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Giovanni Falcone: L’azione parallela e il silenzio incessante delle coscienze…


Sono passati tanti anni, ma lo ricordo come fosse ieri, e ancora oggi, ogni volta che emerge un dettaglio nuovo, è come se si riaprisse una ferita che non vuole rimarginarsi. Mi riferisco a quelle affermazioni pesantissime pronunciate allora da Claudio Martelli sulla morte del giudice Giovanni Falcone. 

Possiedo un libro scritto dall’ex ministro della Giustizia nel quale raccontava come Falcone fosse il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che avessero combattuto la mafia. 

E difatti, proprio per questi motivi, nello stesso giorno in cui egli fu nominato ministro, chiamò il magistrato per affidargli l’incarico più delicato; Sì… insieme pensarono e organizzarono la più efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. Ma come sappiamo, la mafia (almeno questo è quanto ci hanno abilmente raccontato…) reagì uccidendolo. 

Ma la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato, perché a lui è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM, dall’Associazione Nazionale Magistrati, da politici e da giornalisti di varie fazioni. Contro Falcone c’è stata un’azione parallela di Cosa nostra e della magistratura. 

La mafia ha sempre avuto – allora come oggi – occhi e orecchi al Palazzo di Giustizia di Palermo. Per le toghe, riportava allora l’ex Guardasigilli Giovanni era un nemico. E ricordando quelle parole, io ho come l’impressione che qualcosa si fosse rotto, che tutti quei silenzi e quelle azioni poste a protezione di quanto accaduto allora stiano pian piano uscendo. 

Certo la mia speranza era quella di comprendere chi ci fosse sin dall’inizio dietro a quell’assassinio e non mi sarei minimamente meravigliato, sì… di scoprire come dietro a tutto, vi potesse essere qualche figura istituzionale.

Eppure, in tutto questo dolore, c’è anche l’indignazione facile, quella che si accende per un atto simbolico e poi si spegne senza lasciare traccia. Ditemi, cosa è accaduto dopo essersi tutti indignati davanti alla scuola “Falcone” nel quartiere Zen di Palermo, perché un qualche deficiente aveva deciso di attirare l’attenzione abbattendo la sua statua. Certo… subito si era parlato di atto intimidatorio, ma nessuno – come sempre avviene da queste parti – avevo visto niente e nessuna telecamera aveva ripreso qualcosa. Potrebbero essere stati dei semplici bulli del quartiere che, non avendo un cazzo da fare, hanno buttato a terra quella statua. 

Ciò che mi fa maggiormente incazzare è sapere che in quel quartiere manca tutto, a cominciare dal controllo del territorio. Ed allora: se lo Stato non c’è, cosa si pretende? Falcone diceva che per far sì che una società vada bene basta che ognuno faccia il proprio dovere. Allora ditemi: quale dovere sta compiendo il nostro Stato quando è da più di mezzo secolo che quel quartiere si trova in quelle disastrose condizioni? 

È incredibile osservare quanto sia semplice attribuire tutte le colpe di questo fallimento alla mafia, perfetta per coprire le mancanze di una politica insipida. La memoria di Falcone è oltraggiata ogni giorno da quanti in questi anni sono stati seduti su quelle poltrone vellutate, gli stessi che hanno permesso che il giudice venisse assassinato a Capaci. 

Falcone è dentro di me, e di statue ne possono distruggere centomila, non cambierà nulla. Le sue idee sono nella mia mente e fanno parte integrante di ogni mia azione quotidiana. Basterebbe poco per migliorare questa terra, ma bisognerebbe smetterla con le parole e passare ai fatti.

Perché Falcone, come Borsellino non erano eroi nati, erano figli di questo stesso lembo di terra che non li ha saputi difendere. Sono nati entrambi a Palermo, le loro case distavano pochi passi da Piazza Magione, il quartiere popolare della Kalsa. Giovanni, ragazzo studioso, Paolo dal carattere gioviale e scherzoso. In quell’oratorio della chiesa di San Francesco si trovavano a giocare anche con alcuni ragazzi che anni dopo avrebbero inquisito come affiliati a Cosa Nostra. “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla – scriveva Borsellino – perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non mi piace per poterlo cambiare“. 

