessuno si sente responsabile di rimetterla in carreggiata.

Spero quantomeno che questo post, con la targa ben visibile, arrivi a chi di dovere. Ma la domanda che mi porto dietro è un’altra: quando capiremo – noi cittadini – che la civiltà non è solo questione di leggi o di controlli, ma di guardare ciò che abbiamo davanti e non far finta di non vedere, ma fare sempre la nostra parte? 

INCREDIBILE: sono le 13.45 ed è successo. L’auto è stata ritirata con un carro attrezzi. Proprio adesso, dopo due settimane di abbandono, di cerchioni rubati, di vetri a rischio per i ciclisti, dopo tutti i caffè al bar in cui si parlava di “non è affar mio”, dopo le forze dell’ordine che hanno controllato e basta… è bastato scrivere un post, mostrare la targa, ricordare che la civiltà non è un optional.

Mi chiedo: se è successo così in fretta, perché non è accaduto prima? Perché ci voleva un cittadino che alza la voce, che non si gira dall’altra parte, per far muovere le cose? Forse perché a volte basta un granello di sana vergogna, un po’ di luce puntata su un angolo dimenticato, per smuovere ingranaggi che sembravano arrugginiti. O forse, semplicemente, qualcuno ha letto queste righe e ha deciso di fare la sua parte.

Non voglio esultare, non ancora. Perché la vera vittoria non è il carro attrezzi che se ne va con quel relitto, ma il fatto che, per una volta, qualcuno ha scelto di non voltare lo sguardo. La domanda resta: perché aspettare sempre che sia un post a risolvere ciò che dovrebbe essere normale? Perché lasciare che siano i cittadini a fare il lavoro che spetta ad altri?

Intanto, però, oggi auspico di avervi trasmesso una cosa: a volte, basta poco. Un click, una segnalazione, un “non mi va di tacere”. Non è molto, ma è già qualcosa. E se questa auto è finalmente sparita, spero che domani non ce ne sia un’altra al suo posto. Perché la civiltà non è questione di miracoli: è questione di non smettere mai di guardare!

Quando l’onestà paga: Stefano Milone.


Ci sono storie che meritano di essere raccontate non solo per i fatti in sé, ma per la luce che gettano su ciò che conta davvero.
Penso a quanto l’onestà possa sembrare, a volte, una strada in salita, un principio scomodo che mette alla prova il carattere di una persona.

Eppure, oggi voglio parlare di quando l’onestà paga, non in moneta sonante, ma in qualcosa di infinitamente più prezioso: la dignità.

Tutto prende forma nella notte del 17 agosto, in una stanza d’albergo, alla vigilia di una partita di calcio giovanile.

Un giovane arbitro, Stefano Milone, si trova di fronte a una scelta che ne avrebbe messo alla prova l’anima più che la competenza.

Due persone gli si presentano con un’offerta chiara e indecente: tremila euro per piegare il corso del gioco a un risultato prestabilito. È in quel preciso istante, in quel silenzio carico di implicazioni, che il mondo sembra fermarsi in attesa della sua risposta.

E la risposta di Stefano Milone arriva, netta e senza esitazione. È un no. Un rifiuto che non rimane confinato tra quelle quattro mura, ma che diventa subito denuncia, parola data al designatore, primo mattone di un’indagine che avrebbe svelato un sistema corrotto che minava le fondamenta dello sport più amato. Quel “NO” non è stato solo un gesto di rifiuto, è stato un atto di costruzione, la prova che una sola persona, con il suo coraggio, può diventare un argine.

Quel gesto di straordinaria lealtà ha avuto una risonanza che va ben oltre l’episodio di cronaca. Nelle scorse ore, a Roma, Stefano Milone è stato premiato con il riconoscimento “Rispetto e Legalità”, un tributo a chi dimostra che lo sport può e deve essere ancora una scuola di valori. La sua sezione, l’AIA di Reggio Calabria, ha espresso un orgoglio che va oltre l’appartenenza associativa, toccando il cuore di una comunità che ha ritrovato in lui un esempio di purezza morale.

Questa vicenda ci ricorda che la tentazione del silenzio è spesso più comoda, più facile da digerire. Ma ci mostra anche, con limpida chiarezza, che quando una persona sceglie di essere incorruttibile, alla fine non ha che da guadagnarne. Non in denaro, certo, ma in stima, in rispetto, in quella certezza interiore che è la sola vittoria che nessuno potrà mai contestare.

Il suo nome, Stefano Milone, brilla oggi come un promemoria necessario: la vera vittoria non è quella segnata sul tabellino, ma quella che si conquista ogni giorno difendendo i propri valori, senza sconti e senza compromessi.

Straordinari di dolore: quando violare i contratti spezza le vite.


Oggi sento il bisogno di parlare di una questione che mi sta profondamente a cuore, e che purtroppo si ripete con una sconcertante regolarità…
Rifletto da tempo su come il mancato rispetto dei contratti, l’aumento indiscriminato delle ore lavorative e l’erosione delle tutele possano creare un terreno fertile per la tragedia.

Si tratta di un circolo vizioso che, ahimè, continua a mietere “vittime bianche”, ogni giorno, rendendo il lavoro non un luogo di dignità, ma di pericolo.

Mi torna altresì in mente – quanto ho sempre evidenziato nel mio blog – un’altra ambigua circostanza, una procedura che avrebbe dovuto essere un faro di trasparenza. ,

Per anni, ad esempio, ho denunciato il fatto che, nonostante fosse prevista dalla normativa, questa pratica fosse sistematicamente ignorata da molti Committenti, in particolare dai suoi dirigenti, come se le regole fossero optional e non prescrizioni vitali.

