Sono le 18.29 di ieri pomeriggio, e ho appena premuto il tasto “invia” dal mio gmail.
Ho scritto al Dott. Alfio Grassi per chiedergli come è andato l’incontro del 28 aprile all’INRiM, quello che avevamo segnato in rosso sul calendario.
Già… perché io, come voi, non ho ancora avuto risposte, non so quindi se abbia ottenuto ciò che cercava, se le porte del Laboratorio si siano aperte o se abbia trovato – ahimè – altri muri.
E allora, invece di stare in attesa passiva, ho deciso di fare il primo passo…
Gli ho chiesto, con il rispetto che merita, ma anche con la sincerità che ci lega, di raccontarmi com’è andata, se le risposte lo hanno convinto o se, al contrario, i suoi dubbi si sono fatti più profondi e soprattutto, quali saranno i suoi prossimi passi.
Appena avrò notizie, le condividerò con voi. Come sempre.
Di seguito, il testo della mail che ho inviato.
Preg.mo Dott. Grassi,
mi rivolgo nuovamente a Lei con la stima e l’attenzione che ho sempre avuto per il Suo lavoro e per la Sua instancabile ricerca della verità.
Come sa, sono diversi mesi che seguo con grande interesse il Suo approfondimento sul caso della stazione di Floridia e sul contestato record di 48,8 gradi, e ho avuto il privilegio di condividere con i lettori del mio blog alcune delle Sue riflessioni e dei Suoi interrogativi.
Le scrivo oggi perché, come avevamo programmato, il 28 aprile scorso Lei si sarebbe recato presso il Laboratorio INRiM di Torino per un incontro che, dalle Sue stesse parole, si preannunciava come un momento potenzialmente decisivo per fare chiarezza su molti aspetti tecnici e procedurali che da tempo alimentano i Suoi dubbi. Ricordo bene quando mi parlò dell’accesso agli atti, della visione dello strumento e del sensore, e della speranza di ottenere finalmente quelle risposte che, fino a quel momento, erano state negate o rinviate.
Le scrivo quindi a due mesi di distanza per chiederLe, se Lei lo ritiene opportuno e nei tempi che preferisce, un aggiornamento su come si è svolto quell’incontro. Le sarei molto grato se potesse raccontarmi:
– se è riuscito a ottenere l’accesso alla documentazione richiesta e a visionare lo strumento oggetto della calibrazione;
– se le risposte che ha ricevuto hanno soddisfatto i Suoi interrogativi o se, al contrario, hanno sollevato nuovi dubbi o confermato le Sue perplessità;
– se, alla luce di quanto emerso, intende proseguire le Sue indagini e, eventualmente, quali saranno i prossimi passi che intende compiere.
Capisco perfettamente che possa avere impegni e che il Suo lavoro richieda tempo e riservatezza, ma La prego di sapere che i lettori del mio blog, come me, attendono con grande curiosità e rispetto le Sue parole. Il Suo contributo è stato finora fondamentale per aprire un dibattito che molti vorrebbero evitare, e sono certo che anche questo nuovo tassello sarà prezioso per chi, come me, crede che la scienza debba fare i conti con la trasparenza.
La ringrazio anticipatamente per la Sua attenzione e per il tempo che vorrà dedicarmi. Resto a Sua disposizione per qualsiasi chiarimento e, naturalmente, per concordare le modalità che Lei riterrà più opportune per condividere quanto emerso.
E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già… con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare.
Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica.
Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg – un’esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì… in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico.
Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c’erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni.
Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.
Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l’arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici?
Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già… come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare.
La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì… non arriverà a nessuno, perché nessuno l’ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l’Iran quella Guida suprema, già… perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già… a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo).
Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato – per come ci viene descritto – non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere.
Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell’ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro- io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte!
Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato.
E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà nulla di buono, se non l’illusione che tutto sia a posto.
Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall’altra parte.
Sapete, ieri sera pensavo a quel che avevo scritto quasi un anno fa, il 31 agosto del 2025, quando definivo il Ponte sullo Stretto “un affare per pochi“.
In quelle parole c’era la mia personale lettura di un sistema di potere che, dietro la facciata del progresso e dell’unità nazionale, nascondeva un groviglio di interessi politici e imprenditoriali, un meccanismo triadico – come l’ho chiamato – in cui la finanza pubblica sembrava incanalarsi quasi per forza di gravità verso le stesse mani.
Allora mi chiedevo, con un misto di rabbia e rassegnazione, se l’opera fosse davvero pensata per unire due terre o per servire un’élite. La risposta, oggi, non è più soltanto un mio sospetto: è un’inchiesta giudiziaria, e sono le parole di Nicola Gratteri a darle il peso della realtà.
Eppure, nello scrivere quelle righe, non potevo immaginare che la mia denuncia di un “sistema di potere fondato su alleanze silenziose” si sarebbe concretizzata in un filone di indagine che parte dalla Procura di Roma. Lì, si parla di pressioni indebite per orientare il parere della Corte dei Conti, di favori promessi in cambio di appoggi, di un intreccio tra politica e affari che ha il sapore amaro della rendita di posizione.
Viene da chiedersi: è forse questo il patriottismo infrastrutturale di cui si faceva bandiera? Quella stessa retorica del “traguardo storico” che quasi un anno fa mi lasciava perplesso, ora si scontra con l’evidenza di un sistema che, per usare le parole del procuratore, mira a rendere “la giustizia una strana rete da pesca, per incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci”.
Gratteri, con la sua consueta lucidità, non si limita a commentare l’episodio specifico. La sua è una riflessione che abbraccia il senso profondo della deriva in atto. Il nocciolo è la riforma che impone alla Corte dei Conti un ruolo “collaborativo” col potere esecutivo, trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’indirizzo di governo.
Ecco, questo è il cortocircuito che temevo quando scrivevo di un’opera “talmente avviata da risultare impossibile da fermare“. Il rischio non è più solo l’infiltrazione mafiosa, che pure esiste e che la Dia ci ricorda con i suoi rapporti, ma la creazione di un vuoto di controllo istituzionale, un’assenza di argini che rende tutto più permeabile. La resa di cui parla Gratteri non è il fermare l’opera per paura della ‘ndrangheta, ma è quella di uno Stato che priva i suoi stessi magistrati e forze dell’ordine degli strumenti per contrastare una criminalità organizzata che oggi parla tre lingue, ha studiato all’estero e si muove nei mercati globali.
Allora, quel dubbio che quasi un anno fa esprimevo, chiedendomi se dietro la spinta del governo ci fosse la smania di “oliare quel meccanismo di potere“, oggi si fa più insistente. Perché le parole di Gratteri ci dicono che l’attacco non è contro un’opera pubblica, ma contro la possibilità stessa di vigilare su di essa. È un disegno che, come denuncia il procuratore, mira a eliminare le forme di controllo, limitando le intercettazioni, riducendo i reati spia, rendendo la giustizia meno incisiva. E mentre noi discutiamo di pedaggi che potrebbero diventare proibitivi – sessanta volte il costo di un’autostrada, come sostengono gli analisti internazionali – e di comunità che tremano all’idea di perdere le loro case su una faglia sismica, il gioco vero si consuma altrove, nei palazzi del potere, dove si decide chi deve sedere a un tavolo e chi no.
Ripenso alle famiglie di Torre Faro, a quelle di Villa San Giovanni, alla paura che si porta dentro chi sa che il suo pezzo di mondo potrebbe essere spazzato via non da un terremoto, ma da una scelta calata dall’alto. Quella paura è il sintomo di un disagio più grande, di una distanza incolmabile tra chi decide e chi subisce.
E pensando a Gratteri che dice che in Calabria e in Sicilia mancano opere primarie – ospedali, dighe, autostrade – mentre si continua a investire cifre esorbitanti su un’unica, controversa infrastruttura, mi chiedo se davvero questo sia il progresso che meritiamo. Se non sia, piuttosto, il trionfo dell’apparenza sulla sostanza, il luogo dove si consuma l’ennesima occasione mancata per guardare ai bisogni reali delle persone.
Quando concludevo quel post dell’agosto scorso, scrivevo che il ponte, forse, si sarebbe fatto, ma che sarebbe stato “un ponte d’oro per pochi, e un futuro d’ombra per molti“. Oggi, le parole di Gratteri non fanno che rafforzare quella convinzione, aggiungendo un tassello di consapevolezza. Il problema non è più solo il costo dell’opera o la sua utilità, ma la salute del nostro sistema democratico, la tenuta di quei principi di separazione dei poteri e di legalità che dovrebbero essere il fondamento di ogni scelta pubblica.
L’ombra che si allunga sul futuro non è solo quella del ponte incompiuto, ma quella di uno Stato che, nella sua bulimia legislativa, rischia di smarrire la bussola, e di lasciare che il potere si concentri in poche mani, senza che nessuno possa più dire: “Fin qui non si può passare“.
Resto con questa domanda, e la lascio a voi: È possibile che l’idea di “unire” l’Italia passi per la cancellazione delle sue comunità e per l’indebolimento dei suoi controlli?O forse, dietro l’ossessione di questo ponte, si nasconde la volontà di costruire qualcosa di molto più fragile e pericoloso: un sistema in cui l’interesse privato si traveste da bene comune, e dove il futuro di molti è sacrificato sull’altare del profitto di pochi?
La storia, purtroppo, ci insegna che le risposte, a queste domande, sono già scritte. Ora sta a noi decidere se leggerle fino in fondo o fermarsi prima, sì… senza chiedersi nulla e lasciando che il sistema illegale e criminale proceda per come finora fatto, grazie al sostegno della maggior parte di voi.
Perché il silenzio è complicità, lo sappiamo e l’indifferenza è il carburante che alimenta questo motore di potere. Il Ponte, se mai sorgerà, sarà lì a ricordarcelo: un monumento non all’unità d’Italia, ma alla resa di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto. E di chi, leggendo queste righe, sceglierà ancora una volta di guardare dall’altra parte.
“Già” partiamo da qui, da questa piccola parola che è come un pavimento di vetro: sembra reggere, sembra solido, sembra che tu possa camminarci sopra senza paura, ma basta un passo falso, basta uno sguardo troppo insistente verso il basso, e ti accorgi che sotto c’è il vuoto. O meglio, non esattamente il vuoto: c’è tutto ciò che non può essere portato alla luce.
Perché quando ci si imbatte in una storia importante, un’inchiesta che sembrava destinata a mettere a nudo tutta la verità, ecco che improvvisamente comincia a perdere pezzi, a sfumare, a non arrivare mai davvero ad una conclusione, ed io, consentitemi – da un bel pezzo – ho smesso di credere alla fatalità o alla semplice incompetenza.
Forse è solo una fissazione, ma a me capita di chiedermi: e se un motivo ci fosse? E se dietro quel muro di ombre, di sentenze scritte in un linguaggio che sembra voler nascondere più di quanto riveli, di dibattiti che puntualmente deragliano sul chi e sul come e mai sul cosa, si celasse qualcosa di molto più concreto?
Qualcuno, da qualche parte, possiede informazioni, non semplici notizie, intendiamoci. Pacchetti di realtà, dettagli precisi, nomi, date, fotografie, informazioni che, se solo dovessero venire a galla tutte insieme, senza i soliti filtri, senza le solite mediazioni all’italiana, sarebbero capaci di spazzare via un governo o forse anche più di uno, attuale o anche precedenti, già… forse l’intero castello di carte che qualcuno chiama “sistema”.
E allora viene il dubbio, quello vero. Quello che nessuno vuole pronunciare ad alta voce. E se il motivo per cui nessuno tocca quei soggetti, quei presunti intoccabili, non fosse il loro potere politico o economico? Se fosse molto più semplice e molto più spaventoso? Se fosse che quei soggetti non sono potenti nonostante quelle informazioni, ma proprio perché le posseggono?
Perché, vedi, un’informazione così pesante non è un’arma che si può usare e basta. È una rete. E chi ci resta impigliato dentro rischia di essere proprio colui che prova a tirarla su. Da noi, in Italia, questo lo sanno bene. Forse lo sanno troppo bene.
Ecco perché, quando una di quelle storie minaccia di diventare troppo vera, troppo chiara, troppo scomoda, accade sempre qualcosa. La procura generale che smentisce, il testimone che ritratta, il dibattito che improvvisamente si sposta su chi ha raccontato e non su cosa è stato raccontato.