Ma quanto è difficile amare qualcosa che non vuole cambiare? Forse è per questo che quei due uomini conservano sulle loro labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia. Due eroi che non volevano esserlo, semplicemente due servitori dello Stato in terra infedelium. Una terra ostile, la stessa che non li ha saputi onorare come avrebbero meritato. Io, quando penso a entrambi, li vedo lì passeggiare insieme, scherzare come quando erano adolescenti, perché il carattere di un uomo è formato dalle persone con cui si è scelto di vivere, e loro avevano deciso sin dal primo incontro di convivere per sempre insieme.

Eppure, c’è una frase di Falcone che mi torna sempre alla mente, quella in cui diceva che “la gente fa il tifo per noi”. Ma a cosa serve quel conforto morale, quando poi la stessa popolazione, nell’unico momento in cui potrebbe decidere, si svende? Si sta a guardare cosa fa lo Stato, si tifa per questa o quella indagine, restando ad osservare gli eventi come se fossimo sugli spalti. Ma sono sempre gli altri a stare in prima linea. La gente fa il tifo per loro, è vero, ma quanti poi hanno il coraggio di scendere in campo? 

Guardate la politica di questi anni, rileggete i nomi dei Presidenti della Regione Sicilia e troverete per la maggior parte di essi un paragrafo intitolato “Procedimenti giudiziari“. Si parla tanto di lotta alla mafia, ma il vero problema da risolvere nella nostra isola è il dilemma morale, quella crescita personale che non si vuole opporre a questo marciume fatto di compromessi e clientelismi. Falcone non è stato ucciso solo per il maxi-processo, quello era il male minore. È stato colpito perché ha mirato a quel malvagio meccanismo in cui nobiltà, chiesa e borghesia sono legati indissolubilmente per gestire il potere. Nulla è stato casuale, e dietro quelle stragi non c’erano semplici pastori scesi dalle montagne, ma uomini dell’anti-stato che stavano decidendo l’assetto politico della nostra nazione. Possiamo continuare a fare le pecore, oppure possiamo liberarci da quei pregiudizi e allontanarci da quei terreni infetti dove non esiste alcun principio di legalità.

E quando poi ascolto certe affermazioni, mi viene veramente da perdere la pazienza. Come ad esempio quando una senatrice leghista ha avuto il coraggio di dire che “la nostra mafia non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima”La “nostra” mafia? Ma la mafia di chi scusi? Noi siciliani la mafia la odiamo, in tutte le sue forme. Il solo credere che possa essere accostata a noi mi fa venire il voltastomaco. Lei parla di sensibilità della mafia? A quale sensibilità si riferisce, a quella che ha ucciso magistrati e uomini delle forze dell’ordine? Parla di coraggio, quando la mafia vive grazie alla propria codardia? 

Il coraggio è ciò che fanno i cittadini perbene ogni giorno, quei commercianti che ogni mattina aprono la loro bottega sapendo di dover subire l’estorsione. Perfetta la reazione di Maria Falcone, che ha parlato di triste favoletta della mafia buona. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo, è un cancro che va combattuto quotidianamente. Ma se certa politica continua a pensare che senza di essa si muore di fame, allora siamo davvero alla frutta.

E intanto, mentre si commemorano gli anniversari, la mafia si fa sentire, dopo la strage di Capaci, proprio mentre il presidente della Repubblica ricordava Falcone, ecco che un boss mafioso veniva ucciso in bicicletta. I media hanno parlato di regolamento di conti, ma io avevo preannunciato la fine di quella pax obbligata. I vecchi boss stanno morendo nelle prigioni, i latitanti sono da troppo tempo nascosti, e qualcuno ha deciso di riprendere le armi per imporre la propria forza. 

Già… quel giorno di tanti anni fa ero a Palermo, in una chiesa piena di giovani che urlavano “Giustizia“. Cosa è cambiato da allora? La situazione attuale vi sembra migliore? I valori morali calpestati dai troppi compromessi, a chi vogliamo attribuirne le colpe? Sempre alla mafia? 

Per favore, finiamola di prenderci in giro. Contano le azioni, non le parole. E difatti, se Falcone potesse vedere i gesti compiuti in questi anni da ciascuno di noi, ditemi: di quanti pensate potrebbe essere realmente compiaciuto?

