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Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?