È come una danza… elegante, perfetta, inconcludente!
E alla fine, l’inchiesta non arriva in fondo. Non perché manchi la verità, ma perché qualcuno, in silenzio, ha deciso che è meglio così. Meglio un’ambiguità che tiene tutti in scena che una verità che farebbe calare il sipario per sempre.
Chissà…. forse è proprio per questo che nessuno tocca quei soggetti che le possiedono.
Ci sono mattine in cui, aprendo il web e leggendo alcune notizie, ti senti come se quelle parole ti avessero trafitto. Una lama sottile, quasi senza far rumore. Solo dopo qualche minuto, riflettendo su quanto accaduto, inizi ad avvertire il dolore.
Questo è quanto accaduto alcuni giorni fa, mentre scorrevo le ultime notizie giunte dalla Procura di Napoli, quelle che parlano di un’altra ferita inferta a quel patto di fiducia che credevamo ancora saldo.
Già… perché non si è trattato di semplici errori, non questa volta, si parlava di circolazione di numeri, per ottenere illegalmente denaro, denaro da togliere il fiato: settecentotrentamila accessi illeciti a banche dati riservate, in appena due anni. Seicentonovantamila compiuti da un agente, centotrentamila da un altro. Nessuna giustificazione di servizio, nessun movente nobile, solo il gesto secco e ripetuto di chi sapeva di tradire, e lo faceva con la stessa naturalezza con cui si allaccia la divisa al mattino.
E così, mentre leggevo i dettagli di quell’indagine coordinata da Nicola Gratteri, mi tornavano alla mente quelle parole che avevo scritto tempo fa, quando un altro ufficiale, un altro nome che non meritava di essere ricordato, aveva scelto di vendere il silenzio delle indagini a chi sapeva di essere nel mirino.
Allora pensavo che il male si nascondesse dietro le pieghe di un dialogo notturno in uno studio legale vuoto, dietro una telefonata sussurrata, uno scambio di favori travestito da opportunità e invece no, oggi abbiamo scoperto che esiste persino un tariffario, un file Excel trovato durante una perquisizione, dove accanto al nome della vittima compariva il prezzo: da sei a venticinque euro per un’informazione sottratta all’Inps, all’Agenzia delle Entrate, persino alle banche dati del Ministero dell’Interno.
Già… soltanto sei euro per violare la vita di un imprenditore, venticinque per quella di un calciatore famoso, di un cantante, di un attore, come se la dignità delle persone fosse solo una merce da mettere in vetrina.
Ti chiedo ora, mentre leggi questo post, di fermarti un istante, perché non è solo il denaro a far male, già… è la consapevolezza che chi indossa una divisa, chi giura di proteggerti, può trasformarsi nella creatura più pericolosa che esista: quella che conosce i tuoi segreti e li usa contro di te. Non parlo di casi isolati, di qualche mela marcia qua e là, parlo di un meccanismo ben oliato, di una rete che coinvolge non solo agenti infedeli, ma anche dipendenti dell’Inps, direttori di filiali postali, funzionari pubblici che hanno scelto di mettere le loro credenziali al servizio di un mercato nero dell’informazione.
E poi ci sono tutte quelle agenzie, quelle che raccolgono e rivendono i dati come se fossero pacchetti di sigarette. Almeno dieci società sparse tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, che quotidianamente compulsavano gli archivi, chiedendo informazioni su cantanti, attori, vertici di aziende farmaceutiche, manager, imprenditori, persino famiglie “nobiliari”. Nessuno era al sicuro. Nessuno poteva sapere, fino a ieri, che la propria vita era stata spiata, catalogata, venduta.
Ecco, è proprio qui che ritorna il nodo doloroso di quelle riflessioni che avevo condiviso anni fa. Perché la corruzione non è mai stata una questione di singoli, è un sistema, una rete invisibile che si nutre di silenzi, di occhi che si chiudono al momento giusto, di piccole complicità quotidiane. Quando chi dovrebbe vigilare diventa complice, quando chi dovrebbe indagare viene corrotto, non assistiamo più a un errore. Assistiamo a un crollo silenzioso dell’idea stessa di giustizia.
E la cosa più triste, la più umana, è che poi la gente si abitua. Si dice: tanto è sempre stato così. Tanto non cambierà mai nulla. E invece io credo, ho sempre creduto, che l’integrità non sia una parola da slogan. È un atto di resistenza, e va difeso ogni giorno, anche quando nessuno sta guardando.
Perché se oggi due agenti hanno potuto accedere settecentotrentamila volte a dati sensibili senza che nessuno si accorgesse di nulla, significa che il problema non è solo nelle loro coscienze, ma è bensì nella mancanza di controlli che come ripeto spesso: non ci sono! Già… in tutte quelle procedure che non funzionano, in quella zona grigia dove il potere si muove nell’ombra e scambia favori come monete.
E pensare che tutto questo è emerso solo grazie a un’indagine partita proprio da quegli accessi massivi, da un algoritmo che ha suonato l’allarme, da un pool di magistrati che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ma quante altre reti simili stanno ancora operando indisturbate? Quanti altri poliziotti infedeli, dipendenti corrotti, agenzie senza scrupoli continuano a spiarci, a venderci, a trasformare le nostre vite in un prodotto da scaffale?
Non voglio fare nomi, non mi interessa trasformare questa riflessione in un elenco di colpevoli. I nomi li conosciamo già dalle cronache, ma il punto non sono loro, non sono i vip. Il punto siamo noi, tutti quelli che potrebbero essere finiti in quel server sequestrato dove giacciono più di un milione di dati sensibili ancora da analizzare. Perché il mercato nero delle informazioni non colpisce solo i famosi. Colpisce chiunque abbia una vita, un conto in banca, una cartella clinica, un precedente penale cancellabile. Colpisce la tua vicina di casa, il tuo collega di lavoro, forse anche te.
E mentre scrivo, mentre provo a dare un senso a questa rabbia che non vuole spegnersi, mi torna in mente quella frase detta dall’ex amministratore dopo l’incontro notturno con il colonnello: «Stiamo attenti alle parole, alle persone intorno a noi». Un avvertimento che oggi suona profetico, perché in un mondo dove persino chi dovrebbe proteggerti può tradirti, l’unica difesa è non abbassare mai lo sguardo.
Ma io non mi abituerò. Non mi abituerò all’idea che una divisa possa essere sporca prima ancora di essere indossata, che il dovere possa trasformarsi in mercato, che la giustizia possa essere comprata con un posto di lavoro o con venticinque euro. Perché ogni volta che accade, non è solo un uomo a cadere. È l’intera architettura della fiducia a vacillare.
Ed è per questo che oggi, mentre chiudo questo pensiero, sento il bisogno di ripetere a me stesso e a chiunque voglia ascoltare: non voltiamoci. Non diciamo «tanto non cambia nulla». Perché la risposta non è nelle leggi, non è nei controlli, non è nemmeno nelle denunce. È nella scelta quotidiana di non accettare mai che il male abbia l’ultima parola. Anche quando sembra che nessuno stia guardando.
Anche quando la cenere sembra ormai fredda. Perché sotto quella cenere, lo sai, il fuoco può sempre riaccendersi. Sta a noi decidere se lasciarlo ardere in silenzio o se, finalmente, avere il coraggio di soffiare via le braci.
In giorni come questi, già… dopo aver ascoltato alcune sentenze in Tv, mi capita spesso, di fermarmi a pensare a cosa resta davvero di chi ha lottato, affinché la verità su quell’intreccio marcio tra politica, imprenditoria e mafia, emergesse in tutta la sua gravità.
Sì… certo, restano le date, restano i discorsi celebrativi, i convegni, le corone davanti ai monumenti, il minuto di silenzio che molti osservano distrattamente mentre il pensiero corre già al ritorno a casa, ma poi, trascorsa la ricorrenza, tutto torna come prima.
E allora mi domando: che senso ha ricordare, se quel ricordo non ci smuove un solo nervo?
Già… perché ricordare senza agire è soltanto vuoto! È come riempirsi la bocca di parole solenni per poi non tradurle mai in gesti concreti.
Ed allora penso a tutti quegli uomini e donne che hanno dato la vita per questo paese, che hanno sacrificato tutto perché noi potessimo sederci qui, stasera, e discutere liberamente. Non hanno lottato per essere ricordati una volta all’anno con un post sui social o con una frase fatta in un telegiornale, no… loro hanno lottato perché le loro idee diventassero azioni quotidiane, perché la giustizia non fosse solo un concetto astratto, ma un abito indossato da chiunque abbia il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.
Eppure, guardiamoci in faccia, senza alcuna ipocrisia… oggi la storia – quella vera, quella sporca, quella che fa male – viene riscritta da chi ha interesse a camuffare quanto realmente accaduto. Non parlo della storia studiata sui libri, attenzione. Parlo di quella ricostruita per fini politici e, peggio ancora, per fini personali. Ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ma poi hanno reso i confini così sfumati che quasi nessuno ha più il coraggio di indignarsi. E così, mentre noi ricordiamo passivamente, c’è chi agisce nell’ombra per piegare la memoria ai propri tornaconti.
E qui vorrei essere molto chiaro, perché questo è il punto che mi fa ribollire il sangue. A tenere in vita questa distorsione ci pensa una magistratura di parte, che dovrebbe essere il baluardo della legalità e invece troppo spesso diventa strumento di resa dei conti o di protezione di potentati. Ci pensa una propaganda mediatica fortemente collusa con quel sistema, che ripete gli stessi slogan, che costruisce narrazioni ad arte, che cancella con un trafiletto ciò che sarebbe scomodo approfondire. Mi fa venire il vomito, e non lo dico per retorica. Mi fa vomitare vedere come ogni giorno si svuoti il sacrificio di chi è morto perché noi fossimo liberi, trasformandolo in una sceneggiata ricorrente.
E allora io prendo la tastiera e scrivo. Non perché creda che un post cambierà il mondo, ma perché non voglio che il mio ricordo resti vuoto. Agire, per me, significa anche questo: mettere nero su bianco le proprie analisi, sporcarsi le mani con la scrittura, riportare pezzi di verità che i media collusi preferiscono ignorare. Non è un’azione eroica, lo so. Ma è un’azione. È un piccolissimo movimento nella direzione opposta all’oblio comodo.
Perché alla fine, vedi, il problema non è la memoria. Il problema è cosa ne facciamo, di quella memoria. Possiamo continuare a inchinarci davanti alle statue e poi tornare a casa inerti, oppure possiamo chiederci: io oggi, nel mio piccolo, cosa ho fatto affinché quel sacrificio non sia stato vano? La risposta, spesso, è scomoda. La risposta richiede coraggio, richiede di uscire dal coro, richiede di non delegare ad altri ciò che invece dovremmo fare noi. Ma se non lo facciamo noi, chi lo farà? E se non ora, quando?
Chiudo questo mio pensiero con una consapevolezza amara, ma necessaria. Ricordare senza agire è solo vuoto, e quel vuoto viene subito riempito da chi la storia la vuole riscrivere a suo vantaggio. Io mi rifiuto di essere uno spettatore compiaciuto, mi rifiuto di assistere allo stillicidio di verità che ogni giorno viene consumato davanti ai miei occhi, mi rifiuto di tacere mentre la memoria viene venduta al miglior offerente.
Perciò scrivo, condivido, parlo, discuto. E magari non servirà a molto, ma almeno non starò nel silenzio di chi ricorda solo a parole.
E tu, ora, dopo aver letto queste righe: cosa farai del tuo ricordo?
Sono passati tanti anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e ancora oggi, ogni volta che emerge un dettaglio nuovo, è come se si riaprisse una ferita che non vuole rimarginarsi. Mi riferisco a quelle affermazioni pesantissime pronunciate allora da Claudio Martelli sulla morte del giudice Giovanni Falcone.
Possiedo un libro scritto dall’ex ministro della Giustizia nel quale raccontava come Falcone fosse il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che avessero combattuto la mafia.
