Archivi tag: Legalità

Tra Giustizia, Legge e i volti di Agosta, Bologna e Bellissima: lo sguardo di un ragazzo in cerca di onestà.


Ieri ho scattato questa fotografia…

È l’immagine del cavalcavia all’uscita di Gravina di Catania, dove i murales restituiscono volti e storie che non dovremmo mai dimenticare: Alfredo Agosta, Salvatore Bologna, Giovanni Bellissima.

Uomini che hanno indossato una divisa e che, per quella divisa e per ciò che rappresentava, hanno pagato il prezzo più alto.

Accanto a loro, un libro aperto su cui campeggiano le parole “giustizia” e “legge“. Ma ciò che mi ha colpito guardando quella parete dipinta, è la figura di un adolescente che li osserva. Il suo sguardo non è distratto, né frettoloso, già… sembra quasi cercare qualcosa: forse un insegnamento, forse un esempio, forse quei princìpi di legalità che quegli uomini hanno incarnato fino all’ultimo respiro, e che oggi, in un mondo che corre troppo veloce, rischiamo di perdere di vista.

Ecco, partendo da questa immagine, non posso fare a meno di ritornare con la mente a un vecchio ragionamento che avevo affidato a questo blog, un ragionamento che nasceva da una definizione asettica, quasi burocratica: quella di “vittima della mafia” che si trova su Wikipedia.

Una definizione che, con la sua freddezza, escludeva di fatto tutti coloro che, in qualche modo, avevano scelto o subito un compromesso con il sistema criminale. Ma è proprio lì che il discorso si fa spinoso, perché esiste un abisso tra chi subisce la violenza della mafia e chi, invece, decide di andarle a braccetto, magari giustificandosi con la crisi, con la disperazione, con la necessità di salvare l’azienda o il posto di lavoro.

Quanti imprenditori, quanti cittadini, si sono nascosti dietro queste scuse? Quanti hanno finora preferito il “sistema” allo Stato, perché con il sistema “si mangia”, mentre con lo Stato, almeno a parole, si rischia di morir di fame? La crisi è stata ed è il terreno fertile su cui la mafia ha gettato i suoi semi, e noi, siciliani, lo sappiamo fin troppo bene. La disoccupazione genera disperazione, e la disperazione, talvolta, genera complicità.

Allora mi sono chiesto, e lo chiedo ancora oggi: dove collochiamo tutti quei soggetti che, nel pubblico e nel privato, si sono trovati, magari senza volerlo, a dover assecondare le richieste dell’imprenditore di un’azienda collusa? Che hanno accettato, magari per paura o, diciamolo pure, per necessità, di essere ingranaggi di un sistema più grande? Ditemi… sono vittime o sono complici? Hanno forse salvaguardato il loro posto di lavoro o forse hanno ricevuto del denaro sottobanco, oppure hanno sperato in un favore per un proprio familiare o per ricevere un sostegno alla propria carriera professionale. Sì… ma a quale prezzo?

È facile, troppo facile, parlare di “vittime della mafia” quando si conosce quel sistema solo per sentito dire, per sceneggiati televisivi o per articoli letti distrattamente sul web. Tutti si improvvisano divulgatori, ma pochi hanno il coraggio di denunciare, di opporsi, di metterci la faccia. Soltanto in pochi hanno dato segno di essere davvero contrari e, soprattutto, non compromessi. Eppure sono in molti a ergersi a giudici, a paladini di una giustizia che – posso affermare con assoluta certezza – non hanno mai praticato.

Ma allora, come chiamiamo coloro che invece hanno scelto l’altra strada? Quelli che hanno detto no, che non hanno partecipato, che non hanno tratto vantaggi, che non si sono mai piegati al sistema clientelare? Quelli che viceversa hanno denunciato, che hanno fatto il loro dovere fino in fondo, sacrificando, a volte, persino la propria vita? Ecco, consentitemi di dire: sono queste le vere vittime.

Non solo per lo Stato, ma soprattutto per l’opinione pubblica. Sono loro, e soltanto loro, che meritano quel titolo. Per tutti gli altri, per favore, troviamo ad essi un altro nome, io ne avrei uno in dialetto siciliano: “Pisciabrodi“!

E in questo flusso di pensieri, il mio cuore e la mia mente tornano sempre a lui, ad Alfredo Agosta, a quel 18 marzo del 1982 quando veniva ucciso barbaramente. La sua storia, come quella di Bologna e di Bellissima, rappresentano una testimonianza irrinunciabile di impegno civile e deontologico. Come ripeto spesso non dovremmo aver bisogno di “Giornate della Memoria” per ricordarli: dovremmo portarli con noi ogni giorno, in ogni nostra azione.

Loro, in un periodo storico violentissimo, non hanno cercato la gloria. Hanno semplicemente fatto il loro dovere, e lo hanno fatto andando oltre, vedendo ciò che altri non volevano vedere, collegando fatti a nomi in un’epoca di omertà e di silenzio. Hanno fatto della loro professione una missione, animati da una passione civile e sociale che oggi fatichiamo a trasmettere ai nostri ragazzi, troppo presi da modelli vuoti e insignificanti.

Proprio per questo, sono onorato di far parte dell’Associazione a lui intitolata, e di aver avuto il privilegio di condividere alcune inchieste con i suoi figli. Condivido pienamente le parole di Giuseppe Agosta, quando afferma che celebrare la ricorrenza è un impegno che va oltre l’ambito personale, e che l’insegnamento del padre è stato quello di stare in questa terra con lealtà.

Un insegnamento che ho fatto mio e che cerco di trasmettere, ogni giorno, a chi mi sta accanto e che ritrovo, vivido, nelle iniziative dell’Associazione, momenti in cui la memoria si fa azione, in cui i giovani vengono messi di fronte a scelte decisive, perché il futuro è nelle loro mani, e sta a loro capire che non si può essere onesti verso gli altri, se prima non lo si è con se stessi.

Rivedo, in quell’adolescente del murales, il simbolo di una speranza. Lui guarda quei carabinieri, quei libri, quelle parole e forse, senza saperlo, sta già compiendo quella scelta che Giuseppe Agosta e tanti altri indicano come l’unica possibile: quella di decidere da che parte stare.

Perché la vita – prima o poi – metterà davanti quei giovani a pressioni, a difficoltà, a momenti in cui sarà più facile piegarsi. Ma come mi disse, quand’ero bambino, un uomo che posò la mano sul mio capo: “Non importa quanto sarai buono o monello, l’importante è che tu sia sempre onesto“.

Era Aldo Moro. E quelle parole, oggi più che mai, risuonano come un’eredità preziosa. Perché l’onestà, la coerenza, la scelta della legalità, non sono concetti astratti. Sono l’unica musica che può accompagnarci attraverso la vita, rendendola degna di essere vissuta, e degna di essere ricordata.

Come loro, Alfredo, Salvatore e Giovanni, ci hanno insegnato…

Essere o non essere (mafiosi)? L’85% delle imprese e quella zona grigia che non si decide mai di cambiare!


Ho sfogliato con attenzione il rapporto dell’Europol e devo ammetterlo, nel leggerlo, un certo senso di déjà vu mi ha subito attraversato. 

Avevo scritto sull’argomento alcuni anni fa, indicando la percentuale del 90% e come potrete leggere di seguito, mi sono sbagliato di poco: il dato ufficiale appena pubblicato parla dell’85% delle reti criminali che si avvale di strutture aziendali lecite.

Avete letto bene… ottantacinque per cento, una percentuale che non è un numero, ma una sentenza

È la fotografia di un sistema malato, dove il confine tra l’impresa e l’illegalità non è più una linea netta, ma una zona grigia, ampia, comoda e ben frequentata. Non stiamo parlando della criminalità con la lupara, quella che si vede nei film o nelle serie tv, quella, ormai, è quasi un souvenir… 

La vera minaccia, quella che Europol ci descrive con preoccupante chiarezza, è la criminalità imprenditoriale, quella che veste con giacca e cravatta, circondata da validi professionisti, che sfrutta i flussi commerciali globali e le tecnologie digitali con l’agilità di una multinazionale. 

Sono questi signori che hanno trasformato il crimine in un servizio, un “crime-as-a-service” che si infila negli ingranaggi dell’economia legale come un lubrificante tossico. E lo Stato? Lo Stato, come sempre, rincorre… 

Sì… ogni tanto colpisce singoli individui, fa proclami, ma non riesce a debellare una volta per tutte questo marcio, perché si trova di fronte a un ecosistema fluido, capace di adattarsi più velocemente di qualsiasi legge.

Ecco perché mi tornano alla mente le riflessioni di qualche anno fa, quando scrivevo dell’edilizia siciliana in croce. Allora mi chiedevo: quante di quelle imprese che si aggiudicano appalti milionari sono veramente trasparenti? Quante sono viceversa imprese mascherate che cresciute all’improvviso come funghi dopo la pioggia, rischiano di essere inserite in qualche nuova inchiesta della Procura?

Il rapporto di oggi non fa che dare ragione a quei dubbi. Ma attenzione, perché il quadro è cambiato, e in peggio. Un tempo si poteva ancora raccontare la storia di quelle “White List” che fotografavano una differenza abissale tra le imprese iscritte al Nord e quelle al Sud, e lo stupore nel vedere che nella mia Sicilia (ma anche nelle altre regioni del centro/sud) solo poche imprese avevano fatto richiesta di essere inserite. 

Oggi, invece, il sistema si è evoluto. Già… molte di quelle imprese “affiliate” si sono ripulite, hanno capito che per poter operare negli appalti pubblici serviva un restyling completo, una bella operazione di maquillage, e così eccole lì, in fila davanti alle prefetture, tutte a chiedere l’inserimento nella cosiddetta “White List” con la faccia tosta e i documenti perfettamente in regola. 

Si lo so… e il paradosso, già… il vero dramma, è che a volte ottengono persino quel benedetto certificato di legalità! Ma qui arriva il colpo di scena che fa rabbrividire:  dopo averlo ottenuto, a volte alcune di esse restano in balia di una forma che chiamerei “pseudo sospensione“. Mi riferisco in particolare al momento in cui scade il termine e si deve chiedere il rinnovo, ed allora ecco che improvvisamente scatta da parte di quegli uffici istituzionali l’incertezza. Vi basti osservare sul web quei nominativi riportati, quel registro ufficiale di chi è iscritto, e vedrete come – stranamente – un buon numero di quelle aziende sia attualmente (e aggiungerei “inspiegabilmente”), dopo mesi dalla richiesta effettuata, in attesa del rinnovo.

Ma scusate, sono o non sono mafiose? Perché da quegli uffici passano mesi e mesi per decidere il loro destino? C’è qualcosa che non va, è evidente. Probabilmente sono intervenute nuove informazioni, forse le procure hanno allungato il loro raggio d’azione. Ma allora non sarebbe più corretto intervenire subito? Non sarebbe doveroso bloccare immediatamente queste imprese, prima che possano fare altri danni, aggiudicarsi altri appalti, intrecciare altre trame? 

Invece no… come sempre da noi, tutto resta sospeso, in quella terra di nessuno che è il confine tra il legale e l’illegale, ma d’altronde si sa, al nostro paese, o dovrei dire ai nostri referenti politici e istituzionali “piace” questa condizione ambigua, questo eterno limbo in cui non si è né “carne né pesce”, “né colpevoli né innocenti”

Sì… è una zona grigia cucita addosso come fosse una seconda pelle, perché forse fa sentire furbi, dà loro l’illusione di tenere tutti in scacco. Ma quella è una furbizia che puzza di marcio, e così… mentre noi aspettiamo che la burocrazia si pronunci, loro continuano a lavorare, a fatturare, a corrompere e via discorrendo…

E così, tra un rinvio e una sospensione, il danno è fatto. Perché il problema non è più l’assenza di controlli, ma la loro lentezza, una lentezza che diventa essa stessa complice. Per questo, le conclusioni di Europol non mi sorprendono, perché Affermano che l’azione di contrasto non deve più limitarsi a colpire i singoli, ma deve affrontare i sistemi e le vulnerabilità che vengono sfruttati. 

Già… è una verità che ripeto da anni e mentre la Commissione Europea propone di rafforzare il mandato di Europol, io continuo a chiedermi: chi controlla i controllori? Chi vigila sulle gare d’appalto, sulle subappalti a cascata, su quelle società che nascono e muoiono in pochi mesi per non lasciare tracce? Il problema è che le nostre istituzioni sono lente, ingessate da una burocrazia che paralizza, mentre il crimine viaggia alla velocità della luce. 

Ed allora, mentre noi discutiamo di rating di legalità e di protocolli antimafia, loro continuano a fare affari, a corrompere, a riciclare. È esattamente come diceva Shakespeare: essere o non essere… mafiosi? 

Il bello è che qui non ci si decide mai, e il dubbio diventa complice. Non voglio fare il profeta di sventura, ma è chiaro che la strada è ancora lunga, anzi no… lunghissima… e con questa nostra politica, per lo più corrotta, dovrei dire “infinita“.

Perché la lotta alla criminalità organizzata non si vince con qualche retata, qualche bella dichiarazione dal solito palco preparato per l’occasione o anche con un rapporto dell’Europol, per quanto quest’ultimo lucido e prezioso. 

Si vince solo quando lo Stato avrà il coraggio e la capacità di essere distaccato, certamente non colluso, dovrei aggiungere più furbo… ma su questo punto c’è ancora tanto da fare, ma non solo, anche più veloce e soprattutto più presente, non con le chiacchiere….

Quando le White List non saranno un adempimento burocratico, ma un vero filtro selettivo, quando si guarderà bene quell’organizzazione, chi c’è davanti, ma soprattutto chi c’è dietro, quando lo Stato entrerà dentro le imprese per capire cosa realmente accade, in particolare i movimenti finanziari, quei documenti ufficiali e quelli che di fatto sono fittiziamente creati ad hoc, ecco… quando tutti comprenderanno che c’è solo una strada che conduca alla legalità, vedrete che non solo quel 15% costituito dalle imprese sane, ma anche un’altra percentuale che potrebbe iniziare a crescere, capirà che la trasparenza non è un costo, ma il loro unico vero scudo.

Fino ad allora, tutto ciò che accade ogni giorno sono lucciole per le allodole, frottole che servono a plagiare il sistema, a mantenere alto un meccanismo di sicurezza che foraggia una parte del paese,  sì… mentre gran parte dei miei connazionali, indistintamente da Nord a Sud, passando per il centro, continueranno a leggere di queste percentuali senza mai domandarsi: ma chi c’è dietro l’ultima impresa che si è aggiudicata l’appalto? E, soprattutto: a chi gioverà veramente quella nuova opera pubblica?

Perché il vero problema oggi è: essere o non essere mafiosi!

Dai sospetti alle inchieste alle parole di Gratteri: il Ponte degli affari è ormai sotto gli occhi di tutti. La domanda è: a chi conviene fermarlo?


Sapete, ieri sera pensavo a quel che avevo scritto quasi un anno fa, il 31 agosto del 2025, quando definivo il Ponte sullo Stretto “un affare per pochi“. 

In quelle parole c’era la mia personale lettura di un sistema di potere che, dietro la facciata del progresso e dell’unità nazionale, nascondeva un groviglio di interessi politici e imprenditoriali, un meccanismo triadico – come l’ho chiamato – in cui la finanza pubblica sembrava incanalarsi quasi per forza di gravità verso le stesse mani. 

Allora mi chiedevo, con un misto di rabbia e rassegnazione, se l’opera fosse davvero pensata per unire due terre o per servire un’élite. La risposta, oggi, non è più soltanto un mio sospetto: è un’inchiesta giudiziaria, e sono le parole di Nicola Gratteri a darle il peso della realtà.

Eppure, nello scrivere quelle righe, non potevo immaginare che la mia denuncia di un “sistema di potere fondato su alleanze silenziose” si sarebbe concretizzata in un filone di indagine che parte dalla Procura di Roma. Lì, si parla di pressioni indebite per orientare il parere della Corte dei Conti, di favori promessi in cambio di appoggi, di un intreccio tra politica e affari che ha il sapore amaro della rendita di posizione. 

Viene da chiedersi: è forse questo il patriottismo infrastrutturale di cui si faceva bandiera? Quella stessa retorica del “traguardo storico” che quasi un anno fa mi lasciava perplesso, ora si scontra con l’evidenza di un sistema che, per usare le parole del procuratore, mira a rendere “la giustizia una strana rete da pesca, per incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci”.

Gratteri, con la sua consueta lucidità, non si limita a commentare l’episodio specifico. La sua è una riflessione che abbraccia il senso profondo della deriva in atto. Il nocciolo è la riforma che impone alla Corte dei Conti un ruolo “collaborativo” col potere esecutivo, trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’indirizzo di governo. 

Ecco, questo è il cortocircuito che temevo quando scrivevo di un’opera “talmente avviata da risultare impossibile da fermare“. Il rischio non è più solo l’infiltrazione mafiosa, che pure esiste e che la Dia ci ricorda con i suoi rapporti, ma la creazione di un vuoto di controllo istituzionale, un’assenza di argini che rende tutto più permeabile. La resa di cui parla Gratteri non è il fermare l’opera per paura della ‘ndrangheta, ma è quella di uno Stato che priva i suoi stessi magistrati e forze dell’ordine degli strumenti per contrastare una criminalità organizzata che oggi parla tre lingue, ha studiato all’estero e si muove nei mercati globali.

Allora, quel dubbio che quasi un anno fa esprimevo, chiedendomi se dietro la spinta del governo ci fosse la smania di “oliare quel meccanismo di potere“, oggi si fa più insistente. Perché le parole di Gratteri ci dicono che l’attacco non è contro un’opera pubblica, ma contro la possibilità stessa di vigilare su di essa. È un disegno che, come denuncia il procuratore, mira a eliminare le forme di controllo, limitando le intercettazioni, riducendo i reati spia, rendendo la giustizia meno incisiva. E mentre noi discutiamo di pedaggi che potrebbero diventare proibitivi – sessanta volte il costo di un’autostrada, come sostengono gli analisti internazionali – e di comunità che tremano all’idea di perdere le loro case su una faglia sismica, il gioco vero si consuma altrove, nei palazzi del potere, dove si decide chi deve sedere a un tavolo e chi no.

