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Due che litigano, “milioni” che guardano: e se lo scontro Trump-Papa fosse soltanto un copione?


Allora, proviamo a mettere un po’ d’ordine in questa storia, perché quello che è successo tra Donald Trump e Papa Leone XIV, ha secondo me dell’incredibile. 

Non parlo solo della durezza degli attacchi, che già di per se basterebbe a far riflettere, no… parlo di qualcosa di più sotterraneo, di quel brusio che senti quando le cose non quadrano del tutto.

Da una parte abbiamo il presidente americano, l’uomo della forza senz’appello, della politica vista come pugilato e delle minacce rivolte a tutti, sì… non solo all’Iran ma anche ai propri alleati, dall’altra un papa (anch’egli americano) come non se n’erano mai visti, Robert Francis Prevost, che si alza e dice “no, così non va” con una nettezza che persino i più fedeli osservatori del Vaticano hanno trovato inusuale.

Perché questa in fondo non è solo una lite diplomatica, è uno scontro tra due modi di intendere il potere, tra chi usa la religione per benedire le proprie battaglie e chi la usa invece per porre dei limiti, magari scomodi.

Fin qui, nulla di strano. Due visioni del mondo, due leadership, due modi di stare al mondo. Eppure, più ci penso, più mi viene il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non si comprende bene. Forse è solo la mia abitudine a osservare tra le pieghe, ma mi sono chiesto: è davvero possibile che un presidente navigato come Trump, che ha sempre avuto un fiuto impressionante per il consenso popolare, abbia deciso ora di attaccare frontalmente un papa che, tra l’altro, parla la sua stessa lingua, è nato nello stesso paese, e rappresenta due miliardi di fedeli cattolici? E dall’altra parte, un papa che sceglie proprio questo momento per indurire i toni e per rispondere colpo su colpo, lui che finora era stato piuttosto misurato?

No, credetemi…. è ovvio che c’è qualcosa che non torna!

Per meglio capire come si sia giunti a questo punto, provo allora a fare un passo indietro. Le tensioni c’erano già prima; già nel maggio del 2025, quando Prevost fu eletto, circolavano voci e qualche strano account social che sembrava anticipare le sue posizioni antimilitariste e critiche verso le deportazioni di massa. E poi c’è stata la questione dell’Ucraina, quella del Venezuela, della Groenlandia, dell’Iran, di Cuba, ed anche la polemica sul Board of Peace voluto da Trump che il Vaticano ha saputo gentilmente scansare…

Il contrasto di fondo è chiaro: da una parte la realpolitik della potenza, dall’altra il Vangelo inteso come limite morale. Ma il salto si è visto nell’aprile 2026, quando gli animi si sono scaldati fino a farli bollire, è stato qualcosa di più. Trump che definisce il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” e il Papa che risponde: non ho paura di quest’amministrazione. A cui poi si è aggiunta sul web quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, Trump in pose cristologiche, poi cancellata, ma che nel frattempo aveva già fatto il giro del mondo. “Blasfemia”, hanno gridato molti. E forse lo era…

Ma è proprio lì che mi si accende una lampadina. Perché quel gesto, quello della foto blasfema, è talmente sopra le righe che viene da pensare che non sia stato un caso. Già… e se invece tutto questo fosse stato predisposto? Se il conflitto fosse stato, in qualche misura, orchestrato?

Magari non nei dettagli, ma nei suoi tempi e nella sua intensità. Pensate a cosa significherebbe tutto ciò… Da un lato, Trump potrebbe presentarsi ai suoi elettori come il leader che non si piega neppure al Papa, che difende l’America anche contro l’autorità morale più alta del mondo cristiano. Un martirio laico, in qualche modo. Dall’altro lato, e qui viene la parte più interessante, Papa Leone XIV ne uscirebbe con un’immagine completamente rinnovata…

Seguitemi su questo punto, perché mi sembra cruciale. Fino a ieri, chi era questo papa? Un americano, sconosciuto, neppure inserito in quella cerchia tra i cosiddetti “papabili”, un profilo basso, quasi timido, uno che – da quando è stato eletto – ha visto gran parte dei fedeli cattolici distanti da egli, quasi non l’avessero davvero abbracciato.

Dopo lo scontro con Trump, invece, eccolo lì: il papa che ha saputo dire di no al presidente più potente del mondo, che non ha piegato la dottrina alle convenienze della politica, che si è messo in gioco in prima persona. Non è esattamente la stessa dinamica che abbiamo visto con Francesco e con le sue battaglie? Solo che qui il papa è americano, e forse aveva bisogno di un gesto plateale per mostrare che non sarebbe stato il cappellano della Casa Bianca. E quale occasione migliore di una provocazione in piena regola?

Certo di quanto dico non ho prove, ma non mi servono, perché so che che nei conflitti troppo rumorosi e netti, sì…  “perfetti” nello schierare le parti, ho imparato a cercare il disegno che si cela dietro lo sfondo. Sarà che la mia natura a differenza della maggior parte vede nero dove forse c’è solo caos, eppure, se ci penso bene, anche il caos a volte serve e in questo caso è servito a ridefinire i ruoli: Trump come il combattente senza freni, il Papa come il pastore che non ha paura di abbaiare contro il lupo. La verità: a entrambi, in fondo, questa rissa ha fatto comodo!

E ora aggiungo una riflessione che mi frulla in testa: è stato tutto predisposto per dare al Papa un’immagine diversa, più consona alla figura che rappresenta, oppure è l’esatto contrario – e cioè se fosse Trump ad aver bisogno di un nemico “importante” per legittimare la sua crociata?

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, che forse potrebbe interessarvi. Potrebbe darsi che nessuno dei due abbia orchestrato nulla, ma che entrambi abbiano intuito, quasi simultaneamente, che quello scontro era inevitabile e che, già che c’erano, conveniva a tutti e due giocarlo fino in fondo.

Non parlo quindi di un complotto, ma di una coreografia quasi istintiva, ciò che succede tra due lottatori che sanno che il pubblico vuole vedere il “sangue” ed allora i contendenti si guardano un attimo prima di colpirsi per mettersi d’accordo: “Ci stai? Sì, ci sto”. Perché alla fine, sia Trump che Papa Leone XIV sanno una cosa semplice: i fedeli, gli elettori, la gente, non si accontenta più delle mezze misure. Vuole eroi e cattivi, vuole passione, vuole sentirsi parte di una battaglia. E loro, volenti o nolenti, gliela hanno data!

Resta il fatto che i cattolici americani sono ora divisi più che mai. E forse è proprio questo il costo di una messinscena riuscita. Intanto, guarda un po’, spuntano già i cosiddetti ‘ambasciatori’ che provano a mediare. Come se qualcuno, dietro le quinte, avesse già previsto la necessità di un armistizio. Peccato che né un presidente né un pontefice, per quanta abilità ci mettano, possano ricucire con un colpo di spugna ciò che hanno contribuito a lacerare. A meno che… la prossima mossa fosse già scritta. E io intanto continuerò a osservare.

Ma voi — ditemi — vi siete fatti un’idea diversa? Cosa ne pensate finora di quanto accaduto? Io, nel frattempo, continuerò a osservare e a leggere, ma non quello che propongono i faziosi media: voglio capire cosa non torna.

Fate lo stesso, e chissà: con le vostre intuizioni, potrei realizzare un post da far conoscere a tutti i miei lettori.

Leone XIV – Trump: la riforma finanziaria vaticana tra etica e geopolitica!


C’è un paradosso ricorrente nelle riforme istituzionali: ogni passo verso l’ordine interno viene immediatamente letto come una mossa tattica in una partita più ampia.

È quanto sta accadendo con la “Coniuncta cura”, il ‘Motu Proprio’ dell’ottobre 2025 con cui Papa Leone XIV ha di fatto superato il monopolio dello IOR nella gestione degli investimenti vaticani. 

Per anni, quell’ente ha amministrato in via pressoché esclusiva il patrimonio mobiliare della Santa Sede, forte di un rescritto del 2022 voluto da Francesco. 

Oggi la struttura cambia: si passa a un modello di responsabilità condivisa, con un ruolo rafforzato dell’APSA e, soprattutto, la possibilità concreta di affidare parte delle risorse a intermediari finanziari esterni, con sedi in piazze come Zurigo, Londra o New York.

Le ragioni dichiarate sono tecniche, ma portano con sé un’ambizione che non lascia indifferenti. Si insiste su efficienza e trasparenza, ma anche su un orientamento etico più rigoroso, spesso riassunto nell’idea di una “finanza di pace”. Mi sembra utile osservare come l’intento non sia lasciare che i cinque miliardi di euro della Curia vengano gestiti secondo logiche puramente speculative, ma orientarli verso criteri più selettivi. Aprendo a soggetti terzi, il Vaticano sembra voler privilegiare quegli istituti che rifiutano di finanziare settori come gli armamenti o i combustibili fossili. È un passaggio che richiama certamente le linee guida già tracciate dal precedente pontificato, ma che ora assume una forma operativa precisa.

Eppure, è proprio quando si cerca di tenere separata la sfera tecnica da quella politica che il quadro si fa più intricato. Da oltreoceano circola una ricostruzione diversa, alimentata da indiscrezioni non verificate ma ampiamente riprese dal web: quella di un Papa che sposterebbe ingenti capitali dal sistema finanziario americano verso altre giurisdizioni, innescando di conseguenza le reazioni di Washington.

La riforma di ottobre 2025 autorizza effettivamente il ricorso a intermediari esteri quando risulti più conveniente, ma il testo si riferisce alla gestione ordinaria del patrimonio, non a manovre strategiche di disinvestimento. Dobbiamo però riconoscere che il contesto è sensibile: già a maggio dello scorso anno, Steve Bannon (ex banchiere d’investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News) aveva contestato l’elezione di Leone XIV, attribuendola alla necessità di compensare il calo delle donazioni statunitensi. In un clima del genere, è comprensibile che ogni scelta amministrativa venga filtrata ora attraverso la lente del confronto geopolitico.