Dal ‘Rapporto Pellican’ alla perizia di Termini Imerese: il giallo del Bayesian si infittisce.


Buongiorno, riprendo tra le mani quel che scrivevo un anno e mezzo fa http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/08/il-baleyan-e-naufragato-ma-come-darby.html cui era seguito alcuni giorni dopo http://nicola-costanzo.blogspot.com/search?q=bayesian – e lo faccio con la sensazione di chi vede riemergere dalla superficie dell’acqua non solo uno scafo, ma anche molte delle proprie inquietudini. 

Allora, nell’agosto del 2024, avevo iniziato con una citazione di Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». L’avevo scritto a caldo, quando ancora non si conoscevano tutti i nomi dei dispersi del Bayesian. L’avevo fatto perché già quella prima notizia del naufragio di Porticello – un veliero di 50 metri, battente bandiera inglese, affondato in poche ore a causa di una tempesta – mi aveva lasciato più di un dubbio. Non erano sensazioni da bar, erano i primi indizi.

Avevo citato anche Darby Shaw, la studentessa di legge del “Rapporto Pellican” di John Grisham. Quella che scrive un’ipotesi solo per impulso personale, senza prove, e poi si ritrova nel mirino di un’organizzazione che farebbe di tutto per farla sparire. Ecco, io mi ero ritrovato a pensare proprio a lei. Perché la vicenda del Bayesian, già allora, aveva qualcosa di simile: troppe stranezze concentrate in poche ore

Il magnate Mike Lynch, il presidente di Morgan Stanley Bloomer, e poi quella notizia che arrivava come un boomerang: Stephen Chamberlain, socio e coimputato di Lynch nel processo per frode sulla vendita di Autonomy a Hewlett-Packard, mortalmente investito da un’auto in circostanze poco chiare. Nessun testimone, avevo scritto. Nessuna spiegazione. E poi gli altri dispersi, come Chris Morvillo e sua moglie Nada, di cui non si avevano notizie. Tre indizi, pensavo. Tre indizi che cominciavano a fare una prova.

Ora, a distanza di tempo, la procura di Termini Imerese ha depositato una nuova perizia e quello che emerge non è una smentita delle mie domande, ma semmai una loro inaspettata legittimazione. Perché i periti incaricati dal tribunale dicono chiaramente che l’evento meteorologico di quella notte, da solo, non sarebbe bastato a far affondare il Bayesian. Non una tempesta epocale, bensì un temporale intenso ma gestibile per un’imbarcazione di 56 metri e per il suo equipaggio. Una concausa, non una causa. E questa conclusione stride apertamente con il report preliminare del MAIB britannico, che invece aveva sostenuto la tesi della tempesta eccezionale, scaricando gran parte della responsabilità sul cantiere navale e su un presunto difetto di progettazione.

È qui che la vicenda si fa ancora più interessante, e non solo per i tecnici. Perché il MAIB ha lavorato senza vedere il relitto. La procura, invece, ha potuto recuperare lo scafo, ispezionare le porte stagne, i sistemi di sentina, i dispositivi di sicurezza. Ha messo le mani sulla materia fisica del naufragio. E da quelle ispezioni stanno emergendo elementi che parlano di manovre sbagliate, di portelli forse lasciati aperti, di dispositivi non attivati per tempo. Insomma, l’errore umano. Ma l’errore umano, quando si parla di un comandante esperto, di un equipaggio collaudato e di uno yacht da decine di milioni di dollari, non è mai solo un errore. È un buco nero dentro cui possono cadere molte spiegazioni comode.

Ricordo bene le parole dell’ammiraglio De Giorgi, che già allora aveva detto: lascia perplessi che una nave così moderna affondi così in fretta. La rapidità. È sempre stata quella l’anomalia. E oggi la perizia sembra dargli ragione, ridimensionando il ruolo del vento e spostando il faro su ciò che è accaduto a bordo nei minuti decisivi. Ma attenzione: la perizia non esclude ancora vulnerabilità strutturali. Non abbiamo la versione definitiva. Il nodo rimane tecnico, apparentemente. Eppure, come scrivevo nel mio blog, quando si gratta la vernice di certi naufragi, sotto si trovano spesso legami scomodi.