Ripenso alle famiglie di Torre Faro, a quelle di Villa San Giovanni, alla paura che si porta dentro chi sa che il suo pezzo di mondo potrebbe essere spazzato via non da un terremoto, ma da una scelta calata dall’alto. Quella paura è il sintomo di un disagio più grande, di una distanza incolmabile tra chi decide e chi subisce. 

E pensando a Gratteri che dice che in Calabria e in Sicilia mancano opere primarie – ospedali, dighe, autostrade – mentre si continua a investire cifre esorbitanti su un’unica, controversa infrastruttura, mi chiedo se davvero questo sia il progresso che meritiamo. Se non sia, piuttosto, il trionfo dell’apparenza sulla sostanza, il luogo dove si consuma l’ennesima occasione mancata per guardare ai bisogni reali delle persone.

Quando concludevo quel post dell’agosto scorso, scrivevo che il ponte, forse, si sarebbe fatto, ma che sarebbe stato “un ponte d’oro per pochi, e un futuro d’ombra per molti“. Oggi, le parole di Gratteri non fanno che rafforzare quella convinzione, aggiungendo un tassello di consapevolezza. Il problema non è più solo il costo dell’opera o la sua utilità, ma la salute del nostro sistema democratico, la tenuta di quei principi di separazione dei poteri e di legalità che dovrebbero essere il fondamento di ogni scelta pubblica. 

L’ombra che si allunga sul futuro non è solo quella del ponte incompiuto, ma quella di uno Stato che, nella sua bulimia legislativa, rischia di smarrire la bussola, e di lasciare che il potere si concentri in poche mani, senza che nessuno possa più dire: “Fin qui non si può passare“.

Resto con questa domanda, e la lascio a voi: È possibile che l’idea di “unire” l’Italia passi per la cancellazione delle sue comunità e per l’indebolimento dei suoi controlli? O forse, dietro l’ossessione di questo ponte, si nasconde la volontà di costruire qualcosa di molto più fragile e pericoloso: un sistema in cui l’interesse privato si traveste da bene comune, e dove il futuro di molti è sacrificato sull’altare del profitto di pochi? 

La storia, purtroppo, ci insegna che le risposte, a queste domande, sono già scritte. Ora sta a noi decidere se leggerle fino in fondo o fermarsi prima, sì… senza chiedersi nulla e lasciando che il sistema illegale e criminale proceda per come finora fatto, grazie al sostegno della maggior parte di voi. 

Perché il silenzio è complicità, lo sappiamo e l’indifferenza è il carburante che alimenta questo motore di potere. Il Ponte, se mai sorgerà, sarà lì a ricordarcelo: un monumento non all’unità d’Italia, ma alla resa di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto. E di chi, leggendo queste righe, sceglierà ancora una volta di guardare dall’altra parte.

Il tradimento non ha un volto, ma un distintivo: Già… è una password venduta al miglior offerente!


Ci sono mattine in cui, aprendo il web e leggendo alcune notizie, ti senti come se quelle parole ti avessero trafitto. Una lama sottile, quasi senza far rumore. Solo dopo qualche minuto, riflettendo su quanto accaduto, inizi ad avvertire il dolore.

Questo è quanto accaduto alcuni giorni fa, mentre scorrevo le ultime notizie giunte dalla Procura di Napoli, quelle che parlano di un’altra ferita inferta a quel patto di fiducia che credevamo ancora saldo.

Già… perché non si è trattato di semplici errori, non questa volta, si parlava di circolazione di numeri, per ottenere illegalmente denaro, denaro da togliere il fiato: settecentotrentamila accessi illeciti a banche dati riservate, in appena due anni. Seicentonovantamila compiuti da un agente, centotrentamila da un altro. Nessuna giustificazione di servizio, nessun movente nobile, solo il gesto secco e ripetuto di chi sapeva di tradire, e lo faceva con la stessa naturalezza con cui si allaccia la divisa al mattino.

E così, mentre leggevo i dettagli di quell’indagine coordinata da Nicola Gratteri, mi tornavano alla mente quelle parole che avevo scritto tempo fa, quando un altro ufficiale, un altro nome che non meritava di essere ricordato, aveva scelto di vendere il silenzio delle indagini a chi sapeva di essere nel mirino. 

Allora pensavo che il male si nascondesse dietro le pieghe di un dialogo notturno in uno studio legale vuoto, dietro una telefonata sussurrata, uno scambio di favori travestito da opportunità e invece no, oggi abbiamo scoperto che esiste persino un tariffario, un file Excel trovato durante una perquisizione, dove accanto al nome della vittima compariva il prezzo: da sei a venticinque euro per un’informazione sottratta all’Inps, all’Agenzia delle Entrate, persino alle banche dati del Ministero dell’Interno.

Già… soltanto sei euro per violare la vita di un imprenditore, venticinque per quella di un calciatore famoso, di un cantante, di un attore, come se la dignità delle persone fosse solo una merce da mettere in vetrina.

Ti chiedo ora, mentre leggi questo post, di fermarti un istante, perché non è solo il denaro a far male, già… è la consapevolezza che chi indossa una divisa, chi giura di proteggerti, può trasformarsi nella creatura più pericolosa che esista: quella che conosce i tuoi segreti e li usa contro di te. Non parlo di casi isolati, di qualche mela marcia qua e là, parlo di un meccanismo ben oliato, di una rete che coinvolge non solo agenti infedeli, ma anche dipendenti dell’Inps, direttori di filiali postali, funzionari pubblici che hanno scelto di mettere le loro credenziali al servizio di un mercato nero dell’informazione. 

E poi ci sono tutte quelle agenzie, quelle che raccolgono e rivendono i dati come se fossero pacchetti di sigarette. Almeno dieci società sparse tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, che quotidianamente compulsavano gli archivi, chiedendo informazioni su cantanti, attori, vertici di aziende farmaceutiche, manager, imprenditori, persino famiglie “nobiliari”. Nessuno era al sicuro. Nessuno poteva sapere, fino a ieri, che la propria vita era stata spiata, catalogata, venduta.

Ecco, è proprio qui che ritorna il nodo doloroso di quelle riflessioni che avevo condiviso anni fa. Perché la corruzione non è mai stata una questione di singoli, è un sistema, una rete invisibile che si nutre di silenzi, di occhi che si chiudono al momento giusto, di piccole complicità quotidiane. Quando chi dovrebbe vigilare diventa complice, quando chi dovrebbe indagare viene corrotto, non assistiamo più a un errore. Assistiamo a un crollo silenzioso dell’idea stessa di giustizia. 

E la cosa più triste, la più umana, è che poi la gente si abitua. Si dice: tanto è sempre stato così. Tanto non cambierà mai nulla. E invece io credo, ho sempre creduto, che l’integrità non sia una parola da slogan. È un atto di resistenza, e va difeso ogni giorno, anche quando nessuno sta guardando.

Perché se oggi due agenti hanno potuto accedere settecentotrentamila volte a dati sensibili senza che nessuno si accorgesse di nulla, significa che il problema non è solo nelle loro coscienze, ma è bensì nella mancanza di controlli che come ripeto spesso: non ci sono! Già… in tutte quelle procedure che non funzionano, in quella zona grigia dove il potere si muove nell’ombra e scambia favori come monete. 

E pensare che tutto questo è emerso solo grazie a un’indagine partita proprio da quegli accessi massivi, da un algoritmo che ha suonato l’allarme, da un pool di magistrati che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ma quante altre reti simili stanno ancora operando indisturbate? Quanti altri poliziotti infedeli, dipendenti corrotti, agenzie senza scrupoli continuano a spiarci, a venderci, a trasformare le nostre vite in un prodotto da scaffale?

Non voglio fare nomi, non mi interessa trasformare questa riflessione in un elenco di colpevoli. I nomi li conosciamo già dalle cronache, ma il punto non sono loro, non sono i vip. Il punto siamo noi, tutti quelli che potrebbero essere finiti in quel server sequestrato dove giacciono più di un milione di dati sensibili ancora da analizzare. Perché il mercato nero delle informazioni non colpisce solo i famosi. Colpisce chiunque abbia una vita, un conto in banca, una cartella clinica, un precedente penale cancellabile. Colpisce la tua vicina di casa, il tuo collega di lavoro, forse anche te. 

E mentre scrivo, mentre provo a dare un senso a questa rabbia che non vuole spegnersi, mi torna in mente quella frase detta dall’ex amministratore dopo l’incontro notturno con il colonnello: «Stiamo attenti alle parole, alle persone intorno a noi». Un avvertimento che oggi suona profetico, perché in un mondo dove persino chi dovrebbe proteggerti può tradirti, l’unica difesa è non abbassare mai lo sguardo.

Ma io non mi abituerò. Non mi abituerò all’idea che una divisa possa essere sporca prima ancora di essere indossata, che il dovere possa trasformarsi in mercato, che la giustizia possa essere comprata con un posto di lavoro o con venticinque euro. Perché ogni volta che accade, non è solo un uomo a cadere. È l’intera architettura della fiducia a vacillare. 

Ed è per questo che oggi, mentre chiudo questo pensiero, sento il bisogno di ripetere a me stesso e a chiunque voglia ascoltare: non voltiamoci. Non diciamo «tanto non cambia nulla». Perché la risposta non è nelle leggi, non è nei controlli, non è nemmeno nelle denunce. È nella scelta quotidiana di non accettare mai che il male abbia l’ultima parola. Anche quando sembra che nessuno stia guardando. 

Anche quando la cenere sembra ormai fredda. Perché sotto quella cenere, lo sai, il fuoco può sempre riaccendersi. Sta a noi decidere se lasciarlo ardere in silenzio o se, finalmente, avere il coraggio di soffiare via le braci.

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.


Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

Agnelli e il polsino alzato: Sì… per mostrare un orologio a diodi, non per nascondere un falso!


Gianni Agnelli non doveva dimostrare nulla. La maggior parte oggi, viceversa, con quella patacca al polso, urla il contrario!

Ma d’altronde, l’Avvocato, quello che bastava che entrasse in una stanza per cambiare la gravità dell’aria, portava sopra il polsino della camicia un orologio a diodi.

Già, perché lui lo sapeva, e lo sapevano tutti, che avrebbe potuto comprare metà delle vetrine di Ginevra senza nemmeno battere ciglio. Ma non ne aveva bisogno. Non doveva dimostrare niente a nessuno.

Il suo essere ricco era talmente vero, talmente solido, che poteva permettersi il lusso più grande di tutti: la leggerezza. Mica come certa nuova ricchezza da vetrina social che deve urlare, deve marchiare a fuoco ogni centimetro del polso. Sì… un po’ la stranezza dell’uomo, o meglio della sua epoca.

Oggi, invece, guardatevi intorno. Siamo pieni di gente che compra orologi clonati, repliche finte, patacche lucenti ma vuote. Le vedo sventolare davanti all’obiettivo con quelle casse pesanti e quei quadranti gridati, e penso: ma che senso ha? Perché spendere quei cento, duecento, trecento euro – che non sono noccioline per tanti – per un oggetto che sai già, nel profondo, essere una bugia?

Un oggetto tra l’altro, che il primo che se ne intende – come il sottoscritto – ti smaschera in due secondi, con una mezza occhiata al calibro o al modo in cui la lancetta dei secondi si muove a scatti, già… come lo sguardo nervoso che provo nel vergognarmi, per chi lo sta indossando.

Ecco, è questo il punto che mi intriga, anzi mi incuriosisce: Consentitemi l’analogia, ma quale sottile oscura molla scatta nella testa di uno che sceglie il falso? Lo prendi, lo giri, lo guardi e sai che dietro non c’è un artigiano, non c’è una storia, non c’è l’anima meccanica che ticchetta da decenni, ma c’è soltanto plastica e un movimento cinese che domani ti lascierà a piedi.

Ora, per gli stessi soldi, ma dico gli stessi, potresti entrare in un negozio vero, con la luce giusta, e uscire con un Seiko, un Orient, un vecchio Swatch automatico, magari anche un Hamilton, sì… usato, come quello dell’Avv. Agnelli. 

Roba originale, ingranaggi che hanno un progetto, un ingegnere dietro, una garanzia, un orologio che è anche bellissimo da vedersi, sì, ma soprattutto vero nel profondo del suo meccanismo. Ma consentitemi di aggiungere: unico, oltre che legale. E invece no, si preferisce la piazza, il venditore ombra, la valigetta al mercatino di uno di quei furbi. 

Già… non ci arrivo a comprenderli. Sarà che vogliono la scritta “Rolex” o “Omega” a tutti i costi, pure se è falsa come una banconota da sette euro. Sarà che il simbolo ha ucciso la sostanza. Ma io da qui ti dico: occhio… perché dietro a quelle “furberie”, a quelle piccole soddisfazioni da mercato illegale, ci sono i soliti signori.

Quelli che non ti vendono solo l’orologio finto, ma anche le borse finte, le cinture finte, e poi – ecco il salto – le mozzarelle finte, l’olio finto, la passata di pomodoro finta, lo sciroppo per la tosse finto. Gli stessi canali, le stesse mani. La contraffazione è un ecosistema, un cancro che parte dal lusso e arriva dritto alla salute. E la salute, quella non la ripari con un cambio di batteria.

Perciò, quando guardo quella foto di Agnelli che parla con Montezemolo, col suo orologio spudoratamente fuori dal polsino, vedo l’esatto contrario di tutto questo. Lui non aveva bisogno di fingersi niente.

Oggi ahimè, sono in molti ad aver un gran bisogno di ricominciare e capire soprattutto la differenza tra “l’essere e il sembrare”. Già… tra l’essere un uomo vero o far parte di una serie d’individui falsi. Sì… proprio come gli orologi che portano al polso!

Comunque, a differenza di certe idiozie che ho letto sull’orologio nella foto, ci tengo a precisare che si trattava di un ‘Hamilton Pulsar P2‘, il primo orologio con fattezze da ‘calcolatore elettronico‘ con schermo a Dot Led – quei vecchi diodi rossi che emettevano luce – e la sua precisione era garantita da un movimento al quarzo, il noto 9150, sviluppato appositamente da una società specializzata in elettronica. 

Un oggetto massiccio, pesante, che si faceva sentire al polso. Per veder l’ora dovevi premere un tasto, altrimenti lo schermo restava nero. Niente sfoggio continuo. Niente luce sempre accesa. Come a dire: se ti serve, la guardi. Altrimenti, non rompere!

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Quando lo Stato sembra lontano e la legalità un’idea astratta!


Avrei dovuto raccontarvi stasera qualcosa di spiacevole accaduto in un’Amministrazione comunale – ma avendo dato la mia parola ad un mio amico che avrei aspettato una sua conferma, prima di procedere a scrivere – lascio in sospeso quella vicenda e mi soffermo su un tema più ampio, qualcosa che dice molto di questo nostro Paese. 

Già… uno Stato che ogni giorno mostra un volto segnato dalla corruzione e da una sostanziale assenza di cultura della legalità. 

Sono troppi i miei connazionali che vivono pensando che lo Stato sia un’entità lontana, estranea, qualcosa che non li riguarda da vicino, ma soprattutto questa distanza diventa ancora più evidente quando arriva il momento di rispettare gli obblighi previsti.

Ho sempre creduto che la legalità appartenga a ciascuno di noi sin dalla nascita. Sta principalmente ai genitori trasmettere ai figli quel senso di rispetto. Una cultura che non può essere – come ho sentito in questi giorni – demandata tra i banchi di scuola. La lingua, la storia, la geografia, tutti quei fondamentali sono certamente necessari, ma vi è qualcosa di ancor più profondo da apprendere e cioè: la consapevolezza che le regole e le leggi esistono per insegnarci a rispettare gli altri.

Se tutti imparassimo davvero il valore della legalità, il mondo diventerebbe non solo più civile, ma anche più giusto ed equo. Senza corruzione, senza malaffare, persino senza criminalità e non parlo di quella organizzata, ma anche di quella compiuta proprio in queste ore, dai cosiddetti “figli bene” di questa nostra società, che evidenziano come con quei loro violenti comportamenti, conducono il rispetto e l’educuzione civile, ahimè a scomparire!

Ecco perché non mi sorprendo più quando accadono certi episodi. Ormai lo Stato, attraverso i suoi referenti – gli stessi che pensano esclusivamente a fare cassa, inviando sanzioni e occupandosi di questioni fiscali – è talmente convinto d’aver dinnanzi un connazionale che della cultura della legalità ignora persino l’esistenza, che pensa immediatamente, senza alcuna esitazione, di poter fare di tutta l’erba un fascio.

E allora permettetemi di dire: prima ancora di pensare a cambiare i propri vestiti con altri, la propria indegna vita (e aggiungerei quella dei propri familiari) come molti di voi hanno fatto nel corso della propria vita, beh… fatemelo dire: di “acqua sotto i ponti ne deve passare”!

La cultura è legalità e conta quanto una divisa o una toga. Eppure vediamo ogni giorno come esistono politici, funzionari, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, ma soprattutto semplici cittadini, che non hanno né l’una né l’altra, a differenza di chi viceversa – da sempre – opera in modo coerente e trasparente, senza alcun tornaconto personale, senza nemmeno uno stipendio pagato dai contribuenti. 

Sono lì, giorno dopo giorno, a fare il proprio dovere e anche ciò che altri – collusi, corrotti, ricattabili, a cui dovrei aggiungere “omertosi” – non fanno. È facile parlare di legalità quando si è protetti da una divisa o da una toga, mentre è molto più difficile esporsi personalmente sapendo di non avere nessuno dietro che ti protegga, il più delle volte… nemmeno lo Stato!