La fotografia che ne emerge è quindi meno drammatica di quanto suggeriscano le ricostruzioni più accese. Da una parte c’è una Chiesa che prova a modernizzare la propria gestione patrimoniale, rendendola più trasparente e sostenibile. Dall’altra, un sistema mediatico e politico abituato a leggere ogni movimento finanziario come un segnale di allineamento o di rottura. 

La verità operativa è probabilmente più sobria: la Santa Sede deve far fronte a squilibri di bilancio concreti, in particolare nei fondi pensionistici del personale, e la diversificazione degli intermediari risponde a esigenze di stabilità più che a calcoli di natura politica

In un’epoca però in cui i mercati e la diplomazia si sovrappongono continuamente, anche una decisione di ordinaria amministrazione finanziaria finisce per assumere un peso simbolico che spesso eccede le sue reali intenzioni.

Eppure, devo ammettere che un dubbio mi rimane. Per quanto la razionalità ci spinga a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è solo sussurrato, non posso fare a meno di chiedermi: perché mai il Vaticano avrebbe dovuto riformare proprio ora la gestione dello IOR, se non ci fosse stata anche una spinta esterna? Perché aprire a intermediari di New York e Londra in un momento in cui i rapporti con l’amministrazione Trump sono già tesi su tanti altri fronti? 

Forse è solo una coincidenza, e le coincidenze esistono. Forse, invece, in quel braccio di ferro che ho cercato di fotografare, i muscoli si stanno davvero contraendo. Non lo sapremo mai con certezza, almeno non subito. Ma la prossima volta che sentiremo parlare di un trasferimento di fondi tra banche centrali, o di una dichiarazione improvvisa del Presidente degli Stati Uniti contro il Papa, forse varrebbe la pena di ricordarci di questo piccolo “Motu Proprio” dell’ottobre 2025. 

Perché a volte, le guerre più grandi iniziano con un semplice spostamento di denaro da un conto all’altro.

IRAN: L’odore della polvere da sparo…


C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…

Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.

Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare. 

Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.

Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica. 

Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.

E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti

In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.

Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo. 

Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?

E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto. 

E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.

Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo

Altro che terra santa, sembra viceversa – da 2000 anni – una terra maledetta!


Le cronache e le immagini che ci arrivano da Gaza e da ogni altra parte di quel territorio, mostrano la sofferenza fisica (e morale) di innocenti indifesi.

La violenza si sa… genera morte e distruzione, la vendetta genera odio e dolore, e così assistiamo a un percorso circolare in cui si rincorrono solo gli aspetti più bui dell’umanità. 

Una pace che non si apre, che non ammette solidarietà né comprensione, e che non fa altro che alimentare il male con altro male. Da millenni anni, secoli e in modo più acuto da quel maledetto ottobre, parliamo e scriviamo di questo. 

Eppure le parole, tutte le parole, sembrano scivolare via come acqua su una pietra levigata dall’indifferenza.

È stato superato da tempo ogni limite di sopportazione. Abbiamo visto le cause, immediate e lontane e il numero altissimo di vittime a causa di bombardamenti, scontri, esplosioni e soprattutto carenza assoluta di viveri. Innumerevoli appelli, mediazioni di papi, imam, patriarchi, rabbini, ayatollah, dalai lama, ma anche capi di stato, si sono infranti contro un muro di rifiuto e gli aiuti che sono riusciti a filtrare sono una goccia in un oceano di disperazione.

Vorrei chiedervi: Cosa spinge un essere umano a non fermarsi, a continuare a provocare dolore? Come si trasforma questa sensazione di impotenza che ci assale in qualcosa di concreto? Al sottoscritto sembra che dopo tante parole, l’indifferenza sia nuovamente calata come un velo pesante sul male della guerra, e che la paura ci abbia resi ormai muti. E come ripeto sempre in ogni occasione: il silenzio, si sa, ci rende complici.

Intorno a Gaza, intorno alla Palestina, sono stati eretti muri fisici, visibili, che bloccano l’accesso a chi non è “autorizzato”: aiuti, volontari, occhi del mondo. Ma intorno a tutta questa guerra è stata costruita un’altra barriera, invisibile e più spessa, che blocca l’ingresso alla verità. Una verità che sola potrebbe nutrire la giustizia e restituire dignità a una popolazione stremata. 

Cosa, o chi, impedisce davvero di aiutare esseri umani che vivono in condizioni disumane? Forse la loro debolezza fa paura. Forse la loro rassegnazione non scuote più le coscienze addormentate. Chi sono coloro che scelgono di seguire interessi economici o di potere, aumentando le spese per procurare morte mentre poco più in là c’è abbondanza di quanto servirebbe per vivere? Perché negare un farmaco, un pasto, un po’ di calore, a pochi passi da dove tutto ciò esiste? Il gelo di un terzo inverno, senza il calore della solidarietà, sembra non smuovere più cuori ormai induriti e disconnessi.

Sono domande che restano sospese, rivolte a tutti, perché di fronte a una situazione così disumana la responsabilità è collettiva e diffusa. E mentre ora il Natale si avvicina, con quel suo messaggio di luce, quella terra sembra affondare sempre più nelle tenebre di una maledizione antica. 

Già… da oltre duemila anni, forse anche a causa delle religioni che l’hanno contesa, è un luogo dove la guerra ha segnato l’esistenza dei suoi popoli, dove la pace non è mai stata una realtà, ma solo un’illusione lontana. Le dichiarazioni dell’ultimo anno, l’affannarsi sterile di politicanti e presidenti, non hanno fatto che evidenziare il totale fallimento di ogni politica messa in campo. Le loro parole risuonano vuote in un deserto di azioni efficaci.

Eppure, la risposta che ci viene proposta in questi giorni è la bella storiella (certamente fantasiosa) di un Bambino in povere fasce, nato in una grotta fredda e buia. Un Bambino che porta pace ai cuori senza pace, che è venuto per riconciliare i fratelli. Ed allora proviamo a prendere quanto di buono da quella storia raccontata, sì… celebriamo quel messaggio che dalla grotta di Betlemme è giunto fino a noi dopo più di duemila anni. Ma non possiamo farlo solo nel ricordo rituale o essendo di parte, già… da chi professa una qualsiasi religioni ed odia le altre.

La pace non è un’illusione, è una scelta di vita quotidiana e coraggiosa. È l’unica verità che può spezzare questo cerchio maledetto. È il coraggio di riuscire ad amare il prossimo, anche quando quel prossimo è oltre un muro, oltre un checkpoint, oltre l’abisso dell’odio che quella terra, da millenni, continua a generare!

Mentre i leader sorridono, Gaza trema…


Il fragore delle armi a Gaza si è spento, ma il silenzio che avvolge la Striscia non sa di pace: sa piuttosto di respiro trattenuto, di pausa forzata, di attesa carica di tensione.
La cerimonia di firma in Egitto, prevista per lunedì, e lo scambio di prigionieri che ne seguirà, accendono certo una fiammella di speranza.

Eppure, basti guardare con attenzione alle condizioni di questo accordo per capire che non si tratta affatto di una soluzione, ma dell’ennesimo baratto tra vite umane: da un lato, gli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas; dall’altro, quasi duemila detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, tra cui centinaia condannati all’ergastolo.

Questo non è un compromesso per la pace, è un patto di sopravvivenza momentanea, destinato a esaurirsi non appena le parti torneranno a guardarsi negli occhi con le armi in pugno.

La struttura stessa dell’accordo rivela tutta la sua fragilità. Israele ottiene l’appoggio internazionale anche di alcuni paesi arabi e il rilascio degli ostaggi, ma mantiene di fatto il controllo militare su oltre la metà del territorio di Gaza. Hamas, dal canto suo, ottiene sì… il cessate il fuoco e recupera centinaia dei suoi uomini, ma rifiuta con fermezza ogni ipotesi di disarmo; un punto, questo, che come sappiamo, per Israele non è negoziabile.

Difatti, un funzionario del movimento ha dichiarato in forma anonima, ma con chiarezza assoluta, che la richiesta di smantellare il suo apparato militare è “fuori discussione”, mentre Netanyahu, non ha esitato a ribadire che, senza disarmo, la guerra tornerà. Dunque, non si tratta di pace, ma di un braccio di ferro sospeso: le armi tacciono, ma le intenzioni non sono cambiate.

Le parole dei leader di Hamas confermano questa lettura. Hossam Badran, esponente di spicco dell’ufficio politico del movimento, ha definito “assurda e senza senso” qualsiasi proposta che preveda l’allontanamento dei suoi dirigenti da Gaza. Ha poi avvertito che, in caso di ripresa delle ostilità, Hamas risponderà a “qualsiasi aggressione israeliana”, e ha descritto la prossima fase dei negoziati come “più difficile e complessa”.

Comprenderete che non sono certo le parole di chi vuole deporre le armi per costruire un futuro comune, ma viceversa, quelle di chi si prepara alla prossima battaglia. E dall’altra parte, Israele non ha alcuna intenzione di permettere ad Hamas di rialzarsi: la determinazione a colpire di nuovo, se necessario, è esplicita, ed ecco perché in questo contesto, la ripresa del conflitto non è una possibilità remota: è quasi una certezza!

A rendere il quadro ancora più cupo è il ruolo di alcuni attori esterni, in particolare l’Iran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha espresso “totale sfiducia” nella volontà di Israele di rispettare gli accordi, parlando apertamente di “trucchi e tradimenti del regime sionista”.

Ed infatti, pur appoggiando formalmente il cessate il fuoco, Teheran ha escluso con forza ogni ipotesi di normalizzazione con Israele, definendola “semplice illusione”. E poiché l’Iran continua a sostenere militarmente e politicamente Hamas, il suo atteggiamento non fa che incoraggiare le frange più radicali del movimento a resistere a qualsiasi concessione sostanziale.