Mike Lynch non era solo un ricco imprenditore. Era il cuore di Darktrace, un’azienda che vanta legami diretti con il Mi5, con il GCHQ, con la NSA. Un’azienda che ha firmato contratti con il governo ucraino per la guerra cibernetica, che ha sviluppato software per proteggere infrastrutture critiche, che si è forse spinta fino al mercato oscuro delle vulnerabilità digitali. E che, secondo fonti citate da Agenzia Nova, potrebbe aver avuto un ruolo nell’offensiva ucraina di Kursk, quella dell’agosto 2024, resa possibile forse da un attacco informatico preliminare che ha accecato le difese russe. Lynch è morto pochi giorni dopo che il Times raccontava il ruolo chiave dei droni britannici in quella stessa offensiva. E poche settimane prima che la Russia accusasse ufficialmente Londra, Washington e Varsavia di aver preparato l’incursione.

Poi c’è l’incidente d’auto di Stephen Chamberlain. Assolto con Lynch dalle accuse di frode un anno prima, Chamberlain viene travolto e ucciso da un’automobilista che, guarda caso, si ferma e collabora. Un incidente. Come lo è stato il naufragio. Ma quando le coincidenze si accumulano, smettono di esserlo. Io l’avevo scritto il 20 agosto 2024, citando Agatha Christie: due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. E avevo scritto anche di non voler finire come Darby Shaw, che per aver formulato un’ipotesi scomoda si era ritrovata al centro di una tribolazione. Speravo che qualcuno, leggendo quel mio post, non avesse voglia di spegnere quella lampadina che si era accesa. Oggi, con la nuova perizia che ridimensiona la tempesta e sposta il faro su ciò che non ha funzionato a bordo, quella lampadina non solo è ancora accesa, ma illumina meglio i contorni di una vicenda che di nautico ha sempre avuto ben poco.

A chi conviene? Me lo chiedevo allora, me lo chiedo ora. Non voglio cadere nel complottismo, e lo dico sempre ai lettori del mio blog. Ma nemmeno voglio chiudere gli occhi davanti alla sostanza dei fatti. La procura di Termini Imerese ha tempo fino al 26 maggio di quest’anno per decidere se rinviare a giudizio i tre indagati – comandante, ufficiale di macchina, marinaio di guardia – o archiviare il caso. E il 26 maggio non è una data qualsiasi: è il giorno in cui sapremo se la giustizia italiana vorrà provare a raccontare una verità diversa da quella, troppo comoda, della tempesta. Nel frattempo, il Bayesian giace sul fondo. E Lynch giace con lui, portandosi dietro segreti che forse non erano solo suoi, ma di servizi, governi e guerre lontane dal mare di Porticello.

La prosa, lo so, a volte si fa densa. Ma è che certi naufragi non sono mai solo questione di vento e onde. Sono questioni di uomini, di potere, di interessi che continuano a muoversi anche sott’acqua. E io, dal mio blog, continuerò a guardare dove altri distolgono lo sguardo. Perché se è vero che il mare restituisce i relitti, è altrettanto vero che a volte li restituisce a pezzi. E sta a noi provare a rimetterli insieme.

Magari partendo da un vecchio post, una citazione di Agatha Christie e il timore di finire come Darby Shaw. Ma sapete una cosa? Qualche volta, avere timore è il primo atto del coraggio.

La nausea della Storia: il depistaggio che uccise due volte Piersanti Mattarella


Ci sono dettagli che, a distanza di decenni, gridano ancora più forte delle conclusioni ufficiali.

Già, come il ritorno di quel guanto di pelle marrone, trovato non fuori, ma dentro l’auto del presidente della Regione Piersanti Mattarella, sì… sotto il sedile del passeggero.

Per anni ci è stata proposta una versione ufficiale secondo cui, nel panico della fuga dopo quel delitto di Stato, un assassino si sarebbe tolto un guanto e lo avrebbe fatto scivolare – con cura quasi maniacale – sotto il sedile. Un gesto innaturale, illogico, che trasforma un reperto compromettente in un comodo biglietto da visita, quasi a indicare il nominativo dell’assassino.