Un cittadino corretto, che rispetta la cultura della legalità, sa bene di doverla mettere in pratica sempre, non solo quando gli fa comodo. Si osservi quando si tratta di onorare le imposte fiscali, o quando arrivano a casa avvisi di accertamento come multe stradali – quelle esatte, s’intende, non quelle erroneamente inviate da certi enti solo per fare cassa – già… senza nemmeno prendersi la briga di verificare se nel frattempo fossero state già pagate.

Già… in questo Paese si è così convinti di esser moralmente tutti uguali, che molti dei miei connazionali pensano agli altri con la propria testa, quasi fossero simili. Sì… è quella loro natura “immorale” a parlare per loro: può mai essere che qualcuno sia così corretto da risultare migliore di noi? E perché mai possieda quella cultura della legalità così intrinseca? 

Sì… è proprio questa la ragione che dà tanto fastidio, la stessa che in questi anni mi ha fatto comprendere come, per la sola ragione di aver fatto la cosa giusta, si sia stati odiati!

La legalità in questo nostro Paese? Ormai ne sono convinto: è un’idea astratta! 

In Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere!


Lo so, avrei dovuto scrivere questo post l’altro ieri, ma se non l’ho fatto, c’è un motivo.

Sì… forse perché ho pensato “amaramente” che la maggior parte delle persone scelga la strada più comoda: ricordare il giudice, la moglie, la scorta soltanto in quel giorno preciso, il 23 maggio, e poi dimenticarli per gli altri trecentosessantaquattro. 

Io non ce l’ho mai fatta a fare così ed è per questo che ogni anno, quando l’anniversario si avvicina, provo un senso di disagio che non riesco a scrollarmi di dosso.

Sì… non sopporto le passerelle, quelle odiose sfilate istituzionali che prendono la scusa del ricordo per far brillare qualcuno davanti alle telecamere. Sono passati trentaquattro anni e mi sembra di vedere sempre le stesse scene.

Certo, fa bene al cuore osservare tanti bambini, adolescenti, giovani radunati a commemorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani a cui – se non vi dispiace – vanno sommati i sopravvissuti (Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza) che hanno avuto la terribile sorte di restare in vita e portare addosso, per sempre, il peso di quel giorno. E di loro – dovrei aggiungere – nessuno parla. 

Non dico quindi che questo tipo di commemorazioni non facciano bene al futuro del nostro Paese, quello sì, ma da lì a pensare che la lotta alla criminalità passi attraverso queste iniziative, ce ne vuole. Ho l’impressione che dietro tanta retorica si nasconda soprattutto la voglia di farsi notare, da parte di politici e talvolta persino di magistrati. E intanto, per il resto dell’anno, di quei coraggiosi che hanno dato la vita non sembra importare più nulla a nessuno.

Dietro quella strage, in fondo, ci sono tutti: referenti politici e istituzionali, servizi segreti e massoneria, settori collusi della magistratura e persino alcuni reparti militari. E poi, quasi dimenticavo, la criminalità organizzata, quella che secondo la versione ufficiale avrebbe premuto il telecomando per far saltare l’autostrada a Capaci. Ma per favore, basta. Non parlate più di legalità, soprattutto se siete tra quelli che non l’hanno mai rispettata, o che non hanno mai davvero portato avanti le idee del giudice. 

Ma d’altronde basti osservare cosa accade oggi a magistrati come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri: isolati, contrastati, lasciati soli. Mentre le ultime riforme indeboliscono l’azione dello Stato contro la mafia, qualcuno continua a voler ridurre l’antimafia a una sfilata di moda infarcita di retorica, un movimento impegnato a commemorare i santini anziché pretendere verità e giustizia. E contro chi le pretende, contro chi prova solo a portare alla luce le concause rimaste nascoste, viene scatenata la macchina del fango. Finiscono come le vittime, o vengono fatti tacere. Come non ricordare Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report, che solo pochi anni fa per aver mostrato una nuova indagine su quel maledetto 23 maggio 1992 è finito sotto la bufera mediatica. Ecco.

Così, quest’anno, avevo pensato di restare in silenzio, limitarmi a documentare. Perché dopo trentaquattro anni, di parole, ne sono state dette fin troppe, e sarebbe ora di passare ai fatti. Per esempio: chi fece sparire dal pc del ministero della giustizia il diario di Falcone? Erano floppy disk con la verità del magistrato su ciò che subiva quotidianamente. Non certo Totò Riina, ma uomini dello Stato. E per ordine di chi? Sono domande senza risposta, e resteranno senza risposta anche quest’anno, mentre lo Stato prova ad assolvere se stesso attribuendo ogni responsabilità solo alla mafia. Ma sappiamo che non è così. Il “paese felice”, così Falcone chiamò l’Italia, non era un elogio. Quel paese per cui ha sacrificato la sua intera esistenza non lo amava affatto. E non ama neppure chi, come lui, sovverte la prassi consolidata del rapporto tra mafia e potere.

Io credo che il modo migliore per contrastare questa narrazione ipocrita sia dare voce a Falcone. Non limitarsi a un giorno, a una corona, a un discorso ufficiale. Fargli occupare ogni spazio, ogni giorno. Per questo avevo invitato a pubblicare le sue parole, dal 18 al 23 maggio, sui propri social. Perché i mafiosi e i loro amici nello Stato volevano cancellarlo dalla storia, invece Falcone se lo devono ritrovare ovunque. Sono stati preparati cartelli, citazioni, persino una voce enciclopedica su WikiMafia. Ma so bene che tutto questo rischia di restare inutile se non cambia la sostanza, già… se non smettiamo di credere che basti un anniversario per sentirsi a posto con la coscienza.

Perché quando penso al giudice Falcone, a me viene un magone. Un nodo alla gola che subito si trasforma in tristezza profonda, in malinconia. E poi in rabbia. Non è solo il ricordo di quella strage. È vedere che il Paese, da quel lontano 1992, non è minimamente migliorato!

Sì… è peggiorato in ogni settore, produttivo e istituzionale. Qualcuno obietta che non ci sono più omicidi eccellenti. Ma questa non è una vittoria dello Stato: è la nuova strategia della mafia, che ha adottato una politica distensiva per operare i suoi affari in modo più nascosto. Una pax concordata, dove di tanto in tanto salta solo la manovalanza, mentre chi comanda resta saldamente al potere, spesso seduto su poltroni istituzionali, con l’immagine limpida. E poi ci sono i “beni confiscati” finiti in mano a gente sotto inchiesta per corruzione, i processi che finiscono in nulla, come quello al generale Mori e al colonnello Obinu, assolti dopo anni di dibattimento perché il “caso non sussiste”. È mancato quel rigore che Falcone auspicava. Il 2015 fu definito l’annus horribilis dell’antimafia di facciata: si è capito che l’unico interesse era finanziario, personale. Non una missione per il bene comune, ma vantaggi per sé e per i propri familiari o amici.

E io aspetto ancora un grazie dallo Stato. Un semplice, esplicito ringraziamento personale. Perché tanti cittadini onesti hanno avuto il coraggio di denunciare, di segnalare, e poi sono stati ignorati. Le loro denunce non sono state fatte emergere perché andavano a colpire soggetti intoccabili, sia del mondo civile che di quello istituzionale. Allora cala il silenzio, anche da parte dei media, che fanno finta di non ricevere le notizie o preferiscono censurarle. Alcune associazioni di legalità, poi, adottano stratagemmi ambigui: nessun contatto ufficiale via Pec, solo format web dai quali si riservano di leggere, senza mai dare riscontro

Così possono sempre dire di non aver ricevuto le segnalazioni imbarazzanti. Io quelle comunicazioni le ho registrate tutte, con tanto di screen. Presto pubblicherò i nomi di chi si promuove a baluardo della legalità e invece censura ciò che dà fastidio agli amici. Sono pochi quelli che fanno davvero il proprio dovere. Gli altri usano i loro servizi per screditare e attaccare gli avversari.

Dice bene la sorella del giudice, la dottoressa Falcone: alcuni hanno l’interesse a mascherarsi da buoni, ma quella è un’antimafia che con lei non ha niente a che fare. È vero, esiste una cultura del sospetto alimentata da chi opera per conto di cosa nostra per carpire informazioni. Ma è altrettanto vero che tantissimi cittadini comuni si offrono solidali a questo mondo corrotto, in cambio di denaro, avanzamenti professionali, incarichi vari. Non bisogna andare lontano per trovare lo schifo, non nei quartieri disagiati. I poveri, semmai, procurano solo manovalanza e forza lavoro. 

La mafia siede nei posti lussuosi, sui tappeti rossi. È lì che bisogna cercarla. Ma da noi, si fa finta di non saperlo. C’è una frase di Falcone che ho fatto mia: in Sicilia la mafia colpisce non solo i servitori dello Stato, ma anche i semplici cittadini che lo Stato non è riuscito a proteggere. Ecco, forse dovremmo cominciare da qui. Non da un giorno all’anno, ma da tutti gli altri. Perché ricordare, senza mettere in pratica quegli insegnamenti di coraggio e libertà, non serve a niente!

Trapani: Buon cammino? Sì… ma verso il baratro!


Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere… 

E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

Il confine sottile: Quando la truffa si veste di normalità.


Leggo una notizia e, come spesso accade, mi sorprende la capacità di certe storie di abitare sottilmente i margini di ciò che potremmo definire “legale”. 

Si parla di un’operazione antimafia a Palermo, e tra le persone fermate spunta una figura che, a prima vista, potrebbe quasi ingannare: un sedicente consulente finanziario,ma stranamente, non iscritto all’Albo. Già questa piccola crepa formale, questo “non iscritto”, è il primo indizio di una zona grigia che diventa presto nera.

Ecco, perché la vicenda mi colpisce non tanto per il singolo episodio, quanto per il suo intrecciarsi con una rete familiare e imprenditoriale apparentemente normale. Qualche anno fa quest’uomo si era persino candidato al consiglio comunale, ottenendo un discreto numero di preferenze, non bastate per entrare in aula, ma comunque sufficienti a varcare la soglia della politica cittadina. Poi il dettaglio che fa scattare il meccanismo investigativo: un legame di parentela con la moglie di un capomafia. Ecco, i legami familiari diventano qui la mappa di un potere sommerso.

Ma cerchiamo di capire, in concreto, quale sarebbe stata la sua truffa secondo gli inquirenti, perché la vicenda merita di essere spiegata in modo semplice. Partiamo da un dato: esiste un Albo ufficiale dei consulenti finanziari. Iscriversi non è una formalità, richiede esami, requisiti morali e patrimoniali, e soprattutto obbliga a comportamenti trasparenti. Chi non è iscritto, semplicemente, non può fare quel mestiere. Ebbene, quest’uomo agiva come se lo fosse: proponeva investimenti, gestiva soldi, dava consigli, si presentava come un professionista. Ma non lo era. E questo è già un primo grande inganno.

Poi viene il bello, o per meglio dire il brutto. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, questo finto consulente non si limitava a fare il consulente senza titolo. Il suo vero ruolo era un altro: fare da ponte, da controllore, da magazziniere di soldi sporchi. 

Tutti noi sappiamo bene come la mafia guadagni soldi con le attività illegali (ma aggiungerei anche con quelle legali…) e quei soldi non possono essere spesi tranquillamente, perché attirerebbero l’attenzione. Devono essere quindi “ripuliti”, cioè fatti entrare in circuiti economici normali. 

Ecco, qui entra in gioco il nostro personaggio. Lui prendeva quei capitali di origine criminale e li indirizzava verso attività commerciali all’apparenza regolari: sale giochi, tabaccherie, distributori di carburante.

In pratica, faceva in modo che i soldi sporchi diventassero banconote che transitavano in un negozio, che mescolava gli incassi leciti con quelli illeciti. Un vecchio trucco, ma sempre efficace. Alla fine, dal punto di vista contabile, quei soldi sembravano provenire dalle slot machine o dalle sigarette vendute. E invece no.

Ma la truffa più sottile, quella che trovo davvero geniale nell’ordinaria malvagità, riguarda le aste immobiliari e qui dobbiamo fare un altro piccolo sforzo di immaginazione…

Le aste pubbliche, quelle dove si vendono case o terreni, nascono per essere trasparenti: chi offre di più si aggiudica il bene! Sembra un gioco corretto, no? E invece no, perché questo finto consulente, secondo gli inquirenti, avrebbe messo in atto una strategia per falsare il gioco. Come? Intimidendo altri possibili acquirenti, o facendo in modo che certe offerte non venissero mai presentate, o ancora accordandosi con altri finti partecipanti per non alzare il prezzo. Il risultato era che la mafia si aggiudicava immobili – case, terreni, capannoni – a prezzi molto bassi, molto più bassi del loro valore reale. E poi quei beni diventavano nuovi affari, nuove basi operative, nuovi modi per far fruttare il denaro sporco.

Quindi, riassumendo in parole semplici: la truffa non era solo quella del finto consulente che imbrogli il cliente. Era molto più ampia. Era l’uso di un titolo professionale fasullo per nascondere il vero scopo: ripulire denaro della mafia, infiltrarsi nel commercio normale, e distorcere meccanismi come le aste pubbliche, che dovrebbero essere giusti. Un campo formalmente legale – quello delle consulenze, delle tabaccherie, delle aste – trasformato in una camera di compensazione per le cosche. Non serviva la violenza palese, bastava la capacità di stare dentro le regole solo quanto bastava per piegarle.

Mi fermo un istante a riflettere: ciò che chiamiamo “normalità economica” – un consulente, un negozio, un’asta – può diventare il teatro di un’altra guerra, silenziosa e senza colpi di scena. E allora la domanda che porto a casa, mentre rileggo la notizia, è questa: quanto del nostro quotidiano, dei nostri scambi, delle nostre transazioni più ordinarie, sfugge a uno sguardo che sappia vedere oltre la superficie? 

Forse la lezione, stavolta, è che il confine tra lecito e illecito non è sempre un muro, ma talvolta una linea sottile che qualcuno, con paziente calcolo, impara a calpestare fino a farla sparire. E la vera truffa, forse, è farci credere che tutto questo non possa accadere nel negozio sotto casa o nella prossima asta immobiliare a cui qualcuno di noi potrebbe anche pensare di partecipare…

Il carcere senza mura: Sessantasette cellulari in un solo carcere e il silenzio assordante delle istituzioni!


Stamane, nel carcere di Cavadonna a Siracusa, un blitz della Polizia penitenziaria ha portato al sequestro di sessantasette telefoni cellulari e di diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti, giunti anche da altri istituti siciliani, hanno passato al setaccio la struttura. La Procura ha già aperto un’inchiesta, e si parla di possibili trasferimenti di detenuti. 

Il sindacato, intanto, richiama il tema del sovraffollamento: il carcere di Siracusa ospita attualmente circa seicencinquanta detenuti, e la Uilpa Polizia Penitenziaria Sicilia punta il dito sulla carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta l’isola.

È l’ennesima conferma di un problema che denuncio da tempo, e che troppo spesso viene sottovalutato: la presenza di cellulari nelle carceri italiane. Già il 28 giugno dello scorso anno, in un post che potete trovare al link che vi lascerò, avevo affrontato questa questione, parlando della superficialità con cui viene gestita. 

E il 28 luglio, commentando un video del procuratore di Napoli Nicola Gratteri pubblicato su TikTok da “antimafiaduemila”, avevo riportato le sue parole drammatiche. “Una situazione veramente drammatica”, diceva Gratteri, “e non pensate che col palliativo di ieri risolviamo il problema delle carceri”. 

Nel corso della presentazione del suo libro “Il grifone”, scritto con Antonio Nicaso, il procuratore aveva spiegato che mediamente in ogni carcere funzionano duecento telefonini. E aveva raccontato di una riunione alla Procura Nazionale dell’Antimafia, con tutte le procure distrettuali d’Italia e il direttore Basentini, in cui lui propose di installare dei disturbatori di frequenza, i cosiddetti jammer, almeno per le carceri più grandi e quelle d’alta sicurezza come Rebibbia e Milano Opera. Gli risposero che non era possibile perché, se funziona il jammer, come fa la polizia penitenziaria a comunicare?

Una risposta che, lo scrivevo il 21 febbraio di quest’anno, lascia quantomeno perplessi. I telefoni fissi, forse, sono stati eliminati? Ed è evidente che la maggior parte degli addetti ai lavori utilizza i cellulari non tanto per emergenze, ma per connettersi ai social network, giocare online e quindi probabilmente per distrarsi dal proprio compito. Gratteri, in quel video, spiegava che dal carcere si danno ordini di morte, si vende droga, si chiedono estorsioni. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte”. 

E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti? È un vero schifo, e la circostanza peggiore è che a fare in modo che tutto ciò accada sono proprio coloro che ci stanno governando, gli stessi che realizzano leggi inconcludenti e sterili per poi utilizzarle come scudo, evitando di rimanere coinvolti in quelle inchieste giudiziarie di cui ogni giorno ahimè udiamo.

Il 6 agosto dello scorso anno tornavo ancora sul tema, partendo da un altro video, questa volta Gratteri ribadiva la presenza di cellulari, droga e alcol nelle carceri. A dare conferma, scrivevo, ci avevano pensato direttamente alcuni detenuti “trapper” dal carcere di Torino, riprendendosi con il cellulare davanti a uno sfondo di celle, cantando, salutando, mostrando i loro corpi tatuati senza alcun timore e accompagnando il video con uno spinello. Migliaia di follower su Instagram seguivano quelle immagini. E io, pur sconfortato nell’osservare come quotidianamente l’illegalità prevalga sulla legalità, dicevo di apprezzare in un certo senso quell’idea: essa rappresenta il perfetto viatico per intraprendere una carriera da cantante, ben venga ogni forma di pubblicità pur di giungere a un contratto discografico e a un inaspettato successo appena usciti da quel penitenziario

Il pensiero che attraverso la musica ci si possa allontanare da quell’ambiente insano non mi dispiace, anche se ci credo poco. Ma quanto accaduto a Torino, e non solo, ha riproposto il tema difficile delle carceri italiane: il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie, il degrado di strutture fatiscenti, la difficile convivenza tra gruppi criminali contrapposti a cui si sommano persone di colore, etnia o religioni diverse. Un racconto che viene perfettamente riportato nei testi di quelle canzoni, dove si racconta l’esperienza di vita precedente all’arresto e ciò che si vive dentro.

