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23 Maggio: Diamo voce a Falcone.


Il 23 maggio 2026 si avvicina. Sabato saranno 34 anni dalla Strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli eroici uomini della sua scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Per chi ha deciso di dedicarsi alla lotta alla mafia è una data importante: rinnoviamo il nostro giuramento di fedeltà alla Causa e di impegno quotidiano contro il potere mafioso. Non solo commemorando i morti, ma soprattutto stando a fianco dei vivi. E per vivi intendiamo magistrati del calibro di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, vittima di delegittimazioni continue da parte dello stesso gruppo di potere che delegittimò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando erano in vita.

Gli anniversari, soprattutto il 23 maggio, sono occasione però soprattutto per le passerelle. Le indegne passerelle. Anzitutto di quei politici che nei restanti 364 giorni dell’anno se ne fregano della lotta alla mafia e non stanno facendo nulla per difendere la legislazione antimafia ispirata proprio dal dott. Falcone.

L’attuale governo, come i precedenti, non sta facendo nulla per aiutare i magistrati più esposti nella lotta alla mafia, mentre le ultime riforme indeboliscono enormemente l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata. Da anni c’è chi vuole ridurre l’antimafia a sfilate di moda infarcite di retorica, con un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi la pretende, viene scatenata la macchina del fango mediatica.

Contro il paese felice che odiava Falcone.

Quest’anno volevamo restare in silenzio, limitandoci a documentare. Perché crediamo che dopo 34 anni di parole ne siano state dette fin troppe e sarebbe anche ora di passare ai fatti. Ad esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Si trattava di floppy disk contenenti la verità del magistrato su quello che quotidianamente subiva. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi?

Sono tante le domande senza risposta. E che resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso, attribuendo la responsabilità della morte di Falcone e Borsellino solo alla mafia. Ma sappiamo che così non è. 

Così come è bene ricordare, come abbiamo fatto noi sulla nostra voce enciclopedica, i nomi e i cognomi dei nemici di Falcone dentro allo Stato. Non li ricorda mai nessuno.

Il “paese felice“, così definì Giovanni Falcone l’Italia. Non era un elogio. Quel “paese felice” per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. Così come non ama chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere, come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri. 

In un momento storico in cui 33 cronisti antimafia hanno scritto al Presidente della Repubblica e nei mesi scorsi si è tentato di “iscrivere” Giovanni Falcone per fini di parte, noi nel nostro piccolo pensiamo che il modo migliore per contrastare questa narrazione sia quella di dare voce a Falcone.

Come partecipare alla campagna social.

Per partecipare alla campagna non ci sono indicazioni particolari: vi chiediamo semplicemente di pubblicare sui vostri social le parole di Falcone, da lunedì 18 a sabato 23 maggio.

Date libero sfogo alla vostra creatività. Il senso deve essere chiaro: i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. 

Usate l’hashtag #eranosemi e taggate i nostri profili su Facebook, Instagram, TikTok.

Noi per facilitarvi il compito pubblicheremo in questi giorni una serie di post e video sui nostri canali social per farvelo conoscere, attraverso le sue parole e i racconti dei pochi amici che aveva, riprendendo anche dagli archivi delle nostre iniziative.

Abbiamo preparato anche dei cartelli A4 con un qr-code che rimanda alla voce enciclopedica di Falcone su WikiMafia che potete stampare, così da poter condividere le sue parole anche fisicamente nei luoghi che frequentate, dalle scuole ai posti di lavoro, fino a luoghi di cultura e di socialità.

Trovate le link sottoindicato oltre il file zip anche 8 pagine di citazioni di Falcone utili per partecipare alla campagna: https://www.wikimafia.it/23-maggio-2026/

Quindi, il 23 maggio 2026, diamo voce a Falcone!

Un fastidio a cui non possiamo più abituarci…


Buongiorno, e bentrovati.

Leggo in questi giorni le stesse notizie, e subito il mio pensiero va verso quelle subdole trame che da sempre attraversano il nostro Paese. 

Sì, parlo dell’illegalità diffusa, quella che si annida in tutti gli ingranaggi dell’economia, sociale, culturale e ahimè anche istituzionale: silenziosa, insistente, capace di coinvolgere e compromettere, a ogni livello, chiunque incontri sul suo cammino.

Eppure, guarda caso, nei nostri Tg una serie di ‘cicale‘ fa a gara per mettere in mostra i progressi compiuti contro questa piaga, grazie, ovviamente, alle azioni del nostro attuale governo.

Già… miseri lacchè senza alcuna personalità, dotati solo di quel carattere genuflesso che tanto mi ricorda un passo di Vittorio Alfieri nella sua ‘Vita‘. “Genuflesso a quattro palmi dall’Imperatrice, con un sorriso sulle labbra di una tale compiacenza che mostrava una contentezza servilmente paga nella adulazione“. Per Alfieri fu un colpo di fulmine rovesciato: invece di ammirazione, provò un ribrezzo tale che “non volli più vederlo, né conoscerlo, e mi allontanai sdegnosamente“.

Ed anch’io, osservandoli, provo quel deplorevole sentimento. Proprio quello che lo scrittore fiorentino raccontava quando descriveva il poeta e librettista Pietro Metastasio in atteggiamento servile presso la “Schönbrunn”, la reggia estiva degli Asburgo vicino a Vienna. Lì Metastasio, genuflesso dinanzi all’imperatrice Maria Teresa d’Austria, mostrava un’espressione del viso che Alfieri giudicava “servilmente paga nella adulazione“.

Sì, perché in quello stesso istante, mentre ascolto quelle idiozie, provo difficoltà anche a scrivere delle numerose inchieste giudiziarie: e sì, perché nel frattempo la mia penna, offesa, si stringe sempre più forte nel pugno.

Certo, le forze dell’ordine insieme alla magistratura – quella ancora sana del Paese – fanno di tutto per portare in evidenza i numerosi raggiri, eseguendo sequestri per milioni e milioni di euro. E così, mentre leggo quelle cifre, penso alle tante persone che potrebbero essere riscattate con quelle risorse evase, ed invece ci si accorge di come la maggior parte di esse finisca per tappare i buchi di un sistema fraudolento costruito sull’inganno.

Le inchieste d’altronde sono continue, così come le persone fisiche e le imprese indagate, che ormai non si contano più. Parliamo di società che non sono oggetto di mutualità e lavoro dignitoso, ma di contenitori vuoti, intestati ai soliti prestanome – già, quelle teste di legno prive di qualsivoglia vera autonomia imprenditoriale. Ma consentitemi di aggiungere (pur sapendo come in molti ora storceranno il naso): non fanno distinzione, neppure per meriti, tra i loro stessi superiori referenti. E chi sono questi ‘superiori’? Imprenditori celati, veri, che però sono affiliati a qualche famiglia mafiosa. Anch’essi, difatti, devono sottostare a un potere più alto del loro: lo stesso che li finanzia con denaro di provenienza illecita. Sopra di loro c’è il boss, colui che permette loro di operare, finché vuole – e che un domani potrebbe sostituirli con un altro referente, senza che nessuno possa opporsi.

Il meccanismo ormai è ben noto a tutti e, come vediamo, viene smascherato ogni giorno dalle varie Procure nazionali. Ma il mare su cui poggia l’illegalità è così grande che, ahimè, consente al copione di replicarsi. In una di queste inchieste, ad esempio, ho letto di come la grande committenza si avvalesse formalmente di contratti d’appalto per servizi di logistica e movimentazione merci. Dietro la carta timbrata, però, si nascondeva una somministrazione illecita di manodopera. 