Ecco perché in questo gioco, la tregua diventa solo un intervallo utile per riarmarsi, riorganizzarsi e attendere il momento giusto per colpire di nuovo, la storia, d’altronde, ci ha abituati a questi corsi e ricorsi e sappiamo come le radici di questo conflitto affondano in decenni di dispute territoriali, religiose e nazionali che nessun accordo superficiale ha saputo mai sanare.

Gli Accordi di Oslo, un tempo simbolo di speranza, sono finiti nel dimenticatoio. La soluzione dei due Stati, pur invocata da anni dalla comunità internazionale è rimasta un miraggio e quindi, l’attuale tregua, per quanto necessaria a fermare l’indicibile sofferenza dei civili, non tocca minimamente le questioni fondamentali: lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei rifugiati, la fine degli insediamenti israeliani, la sovranità di uno Stato palestinese.

Quindi, finché queste ferite resteranno aperte, ogni cessate il fuoco sarà solo un cerotto su una piaga profonda, destinato a staccarsi non appena il vento del conflitto tornerà a soffiare. Quello che stiamo vivendo non è la fine della guerra, ma un breve intervallo in una tempesta che non ha ancora esaurito la sua furia.

Già… a differenza di molti leader, in particolare i nostri politici attualmente al Governo, così entusiasti di giungere in Egitto per farsi un selfie con il “loro” Presidente Trump, beh… il sottoscritto teme che ahimè, molto presto, il fragore tornerà a farsi sentire, e purtroppo, sarà più forte di prima

Machado, Nobel per la Pace 2025. Il Comito norvegese delude Trump: “Decisione basate su coraggio, non su campagne”.


Il Comitato norvegese ha scelto di accendere i riflettori su una donna che, dall’oscurità in cui è costretta a vivere, mantiene viva la fiamma della democrazia.
María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, è la vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, un riconoscimento al suo instancabile lavoro per una transizione giusta e pacifica, dalla dittatura alla democrazia in Venezuela.

Il Comitato ha sottolineato come Machado sia stata una figura chiave nell’unire una opposizione un tempo profondamente divisa, non ha mai vacillato nella sua resistenza alla militarizzazione della società e è stata ferma nel sostenere una transizione pacifica, dimostrando che gli strumenti della democrazia sono anche gli strumenti della pace .

In un momento in cui la democrazia è minacciata a livello globale, il suo coraggio civile è presentato come un esempio straordinario e un faro di speranza .

La stessa Machado, reagendo alla notizia, ha definito il premio un impulso per la libertà del Venezuela e, in un gesto che ha colto molti di sorpresa, ha dedicato il riconoscimento non solo al suo popolo sofferente, ma anche al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per il suo decisivo supporto alla loro causa.

Questa dedica è arrivata nonostante le aspettative del presidente americano, che da tempo ritiene di meritare l’ambito premio. Poche ore prima dell’annuncio, il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steven Cheung, aveva duramente attaccato il Comitato Nobel, affermando che, snobbando Trump, aveva “dimostrato di mettere la politica al di sopra della pace”. Trump ha ripetutamente sostenuto di aver posto fine a diverse guerre durante il suo mandato, includendo di recente anche un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha definito come l’ottavo conflitto risolto .

Tuttavia, questa autoproclamata immagine di “Presidente della Pace” si scontra con una realtà più complessa e con le critiche di molti osservatori. La sua azione in Medio Oriente, in particolare, viene vista da alcuni non come il frutto di una diplomazia lungimirante, ma come un intervento arrivato tardivamente, dopo aver permesso che Israele riducesse la Striscia di Gaza in macerie e causasse una crisi umanitaria di proporzioni inimmaginabili.

Difatti, solo dopo questa distruzione, Trump si è impegnato per uno scambio di ostaggi e la liberazione di militanti palestinesi dalle carceri israeliane, un’azione che, sebbene importante, appare a molti come un tentativo di mettere una toppa dopo aver osservato passivamente il disastro. Altri conflitti che Trump cita tra i suoi successi, come quelli tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo o tra Armenia e Azerbaigian, sono visti dalla comunità internazionale come processi ancora fragili e certamente lontani da una risoluzione definitiva .

L’ossessione di Trump per il Nobel sta diventando un elemento sempre più evidente e influente nella sua politica estera, al punto che leader stranieri stanno imparando a sfruttare questa sua vanità per i loro fini. Come riporta Foreign Policy, paesi come il Pakistan hanno pubblicamente sostenuto la sua candidatura per il 2026, un gesto che ha favorito un riavvicinamento con Washington.

Questo desiderio di riconoscimento lo spinge a cercare nuove opportunità come pacificatore in teatri complessi, a volte rischiando di privilegiare annunci eclatanti rispetto a soluzioni sostanziali e durature.

Il Comitato Nobel, da parte sua, ha scelto di premiare non il potere di un presidente, ma la resistenza pacifica di un’attivista che, anche vivendo in clandestinità per paura di essere arrestata, continua a lottare per i principi democratici del suo paese.

E difatti, in questo contrasto tra la ricerca di gloria personale e una dedizione silenziosa e pericolosa ad una causa, il Comitato ha indicato chiaramente dove risieda, quest’anno, il vero spirito della pace e cioè, in Venezuela

Il silenzio degli Stati arabi e il dilemma palestinese


In questi giorni mi sono domandato, come certamente molti di voi: perché nessun paese arabo, a parte l’Iran, lo Yemen e in parte il Libano, sia andato in difesa concreta dei palestinesi in quest’ultimo terribile conflitto con Israele?

Già, dov’è finita quella ostentata unione islamica?

Ora, per favore, non ditemi che le ragioni vanno ricercate nell’eventuale rischio di una possibile terza guerra mondiale o nel timore che una risposta israeliana – se venisse nuovamente attaccata come nel 1967 da quegli stessi Paesi arabi o da altri – potrebbe spingerla, questa volta, all’uso delle armi nucleari.

Tutta questa situazione è – a mio avviso – molto più semplice da leggersi di quanto i complessi ragionamenti geopolitici vogliano farci credere; ritengo che, se si abbassassero per un attimo i toni della retorica e si osservasse in maniera distaccata gli avvenimenti storici, su quanto finora è accaduto, ecco che la lettura di questa grave crisi mediorientale, diventa, a mio parere, molto più semplice e spietatamente chiara

Abbiamo letto di come l’Egitto e la Giordania, di comune accordo, abbiano stabilito già da anni di non accogliere ulteriori profughi palestinesi, come d’altronde sono parecchi gli altri Stati arabi a non vedere di buon grado “Hamas”.

La conferma peraltro è avvenuta con la “Dichiarazione di New York”, firmata da Paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia ed altri, oltre che dall’Unione Europea…

In quel documento si condannano gli attacchi militari di Hamas (del 7 ottobre dello scorso anno), esortando il gruppo a liberare immediatamente tutti gli ostaggi ancora nelle loro mani e a cedere le armi all’Autorità Nazionale Palestinese, rinunciando così definitivamente al controllo di Gaza.

Con questa firma si comprende come, secondo questi Paesi, il problema sia costituito propriamente da “Hamas”, e che essi, non intendono avere ulteriori problemi, sia interni, accogliendo nuove masse di palestinesi, sia esterni, pensando di dover affrontare Israele in una guerra.

E difatti: l’Egitto non vuole i palestinesi neanche a pagarli, mentre la Giordania – che già ospita circa due milioni di rifugiati – vorrebbe addirittura mandarli via. Il Libano, che ne ha accolti già molti, si è ritrovato in passato, e di nuovo recentemente, con la guerra civile in casa, propria a causa delle tensioni che questi arrivi di profughi, hanno generato. La verità – che nessuno ha il coraggio di dire apertamente – è che i palestinesi, purtroppo, non li vuole nessuno, e questo – ahimè – è un dato di fatto innegabile.

Ecco perché se i palestinesi vogliono un aiuto internazionale concreto, devono decidere una volta per tutte quale strada intraprendere, del resto, pensare di poter continuare una guerra senza una soluzione definitiva è una follia.

Basti osservare la storia di quel territorio: si cerca di trovare una pace da oltre un secolo, da quando nella prima metà del Novecento il movimento sionista e il nazionalismo palestinese iniziarono a scontrarsi per il controllo di quella stessa terra. Non ci sono riusciti loro, e ancor meno ci è riuscita l’ONU, che aveva proposto uno Stato Palestinese già nel 1947.

I palestinesi allora rifiutarono quel piano di spartizione perché volevano di più, e così non ottennero nulla, anzi potremmo dire il contrario, visto che sono passati quasi ottant’anni e quello Stato non è ancora ufficialmente riconosciuto da tutti i paesi del mondo, Italia compresa.

Permettetemi (con l’immagine allegata) di ricordare quel piano ONU del 1947, che assegnava le zone a maggioranza ebraica a Israele e quelle a maggioranza araba alla Palestina. Israele accettò, mentre i palestinesi rifiutarono.

Negli anni seguenti sappiamo bene come le tensioni sociali e i ripetuti conflitti armati, con i paesi arabi confinanti, abbiano portato Israele a vincere e quindi ad espandersi fino alla situazione odierna. Tutto è ancor più precipitato con il raid di Hamas del 7 ottobre, che ha provocato circa 1.200 morti (in gran parte civili) e la cattura di circa 250 ostaggi, alcuni dei quali ancora prigionieri. Un attacco mostruoso nella sua esecuzione, che ha fornito a Israele la motivazione – di fronte alla comunità internazionale – per scatenare il conflitto attuale, con l’obiettivo dichiarato di espellere i palestinesi da Gaza e portare la striscia, alla sua totale annessione.

Per cui da quanto è accaduto possiamo affermare che ciò che restava di quella Palestina disegnata nel 1947, oggi, non esiste più. I palestinesi si sono ridotti a meno di due milioni nella Striscia, mentre gli israeliani sono cresciuti fino a oltre dieci milioni. Va detto comunque che oltre un milione e mezzo di palestinesi sono residenti in Israele e convivono con gli israeliani da decenni, per lo più senza grossi problemi, dimostrando che una coesistenza in certe condizioni è possibile.