Eppure, tutto questo conferma come queste cosiddette “case di pena” non agevolino minimamente quel principio per cui la detenzione dovrebbe in qualche modo rieducare il condannato, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Sappiamo bene che, il più delle volte, quando un detenuto viene inserito in quell’ambiente, eleva negli anni il proprio livello di pericolosità, proprio perché si lega ed entra a far parte di un gruppo ancor più criminale. Basti osservare quelle serie TV sull’argomento, come “Il Re” con Luca Zingaretti, che mostrano con crudo realismo le dinamiche di potere, le violenze e le difficoltà della vita carceraria, non solo per i detenuti ma anche per il personale penitenziario. Scene girate all’interno di veri istituti di detenzione, ora dismessi, che mostrano una realtà drammaticamente vicina alla finzione.

In questo contesto, le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia lasciano ancora più interrogativi. Alla domanda sulle responsabilità della polizia penitenziaria, rispose: «Al momento non risultano responsabilità»Ma allora cosa non ha funzionato? Secondo De Lucia, la responsabilità è da attribuire a una «sciagurata scelta di gestione». Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli. Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, così come Gratteri, ha recentemente riportato l’attenzione su questo problema: «Un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi.

Le carceri italiane sono ormai il simbolo di una gestione pubblica disastrosa, caratterizzata da scelte politiche e amministrative che hanno prodotto conseguenze devastanti. Le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze. Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Nel frattempo, gli agenti penitenziari, stremati da un sistema che li abbandona, non hanno strumenti efficaci per impedire che le mafie controllino l’interno delle carceri.

Per spezzare questo ciclo vizioso, è necessario riscrivere le regole, costruendo un modello basato sulla civiltà e sulla speranza per i detenuti. Tuttavia, ciò non può significare concedere ulteriore spazio ai gruppi criminali più pericolosi, che oggi approfittano della debolezza delle istituzioni per rafforzare il loro controllo. Occorre impedire a una minoranza mafiosa di dettare legge e vietare qualsiasi forma di autogestione degli spazi condivisi, che di fatto trasforma le sezioni detentive in vere e proprie roccaforti della criminalità organizzata. 

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

Mettere i jammer? Sì, sarebbe in parte una buona soluzione, ma io ritengo che non sia solo così che si potrà risolvere questo difficile problema. Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata. Il carcere non deve diventare un luogo di tortura, ma nemmeno un territorio senza regole in cui la mafia continua a dettare legge. 

Ripristinare un sistema sicuro e funzionante è un dovere verso le vittime della criminalità, verso gli agenti penitenziari che ogni giorno rischiano la vita e verso tutti i cittadini che meritano uno Stato forte e credibile. La posta in gioco è troppo alta: la sicurezza dello Stato e la credibilità delle sue istituzioni.

Certe cose, da noi, si sa… non possono esser affidate a mani nuove.


Non so voi… ma io sono stanco di leggere le cronache che puntualmente mostrano la parte negativa di questa mia terra.

Tuttavia, non so dirvi se, i problemi presenti in questo periodo nel mondo, certamente più gravi dei nostri, abbiano avuto il merito di spostare altrove la mia attenzione, sì… concedendomi una tregua. 

Ma come ben sapete, questo mio blog nasce principalmente per mettere in evidenza quanto ahimè accade qui, in questa terra, in questa meravigliosa isola, e quindi non posso che riprendere quel filo, una storia che giungendo da lontano, ritorna però puntuale, quasi fosse una costante o forse dovrei cercare altrove le causa di questa forma di resilienza tutta “siciliana“: quella del potere che si riproduce, si adatta, cambia pelle ma – disgraziatamente – non cambia sangue.

Leggo di sviluppi, perquisizioni, fascicoli aperti, contanti nascosti, e penso a quanto sia sempre la stessa sostanza delle cose. Certo… cambiano i nomi, e questo è quantomeno un fatto, non positivo, badate bene, perché l’infezione continua egualmente a diffondersi, ma quantomeno vi è la speranza che chi è stato in certe posizioni per anni a infettare il sistema, forse finalmente potrebbe non esserci più, limitando il male compiuto e quel diffuso marciume.

Certo, se ripenso a tutti i meccanismi adottati, a quel modo di tessere relazioni, mettere a frutto conoscenze accumulate in anni di scranni e poltrone, già… se rivedo quei ponti costruiti tra chi gestisce la cosa pubblica e chi quella cosa pubblica “l’ha piegata ai propri fini”, beh… non c’è proprio nulla per cui stare allegri.

Ricordo che parliamo di un sistema che incarna la perfetta soluzione di continuità, che passa da una legislatura all’altra, da un governo all’altro, da un incarico all’altro, come se la politica e quel ruolo istituzionale, non fosse altro che l’anticamera di affari ben più redditizi.

Prendiamo ad esempio quel dirigente. Una carriera costruita negli ingranaggi di quel sistema clientelare e massone, che ha evidenziato nel corso degli anni d’aver interpretato alla perfezione quella doppia faccia: una istituzionale, fatta di carte bollate e programmazione, e quell’altra, fatta di favori, di segnalazioni, di porte aperte per gli amici degli amici.

Il punto, comunque, non è solo la somma di denaro in contanti che si potrà trovare in casa o presso suoi familiari, che pure costituisce un indizio pesante, no… ciò che è peggio è la rete, quel modo di sentirsi protetti, di essere al sicuro, di pensare che certi favori fatti a certi personaggi, non solo restino nell’ombra, ma rappresentino il proprio personale salvacondotto.

E poi, consentitemi di aggiungere un altro tassello, quello che nonostante i guai giudiziari, continua imperterrito a stare in quella posizione, sì… quel sentirsi talmente indispensabile da rimanere in servizio, ben oltre i limiti consentiti di legge.

Una storia che conosciamo bene: quando un sistema considera un uomo insostituibile, forse andrebbe chiesto il perché. Perché è così importante tenere in sella un funzionario indagato, o addirittura sollecitarlo a non andare in pensione? Forse perché quest’ultimo garantisce fluidità a certi meccanismi, a certi passaggi, a certe ditte amiche che, a differenza di altre, dovevano vincere determinati appalti?

Ecco, è questo che mi fa venir il vomito, già, la naturalezza con cui tutto scorre, la continuità tra chi c’era prima e chi c’è adesso.

Ecco quindi che i vecchi legami con certi esponenti politici – finiti in passato al centro di inchieste giudiziarie – vengono misteriosamente accantonati, per dare il via a una nuova stagione, nuove nomine, nuova fiducia. Come se la memoria fosse una facoltà che si esercita solo quando conviene, e si perde quando potrebbe diventare ingombrante.

A cosa serve allora ascoltare quel mondo fatto di intercettazioni, di nomine pilotate, di aziende che ottengono accreditamenti mentre altre li perdono? Un sistema che racconta di una regia occulta, che non disdegna di intrecciarsi con certe logge, con ambienti dove si stringono patti tra persone che, formalmente, non avrebbero nulla a che spartire. E invece spartiscono eccome. Spartiscono il potere di decidere, il potere di indirizzare, il potere di escludere!

Come dicevo all’inizio, mi capita spesso, leggendo queste notizie di cronaca, di pensare a chi verrà dopo. Sperando che sia migliore di chi l’ha preceduto. Ma la mia, forse, è solo un’illusione. Perché se è vero che le inchieste vanno avanti perennemente nello stesso modo, se la magistratura e le forze dell’ordine compiono il proprio dovere con pazienza certosina, è anche vero però che quei sistemi illegali non muoiono con un’ordinanza di custodia cautelare: Si adattano, si riposizionano e continuano ad operare.

Difatti, quel che resta, dopo ogni tempesta giudiziaria, è la sensazione che il guscio più duro, quello fatto di complicità e omertà, sia ancora lì, intatto, in attesa di nuove stagioni.

Auspico, come credo ciascuno di voi, che l’attenzione non venga mai spenta. Io, nel mio piccolo, con questo blog – ma soprattutto con le denunce in Procura – ci provo, perché so che quest’ultimi, insieme ai militari, gli organi di controllo continueranno a seguire i fili di quegli intrecci, senza limitarsi ai primi livelli.

D’altronde sappiamo bene che – solitamente – quello che emerge, è sempre la punta di un iceberg. Ed è sotto, si sa, che c’è il resto. Il resto fatto di appalti pilotati, di carriere di dirigenti costruite sulle raccomandazioni dei boss, di assessorati che diventano sportelli per gli affari sporchi di pochi.

Ma poi, finita l’emergenza, come sempre accade, si torna a guardare altrove. E loro, quelli che tessono la tela, ricominciano. Sì, con pazienza certosina. Già, con la stessa pazienza con cui aspettano che un funzionario raggiunga l’età della pensione per poi convincerlo a restare. Perché certe cose non possono essere affidate a mani nuove.

Perché le mani nuove, si sa… il più delle volte, non sanno tenere certi fili.

REFERENDUM: La giustizia che saremo chiamati a scegliere.


Buongiorno, vorrei provare oggi a mettere un po’ di ordine su una questione che tra qualche giorno ci chiamerà tutti a fare una scelta.

Prima di farlo però, allego al post un’immagine di un murales, con una frase di Giovanni Falcone: “Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura“. Una frase forte che sembra giungere al momento giusto, già, da chi ha pagato con la vita per ciò che diceva.

E poi ho ricollegato quel pensiero a quanto, il 22 e 23 marzo, saremo chiamati a fare: votare per un referendum che riguarda proprio la magistratura, il suo rapporto con le istituzioni e il suo equilibrio interno. E allora quella frase, in questa vigilia, pesa diversamente. Non come un avvertimento generico, ma come una domanda che ci portiamo dentro mentre proviamo a districare cosa cambierebbe, davvero, se dovesse vincere il Sì o il No.

In quei due giorni saremo chiamati a votare su una riforma della giustizia voluta dal governo e, come spesso accade, ogni volta che mi trovo di fronte a un appuntamento del genere, mi fermo e mi chiedo: ma cosa significa davvero, nella vita di tutti i giorni, tutto questo?

Intanto, forse è bene ricordare che si tratta di un referendum confermativo. Vuol dire che la legge è già stata approvata dal Parlamento, ma non avendo raggiunto quella maggioranza dei due terzi che in Italia serve per modificare la Costituzione senza passare dal voto popolare, ora tocca a noi. Non c’è un quorum da raggiungere, quindi qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. Se vince il Sì, la riforma entra in vigore. Se vince il No, tutto rimane come è. Sembra semplice, ma dentro questa semplificazione si nasconde una complessità che forse vale la pena provare a districare.

Il punto centrale, il cuore di tutto, è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, chi entra in magistratura può, nel corso della sua vita professionale, passare da un ruolo all’altro. Con la riforma, invece, si dovrebbe scegliere all’inizio: o si è giudici, o si è pm. E una volta fatta quella scelta, non si torna indietro.

Da una parte, chi sostiene il  dice che questo serve a garantire una maggiore terzietà del giudice, a rendere i processi più equi. Dall’altra, chi dice No fa notare che già oggi, con una riforma precedente, cambiare funzione è diventato un evento rarissimo: parliamo di meno di trenta magistrati su novemila all’anno. E allora, qualcuno si chiede: vale la pena cambiare la Costituzione per un fenomeno così piccolo?

Poi c’è la questione dei due Consigli superiori della magistratura. Oggi ne abbiamo uno solo, che si occupa di tutto. Domani, con il Sì, ne avremmo due distinti: uno per i giudici, uno per i pm. Sempre presieduti dal Presidente della Repubblica, sempre con membri scelti in parte per sorteggio. E anche qui, le posizioni si dividono. C’è chi vede nel sorteggio una possibilità per ridurre il peso delle correnti, per spezzare quelle dinamiche di potere che talvolta rendono la magistratura un mondo un po’ chiuso. E c’è chi teme che questo possa indebolire l’autogoverno, rendere la rappresentanza meno autentica.

E ancora: la nuova Alta Corte disciplinare. Quindici membri, in maggioranza magistrati, selezionati con un sistema che mescola estrazioni a sorte e nomine. Un tentativo, dicono i promotori, di rendere più trasparente e imparziale la gestione della disciplina. Ma anche qui, le voci contrarie avvertono che potrebbe essere un ulteriore passo verso una giustizia più frammentata, meno coesa.

In queste settimane la campagna referendaria è entrata nel vivo. La presidente del Consiglio ha già cominciato a spingere per il Sì, parlando di una riforma importante per modernizzare il Paese. Ma poi è capitato che un alto funzionario del ministero della Giustizia abbia usato parole pesanti come “plotoni di esecuzione” parlando della magistratura, e quelle parole hanno fatto discutere, hanno diviso, hanno portato la stessa presidente del Consiglio a prenderne le distanze. Ecco, forse anche questo ci dice qualcosa di quanto sia delicato e sfaccettato il tema.

I partiti, come sempre, si sono schierati. La maggioranza compatta per il Sì, i principali partiti di opposizione per il No, mentre altre forze politiche minori si dividono tra il sostegno alla riforma e la libertà di coscienza. Ma al di là degli schieramenti, quello che mi interessa è provare a capire cosa cambierebbe davvero, nel nostro rapporto con la giustizia, se dovesse vincere l’una o l’altra opzione.

Se vincesse il Sì, ci troveremmo con una magistratura divisa in due, con due organi di autogoverno distinti, con un nuovo tribunale disciplinare. E poi ci sarebbe un anno di tempo per scrivere le leggi che rendono tutto questo operativo. Se vincesse il No, resteremmo con il sistema attuale, con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti: l’ingiustizia a volte perpetrata, in particolare quando osserviamo i ribaltamenti nei gradi di giudizio, la lentezza dei processi che ben conosciamo e soprattutto quel senso di distanza che talvolta si prova quando, per aver compiuto il proprio dovere da cittadino – rispettoso dei principi di legalità – si ha a che fare con le aule dei tribunali.

Forse, più che schierarmi, oggi mi viene da pensare a quanto sia importante, in una democrazia, che ognuno di noi si faccia un’opinione. Perché al di là delle parole dei partiti, al di là degli slogan, quello che si decide è l’architettura stessa di uno dei poteri dello Stato. 

E io credo che, in fondo, sia proprio questo il senso di andare a votare. Non solo per dire sì o no a una riforma, ma per partecipare a quel processo continuo e faticoso che è il dare forma alla nostra convivenza.

Teste di legno! Oltre il monito: la zona grigia dove l’impresa incontra la mafia!


Buongiorno a chi mi legge e grazie di essere qui in questo spazio di riflessione dove provo a dare un senso ai miei pensieri (quantomeno a ordinarli…), provando a districare la matassa di ciò che accade intorno a noi.

Stamattina mi sono soffermato su una notizia che riguarda la mia terra, la Sicilia, e non solo essa; un particolare mi ha colpito, sì… costringendomi a quel tipo di ragionamento che parte lento, quasi in sordina, ma che poi non si ferma più.

Ho letto di un blitz della Guardia di Finanza, un’operazione che ha visto oltre trenta militari mobilitati tra le province di Catania, Palermo, Siracusa, fino in Emilia, precisamente a Parma. 

Un’azione coordinata che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza del Tribunale di Catania per una nota società siciliana. E’ scattata così la misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria, uno strumento che, come ormai ben sappiamo, è previsto dal Testo Unico Antimafia.

Leggendo i dettagli di cronaca e ascoltando le interviste, mi sono fermato a ripensare alle conseguenze che ora questo provvedimento comporterà, e non mi riferisco al semplice sequestro di beni, ma a qualcosa di più profondo e certamente più intricato.

Parlo di una condizione che conosco fin troppo bene, sia nella sua accezione positiva e cioè – quando lo Stato entra dentro l’ingranaggio dell’impresa, non per fermarlo, ma per mettere le mani nel motore e ripulirlo da tutto ciò che non dovrebbe esserci – e sia, ahimè, per la parte oscura, sì… quella che non sto qui a riportare, ma che trovate in molti miei post, ricercando semplicemente la parola “amministrazione giudiziaria“.

Certo, va detto: l’amministrazione giudiziaria è una misura che riconosce il valore dell’attività produttiva, il suo ruolo sociale, la sua capacità di dare lavoro e muovere l’economia. Tuttavia, una volta accertato che quell’azienda è stata contaminata, che ha respirato l’aria tossica di certi ambienti criminali o che il suo titolare ha superato quella soglia che non avrebbe dovuto varcare, ciò che accade dopo — in quel cosiddetto “momento di pulizia” — non sempre risulta essere altrettanto limpido o trasparente come dovrebbe. E di quanto appena detto, in questi mesi, le cronache sono piene, specialmente per quanto riguarda le collusioni di taluni suoi referenti istituzionali, già… nominati dai Tribunali in quella “gestione giudiziaria“.

E poi c’è un ulteriore dettaglio in quelle immagini diffuse, durante la conferenza stampa, che ha innescato in me un ulteriore riflessione. Sì… nella foto che accompagna l’operazione compaiono dei panetti di droga, ma assomigliano di molto a quelli sequestrati in passato a catania: nel 2023 nella zona industriale e poi in un altro blitz nel 2025 al porto. Già… stessi panetti, stesso marchio, quasi fosse ormai un logo di fabbrica. 