A me è sempre sembrato più plausibile che quel guanto fosse stato posizionato lì appositamente: un dono avvelenato alle indagini. Forse non è mai appartenuto a nessun killer. Forse il suo scopo non era aiutare la giustizia, ma depistarla – già nelle prime ore dopo gli spari. Serviva a indirizzare lo sguardo altrove, a costruire un colpevole comodo o a inquinare la scena del crimine, garantendo che la verità non emergesse mai. È il primo, perfetto tassello di una copertura che doveva essere impeccabile.

E oggi, a oltre quarantacinque anni di distanza, non parliamo dei mandanti, né della regia: parliamo della scomparsa di quel guanto dagli archivi della polizia. Ci viene offerto un capro espiatorio – un funzionario accusato di averne simulato la consegna – ma questa nuova storiella non fa che confermare il sospetto atroce che ci accompagna da una vita: il sistema è un organismo tentacolare e infetto, in cui servizi deviati, logge massoniche, gruppi eversivi e politica collusa giocano la stessa partita.

In questo gioco al massacro, la criminalità organizzata è spesso il volto più utile da mostrare al pubblico: il colpevole “logico”, a cui attribuire ogni nefandezza, mentre i veri architetti del potere operano nell’ombra, indisturbati. L’omicidio di Mattarella fu un colpo al cuore dello Stato proprio perché un presidente onesto stava spezzando quel legame malsano e per questo fu fermato. Non solo dalla mafia, ma da quel sistema parallelo che della commistione tra affari, politica e violenza ha fatto la sua ragione d’essere.

È un gioco di poltrone che si tramanda da generazioni: una regia occulta che condiziona le nostre vite, decide dei nostri destini e insabbia le nostre verità. Depistaggi, collusioni, limitazioni non sono incidenti di percorso: sono il funzionamento stesso della macchina. E ogni volta che un caso come questo riemerge, non è per giustizia, ma per gestire la narrazione, sì… per offrire una verità di comodo che calmi le acque e continui a proteggere i nomi di chi, ieri come oggi, siede nelle stesse stanze di potere.

La domanda, allora, non è più chi ha ucciso Piersanti Mattarella, ma chi aveva interesse a che quella verità non venisse mai a galla, e perché quel sistema è ancora lì, intatto, a raccontarci storie. Alla fine, ciò che rimane dopo tutti questi anni non è la verità, ma la consapevolezza di aver vissuto in una narrazione forzata.

Io non ho mai creduto a nulla di ciò che mi è stato raccontato, perché ogni storia ufficiale si è rivelata un castello di carte, pronto a crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Dall’omicidio di Aldo Moro – un teatro sanguinoso i cui veri registi sono rimasti impeccabilmente nell’ombra – alle stragi che hanno insanguinato piazze e stazioni, macchine perfette per seminare un terrore funzionale a qualsiasi restrizione delle nostre libertà.

E poi gli accordi: quei patti scellerati tra Stato e mafia, scritti su “papelli” di carta, che da diceria sono diventati verità storica, rivelando non un’emergenza, ma una simbiosi tossica al più alto livello.

Tutte queste vicende, intrecciate come i tentacoli di una stessa piovra, non sono tragedie isolate, ma capitoli di un’unica, grande strategia. Sono state le armi di una propaganda che ha sistematicamente alimentato paura e insicurezza nei cittadini, perché un popolo impaurito è un popolo che accetta qualsiasi cosa in cambio di un’illusione di ordine.

È così che si è consumato, passo dopo passo, fatto dopo fatto, un vero e proprio colpo di Stato silenzioso. Non con i carri armati in piazza, ma con leggi speciali, deviazioni investigative, segreti di Stato e la sistematica distruzione di ogni prova scomoda. E le stesse autorità che avrebbero dovuto proteggere la democrazia sono state le artefici del suo insabbiamento, garantendo che il gioco delle poltrone e il riciclo dei potenti continuasse e ahimè – continua ancora – indisturbato.

Questo non è più un sospetto, ma la traiettoria inconfutabile della nostra storia: un’eredità di menzogne che non appartiene al passato, ma avvelena il nostro presente e ipoteca il futuro.

E quando queste verità scomode tornano a galla, non proviamo più rabbia o sconcerto. Proviamo solo un profondo, viscerale disgusto. A pensarci, viene il vomito, sì… per un sistema che si è nutrito della nostra paura e ha scavato le sue fondamenta nella nostra inconsapevolezza.