Ora tentare di ricercare motivazioni storiche profonde, chiedersi di chi sia la colpa, rivoltarsi contro l’uno o l’altro, o cercare di comprenderne le ragioni, è un’operazione veramente difficile se non impossibile.

I conflitti armati, come abbiamo visto, non hanno portato a nulla di buono, e i palestinesi dovrebbero saperlo meglio di chiunque altro, avendone persi almeno tre, con le inevitabili conseguenze che tutti abbiamo visto. Io non so cosa si dovrebbe fare esattamente, anche se una possibile soluzione l’ho proposta personalmente nel mio blog (link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/11/ecco-una-soluzione-per-creare-due-stati.html), ma credo che pochi lo sappiano davvero. So per certo però che Hamas non vorrà mai una pace definitiva con Israele, perché nella sua ideologia è previsto il totale annientamento dello Stato ebraico.

D’altronde pensare oggi di far scomparire gli ebrei dalla Palestina è qualcosa di folle e tantomeno realizzabile, basti guardare la potenza degli armamenti in possesso di Israele per comprenderne l’assoluta fallacia.

Certo, oggi a pagare le conseguenze di queste azioni militari e politiche, è soprattutto il popolo palestinese (ma consentitemi di ricordare anche i familiari delle vittime di quel 7 Ottobre), gente comune, inerme, fatta soprattutto di donne e bambini, che si sono trovati stretti – all’interno di quella Striscia – tra l’incudine di dover in qualche modo proteggere i terroristi di Hamas e il martello dell’esercito israeliano con i suoi bombardamenti.

Insistere su una retorica fine a se stessa, come spesso accade nel nostro Paese e in televisione, si è rivelato del tutto inutile e, come la storia recente dimostra, incapace di produrre un cambiamento reale. La soluzione a questo conflitto non può essere calata dall’alto, ma deve essere costruita dalle due popolazioni che da oltre mezzo secolo non conoscono pace.

L’intervento della comunità internazionale è certamente necessario, ma non deve ripetere gli errori del passato, fatti più di propaganda politica e mediatica che di sostanza. Deve piuttosto tradursi in un’azione concreta e coraggiosa per far rispettare le regole di una civile convivenza e il diritto internazionale.

Ciò significa, in questo frangente, garantire con ogni mezzo la protezione della popolazione civile e assicurare che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha disperato bisogno, come il popolo palestinese a Gaza, anche attraverso missioni internazionali legittime il cui operato sia sottoposto a controlli democratici.

Solo attraverso un impegno di questo tipo – che ponga al primo posto i diritti umani universali e il ripudio della guerra – può onorare i principi di umanità.

Eh si, siamo proprio un popolo di ferro!


Già… siamo finalmente giunti al momento della verità….
Così avevo scritto ieri, con una punta di amarezza e uno sguardo carico di scetticismo verso un’iniziativa che, fin dal suo annuncio, mi era apparsa più come un gesto mediatico che come un atto concreto di solidarietà; oggi, a distanza di poche ore, le immagini delle barche intercettate, dei volti stanchi ma incolumi degli attivisti, dei comunicati ufficiali che si susseguono tra Roma e Tel Aviv, sembrano confermare ciò che temevo: nonostante le buone intenzioni dichiarate, questa missione rischia di naufragare non sulle coste di Gaza, ma nell’ennesimo teatro dell’ipocrisia collettiva.

Sì, ventuno imbarcazioni su quarantaquattro sono state fermate da Israele, arrestate con modalità militari rapide ed efficienti, e i loro occupanti – italiani compresi – verranno espulsi. Certo, nessun ferito, nessuna vittima diretta, almeno per ora, ma una domanda rimane sospesa come fumo dopo l’esplosione: tutto questo era davvero necessario, o era prevedibile fin dall’inizio che si sarebbe concluso in un nulla sonoro?

Mi sono chiesto quindi: ma quanto coraggio ci sia stato davvero in chi ha deciso di salpare, e quanto invece fosse già scritto nel copione che, all’arrivo del primo ostacolo serio, ha portato quella presunta determinazione a cedere di fronte alla diplomazia e alle pressioni internazionali.

Ancora una volta, il governo italiano si è affrettato a muoversi non per sostenere l’iniziativa umanitaria, ma per garantire che i nostri connazionali non corressero troppi rischi, coordinando in anticipo con Israele le modalità dell’intervento, quasi si trattasse di un’operazione congiunta piuttosto che di un atto di disubbidienza civile.

Tajani parla di assistenza consolare, di cittadini in buone condizioni, di procedure di rimpatrio, mentre Crosetto anticipa freddamente che saranno portati ad Ashdod ed espulsi. Già… nulla di nuovo, tutto sotto controllo.

Ma allora ditemi: dov’è stata quella la protesta tanto decantata? Dove sono gli attesi gesti estremi che avrebbero dovuto sfidare il potere d’Israele, azioni che non si sarebbero dovute fermare dinnanzi al timore di essere isolati, respinti o anche arrestati?

Sì… qualcosa nel nostro paese si sta muovendo (se pur non mi trovo concorde con talune iniziate, come ad esempio l’occupare le università o il blocco delle scuole), a iniziare con gli scioperi. La mobilitazione cresce, e forse proprio qui, in questi cortei improvvisati, c’è più sincerità che su quelle barche, forse perché qui, tra i giovani che mettono in gioco il loro tempo e la loro sicurezza sociale, che si nasconde un’ombra di autentica ribellione.

Viceversa, chi era a bordo su quelle flottiglie, pur avendo osato salpare, sembra alla fine, essersi consegnato senza combattere, accettando passivamente il ruolo di simbolo destinato a essere neutralizzato.

Ovviamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su Gaza, su una popolazione martoriata, esiliata e da troppo dimenticata, come riconosco che parlare ad alta voce di aiuti, blocchi e sofferenze costituiscano un atto necessario.

Ma non posso viceversa ignorare i dubbi che mi attanagliano: chi c’era realmente davvero dietro questa flottiglia? Quanta parte di essa era mossa da genuina compassione, e quanta da logiche politiche, strumentalizzazioni, ambizioni personali? Le notizie che arrivano, quelle che parlano di fondi legati a Hamas o a paesi vicini, non possono – vere o false che siano – essere ignorate, anche se vanno prese con le pinze. Ma quelle frasi bastano a insinuare il sospetto che, anche in mezzo al dolore altrui, ci sia spazio per il calcolo.

Sì… il ministro Tajani parla di “spiraglio di pace”, di sanzioni possibili verso Israele, di condanna agli insediamenti in Cisgiordania. Certo, parole importanti, forse persino coraggiose, se non fossero accompagnate da una pratica così cauta, così difensiva. D’altronde, condannare l’eccesso di reazione israeliana e poi coordinarsi con loro per evitare problemi ai nostri cittadini è una contraddizione evidente. È come dire: siamo contro la violenza, ma non fino al punto di mettere a rischio il nostro ordine. E allora dove sta il limite tra responsabilità e complicità?

Guardo le liste dei nomi degli italiani fermati: deputati, europarlamentari, attivisti noti. Alcuni li conosciamo di vista, altri solo per reputazione. Certo, so che hanno rischiato a compiere questa attraversata, ma so anche che molti di loro torneranno in Italia applauditi, intervistati, messi in prima fila nei talk show, mentre la situazione a Gaza resterà immutata!

E allora mi chiedo: chi ci guadagna da tutto questo? La popolazione palestinese? O piuttosto chi usa la loro sofferenza per costruirsi un profilo, per dimostrare un impegno che finisce quando finisce la diretta tv?

È l’emblema di una fallacia ricorrente, quella che trasforma il dolore in contenuto, la resistenza in performance. Mentre i media ci mostrano barche circondate da navi militari, mentre i social si riempiono di hashtag e video emozionati, la realtà continua a svolgersi altrove: nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nei quartieri rasi al suolo. E noi tutti, distratti da questi gesti simbolici, rischiamo di credere di aver fatto abbastanza solo perché abbiamo guardato.

Sì… forse speravo in qualcosa di più radicale, di più irriducibile, forse speravo che qualcuno decidesse di non tornare indietro, di restare aggrappato a quella barca fino all’ultimo miglio, di sfidare non solo la Marina israeliana, ma anche il cinismo di chi riduce ogni forma di protesta a un evento calendarizzato, controllato, previsto.

E forse, invece di scrivere da lontano, avrei dovuto esserci io su una di quelle barche, o meglio ancora, farmi paracadutare su Tel Aviv con una bandiera al seguito — non una bandiera palestinese, né rossa, né di parte — ma una bianca, sì, proprio bianca, come simbolo di pace, di resa reciproca, di umanità ritrovata oltre le barricate dell’odio e della retorica.

So bene che nessuno accoglierà questa provocazione, perché siamo abituati a gridare dalla sicurezza dei nostri schermi, a indignarci in gruppo, a occupare piazze per poi tornare a casa quando fa freddo. E così, anche stavolta, assistiamo al solito copione: tensione crescente, mobilitazione mediatica, picco emotivo, e infine una deflagrazione calibrata, perfettamente gestita, seguita dal silenzio più assoluto.

Nel frattempo, Gaza aspetta. Aspetta non le barche, non i manifesti, non gli hashtag. Aspetta la verità. Quella vera. Quella che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce, perché cambierebbe tutto. E forse è proprio per questo che non arriverà mai…

Continuo a ripetermi, ma le mie parole restano come l’eco delle stragi dimenticate!


Scusate se mi ripeto, ma sono costretto a farlo.

Già… osservo che, dopo quanto ho scritto alcuni giorni fa – quando avevo implorato il Presidente Mattarella di intervenire per riprendere i parlamenti e obbligarli, una volta per tutte, a finirla con questi continui attacchi mediatici prima che qualcuno possa dare inizio a una nuova rivoluzione sociale: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/09/presidente-mattarella-intervenga.html – poco o nulla sia cambiato nel clima degli scontri verbali.