A pensarci mi vien da ridere, ho pensato infatti a come il crimine sia diventato “ingegnoso” portandosi ad un livello di professionalità alta, cosa dire… una vera e propria multinazionale che utilizza il suo brand e le sue logiche di marketing, con nuove rotte commerciali che si incrociano, con quelle delle merci legali.

Come ho scritto alcuni mesi fa, i porti e le zone industriali, non sono più solo luoghi di lavoro o di scambio, ma sono diventati mercati dove l’illecito e il lecito si sfiorano, si toccano e, nella maggior parte dei casi, si confondono.

Apprezzo, la frase del procuratore, che ha definito questo provvedimento un monito per gli imprenditori. Ma vorrei sapere: a quali imprenditori si stava riferendo? A quegli esigui, onesti, che si contano sulla punta di una mano, oppure alla maggior parte di essi, celati sotto “teste di legno” che, in cambio di un misero stipendio e di un’utilitaria, si spacciano (ma solo sulla carta) quali amministratori unici?

Ecco, forse questa è la chiave di lettura che dovremmo utilizzare per scardinare quel sistema illegale. Non si tratta semplicemente di applicare un atto repressivo: quanto compiuto è un avvertimento chiaro e diretto a chi fa impresa in territori complessi come il nostro. È un messaggio che dice: “Sappiamo che operare qui è difficile, sappiamo che le pressioni esistono, ma la linea non si può oltrepassare. Scegliete da che parte stare“.

Perché troppo spesso si pensa che la mafia sia solo violenza, estorsione, omicidi, quando invece la sua vera forza, è la capacità di infiltrarsi nell’economia legale, di diventare socio silenzioso, di offrire “soluzioni” a chi magari è in difficoltà, lasciandosi tentare dalla strada più breve.

E così, mentre i finanzieri sono al lavoro, io resto qui a chiedermi: quante altre imprese vivono in questa zona grigia? Quante volte l’emergenza economica, la burocrazia soffocante, la concorrenza sleale spingono un imprenditore a cercare appoggi sbagliati, a stringere mani che lasciano il segno? E d’altra parte, ditemi: è giusto che lo Stato arrivi sempre dopo? Dove sono quelle misure di prevenzione? Forse mancano di una presenza più costante, più quotidiana, sì… che protegga chi vuole fare impresa onesta?

Ma d’altronde, la notizia di riportata, non è solo un fatto di cronaca, ma rappresenta da oltre un trentennio uno spaccato di vita quotidiana, un conflitto enorme tra legalità e profitto facile, tra la voglia di riscatto e la rassegnazione, una complicità d’interessi messi in campo dalla politica, dalle istituzioni infedeli e il sostegno della mafia. 

Ecco perché ritengo che quanto compiuto non possa rappresentare un vero monito e quindi, sebbene il blitz della Guardia di Finanza sia certamente lodevole sul piano operativo, manca il presupposto fondamentale perché diventi esemplare: un autentico mutamento della coscienza collettiva.

Perché se è vero che l’amministrazione giudiziaria prova a salvare l’azienda dal fallimento (morale e materiale), è altrettanto vero che ci ricorda quanto sia sottile il confine che separa il fare impresa dal farsi possedere da logiche che nulla hanno a che fare con il mercato sano, ed è in questo confine, in questa terra di nessuno, che si gioca ogni giorno la partita più importante per il futuro della nostra terra.

Sono d’accordo, quindi, con le parole del Procuratore di Catania, Francesco Curcio: la mafia deve rimanere fuori dal tessuto economico. Sembra un’ovvietà, eppure è una dichiarazione di guerra in tempo di pace.

Perché il tessuto economico è la trama su cui si costruisce il futuro di una comunità, è il lavoro, la dignità, l’onestà, la possibilità di restare in questa terra senza dover cercare altrove fortuna. Perché – se come avviene – quel tessuto viene infiltrato, se le sue trame legali si confondono con quelle oscure della criminalità – allora il futuro diventa una chimera e la legalità continua ad essere un optional! 

Già… perché come ripeto spesso: la vera ricchezza non è quella che si accumula in fretta, ma quella che si costruisce giorno dopo giorno, nel rispetto delle regole e della dignità di tutti! 

La beffa dopo il danno: storia di un’azienda svuotata e di un liquidatore perbene.


Ho ricevuto in queste ore una bella notizia, una di quelle che aspettavo da quel lontano 2017, giorno in cui avevo dovuto procedere al recupero coattivo delle mie spettanze (10 mesi di stipendi e il TFR)!

Ma oggi la mia felicità – pur ottenuto quanto dovuto – sbatte nel muro di un paradosso, sì… uno di quelli che fa vacillare la mia fiducia nel sistema “giustizia“, seppur quest’ultimo – nella persona del curatore fallimentare – abbia saputo evidenziare grande correttezza e professionalità.

Mi sono chiesto: è ammissibile che chi ha contribuito ad abbandonare l’impresa nel momento di maggiore bisogno, possa poi mettersi in fila per spartirsi gli ultimi brandelli del suo valore? 

Lasciate quindi che vi racconti per filo e per segno quanto accaduto…

Operavo in un’impresa di costruzioni: formalmente un dipendente, ma nella sostanza molto di più. Ero infatti Direttore Tecnico ed RSPP, con tutte le responsabilità che questi ruoli comportano. 

Parliamo di una S.p.A. a gestione familiare, certamente competente e strutturata, ma che purtroppo – a causa di problemi giudiziari intervenuti e con un’amministrazione imposta – non è riuscita a salvaguardare le commesse a suo tempo aggiudicate, andando così in frantumi.

Consentitemi, per correttezza di cronaca, di aggiungere un riconoscimento doveroso: l’ultimo amministratore giudiziario nominato dal Tribunale di Catania, nel contesto del provvedimento di confisca, ha effettivamente operato con correttezza professionale, pur nei limiti stringenti imposti dalla normativa.  

Ha difatti cercato di salvaguardare i cantieri ancora in essere e, proprio su questo punto, un merito va certamente al sottoscritto, sì… per esser riuscito – quasi fossi un prestigiatore – a chiudere senza penali ben due cantieri (Provincia di Ragusa e Comune di Solarino) e a portarne uno a compimento (S. Giovanni la Punta). Ciò ovviamente ha permesso a quell’amministratore di muoversi con più libertà e, grazie alla vendita di gran parte del patrimonio mobiliare, di ridurre parte delle somme poste a debito. Ma ciò, comprenderete, ha di fatto reso la società incapace di poter continuare ad operare.

Sì… consentitemi di dire che neppure “Harry Potter” avrebbe potuto realizzare, per quei cantieri, quanto fatto dal sottoscritto, cui si aggiungono tutte le somme che – sempre a seguito delle mie denunce – hanno permesso, nella successiva fase fallimentare, al liquidatore (soggetto terzo subentrato dopo l’amministrazione giudiziaria) di incrementare l’attivo.

Vorrei aggiungere che la mia parte l’ho fatta fino in fondo, sì… a differenza dello Stato che, di lì a qualche anno, ritrovandosi in mano un baraccone vuoto – senza appalti e senza più nulla da vendere – ha deciso di restituire le quote ai soci, i quali, incredibilmente, come loro prima azione: mi licenziarono!

Già… dimenticarono quanto avevo compiuto in quei lunghi anni come dipendente. Ma non solo, dimenticarono – o forse scelsero deliberatamente di rimuovere – che io, a differenza di tutti gli altri dipendenti – che da tempo avevano abbandonato la nave – ero rimasto, si senza stipendio da dieci mesi, a presidiare i cantieri e a chiudere le commesse, già… a tenere in piedi ciò che ancora restava.

E soprattutto omisero – e questo è il paradosso più amaro – che grazie al sottoscritto nessuna azione legale è stata mai intrapresa nei loro confronti personali. Già, loro, che avevano firmato le fideiussioni per i contratti appaltati. Loro, che avrebbero potuto essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio. Mentre io, viceversa, potevo farlo… potevo andarmene, potevo abbandonare la nave come tutti gli altri, d’altronde, avevo tutti i motivi per farlo, ma scelsi di non farlo!

Scelsi la lealtà. Loro, viceversa, scelsero di dimenticare! Sì… soprattutto quanto compiuto in quegli anni difficili. Già… quanto compiuto pubblicamente. D’altronde, basti semplicemente rileggersi tutti i post che sin dal 5 giugno 2010 ho scritto a difesa di loro e della società nel mio blog, ma non solo, seguirono anche una serie d’incontri – per non dire “scontri” – formali presso gli uffici della Prefettura di Catania, ci mancava poco che venissi arrestato!

E così, come riportavo sopra, grazie alle mie denunce, il liquidatore nominato è riuscito – con l’incasso delle fatture a suon tempo non pagate da alcuni clienti e con la vendita di proprietà e beni della società – a recuperare ben 500.000 euro. Certo… una stilla d’acqua nel deserto,ma capace quantomeno di dare una risposta ai dipendenti: sia a coloro che, come me, erano intervenuti legalmente (ci tengo a precisare che a formalizzare l’istanza di fallimento siamo stati soltanto in tre: io, un ex dipendente e un fornitore…), sia a quanti, viceversa, non avevano mosso un dito.

Oggi… mi verrebbe di aggiungere altro, ma stasera ho deciso di soprassedere. Non ho mai dimenticato che quel piatto, per tanti anni, mi ha dato da mangiare. E non intendo sputarci sopra. Eppure, dentro di me, la delusione è ancora presente. E certe domande brucianti non trovano risposta: Com’è possibile? Che giustizia è questa? Dove sta il confine tra diritto e beffa?

Sì… mi ritrovo a pensare che – come in un paradosso amaro – la mia lotta per far rispettare la legge ha involontariamente creato lo spazio per salvare qualcosa per gli altri. Gli stessi che, in tutti questi lunghi anni, non hanno mai avuto il coraggio di ringraziarmi.

Ma la sensazione che prevale è di profonda ingiustizia. Osservare chi ha abbandonato sin da subito la nave nel momento di difficoltà, presentarsi ora sulla scialuppa di salvataggio, con un biglietto che non ha nemmeno comprato, credetemi, è uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca.

Già… è come se il sistema, a volte, funzionasse per compartimenti stagni. Da una parte c’è chi ha subito un provvedimento interdittivo – lo stesso che ha permesso di amputare il futuro a una società – per poi concedere ad altre imprese, certamente “amiche“, di espandersi: le stesse ricordo che, incredibilmente, nel tempo, si sono macchiate di esser state colluse con quel sistema criminale e mafioso; dall’altra, la meccanica del fallimento che, cieca, certifica crediti senza però guardare in volto i creditori.

Ed ecco che ora, tutti coloro che mandarono la nave contro gli scogli – di proposito o per omissione – vengono risarciti, a spese di chi, invece, il danno lo ha soltanto subito!

Consentitemi un ultimo pensiero, rivolto al liquidatore nominato dal Tribunale di Catania. 

Sono passati quasi nove anni da quella vicenda, eppure il mio ringraziamento rimane intatto: Avv. Andrea Minneci, lei è riuscito, con competenza e tenacia, laddove troppi altri si arrendono. È per questo che oggi sento il bisogno di scrivere queste righe: per dirle, pubblicamente, grazie. E per congratularmi con lei per il lavoro svolto.

L’unica arma che abbiamo: non smettere di denunciare – Seconda parte



Continuando con quanto avevo riportato ieri, non voglio fare di tutta l’erba un fascio e so bene che ci sono Procure che lavorano con efficienza, come quella di Venezia o come quella di Messina che in altre occasioni hanno dimostrato di saper intervenire con rapidità e competenza. 

Altresì so perfettamente che ci sono finanzieri, carabinieri, poliziotti che fanno il loro dovere con dedizione e professionalità, ma ahimè, come sempre accade in qualsivoglia realtà, le cose vanno purtroppo diversamente.

Vi sono territori in cui le denunce vengono archiviate come fossero “beghe condominiali“, altre in cui gli esposti restano nei cassetti per anni, ed altre ancora in cui le indagini non partono nemmeno perché manca la volontà (o perché mancano le risorse o perché, più semplicemente, ci sono connivenze che è meglio non indagare troppo a fondo).

E allora mi viene da pensare che forse il problema non è solo tecnico, non è solo una questione di norme da perfezionare o di piattaforme informatiche da blindare. Il problema è culturale, è sistemico, è radicato in una concezione dello Stato e della cosa pubblica che in certe zone del Paese è ancora troppo debole, troppo permeabile, troppo disponibile a farsi piegare da interessi privati. 

Perché se è vero che le truffe sui bonus edilizi avvengono da Nord a Sud, è altrettanto vero che al Sud spesso incontrano meno resistenza, meno controlli, meno conseguenze. E questo non per una presunta inferiorità morale dei meridionali, che sarebbe un’offesa e una sciocchezza, ma per una debolezza istituzionale che ha radici storiche e che si perpetua per inerzia, per complicità, per stanchezza.

Dicevo prima che non so più quante volte ho scritto su questo argomento. E ogni volta mi chiedo se abbia senso continuare, se qualcuno legga davvero, se qualcosa cambierà mai. Poi – come è successo in questi giorni – leggo di un sequestro da 77 milioni e penso che forse, in qualche modo, la denuncia serve. Serve a tenere accesa l’attenzione, serve a far sapere che qualcuno sta guardando, serve a ricordare che non tutto può passare in silenzio. Serve anche solo a dare conforto a chi si sente solo, a chi ha denunciato e non ha visto risultati, a chi si è sentito dire che stava esagerando, che doveva lasciar perdere, che tanto non sarebbe cambiato nulla.

Perché in fondo è questo il punto. Non è tanto credere che un post su un blog possa cambiare le cose, quanto piuttosto rifiutarsi di accettare che le cose non possano cambiare. È continuare a dire che non è normale che si rubino milioni di euro in questo modo, che non è normale che le istituzioni arrivino sempre dopo, che non è normale che chi denuncia debba aspettare anni per vedere giustizia. E che se non diciamo queste cose, se non le ripetiamo, se non le scriviamo nero su bianco ogni volta che si ripetono, allora davvero non cambierà mai nulla.

La Procura di Venezia ha fatto il suo lavoro. Ha sequestrato 77 milioni, ha indagato diciannove persone, ha bloccato ventitré società. Bene. Ma quanti altri milioni sono già stati portati via? Quante altre società fantasma sono ancora operative? Quanti altri crediti fittizi circolano in questo momento sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate? E soprattutto, quante altre persone, in Sicilia come altrove, stanno scoprendo in queste ore di avere nel loro cassetto fiscale crediti per lavori mai richiesti, e non sanno cosa fare, non sanno a chi rivolgersi, non sanno se denunciare o se tacere per paura di complicarsi la vita?

A queste persone, se mi leggono, voglio dire una cosa semplice. Denunciate. Sempre. Anche se vi sembra inutile, anche se vi dicono che è solo una perdita di tempo, anche se la Procura locale non vi ispira fiducia. Denunciate e mettete tutto per iscritto. Raccogliete documenti, fate copie, inviate PEC, chiedete ricevute. Perché anche se nell’immediato non succederà nulla, quel documento resterà, quella denuncia sarà agli atti, e prima o poi qualcuno la leggerà. E magari, come nel caso di Venezia, metterà insieme i pezzi di un puzzle che da soli sembravano insignificanti, ma che tutti insieme compongono il quadro di una frode.

Non è facile, lo so, non è veloce, non è garantito che porti a qualcosa e soprattutto – lo dico per esperienza personale – non è gratificante! Ma resta l’unica arma che abbiamo, perché se smettiamo di denunciare, se accettiamo l’idea che tanto è sempre andata così e sempre andrà così, allora davvero avremo perso. Avremo consegnato il Paese a chi lo considera una prateria da saccheggiare, a chi pensa che le leggi siano solo per i fessi, a chi è convinto che con un po’ di furbizia e qualche complicità si possa continuare a rubare impunemente.

Io continuerò a scrivere. Continuerò a seguire le inchieste, a commentare i sequestri, a denunciare le inefficienze, sì… continuerò a credere, nonostante tutto, che la legalità non sia un optional ma un fondamento, e che se vogliamo un Paese diverso dobbiamo cominciare a pretenderlo, ogni giorno, con costanza e con ostinazione.

Già… anche quando sembra inutile, anche quando sembra che nessuno ascolti, perché in fondo, la vera sconfitta non è nel: non riuscire a cambiare le cose! No…la vera sconfitta è smettere di provarci!

Settantasette milioni sequestrati: Già… la solita storia che si ripete. Prima Parte


Sono stanco di leggere per l’ennesima volta di sequestri milionari, di crediti fiscali fittizi, di organizzazioni che hanno fatto del Bonus facciate un bancomat personale. 

Questa volta è Venezia, con la sua Procura, che dispone il sequestro preventivo per quasi 77 milioni di euro, un’operazione che tocca mezza Italia, dal Veneto alla Sicilia, passando per Lombardia, Lazio e Campania. 

Ventiquattro immobili, conti correnti svuotati, crediti d’imposta bloccati sui cassetti fiscali di società fantasma. Un ragioniere di Padova che accede abusivamente ai dati di persone ignare, crea società intestate a prestanome, genera crediti inesistenti e li fa circolare come fossero moneta legale. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone che hanno beneficiato del meccanismo, anche inconsapevolmente. La macchina della frode gira a pieno regime, come sempre, come da anni ormai.

Non so più quante volte ho scritto su questo argomento. Già… non quante inchieste ho seguito, quanti sequestri ho commentato, quante denunce ho visto arrivare in Procura, eppure ogni volta che leggo una notizia come questa, non riesco ahimè a provare un misto di amarezza e di rabbia trattenuta, una sensazione che ti prende quando capisci che il sistema non impara, non si corregge, ancor peggio… non evolve, anzi, si ripete. Infatti, si replica con una precisione quasi industriale, come se esistesse un manuale delle truffe sui bonus edilizi che viene passato di mano in mano, da Nord a Sud, con qualche variante locale ma sempre lo stesso copione di fondo.