E difatti, proprio per questi motivi, nello stesso giorno in cui egli fu nominato ministro, chiamò il magistrato per affidargli l’incarico più delicato; Sì… insieme pensarono e organizzarono la più efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. Ma come sappiamo, la mafia (almeno questo è quanto ci hanno abilmente raccontato…) reagì uccidendolo.
Ma la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato, perché a lui è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM, dall’Associazione Nazionale Magistrati, da politici e da giornalisti di varie fazioni. Contro Falcone c’è stata un’azione parallela di Cosa nostra e della magistratura.
La mafia ha sempre avuto – allora come oggi – occhi e orecchi al Palazzo di Giustizia di Palermo. Per le toghe, riportava allora l’ex Guardasigilli Giovanni era un nemico. E ricordando quelle parole, io ho come l’impressione che qualcosa si fosse rotto, che tutti quei silenzi e quelle azioni poste a protezione di quanto accaduto allora stiano pian piano uscendo.
Certo la mia speranza era quella di comprendere chi ci fosse sin dall’inizio dietro a quell’assassinio e non mi sarei minimamente meravigliato, sì… di scoprire come dietro a tutto, vi potesse essere qualche figura istituzionale.
Eppure, in tutto questo dolore, c’è anche l’indignazione facile, quella che si accende per un atto simbolico e poi si spegne senza lasciare traccia. Ditemi, cosa è accaduto dopo essersi tutti indignati davanti alla scuola “Falcone” nel quartiere Zen di Palermo, perché un qualche deficiente aveva deciso di attirare l’attenzione abbattendo la sua statua. Certo… subito si era parlato di atto intimidatorio, ma nessuno – come sempre avviene da queste parti – avevo visto niente e nessuna telecamera aveva ripreso qualcosa. Potrebbero essere stati dei semplici bulli del quartiere che, non avendo un cazzo da fare, hanno buttato a terra quella statua.
Ciò che mi fa maggiormente incazzare è sapere che in quel quartiere manca tutto, a cominciare dal controllo del territorio. Ed allora: se lo Stato non c’è, cosa si pretende? Falcone diceva che per far sì che una società vada bene basta che ognuno faccia il proprio dovere. Allora ditemi: quale dovere sta compiendo il nostro Stato quando è da più di mezzo secolo che quel quartiere si trova in quelle disastrose condizioni?
È incredibile osservare quanto sia semplice attribuire tutte le colpe di questo fallimento alla mafia, perfetta per coprire le mancanze di una politica insipida. La memoria di Falcone è oltraggiata ogni giorno da quanti in questi anni sono stati seduti su quelle poltrone vellutate, gli stessi che hanno permesso che il giudice venisse assassinato a Capaci.
Falcone è dentro di me, e di statue ne possono distruggere centomila, non cambierà nulla. Le sue idee sono nella mia mente e fanno parte integrante di ogni mia azione quotidiana. Basterebbe poco per migliorare questa terra, ma bisognerebbe smetterla con le parole e passare ai fatti.
Perché Falcone, come Borsellino non erano eroi nati, erano figli di questo stesso lembo di terra che non li ha saputi difendere. Sono nati entrambi a Palermo, le loro case distavano pochi passi da Piazza Magione, il quartiere popolare della Kalsa. Giovanni, ragazzo studioso, Paolo dal carattere gioviale e scherzoso. In quell’oratorio della chiesa di San Francesco si trovavano a giocare anche con alcuni ragazzi che anni dopo avrebbero inquisito come affiliati a Cosa Nostra. “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla – scriveva Borsellino – perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non mi piace per poterlo cambiare“.
Ma quanto è difficile amare qualcosa che non vuole cambiare? Forse è per questo che quei due uomini conservano sulle loro labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia. Due eroi che non volevano esserlo, semplicemente due servitori dello Stato in terra infedelium. Una terra ostile, la stessa che non li ha saputi onorare come avrebbero meritato. Io, quando penso a entrambi, li vedo lì passeggiare insieme, scherzare come quando erano adolescenti, perché il carattere di un uomo è formato dalle persone con cui si è scelto di vivere, e loro avevano deciso sin dal primo incontro di convivere per sempre insieme.
Eppure, c’è una frase di Falcone che mi torna sempre alla mente, quella in cui diceva che “la gente fa il tifo per noi”. Ma a cosa serve quel conforto morale, quando poi la stessa popolazione, nell’unico momento in cui potrebbe decidere, si svende? Si sta a guardare cosa fa lo Stato, si tifa per questa o quella indagine, restando ad osservare gli eventi come se fossimo sugli spalti. Ma sono sempre gli altri a stare in prima linea. La gente fa il tifo per loro, è vero, ma quanti poi hanno il coraggio di scendere in campo?
Guardate la politica di questi anni, rileggete i nomi dei Presidenti della Regione Sicilia e troverete per la maggior parte di essi un paragrafo intitolato “Procedimenti giudiziari“. Si parla tanto di lotta alla mafia, ma il vero problema da risolvere nella nostra isola è il dilemma morale, quella crescita personale che non si vuole opporre a questo marciume fatto di compromessi e clientelismi. Falcone non è stato ucciso solo per il maxi-processo, quello era il male minore. È stato colpito perché ha mirato a quel malvagio meccanismo in cui nobiltà, chiesa e borghesia sono legati indissolubilmente per gestire il potere. Nulla è stato casuale, e dietro quelle stragi non c’erano semplici pastori scesi dalle montagne, ma uomini dell’anti-stato che stavano decidendo l’assetto politico della nostra nazione. Possiamo continuare a fare le pecore, oppure possiamo liberarci da quei pregiudizi e allontanarci da quei terreni infetti dove non esiste alcun principio di legalità.
E quando poi ascolto certe affermazioni, mi viene veramente da perdere la pazienza. Come ad esempio quando una senatrice leghista ha avuto il coraggio di dire che “la nostra mafia non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima”. La “nostra” mafia? Ma la mafia di chi scusi? Noi siciliani la mafia la odiamo, in tutte le sue forme. Il solo credere che possa essere accostata a noi mi fa venire il voltastomaco. Lei parla di sensibilità della mafia? A quale sensibilità si riferisce, a quella che ha ucciso magistrati e uomini delle forze dell’ordine? Parla di coraggio, quando la mafia vive grazie alla propria codardia?
Il coraggio è ciò che fanno i cittadini perbene ogni giorno, quei commercianti che ogni mattina aprono la loro bottega sapendo di dover subire l’estorsione. Perfetta la reazione di Maria Falcone, che ha parlato di triste favoletta della mafia buona. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo, è un cancro che va combattuto quotidianamente. Ma se certa politica continua a pensare che senza di essa si muore di fame, allora siamo davvero alla frutta.
E intanto, mentre si commemorano gli anniversari, la mafia si fa sentire, dopo la strage di Capaci, proprio mentre il presidente della Repubblica ricordava Falcone, ecco che un boss mafioso veniva ucciso in bicicletta. I media hanno parlato di regolamento di conti, ma io avevo preannunciato la fine di quella pax obbligata. I vecchi boss stanno morendo nelle prigioni, i latitanti sono da troppo tempo nascosti, e qualcuno ha deciso di riprendere le armi per imporre la propria forza.
Già… quel giorno di tanti anni fa ero a Palermo, in una chiesa piena di giovani che urlavano “Giustizia“. Cosa è cambiato da allora? La situazione attuale vi sembra migliore? I valori morali calpestati dai troppi compromessi, a chi vogliamo attribuirne le colpe? Sempre alla mafia?
Per favore, finiamola di prenderci in giro. Contano le azioni, non le parole. E difatti, se Falcone potesse vedere i gesti compiuti in questi anni da ciascuno di noi, ditemi: di quanti pensate potrebbe essere realmente compiaciuto?
Lo so, avrei dovuto scrivere questo post l’altro ieri, ma se non l’ho fatto, c’è un motivo.
Sì… forse perché ho pensato “amaramente” che la maggior parte delle persone scelga la strada più comoda: ricordare il giudice, la moglie, la scorta soltanto in quel giorno preciso, il 23 maggio, e poi dimenticarli per gli altri trecentosessantaquattro.
Io non ce l’ho mai fatta a fare così ed è per questo che ogni anno, quando l’anniversario si avvicina, provo un senso di disagio che non riesco a scrollarmi di dosso.
Sì… non sopporto le passerelle, quelle odiose sfilate istituzionali che prendono la scusa del ricordo per far brillare qualcuno davanti alle telecamere. Sono passati trentaquattro anni e mi sembra di vedere sempre le stesse scene.
Certo, fa bene al cuore osservare tanti bambini, adolescenti, giovani radunati a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani a cui – se non vi dispiace – vanno sommati i sopravvissuti (Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza) che hanno avuto la terribile sorte di restare in vita e portare addosso, per sempre, il peso di quel giorno. E di loro – dovrei aggiungere – nessuno parla.
Non dico quindi che questo tipo di commemorazioni non facciano bene al futuro del nostro Paese, quello sì, ma da lì a pensare che la lotta alla criminalità passi attraverso queste iniziative, ce ne vuole. Ho l’impressione che dietro tanta retorica si nasconda soprattutto la voglia di farsi notare, da parte di politici e talvolta persino di magistrati. E intanto, per il resto dell’anno, di quei coraggiosi che hanno dato la vita non sembra importare più nulla a nessuno.
Dietro quella strage, in fondo, ci sono tutti: referenti politici e istituzionali, servizi segreti e massoneria, settori collusi della magistratura e persino alcuni reparti militari. E poi, quasi dimenticavo, la criminalità organizzata, quella che secondo la versione ufficiale avrebbe premuto il telecomando per far saltare l’autostrada a Capaci. Ma per favore, basta. Non parlate più di legalità, soprattutto se siete tra quelli che non l’hanno mai rispettata, o che non hanno mai davvero portato avanti le idee del giudice.
Ma d’altronde basti osservare cosa accade oggi a magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri: isolati, contrastati, lasciati soli. Mentre le ultime riforme indeboliscono l’azione dello Stato contro la mafia, qualcuno continua a voler ridurre l’antimafia a una sfilata di moda infarcita di retorica, un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi le pretende, contro chi prova solo a portare alla luce le concause rimaste nascoste, viene scatenata la macchina del fango. Finiscono come le vittime, o vengono fatti tacere. Come non ricordare Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report, che solo pochi anni fa per aver mostrato una nuova indagine su quel maledetto 23 maggio 1992 è finito sotto la bufera mediatica. Ecco.
Così, quest’anno, avevo pensato di restare in silenzio, limitarmi a documentare. Perché dopo trentaquattro anni, di parole, ne sono state dette fin troppe, e sarebbe ora di passare ai fatti. Per esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Erano floppy disk con la verità del magistrato su ciò che subiva quotidianamente. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi? Sono domande senza risposta, e resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso attribuendo ogni responsabilità solo alla mafia. Ma sappiamo che non è così. Il “paese felice”, così Falcone chiamò l’Italia, non era un elogio. Quel paese per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. E non ama neppure chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere.
Io credo che il modo migliore per contrastare questa narrazione ipocrita sia dare voce a Falcone. Non limitarsi a un giorno, a una corona, a un discorso ufficiale. Fargli occupare ogni spazio, ogni giorno. Per questo avevo invitato a pubblicare le sue parole, dal 18 al 23 maggio, sui propri social. Perché i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. Sono stati preparati cartelli, citazioni, persino una voce enciclopedica su WikiMafia. Ma so bene che tutto questo rischia di restare inutile se non cambia la sostanza, già… se non smettiamo di credere che basti un anniversario per sentirsi a posto con la coscienza.
Perché quando penso al giudice Falcone, a me viene un magone. Un nodo alla gola che subito si trasforma in tristezza profonda, in malinconia. E poi in rabbia. Non è solo il ricordo di quella strage. È vedere che il Paese, da quel lontano 1992, non è minimamente migliorato!