Vorrei precisare inoltre che non mi è mai importato nulla di schierarmi politicamente, oggi, tuttavia, osservando la politica nazionale – da sinistra a destra, passando per il centro – constato come essa stia alimentando una pericolosa recrudescenza verbale che, ahimè, potrebbe rivoltarsi contro tutti noi.

Credo infatti che, continuando su questa strada, si rischi di sfociare in condizioni sociali imprevedibili e potenzialmente violente, simili a quelle che stanno lacerando altri paesi. L’unico risultato sarà alimentare mostri che credevamo sopiti.

Per questo invoco tutti i nostri politici, e mi riferisco in particolare ai nostri governanti, ad abbassare immediatamente la tensione sociale e a occuparsi finalmente di ciò per cui sono stati eletti.

Ecco, è proprio per questo, che impegno tutte le mie forze per dire: non possiamo più permettere che il confronto si trasformi in una raffica di insulti, dove l’unica verità è quella urlata più forte, e l’unico risultato è spegnere la speranza di un dialogo vero.

I nostri rappresentanti devono ricordare che il loro compito è servire il paese, non dividerlo!

E allora mi permetto di ricordare loro chi è già caduto sotto il peso di quelle parole, le stesse di oggi, che ahimè si sono poi trasformate in proiettili e bombe. È un monito che nessuno oggi può permettersi di ignorare e per farlo, elenco di seguito tutti coloro che, ahimè – proprio a causa di quelle parole – sono morti.

1969

27 febbraio: morte di Domenico Congedo.

9 aprile: morte di Carmine Citro e Teresa Ricciardi.

27 ottobre: morte di Cesare Pardini.

19 novembre: morte di Antonio Annarumma.

12 dicembre: strage di piazza Fontana (17 civili uccisi).

15 dicembre: Giuseppe Pinelli trovato in fin di vita sotto la finestra del 4º piano della questura di Milano.

1970

1º maggio: morte di Ugo Venturini.

22 luglio: strage di Gioia Tauro (6 civili uccisi).

Luglio 1970 – febbraio 1971: moti di Reggio (3 civili e 2 agenti uccisi).

12 dicembre: morte di Saverio Saltarelli.

1971

7 gennaio: morte dell’operaio Gianfranco Carminati, nell’Incendio della Pirelli-Bicocca.

16 gennaio: morte di Antonio Bellotti.

4 febbraio: morte di Giuseppe Malacaria.

26 marzo: morte di Alessandro Floris.

7 aprile: morte di Domenico Centola.

13 giugno: morte di Michele Guareschi.

1972

21 gennaio: morte di Vincenzo De Waure.

14 marzo: morte di Giuseppe Tavecchio.

17 maggio: morte di Luigi Calabresi.

31 maggio: strage di Peteano (3 carabinieri uccisi).

7 luglio: morte di Carlo Falvella.

25 agosto: morte di Mariano Lupo.

27 novembre: morte di Fiore Mete.

1973

30 gennaio: morte di Roberto Franceschi.

12 aprile: Giovedì nero di Milano: uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino.

16 aprile: rogo di Primavalle Fratelli Mattei (2 civili uccisi).

17 maggio: strage della Questura di Milano (3 civili e 1 poliziotto uccisi).

8 luglio: morte di Adriano Salvini.

31 luglio: morte di Giuseppe Santostefano.

17 dicembre: strage di Fiumicino (34 morti).

1974

10 maggio: rivolta del carcere di Alessandria 6 morti: (2 detenuti Dibona e Concu, 2 poliziotti Gaeta e Cantiello, 1 medico del carcere Gandolfi, 1 assistente sociale Giarola e il professore del carcere Campi).

19 maggio: morte di Silvio Ferrari.

28 maggio: strage di piazza della Loggia (8 civili uccisi).

30 maggio: morte di Giancarlo Esposti.

17 giugno: morte di Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola.

25 giugno: morte di Vittorio Ingria.

4 agosto: strage dell’Italicus (12 civili uccisi).

8 settembre: morte di Fabrizio Ceruso.

15 ottobre: morte di Felice Maritano.

20 ottobre: morte di Sergio Adelchi Argada.

29 ottobre: morte di Luca Mantini e Sergio Romeo.

20 novembre: morte di Fanny Dallari.

5 dicembre: morte di Andrea Lombardini.

11 dicembre: morte di Zunno Minotti.

1975

24 gennaio: morte di Giovanni Ceravolo e Leonardo Falco (2 agenti di polizia).

28 febbraio: morte di Miki Mantakas.

14 aprile: morte di Carlo Saronio.

16 aprile: morte di Claudio Varalli.

17 aprile: morte di Giannino Zibecchi, Tonino Miccichè e Rodolfo Boschi.

29 aprile: morte di Sergio Ramelli.

17 maggio: morte di Gennaro Costantino.

25 maggio: morte di Alberto Brasili.

5 giugno: sequestro Gancia (morte dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e della brigatista Margherita Cagol).

12 giugno: morte di Alceste Campanile.

21 giugno: morte di Iolanda Palladino.

8 luglio: morte di Annamaria Mantini.

4 settembre: morte di Antonio Niedda.

22 ottobre: morte di Armando Femiano, Giuseppe Lombardi e Gianni Mussi (Strage di Querceta).

29 ottobre: morte di Mario Zicchieri.

30 ottobre: morte di Antonio Corrado.

2 novembre: morte di Pier Paolo Pasolini.

22 novembre: morte di Pietro Bruno.

1976

27 gennaio: strage di Alcamo Marina (2 carabinieri uccisi).

15 marzo: morte di Mario Marotta.

7 aprile: morte di Mario Salvi.

27 aprile: morte di Gaetano Amoroso.

29 aprile: morte di Enrico Pedenovi.

28 maggio: morte di Luigi Di Rosa.

8 giugno: morte di Francesco Coco.

10 luglio: morte di Vittorio Occorsio.

1º settembre: morte di Francesco Cusano.

5 settembre: morte di Pierantonio Castelnuovo.

14 dicembre: morte di Prisco Palumbo e Martino Zichitella.

15 dicembre: arresto di Walter Alasia (2 poliziotti e 1 terrorista uccisi).

16 dicembre: bomba di Piazzale Arnaldo (1 civile ucciso).

1977

19 febbraio: morte di Lino Ghedini.

11 marzo: morte di Francesco Lorusso.

12 marzo: morte di Giuseppe Ciotta.

22 marzo: morte di Claudio Graziosi e Angelo Cerrai.

21 aprile: morte di Settimio Passamonti.

28 aprile: morte di Fulvio Croce.

12 maggio: morte di Giorgiana Masi.

14 maggio: morte di Antonio Custra.

1º luglio: morte di Antonio Lo Muscio.

8 luglio: morte di Mauro Amati.

18 luglio: morte di Romano Tognini.

4 agosto: morte di Attilio Alfredo Di Napoli e Aldo Marin Pinones.

29 settembre: morte di Elena Pacinelli.

30 settembre: morte di Walter Rossi.

3 ottobre: morte di Roberto Crescenzio.

28 novembre: morte di Benedetto Petrone.

29 novembre: morte di Carlo Casalegno.

28 dicembre: morte di Angelo Pistolesi.

1978

4 gennaio: morte di Carmine De Rosa, dirigente dello stabilimento Fiat di Cassino.

7 gennaio: strage di Acca Larentia (2 militanti uccisi) e morte di Stefano Recchioni (durante gli scontri immediatamente successivi).

20 gennaio: morte di Fausto Dionisi.

7 febbraio: morte di Gianfranco Spighi.

14 febbraio: morte di Riccardo Palma e Franco Battagliarin.

28 febbraio: morte di Roberto Scialabba.

6 marzo: morte di Franco Anselmi.

10 marzo: morte di Rosario Berardi.

16 marzo: agguato di via Fani (5 agenti della scorta di Aldo Moro uccisi).

18 marzo: morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.

11 aprile: morte di Lorenzo Cotugno.

20 aprile: morte di Francesco Di Cataldo.

4 maggio: morte di Roberto Rigobello.

9 maggio: morte di Aldo Moro.

6 giugno: morte di Antonio Santoro.

21 giugno: morte di Antonio Esposito.

28 settembre: morte di Pietro Coggiola, capo officina nello Stabilimento Lancia di Chivasso e Ivo Zini.

6 ottobre: morte di Claudio Miccoli.

10 ottobre: morte di Girolamo Tartaglione.

11 ottobre: morte di Alfredo Paolella.

4 novembre: morte di Maurizio Tucci.

8 novembre: strage di Patrica (uccisi il magistrato Fedele Calvosa, il suo autista, un agente di scorta e un terrorista) e morte di Giampietro Grandi.

27 novembre: morte di Saaudi Vaturi.

15 dicembre: morte di Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, agenti di Pubblica Sicurezza, e di Enrico Donati, ucciso per un errore di persona.

1979

10 gennaio: morte di Alberto Giaquinto e Stefano Cecchetti.

19 gennaio: morte di Giuseppe Lorusso.

24 gennaio: morte di Guido Rossa.

29 gennaio: morte di Emilio Alessandrini.

16 febbraio: morte di Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani.

23 febbraio: morte di Rosario Scalia.

28 febbraio: scontro a fuoco del bar dell’Angelo (2 terroristi uccisi: Barbara Azzaroni e Matteo Caggegi).

9 marzo: agguato della bottiglieria di Via Millio e morte accidentale di Emanuele Iurilli.

13 marzo: morte di Giuseppe Gurrieri.

20 marzo: morte di Mino Pecorelli.

29 marzo: morte di Italo Schettini.

19 aprile: morte di Andrea Campagna e Ciro Principessa.

3 maggio: attacco alla sede regionale DC di piazza Nicosia (2 poliziotti uccisi).

16 giugno: morte di Francesco Cecchin.

11 luglio: morte di Bartolomeo Mana e Antonio Varisco.

18 luglio: morte di Carmine Civitate.

21 settembre: morte di Carlo Ghiglieno.

9 ottobre: morte di Roberto Cavallaro.