Parliamoci chiaro, i bonus facciate, il superbonus 110/00, le ristrutturazioni agevolate, sono stati pensati per rilanciare l’economia, per dare ossigeno alle imprese, per migliorare il patrimonio edilizio del Paese, non lo nego, ma nel momento stesso in cui venivano varate queste misure, chiunque avesse un minimo di esperienza sul campo sapeva benissimo che si sarebbero aperti i rubinetti non solo per i lavori veri, ma anche per quelli finti, per le fatture gonfiate, per i crediti fantasma. Non ci voleva una sfera di cristallo per prevederlo. Bastava guardare la storia di questo Paese, bastava ricordare come erano andate le cose con altri incentivi, con altre agevolazioni, con altri fondi pubblici messi a disposizione senza controlli adeguati.

Eppure nulla è stato fatto per prevenire. O meglio, qualcosa è stato fatto, ma sempre a valle, mai a monte. Le Procure si muovono, la Guardia di Finanza lavora bene, i sequestri arrivano, gli arresti anche. Ma tutto questo accade dopo, quando i soldi sono già usciti, quando i crediti sono già stati ceduti, quando le società sono già state svuotate. E nel frattempo, chi paga? Pagano i cittadini onesti, quelli che hanno fatto i lavori veri, che hanno presentato le carte in regola, che si ritrovano impantanati in una burocrazia kafkiana perché le banche non cedono più i crediti, perché lo Stato ha messo paletti su paletti per arginare le frodi, finendo per bloccare anche chi agiva nella totale legalità.

In Sicilia, questo schema lo abbiamo visto replicarsi decine di volte. Condomìni che si sono affidati a professionisti senza scrupoli, imprese fantasma che sono sparite dopo aver montato i ponteggi, amministratori che hanno fatto circolare crediti inesistenti, cassetti fiscali violati, persone morte che risultavano presenti alle assemblee condominiali. Sì, avete letto bene. Persone decedute che firmavano verbali, che davano il loro assenso a lavori mai iniziati, che autorizzavano cessioni di crediti per centinaia di migliaia di euro. E nessuno che controllava. Nessuno che verificava. Nessuno che si prendeva la briga di incrociare un dato, di fare una telefonata, di chiedere un documento in più.

Mi chiedo spesso, e lo scrivo da anni su questo blog, se il problema sia nella legge o in chi la deve applicare. Se manchino gli strumenti normativi o la volontà di usarli. Perché a leggere le inchieste che vengono fuori, a studiare i meccanismi delle truffe, ci si rende conto che non c’è nulla di particolarmente sofisticato. Non parliamo di hacker che violano sistemi informatici blindati, non parliamo di reti criminali internazionali con coperture politiche ai massimi livelli. Parliamo di gente che accede alla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate con credenziali SPID rubate o cedute, che carica documenti falsi, che crea fatture per lavori mai eseguiti, che sposta crediti da un cassetto fiscale all’altro come se stesse giocando a Monopoli. E per mesi, a volte per anni, nessuno se ne accorge.

Quando poi qualcuno denuncia, quando qualche cittadino più attento degli altri scopre che nel suo cassetto fiscale sono apparsi crediti milionari per lavori mai richiesti, ecco che parte l’indagine. E l’indagine, va detto, spesso porta a risultati. Ma nel frattempo il danno è fatto. I soldi sono stati spesi, riciclati, trasferiti all’estero. Le società sono state chiuse, i prestanome sono spariti, gli amministratori si sono dimessi e hanno aperto nuove partite IVA. E i condòmini, quelli veri, quelli che vivono negli appartamenti, che pagano le spese, che credevano di migliorare il loro edificio, si ritrovano con i cantieri fermi, con i ponteggi pericolanti, con i debiti in aumento e con la consapevolezza amara di essere stati presi in giro.

Ho seguito da vicino vicende di questo tipo. Ho visto famiglie disperate che avevano investito i risparmi di una vita in un appartamento, credendo che il bonus facciate fosse un’opportunità, e che si sono ritrovate con un immobile sventrato, con un’impresa latitante, con un amministratore indagato e con la paura di finire loro stessi nel mirino della giustizia per complicità inconsapevole. Perché questo è l’altro aspetto grottesco della faccenda. Non solo le truffe avvengono, non solo passano inosservate per mesi, ma quando vengono scoperte, il sospetto cade anche su chi ha subìto la frode. Come se fosse normale che un cittadino comune, che magari ha fatto il muratore tutta la vita o che lavora in un ufficio, debba essere in grado di distinguere una Cila vera da una falsa, di verificare se l’impresa edile ha i requisiti, di controllare se i crediti fiscali sono stati effettivamente caricati sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate.

E poi c’è il capitolo delle istituzioni locali. Perché quando tutto questo accade, quando un condominio si trova nel caos, quando i debiti si accumulano, quando le utenze vengono staccate perché nessuno ha pagato, dove sono i Comuni? Dove sono gli uffici tecnici che dovrebbero verificare le Cila, che dovrebbero fare sopralluoghi, che dovrebbero accertarsi che i cantieri siano veri e non solo di facciata, appunto? Troppo spesso la risposta è il silenzio. O peggio, la burocrazia difensiva. Quel meccanismo per cui nessuno vuole prendersi la responsabilità di dire sì o no, di bloccare un’operazione sospetta, di segnalare un’anomalia. Perché segnalare significa esporsi, significa crearsi nemici, significa rischiare di finire denunciati a propria volta da chi ha interessi in gioco.

La vicenda di Venezia, con i suoi 77 milioni sequestrati, è solo l’ennesima conferma di un sistema che non funziona. Un sistema in cui la frode è più veloce della prevenzione, in cui i controlli arrivano sempre troppo tardi, in cui chi dovrebbe vigilare spesso non vede, non sente, non parla!

Già… un Paese che – quando finalmente la giustizia interviene – ci vogliono anni per arrivare a una sentenza, mentre nel frattempo i truffatori hanno già riorganizzato il loro business altrove, magari con un altro bonus, con un altro incentivo, con un’altra occasione per sgraffignare soldi pubblici.

FINE PARTE PRIMA

YouTube, basta odio online: la mia richiesta per oscurare i canali che alimentano odio e trasformano il calcio in violenza verbale!


Buonasera a tutti, e bentrovati in questo angolo di riflessione sportiva che, ve lo anticipo, nasce durante la pausa pranzo, davanti a un panino e al portatile di un mio collega interista che, puntuale come le rate del mutuo, si sintonizza su quei canali “YouTube” dove il calcio non si gioca, ma si processa. 

E io lì, tra un morso e l’altro, divento spettatore involontario di un genere visivo che non sapevo esistesse: il complottismo sportivo, la dietrologia da bar elevata a sistema, la teoria del Grande Vecchio che, guarda caso, indossa sempre i colori della squadra avversaria. Sento parlare di “Marotta League“, di presunte manovre ai danni della serie A, e penso a quel signore, l’amministratore delegato dell’Inter, che io ho sempre stimato come uno dei professionisti più seri e competenti del settore, e me lo ritrovo trasformato in una specie di burattinaio ombra, un puparo che muove i fili del campionato… 

E allora mi chiedo: ma che fine ha fatto il tifo sano, quello che si ferma al novantesimo, che applaude un avversario se ha giocato bene e che, al massimo, si sfoga con l’amico al bar senza chiedere una petizione per marciare su Roma contro il sistema? Perché oggi, invece, se perdi, non è mai colpa dell’avversario che è stato più forte, ma di un complotto, di un arbitro venduto, di un dirigente che manovra, e allora si alza il livello, si passa dalle chiacchiere alla ricerca del nemico, e quel nemico va combattuto, va insultato, va fermato.

E qui arriva il punto che più mi lascia perplesso, quello su cui ho girato e rigirato i miei pensieri: poco tempo fa, un personaggio pubblico, un noto imprenditore e opinionista televisivo, ha rilasciato dichiarazioni pesantissime in tv, accusando senza mezzi termini persone e programmi. Ora, al di là del merito di quelle accuse, che andranno provate in sede opportuna, ho assistito a una reazione immediata e chirurgica: i legali dei soggetti chiamati in causa hanno sporto denuncia, e il web, prontamente, ha oscurato quei video, ne ha limitato la divulgazione, li ha resi invisibili in un batter d’occhio. 

Ed allora mi dico: giusto, sacrosanto, la legge è uguale per tutti e se si valica il confine della diffamazione, si paga! 

Ma allora, mi spiegate, come è possibile che, quotidianamente, su quelle stesse piattaforme, possano circolare indisturbati messaggi di una violenza inaudita, ben peggiori e più offensivi di quelle dichiarazioni?

Parliamo di gente che invoca petizioni “antiratti“, che scrive libri con titoli che sono già un programma di guerra, che aizza i tifosi all’odio, che minaccia le famiglie dei calciatori, che trasforma un dibattito in un ring di “wrestling”, passando dalle parole agli sputi e, talvolta, perfino alle mani, il tutto rigorosamente in diretta, tra like e condivisioni. 

Dov’è la denuncia per questi? Dov’è la blindatura dei social per questi messaggi che incitano alla violenza, che seminano odio tra la gente, che trasformano lo sport, che dovrebbe essere il regno della lealtà e del rispetto, in un campo di battaglia verbale, dove tutto è concesso pur di alzare l’audience e spillare qualche euro in più a quei social?

Io, lo scorso anno, avevo provato a mettere nero su bianco queste perplessità, scrivendo un post in cui parlavo del lato oscuro di YouTube, di come certi pseudo-creator utilizzino il calcio come pretesto per offendere, denigrare e aizzare gli animi. E lo sport, ve lo ricordate, cos’è? È attività fisica, è divertimento, è intrattenimento, ma è soprattutto rispetto! 

Rispetto per i compagni, per gli avversari, per gli arbitri, per il pubblico ed invece, in quei video, di rispetto non ce n’è nemmeno l’ombra. Ricordo ancora, e non posso non citarlo, l’ondata di insulti gratuiti, feroci, personali che sono piovuti addosso a Thiago Motta quando è stato accostato alla Juventus. Criticato non solo per le scelte tattiche, per i risultati, per la gestione dello spogliatoio, ma soprattutto hanno attaccato la sua dignità di uomo, usando toni denigratori che nulla hanno a che fare con il campo: questo non è calcio, non è giornalismo, è solo becero bullismo. 

E la piattaforma dov’è? Dov’è il filtro? Perché si interviene con il pugno di ferro solo quando a parlare è un personaggio scomodo con un seguito televisivo, ma si chiudono entrambi gli occhi davanti a questi fenomeni da baraccone che, con la scusa del tifo, alimentano ogni giorno una spirale di odio che dai social poi tracima purtroppo nella vita reale, negli stadi, nelle strade?

Allora, io credo che ognuno di noi abbia una responsabilità, piccola o grande che sia. Possiamo iniziare a farlo, noi per primi, segnalando quei contenuti che violano ogni regola del vivere civile, non per censura, ma per difendere un bene comune che è il valore dello sport. Dobbiamo scegliere da che parte stare, e io scelgo di promuovere, anche con questo post un po’ fuori dagli schemi, quei creator che parlano di calcio con passione, con competenza, con rispetto, anche quando si critica: Perché si può criticare senza distruggere, si può essere rivali senza diventare nemici. 

Bisogna tornare a educare, a spiegare ai più giovani, ma anche a certi adulti che dovrebbero dare l’esempio, che le parole hanno un peso, che dietro uno schermo c’è una persona in carne e ossa, che gli insulti lasciano il segno e che lo sport, quello vero, è un’altra cosa: È fatica, è sudore, è gioia condivisa, è anche sofferenza, ma è sempre e comunque un ponte, mai un muro. 

E allora fermiamo questa deriva, per favore, riportiamo il calcio a essere quel gioco meraviglioso che ci ha fatto innamorare, e usiamo la testa e il cuore per costruire, non per demolire. Perché alla fine, quando smettiamo di tifare e torniamo a sederci allo stesso tavolo, siamo solo persone, e il rispetto è l’unica cosa che dovremmo pretendere, per noi e per gli altri.

Presidente Schifani e Assessore all’Energia e Servizi di pubblica utilità: ancora impossibile pagare, oggi 29 dicembre alle 15:59 – ecco la prova.


Buongiorno, anche stamani – poche ore fa, alle 15:59 di questo 29 dicembre 2025 – ho aiutato un amico imprenditore a portare a termine un pagamento obbligatorio sul portale del Dipartimento regionale dell’Energia, ahimè, senza successo.

La foto realizzata tramite WhatsApp (insieme a un video che riprende tutta l’operazione) lo dimostra: schermo bloccato, messaggio di errore identico ai precedenti, procedura interrotta nel punto esatto in cui dovrebbe concludersi. Non c’è confusione, non c’è distrazione, c’è un tentativo reale, reiterato nel tempo, e oggi nuovamente fallito, non per volontà, ma per impedimento tecnico, persistente e mai risolto!

Non sto parlando di evasione, di omissione, di tentativi di aggirare gli obblighi, sto parlando semplicemente di un imprenditore – ma potrei dire molti imprenditori – che si collegano al portale della Regione, accedono con il proprio SPID, inseriscono i dati richiesti, selezionano la voce di pagamento, arrivano fino all’ultimo passo e poi lì, improvvisamente, il sistema si interrompe!

Non con un messaggio chiaro, non con una soluzione alternativa, ma con quella frase ormai familiare, quasi ironica nella sua genericità: “Si è verificato un errore non previsto. Si prega di riprovare più tardi”.

L’errore, però, non è dell’utente, è del sistema. E non è occasionale: è ripetuto, costante, documentato. 

Ho ripetuto l’intera procedura decine di volte, in giorni diversi, a molti amici imprenditori che mi avevano chiesto di aiutarli, con strumenti e sistemi operativi diversi – ma ogni volta lo stesso esito. Ho registrato l’intero percorso, dall’accesso alla schermata bloccata, sono video che non lasciano spazio ad alcun dubbio: la procedura è corretta, la connessione stabile, la volontà inequivocabile.

E accanto al video, c’è lo screenshot: lo stesso errore, la stessa impossibilità di andare avanti.

Tutto questo non è solo frustrante – è potenzialmente dannoso. Perché quando una scadenza passa, non è il sistema che viene sanzionato: è l’imprenditore. Sono lui – già… sono loro – a rischiare interessi di mora, sanzioni amministrative, notifiche, passaggi ad agenzie di recupero.

E allora la “documentazione appositamente realizzata” non è un vezzo: è una garanzia. È la prova che l’adempimento è stato tentato non una, ma molte volte, con serietà e metodo. Sarà conservata, pronta a essere presentata nelle sedi opportune, qualora si volesse pretendere ciò che la tecnologia – o la volontà – ha reso impossibile portare a termine.

Presidente Schifani, Assessore all’Energia e Servizi di pubblica utilità, non serve una rivoluzione digitale per risolvere questa situazione. Basterebbe un gesto concreto di trasparenza: pubblicare un IBAN ufficiale, aggiornato, facilmente reperibile, per chi – per qualsiasi ragione – non riesce a completare il pagamento online.

Non è un favore: è un dovere di chi amministra. Perché il dovere del cittadino presuppone la possibilità di esercitarlo. E se questa possibilità viene negata da un sistema che non funziona – o peggio, funziona troppo bene nel respingere –— allora il rapporto di fiducia si incrina: Non per colpa di chi paga, ma per responsabilità di chi riscuote.

Ad oggi, appunto, 29 dicembre 2025, il sistema non ha cambiato comportamento. L’errore è ancora lì e la prova è sempre la stessa: chiara, ripetibile, inconfutabile, ma soprattutto datata, minuto per minuto.

E chi un giorno, da quegli uffici giudiziari, vorrà finalmente comprendere quanto finora accaduto – sì, semplicemente per verificare – quella opportuna trasparenza (non complicare), saprà bene dove guardare!

Aiuti umanitari o finanziamenti al terrore? Il labirinto dei soldi per Gaza.


L’operazione condotta stamani a Genova, che ha portato all’arresto di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas, non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria, ma uno spartiacque che ci costringe a guardare oltre la superficie, dentro un meccanismo più vasto e inquietante, dove ciò che appare come sostegno umanitario finisce per alimentare la macchina del terrore.

L’indagine ha ricostruito con cura come, dietro le facciate di associazioni benefiche, una parte consistente dei fondi raccolti a nome dei civili di Gaza venisse dirottata verso le casse del gruppo, seguendo flussi di denaro articolati su scala internazionale. È l’immagine di un’organizzazione che non sopravvive per caso, ma grazie a un’architettura finanziaria globale, sapientemente dissimulata dietro la sacralità del soccorso a un popolo in sofferenza, e proprio per questo difficile da smascherare.

Questa realtà obbliga a riconsiderare le dinamiche profonde che tengono in vita il conflitto. Quando sento parlare di disarmo di Hamas, come previsto da alcuni piani di pace, la mia prima reazione non è di speranza, ma di scetticismo, perché mi chiedo: perché mai un gruppo che ha costruito il proprio potere sulla forza militare dovrebbe rinunciarvi di propria iniziativa?

Le sue milizie, nonostante due anni di guerra intensa, rimangono numerose e ben strutturate, e i suoi leader, pur colpiti in più occasioni dai servizi segreti israeliani, continuano a operare, spesso al sicuro fuori da Gaza, protetti da confini e giurisdizioni compiacenti. Per loro, la lotta armata non è uno strumento contingente, ma un diritto inalienabile, un pilastro identitario e strategico inscindibile da un più ampio progetto politico, ovvero la creazione di uno stato palestinese, un obiettivo ancora ostacolato, con tenacia, da molte potenze regionali e internazionali.