I lavoratori erano sì assunti nelle cooperative, è vero, ma chi dava le istruzioni, chi decideva gli orari, chi controllava ogni singolo movimento in tempo reale – anche attraverso sistemi informatici avanzati – era il loro referente vero. E così il confine tra appalto genuino e somministrazione illecita diventa labile, quasi invisibile. Ma la legge che lo consente, purtroppo, c’è, e quindi quel confine, come dichiarato dagli inquirenti, può essere bypassato.

Pensate a cosa significa: le cooperative non pagavano l’Iva, e quei risparmi fiscali servivano a sostenere il costo del lavoro. In pratica, il lavoratore veniva pagato con i soldi che non venivano versati allo Stato. E quando i debiti con il fisco diventavano insostenibili, si trasferiva in blocco il personale da una cooperativa all’altra, come si sposta un magazzino da un capannone all’altro. La continuità operativa era garantita. La dignità del lavoro, no. I consulenti fiscali facevano da regia, e i prestanome firmavano.

Come ripeto ormai da anni in questo blog, non basta scrivere “appalto” su un contratto. Se poi sei sempre tu, committente, a dettare il ritmo, se sei tu a monitorare in tempo reale chi carica e chi scarica, se sei tu a decidere le mansioni, allora quello non è più un appalto trasparente. È di fatto – e aggiungerei di diritto – somministrazione illecita. 

Così, mentre scrivo, penso a tutti quei lavoratori che ogni mattina si trovano davanti a un’area di lavoro, con i mezzi parcheggiati in attesa che qualcuno dia loro le disposizioni per la giornata, ben sapendo che, a fine giornata, dopo essere stati controllati per quanto compiuto (o richiamati a gran voce per non aver adempiuto al proprio dovere), dovranno giustificare eventuali motivi per mancata produttività. Perché si sa… il lavoro è lavoro, e purtroppo la paura di perderlo è più forte di ogni sottigliezza giuridica.

Per questo è giusto che siano le indagini, i sequestri e soprattutto le sentenze a riportare chiarezza! Perché l’illegalità diffusa non è mai un boato, è un fastidioso ronzio che smetti di sentire solo perché ci hai fatto ormai l’abitudine…

Ma oggi – per vostra fortuna – c’è ancora qualcuno che ha deciso di denunciarlo ad alta voce, perché sa di poter contare su molti lettori che, finalmente, hanno voglia di ascoltare davvero.

L’eroe è chi trova una ragione per vivere: non barattare la dignità iraniana per un po’ di gasolio!


Oh, di chi parlo veramente?

Noi viviamo senza un motivo,

loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,

loro le chiudono a pugno anche da svegli.

Noi cerchiamo una porta nella nebbia,

loro hanno già murato tutte le uscite.

Noi diciamo “forse”

loro rispondono “sempre”.

Eppure,

qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso

per esistere.

Qualcuno ha capito che

vivere senza un motivo

è l’unico modo per non dover uccidere

per restare fedeli a una causa.

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…

Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere

anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.

Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana… 

Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale. 

Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto. 

Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico. 

Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta. 

Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.

La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.

Trapani: Buon cammino? Sì… ma verso il baratro!


Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere… 

E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

La lotta alla mafia? Non è più una priorità!


Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.

Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.

Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!

Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto

Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.

Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio

E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.

Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro? 

Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare. 

E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.


C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…

Quando il silenzio diventa radice…


Ho ricevuto una risposta al mio post di aprile – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-fumie-dellateo-e-se-cristo-avesse.html – che mi ha fatto riflettere, già… non perché fossi d’accordo su tutto (e forse è proprio questo il punto…), ma perché veniva da un luogo diverso dal mio, e parlava un’altra lingua. 

La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì… me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.

Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.

Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare. 

E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.

Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.

Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.

Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda? 

La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.

Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere. 

Ecco cosa voglio scriverle.

Io me ne fotto: il prezzo della libertà non si baratta per un barile di petrolio!


Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro? 

Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre

Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.

E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.

Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!

La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.

Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.

Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.

E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.

Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

L’altra fede: Quando non credere è pur sempre credere.


Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.

Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza.
Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.

E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.

Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.

L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!

Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…

Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.

La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!

Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?

Il 28 aprile si va all’INRiM: le risposte del Dott. Grassi che aspettavamo.


L’attesa è finita… e il Dott. Alfio Grassi, per come ha sempre fatto in passato ha risposto e lo ha fatto con quella schiettezza che ho imparato a riconoscergli, senza giri di parole, senza nascondersi dietro formule accomodanti. 

Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente. 

Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.

La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l’accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell’INRiM stesso

Una notizia importante, non c’è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire “lasciate perdere“, ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l’ostinazione di un geologo che non molla l’osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.

Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l’unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l’inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L’unico! 

Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall’altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell’incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.

La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel’ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel “mainstream” del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell’antitesi scientifica

Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera. 

Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull’emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.

Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.

Infine, l’ultima domanda, quella più personale. Gliel’ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all’INRiMQuella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.

Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.

Perché il bello di questo blog, ve l’ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme…

L’incontro a Catania e quella mail che aspettavate: le mie domande al Dott. Alfio Grassi.


Ieri sera, dopo il post in cui vi raccontavo dell’attesa per un nuovo aggiornamento dal Dott. Alfio Grassi, un mio lettore mi ha scritto in privato.

Voleva sapere – ancor prima che il Geologo mi avesse risposto – quali fossero le domande che gli avevo rivolto.

Non gliene ho fatto una colpa. Anzi, capisco benissimo: quando si segue una vicenda così intricata – e soprattutto piena di silenzi – è naturale che chiunque provi il desiderio di comprenderla senza filtri. Una vicenda che, consentitemi il paradosso visto che parliamo di luce, definirei “oscura”.

Così, dopo averci pensato, ho deciso di accontentarlo. D’altronde, la mail era già stata inviata e visto che l’avevo scritta con la massima trasparenza, non ho trovato alcuna buona ragione per non condividerla anche con voi.

Prima di farvela leggere, però, permettetemi una piccola premessa…

Qualche giorno fa, mentre mi recavo al Tribunale di Catania presso la Procura (per circostanze che non sto qui a riportare), ho incrociato il Dott. Grassi. Un incontro breve, quasi fortuito, ma sufficiente per scambiare due parole e per ricordargli che, nonostante i mesi passati, i miei lettori e io non avevamo perso l’interesse per la sua inchiesta. Lui, come sempre, è stato cortese ma misurato. Non mi ha anticipato nulla di sostanziale, ma non mi ha nemmeno chiuso la porta, così, tornato a casa, ho deciso che era il momento di mettere nero su bianco tutto ciò che ancora mi frullava in testa, ed è nata così la mail che vi mostro oggi.

Non l’ho scritta con animo polemico, anzi credo che leggendola lo capirete. Ho cercato piuttosto di essere discreto, rispettoso, ma nello stesso tempo curioso, esattamente come cerco di essere quando scrivo qui per voi. 

Difatti, ho provato a immaginare di essere seduto dall’altra parte della scrivania, e di ricevere domande che non chiedono solo un aggiornamento tecnico, ma che toccano il nervo scoperto di un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con la verità. 

Ecco perché, nel rivedere la mail prima di inviarla, ho pensato che forse avrei potuto risparmiargli quell’ultima domanda, già… quella più personale, quasi intima. Poi ho deciso di lasciarla, perché il Dott. Grassi non è solo un geologo che ha scoperto un buco in uno schermo solare, è un uomo che ha speso tempo, risorse, energie, e che si è trovato davanti un muro di silenzio alto almeno quanto la sua pazienza. Ecco perché chiedergli cosa lo sostiene ancora – dopo tutto questo – non mi è sembrata una domanda retorica, semmai, mi è sembrata, la domanda più vera tra tutte.

Detto questo, vi lascio alla lettura della mail. L’ho riportata qui sotto integralmente, così come l’ho inviata, senza togliere, né aggiungere, una virgola. Sono certo che alcuni di voi avranno già le loro opinioni, le loro aspettative, magari anche qualche perplessità. Ma va bene così… il confronto è l’anima di questo blog. Ed allora, non ci resta che attendere la risposta del Dott. Grassi. Appena arriverà, ve la farò sapere. Parola di Nicola Costanzo.