9 novembre: morte di Michele Granato.

21 novembre: morte di Vittorio Battaglini e Mario Tosa.

27 novembre: morte di Domenico Taverna.

7 dicembre: morte di Mariano Romiti.

14 dicembre: morte di Roberto Pautasso.

17 dicembre: morte di Antonio Leandri.

1980

25 gennaio: strage di Via Riboli (2 carabinieri uccisi).

29 gennaio: morte di Sergio Gori.

31 gennaio: morte di Carlo Ala.

5 febbraio: morte di Paolo Paoletti.

6 febbraio: morte di Maurizio Arnesano.

7 febbraio: morte di William Waccher.

12 febbraio: morte di Vittorio Bachelet.

22 febbraio: morte di Valerio Verbano.

25 febbraio: morte di Iolanda Rozzi.

10 marzo: morte di Luigi Allegretti.

12 marzo: morte di Angelo Mancia e Martino Traversa.

16 marzo: morte di Nicola Giacumbi.

18 marzo: morte di Girolamo Minervini.

19 marzo: omicidio di Guido Galli.

28 marzo: irruzione di via Fracchia (4 terroristi uccisi).

10 aprile: morte di Giuseppe Pisciuneri.

12 maggio: morte di Alfredo Albanese.

19 maggio: morte di Pino Amato.

28 maggio: morte di Francesco Evangelista e Walter Tobagi.

3 giugno: morte di Antonio Chionna.

19 giugno: morte di Pasquale Viele.

23 giugno: morte di Mario Amato.

2 luglio: morte di Ugo Benazzi.

2 agosto: strage di Bologna (85 civili uccisi).

11 agosto: morte di Ippolito Cortellessa e Pietro Cuzzoli.

2 settembre: morte di Maurizio Di Leo.

9 settembre: morte di Francesco Mangiameli.

24 settembre: morte di Alberto Contestabile.

5 ottobre: morte di Nanni De Angelis.

27 ottobre: rivolta del supercarcere di Nuoro (2 detenuti uccisi).

12 novembre: morte di Renato Briano.

13 novembre: morte di Arnaldo Genoino e Claudio Pallone.

26 novembre: morte di Ezio Lucarelli.

28 novembre: morte di Giuseppe Filippo e Manfredo Mazzanti.

1º dicembre: morte di Giuseppe Furci.

11 dicembre: morte di Walter Pezzoli e Roberto Serafini.

18 dicembre: morte di Alfio Zappalà.

31 dicembre: morte di Enrico Riziero Galvaligi.

1981

10 gennaio: morte di Luca Perucci.

5 febbraio: morte di Enea Codotto e Luigi Maronese.

17 febbraio: morte di Luigi Marangoni.

7 aprile: morte di Raffaele Cinotti.

13 aprile: morte di Ermanno Buzzi.

27 aprile: rapimento di Ciro Cirillo (1 autista e 1 poliziotto uccisi).

3 giugno: morte di Antonino Frasca.

10 giugno: morte di Nicola Zidda.

19 giugno: morte di Sebastiano Vinci.

5 luglio: morte di Luigi Carluccio e Giuseppe Taliercio.

31 luglio: morte di Giuseppe De Luca.

3 agosto: morte di Roberto Peci.

6 agosto: morte di Santo Lanzafame.

18 settembre: morte di Francesco Rucci.

30 settembre: morte di Marco Pizzari.

19 ottobre: morte di Carlo Buonantuono e Vincenzo Tumminello, agenti Digos di Milano ad opera dei NAR.

21 ottobre: morte di Ciriaco Di Roma e Francesco Straullu.

13 novembre: morte di Eleno Viscardi.

5 dicembre: ferimento di Ciro Capobianco, agente di Polizia, che morirà dopo due giorni.

5 dicembre: morte di Alessandro Alibrandi.

6 dicembre: morte di Romano Radici.

7 dicembre: morte di Ciro Capobianco.

10 dicembre: morte di Giorgio Soldati.

1982

3 gennaio: morte di Angelo Furlan.

21 gennaio: scontro di Monteroni d’Arbia (2 carabinieri e 1 terrorista uccisi).

5 marzo: morte di Alessandro Caravillani.

1º aprile: morte di Aldo Semerari.

27 aprile: morte di Danilo Abbruciati.

27 aprile: morte di Raffaele Delcogliano e Aldo Iermano.

6 maggio: morte di Giuseppe Rapesta.

24 maggio: morte di Umberto Catabiani.

24 giugno: morte di Antonio Galluzzo.

8 luglio: morte di Mauro Mennucci.

15 luglio: morte di Antonio Ammaturo e Pasquale Paola.

16 luglio: morte di Valerio Renzi.

23 luglio: morte di Stefano Ferrari.

27 luglio: morte di Ennio Di Rocco.

10 agosto: morte di Carmine Palladino.

9 ottobre: morte di Stefano Gaj Taché.

21 ottobre: morte di Sebastiano D’Alleo e Antonio Pedio.

1983

9 febbraio: morte di Paolo Di Nella.

1984

28 settembre: morte di Antonio Chichiarelli.

14 dicembre: morte di Antonio Gustini e Laura Bartolini.

23 dicembre: strage del Rapido 904 (16 civili uccisi).

Si… siamo al fianco di Kiev, ma solo a parole.

La complessità della vicenda ucraina e del conflitto in corso con la Russia richiede, a mio avviso, un esame obiettivo che vada al di là delle semplici prese di posizione dettate dai convincimenti personali. 

È fondamentale ripensare a quanto è accaduto a partire dal 2014 in quelle regioni che dal Donbass si estendono fino alla penisola di Crimea per comprendere le radici di questa tragedia. 

Certo, il mio auspicio più sincero è che questa guerra possa concludersi nel più breve tempo possibile e che si arrivi a una pace duratura, ma pensare che questo obiettivo possa essere raggiunto solo con le chiacchiere, con l’invio di altro materiale bellico o con l’inasprimento delle sanzioni verso Mosca, mi sembra una strada destinata al fallimento.

Ci troviamo in una situazione paradossale, dove dichiariamo il nostro sostegno a Kiev ma esso sembra fermarsi troppo spesso alle sole parole. Il dibattito infuria, soprattutto quando si parla della possibilità di inviare truppe, un’ipotesi che divide profondamente. 

Le recenti tensioni diplomatiche tra Italia e Francia, nate da commenti giudicati inaccettabili – il ministro e leader leghista intervistato sull’invio di nostre truppe aveva risposto al presidente Macron in dialetto milanese: “a taches al tram, ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina” – a evidenziare quanto sia fragile e litigiosa l’unità europea su questo tema. 

Da una parte c’è chi, come Macron, viene etichettato come guerrafondaio per le sue posizioni, e dall’altra chi rifiuta categoricamente l’idea di vedere soldati italiani coinvolti direttamente, sostenendo che certe dichiarazioni siano solo pericolose bravate. Nel frattempo, le voci e le narrative si moltiplicano creando un groviglio inestricabile. 

Da un lato, la Russia ribadisce la sua versione dei fatti, sostenendo di essere intervenuta per porre fine a una guerra iniziata anni fa contro la popolazione del Donbass e presentandosi come l’unica forza che cerca di fermare il conflitto. Dall’altro, alleati come il Regno Unito riaffermano il loro incrollabile sostegno all’Ucraina, impegnandosi a metterla nella posizione più forte possibile per negoziare una pace giusta. 

E in mezzo a tutto questo, figure come Donald Trump aggiungono ulteriore incertezza, promettendo decisioni drastiche basate su chi verrà ritenuto colpevole, lasciando persino intravedere la possibilità di un disimpegno totale con la cinica considerazione che sia una battaglia che non li riguarda.

Tutto ciò dipinge un quadro confuso e pericoloso, dove le vere motivazioni dietro certe spinte appaiono spesso opache e dove le uniche certezze sono la retorica, gli interessi geopolitici e il rumore assordante delle polemiche. 

Il dubbio principale che rimane è se tutta questa escalation di parole, armi e sanzioni stia veramente avvicinando la pace o se, al contrario, non stia solo alimentando un fuoco che divampa sempre di più, allontanando ogni possibilità di una soluzione reale e duratura.

E non va sottovalutato, in questo già intricato mosaico geopolitico, il ruolo di un attore fondamentale che osserva e manovra con calcolato distacco: la Cina. Il suo silenzio, in questa fase, è assordante e più eloquente di molte dichiarazioni ufficiali. 

Pechino, con la sua imponente forza economica e la sua influenza diplomatica globale, sta attendendo il momento più propizio per intervenire, posizionandosi non semplicemente come mediatore, ma come architetto di un nuovo ordine. È un silenzio strategico, carico di attesa, che prelude a un intervento che avrà un peso decisivo e certamente considerevole nel dettare i termini e le condizioni per quella che speriamo possa essere una soluzione definitiva e duratura a questo conflitto. 

La partita finale, molto probabilmente, non si giocherà solo tra Mosca e Washington o Bruxelles, ma vedrà la Cina seduta al tavolo come potenza egemone, pronta a capitalizzare il tutto per ridisegnare gli equilibri di potere a livello mondiale a proprio vantaggio.

Trump decide per tutti, sia per l’Ue che per l’Italia!

Ho scritto più volte che la politica internazionale, specie quella europea e ancor più quella italiana, conta quanto il due di coppa quando la briscola è a oro.

Vedrete infatti che né la Von der Leyen, né Zelensky, e men che mai i nostri referenti istituzionali (ahimè impreparati…), riusciranno a far sedere russi e ucraini a un tavolo per risolvere questo conflitto.

La ragione, al di là delle cazzate propinate dai Tg, sta in una decisione precisa del Presidente Trump.

Dopo l’incontro con Putin e le critiche ricevute dai leader europei per la loro esclusione dai colloqui in Alaska, egli ha scelto deliberatamente di mettersi da parte.

Sta soprassedendo, osservando con quale goffa inefficacia l’Ue stia gestendo una partita che è troppo grande per lei, sapendo bene che le sue politiche non porteranno a nulla. È solo questione di tempo!