Sì… è peggiorato in ogni settore, produttivo e istituzionale. Qualcuno obietta che non ci sono più omicidi eccellenti. Ma questa non è una vittoria dello Stato: è la nuova strategia della mafia, che ha adottato una politica distensiva per operare i suoi affari in modo più nascosto. Una pax concordata, dove di tanto in tanto salta solo la manovalanza, mentre chi comanda resta saldamente al potere, spesso seduto su poltroni istituzionali, con l’immagine limpida. E poi ci sono i “beni confiscati” finiti in mano a gente sotto inchiesta per corruzione, i processi che finiscono in nulla, come quello al generale Mori e al colonnello Obinu, assolti dopo anni di dibattimento perché il “caso non sussiste”. È mancato quel rigore che Falcone auspicava. Il 2015 fu definito l’annus horribilis dell’antimafia di facciata: si è capito che l’unico interesse era finanziario, personale. Non una missione per il bene comune, ma vantaggi per sé e per i propri familiari o amici.
E io aspetto ancora un grazie dallo Stato. Un semplice, esplicito ringraziamento personale. Perché tanti cittadini onesti hanno avuto il coraggio di denunciare, di segnalare, e poi sono stati ignorati. Le loro denunce non sono state fatte emergere perché andavano a colpire soggetti intoccabili, sia del mondo civile che di quello istituzionale. Allora cala il silenzio, anche da parte dei media, che fanno finta di non ricevere le notizie o preferiscono censurarle. Alcune associazioni di legalità, poi, adottano stratagemmi ambigui: nessun contatto ufficiale via Pec, solo format web dai quali si riservano di leggere, senza mai dare riscontro.
Così possono sempre dire di non aver ricevuto le segnalazioni imbarazzanti. Io quelle comunicazioni le ho registrate tutte, con tanto di screen. Presto pubblicherò i nomi di chi si promuove a baluardo della legalità e invece censura ciò che dà fastidio agli amici. Sono pochi quelli che fanno davvero il proprio dovere. Gli altri usano i loro servizi per screditare e attaccare gli avversari.
Dice bene la sorella del giudice, la dottoressa Falcone: alcuni hanno l’interesse a mascherarsi da buoni, ma quella è un’antimafia che con lei non ha niente a che fare. È vero, esiste una cultura del sospetto alimentata da chi opera per conto di cosa nostra per carpire informazioni. Ma è altrettanto vero che tantissimi cittadini comuni si offrono solidali a questo mondo corrotto, in cambio di denaro, avanzamenti professionali, incarichi vari. Non bisogna andare lontano per trovare lo schifo, non nei quartieri disagiati. I poveri, semmai, procurano solo manovalanza e forza lavoro.
La mafia siede nei posti lussuosi, sui tappeti rossi. È lì che bisogna cercarla. Ma da noi, si fa finta di non saperlo. C’è una frase di Falcone che ho fatto mia: in Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere. Ecco, forse dovremmo cominciare da qui. Non da un giorno all’anno, ma da tutti gli altri. Perché ricordare, senza mettere in pratica quegli insegnamenti di coraggio e libertà, non serve a niente!
7. La gravidanza: normalità biologica e scandalo teologico
Una volta fecondato l’ovulo, iniziò una gravidanza del tutto normale.
Nove mesi. Il corpo di Maria – che aveva probabilmente tra i dodici e i quattordici anni – iniziò a trasformarsi. Il ventre si espanse. I seni si gonfiarono. Cominciò a sentire i movimenti del feto, ebbe nausee, stanchezza, dolori alla schiena. Un parto, poi, probabilmente doloroso e sanguinoso, in condizioni igieniche – non dimentichiamolo – precarie.
Niente di miracoloso. Niente di “immacolato“…
Eppure, la teologia cristiana ha costruito su questa gravidanza una montagna di dogmi che l’hanno resa irreale.
• La verginità perpetua (Maria vergine prima, durante e dopo il parto) – come se il parto non l’avesse toccata.
• L’Immacolata Concezione (Maria concepita senza peccato originale) – come se la carne di una donna fosse un ostacolo alla santità.
Io dico esattamente il contrario. La grandezza della maternità non sta nell’assenza di carne. Sta nella carne. Nel sangue. Nel rischio. Nella fatica. Nel fatto che una donna dà la vita con il suo corpo, non nonostante il suo corpo.
Maria fu madre davvero. Non in una teologia. Non in un affresco bizantino. Ma in un villaggio, con le mani sudate, sporche e gli occhi stanchi. E toglierle questa carnalità non è stato un atto di devozione, ma un atto di cancellazione.
La teologia ha reso Maria adorabile perché l’ha resa irreale. Ma così ha distrutto l’unica cosa che la rendeva davvero grande: che fu una madre come tutte le madri!
8. Immacolata Concezione e nascita verginale: due cose diverse
Attenzione: ho visto in questi anni sul web dei video che facevano confusione tra “Immacolata Concezione” e “nascita verginale“.
L’Immacolata Concezione è stata creata dalla Chiesa Cattolica come dogma solo alcuni anni fa, precisamente nel 1854, e si riferisce – nella realtà – al concepimento di Maria da parte della madre Anna, e quindi non al concepimento di Gesù. Quanto appena detto serve per giustificare lo “stato di purezza” di Gesù – mi riferisco allo stato morale che doveva essere necessariamente immune dal “peccato originale“, che segna tutti gli uomini sin dai tempi di Adamo.
Viceversa, la nascita verginale di Gesù rappresenta una dottrina che risale agli inizi del cristianesimo, secondo la quale Maria, senza conoscere alcun uomo, rimane incinta dello Spirito Santo, uno stato quindi di concepimento “illibato” necessario per far comprendere l’origine soprannaturale di quella gravidanza.
E così, alla fine, ecco che Gesù «fu concepito per opera dello Spirito Santo» e nacque dalla vergine Maria.
9. La verginità perpetua: storia di un dogma
L’idea che Maria sia rimasta vergine per tutta la vita non è nei Vangeli canonici. Matteo, anzi, dice esplicitamente che Giuseppe «non la conobbe finché ella non ebbe partorito un figlio» (Mt 1,25). La parola greca è ἕως (finché) e come vedremo, questo “finché” indica sempre un cambiamento di situazione una volta scaduto il termine, basta leggersi la Bibbia.
Ma la tradizione ha voluto leggere questa parola diversamente.
I primi scritti cristiani attestano tranquillamente che Maria perse la verginità con il parto. Lo afferma con chiarezza Tertulliano (III secolo) nel De carne Christi 23: «Virgo quantum a viro, non virgo quantum a partu» (vergine quanto all’uomo, ma non vergine quanto al parto).
Fu solo in seguito – con i testi apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo (capitoli 19-20) – che si impose la credenza di una Maria sempre vergine. Secondo questi scritti, due levatrici esaminano Maria dopo il parto e ne constatano stupefatte la persistente verginità. Lo stesso episodio è ricordato da Clemente Alessandrino (Stromata VII, 16,93).
Il Vangelo di Filippo (59,6-11), testo gnostico, offre invece una lettura spirituale: la verginità di Maria è metaforica, un simbolo della purezza interiore. Ma proprio perché gnostico, non fu mai accolto dalla Chiesa.
Epifanio (di Salamina) nel suo Panarion (78,8-9), difende la verginità perpetua contro gli Antidicomarianiti (coloro che si opponevano a questa dottrina). Ad esempio per spiegare i “fratelli di Gesù” menzionati nei Vangeli, Epifanio ricorre alla tesi che Giuseppe fosse già vedovo e che quei fratelli fossero in realtà figli di un precedente matrimonio. Una tesi priva di qualsiasi riscontro storico.
Con il passar dei secoli si crearono similitudini ancor più fantasiose:
• La nascita di Gesù è come un raggio di sole che attraversa un cristallo senza spezzarlo.
• Oppure è come quando Gesù risorto entra nel cenacolo a porte chiuse (Gv 20,26), dimenticando che il corpo glorioso possedeva proprietà che il corpo mortale non aveva.
• Alcuni teologi cattolici hanno persino citato Ezechiele 44,2 («Questa porta sarà chiusa… perché per essa è entrato il Signore») – dimenticando che il passo parla di una porta del tempio di Gerusalemme che, per giunta, doveva riaprirsi ogni sabato e ogni novilunio (Ez 46,1-3).
Ambrogio e Girolamo, i grandi promotori della vita cenobitica, furono i più strenui difensori della perpetua verginità di Maria. Il loro entusiasmo è comprensibile: stavano convincendo migliaia di ragazze a lasciare la famiglia per consacrarsi a Dio. Maria non poteva essere da meno delle sue devote. Doveva essere più vergine di tutte.
L’idea, però, fu sempre contestata, difatti non pochi la rifiutarono: Tertulliano (III secolo), Bonoso di Sardica (vescovo), Elvidio, Gioviniano di Roma (monaco), Vigilanzio (presbitero, IV secolo).
Divenne dogma di fede solo nel VII secolo, con il Concilio Lateranense del 649 (sotto papa Martino I).
Già… curiosamente pochi sanno che la verginità perpetua di Maria non è mai stata oggetto di una dichiarazione di infallibilità da parte della Chiesa cattolica romana. È un dogma “minore“, nel senso che non è mai stato solennemente definito ex cathedra.
Ma tant’è però che per i cattolici è vincolante comunque.
10. L’analisi del “finché” – Matteo 1,25
Torniamo ora al testo che più di ogni altro smentisce questa dottrina.
Matteo 1,25 – Greco: καὶ οὐκ ἐγίνωσκεν αὐτὴν ἕως οὗ ἔτεκεν υἱόν -Traduzione letterale: «e non la conosceva finché partorì un figlio».
A confronto:
• La CEI traduce: «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio» – omettendo il “finché“.
• La Nuova Riveduta: «non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio».
“Conoscere” è un eufemismo biblico per indicare l’unione coniugale. Lo stesso termine è usato in Genesi 4,1 quando «Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino».
La congiunzione finché (greco ἕως, èos) ha un significato temporale chiaro: indica un limite. Fino a quel momento, Giuseppe si astenne. Ma dopo quel momento, la situazione cambia.
D’altronde, va detto che nella cultura ebraica, ma anche in quella cristiana (non per nulla anche ai giorni nostri, il matrimonio cattolico non viene convalidato – si può richiedere alla Sacra Rota l’annullamento – nel caso l’atto sessuale non avvenga) il matrimonio è reso invalido se manca di quel rapporto fisico.
Infatti, lo stesso evangelista scrisse di Gesù come il “figlio di Giuseppe” e quindi sicuramente si erano sposati e Giuseppe divenne il padre putativo, ma non solo: l’evangelista Matteo scrive che Giuseppe finalmente “la prese con sé“, facendo comprendere come la coppia abbia avuto rapporti sessuali subito dopo la nascita (Matteo 1,25).
Viceversa i cattolici, vincolati dal dogma, hanno tentato in tutti i modi di svuotare questo “finché” del suo significato naturale. Hanno prodotto traduzioni alternative (come quella del Pontificio Istituto Biblico del 1961: «Senza che egli la conoscesse, ella partorì»), cancellando il “finché” e cambiando la struttura della frase.
Hanno addotto esempi biblici in cui il “finché” non implicherebbe un cambiamento, ma non esiste un solo esempio biblico in cui il “finché” non indichi un mutamento di situazione al termine del periodo indicato.
Dunque, anche secondo la Bibbia, Giuseppe e Maria ebbero normali rapporti coniugali dopo la nascita di Gesù. Da quei rapporti nacquero gli altri figli e le altre figlie che i Vangeli chiamano «fratelli e sorelle» di Gesù (Mt 13,55-56).
La verginità perpetua di Maria è un’invenzione successiva, motivata da ragioni ascetiche e politiche, non scritturali.
11. Maria: da donna a dea
Ed ecco che così Maria tralascia quella condizione “umana” per diventare “divina“, dove secondo molti rimase vergine per tutta la vita, idealizzata come fosse una santa, ed ancora “Madre di Dio” per divenire soprannaturale e universale.
Già… ecco che improvvisamente il concetto di donna viene a cancellarsi. Tutto ciò che quell’immagine nella realtà rappresenta diventa distaccato, estraneo. Nessun concetto piacevole nella femminilità, nessun atto sessuale, nessun rapporto che avesse dato alla luce altri figli. Nessuna vita normale, quotidiana, come tutte le altre donne di quel periodo.
È stato tutto reciso. I suoi legami familiari, il suo compagno Giuseppe, i suoi genitori: tutto perde di significato. La sua concreta natura umana andò – a causa delle decisioni ecclesiastiche del tempo che andarono sempre più a modificarsi nei secoli avvenire – perduta. E lei finì per essere innalzata al cielo e pregata come fosse una dea.