L'ennesima inchiesta su magistrati e poliziotti!!!

Quando sembrava che tutto venisse “insabbiato” ecco che la Procura di Messina, converte l’indagine a carico di ignoti – sul depistaggio dell’inchiesta sulla strage di via d’Amelio – iscrivendo nel registro degli indagati alcuni magistrati del pool che indagarono sull’attentato di Palermo. 
Inoltre, agli stessi indagati e alle persone offese, la Procura ha notificato l’esecuzione di accertamenti tecnici irripetibili…
Stiamo parlando della Strage in cui hanno perso la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta… 
Già… dopo aver ascoltato in questi ventisette anni (da quel tragico 19 luglio del 92′), tutta una serie di miriade invenzioni e falsità, ecco che ora vengono iscritti tra gli indagati, i due magistrati che si occuparono della prima inchiesta sulla strage, Carmelo Petralia (procuratore aggiunto a Catania) e Anna Maria Palma (avvocato generale di Palermo). 
Gli accertamenti irripetibili riguardano la verifica di 19 cassette su cui vennero registrati gli interrogatori e che potrebbero essere ora danneggiati; ecco quindi i motivi che hanno condotto a richiedere durante l’esame, la partecipazione dei legali (delle persone coinvolte) con l’ausilio dei consulenti…
Oltre ai due magistrati sopra riportati, sembra che nell’indagine – tra coloro che indagarono sulla strage e che gestirono il “falso pentito” (proprio pochi giorni fa ha ritrattato le accuse rivolte ai pm, dichiarando: “Non furono i pm ad orchestrare il depistaggio sulla strage Borsellino, ma solo i poliziotti. Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, come neppure il dottor Carmelo Petralia. Sono stati i poliziotti a convincermi di  parlare della strage”) – siano stati inseriti i magistrati Nino Di Matteo (attualmente alla Dna) e Giovanni Tinebra (deceduto).
Risultano altresì indagati per depistaggio (accertato con la sentenza “Trattativa”), tre poliziotti di Caltanissetta: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.
Pensare oggi, che si possa aver inquinato le indagini, addebitando quella strage di Via D”Amelio (successiva a quella compiuta a Capaci al giudice Falcone) a “cosa-nostra” per motivi “oscuri” e da ricercare in ambito politico, che sta evidenziando come siano state costruite a tavolino le dichiarazioni di falsi pentiti, dove molte circostanze sono state del tutto inventate e soprattutto facendo credere a noi tutti, come dietro quell’attentato vi fosse la mano della cupola, in particolare di quel suo boss Totò Riina che peraltro, in ogni sede giudiziaria, si era sempre dichiarato estraneo con quell’attentato… motivando che altri avessero interesse affinché fosse sovvertisse quell’allora democrazia…    
E difatti abbiamo visto tutti cosa è accaduto… 
Un vero e proprio “Colpo di Stato”… ma senza sparare un colpo, sì… un nuovo partito e una piccola rivolta di piazza, a cui hanno seguito le dichiarazioni di quei media “pilotati“, che hanno brillantemente saputo alzare quella già alta tensione sociale, a cui sono scaturite vergognose “monetine” gettate su quei leader di governo, tanto da farli preoccupare sulla loro incolumità, incitandoli a scappare via da questo paese… 
E difatti… improvvisamente e senza comprenderne i motivi, ecco che ci siamo ritrovati tutti catapultati in questo trentennio di nuovi governi – di cui alcuni mai votati – conosciuti come 3° e 4° Repubblica – che certamente non hanno brillato per capacità, ma soprattutto sono mancate – a differenza di quanto avevano promesso in campagna elettorale – nel contrasto alla illegalità, corruzione, criminalità e malaffare…
Ma d’altronde se le premesse sono quelle riportate anche dal sottoscritto in questi giorni, con tutta una serie d’inchieste che vanno dal “CSM” ad alcune Procure nazionali, dai Tribunali a quegli uffici istituzionali, dai magistrati a gli uomini delle forze dell’ordine dimostratisi corrotti, proseguendo ancora con Enti istituzionali e personalità note di associazioni di categorie o di legalità, già con tutto questo lerciume che ogni giorno ci viene evidenziato, dove si pensa di poter andare???
Si dice che nella vita abbiamo quello che ci meritiamo. Io dico che nella vita abbiamo ciò che meritiamo: il dieci percento dipende dalle scelte che abbiamo fatto all’interno di quella cabina elettorale, mentre il restante 90% dipende ahimè da coloro che per nome e per conto nostro: pianificano, programmano, organizzano, eliminano e successivamente insabbiano, danneggiano, distruggono, ma soprattutto occultano!!!