Di seguito, il testo della mail inviata al Dott. Alfio Grassi in data 13 c.m. alle ore 17.48. 

Oggetto: Richiesta di aggiornamento sul caso Floridia e sulle Sue iniziative – Dott. Alfio Grassi

Egregio Dott. A. Grassi,

buongiorno. Sono trascorsi alcuni mesi dal nostro precedente scambio, durante il quale ebbi il privilegio di ascoltare le Sue ricostruzioni in merito al controverso record di 48,8°C registrato dalla stazione SIAS di Floridia l’11 agosto 2021.

Come Le avevo anticipato alcuni giorni fa, incontrandola presso il Tribunale di Catania, ho continuato a seguire la vicenda con attenzione, ripercorrendo e aggiornando i miei lettori attraverso diversi post. L’eco internazionale giunto da Vienna, con l’intervento del Prof. Jan Barani al Meteorological Technology World Expo 2025, ha dato nuovo peso alle Sue denunce, mentre il perdurare del silenzio da parte di alcuni enti – in particolare del Laboratorio INRiM di Torino – continua a sollevare interrogativi sempre più pressanti.

Le scrivo quindi nuovamente per raccogliere un aggiornamento ufficiale sullo stato delle Sue iniziative. I miei lettori, come me, attendono di conoscere gli sviluppi di una storia che ormai trascende il caso locale per assumere i contorni di una questione di trasparenza scientifica e istituzionale.

Le sarei molto grato se potesse dedicarmi qualche minuto per rispondere ai seguenti quesiti, nei tempi che riterrà più opportuni. La ringrazio sin d’ora per la cortesia e la disponibilità che non manca mai di dimostrarmi.

Cordialmente,

Nicola Costanzo

Primo quesito. Il Laboratorio INRiM di Torino ha finalmente fornito un riscontro ufficiale alla Sua richiesta di accesso agli atti? In caso negativo, quali iniziative concrete intende prendere per superare quella che potrebbe apparire una chiusura sistematica al confronto? Ed ancora: ritiene che un ente finanziato con risorse pubbliche possa legittimamente ignorare le Sue richieste?

Secondo quesito. Dalla richiesta di incontro ufficiale da Lei inoltrata al World Meteorological Organization, indirizzata alla Prof.ssa Celeste Saulo e con copia al Prof. Jan Barani, è giunta alcuna risposta, anche solo informale? Il coinvolgimento del Prof. Barani ha – in un qualche modo – rotto l’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo?

Terzo quesito. Nei mesi trascorsi dalla nostra ultima conversazione, ha raccolto ulteriori elementi a supporto della Sua tesi secondo cui questo record sarebbe servito – o servirebbe – a qualcuno per creare allarmismo climatico, incutere spavento nella popolazione e condizionare politiche economiche e stili di vita? Altri esperti, colleghi, anche in forma privata, Le hanno manifestato la stessa consapevolezza della falsità del dato, confermando quel clima di paura e complicità silenziosa che Lei stesso ha denunciato?

Quarto quesito. Le altre stazioni della rete SIAS che Lei aveva segnalato come non a norma – Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – sono state in questi mesi successivi -oggetto di verifiche indipendenti a seguito delle Sue segnalazioni, o continuano a operare producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia accertato la conformità agli standard internazionali?

Quinto quesito. Le chiedo infine, e mi scuso se la domanda suonerà più personale: dopo tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questa inchiesta, dopo i silenzi e le eventuali mancate risposte, persino da parte di un ente come l’INRiM, cosa La sostiene ancora da andare avanti? Ed inoltre, ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro la narrazione climatica distorta che Lei denuncia, o siamo piuttosto di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e/o posizioni?

La ringrazio nuovamente per l’attenzione e resto in attesa di un Suo cortese riscontro, certo che le Sue parole, come sempre, saranno preziose per fare chiarezza su una vicenda che non riguarda solo un termometro malfunzionante, ma il diritto dei cittadini a un’informazione scientifica trasparente e affidabile.

Cordiali saluti,

Nicola Costanzo

Questo è quanto, amici miei. Ora non ci resta che attendere. Spero che il Dott. Grassi, come ha sempre fatto, trovi il tempo e la voglia di rispondere. Appena avrò notizie, qualunque esse siano, tornerò qui da voi. Nel frattempo, se qualcuno volesse lasciare un commento o condividere la sua opinione su queste domande, sa che la sua voce è sempre la benvenuta. Alla prossima.

E dopo Vienna, qualcuno ha risposto al Dott. Grassi?


Buongiorno, è passato qualche mese dall’ultima volta che ho parlato con il Dott. Alfio Grassi e di quella vicenda che, a mio avviso, rappresentava qualcosa di più di un semplice caso meteorologico, tanto che sono rimasto in attesa che le informazioni (o dovrei dire le “mancate informazioni”) trovassero finalmente la loro giusta collocazione.

E voi miei cari lettori – ormai dovreste conoscermi bene – sapete che non sono tipo da lasciare le cose in sospeso, in particolare quando la vicenda inizia a mostrare la sua trama più nascosta…

Ecco perché, dopo aver riordinato mentalmente tutti i passaggi che ho condiviso con voi negli ultimi mesi – già… da quei primi sopralluoghi del 2017 fino all’eco internazionale di Vienna – ho deciso di fare un passo che mi sembrava necessario. 

Così ho contattato nuovamente a mezzo mail il Dott. Grassi, non solo per chiedergli eventuali aggiornamenti, ma per mettere nero su bianco una serie di interrogativi che nel frattempo erano cresciuti con me in questi mesi, sì… mentre rileggevo i suoi report, le sue dichiarazioni, i silenzi degli enti, e quelle parole che ancora mi fanno tanto sorridere: “peccato che lo schermo solare avesse un buco in cui ci potevano entrare anche gli uccellini”.

Ecco, da quella immagine così grottesca, sono partito per scrivere questa mia nuova email… 

Non ho voluto essere né aggressivo né troppo prudente, ho cercato piuttosto di mantenere quello stile che mi riconoscete: rispettoso ma profondamente convinto che la verità, quando viene cercata con onestà, meriti di essere inseguita fino in fondo

Già… a suo tempo – in quelle precedenti risposte – gli avevo anticipato che mi sembrava che – con le sue dichiarazioni – egli avesse scalfito un muro di omertà che sembrava impossibile da penetrare, ma che proprio per questo, avevamo (insieme ai miei lettori) necessità di comprendere cosa fosse successo dopo. 

Perché non si può lasciare una storia a metà, soprattutto quando quella storia tocca la credibilità di intere istituzioni e il diritto di noi cittadini a ricevere informazioni affidabili.

Nella mia nuova email, ho cercato quindi di non disperdere l’attenzione. Sono partito da ciò che per me rappresentava il nodo più stretto di tutta la vicenda: il Laboratorio INRiM di Torino. Quel tempio della metrologia che, secondo i documenti ufficiali, ha convalidato il record di 48,8°C basandosi su foto nelle quali, a loro dire, non risultavano anomalie. 

Eppure il Dott. Grassi ci ha mostrato con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili che lo schermo presentava un’apertura tale da inficiare qualsiasi misurazione seria. Ecco perché gli ho quindi chiesto se, dopo tutti questi mesi, il “Laboratorio” avesse finalmente fornito un riscontro alla sua richiesta di accesso agli atti, e in caso contrario, quali iniziative concrete intenda prendere per superare quella che appare sempre più come una chiusura sistematica al confronto. Mi piaceva altresì sapere se un ente finanziato con soldi pubblici possa davvero permettersi di ignorare le richieste di un professionista che, peraltro, ha documentato ogni singola irregolarità.