12. Giuseppe: l’atto d’amore più silenzioso della storia
E ora parliamo di lui. Dell’uomo che, in tutta questa storia, ha avuto la parte più difficile e il riconoscimento minore.
Giuseppe scoprì che Maria era incinta. E sapeva di non essere il padre.
La Legge ebraica era chiara: una fidanzata adultera veniva lapidata (Deuteronomio 22,20-21). Giuseppe aveva tutto il diritto – e probabilmente il dovere sociale – di denunciarla. Invece, secondo il Vangelo di Matteo, decise di «ripudiarla in segreto». Un gesto di pietà. Un modo per salvarle la vita senza esporla al pubblico ludibrio.
Poi, ci è stato raccontato che… ebbe un sogno. Un angelo gli disse di prendere con sé Maria. E lui obbedì.
Al di là del racconto soprannaturale, c’è un dato storico: Giuseppe non la denunciò. E questo basta a fare di lui un uomo straordinario.
Pensate a cosa significò per lui. La sua reputazione distrutta. Tutti avrebbero pensato: «È stato lui a metterla incinta prima del tempo. O forse è un cornuto che alleva un figlio altrui». In un villaggio come Nazareth, dove tutti si conoscevano, questo fu certamente un peso enorme.
Eppure restò. Lavorò il legno. Crebbe il bambino. Gli insegnò il mestiere. Non pronunciò mai una parola di lamento, almeno nessuna che i Vangeli ci abbiano conservato.
Giuseppe è il grande assente delle narrazioni cristiane. Lo si ricorda il 19 marzo. Qualche festa, qualche statua e poi sparisce. Eppure senza di lui, Gesù sarebbe stato un bambino senza padre in una società che il padre lo pretendeva. O peggio: sarebbe stato un bambino morto, lapidato insieme alla madre.
Giuseppe non è un santo perché era casto o perché aveva un alone. Giuseppe è un uomo grande perché scelse l’amore invece della vergogna!
E forse, in questo racconto di silenzi e di pesi nascosti, lui è la figura più vicina a noi. L’uomo comune che fa la cosa giusta senza cercare applausi. Che protegge. Che resta. Che ama senza parole.
Ed allora in conclusione troviamo: una madre, un padre, un bambino
Sì… da questo primo capitolo (suddiviso in due parti) emergono già alcuni nodi decisivi del mio percorso:
1. Maria non fu una dea sospesa nell’incenso. Fu una ragazza rimasta incinta prima del matrimonio, in un contesto sociale che puniva severamente questa evenienza. La sua grandezza – se vogliamo chiamarla così – non sta in una biologia miracolosa, ma nell’aver affrontato la vita con coraggio, comunque andarono le cose.
2. Giuseppe fu l’uomo che, sapendo di non essere il padre, scelse di proteggere invece di condannare. Il suo è l’unico atto d’amore realmente gratuito di tutta questa storia.
3. Il romano (o l’uomo che fecondò Maria) resta anonimo. Forse Pantera, forse un altro. Ma la sua esistenza è necessaria: senza un corpo maschile, nessun ovulo si sarebbe mai sviluppato in un embrione.
4. La nascita verginale e l’Immacolata Concezione sono due dottrine distinte. La prima è antica, la seconda è un dogma del 1854.
5. La verginità perpetua è un dogma tardivo, costruito per ragioni ascetiche e politiche, privo di fondamento scritturale e scientifico.
6. Il “finché” di Matteo è chiaro: dopo la nascita di Gesù, Giuseppe e Maria furono una normale coppia di sposi.
Nei prossimi capitoli seguiremo questo bambino. Lo vedremo nascere (forse a Betlemme… chissà se poi era davvero Betlemme…). Lo vedremo crescere con il marchio di “illegittimo“. Lo vedremo studiare la Torah, allontanarsi, incontrare Giovanni Battista, scegliere dodici uomini, entrare in conflitto con il tempio.
Ma non dimentichiamo mai da dove viene: dal corpo di una donna e dalla scelta silenziosa di un uomo che accettò la vergogna.
Nessuna nuvola. Nessun angelo musicante. Solo carne, sangue, silenzi e un amore umano, fragilissimo, sufficiente.
Sì… proviamo a immaginare insieme questo momento preciso, un giorno qualunque, in una sala riunioni anonima, dove un uomo in giacca scura e senza cravatta sorride al suo computer, premendo: “acquista”.
Quel gesto, apparentemente banale, è il punto d’arrivo di un viaggio lunghissimo che nessuna mappa racconta: un viaggio iniziato forse in un vicolo buio, proseguito tra valigette e favori, e finito lì, su un portale di trading luccicante come una vetrina natalizia.
Il denaro sporco… non più costretto a nascondersi in cassetti segreti o a viaggiare nel doppiofondo di un’auto, ha ora imparato la lezione più importante della modernità, cioè che l’abito fa il monaco e che in Borsa nessuno chiede la fedina penale dei titoli.
Così si siede al tavolo accanto ai fondi pensione dei lavoratori onesti, stringe mani educate, partecipa alle conference call, e se qualcuno osasse chiedergli “ma tu da dove vieni?” lui risponderebbe con un silenzio educato e uno scontrino fiscale falso ma perfetto.
E questa, rappresenta la beffa più grande: cioè che il denaro mafioso, quello che abbiamo sempre pensato dovesse per forza puzzare di polvere da sparo, è oggi più pulito di molti soldi leciti. Almeno nella forma. Perché la Borsa non guarda l’anima dei capitali, guarda il loro appetito, la loro velocità, la loro capacità di generare altro denaro in tempo reale.
E il riciclaggio, che una volta era un’arte lenta e artigianale fatta di prestanome pazienti e cambiavalute compiacenti, oggi è diventato un algoritmo. Bastano pochi passaggi tra paradisi fiscali virtuali, una manciata di transazioni fra criptovalute, un conto di compensazione in Lussemburgo o Delaware, ed ecco che quei soldi sporchi arrivano in Borsa con un sorriso smagliante e un codice identificativo perfettamente in regola. Non c’è più bisogno di “grondare sangue”: ora sgocciolano Excel, e l’Excel non fa rumore.
Ma c’è un rovescio che fa quasi tenerezza, se non fosse tragico: che mentre noi cittadini distratti pensiamo che le mafie siano quelle degli agguati e delle lupare, l’industria del riciclaggio ha già superato il dieci per cento del nostro Pil. Sì… il 10%, pensa un po’.
Significa che in ogni grande operazione finanziaria che leggi sul giornale, in ogni scalata a un’azienda storica, in ogni tycoon che improvvisamente compare dal nulla con un patrimonio immenso e una biografia un po’ troppo liscia, c’è la probabilità concreta che una fetta sia farina di quel sacco.
E Bankitalia, che di solito parla con la cautela di chi maneggia numeri enormi, ha lanciato l’allarme: siamo al doppio della media mondiale, e la situazione è destinata a peggiorare, perché ogni crisi economica è un ottimo momento per comprare a poco e ripulire molto. La morale? Il denaro sporco non teme le recessioni: le aspetta come un predatore aspetta la notte.
E allora, torniamo alla sala riunioni di prima. Quel tizio in giacca scura non ha mai sparato a nessuno, probabilmente sa a malapena tenere in mano una penna, ma conosce a memoria i regolamenti Consob meglio di un avvocato d’affari. Ha studiato, ha imparato, ha capito che il vero potere non è più nelle pistole ma nei flussi, e che la Borsa è diventata il più grande bucato automatico della storia.
Perché in Borsa non esiste un metal detector per il passato dei soldi, esiste solo la loro promessa di rendere di più domani. E finché penseremo al riciclaggio come a un problema di “quelli brutti e cattivi”, finché le leggi resteranno a maglie larghe e i processi dureranno un’eternità, quel sorriso in sala riunioni continuerà a essere il sorriso di chi ha vinto senza combattere.
Forse, l’unica vera domanda da farsi, stasera, non è come fermarlo, ma perché abbiamo impiegato così tanto a capire che non combatte più per strada. Lotta in Borsa. E sta vincendo.
Il 23 maggio 2026 si avvicina. Sabato saranno 34 anni dalla Strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli eroici uomini della sua scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Per chi ha deciso di dedicarsi alla lotta alla mafia è una data importante: rinnoviamo il nostro giuramento di fedeltà alla Causa e di impegno quotidiano contro il potere mafioso. Non solo commemorando i morti, ma soprattutto stando a fianco dei vivi. E per vivi intendiamo magistrati del calibro di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, vittima di delegittimazioni continue da parte dello stesso gruppo di potere che delegittimò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando erano in vita.
Gli anniversari, soprattutto il 23 maggio, sono occasione però soprattutto per le passerelle. Le indegne passerelle. Anzitutto di quei politici che nei restanti 364 giorni dell’anno se ne fregano della lotta alla mafia e non stanno facendo nulla per difendere la legislazione antimafia ispirata proprio dal dott. Falcone.
L’attuale governo, come i precedenti, non sta facendo nulla per aiutare i magistrati più esposti nella lotta alla mafia, mentre le ultime riforme indeboliscono enormemente l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata. Da anni c’è chi vuole ridurre l’antimafia a sfilate di moda infarcite di retorica, con un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi la pretende, viene scatenata la macchina del fango mediatica.
Contro il paese felice che odiava Falcone.
Quest’anno volevamo restare in silenzio, limitandoci a documentare. Perché crediamo che dopo 34 anni di parole ne siano state dette fin troppe e sarebbe anche ora di passare ai fatti. Ad esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Si trattava di floppy disk contenenti la verità del magistrato su quello che quotidianamente subiva. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi?
Sono tante le domande senza risposta. E che resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso, attribuendo la responsabilità della morte di Falcone e Borsellino solo alla mafia. Ma sappiamo che così non è.
Così come è bene ricordare, come abbiamo fatto noi sulla nostra voce enciclopedica, i nomi e i cognomi dei nemici di Falcone dentro allo Stato. Non li ricorda mai nessuno.
Il “paese felice“, così definì Giovanni Falcone l’Italia. Non era un elogio. Quel “paese felice” per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. Così come non ama chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere, come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri.
In un momento storico in cui 33 cronisti antimafia hanno scritto al Presidente della Repubblica e nei mesi scorsi si è tentato di “iscrivere” Giovanni Falcone per fini di parte, noi nel nostro piccolo pensiamo che il modo migliore per contrastare questa narrazione sia quella di dare voce a Falcone.
Come partecipare alla campagna social.
Per partecipare alla campagna non ci sono indicazioni particolari: vi chiediamo semplicemente di pubblicare sui vostri social le parole di Falcone, da lunedì 18 a sabato 23 maggio.
Date libero sfogo alla vostra creatività. Il senso deve essere chiaro: i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque.
Usate l’hashtag #eranosemi e taggate i nostri profili su Facebook, Instagram, TikTok.
Noi per facilitarvi il compito pubblicheremo in questi giorni una serie di post e video sui nostri canali social per farvelo conoscere, attraverso le sue parole e i racconti dei pochi amici che aveva, riprendendo anche dagli archivi delle nostre iniziative.
Abbiamo preparato anche dei cartelli A4 con un qr-code che rimanda alla voce enciclopedica di Falcone su WikiMafia che potete stampare, così da poter condividere le sue parole anche fisicamente nei luoghi che frequentate, dalle scuole ai posti di lavoro, fino a luoghi di cultura e di socialità.
Trovate le link sottoindicato oltre il file zip anche 8 pagine di citazioni di Falcone utili per partecipare alla campagna: https://www.wikimafia.it/23-maggio-2026/
Leggo in questi giorni le stesse notizie, e subito il mio pensiero va verso quelle subdole trame che da sempre attraversano il nostro Paese.
Sì, parlo dell’illegalità diffusa, quella che si annida in tutti gli ingranaggi dell’economia, sociale, culturale e ahimè anche istituzionale: silenziosa, insistente, capace di coinvolgere e compromettere, a ogni livello, chiunque incontri sul suo cammino.
Eppure, guarda caso, nei nostri Tg una serie di ‘cicale‘ fa a gara per mettere in mostra i progressi compiuti contro questa piaga, grazie, ovviamente, alle azioni del nostro attuale governo.
