
Immagino che salendo quelle scale dell’Università avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava…
Già… lui lì studente che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili, ma soprattutto a sperare in un mondo mondo da una prospettiva dove si possa distinguere il bianco dal nero.
Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!
Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.
Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto.
Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.
Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio.
E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.
Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro?
Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare.
E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)