Ma non potevo fermarmi lì, perché la vicenda ormai si era allargata. Se non ricordo male, proprio il Dott. Grassi mi aveva anticipato la sua volontà di richiedere un incontro ufficiale al World Meteorological Organization, indirizzando quella sua missiva direttamente alla Prof.ssa Celeste Saulo, e in copia anche al Prof. Jan Barani, che proprio in quel periodo, a Vienna, aveva citato pubblicamente il caso siciliano come esempio della credibilità perduta della meteorologia. 

Gli ho chiesto quindi se da quella richiesta sia giunta una risposta, anche solo informale, e se il coinvolgimento di Barani abbia in qualche modo rotto quell’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo. Mi interessa capire se il palcoscenico internazionale abbia costretto qualcuno a muoversi o se invece il muro di gomma si sia semplicemente adattato, diventando più alto ma non meno opaco.

Poi, ho pensato alle sue parole più dure, quelle che ricordo ancora a memoria. Quando disse di essersi convinto che questo record servisse (o serva) a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione, per generare nuovi dibattiti, nuove politiche economiche e soprattutto per condizionare la società. 

Non ho potuto quindi fare a meno di chiedergli se, nei mesi trascorsi dall’ultima nostra conversazione, avesse raccolto ulteriori elementi a supporto di questa tesi. Se altri esperti, colleghi, magari in privato, gli avessero confessato la stessa consapevolezza sulla falsità del dato, confermando quel clima di paura e di complicità silenziosa che lui stesso aveva descritto. 

Perché una cosa è denunciare un errore tecnico, un’altra è sostenere che dietro quell’errore ci sia una volontà, magari non coordinata, ma comunque funzionale a qualcuno. E io da appassionato, blogger e cronista, ho bisogno di capire se quella fosse una sua convinzione filosofica o se vi siano state ulteriori prove a sostegno della sua tesi affinché si inizi a delineare un disegno.

Non ho dimenticato, naturalmente, le altre stazioni. Quelle che lui stesso aveva citato: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. Tutte, a suo dire, non conformi ai requisiti minimi. Gli ho chiesto se qualcuna di queste sia stata oggetto di verifiche indipendenti dopo le sue segnalazioni, o se continuino a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne metta in discussione la fondatezza. Mi è sembrata una domanda doverosa, perché se il problema è sistemico, come lui stesso ha affermato, allora non possiamo limitarci a guardare un singolo termometro a Floridia. Dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.

Infine, ho voluto chiedergli qualcosa di più personale, quasi intimo. Dopo tutto questo tempo, dopo aver speso energie, risorse economiche e professionali, dopo aver ricevuto silenzi, forse anche minacce velate, e dopo aver visto le difficoltà di un confronto, cosa lo tiene ancora in piedi? Non glielo chiedo per retorica, viceversa glielo chiedo perché io, leggendo le sue dichiarazioni e ascoltando le sue interviste, ho percepito a tratti la stanchezza di un uomo che si sente solo contro un sistema molto più grande di lui. 

Ecco perché desidero sapere se quella spinta interiore è ancora la stessa, o se qualcosa si è incrinato, ma soprattutto, voglio chiedergli se ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro questa narrazione climatica distorta, oppure se siamo semplicemente di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e poltrone. 

Perché la differenza non è da poco: nel primo caso, avremmo la prova di un disegno, nel secondo, lo specchio di una scienza che ha smarrito la sua anima.

Ho chiuso infine la mia email con un ringraziamento sincero, perché so bene che il Dott. Grassi non ha alcun obbligo nei miei confronti, né nei confronti dei miei lettori. Eppure, ogni volta, ha risposto con generosità, con chiarezza, con quel coraggio che molti, forse per paura o per convenienza, hanno preferito non mostrare. Gli ho detto che attendo sue notizie, e che qualunque sia la sua risposta – anche solo un: “non ho novità” – verrà condivisa con la trasparenza che ho sempre cercato di garantire a chi mi segue. 

Perché il mio compito non è difendere una tesi, ma porre domande. E le domande, quando sono ben fatte, prima o poi trovano una crepa anche nel muro più spesso. Non mi resta che attendere, come tanti di voi, sperando che questa volta il silenzio non sia l’unica risposta. Appena avrò notizie, ve le porterò qui. 

Parola di Nicola Costanzo!

E se quell’arma non fosse umana? La domanda che finora nessun giornalista si è fatto…


Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili? 

So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?

Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!

Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..

E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?

Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…

E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.

E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.

Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.

E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.

Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.

Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!

Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.

Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.

E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.

Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.

Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.

E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.

E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?

Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…

Iran: ritorno all’età della pietra? Si… ma nessuna atomica, si tratta di una bomba “sperimentale” che annulla tutti i sistemi elettronici.


Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro. 

Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.

Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.

Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.

Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.

Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.

Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.

Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.

Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.

Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.

Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.

Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.

Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?

Papa Leone: a sentire certe parole, mi sento morire. Già… tra eroismo (protetto) e favole che non salvano nessuno!


Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”. 

Ma eroi di cosa, vorrei sapere?

Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna. 

Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università. 

Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.

Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione. 

Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione. 

Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.

E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?

Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”. 

Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino! 

Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…

“Artemis” e l’uomo che non scese mai sulla Luna!


Buongiorno, 

osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.

Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick. 

L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca. 

Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia. 

I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?

E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura. 

Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna

Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.

E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare. 

Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci? 

Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.

C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita. 

E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer? 

Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo. 

E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.

Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!

Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…

Turismo: Proteggere o governare? Il vero segnale dell’interim di Meloni.


Buongiorno, stamani con un po’ di ritardo, pubblico il post che avevo preparato in questi giorni…

Ho letto che il nostro Presidente della Repubblica ha firmato! Giorgia Meloni si prende l’interim del ministero del Turismo, dopo le dimissioni di Daniela Santanchè… 

E io, lo confesso, continuo a trovare la cosa profondamente assurda. Non perché la Presidente del Consiglio non possa farlo, badiamo bene, ma per il messaggio che inevitabilmente passa: nessuno, nel suo governo, era in grado di raccogliere quel testimone? Nessun alleato, nessun altro ministro, nessuna figura competente all’interno della coalizione? È come se, alla fine, l’unica persona di cui ci si fidi veramente sia lei stessa.

Ma forse, e qui mi fermo a riflettere, è proprio questo il segnale che si è voluto dare. Non tanto una questione di fiducia nelle proprie capacità, quanto piuttosto un’operazione di protezione. Proteggere quell’ex ministro, certo, ma anche – e soprattutto – proteggere il ruolo che ricopriva. Una specie di scudo preventivo: tolgo il dicastero a tutti, lo tengo per me, e così taglio corto qualunque principio di aspirazione, qualunque ambizione, qualunque possibile tensione interna alla maggioranza. Nessuno può aspirare a ciò che non è stato nemmeno messo in discussione.

Sì… so che in molti sui social aspettavamo le parole della Santanchè. Dopo tutto quello che abbiamo ascoltato in questi mesi, dopo quanto era stato preannunciato da lei stessa quando si profilava all’orizzonte il rischio di un processo, il silenzio che è seguito ha qualcosa di eloquente. Le dichiarazioni che non ci sono state pesano quanto quelle che avrebbe potuto fare. Certo, un vuoto che lascia spazio a troppe interpretazioni…

A questo punto, non mi resta che rivolgermi idealmente al nostro Presidente della Repubblica…

Ciò che vorrei chiedere – non deve mettere in dubbio la sua firma, sia chiaro – è se non avesse potuto suggerire una strada diversa, anche a semplice mo’ di consiglio, un piccolo indirizzo diverso da quello deciso dalla presidente del Consiglio. 