Eppure, finalmente, dopo tanto insistere, vedo finalmente un segnale di cambiamento, seppur a macchia di leopardo.
Ho constatato personalmente, negli ultimi mesi, che alcuni General Contractor, non tutti purtroppo, stanno iniziando a richiedere con serietà le liberatorie, accompagnate dai relativi bonifici, a tutte le maestranze coinvolte nelle catene d’appalto.

Un passo fondamentale, perché certifica il pagamento e il rispetto dei diritti di chi lavora, dall’appaltatrice principale fino all’ultimo subappaltatore o fornitore. Già… un riconoscimento formale che il lavoratore esiste, è stato retribuito, e non è un fantasma nel sistema.

Pensando a questo, non posso non ricordare quanto accaduto nella mia regione, dove la Fillea Cgil Sicilia ha sollevato il velo su irregolarità profonde negli appalti pubblici. Denunciavano accordi aziendali che, con un lessico calcolatamente edulcorato, trasformavano lo straordinario in “lavoro aggiuntivo”, retribuito forfettariamente e privato di ogni tutela indiretta e differita.

Una deroga silenziosa al contratto nazionale che svuota la dignità del lavoratore. Ma la risposta di taluni Enti (committenti) non è stata lineare, anzi in molte occasioni hanno preferito non affrontare il merito, ma girare lo sguardo, addirittura omettendo di coinvolgere il sindacato nelle comunicazioni successive.

Un comportamento che, ho letto, ha portato la vicenda davanti al Giudice del Lavoro per un presunto comportamento antisindacale!
Tutto questo mi fa pensare a una partita, sì… una partita in cui le regole sono chiare, ma chi dovrebbe arbitrare a volte sembra dimenticarsi di farlo, o addirittura scende in campo in modo maldestro negli ultimi minuti.

Noi, però, non possiamo essere spettatori passivi di questo gioco. Perché quando si gioca con i diritti e la sicurezza delle persone, l’unico gol che si segna è quello della negazione della vita stessa e ogni “vittima bianca” è una sconfitta per tutti noi.

Quanti morti servono prima che il governo impari a intervenire dove conta? Le procedure di sicurezza sono solo carta straccia.


Ogni giorno leggo, ahimè, numeri sempre più crescenti, sperando che finalmente qualcuno, da quei palazzi istituzionali, potesse comprendere la profondità dell’emergenza.

Debbo ammettere che, in tutti questi anni, mi sono sbagliato, già… perché mentre cercavo di analizzare quei dati e proponevo – anche in questo blog – una serie di possibili soluzioni, mi sono reso conto che la situazione reale, ahimè, è ancora più tragica e allarmante di quanto immaginassi.

Tutto quel fiume di carta, quelle montagne di documenti inutili servono a poco se, alla fine, manca del tutto la verifica sul campo, il controllo effettivo capace di impedire alle aziende di ricorrere a stratagemmi pur di strappare fino all’ultimo minuto di lavoro da persone ormai stremate.

Una stanchezza fisica che si trasforma in disattenzione, in un attimo di fatalità: la diretta conseguenza di una cultura del lavoro malata, dove la produttività viene prima della vita umana e le procedure di sicurezza sono viste come ostacoli da aggirare.

Dietro quei numeri, infatti, si nascondono le storie di chi paga il prezzo più alto: lavoratori più vulnerabili che affrontano rischi enormemente superiori, un divario inaccettabile che parla di sfruttamento e di una tutela minore per chi ha meno voce in capitolo.

È una strage silenziosa e selettiva, e la sua geografia è eloquente: alcune regioni del paese vivono in una perenne emergenza, sintomo di un problema radicato e di un sistema di controlli che evidentemente non funziona – o non arriva in modo uniforme.

I settori più colpiti sono noti da anni per la loro pericolosità, eppure sembra che poco o nulla cambi nelle dinamiche che portano a queste tragedie. È agghiacciante constatare l’aumento delle morti durante il semplice tragitto verso il lavoro: un logoramento che si estende ben oltre i cancelli dell’impresa.

Ciò che davvero mi fa arrabbiare, oltre alle vite spezzate, è la sensazione che tutta l’impalcatura normativa rischi di trasformarsi in un gigante burocratico dai piedi d’argilla. Si parla sempre di nuovi accordi e linee guida, ma tutto ciò non serve a nulla se manca il coraggio di andare a scovare e punire severamente quelle imprese che, per profitto, alimentano un sistema di illegalità e sfinimento.

Alla fine, dietro queste mie analisi si nasconde una verità scomoda che forse nessuno vuole realmente affrontare: molto spesso, la sicurezza viene sacrificata sull’altare del risparmio. O chissà, magari perché il sistema viene costantemente “oliati” da chi di dovere, e così tutto finisce per passare in secondo piano.

Lo ripeto: serve una strategia totalmente diversa da quella finora messa in campo – da chi, tra l’altro, seduto da sempre in quelle poltrone, non sa neppure cosa significhi lavorare, sporcarsi le mani, né tantomeno comprendere quali meccanismi adottare per far finire, o quantomeno ridurre a un banale incidente (che, naturalmente, può sempre capitare), tutto questo.

Serve qualcosa che vada oltre la preparazione di documenti sterili e poco verificabili, visto che la maggior parte di essi si basa su vere e proprie autocertificazioni.

Manca, invece, il controllo serio. E soprattutto manca la volontà di far crescere una cultura del lavoro che ponga la dignità della persona al centro. Perché finché continueremo a contare i morti invece di proteggere i vivi, ogni numero sarà soltanto una sterile confessione della nostra indifferenza.