È qui che emerge il cuore della questione, non ideologico ma geopolitico. La resilienza di Hamas non si spiega soltanto con la fede o il rancore, ma con una rete fitta di sostegni esterni, dove paesi che si presentano pubblicamente come mediatori di pace hanno storicamente finanziato e ospitato i suoi vertici, vedendo in esso non un nemico da neutralizzare, ma uno strumento per proiettare influenza, destabilizzare avversari, o semplicemente mantenere aperto un fronte utile ai propri equilibri di potere.

Questi attori, mossi da un’opposizione strategica a Israele o dalla necessità di bilanciare le forze nella regione, garantiscono a Hamas una linfa vitale che va ben oltre le donazioni raccolte sotto falsi pretesti umanitari. La lotta armata diventa così un’attività strutturata, sostenuta da capitali, protezione diplomatica e alleanze informali, e ogni tentativo di disarmo si arena in un labirinto di veti incrociati, doppi giochi e obiettivi celati.

Ne deriva un’impasse non casuale, ma calcolata. Da un lato si evocano forze internazionali di stabilizzazione o governi tecnici, ma questi progetti si infrangono sulle reciproche diffidenze e su condizioni che nessuna parte è disposta a soddisfare. Chi dovrebbe garantire la sicurezza rifiuta di collaborare con chi detiene influenza reale sul campo, e chi dovrebbe sostituire le armi con istituzioni credibili è considerato troppo debole o inaffidabile per assumersi il compito.

E nel mezzo, c’è sempre Gaza. Una popolazione usata due volte: prima come copertura emotiva per raccogliere fondi che poi alimentano il terrore, poi come pedina in una partita più grande, dove il suo vero interesse, il suo bisogno di pace, di ricostruzione, di dignità, viene costantemente sacrificato sull’altare di calcoli finanziari e disegni di potere che non le appartengono.

Per questo ritengo che l’operazione di Genova non sia un caso isolato, ma un campanello d’allarme chiaro, un sintomo visibile di come la perpetuazione del conflitto non sia una semplice tragedia, ma una scelta funzionale a molti, mentre il prezzo, sempre lo stesso, continua a essere pagato da pochi.

La cosa più assurda, forse, è che in molti, anche nel nostro governo, hanno avuto il coraggio di celebrare la fine di un conflitto che non è mai finito, visto che proprio in queste ore l’artiglieria israeliana sta bombardando il sud del Libano e gran parte della Striscia di Gaza

Dal Governo: Stop alla mafia in TV”. Ma il rischio è cancellarla dall’agenda reale, non dallo schermo!


Ok… va bene, parliamo di questa idea: far sparire la mafia dai film, dalle serie, dalle storie che girano intorno a noi.

Lo so, lo so bene, non si tratta di cancellarla del tutto, quanto piuttosto di toglierle quel velo di fascino che, per troppi anni, le è stato cucito addosso da una narrazione troppo spettacolare, troppo compiaciuta, quasi ammirata. 

L’intento è condivisibile, anzi necessario: non vogliamo che i nostri ragazzi guardino a quegli uomini come a modelli, non vogliamo che l’oscurità venga scambiata per forza, l’arroganza per coraggio, la violenza per potere. Il punto, però, non è nascondere la realtà, ma raccontarla senza orpelli, senza mitizzarla. 

Perché la mafia non è un’invenzione da sceneggiatura, è un fatto, un tessuto che ha attraversato e ancora attraversa vite, quartieri, intere regioni, e persino le stanze del potere; nasconderla sarebbe non solo inutile, sarebbe ipocrita: una sorta di patto tacito con l’ignoranza, un modo per non guardare in faccia la verità.

Serve invece una rappresentazione più onesta, più cruda, che non risparmi i dettagli scomodi: quegli uomini, nella maggior parte dei casi, non sono eroi, menti raffinate, ma neppure architetti del male, sono spesso individui ignoranti, culturalmente vuoti, cresciuti in contesti senza affetto né regole, dove l’unica lingua parlata è quella del dominio e del sospetto.

Peraltro, la ricchezza accumulata non è libertà, è una gabbia dorata che non possono nemmeno aprire: non viaggiano, non frequentano, non godono, vivono sempre in allerta, con lo sguardo fisso alle spalle, come se il mondo intero fosse una minaccia.

E alla fine, molti di loro finiscono come tutti gli isolati: soli. Rinchiusi in celle di massima sicurezza, abbandonati dagli stessi che un tempo li osannavano, dimenticati persino dai familiari. Non c’è gloria in quella fine. C’è solo il vuoto di una vita spesa a costruire niente, se non paura!

Ma qui sta il nodo più difficile da sciogliere: non basta cambiare il modo in cui si racconta la mafia, se poi non si ha il coraggio di guardare a chi le tiene aperte le porte ogni giorno.

Non parlo dei picciotti, dei piccoli spacciatori, di chi obbedisce e basta, senza chiedere, di chi spara, percuote, minaccia di persona, cioè di chi fa il “lavoro sporco” in prima persona senza chiedere…

No… mi riferisco a di chi indossa un completo, firma delibere, stringe accordi in sale riunioni, di chi evidenzia “mani pulite”, sapendo di avere la coscienza “sporca”. Sono loro il motore nascosto, il collante, il sistema che trasforma un’organizzazione criminale in un apparato quasi istituzionale.

Eppure, mentre si discute se una serie tv, un film, sia troppo morbido o troppo cruento, quella rete continua a tessersi indisturbata, sotto gli occhi di tutti, anzi, spesso proprio grazie allo sguardo distolto di molti o proprio di coloro che propongono l’abolizione di quelle trame romanzate.

Le mafie oggi non sparano più in piazza, non ammazzano i giudici in mezzo alla strada – per fortuna – ma sono più forti che mai, perché hanno imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio dell’economia, della burocrazia, del consenso. 

Sono dentro le gare d’appalto truccate, nei contratti gonfiati, nelle nomine pilotate, nei silenzi compiacenti, nelle assemblee dei consigli comunali. Non c’è bisogno di armi quando hai chi ti fa passare un atto inosservato: la violenza si trasforma in omissione, in complicità, in corruzione.

Le inchieste lo dicono ogni ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, senza clamore, senza titoloni: non si tratta di sparatorie, ma di firme, di bonifici, di verbali falsificati, di relazioni tecniche appositamente taroccate. Eppure dal nostro governo si preferisce dibattere di film e fiction, come se la verità potesse essere cancellata cambiando un copione, mentre la realtà continua a marciare, silenziosa e implacabile.

Allora sì, raccontiamola meglio, la mafia! Ma questa volta non per far bella figura davanti alle telecamere di una Tv utilizzata a modello “propaganda” o per accontentare le sensibilità del momento, sì… raccontiamo perché chi ci governa, chi decide, chi ha potere di scelta, si senta ora chiamato in causa, senza che un pentito o un boss prima di morire da dentro il carcere abbia deciso di parlare…

Perché la vera battaglia non si combatte sul set di una serie, ma nelle aule di tribunale che vanno potenziate, nei controlli che vanno resi più efficaci, nelle scuole dove bisogna insegnare a riconoscere il clientelismo prima ancora che la violenza. E se non si ha il coraggio di guardare lì – dove stanno le mani che stringono, non quelle che sparano – ogni discussione sulle storie inventate resta solo rumore di fondo, un diversivo comodo, quasi colpevole.

Perché quel sistema non vive solo di omertà e intimidazione: vive di consenso, di complicità elettorale, di voti che vengono raccolti proprio grazie a quei legami. E fino a quando non si avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – senza giri di parole, senza eufemismi, senza distrazioni inutili -nessun cambiamento sarà reale! Sì… nessuno.

Riforma del condominio: A volte le denunce presentate servono a migliorare (di molto) questo paese corrotto!


Sì… a volte basta un gesto, una scelta precisa, per far sì che qualcosa inizi a muoversi.

Non parlo di rivoluzioni, né ambisco a drammi o proclami; vorrei semplicemente sottolineare quel minimo coraggio che spinge un cittadino a fare ciò che molti si aspettano e – ahimè – pochi compiono: denunciare con i fatti, non con le parole!

Ho presentato documentazione completa alla Procura nazionale e alla Gdf della mia città, allegati ufficiali, integrazioni puntuali, nessuna illazione, solo prove.

Lo feci non per interesse personale, né per vantaggio diretto, e ancor meno per “salvaguardare il proprio orticello”, ma perché chi riceve un incarico – anche se compiuto in forma gratuita – ha il dovere morale di portarlo avanti con trasparenza, soprattutto quando intorno c’è confusione, opacità, forse illegalità. Peraltro, la sentenza di condanna che ne seguì non fu solo una vittoria giudiziaria, fu la conferma che qualcosa, in quel condominio, non funzionava da tempo.

Eppure, quanti anni ed ostacoli prima di arrivare fin lì. Quante porte chiuse, quanti silenzi imbarazzati, quante risposte evasive che sembravano uscite da un copione già scritto. Mi sono sentito come Don Chisciotte davanti ai mulini a vento, che per raggiungere il suo obiettivo deve attraversare sabbie mobili, superare muri di gomma, e avanzare senza mai sapere se quel che vede è reale o solo illusione. Ogni tentativo di dialogo interpretato come fastidio, ogni richiesta di chiarezza respinta come disturbo all’ordine delle cose.

Ricordo un collega, anni fa, sempre con gli occhi fissi sul monitor delle slot online, che senza voltarsi mi diceva: Nicola… non ora, non vedi che sono impegnato? Ecco, certe volte ho avuto la stessa sensazione: mentre tu cerchi di fare chiarezza, qualcuno altrove sta giocando con luci che girano piene di corone, campane e ciliegie, totalmente indifferente al caos che genera senza nemmeno accorgersene.

Ma fortunatamente non tutti sono così. C’è chi ancora crede nel proprio ruolo, nei valori della toga e della divisa, chi tra mille difficoltà continua a lavorare con senso del dovere, procuratori rigorosi, militari onesti, ma anche dirigenti e funzionari attenti, che pur tra bastoni tra le ruote, non abbassano la guardia. Ed è grazie anche a loro che infatti qualcosa si muove.

Ed allora finalmente ecco giungere quella riforma tanto auspicata, e permettetemi di fare un plauso anche a chi – seduto in quelle poltrone di governo – ha saputo ascoltare e prendere in mano l’argomento di migliaia di condomini e delle loro difficoltà, riportando il problema ai propri colleghi del Parlamento, affinché si realizzasse quella fondamentale – per non dire necessaria – riforma della gestione condominiale.

Il 17 dicembre scorso è stato presentato il progetto di legge “AC 2692”, una riforma attesa da tredici anni, dall’ultima modifica sostanziale della disciplina condominiale. Cambia molto, e non soltanto sulla carta. Pagamenti obbligatoriamente tracciabili, fine del contante, conti correnti condominiali come unico canale per incassi e spese: niente più transazioni nell’ombra. I creditori potranno agire direttamente sul fondo comune, senza dover inseguire singolarmente i morosi, e se le somme non bastano, i condòmini in regola pagheranno in anticipo, conservando però il diritto di rivalsa. Un sistema più efficiente, certo, ma anche più equo, purché accompagnato da controlli veri.

L’amministratore non sarà più chiunque, nemmeno se interno al condominio. Dalla laurea triennale in ambito economico, giuridico, tecnico o scientifico, al percorso formativo obbligatorio, fino all’iscrizione a un registro nazionale tenuto dal Ministero delle Imprese: la professionalità diventa requisito imprescindibile. Niente più improvvisazione. Accanto a lui nasce il revisore contabile condominiale, figura nuova, indipendente, con competenze specifiche e iscrizione a un albo dedicato. Controllo reale, trasparenza finanziaria, prevenzione dell’evasione: non sono slogan, sono strumenti concreti.

Anche il fisco entra in gioco: le spese condominiali ordinarie potranno essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi. Un incentivo chiaro: pagare in tempo conviene. E chi non paga? L’amministratore potrà chiedere il decreto ingiuntivo solo dopo l’approvazione del rendiconto, entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio. Tempi più lunghi, sì, ma più coerenti con una gestione corretta dei bilanci.

Chi esercita senza titolo rischia sanzioni pesanti, multe oltre i cinquemila euro. E in caso di reati gravi, si apre la strada alla confisca dei beni, anche di quelli posseduti dai familiari, se non ne viene dimostrata la legittima provenienza.

Non è punizione, è dissuasione. È il segnale che i tempi cambiano…

COSEDIL Spa: Il problema non sono i 29 giorni per ottenere il permesso di costruire, bensì la media di 800 giorni finora…


Ho letto in questi giorni un articolo su “Il Fatto Quotidiano“, una delle poche testate che ancora leggo, non per fedeltà incondizionata, ma perché almeno tenta di non arrendersi al copione condiviso.

Le altre testate ormai, sono troppo allineate ai voleri degli editori o dei palazzi della politica, e quindi da tempo, le ho lasciate indietro senza alcun rimpianto…

Eppure, stavolta non mi trovo d’accordo, già… con l’impostazione scelta: non tanto per i fatti riportati – chiedo scusa sin da ora all’autore, se ho frainteso – quanto per il sottinteso che accompagna il racconto: come se una pratica conclusa in tempi umani non potesse che nascondere qualcosa di storto o una scorciatoia illegittima dietro la vicenda della COSEDIL Spa.

Il punto per me non è se quella società abbia ottenuto un permesso in 29 giorni – un tempo che, sì, fa sobbalzare chi conosce bene i tempi biblici della burocrazia edilizia italiana – ma piuttosto perché, per ottenere un permesso c’è bisogno di otto mesi, due anni, una vita intera, tra attese, solleciti, correzioni e ahimè silenzi?.

Il vero interrogativo non è dunque chi è stato bravo oppure ha saputo correre più veloce, ma perché tutti gli altri sono costretti a camminare con i piedi nel cemento fresco. Ecco la vera domanda da porsi è: quali ingranaggi si inceppano, dove si annidano le inefficienze, chi ha interesse a lasciarle lì, e soprattutto, cosa potremmo fare, domani, se davvero volessimo svecchiare un sistema che non rallenta lo sviluppo per difetto, ma lo paralizza per scelta.

Condivido, senza riserve, le parole dell’Ing. Gaetano Vecchio, uno dei titolari dell’azienda – e lo dico con la massima trasparenza, visto che qualcuno potrebbe insinuare retroscena personali: non conosco l’ingegnere né di vista, né in cantiere, neppure per lontana fama professionale. In 35 anni di direzione tecnica, trascorsi quasi interamente fuori dalla Sicilia – per scelta, per lavoro, per necessità – non ci siamo mai incrociati. Solo da un anno e mezzo sono tornato qui, in questa terra che amo con tutte le sue contraddizioni, eppure sempre – come dimostrano con i fatti le mie denunce – con gli occhi aperti.

L’articolo in questione, scritto con cura e rigore da un giornalista che stimo e con cui ho avuto modo di confrontarmi più volte, racconta di un intervento edilizio rilevante – oltre 8000 metri quadri – per il quale il permesso è arrivato in meno di un mese. E qui sorge la domanda inevitabile: se i documenti sono stati depositati in perfetta regola – progetti conformi, relazioni tecniche a norma, pagamenti effettuati, pareri acquisiti, vincoli verificati – perché mai dovremmo sospettare di un iter celere? Non è forse il segnale che qualcosa, da qualche parte, funziona?

Mi vien da dire che forse, invece di cercare ombre, dovremmo applaudire l’amministrazione di Acireale, capace di esaminare una pratica complessa con tempestività, chiarezza e competenza, virtù non così rare quanto si fa credere, ma certamente non diffuse come dovrebbero.

Basti guardare alcuni comuni del Nord, quelli che la retorica giornalistica spesso indica come “esemplari”, per scoprire che sì, anche lì certe pratiche vengono chiuse in 25/30 giorni e nessuno alza un sopracciglio, perché lì la velocità non è sospetta, è normale.

Ecco, qui casca l’asino: la retorica del “Sud corrotto, Nord efficiente” è un automatismo pigro, e soprattutto falso. Ho trascorso metà della mia vita tra Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, e posso dirlo con cognizione di causa: il malaffare non ha coordinate geografiche, la burocrazia punitiva non è una specialità regionale, gli interessi incrociati non rispettano confini amministrativi. “Tutto il mondo è paese” non è un modo di dire per rassegnarsi, ma un invito a smettere di demonizzare un luogo solo perché ci fa comodo pensare che altrove sia tutto diverso.

La COSEDIL ha fatto una scelta razionale: investire dove le condizioni lo consentono, e minacciare di spostarsi altrove se quelle condizioni vengono meno. Non è un ricatto, è il mercato, crudo, vero, disarmante. E se questa minaccia costringe un’amministrazione a fare il proprio dovere in tempi umani, forse non dovremmo lamentarci, ma chiederci perché non accada sempre così: perché non si faccia sistema, perché non si trasformi quell’eccezione in regola.

Perché ogni permesso rilasciato in tempi decenti non è un favore a qualcuno, ma un atto di giustizia verso tutti. È un segnale per chi crede ancora nel fare, per chi vorrebbe costruire, assumere, progettare, e invece si sente dire “aspetti”, “vediamo”, “forse”, “non ora”. È un colpo al cuore di chi, come me, ha scelto di girare il mondo pur di non rimanere impantanato nel limbo delle carte bollate – non per sfuggire alla legalità, ma per inseguire la possibilità di lavorare dentro una legalità che non strangola, ma sostiene.

E allora sì, concludo riprendendo le parole dell’ingegner Vecchio – ripeto, non perché le condivido per cortesia, ma perché le sento come fossero mie: “Con tempi più lunghi avremmo spostato altrove l’iniziativa”.

Consentitemi di aggiungere su questo (straziante) punto che se fossimo onesti fino in fondo, dovremmo ammettere che, quando qualcuno se ne va per non attendere l’eternità, non è lui a tradire il territorio: è il territorio che ha già tradito lui.