Perché, e lo dico senza timore di essere ridondante, il settore del Turismo per il nostro Paese non è un ministero qualunque, è una delle voci più importanti per le casse dello Stato, casse che già non navigano nell’oro e quindi, lasciarlo in mano a un interim, per quanto autorevole, rischia di trasformarlo in una poltrona di passaggio, e questo non possiamo permettercelo.

Ma si sa… il ritmo della politica – a volte (ma potrei affermare “sempre”) – sembra volersi dimenticare delle priorità di questo Paese e dei suoi cittadini, ed allora, non resta che a noi, quantomeno, cercare di non perderle di vista

L’ignominia più grande: quando la Chiesa chiede perdono per chi merita solo di esser lapidato!



Ho letto in questi giorni una frase che mi ha lasciato senza parole, e ancora adesso, mentre provo a mettere nero su bianco ciò che penso, fatico a trovare la giusta distanza per parlarne.

Le parole sono di Papa Leone XIV, e riguardano gli abusi nella Chiesa. Egli ha dichiarato che i sacerdoti colpevoli non siano esclusi dalla misericordia.

Cosa…? Ma di quale misericordia sta parlando, Santo Padre? Per dire una cosa del genere, credo che Lei non debba essere stato particolarmente lucido in quel momento, e la circostanza mi preoccupa, e non poco, visto che a differenza dei suoi anziani predecessori Lei possiede un’età che potremmo definire “giovanile”.

Vorrei quindi che Lei comprenda quanto io mi senta offeso come uomo, e ancor più come genitore, nel sentire la sua figura protendersi verso il perdono di chi merita, viceversa, di essere lapidato contro un muro, dinnanzi a tutti.

Santo Padre mi creda… se Dio esistesse – nel qual caso discuterebbe con me e non certo con Lei – non vorrebbe che tutti coloro che si sono macchiati di pedofilia e abusi sui minori, e in particolare i sacerdoti, meritassero la Sua misericordia.

Capisco che Lei provi ora in tutti i modi a mettere una pezza dove questa non è possibile, e quindi, quel suo messaggio ai vescovi francesi in cui ribadiva di adottare una linea chiara – ascolto delle vittime, prevenzione e misericordia – mi creda, ha poco per poter esser preso in considerazione, perché non vi è nulla da salvare in quei suoi confratelli che si sono macchiati di un abominio così indegno, che Dio per primo, sì… quel Dio giusto a cui Lei da sempre si rivolge, non potrebbe ne accettare e ancor meno perdonare!

Eppure, leggo che il messaggio inviato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese a Lourdes, introduce proprio questo elemento: “È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia di Dio”. Un richiamo che si inserisce in una visione più ampia, già delineata a gennaio durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato.

In quell’occasione aveva voluto affrontare il tema – pur non essendo al centro dell’incontro – dicendo ai cardinali: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori”, definendo gli abusi “una ferita nella vita della Chiesa”. Parole nette, accompagnate da una sottolineatura precisa: il dolore delle vittime è stato spesso aggravato dal silenzio e dalla mancanza di ascolto. “Una vittima mi ha detto che la cosa più dolorosa era che nessun vescovo voleva ascoltarla”, aveva raccontato.

Ed è proprio sull’ascolto che Lei prova abilmente – per non dire “maliziosamente” – a costruire un filo che unisce i due interventi. Da una parte vi è la denuncia di un passato fatto di omissioni e dall’altra, l’invito a proseguire con decisione su una strada diversa, fondata su prevenzione, accompagnamento e responsabilità.

Ma è quel “e” a fare la differenza: accanto alla centralità delle vittime, Lei, Santo Padre, tiene insieme giustizia e misericordia, ribadendo che anche i colpevoli non devono essere esclusi da un percorso pastorale. Lei prova a giustificare un equilibrio delicato che non può essere posto sullo stesso piano, e nulla centra con la complessità del tema o con la volontà di affrontarlo senza semplificazioni.

Per me, quanto accaduto è il tradimento della fiducia più sacra. Altro che equilibrio: ciò che si è compiuto suona come una ferita aperta, e oggi Lei cerca di salvare il salvabile, là dove ogni tentativo di redenzione appare un’offesa.

Forse è proprio questa la distanza incolmabile: da un lato c’è la visione teologica, dall’altro il grido di chi non può accettare che a chi ha spezzato una vita venga concessa persino l’ombra di una possibilità di misericordia.

E così, mentre sento Lei – con disgusto – parlare di “pace possibile”, mi chiedo se questa stessa pace, questa stessa comprensione reciproca, possa mai essere estesa fino a includere chi ha tradito il proprio mandato nel modo più abietto.

La Chiesa chiede rispetto per i seguaci di altre religioni, afferma che “non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, e io non posso che condividere lo slancio verso il dialogo e la fratellanza. Ma allora mi chiedo: perché questa stessa apertura, questo stesso cuore capace di abbracciare l’altro nella “genuina fraternità”, sembra voler trovare un posto anche per chi ha calpestato la dignità di un bambino?

E mentre Lei, altresì, chiede di pregare perché si moltiplichino le vocazioni al sacerdozio, e invita in un tempo segnato dalla follia della guerra a difendere la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, io non posso fare a meno di pensare che la difesa della vita dovrebbe cominciare proprio dall’aver cura di non consegnare i più piccoli a mani che hanno già dimostrato di essere capaci di distruggerla.

La liturgia, poi, un’altra “ferita dolorosa” su cui Leone XIV si interroga, preoccupato per le divisioni tra chi celebra secondo il rito ordinario e chi segue il Vetus Ordo. “Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità”, ha detto. E io penso: sì, forse è proprio questo il punto. Forse il modo di guardare cambia tutto.

Ma allora perché, quando si tratta di guardare le vittime, a volte sembra che lo sguardo si faccia meno nitido, meno urgente? Perché si parla di “generosa inclusione” per chi aderisce a una liturgia antica, e di “misericordia” per chi ha abusato, mentre chi ha subito la violenza aspetta ancora che il dolore venga riconosciuto senza essere messo sullo stesso piano di chi quel dolore lo ha causato?

Non so se riuscirò mai a trovare una conciliazione tra queste due visioni. So comunque che, da genitore, da uomo, non posso accettare che la misericordia venga estesa a chi ha scelto di tradire nel modo più grave. E forse, alla fine, l’unica cosa che posso fare è continuare a chiedere che almeno l’ascolto, quello vero, quello che il Papa dice di aver imparato da una vittima, non venga mai più negato.

Perché se c’è una strada possibile, non può che partire da lì: dal saper accogliere il grido di chi non può, e non deve, perdonare.

Diceva Henry Louis Mencken: “È l’inferno, ovviamente, che rende potenti i sacerdoti, non il paradiso, perché dopo migliaia di anni di cosiddetta civiltà, la paura rimane l’unico denominatore comune del genere umano”.

Auspico quindi che quello stesso inferno su cui essi hanno forgiato la loro dottrina possa un giorno raccogliere tutti quegli spregevoli e indegni sacerdoti.

Rivendicare l’Islam senza dimenticare chi soffre in suo nome.


Ieri mattina @________

 ha scritto su “X”:

Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.

Non lo sono mai stata.

La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.

Non so mai bene come rispondere.

Perché per me, non è mai sembrata una scelta.

La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.

È lì che mi sento al sicuro. Protetta.

Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.

Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.

Quanto sono generosa con loro.

Come esprimo calore.

Come vedo il mondo.

Allora perché dovrei nasconderlo?

Soprattutto ora.

Quando ci sono ancora così tanti malintesi.

Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.

Di chi siano gli arabi.

Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.

Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.

Quell’inversione non è accidentale.

E il silenzio non ci protegge.

Ci cancella.

Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.

Una donna musulmana.

Una donna araba.

Con la storia alle spalle.

Valori che non si muoveranno mai.

P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.

Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:

Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella!
Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro. 

Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.

Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.

In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.

Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.

E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.

Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?

Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:

– Lasciare sole le vittime.

– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.

La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.

Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.

Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!

Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.

Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.

Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.

Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!

E noi con loro, se restiamo in silenzio..

Certe cose, da noi, si sa… non possono esser affidate a mani nuove.


Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.

Riflessioni sulla mafia catanese dopo la morte del boss.


Si è spento il boss, e con lui se ne va un’epoca…

La scomparsa del vecchio capo, di quello che è stato per decenni il punto di riferimento assoluto della criminalità catanese, chiude un capitolo di sangue che aveva legato la città ai destini tragici dei corleonesi.

È la fine di una stagione, quella della mafia sanguinaria, fatta di lupara e di stragi, che dagli anni Ottanta in poi aveva imposto un dominio ferreo e visibile. 

Ora il suo corpo tornerà a Catania per la sepoltura, ma le forze dell’ordine già presidiano il “silenzio“, per evitare che quel ritorno diventi un palcoscenico, un pellegrinaggio laico verso un potere che non c’è più.

Eppure, in questo silenzio vigile, dobbiamo chiederci: cosa si spegne davvero con lui? Il cuore dell’organizzazione, lo sappiamo bene, aveva già smesso di battere all’unisono con il suo… da tempo. Da anni, chiuso in carcere, il vecchio boss era più un simbolo, che un regista. La regia era già passata di mano, silenziosamente, a una struttura più giovane, a una leadership operativa che aveva imparato a fare a meno della sua voce. 

Una “giovane” mafia, se vogliamo usare le virgolette, ben consolidata e certamente più pragmatica, più ragionevole, se con ragionevolezza intendiamo la capacità di puntare esclusivamente al business, di insinuarsi dentro l’economia sana, di confondersi con essa fino a renderne impossibile la distinzione.

Ed è qui che il discorso si fa più complesso, perché la storia, e anche certe narrazioni televisive come ad esempio “Gomorra“, che abbiamo imparato a conoscere, ci insegnano che la morte di un capo carismatico non è mai un semplice passaggio di consegne. È una faglia che si apre. 

Genera un vuoto, e il vuoto richiama aria, richiama movimento. Dentro quel vuoto possono innescarsi riassetti imprevisti, frizioni, persino conflitti tra le diverse anime che compongono il clan: le famiglie storiche del centro, le radici più profonde dei quartieri, le fazioni più dinamiche e magari meno controllabili della provincia. 

Il “trono“, se di trono si può parlare in un’organizzazione che ormai predilige le stanze di rappresentanza alle piazze di spaccio, non è mai veramente stabile. Ci si siederanno i reggenti attuali, quelli che in questi anni hanno gestito gli affari con la calcolatrice in una mano e lo sguardo rivolto ai bilanci. Sono spesso legati al vecchio boss da vincoli di sangue o da una fedeltà lunga una vita, ma la loro autorità non è la stessa, non ha quel peso specifico che solo il carisma di un fondatore può garantire.

Quello che abbiamo di fronte, ormai da tempo, è una mafia che ha cambiato pelle, che ha messo da parte la divisa militare per indossare l’abito imprenditoriale. La tendenza di Cosa Nostra etnea è ormai questa: infiltrazione negli appalti, riciclaggio di capitali sporchi in economie che sembrano pulite, estorsioni che non gridano vendetta ma sussurrano il loro peso, cercando di non alzare mai troppo il volume per non attirare i riflettori. 

Le stragi dei primi anni Novanta hanno insegnato una lezione fondamentale: la visibilità è una nemica mortale. Meglio l’ombra, meglio il silenzio, meglio la capacità di diventare un ingranaggio invisibile della macchina economica. Eppure, e questo è il paradosso, il controllo del territorio non si è mai davvero attenuato, è semplicemente diventato più discreto. La presenza militare c’è, ma non si sbandiera più. E si sente, sì, come si sente una corrente d’aria in una stanza chiusa.

E in questo quadro, che è già di per sé una previsione, si inserisce una variabile impazzita, qualcosa che potrebbe davvero stravolgere ogni calcolo. Immaginiamo, per un momento, che il vuoto di potere non generi una lotta per la successione, ma una frammentazione inaspettata. Non più un’unica famiglia allargata con i suoi equilibri, ma la nascita di tanti piccoli, agguerritissimi nuclei indipendenti. 

Una balcanizzazione della malavita. Giovani leve cresciute all’ombra dei vecchi, ma senza averne la pazienza strategica, potrebbero decidere di fare da sé, di non riconoscere più alcuna reggenza, di allearsi con pezzi di altre organizzazioni, magari straniere, portando a Catania modelli operativi nuovi e più spregiudicati.

Ecco che allora, in questo scenario, la mafia imprenditoriale lascerebbe il passo a una criminalità liquida, fatta di rapporti variabili, di alleanze temporanee, di business che si fanno e si disfano con la velocità di una transazione finanziaria. Il controllo del territorio non sarebbe più un feudo da presidiare, ma una rete di connessioni da comprare e vendere al miglior offerente. Il pericolo, in questo caso, non sarebbe più la presenza di un nemico identificabile, ma la sua dissoluzione in mille rivoli difficilissimi da arginare.

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, e forse più inquietante. Che questo passaggio generazionale, invece di indebolire il sistema, lo perfezioni. Che la nuova leadership, senza il peso di un passato così ingombrante, riesca finalmente a completare quel processo di mimetizzazione nell’economia legale che il vecchio capo aveva solo iniziato. Immaginiamo che l’assenza di un padrino carismatico liberi i clan da ogni inutile orpello celebrativo, trasformandoli in pure holding criminali. Non più sangue, non più riti, non più pizzo gridato, ma soltanto capitale investito, società partecipate, professionisti compiacenti. 

Una mafia che non si vede, che non fa rumore, che non uccide quasi più perché non le serve. Una mafia che diventa un’entità finanziaria occulta. In questo scenario, la morte del padrino sarebbe stata l’ultimo atto necessario per far nascere il nuovo assetto definitivo: un’organizzazione invisibile, e per questo infinitamente più difficile da combattere.

La Procura di Catania, lo sappiamo, non abbassa la guardia. La pressione investigativa resta altissima, con il mirino puntato proprio su quelle nuove leve che cercheranno di muovere i primi passi in questo territorio minato. Certo, dovrei parlare anche di coscienza civile di questa città, che sicuramente non è più quella di un tempo, ma vi prego, non mi venite a parlare di vigilanza diffusa, di un’attenzione che nascerebbe dalla memoria e dalla stanchezza di un dolore troppo a lungo subito. 

Perché sono tutte cazz… e la sfida resta ahimè ancora maledettamente ostinata. D’altronde, basti osservare gli esigui articoli, cartacei e sul web, pubblicati in questi giorni sull’argomento, in cui la morte del boss è stata riportata da molti come un semplice episodio qualunque, più che come la fine di un simbolo o di quello che fu (e continua ad essere…) un potere criminale.

La verità infatti è che la struttura che lui stesso aveva progettato e costruito, in tre decenni di detenzione, ha ormai imparato a camminare da sola E quindi il vero interrogativo, quello che ci accompagnerà nei prossimi mesi, non è se la macchina continuerà a funzionare (perché di questo ne sono certo), ma in quale direzione la porteranno i suoi nuovi successori. 

Riusciranno a mantenere la compattezza della famiglia senza l’autorità indiscussa del vecchio patriarca, o assisteremo a una mutazione che potrebbe renderla ancora più forte e quindi inafferrabile?

Già. È in questo spazio stretto, tra il vuoto di potere e la forza dell’evoluzione, che si gioca il futuro. E consentitemi di aggiungere, sulla vicenda, una nota negativa: al sottoscritto non resterà che continuare a guardare. E guardando, constatare che il copione è sempre quello, e gli attori hanno solo cambiato nome.