Quando la situazione entrerà in stallo e tutti si piegheranno a supplicarlo, lui, come una prima donna, farà il suo ingresso trionfale per dettare una pace alle sue condizioni, e a quelle di Putin, già ampiamente concordate.

Chi non accetterà questa realtà ne subirà le conseguenze, perché il gioco è già fatto e l’Europa non è stata nemmeno consultata. È chiaro ormai che le decisioni finali non si prenderanno a Bruxelles o a Roma, ma altrove.

Trump e Putin, solo minacce vuote: dietro il vertice c’è esclusivamente la spartizione del potere!

Secondo il sottoscritto, quanto riportato dalla maggior parte dei media sulle cosiddette “minacce” di Trump verso la Russia non hanno alcun riscontro effettivo.
Le dichiarazioni roboanti sul fatto che Mosca subirà “gravi conseguenze” se non fermerà la guerra, sembrano più chiacchiere buttate lì, destinate a svanire nel vento.

La verità è che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può permettersi di fare davvero paura alla Russia, che oggi detiene il più vasto arsenale nucleare al mondo, con oltre 4.300 testate operative tra strategiche e tattiche, superando persino gli USA.

Trump ha lanciato il suo avvertimento a due giorni dal vertice in Alaska con Putin, dopo aver consultato i leader europei e Zelensky, che ha definito l’incontro con un voto: “10”.

Ma cosa si nasconde dietro queste dichiarazioni? Il vertice in Alaska è presentato come un incontro “preparatorio” per possibili negoziati di pace, ma è difficile credere che sia solo questo. La realtà è che qui si sta giocando una partita ben più grande: la spartizione silenziosa di territori e zone d’influenza, dove gli interessi di Washington e Mosca si intrecciano, lasciando Kiev e l’Europa ai margini.

Gli europei, almeno a parole, si sono detti soddisfatti delle rassicurazioni di Trump, soprattutto sulla questione che nessuno scambio di territori possa avvenire senza il consenso di Kiev. Ma Mosca ha già ribadito che la sua posizione è “invariata”: ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni annesse e rinuncia di Kiev alla NATO. Un portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexei Fadeyev, ha liquidato le consultazioni tra Trump e gli europei come “un’azione insignificante”, accusando l’UE di sabotare gli sforzi diplomatici.

Intanto, mentre si discute di pace, la guerra continua! La Russia ha intensificato l’offensiva nel Donetsk, conquistando villaggi e costringendo all’evacuazione migliaia di civili, mentre Zelensky ha annunciato che l’esercito ucraino ha riconquistato sei villaggi nella regione di Sumy, ma il bilancio complessivo resta drammatico. E così mentre Trump parla di “cessate il fuoco”, Mosca potrebbe addirittura testare il suo nuovo missile nucleare Burevestnik, un messaggio chiaro a pochi giorni dal vertice.

Dietro le quinte, però, si muovono interessi più concreti. Il Dipartimento del Tesoro USA ha sospeso temporaneamente alcune sanzioni per permettere ai funzionari russi di effettuare transazioni durante il vertice. Un segnale che, nonostante i toni duri, i rapporti economici e diplomatici continuano. Zelensky, escluso dall’incontro, lo ha definito una “vittoria personale” per Putin, mentre Rubio ha cercato di smorzare le polemiche, sostenendo che si tratta solo di un momento per “chiarire le posizioni”.

Ma la domanda che resta è: cosa si nasconde davvero dietro questo vertice? L’Europa spera in un negoziato che rispetti l’integrità ucraina, ma già trapelano voci su possibili “cessioni territoriali” non ufficiali. Merz ha ammesso che Kiev potrebbe trattare sui territori, ma senza riconoscere l’occupazione russa. Macron ha ribadito che solo l’Ucraina può decidere, ma la realtà è che, quando si siedono al tavolo USA e Russia, gli altri diventano solo degli spettatori.

Alla fine, tutto questo sembra un grande teatro. Le minacce di Trump sono vuote, perché la Russia sa bene che nessuno oserebbe sfidarla militarmente, visto il suo arsenale nucleare.

E quindi, gli incontri, i proclami, le evacuazioni forzate e le avanzate sul campo non sono che mosse in una partita più grande, dove ciò che conta non è la pace, ma il potere. E mentre si discute, il mondo viene ridisegnato senza che nessuno lo ammetta apertamente

GAZA: Fermatevi ora, prima che sia troppo tardi!

Stasera mi ritrovo a scrivere, ancora una volta, con il cuore stretto e la mente affollata di domande senza risposta.
Quante volte abbiamo ripetuto le stesse parole, denunciato le stesse atrocità, invocato la stessa pace?

Eppure, nella Striscia di Gaza, il tempo sembra essersi fermato in un limbo di sofferenza, dove il fragore delle bombe sovrasta il grido dei civili, dove l’umanità vacilla sotto il peso di un conflitto che nessuno riesce – o vuole – fermare.

Scrivo non per abitudine, ma per dovere. Perché il silenzio è complice, e l’indifferenza è una ferita ancora più profonda. Gaza non è solo una notizia di sfondo, un titolo da scorrere distrattamente: è una tragedia che si consuma da anni, davanti agli occhi del mondo, mentre la comunità internazionale brancola tra inezie diplomatiche e ipocrisie.

Le immagini si ripetono, sempre uguali, sempre più insopportabili. Corpi senza vita riversi per terra, donne che urlano il dolore di una perdita che non riescono nemmeno a comprendere appieno, uomini che scavano tra le macerie con le mani a pezzi, sperando di trovare un respiro, un segno, una vita da salvare. Gaza piange, muore, si spezza ogni giorno di più, eppure il mondo sembra incapace di reagire. Si discute, si accusa, si cerca una colpa da attribuire, come se in mezzo a tutto questo dolore ci fosse ancora spazio per la giustizia delle parole. Ma non c’è nessun conflitto, non nel senso che conosciamo. C’è una carneficina annunciata, una strage quotidiana che non lascia scampo.

Ogni giorno si contano nuove vittime, sempre più giovani, sempre più innocenti. Trenta persone uccise mentre aspettavano di ricevere un po’ di cibo. Due ragazzi colpiti da un drone mentre cercavano di recuperare medicine per un fratello malato. Altri cinquanta domani, forse schiacciati sotto il peso delle bombe, forse spenti dalla fame che avanza silenziosa e crudele. I numeri non raccontano più la guerra, raccontano solo la fine di vite che non hanno avuto il tempo di iniziare. Gaza non è un campo di battaglia, è un cimitero a cielo aperto, dove i bambini imparano a conoscere il suono delle esplosioni prima di quello delle risate.

Eppure c’è ancora chi parla di guerra necessaria, di obiettivi strategici, di difesa. Ma di quale difesa si parla, quando intere famiglie vengono cancellate in un attimo? Chi difende quei corpi senza sepoltura, chi protegge le madri che non hanno più figli da abbracciare?

Il popolo palestinese non è né Hamas né un esercito in guerra, è gente comune, uomini, donne, bambini che vivono intrappolati tra due fuochi, costretti a subire senza poter scegliere. Sono vittime, non complici. Sono prigionieri, non ostaggi volontari. Sono esseri umani che ogni mattina si svegliano chiedendosi se quel giorno rivedranno il sole o saranno solo un altro numero in una lista infinita.

E noi, da lontano, ci permettiamo il lusso dell’indignazione a scaglie, a intermittenza. Un post, un commento, un momento di silenzio sui social, e poi si volta pagina. Intanto, nelle stanze dei potenti, si continua a negoziare, a stringere accordi, a fare finta che questa tragedia non riguardi nessuno. Ma riguarda tutti. Perché ogni volta che si decide che certe vite valgono meno delle altre, si apre una crepa nell’umanità intera. E quando oggi è Gaza, domani potrebbe essere un’altra città, un altro popolo, un’altra strage mascherata da necessità.

Basta con le parole vuote, con le condanne che restano sulla carta. Basta con le finte mediazioni che non portano a nulla. Gaza ha bisogno di qualcuno che alzi la voce e non la abbassi più, che smetta di parlare per iniziare ad agire. Ha bisogno che qualcuno abbia il coraggio di dire basta, subito.

Perché ogni minuto che passa è un altro bambino che muore, ogni vita spezzata, ogni bambino che non rivedrà il cielo, ogni famiglia cancellata dall’orrore, chiedono giustizia. E allora continueremo a parlare, a condividere, a urlare questa verità scomoda, finché qualcosa non cambierà. Perché dietro ai numeri e alle statistiche ci sono volti, storie, un popolo che resiste nonostante tutto.

E il loro sangue non è solo sulle mani di chi preme il grilletto, ma anche su quelle di chi continua a guardare e a tacere. Non possiamo permettere che Gaza diventi un simbolo dell’oblio. La sua voce deve riecheggiare più forte dell’odio. E la nostra coscienza, collettiva e individuale, non può dormire!

Basta prenderci per il culo! Gaza non è un ‘danno collaterale’, è un massacro!

Le strade di Gaza sono ancora macchiate di sangue, mentre il mondo sembra voltarsi dall’altra parte.

Oggi il bilancio delle vittime si è aggravato ancora, con decine di persone uccise mentre attendevano un sacco di farina, un po’ d’acqua, un gesto di sopravvivenza. Trenta morti, sessanta feriti, numeri che si aggiungono a una lista già troppo lunga, mentre i corpi giacciono abbandonati sull’asfalto, testimoni muti di una tragedia che non conosce tregua. Poco lontano, altri due civili sono stati uccisi da un bombardamento, vicino a un centro di assistenza che dovrebbe essere un rifugio, non un bersaglio.
Dal 7 ottobre a oggi, i numeri sono diventati una litania straziante: 58.000 morti, 150.000 feriti, 900 persone uccise mentre cercavano cibo, 6.000 feriti nella disperata lotta per un pasto. Ma il vero orrore non è solo nei proiettili o nelle bombe, è nella fame che si allarga come un’ombra silenziosa. Un milione di bambini rischia di morire di stenti, mentre il cibo viene bloccato, mentre gli aiuti vengono distrutti, mentre il mondo discute, tergiversa, guarda altrove.