Lo so bene, non per teoria, ma per esperienza diretta – e dolorosamente familiare. Le mie due figlie, entrambe laureate – una a Milano, l’altra a Perugia – non hanno scelto di restare lontano per vocazione nomade, né per ambizione smisurata. Semplicemente, qui non hanno trovato un sentiero percorribile: non un rifiuto esplicito, ma un’assenza – di opportunità chiare, di procedure trasparenti, di segnali che dicessero: qui puoi costruirti un domani senza dover prima scavarti una trincea nella burocrazia. E così se ne sono andate, non con rancore, ma con quella lucida rassegnazione che nasce quando capisci che il tuo impegno, da solo, non basta.

Non le giudico, anzi le ammiro, e ogni volta che sento parlare di “fuga dei cervelli” come se fosse un fenomeno naturale, inevitabile, quasi geologico – mi vien da chiedere: e se invece fosse solo la conseguenza logica di un sistema che premia chi aspetta in silenzio, e punisce chi prova a camminare?

La confisca c’è, l’indagato pure. Ma chi ha permesso che accadesse? Quando lo strumento della legalità si incaglia nel suo stesso meccanismo.


C’è un’impresa, confiscata da anni, che è riuscita a muoversi come se nulla fosse cambiato.

C’è ora un processo, con richieste di condanne pesanti, e un pubblico ministero che si presenta in persona, segno che la materia non è secondaria, né accidentale.

C’è un nome che non serve citare, perché non è di quello che si tratta: quello che conta è che l’impresa abbia continuato a funzionare dopo la confisca, nonostante la confisca, quasi grazie alla confisca, se è vero che chi la doveva custodire ne è diventato parte attiva.

C’è un amministratore giudiziario oggi indagato per concorso esterno e peculato aggravato, e questo da solo basterebbe a far suonare un campanello: uno solo, ma forte.  

Eppure il punto non è neanche lui, già… il punto è che qualcuno, all’interno del Tribunale – non di Messina, bensì di Catania – avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto leggersi, una decina di anni fa, le segnalazioni che qualcun altro aveva depositato (per non voler aggiungere “protocollato) con cura, anche con timore, ma con la speranza che qualcosa cambiasse.

Non erano voci, non erano sospetti: erano documenti, date, firme, ma soprattutto circostanze concrete, inequivocabili.

Se qualcuno quei documenti li avesse letti e, soprattutto, li avesse presi sul serio, oggi non saremmo qui a sentire un Pm chiedere pene così alte per reati che, di fatto, potevano essere interrotti molto prima.

Chissà se, in questo momento, quel “qualcuno” – di cui si conosce nome e cognome, anche se non serve, in questa sede, scriverli – non stia controllando il telefono più del solito, non stia ripensando a scelte fatte o dovrei dire… non fatte, non stia misurando il rischio che la persona ora sotto processo, decida di parlare, non solo di ciò che ha fatto, ma di ciò che è stato permesso.

Non è fantasia, non è suggestione: è una possibilità che conoscono bene coloro che hanno seguito la vicenda fin dall’inizio, ne conoscono i passaggi, le omissioni, i silenzi che pesano più delle parole.

E forse –  per ora solo forse – c’è chi oggi, pur stando dentro le istituzioni, non sa più come muoversi: ogni passo rischia di incrinare non un singolo errore, ma un intero sistema fatto di sguardi bassi, di fascicoli chiusi in un cassetto, di silenzi scambiati per prudenza e di scelte giustificate come “opportunità”, ma che forse hanno radici più opache.

Chissà se una luce più insistente – quella, per dire, di un’inchiesta condotta con metodo e pazienza, lontana dal clamore ma vicina ai documenti – potrebbe finalmente illuminare quei meandri in cui la legalità si perde non per violenza, ma per omissione.

Non serve chissà quale rivelazione: a volte basta qualcuno disposto a voltare pagina, davvero, e a leggere fino in fondo.

C’è chi ieri ha parlato di estorsione, di violazione della pubblica custodia, di sottrazione di beni sequestrati – tutti reati gravissimi – e lo ha fatto con chiarezza, con rigore.

C’è chi ha confermato che l’impresa, nonostante la confisca, non ha mai smesso di operare sotto certe logiche…

C’è chi ha ascoltato, ieri, le arringhe della difesa, e chi ha notato l’assenza – significativa – di due parti civili che avrebbero dovuto esserci: l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e il Comune. 

E c’è chi, leggendo tutto questo, non prova rabbia, non prova soddisfazione, ma un senso profondo di stanchezza morale: perché non è la prima volta, non sarà l’ultima… e ogni volta si ripete lo stesso schema. La denuncia arriva, qualcuno la riceve, nessuno la legge fino in fondo, oppure preferisce insabbiarla nell’ultimo cassetto.

Finché non è troppo tardi, fintanto che improvvisamente non diventa notizia, dopo che arriva un’inchiesta giudiziaria, un processo, sì… per ricordare ciò che un semplice atto di attenzione avrebbe potuto evitare.

Ma forse – mi viene ora da chiedere – andava bene così?

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Seconda parte)


Ciò che da circa trent’anni si sta compiendo in questo nostro Paese è chiaro e ahimè terribile: si sta selezionando una classe di peggiori, perché la disonestà diventa strategia vincente!

Questo processo – evidente a tutti – ha di fatto degradato in modo visibile la qualità della vita, dei servizi, della democrazia stessa, normalizzando l’illegalità, sì… fino a farla apparire giustificabile.

È quasi diventata una componente strutturale del nostro vivere, ma non solo: questa normalizzazione è come un veleno che genera rassegnazione, che fa credere che le mafie, la corruzione, l’illegalità diffusa siano qualcosa d’invincibile, e ciò serve esclusivamente affinché essi possano prosperare proprio grazie a questo clima di indifferenza e disincanto, nella complicità silenziosa di chi pensa solo al proprio minuscolo orticello, lo stesso che frutta indegno vantaggio.

Come dicevo nella prima parte di questo post, la mia terra è quarta in questa classifica, ma in fondo è solo un dettaglio in un malessere che è nazionale, che dal Sud arriva al Centro e al Nord, con nomi e modalità forse diverse, ma con la stessa, identica sostanza: l’interesse privato che divora il pubblico, il bene comune che si riduce a merce di scambio.

Non è un’anomalia, ci viene detto con forza. È un sistema che si adatta, si evolve, usa tecniche sofisticate o si nasconde dietro leggi fatte su misura, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache. La questione, comprenderete, va ben oltre la singola mazzetta, il singolo concorso truccato.

Sono all’opera meccanismi che consolidano un potere irresponsabile, che catturano lo Stato per trasformarlo in una risorsa per pochi. Invocare pene più severe non basta (d’altronde, basti osservare le riforme ridicole che compiono sulla giustizia, per comprendere come nessuno abbia realmente interesse a contrastare questa condizione…), serve un patto diverso, un cambio radicale di mentalità, sia da parte dei cittadini, ma soprattutto nelle istituzioni (solitamente i primi ad aver beneficiato, da generazioni, di questo stato di fatto)!

Serve smetterla di pensare che così vadano le cose e che non vi sia altra possibilità che adeguarsi o lamentarsi a bassa voce, sì… sapendo di poter anche voi, un giorno, essere nella posizione di chiedere quel favore, quella raccomandazione che vi sembra l’unica via per sopravvivere o per farcela!

Le caste, le consorterie, le associazioni a delinquere, i gruppi di potere non sono un destino ineluttabile. Sì… sono il frutto di scelte, di omissioni, di connivenze, scelte che qui, nella mia Sicilia, ma non solo, sembrano essere state fatte così tante volte da aver creato una strada maestra, percorsa ormai senza più vergogna.

E allora, mentre leggo di summit per le nomine, di giro di telefonate, di affari che vanno dalla sanità alla cultura, il mio dubbio (ma ormai da troppo tempo dubbi non ne ho…) si trasforma in una domanda scomoda, anche ahimè per molti miei amici, conoscenti, molti di questi miei conterranei: quando smetterete di essere ancora complici, anche solo per inerzia, di tutto questo?

Già… quando decideremo che il bene di tutti, il servizio che funziona, la promozione meritata, valgono più della bustarella, della raccomandazione, del favore ottenuto per sé o per i propri cari?

Sì… so bene che la risposta, purtroppo, non la trovo in nessuna classifica.

Ed allora, se qualcosa non vi quadra, in un cantiere, in un bando, in un condominio: segnalatelo! Come ripeto da sempre: non serve essere eroi, basta non voltarsi dall’altra parte.

A proposito di “COSEDIL S.p.A.”: quando un mio commento, elogio alla legalità, trova una sua tragica attualizzazione.


Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.

Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.

Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.

Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.

Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.

Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!

Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Prima parte)


La notizia arriva, un’altra volta, e non si fa nemmeno fatica a leggerla, ormai. È diventata una sorta di bollettino meteorologico che annuncia pioggia in continuazione, già… come un inverno che non vuol finir mai. 

Si parla ovunque di mazzette, bustarelle, un sistema che si fa sempre più intricato e sfacciato, e la mia terra, ancora una volta, si piazza bene in questa squallida classifica, quarta per numero di indagati. Mi chiedo, ogni volta che scorgo questi dati, cosa si nasconda veramente dietro le cifre, dietro le analisi minuziose che pure vengono compilate con cura quasi scientifica.

Mi domando se, in tutto il Paese e in particolare qui da noi (in modo così plateale), si pensi ormai esclusivamente a quel gioco perverso: prendere, farsi corrompere, aggrapparsi a qualsiasi collegamento pur di beneficiare, personalmente (o per i propri cari), di promozioni, raccomandazioni, vantaggi. Vantaggi che non sono guadagni legittimi, ma moneta falsa coniata nel retrobottega del potere, dove il valore di scambio è la dignità, spesa a credito e mai restituita.

Si snodano le storie, una dopo l’altra, e sembrano copiare sempre lo stesso copione, cambiando solo i nomi e le location. Attestazioni di residenza false, certificati di morte fasulli, appalti nella sanità o per i rifiuti che vanno al migliore offerente, non in termini di qualità, ma in termini di tangente. Licenze edilizie che spuntano come funghi dopo una pioggia di denaro, concorsi universitari truccati, voti di scambio, opere pubbliche che profumano di clan.

Parliamo di un un catalogo così esteso e variegato da far perdere il senso, da far sembrare quasi normale che ogni servizio, ogni possibilità, ogni atto pubblico abbia un prezzo segreto, una tariffa non ufficiale da saldare in un sotterraneo mercato delle influenze.

E Palermo, insieme alla mia Catania, non fanno eccezione. Anzi, sembra quasi di essere in un teatro per soli privilegiati, con i loro metodi di regime, con quelle liste di raccomandati, con quel cinico prendiamo questa, “è bona” che suona come una condanna a vita, non solo per chi la pronuncia, ma per chi la ascolta e non obietta, perché ormai ci si è abituati a considerare la corruzione una tassa di ingresso, il biglietto obbligatorio per accedere a qualsiasi diritto.

I numeri sono impietosi: quasi cento inchieste, un migliaio di persone coinvolte tra amministratori, politici, imprenditori, professionisti e mafiosi, in una commistione che ormai definisce un unico, fosco panorama. 

Emerge il ritratto di una corruzione che non è più incidente di percorso, ma sistema solidamente regolato, con le sue gerarchie e i suoi garanti che possono essere l’alto dirigente, il faccendiere, il boss mafioso o il politico d’affari. Tra questi, più della metà dei politici indagati sono sindaci, figure che dovrebbero curare il bene della comunità e che invece, stando alle accuse, ne gestiscono le risorse come un bottino privato.

E allora il mio dubbio si fa ancora più amaro: è possibile che questa sia diventata l’unica concezione del potere? Un potere che non serve, ma che si serve, in modo spudorato e totale

Il silenzio che fa affari…


È sera e il sole sta scendendo lentamente – sono costretto a una deviazione fastidiosa, sì: lavori in corso sull’autostrada, anticipati poco prima da un ragazzo al distributore, e ora, da lontano, osservo le macchine che stendono l’asfalto, i fari accesi nonostante il crepuscolo non sia ancora buio – e già la mente corre in avanti, a ciò che accadrà tra qualche ora o al massimo domani: le strisce di vernice fresca, i cartelli piantati in tutta fretta, le indicazioni stradali ancora coperte da un telo trasparente – quante volte abbiamo visto quella scena, identica, ripetuta con una precisione quasi teatrale, come se fosse parte di un copione ben collaudato.

E così mentre la macchina procede purtroppo a passo d’uomo a causa della confusione venutasi a creare, ripenso a tutti quei cantieri aperti, chiusi, riaperti, mai davvero conclusi – come se il cantiere non fosse il luogo dove si costruisce qualcosa, ma piuttosto uno spazio sospeso, un palcoscenico mobile in cui il lavoro vero è secondario rispetto alla circolazione di altro: denaro, favori, silenzi. 

Eppure nessuno protesta, nessuno chiede, a partire da chi, per incarico istituzionale, dovrebbe farlo per primo – e non lo fa per ignoranza, ma perché sa che porre certe domande, ad alta voce, significherebbe accendere una luce troppo forte in un luogo dove tutti hanno imparato a muoversi al buio e quella luce, invece di illuminare, rischia di bruciare chi la tiene accesa.

Del resto, se così non fosse, non avremmo di continuo quelle inchieste giudiziarie ormai familiari, quelle che parlano chiaro pur usando un linguaggio cauto, quasi smorzato, come se ogni parola dovesse essere pesata non per la sua verità, ma per le conseguenze che potrebbe scatenare – e così, nei documenti, i nomi dei protagonisti veri restano assenti, sostituiti da sigle, ruoli generici, frasi passive – l’appalto è stato aggiudicato, la variante è stata approvata, come se nessuno avesse deciso, nessuno avesse firmato, nessuno avesse guidato la mano di chi ha scritto. 

Eppure c’è sempre stato qualcuno, in piedi dietro la scrivania, che ha organizzato, indirizzato, protetto e ora, messo sotto torchio, si ritrae, si fa piccolo, parla poco, non detta più regole con la stessa sicurezza di un tempo, anzi si comporta come se fosse lui la vittima di un equivoco.

Resta in penombra, certo, in attesa che la tempesta passi, convinto, forse non a torto, che passerà davvero, e che alla fine tornerà tutto come prima, perché intorno a lui c’è un sistema che non si limita a proteggerlo: lo alimenta, lo rigenera, lo rende necessario. 

I suoi amici – o meglio, i suoi alleati – faranno di tutto pur di non restare impigliati a loro volta: firmeranno pareri, produrranno certificazioni, condivideranno versioni alternative dei fatti, perché la priorità non è la trasparenza, ma la sopravvivenza del meccanismo, e quella struttura ha bisogno di opacità, di silenzi compiacenti, di opportunità che si ripetono con la regolarità di un orologio difettoso ma affidabile.

Mi torna spesso in mente una frase, pronunciata da chi conosce quei meccanismi dall’interno: non è più la corruzione che urla, è quella che sussurra – quella educata, discreta, quasi istituzionalizzata, che avanza con le scarpe pulite e il lessico impeccabile di chi sa usare le procedure come schermo – tecnicismi al posto di scelte, pareri al posto di responsabilità, carte in regola al posto di sostanza.

È una corruzione silenziosa, che non ha più bisogno di bustarelle: le ha rese superflue, sostituendole con tempi che si dilatano oltre ogni plausibilità, con varianti in corso d’opera che nascono non per necessità tecnica, ma per convenienza amministrativa, con gare formalmente regolari in cui, però, nessuno sembra voler gareggiare davvero – come se il risultato fosse già scritto altrove. È una corruzione che si mimetizza tra le pieghe della legalità: ditte che vanno a vincere appalti in regioni dove non hanno sede, non hanno nemmeno una baracca, figuriamoci un addetto, eppure si aggiudicano opere milionarie, per poi affidarle a terzi, spesso piccole imprese locali, pagandole un terzo di quanto incassano loro stesse dal committente pubblico. Il risultato? Un meccanismo virtuoso solo per chi lo pilota: più costi, meno trasparenza, zero controllo e un po’ di mazzette che girano di mano in mano. 

Eppure qualcuno osserva, sì… qualcuno incrocia quei dati, anche se non presenta denunce, non per rassegnazione, ma per lucida consapevolezza: sa da tempo come un esposto formale, in certi contesti, non è un atto di giustizia, ma un invito a essere neutralizzato. Allora sceglie un’altra strada: verifica chi ha vinto, chi ha perso, chi compare sempre nelle stesse gare, chi firma le relazioni tecniche, chi approva le varianti, chi sta in silenzio quando qualcosa non torna ed usa quegli strumenti per farli emergere attraverso i media, i social e soprattutto quei programmi televisivi che hanno fatto la storia di questo Paese, sì… nell’ambito del giornalismo investigativo.  

Non serve gridare nomi, non solo perché sarebbe inutile, ma perché il problema non sono gli individui, sono i meccanismi che li proteggono, li riproducono, li rendono intercambiabili. Basta guardare la “White list” delle imprese ammesse, redatta da chi avrebbe dovuto vigilare e invece ha delegato ogni verifica a una firma in calce: senza chiedersi chi c’è realmente dietro quelle società, quali legami, quali precedenti, quali silenzi comprati in anticipo. Sì… certo, i documenti sono in regola, ma la regolarità formale è spesso la maschera più efficace dell’illegalità sostanziale!

Allora questa terra continua a scivolare, non con un crollo improvviso, ma con una serie infinita di piccole cessioni: un silenzio qui, un compromesso là, un occhio chiuso oggi nella speranza di un favore domani. E qualcuno, incredibilmente, chiama tutto questo buonsenso, realismo, quieto vivere, come se il quieto vivere fosse il diritto di non vedere, di non sapere, di non dover scegliere.

Non vedo, non sento, non parlo e così, dopo anni di osservazione, di domande senza risposta, di segnalazioni cadute nel vuoto, mi chiedo, senza retorica e ancor meno enfasi: verrà mai qualcuno che deciderà, semplicemente, di non voltarsi dall’altra parte?

Non credo proprio…