Anche i mafiosi chiedono un risarcimento di 50 milioni di euro allo Stato.

Dando seguito su quanto riportato alcuni mesi fa http://nicola-costanzo.blogspot.com/2018/07/salvatore-borsellino-non-bisogna.html  sul depistaggio compiuto nelle indagini della strage di Via D’Amelio che ha condotto all’assassinio del Giudice Borsellino e della sua scorta e che vede ora coinvolti tre poliziotti accusati da parte della Procura di concorso in calunnia,  ecco… da quanto sopra, all’udienza preliminare il gup del Tribunale di Caltanissetta, ha ammesso come parte civile i familiari del magistrato assassinato.

Secondo la Procura, i tre poliziotti avrebbero creato ad arte, il falso pentito Vincenzo Scarantino, affinché facesse i nomi di alcuni mafiosi, condannati – quantomeno per quella strage.- ingiustamente!!!
Ora gli stessi, avendo appreso dell’inchiesta in corso nei confronti di quegli uomini delle forze dell’ordine, hanno immediatamente avanzato la richiesta di potersi costituire parte civile…
Tra essi vi sono, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Cosimo Vernengo, Gaetano Murana e Gaetano Scotto…

La circostanza comunque che più di tutte sembra incredibile, è che proprio quei “mafiosi” hanno citato in giudizio (nella qualità di responsabile civile) anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno!!!

Già… ascoltate un po’: Chiedono allo Stato un risarcimento di 50 milioni di euro!!!
D’altronde pensavo, perché non darglieli… 
Già, sarebbe come non voler riconoscere, il grave danno “morale” subito da essi in questi lunghi anni….
No… no… non è giusto, prendersela così… con i più deboli… no…no…

Borsellino: Una storia da riscrivere!!!

Ho sempre scritto sull’argomento dicendo che c’era ancora tanto da compilare e soprattutto, che la storia che mi avevano raccontato, non mi convinceva affatto…
Sì… era palese che ci avessero raccontato una “balla”, d’altronde erano troppe le cose che non coincidevano, il tutto esclusivamente per dare la colpa di quanto accaduto alla mafia… 
La cosa assurda è che alla fine ci sono pure riusciti, e difatti tra il ’92 e il ’94 abbiamo assistito al più clamoroso depistaggio che la storia di questo paese ricordi… 
Grazie a quella strage, seguita a quella di Capaci del collega Falcone, si è riusciti a ribaltare la democrazia di questo paese, che si è trovata improvvisamente governata da nuove facce, nuovi partiti, e soprattutto con l’annullamento di tutte quelle formazioni politiche che dal dopoguerra avevano dominato ogni azione dei cittadini…         
Ed infine c’erano loro… quei servizi segreti (certamente deviati…) che insieme ad alcuni magistrati hanno fatto male il proprio lavoro, ed oggi, proprio la figlia di Paolo, Fiammetta Borsellino ha voluto esprimere il proprio pensiero: “Le motivazione del Borsellino quater hanno avvalorato quanto sapevamo sui depistaggi cominciati a partire dal ’92. Io racconto fatti, mi riferisco a dati contenuti nelle carte processuali. Le mie non sono opinioni. I nomi non li faccio io, ma sono negli atti. Se la procura di Caltanissetta e i magistrati del tempo hanno fatto male, è giusto che rendano conto del loro operato“!!!
Quanto accaduto allora non era giusto, quanto compiuto successivamente fu ancora peggio… perché a causa di quelle scelte infauste, è stata offesa non solo la verità, ma anche l’onorabilità della magistratura…
Aveva ragione il giudice Borsellino quando dichiarava: “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri“.