Sì… senza che la tanto sbandierata coscienza civile dei miei conterranei – e ancor più dei miei concittadini – possa riscrivere una pagina diversa da quella che ormai il copione sembra aver già scritto!

Come ha detto il poeta tedesco Rilke: “Non puoi giudicare una persona dall’ultima conversazione che ci hai fatto… devi valutare l’intero rapporto che hai avuto con lui”.


C’è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il “verdetto” su qualcuno basandoci soltanto sull’ultimo scambio di battute. 

Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì… siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima. 

Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la “mano della sentenza” e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all’ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l’ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama. 

Eppure – stranamente – lo facciamo continuamente, convinti che l’essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.

Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente. 

È come se il silenzio dell’attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì… come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un’opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta. 

Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel “non so” che invece potrebbe essere l’inizio più autentico di ogni comprensione profondo.

Ed è qui che scatta quella che io definisco la “commedia umana“, cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già… ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.

Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano. 

Perché c’è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all’altro e all’opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l’unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.

Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell’insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito. 

È una lezione che – ahimè – impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.

La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po’ più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all’altro e all’opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.

Già… significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.

Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri…

Sì… non Giornalisti, ma giornalai!


Scrive bene in un commento, nella mia pagina “Medium“, l’amico Giuseppe: Purtroppo non li definirei giornalisti ma giornalai (come riporta l’amico Carrino che seguo da ormai un po’ di anni) e il problema non è solo in Sicilia ma in tutto il paese. La verità spesso viene nascosta, io difatti, non guardo quasi più la TV.

Ha usato una parola, “giornalai“, che non è un insulto, ma una fotografia impietosa della realtà, perché c’è una differenza abissale tra chi cerca la verità e chi vende carta (o come si usa ora “click”).

 Il giornalaio espone la merce in vetrina, la sistema per farla sembrare appetibile, ma non si cura di cosa c’è scritto dentro, purché il titolo attiri il passante.

Oggi, specialmente qui da noi, l’informazione ha smesso di essere un servizio pubblico per diventare un prodotto commerciale. A Catania, come nel resto d’Italia, non assistiamo a un silenzio improvviso, ma a un assordante rumore di fondo. Non è che le notizie manchino; è che quelle vere, quelle che fanno male al potere, vengono soffocate non con la censura di un tempo, ma con l’indifferenza calcolata.

Il vero crimine organizzato non ha più bisogno di inviare messaggi minatori o di bruciare auto. Ha capito che è molto più efficace possedere la penna che scrive la notizia, o almeno, finanziare la mano che la tiene. Quella “mafia dei colletti bianchi” di cui si parlava un tempo oggi non si nasconde nei vicoli bui, ma siede legittimamente anche dove scorre l’informazione.

Mi riferisco agli editori che non sono certamente degli ostaggi spaventati, come qualcuno vorrebbe far credere, ma complici forse consapevoli, perché hanno scelto la via della convenienza: garantire la tranquillità ai propri inserzionisti, mantenere buoni rapporti con le istituzioni che rilasciano contributi pubblici, evitare cause costose. 

Il risultato? Un’omologazione totale! Accendi un telegiornale locale, scorri un quotidiano online, leggi le notizie su un portale web e alla fine ti accorgi che sembra di leggere la stessa agenzia di stampa riscritta da un algoritmo, nessuno scavo, nessun nome, nessuna responsabilità…

In questo modo, il cittadino non viene informato, viene nutrito, sì… nutrito con briciole di cronaca nera, con polemiche sterili, con dibattiti dove tutti urlano ma nessuno dice nulla. Ci hanno trasformati in consumatori passivi della realtà, convinti sì… di sapere cosa accade nel mondo, mentre ci viene preclusa la visione di ciò che accade davvero nelle stanze dei bottoni!

Se Giuseppe ha smesso di guardare la TV, ha fatto l’unica scelta sana possibile, perché finché accetteremo che il “giornalaio” prenda il posto del giornalista, continueremo a vivere in una democrazia di facciata. Come avevo scritto alcuni giorni fa, la verità non è morta per mano di un killer, è morta per inedia, lasciata morire di fame in mezzo a un banchetto di notizie inutili.

Spetta a noi quindi smettere di comprare quella merce avariata. Solo quando smetteremo di dare ascolto a chi urla titoli senza sostanza, forse, qualcuno tornerà ad avere il coraggio di scrivere la verità. 

Fino ad allora, come dice l’amico di Giuseppe, “Carrino”, restano solo loro: i venditori di fumo!

IRAN: Quando il presentimento diventa realtà!


C’è un sentore strano,  che arriva  in queste ore da quella parte di medio oriente, e rileggendo quanto avevo scritto solo pochi giorni fa, mi sono reso conto che quel presentimento non era così campato per aria.

Avevo parlato dell’odore della polvere da sparo, e adesso, puntuale come certi temporali previsti, quell’odore è diventato realtà. 

Non era un esercizio di stile, non era la voglia di fare il profeta di sventura: era semplicemente il tentativo di mettere in fila dei pezzi che, messi uno accanto all’altro, componevano già un disegno chiarissimo. E quel disegno, ora attraverso tutti i media lo stanno confermando, con la freddezza di chi legge semplicemente un comunicato stampa.

Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Non è più un’ipotesi, non è più uno scenario su cui i politologi inizieranno a discutere nelle trasmissioni serali e così, mentre le prime notizie frammentarie cominciano a rincorrersi sui siti di informazione e nelle agenzie di stampa, ecco che arriva la voce, quella che fa più rumore di qualsiasi bomba: Ali Khamenei è morto! 

Lo dicono fonti diverse, lo ripetono testate come “Iran International“, che non è certo un bollettino del regime, ma una voce dall’esterno, una di quelle che solitamente i pasdaran bollano come nemiche. E questa voce racconta che la Guida Suprema è stata uccisa nell’attacco. E poi aggiunge un dettaglio che, se fosse vero, avrebbe il peso di un terremoto dentro un altro terremoto: a Teheran, dalla finestre, si sentono applausi.

Sì… ripeto, applausi, non preghiere, non silenzi carichi di paura, non la caccia allo straniero che i regimi sanno orchestrare quando il nemico bussa alle porte, ma applausi, già… gente comune che si affaccia dai balconi e nel vedere i missili stranieri colpire la città batte le mani, festeggia, ride, come si fa per una liberazione, sì… per un peso che cade dalle spalle. 

Se quanto stiamo vedendo nei social è vero, ciò rappresenterebbe la reale fotografia di un regime che, nel momento della sua massima prova, scopre di non avere radici, scopre di essere soltanto un’architettura di potere sorretta dalle baionette e dal terrore, pronta a sgretolarsi non appena il vento cambia. 

Perché quando la gente applaude alla morte del proprio leader, significa che quel leader era già morto da tempo nei cuori di chi lo subiva. Significa che l’unica cosa che teneva in piedi tutto era la paura, e la paura, a quanto pare, può essere sostituita da un’altra emozione, proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe il contrario.

Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, dice di non avere nulla da dire al riguardo. Un silenzio che pesa più di mille smentite. Perché quando un regime tace sulla sorte del suo capo supremo, quando non produce immagini, non smentisce, non organizza la contro-narrazione, significa che il caos è già dentro le stanze dei bottoni. Significa che forse non sanno nemmeno loro cosa dire, o forse stanno cercando di capire chi comanda adesso, in questa nuova ora zero che si è aperta sul paese.

E così, mentre scrivo, tutto sembra muoversi in quella direzione che avevo già provato a descrivere: la macchina militare che avanza indifferente alle parole, i leader che giocano le loro partite interne su un palcoscenico internazionale, la diplomazia ridotta a una scenografia. 