Eppure, qualcuno continua a parlare di “danni collaterali”, di obiettivi militari, di necessità strategiche. Ma come si può definire “collaterale” la morte di un bambino che non ha mai impugnato un fucile? Come si può giustificare l’assedio di un intero popolo, colpevole solo di essere nato dalla parte sbagliata del confine? Gaza non è un campo di battaglia, è una prigione a cielo aperto, dove i civili sono intrappolati tra due fuochi: da un lato, i raid che non distinguono tra militari e famiglie in fuga, dall’altro, le milizie che li usano come scudi, condannandoli a una morte certa.

Ma questa non è una guerra tra due fazioni, è una strage di innocenti. I palestinesi non hanno scelto questo conflitto, lo subiscono, giorno dopo giorno, senza via di fuga. Se cercano di scappare, vengono colpiti. Se restano, muoiono di fame. Se alzano la voce, vengono zittiti. E mentre i potenti del mondo discutono di alleanze, di equilibri geopolitici, di interessi economici, Gaza affonda in un bagno di sangue che potrebbe essere fermato, se solo ci fosse la volontà di farlo.

È ora di smetterla con le scuse, con i giochi di potere, con la complicità del silenzio. Gli Stati devono agire, non con dichiarazioni di facciata, ma con azioni concrete, con sanzioni, con pressioni reali, con la ferma decisione che nessuna strategia militare può giustificare la morte di migliaia di civili. Perché se oggi è Gaza a bruciare, domani potrebbe essere un’altra città, un altro popolo, un’altra generazione sacrificata sull’altare della guerra. Il tempo delle mezze misure è finito. Gaza non può più aspettare.

Dalle macerie alla rinascita: Gaetano Vecchio e la sfida di un’Ucraina sostenibile

Quelle strade, un tempo affollate di vita quotidiana, oggi segnate dal fragore delle esplosioni, sembrano incarnare una verità più grande: quella di un popolo che resiste, nonostante tutto.

E proprio quel senso di resilienza ritorna oggi mentre ascolto le parole del presidente dell’Ance, Gaetano Vecchio, che con chiarezza ha indicato una direzione precisa per il lungo cammino della ricostruzione.

Secondo Vecchio, essa dovrà essere anzitutto orientata a una trasformazione sostenibile, per costruire un futuro più verde, resiliente e moderno. Non si tratta solo di alzare nuovamente muri o riparare strade distrutte, ma di ridisegnare un Paese intero, immaginandone uno nuovo, più giusto e più adatto ai tempi che verranno.

Parlare di ricostruzione significa allora andare ben oltre i mattoni e il cemento, come lui stesso ha ricordato. È parlare di un futuro europeo, di un’Ucraina che non debba limitarsi a tornare com’era, ma che possa trasformarsi in qualcosa di meglio, di più avanzato e soprattutto più rispettoso dell’ambiente e dei bisogni reali delle persone.

Questo processo richiederà inevitabilmente una forte collaborazione tra imprese europee e realtà locali, perché solo lavorando insieme si possono mettere in rete competenze tecniche e conoscenze radicate nel territorio, valorizzando ciò che esiste e costruendo soluzioni concrete, durature e adeguate.

L’Europa, d’altronde, non può fermarsi alla solidarietà durante il conflitto, deve spingersi fino a sostenere il lungo e complesso percorso della ricostruzione. Le cifre sono enormi, quasi incredibili: 506 miliardi di euro stimati per rimettere in piedi un Paese devastato. Di questi, 81 miliardi riguardano l’edilizia residenziale, 75 i trasporti, 12,6 lo smaltimento delle macerie. Numeri che fanno paura, certo, ma anche progetti che aprono la mente e il cuore a un domani possibile.

E non si tratta solo di quantità. Piero Petrucco, presidente della FIEC, ha ricordato con forza che chi lavora nel settore delle costruzioni non è semplicemente un tecnico o un operaio, ma un abilitatore della ripresa, della coesione sociale, della capacità stessa del Paese di tenersi insieme. Ricostruire, quindi, non è solo un atto materiale, ma anche morale, politico, umano. Significa ricostruire fiducia, comunità, istituzioni, tessuto sociale.

La conferenza URC2025 svoltasi a Roma ne è stata una dimostrazione tangibile, riunendo leader internazionali, aziende e rappresentanti delle istituzioni attorno a un’unica idea: che la distruzione possa trasformarsi in opportunità, che la guerra lasci il posto a una pace costruita con le mani, con gli strumenti, con la volontà di fare meglio di prima. Il messaggio lanciato è chiaro: l’Ucraina potrà essere libera, prospera, rinnovata non solo nelle sue strutture fisiche ma dentro sé stessa, nella sua identità profonda.

Investire nell’Ucraina, come si è detto, è investire in noi stessi, perché ogni conflitto che esplode lontano finisce sempre per toccarci da vicino. Mentre accordi si stringono tra aziende italiane e ucraine, e nasce un nuovo fondo europeo per accompagnare questo processo, ci si muove già per preservare quei luoghi e quei simboli che raccontano la storia e l’anima di un popolo.

Sì, la strada è lunga, disseminata di ostacoli e incertezze, ma penso a quando anch’io, da giovane, arrivai ad Odessa per lavoro e restai colpito da quanto potesse offrire quel Paese, nonostante i suoi problemi. Oggi, come allora, credo che l’Ucraina abbia davanti a sé una possibilità vera, se solo si saprà cogliere questa occasione con coraggio e visione.

Perché, come fecero tanti Paesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche l’Ucraina può rialzarsi. Deve farlo. E io non posso che tornare con il pensiero a quelle pagine scritte mesi fa, dove dicevo che Odessa, con tutta la sua forza e bellezza, merita di rinascere. Perché nessuna guerra, nessuna bomba, potrà mai cancellare la luce che brilla negli occhi di chi non si arrende.


Originally published at http://nicola-costanzo.blogspot.com.

Gaza City Resort: all-inclusive con vista sulle rovine!

Buongiorno,
a volte ho l’impressione che i nostri politici siano degli inetti o, quantomeno, impreparati, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi di carattere globale. 
Poi leggo alcuni post o dichiarazioni di illustri leader mondiali, e comincio a pensare che, alla fine, l’ignoranza sia la madre di tutti i mali che affliggono la nostra società.
Prendiamo, ad esempio, le recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla Striscia di Gaza. 
L’idea di trasformare Gaza in una sorta di località di villeggiatura, mentre il popolo palestinese vive una delle tragedie più profonde della sua storia, è non solo irrealistica, ma anche profondamente insensibile… 
Migliaia di persone sono senza casa, senza accesso a servizi di base, vivono in condizioni disumane. Pensare di risolvere tutto con un progetto edilizio o turistico è una visione miope che ignora le radici del conflitto e le sofferenze di un intero popolo.
È vero, il popolo palestinese ha bisogno di trovare una propria identità e di costruire un futuro di pace e stabilità. Ma questo non può avvenire sotto la minaccia di gruppi armati come Hamas, che, pur presentandosi come difensori della causa palestinese, hanno spesso contribuito a perpetuare il ciclo di violenza e sofferenza. La libertà e la democrazia non si costruiscono con le armi, ma attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto dei diritti umani.
C’è bisogno di una vera e propria indipendenza da tutte quelle forze rivoluzionarie che, invece di favorire lo sviluppo di una società libera e giusta, alimentano odio e divisioni. Un Paese che vuole raggiungere un proprio status nella comunità internazionale non può farlo attraverso la violenza, ma deve puntare sulla diplomazia, sull’istruzione e sulla costruzione di istituzioni solide e trasparenti.
Non si può pensare di combattere per sempre. Arriva un momento in cui le parole devono avere il sopravvento sulle armi, altrimenti si resta prigionieri di un ciclo infinito di oppressione e vendetta. Chi detiene il potere, sia esso politico, militare o economico, ha la responsabilità di agire con saggezza e lungimiranza, non con coercizione e forza bruta.
È tempo che i palestinesi riprendano in mano le proprie vite, lottando non solo contro l’occupazione esterna, ma anche contro chi, all’interno, li strumentalizza per interessi personali o ideologici. Donne, bambini e intere famiglie sono spesso lasciati in balia di un destino crudele, utilizzati come pedine in un gioco politico che non tiene conto della loro dignità e dei loro diritti.
Certo, immaginare Gaza come un luogo prospero e pacifico, dove i palestinesi possano vivere in condizioni dignitose, sarebbe meraviglioso. Ma questa visione non può restare un’utopia. Negli anni, miliardi di dollari sono stati inviati nella regione, sia dalla comunità internazionale che dai Paesi arabi. Eppure, questi fondi non sono stati utilizzati per costruire scuole, ospedali o infrastrutture, ma per finanziare tunnel, armi e missili. Una scelta scellerata che ha alimentato ulteriore odio e distruzione, lasciando Gaza in macerie.
Oggi ci troviamo di fronte a una terra devastata, dove persino ripulire le macerie richiederà anni. E mentre il mondo guarda, ci si chiede: quando finirà questa spirale di violenza? Quando si capirà che la vera forza non sta nella distruzione, ma nella costruzione di ponti, nel dialogo e nella riconciliazione?
Il popolo palestinese merita di più. Merita un futuro in cui i bambini possano crescere senza paura, in cui le donne possano vivere con dignità e in cui gli uomini possano costruire un Paese libero e prospero. Ma questo futuro non arriverà finché prevarrà la logica della guerra e dell’odio.
Forse è arrivato il momento di smettere di guardare alla Palestina (e a Israele) solo attraverso le lenti del conflitto e di iniziare a pensare a soluzioni concrete, che mettano al centro le persone e i loro diritti. Perché, in fondo, la pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta che richiede coraggio, umanità e volontà di cambiare.