Salvatore Borsellino: "Non bisogna indagare solo i poliziotti, ma anche i magistrati. Ho fiducia nel governo"

Quanto emerso in queste ore sulle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater e cioè del “depistaggio” nelle indagini compiute per i fatti accaduti a Palermo 26 anni fa, mi dispiace doverlo dire, ma la notizia era stata anticipata dal sottoscritto il 19 Luglio dello scorso anno con il post: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2017/07/borsellino-e-la-verita-negata.html
Ora, dopo che è passato un quarto di secolo per dare quantomeno una probabile verità, ci si è accorti di come tutto sia stato depistato, da una parte di quello stesso “Stato” deviato, rappresentato da una parte di quei suoi funzionari infedeli!!!
La chiamano nei Tribunali ricerca di verità e giustizia… ma di quale verità e di quale giustizia parlano se a quanto sembra, alcuni Pm hanno costretto un falso pentito a dichiarare circostanze e nomi, per nulla veritieri…
Ci avevano raccontato che Borsellino  era stato ucciso dalla mafia… da quel gruppo mafioso di “Toto Riina & Co”…
Ma evidentemente su quella vicenda, i contorni erano più quelli oscuri che quelli chiari: Troppe incertezze, troppi i ritardi, troppi gli errori e nessuna assoluta ricerca della verità… anzi, la verità ci è stata di fatto… negata!!!
Tutti s’aspettavano da un momento all’altro – a seguito peraltro della strage di Capaci – l’attentato al giudice Borsellino, sì… tutti sapevano e nessuno ha fatto nulla per impedirlo!!!
La mafia un fenomeno criminale che può essere sconfitto, ma per raggiungere questo obiettivo è indispensabile diffondere tra i giovani, la cultura della legalità” erano queste le parole del giudice Borsellino… ed è proprio su questo punto che lo Stato ha dimostrato principalmente di fallire!!!
Quanto successivamente compiuto serve a poco… indagini, arresti, condanne, sequestri, confische, ma come ripeto sempre, “sono cambiati i suonatori, ma la musica resta sempre la stessa”!!! 
Lo Stato deve dimostrare di essere “Stato” e non solo in quei giorni di doveroso tributo per il sacrificio di quei magistrati…
E’ tempo di finirla con i proclami, dobbiamo affrontare i problemi, in particolare quelli della nostra isola, ed è su questi temi che le istituzioni sono chiamati a svolgere il maggior lavoro, tenendo sempre in mente, l’indirizzo dato da quei suoi uomini esemplari… 
“La lotta alla mafia, rappresenta il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, e non deve essere solo una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità…”.
Leggere quindi oggi del depistaggio, di qualcuno che ha partecipato direttamente a quella strage, di chi ha ha saputo costruito quella falsa verità, di chi conosceva perfettamente i particolari di quella pianificazione e li ha poi raccontati al pentito Gaspare Spatuzza… 
Dice bene il fratello del magistrato: “Non bisogna indagare solo sui poliziotti coinvolti, ma anche sui magistrati. Ho fiducia nel governo”!!!
Si… forse ora che il governo è cambiato, un po’ di luce potrebbe iniziarsi a vedere…
Non va dimenticato che le stragi compiute in quegli anni, sono servite anche a cambiare gli equilibri di quei partiti da sempre presenti nel contesto politico nazionale, che sono stati all’improvviso spazzati via, mentre altri, nati proprio sulla scia di quella rivoluzione culturale, hanno preso il sopravvento…
Chi sono i magistrati che hanno avallato questo depistaggio??? Come è possibile che molti di loro abbiano fatto una carriera così rapida??? Che fine ha fatto l’agenda sparita dall’auto di Borsellino???  
Credo che abbia ragione il fratello Salvatore Borsellino quando afferma: “Questa sentenza afferma quello che io grido da sempre: la strage fu accelerate per impedire a Paolo di essere convocato e sentito come testimone a Caltanissetta, come lui chiedeva, su quello che aveva scoperto sulla morte di Giovanni Falcone. E l’agenda rossa fu fatta sparire perché si temeva potesse contenere rivelazioni scomode. Eppure a suo tempo La Barbera disse che Lucia, mia nipote, farneticava quando parlava dell’agenda rossa”.
La giustizia ancora una volta ha dimostrato quanto poco uguale sia, a seconda delle circostanze e degli uomini… 
Concludo con un pensiero del giudice Borsellino, riportato nel lontano 26 gennaio 1989:
L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! 
Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. 
Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. 
Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. 
Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati!!!