Solo che adesso non è più una previsione. È cronaca. E l’odore della polvere da sparo non è più un’immagine poetica per descrivere un presentimento, ma qualcosa che si respira davvero, in quella parte di mondo, e che forse, piano piano, cominceremo a sentire anche noi, qui al riparo, qui dove la guerra arriva solo attraverso gli schermi. 

Ma anche attraverso gli schermi le guerre lasciano profonde tracce, perché cambiano il modo in cui guardiamo al futuro. Ci ricorda che certe meccanismi una volta messi in moto, sono difficile da fermare e che a volte, le cose che scriviamo per esorcizzare la paura, finiscono purtroppo per diventare lo specchio di ciò che realmente accade…

Giornalismo: la verità? In Sicilia, a Catania, l’hanno messa a tacere. Insieme al coraggio…


Mi capita ormai la sera di sfogliare distrattamente le testate locali o di fermarmi un secondo in più davanti ai titoli dei tg regionali, ma ogni volta provo una sensazione amara, come se guardassi un film già visto, recitato da comparse che hanno dimenticato la sceneggiatura originale.

In Sicilia, e soprattutto a Catania, ho la netta impressione che sia sparita del tutto una certa informazione.

Non parlo della cronaca, quella c’è sempre: nera e, talvolta, sanguinaria.

Parlo di quell’altra informazione. Quella che un tempo aveva il coraggio di fare nomi e cognomi, di denunciare il radicamento profondo di “Cosa Nostra” in ogni ingranaggio vitale di questa terra.

Dov’è finita la voce che gridava contro le connivenze tra imprenditoria e politica? Quella che puntava il dito contro i “colletti bianchi“, signori dall’aspetto rispettabile che siedono nei consigli di amministrazione mentre decidono le sorti di interi settori economici?

Perché la vera mafia, quella più pericolosa, non è soltanto quella dei mafiosi affiliati. Quella è la manovalanza, il “braccio armato“.

La testa pensante, il vero potere, risiede altrove: sta nei saloni dei banchieri, negli uffici dei governanti, in quelle stanze dove si intrecciano affari e politica. Dove si decide che una terra può continuare a essere gestita come un feudo personale, purché tutto resti, in superficie, calmo e operoso.

Il giornalismo che vedo oggi mi trasmette una sensazione di profonda rassegnazione. È paura? O è convenienza?

Forse gli editori hanno capito che il silenzio garantisce benefici più concreti di una battaglia persa in partenza. Benefici economici, ma anche personali: un posto al sole e una quieta esistenza senza nemici.

Ma si dimentica una cosa fondamentale: senza un giornalismo serio e coraggioso, si toglie ossigeno al futuro e si lasciano i nostri giovani in un deserto di verità addomesticate.

Dov’è finito quel giornalismo? E i suoi coraggiosi giornalisti?

Io credo che a Catania non esistano più piattaforme veramente indipendenti. Esistono voci isolate, soffocate, che non hanno la forza di penetrare il muro di gomma di un sistema informativo ormai omologato. Un sistema in cui i grandi gruppi editoriali sono nelle mani di pochi potenti che decidono quali notizie debbano arrivare ai cittadini.

Perché è così che si uccide la verità oggi!

Non con un colpo di pistola, ma con il silenzio assordante di chi, potendo parlare, sceglie di tacere. Si uccide sommergendola sotto un mare di informazioni inutili.

E alla fine, il cittadino comune si ritrova solo. Con l’amara consapevolezza che chi dovrebbe fare luce preferisce restare al buio. E in questo buio, i veri padroni della terra continuano a danzare indisturbati.

E voi ditemi: cosa ne pensate?

Credete che vi sia ancora spazio per una voce libera? Oppure pensate che alla maggior parte dei miei conterranei non interessi più cosa accade attorno a loro, avendo ormai accettato questa condizione in maniera rassegnata?

IRAN: L’odore della polvere da sparo…


C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…

Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.

Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare. 

Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.

Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica. 

Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.

E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti

In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.

Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo. 

Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?

E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto. 

E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.

Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo

A quei miei ‘indegni’ conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!


Sì… è come un lamento che non riesce a uscire dalla gola, un grido soffocato prima ancora di nascere e poi, all’improvviso, diventa un coro: si leva tra le macerie dopo una tempesta, tra l’acqua stagnante di un’alluvione, nelle strade e nelle case franate all’improvviso, nelle piazze vere e in quelle virtuali dei social, scavando un solco sempre più profondo tra noi e chi dovrebbe rappresentarci.

Ma ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di chiedermi: perché questa rabbia arriva solo dopo il disastro?

Perché quella stessa voce che oggi urla “Basta! Vergogna! Dimettetevi!”, ieri, si limitava a sussurrare tra le mura di casa, come se sapesse già cosa sarebbe accaduto, ma avesse deciso di voltarsi dall’altra parte? Come se la tragedia fosse un destino inevitabile, qualcosa da subire in silenzio anziché combattere.

Ed è proprio osservare questa rassegnazione che mi fa male: riconoscere l’abisso, indicarlo con le mani che tremano, eppure continuare a camminare lungo il suo bordo, come ipnotizzati. Perché? Perché in fondo ci diciamo: “Prima o poi qualcuno cadrà… ma non io. Non certamente oggi”.

La sfiducia, ormai, non è più solo un sentimento. È diventata una struttura dentro di noi, costruita mattone dopo mattone, di sicuro con ogni promessa tradita e ogni occasione sprecata. E quando smetti di credere che il cambiamento sia possibile, quella stessa incredulità diventa la tua scusa perfetta: “Tanto non cambierà mai niente, perché rischiare?”. E così il “sistema” si trasforma in un mostro mitologico, onnipotente e invincibile, un alibi comodo per non dover mai uscire dal tuo bozzolo di quiete.

E intanto il circolo vizioso si chiude: la sfiducia genera inazione, l’inazione conferma che “tanto non cambia niente”, e la sfiducia si radica ancora di più, finché non diventa una filastrocca, una frase che tutti ripetiamo: “Si è sempre fatto così”.

E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già… fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.

Se tutto è già scritto, a che serve guardarsi allo specchio? Ed è qui che fiorisce l’individualismo, come una gramigna nel terreno arido della comunità. Ci si perde nel recinto del proprio orticello: “Basta che non tocchi a me”, “L’importante è che non s’inondi il mio giardino”. 

Il bene comune? Un’idea astratta, bella a parole, ma troppo scomoda per sporcarsi le mani. Così l’energia che avanza dopo le lamentele sterili la riversiamo in accordi privati, in quelle piccole salvezze personali che illudono di poter stare al riparo dal marasma generale.

Ma è proprio qui il tradimento: non quello urlato, no. Quello sommesso, accomodante. Quello che spegne il telegiornale quando la notizia è troppo vicina a casa, che si sistema sul divano del proprio interesse e sussurra: “Io non c’entro niente”. Perché dimentichiamo – o fingiamo di dimenticare – che il silenzio è complicità. Che ogni sguardo distolto, moltiplicato per migliaia, diventa una coltre pesantissima sotto cui tutto può crescere: anche questa infezione.

Ecco, ciò che mi lascia senza fiato non è la cecità, ma la lucidità consapevole. Tutti sappiamo come funziona: lo analizziamo a cena tra amici, con quel tono di disincanto quasi compiaciuto, come se capire il male fosse già una vittoria. Ma finita la discussione, riponiamo tutto nel cassetto delle buone intenzioni… e torniamo a camminare lungo il bordo dell’abisso.

Poveri miei conterranei, ormai spettatori della vostra stessa storia. Critici implacabili, ma con le mani sempre in tasca. Convinti che la frana non arriverà mai fin qui, che il fiume non strariperà sul vostro giardino.

Fino al giorno in cui, invece, lo farà e allora – forse – sarà troppo tardi, sì… anche per alzare lo sguardo!

Jeffrey Epstein: Sì… tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!


Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.

Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“. 

Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale. 

È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!