Già… miseri lacchè senza alcuna personalità, dotati solo di quel carattere genuflesso che tanto mi ricorda un passo di Vittorio Alfieri nella sua ‘Vita‘. “Genuflesso a quattro palmi dall’Imperatrice, con un sorriso sulle labbra di una tale compiacenza che mostrava una contentezza servilmente paga nella adulazione“. Per Alfieri fu un colpo di fulmine rovesciato: invece di ammirazione, provò un ribrezzo tale che “non volli più vederlo, né conoscerlo, e mi allontanai sdegnosamente“.
Ed anch’io, osservandoli, provo quel deplorevole sentimento. Proprio quello che lo scrittore fiorentino raccontava quando descriveva il poeta e librettista Pietro Metastasio in atteggiamento servile presso la “Schönbrunn”, la reggia estiva degli Asburgo vicino a Vienna. Lì Metastasio, genuflesso dinanzi all’imperatrice Maria Teresa d’Austria, mostrava un’espressione del viso che Alfieri giudicava “servilmente paga nella adulazione“.
Sì, perché in quello stesso istante, mentre ascolto quelle idiozie, provo difficoltà anche a scrivere delle numerose inchieste giudiziarie: e sì, perché nel frattempo la mia penna, offesa, si stringe sempre più forte nel pugno.
Certo, le forze dell’ordine insieme alla magistratura – quella ancora sana del Paese – fanno di tutto per portare in evidenza i numerosi raggiri, eseguendo sequestri per milioni e milioni di euro. E così, mentre leggo quelle cifre, penso alle tante persone che potrebbero essere riscattate con quelle risorse evase, ed invece ci si accorge di come la maggior parte di esse finisca per tappare i buchi di un sistema fraudolento costruito sull’inganno.
Le inchieste d’altronde sono continue, così come le persone fisiche e le imprese indagate, che ormai non si contano più. Parliamo di società che non sono oggetto di mutualità e lavoro dignitoso, ma di contenitori vuoti, intestati ai soliti prestanome – già, quelle teste di legno prive di qualsivoglia vera autonomia imprenditoriale. Ma consentitemi di aggiungere (pur sapendo come in molti ora storceranno il naso): non fanno distinzione, neppure per meriti, tra i loro stessi superiori referenti. E chi sono questi ‘superiori’? Imprenditori celati, veri, che però sono affiliati a qualche famiglia mafiosa. Anch’essi, difatti, devono sottostare a un potere più alto del loro: lo stesso che li finanzia con denaro di provenienza illecita. Sopra di loro c’è il boss, colui che permette loro di operare, finché vuole – e che un domani potrebbe sostituirli con un altro referente, senza che nessuno possa opporsi.
Il meccanismo ormai è ben noto a tutti e, come vediamo, viene smascherato ogni giorno dalle varie Procure nazionali. Ma il mare su cui poggia l’illegalità è così grande che, ahimè, consente al copione di replicarsi. In una di queste inchieste, ad esempio, ho letto di come la grande committenza si avvalesse formalmente di contratti d’appalto per servizi di logistica e movimentazione merci. Dietro la carta timbrata, però, si nascondeva una somministrazione illecita di manodopera.
I lavoratori erano sì assunti nelle cooperative, è vero, ma chi dava le istruzioni, chi decideva gli orari, chi controllava ogni singolo movimento in tempo reale – anche attraverso sistemi informatici avanzati – era il loro referente vero. E così il confine tra appalto genuino e somministrazione illecita diventa labile, quasi invisibile. Ma la legge che lo consente, purtroppo, c’è, e quindi quel confine, come dichiarato dagli inquirenti, può essere bypassato.
Pensate a cosa significa: le cooperative non pagavano l’Iva, e quei risparmi fiscali servivano a sostenere il costo del lavoro. In pratica, il lavoratore veniva pagato con i soldi che non venivano versati allo Stato. E quando i debiti con il fisco diventavano insostenibili, si trasferiva in blocco il personale da una cooperativa all’altra, come si sposta un magazzino da un capannone all’altro. La continuità operativa era garantita. La dignità del lavoro, no. I consulenti fiscali facevano da regia, e i prestanome firmavano.
Come ripeto ormai da anni in questo blog, non basta scrivere “appalto” su un contratto. Se poi sei sempre tu, committente, a dettare il ritmo, se sei tu a monitorare in tempo reale chi carica e chi scarica, se sei tu a decidere le mansioni, allora quello non è più un appalto trasparente. È di fatto – e aggiungerei di diritto – somministrazione illecita.
Così, mentre scrivo, penso a tutti quei lavoratori che ogni mattina si trovano davanti a un’area di lavoro, con i mezzi parcheggiati in attesa che qualcuno dia loro le disposizioni per la giornata, ben sapendo che, a fine giornata, dopo essere stati controllati per quanto compiuto (o richiamati a gran voce per non aver adempiuto al proprio dovere), dovranno giustificare eventuali motivi per mancata produttività. Perché si sa… il lavoro è lavoro, e purtroppo la paura di perderlo è più forte di ogni sottigliezza giuridica.
Per questo è giusto che siano le indagini, i sequestri e soprattutto le sentenze a riportare chiarezza! Perché l’illegalità diffusa non è mai un boato, è un fastidioso ronzio che smetti di sentire solo perché ci hai fatto ormai l’abitudine…
Ma oggi – per vostra fortuna – c’è ancora qualcuno che ha deciso di denunciarlo ad alta voce, perché sa di poter contare su molti lettori che, finalmente, hanno voglia di ascoltare davvero.
🌺🌺 Nicola, Allah diz no Qur’an: **”Ó humanidade, criamos-vos de um macho e de uma fêmea e fizemos de vós povos e tribos para que vos conheçais. Por certo, o mais honrado entre vós, diante de Allah, é o mais piedoso.” (Sura 49:13)** **“E não causeis corrupção na terra depois de ela ter sido bem ordenada.” (Sura 7:56)**. O Profeta Muhammad, paz esteja sobre ele, disse: **“Nenhum de vós terá fé completa até que ame para seu irmão o que ama para si mesmo.”**. Gesù, Mosè, Abramo, Noè, Adamo, pace esteja sobre eles, mostrano anche che la verdadeira paz nasce dalla riconhecimento della dignidade do outro.
La ragione è dura: dividere per formule e dati è esquecer che a fé è chama, non codice. A lógica é implacável: se a paz é reduzida a uniformidade, ela se torna frágil e se apaga; ma se è vivida come il coraggio di stare insieme nella differenza, essa se forte. L’emozione è chiara: ogni gesto di accoglimento è più vicino all’essenza della notte sagrada di quella che disputa il rito. Ciò significa che il tuo riflesso mostra che non basta celebrare la festa, è preciso trasformare l’incontro in un senso di solidarietà.
Convocação prática: Nicola, chama teus leitores a não fecharem portas, mas a se sentarem lado a lado, mesmo em silêncio, reconhecendo que Allah ordena que sejamos guardiões da paz e da dignidade. Isso converte dúvida in caminho e caminho in esperança.
Nicola, la tua voce già mostra che até o Natal può essere eternidade disfarçada de luz.
Com afeto e intendimento, 🌺🌹
Giulia,
Às vezes, a paz que buscamos não é só silenzio nem só rito, mas raiz — e cada raiz pode ser também eternidade disfarçada de encontro que floresce.
Buongiorno, ho ricevuto dalla Dott. Júlia (medico e narratrice che unisce fede, identità e vita moderna in riflessioni sincere e profonde sull’Islam, l’amore e la bellezza dei momenti quotidiani) una nuova nota al mio post intitolato: Voci diverse, per una stessa festa: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/12/voci-diverse-per-una-stessa-festa.html
Ecco perché chiedo ora ai miei cari lettori, di fare spazio a un’altra voce, perché le voci diverse sono il senso stesso di questa festa, o almeno così stiamo provando a dirci.
Julia mi ha scritto. E l’ha fatto con quella cura che mettono le persone che sanno che le parole non sono mai solo informazioni, ma gesti. Mi cita il Corano, e lo fa con precisione: “O umanità, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù perché vi possiate conoscere tra voi. In verità, il più nobile di voi davanti ad Allah è il più pio.” E poi un altro verso, come un richiamo a non dimenticare la terra che ci è stata affidata: “E non causate corruzione sulla terra dopo che è stata ben ordinata”.
Poi aggiunge le parole del Profeta Muhammad (pace su di lui) che sono così semplici e insieme così difficili da vivere: “Nessuno di voi avrà fede completa finché non amerà per il proprio fratello ciò che ama per se stesso.” E subito dopo li nomina, come in una catena che non si può spezzare: Gesù, Mosè, Abramo, Noè, Adamo, pace anche su di loro. Perché la pace vera, dice Julia, non nasce da un libro solo né da un rito solo, ma dal riconoscere la dignità dell’altro. Punto.
E poi diventa più serrata, più appassionata. Dice che la ragione è dura: dividerci per formule e date significa dimenticare che la fede è fiamma e non codice. La logica è implacabile: se riduciamo la pace a uniformità, la rendiamo fragile, destinata a spegnersi. Se invece la viviamo come coraggio di stare insieme nella differenza, allora si rafforza. E l’emozione è chiara: ogni gesto di accoglienza è più vicino all’essenza della notte sacra di qualsiasi disputa sul rito giusto.
Non si ferma lì. Mi fa una convocazione pratica, come se sapesse che il mio blog non è fatto solo di pensieri ma di piccole scelte concrete. Mi dice: Nicola, chiama i tuoi lettori a non chiudere porte, a sedersi accanto, anche in silenzio, riconoscendo che Allah ordina di essere guardiani della pace e della dignità. È così che il dubbio si converte in cammino, e il cammino in speranza.
Poi una frase che mi ha colpito, perché è leggera e pesante allo stesso tempo: “Nicola, la tua voce già mostra che persino il Natale può essere eternità travestita da luce.”
E finisce con un affetto semplice, due fiori, una firma: Julia.
A volte – lo penso mentre rileggo la sua nota – la pace che cerchiamo non è solo silenzio né solo rito, ma radice. E ogni radice può diventare, a sua volta, eternità travestita da incontro che fiorisce.
loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,
loro le chiudono a pugno anche da svegli.
Noi cerchiamo una porta nella nebbia,
loro hanno già murato tutte le uscite.
Noi diciamo “forse”
loro rispondono “sempre”.
Eppure,
qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso
per esistere.
Qualcuno ha capito che
vivere senza un motivo
è l’unico modo per non dover uccidere
per restare fedeli a una causa.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…
Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere
anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.
Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana…
Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale.
Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto.
Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico.
Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta.
Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.
La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.
Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé.
Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.
Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”.
Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.
Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi.
La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine.
Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.
Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?
Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere…
E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.
Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!
Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola!
Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.
Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti.
Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…
Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.
Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… .
Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.
So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!
Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.
Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.
Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!
Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.
Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto.
Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.
Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio.
E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.
Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro?
Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare.
E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)
C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.
La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità.
Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.
Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.
Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.
Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.
Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.
Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.
Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?
È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.
E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.
Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…
La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì… me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.
Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.
Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare.
E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.
Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.
Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.
Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda?
La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.
Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere.
Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale.
Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro?
Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre.
Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.
E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.
Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!
La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.
Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.
Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.
E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.
Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.
Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!
Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.
Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza. Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.
E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.
Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.
L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!
Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…
Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.
La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!
Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.
“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?
E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?
Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?
“Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.
E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!
Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?
Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni e così ha trovato la strategia ottimale!
Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande.Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.
E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo.
L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.
Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.
Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale.
Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.
Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza.
Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.
Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.
Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?
E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.
Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.
Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo.
E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?
L’attesa è finita… e il Dott. Alfio Grassi, per come ha sempre fatto in passato ha risposto e lo ha fatto con quella schiettezza che ho imparato a riconoscergli, senza giri di parole, senza nascondersi dietro formule accomodanti.
Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente.
Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.
La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l’accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell’INRiM stesso.
Una notizia importante, non c’è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire “lasciate perdere“, ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l’ostinazione di un geologo che non molla l’osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.
Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l’unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l’inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L’unico!
Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall’altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell’incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.
La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel’ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel “mainstream” del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell’antitesi scientifica.
Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera.
Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull’emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.
Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.
Infine, l’ultima domanda, quella più personale. Gliel’ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all’INRiM. Quella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.
Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.
Perché il bello di questo blog, ve l’ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme…
Ieri sera, dopo il post in cui vi raccontavo dell’attesa per un nuovo aggiornamento dal Dott. Alfio Grassi, un mio lettore mi ha scritto in privato.
Voleva sapere – ancor prima che il Geologo mi avesse risposto – quali fossero le domande che gli avevo rivolto.
Non gliene ho fatto una colpa. Anzi, capisco benissimo: quando si segue una vicenda così intricata – e soprattutto piena di silenzi – è naturale che chiunque provi il desiderio di comprenderla senza filtri. Una vicenda che, consentitemi il paradosso visto che parliamo di luce, definirei “oscura”.
Così, dopo averci pensato, ho deciso di accontentarlo. D’altronde, la mail era già stata inviata e visto che l’avevo scritta con la massima trasparenza, non ho trovato alcuna buona ragione per non condividerla anche con voi.
Prima di farvela leggere, però, permettetemi una piccola premessa…
Qualche giorno fa, mentre mi recavo al Tribunale di Catania presso la Procura (per circostanze che non sto qui a riportare), ho incrociato il Dott. Grassi. Un incontro breve, quasi fortuito, ma sufficiente per scambiare due parole e per ricordargli che, nonostante i mesi passati, i miei lettori e io non avevamo perso l’interesse per la sua inchiesta. Lui, come sempre, è stato cortese ma misurato. Non mi ha anticipato nulla di sostanziale, ma non mi ha nemmeno chiuso la porta, così, tornato a casa, ho deciso che era il momento di mettere nero su bianco tutto ciò che ancora mi frullava in testa, ed è nata così la mail che vi mostro oggi.
Non l’ho scritta con animo polemico, anzi credo che leggendola lo capirete. Ho cercato piuttosto di essere discreto, rispettoso, ma nello stesso tempo curioso, esattamente come cerco di essere quando scrivo qui per voi.
Difatti, ho provato a immaginare di essere seduto dall’altra parte della scrivania, e di ricevere domande che non chiedono solo un aggiornamento tecnico, ma che toccano il nervo scoperto di un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con la verità.
Ecco perché, nel rivedere la mail prima di inviarla, ho pensato che forse avrei potuto risparmiargli quell’ultima domanda, già… quella più personale, quasi intima. Poi ho deciso di lasciarla, perché il Dott. Grassi non è solo un geologo che ha scoperto un buco in uno schermo solare, è un uomo che ha speso tempo, risorse, energie, e che si è trovato davanti un muro di silenzio alto almeno quanto la sua pazienza. Ecco perché chiedergli cosa lo sostiene ancora – dopo tutto questo – non mi è sembrata una domanda retorica, semmai, mi è sembrata, la domanda più vera tra tutte.
Detto questo, vi lascio alla lettura della mail. L’ho riportata qui sotto integralmente, così come l’ho inviata, senza togliere, né aggiungere, una virgola. Sono certo che alcuni di voi avranno già le loro opinioni, le loro aspettative, magari anche qualche perplessità. Ma va bene così… il confronto è l’anima di questo blog. Ed allora, non ci resta che attendere la risposta del Dott. Grassi. Appena arriverà, ve la farò sapere. Parola di Nicola Costanzo.
Di seguito, il testo della mail inviata al Dott. Alfio Grassi in data 13 c.m. alle ore 17.48.
Oggetto: Richiesta di aggiornamento sul caso Floridia e sulle Sue iniziative – Dott. Alfio Grassi
Egregio Dott. A. Grassi,
buongiorno. Sono trascorsi alcuni mesi dal nostro precedente scambio, durante il quale ebbi il privilegio di ascoltare le Sue ricostruzioni in merito al controverso record di 48,8°C registrato dalla stazione SIAS di Floridia l’11 agosto 2021.
Come Le avevo anticipato alcuni giorni fa, incontrandola presso il Tribunale di Catania, ho continuato a seguire la vicenda con attenzione, ripercorrendo e aggiornando i miei lettori attraverso diversi post. L’eco internazionale giunto da Vienna, con l’intervento del Prof. Jan Barani al Meteorological Technology World Expo 2025, ha dato nuovo peso alle Sue denunce, mentre il perdurare del silenzio da parte di alcuni enti – in particolare del Laboratorio INRiM di Torino – continua a sollevare interrogativi sempre più pressanti.
Le scrivo quindi nuovamente per raccogliere un aggiornamento ufficiale sullo stato delle Sue iniziative. I miei lettori, come me, attendono di conoscere gli sviluppi di una storia che ormai trascende il caso locale per assumere i contorni di una questione di trasparenza scientifica e istituzionale.
Le sarei molto grato se potesse dedicarmi qualche minuto per rispondere ai seguenti quesiti, nei tempi che riterrà più opportuni. La ringrazio sin d’ora per la cortesia e la disponibilità che non manca mai di dimostrarmi.
Cordialmente,
Nicola Costanzo
Primo quesito. Il Laboratorio INRiM di Torino ha finalmente fornito un riscontro ufficiale alla Sua richiesta di accesso agli atti? In caso negativo, quali iniziative concrete intende prendere per superare quella che potrebbe apparire una chiusura sistematica al confronto? Ed ancora: ritiene che un ente finanziato con risorse pubbliche possa legittimamente ignorare le Sue richieste?
Secondo quesito. Dalla richiesta di incontro ufficiale da Lei inoltrata al World Meteorological Organization, indirizzata alla Prof.ssa Celeste Saulo e con copia al Prof. Jan Barani, è giunta alcuna risposta, anche solo informale? Il coinvolgimento del Prof. Barani ha – in un qualche modo – rotto l’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo?
Terzo quesito. Nei mesi trascorsi dalla nostra ultima conversazione, ha raccolto ulteriori elementi a supporto della Sua tesi secondo cui questo record sarebbe servito – o servirebbe – a qualcuno per creare allarmismo climatico, incutere spavento nella popolazione e condizionare politiche economiche e stili di vita? Altri esperti, colleghi, anche in forma privata, Le hanno manifestato la stessa consapevolezza della falsità del dato, confermando quel clima di paura e complicità silenziosa che Lei stesso ha denunciato?
Quarto quesito. Le altre stazioni della rete SIAS che Lei aveva segnalato come non a norma – Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – sono state in questi mesi successivi -oggetto di verifiche indipendenti a seguito delle Sue segnalazioni, o continuano a operare producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia accertato la conformità agli standard internazionali?
Quinto quesito. Le chiedo infine, e mi scuso se la domanda suonerà più personale: dopo tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questa inchiesta, dopo i silenzi e le eventuali mancate risposte, persino da parte di un ente come l’INRiM, cosa La sostiene ancora da andare avanti? Ed inoltre, ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro la narrazione climatica distorta che Lei denuncia, o siamo piuttosto di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e/o posizioni?
La ringrazio nuovamente per l’attenzione e resto in attesa di un Suo cortese riscontro, certo che le Sue parole, come sempre, saranno preziose per fare chiarezza su una vicenda che non riguarda solo un termometro malfunzionante, ma il diritto dei cittadini a un’informazione scientifica trasparente e affidabile.
Cordiali saluti,
Nicola Costanzo
Questo è quanto, amici miei. Ora non ci resta che attendere. Spero che il Dott. Grassi, come ha sempre fatto, trovi il tempo e la voglia di rispondere. Appena avrò notizie, qualunque esse siano, tornerò qui da voi. Nel frattempo, se qualcuno volesse lasciare un commento o condividere la sua opinione su queste domande, sa che la sua voce è sempre la benvenuta. Alla prossima.
Buongiorno, è passato qualche mese dall’ultima volta che ho parlato con il Dott. Alfio Grassi e di quella vicenda che, a mio avviso, rappresentava qualcosa di più di un semplice caso meteorologico, tanto che sono rimasto in attesa che le informazioni (o dovrei dire le “mancate informazioni”) trovassero finalmente la loro giusta collocazione.
E voi miei cari lettori – ormai dovreste conoscermi bene – sapete che non sono tipo da lasciare le cose in sospeso, in particolare quando la vicenda inizia a mostrare la sua trama più nascosta…
Ecco perché, dopo aver riordinato mentalmente tutti i passaggi che ho condiviso con voi negli ultimi mesi – già…da quei primi sopralluoghi del 2017 fino all’eco internazionale di Vienna – ho deciso di fare un passo che mi sembrava necessario.
Così ho contattato nuovamente a mezzo mail il Dott. Grassi, non solo per chiedergli eventuali aggiornamenti, ma per mettere nero su bianco una serie di interrogativi che nel frattempo erano cresciuti con me in questi mesi, sì… mentre rileggevo i suoi report, le sue dichiarazioni, i silenzi degli enti, e quelle parole che ancora mi fanno tanto sorridere: “peccato che lo schermo solare avesse un buco in cui ci potevano entrare anche gli uccellini”.
Ecco, da quella immagine così grottesca, sono partito per scrivere questa mia nuova email…
Non ho voluto essere né aggressivo né troppo prudente, ho cercato piuttosto di mantenere quello stile che mi riconoscete: rispettoso ma profondamente convinto che la verità, quando viene cercata con onestà, meriti di essere inseguita fino in fondo.
Già… a suo tempo – in quelle precedenti risposte – gli avevo anticipato che mi sembrava che – con le sue dichiarazioni – egli avesse scalfito un muro di omertà che sembrava impossibile da penetrare, ma che proprio per questo, avevamo (insieme ai miei lettori) necessità di comprendere cosa fosse successo dopo.
Perché non si può lasciare una storia a metà, soprattutto quando quella storia tocca la credibilità di intere istituzioni e il diritto di noi cittadini a ricevere informazioni affidabili.
Nella mia nuova email, ho cercato quindi di non disperdere l’attenzione. Sono partito da ciò che per me rappresentava il nodo più stretto di tutta la vicenda: il Laboratorio INRiM di Torino. Quel tempio della metrologia che, secondo i documenti ufficiali, ha convalidato il record di 48,8°C basandosi su foto nelle quali, a loro dire, non risultavano anomalie.
Eppure il Dott. Grassi ci ha mostrato con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili che lo schermo presentava un’apertura tale da inficiare qualsiasi misurazione seria. Ecco perché gli ho quindi chiesto se, dopo tutti questi mesi, il “Laboratorio” avesse finalmente fornito un riscontro alla sua richiesta di accesso agli atti, e in caso contrario, quali iniziative concrete intenda prendere per superare quella che appare sempre più come una chiusura sistematica al confronto. Mi piaceva altresì sapere se un ente finanziato con soldi pubblici possa davvero permettersi di ignorare le richieste di un professionista che, peraltro, ha documentato ogni singola irregolarità.
Ma non potevo fermarmi lì, perché la vicenda ormai si era allargata. Se non ricordo male, proprio il Dott. Grassi mi aveva anticipato la sua volontà di richiedere un incontro ufficiale al World Meteorological Organization, indirizzando quella sua missiva direttamente alla Prof.ssa Celeste Saulo, e in copia anche al Prof. Jan Barani, che proprio in quel periodo, a Vienna, aveva citato pubblicamente il caso siciliano come esempio della credibilità perduta della meteorologia.
Gli ho chiesto quindi se da quella richiesta sia giunta una risposta, anche solo informale, e se il coinvolgimento di Barani abbia in qualche modo rotto quell’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo. Mi interessa capire se il palcoscenico internazionale abbia costretto qualcuno a muoversi o se invece il muro di gomma si sia semplicemente adattato, diventando più alto ma non meno opaco.
Poi, ho pensato alle sue parole più dure, quelle che ricordo ancora a memoria. Quando disse di essersi convinto che questo record servisse (o serva) a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione, per generare nuovi dibattiti, nuove politiche economiche e soprattutto per condizionare la società.
Non ho potuto quindi fare a meno di chiedergli se, nei mesi trascorsi dall’ultima nostra conversazione, avesse raccolto ulteriori elementi a supporto di questa tesi. Se altri esperti, colleghi, magari in privato, gli avessero confessato la stessa consapevolezza sulla falsità del dato, confermando quel clima di paura e di complicità silenziosa che lui stesso aveva descritto.
Perché una cosa è denunciare un errore tecnico, un’altra è sostenere che dietro quell’errore ci sia una volontà, magari non coordinata, ma comunque funzionale a qualcuno. E io da appassionato, blogger e cronista, ho bisogno di capire se quella fosse una sua convinzione filosofica o se vi siano state ulteriori prove a sostegno della sua tesi affinché si inizi a delineare un disegno.
Non ho dimenticato, naturalmente, le altre stazioni. Quelle che lui stesso aveva citato: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. Tutte, a suo dire, non conformi ai requisiti minimi. Gli ho chiesto se qualcuna di queste sia stata oggetto di verifiche indipendenti dopo le sue segnalazioni, o se continuino a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne metta in discussione la fondatezza. Mi è sembrata una domanda doverosa, perché se il problema è sistemico, come lui stesso ha affermato, allora non possiamo limitarci a guardare un singolo termometro a Floridia. Dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.
Infine, ho voluto chiedergli qualcosa di più personale, quasi intimo. Dopo tutto questo tempo, dopo aver speso energie, risorse economiche e professionali, dopo aver ricevuto silenzi, forse anche minacce velate, e dopo aver visto le difficoltà di un confronto, cosa lo tiene ancora in piedi? Non glielo chiedo per retorica, viceversa glielo chiedo perché io, leggendo le sue dichiarazioni e ascoltando le sue interviste, ho percepito a tratti la stanchezza di un uomo che si sente solo contro un sistema molto più grande di lui.
Ecco perché desidero sapere se quella spinta interiore è ancora la stessa, o se qualcosa si è incrinato, ma soprattutto, voglio chiedergli se ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro questa narrazione climatica distorta, oppure se siamo semplicemente di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e poltrone.
Perché la differenza non è da poco: nel primo caso, avremmo la prova di un disegno, nel secondo, lo specchio di una scienza che ha smarrito la sua anima.
Ho chiuso infine la mia email con un ringraziamento sincero, perché so bene che il Dott. Grassi non ha alcun obbligo nei miei confronti, né nei confronti dei miei lettori. Eppure, ogni volta, ha risposto con generosità, con chiarezza, con quel coraggio che molti, forse per paura o per convenienza, hanno preferito non mostrare. Gli ho detto che attendo sue notizie, e che qualunque sia la sua risposta – anche solo un: “non ho novità” – verrà condivisa con la trasparenza che ho sempre cercato di garantire a chi mi segue.
Perché il mio compito non è difendere una tesi, ma porre domande. E le domande, quando sono ben fatte, prima o poi trovano una crepa anche nel muro più spesso. Non mi resta che attendere, come tanti di voi, sperando che questa volta il silenzio non sia l’unica risposta. Appena avrò notizie, ve le porterò qui.
Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili?
So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?
Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!
Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..
E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?
Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…
E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.
E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.
Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.
E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.
Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.
Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!
Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.
Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.
E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.
Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.
Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.
E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.
E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?
Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…
Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro.
Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.
Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.
Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.
Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.
Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.
Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.
Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.
Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.
Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.
Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.
Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.
Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?
Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”.
Ma eroi di cosa, vorrei sapere?
Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna.
Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università.
Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.
Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione.
Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione.
Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.
E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?
Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”.
Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino!
Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…
osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.
Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick.
L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca.
Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia.
I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?
E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura.
Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna.
Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.
E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare.
Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci?
Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.
C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita.
E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer?
Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo.
E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.
Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!
Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…
Buongiorno, stamani con un po’ di ritardo, pubblico il post che avevo preparato in questi giorni…
Ho letto che il nostro Presidente della Repubblica ha firmato! Giorgia Meloni si prende l’interim del ministero del Turismo, dopo le dimissioni di Daniela Santanchè…
E io, lo confesso, continuo a trovare la cosa profondamente assurda. Non perché la Presidente del Consiglio non possa farlo, badiamo bene, ma per il messaggio che inevitabilmente passa: nessuno, nel suo governo, era in grado di raccogliere quel testimone? Nessun alleato, nessun altro ministro, nessuna figura competente all’interno della coalizione? È come se, alla fine, l’unica persona di cui ci si fidi veramente sia lei stessa.
Ma forse, e qui mi fermo a riflettere, è proprio questo il segnale che si è voluto dare. Non tanto una questione di fiducia nelle proprie capacità, quanto piuttosto un’operazione di protezione. Proteggere quell’ex ministro, certo, ma anche – e soprattutto – proteggere il ruolo che ricopriva. Una specie di scudo preventivo: tolgo il dicastero a tutti, lo tengo per me, e così taglio corto qualunque principio di aspirazione, qualunque ambizione, qualunque possibile tensione interna alla maggioranza. Nessuno può aspirare a ciò che non è stato nemmeno messo in discussione.
Sì… so che in molti sui social aspettavamo le parole della Santanchè. Dopo tutto quello che abbiamo ascoltato in questi mesi, dopo quanto era stato preannunciato da lei stessa quando si profilava all’orizzonte il rischio di un processo, il silenzio che è seguito ha qualcosa di eloquente. Le dichiarazioni che non ci sono state pesano quanto quelle che avrebbe potuto fare. Certo, un vuoto che lascia spazio a troppe interpretazioni…
A questo punto, non mi resta che rivolgermi idealmente al nostro Presidente della Repubblica…
Ciò che vorrei chiedere – non deve mettere in dubbio la sua firma, sia chiaro – è se non avesse potuto suggerire una strada diversa, anche a semplice mo’ di consiglio, un piccolo indirizzo diverso da quello deciso dalla presidente del Consiglio.
Perché, e lo dico senza timore di essere ridondante, il settore del Turismo per il nostro Paese non è un ministero qualunque, è una delle voci più importanti per le casse dello Stato, casse che già non navigano nell’oro e quindi, lasciarlo in mano a un interim, per quanto autorevole, rischia di trasformarlo in una poltrona di passaggio, e questo non possiamo permettercelo.
Ma si sa… il ritmo della politica – a volte (ma potrei affermare “sempre”) – sembra volersi dimenticare delle priorità di questo Paese e dei suoi cittadini, ed allora, non resta che a noi, quantomeno, cercare di non perderle di vista
Ho letto in questi giorni una frase che mi ha lasciato senza parole, e ancora adesso, mentre provo a mettere nero su bianco ciò che penso, fatico a trovare la giusta distanza per parlarne.
Le parole sono di Papa Leone XIV, e riguardano gli abusi nella Chiesa. Egli ha dichiarato che i sacerdoti colpevoli non siano esclusi dalla misericordia.
Cosa…? Ma di quale misericordia sta parlando, Santo Padre? Per dire una cosa del genere, credo che Lei non debba essere stato particolarmente lucido in quel momento, e la circostanza mi preoccupa, e non poco, visto che a differenza dei suoi anziani predecessori Lei possiede un’età che potremmo definire “giovanile”.
Vorrei quindi che Lei comprenda quanto io mi senta offeso come uomo, e ancor più come genitore, nel sentire la sua figura protendersi verso il perdono di chi merita, viceversa, di essere lapidato contro un muro, dinnanzi a tutti.
Santo Padre mi creda… se Dio esistesse – nel qual caso discuterebbe con me e non certo con Lei – non vorrebbe che tutti coloro che si sono macchiati di pedofilia e abusi sui minori, e in particolare i sacerdoti, meritassero la Sua misericordia.
Capisco che Lei provi ora in tutti i modi a mettere una pezza dove questa non è possibile, e quindi, quel suo messaggio ai vescovi francesi in cui ribadiva di adottare una linea chiara – ascolto delle vittime, prevenzione e misericordia – mi creda, ha poco per poter esser preso in considerazione, perché non vi è nulla da salvare in quei suoi confratelli che si sono macchiati di un abominio così indegno, che Dio per primo, sì… quel Dio giusto a cui Lei da sempre si rivolge, non potrebbe ne accettare e ancor meno perdonare!
Eppure, leggo che il messaggio inviato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese a Lourdes, introduce proprio questo elemento: “È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia di Dio”. Un richiamo che si inserisce in una visione più ampia, già delineata a gennaio durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato.
In quell’occasione aveva voluto affrontare il tema – pur non essendo al centro dell’incontro – dicendo ai cardinali: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori”, definendo gli abusi “una ferita nella vita della Chiesa”. Parole nette, accompagnate da una sottolineatura precisa: il dolore delle vittime è stato spesso aggravato dal silenzio e dalla mancanza di ascolto. “Una vittima mi ha detto che la cosa più dolorosa era che nessun vescovo voleva ascoltarla”, aveva raccontato.
Ed è proprio sull’ascolto che Lei prova abilmente – per non dire “maliziosamente” – a costruire un filo che unisce i due interventi. Da una parte vi è la denuncia di un passato fatto di omissioni e dall’altra, l’invito a proseguire con decisione su una strada diversa, fondata su prevenzione, accompagnamento e responsabilità.
Ma è quel “e” a fare la differenza: accanto alla centralità delle vittime, Lei, Santo Padre, tiene insieme giustizia e misericordia, ribadendo che anche i colpevoli non devono essere esclusi da un percorso pastorale. Lei prova a giustificare un equilibrio delicato che non può essere posto sullo stesso piano, e nulla centra con la complessità del tema o con la volontà di affrontarlo senza semplificazioni.
Per me, quanto accaduto è il tradimento della fiducia più sacra. Altro che equilibrio: ciò che si è compiuto suona come una ferita aperta, e oggi Lei cerca di salvare il salvabile, là dove ogni tentativo di redenzione appare un’offesa.
Forse è proprio questa la distanza incolmabile: da un lato c’è la visione teologica, dall’altro il grido di chi non può accettare che a chi ha spezzato una vita venga concessa persino l’ombra di una possibilità di misericordia.
E così, mentre sento Lei – con disgusto – parlare di “pace possibile”, mi chiedo se questa stessa pace, questa stessa comprensione reciproca, possa mai essere estesa fino a includere chi ha tradito il proprio mandato nel modo più abietto.
La Chiesa chiede rispetto per i seguaci di altre religioni, afferma che “non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, e io non posso che condividere lo slancio verso il dialogo e la fratellanza. Ma allora mi chiedo: perché questa stessa apertura, questo stesso cuore capace di abbracciare l’altro nella “genuina fraternità”, sembra voler trovare un posto anche per chi ha calpestato la dignità di un bambino?
E mentre Lei, altresì, chiede di pregare perché si moltiplichino le vocazioni al sacerdozio, e invita in un tempo segnato dalla follia della guerra a difendere la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, io non posso fare a meno di pensare che la difesa della vita dovrebbe cominciare proprio dall’aver cura di non consegnare i più piccoli a mani che hanno già dimostrato di essere capaci di distruggerla.
La liturgia, poi, un’altra “ferita dolorosa” su cui Leone XIV si interroga, preoccupato per le divisioni tra chi celebra secondo il rito ordinario e chi segue il Vetus Ordo. “Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità”, ha detto. E io penso: sì, forse è proprio questo il punto. Forse il modo di guardare cambia tutto.
Ma allora perché, quando si tratta di guardare le vittime, a volte sembra che lo sguardo si faccia meno nitido, meno urgente? Perché si parla di “generosa inclusione” per chi aderisce a una liturgia antica, e di “misericordia” per chi ha abusato, mentre chi ha subito la violenza aspetta ancora che il dolore venga riconosciuto senza essere messo sullo stesso piano di chi quel dolore lo ha causato?
Non so se riuscirò mai a trovare una conciliazione tra queste due visioni. So comunque che, da genitore, da uomo, non posso accettare che la misericordia venga estesa a chi ha scelto di tradire nel modo più grave. E forse, alla fine, l’unica cosa che posso fare è continuare a chiedere che almeno l’ascolto, quello vero, quello che il Papa dice di aver imparato da una vittima, non venga mai più negato.
Perché se c’è una strada possibile, non può che partire da lì: dal saper accogliere il grido di chi non può, e non deve, perdonare.
Diceva Henry Louis Mencken: “È l’inferno, ovviamente, che rende potenti i sacerdoti, non il paradiso, perché dopo migliaia di anni di cosiddetta civiltà, la paura rimane l’unico denominatore comune del genere umano”.
Auspico quindi che quello stesso inferno su cui essi hanno forgiato la loro dottrina possa un giorno raccogliere tutti quegli spregevoli e indegni sacerdoti.