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Due che litigano, “milioni” che guardano: e se lo scontro Trump-Papa fosse soltanto un copione?


Allora, proviamo a mettere un po’ d’ordine in questa storia, perché quello che è successo tra Donald Trump e Papa Leone XIV, ha secondo me dell’incredibile. 

Non parlo solo della durezza degli attacchi, che già di per se basterebbe a far riflettere, no… parlo di qualcosa di più sotterraneo, di quel brusio che senti quando le cose non quadrano del tutto.

Da una parte abbiamo il presidente americano, l’uomo della forza senz’appello, della politica vista come pugilato e delle minacce rivolte a tutti, sì… non solo all’Iran ma anche ai propri alleati, dall’altra un papa (anch’egli americano) come non se n’erano mai visti, Robert Francis Prevost, che si alza e dice “no, così non va” con una nettezza che persino i più fedeli osservatori del Vaticano hanno trovato inusuale.

Perché questa in fondo non è solo una lite diplomatica, è uno scontro tra due modi di intendere il potere, tra chi usa la religione per benedire le proprie battaglie e chi la usa invece per porre dei limiti, magari scomodi.

Fin qui, nulla di strano. Due visioni del mondo, due leadership, due modi di stare al mondo. Eppure, più ci penso, più mi viene il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non si comprende bene. Forse è solo la mia abitudine a osservare tra le pieghe, ma mi sono chiesto: è davvero possibile che un presidente navigato come Trump, che ha sempre avuto un fiuto impressionante per il consenso popolare, abbia deciso ora di attaccare frontalmente un papa che, tra l’altro, parla la sua stessa lingua, è nato nello stesso paese, e rappresenta due miliardi di fedeli cattolici? E dall’altra parte, un papa che sceglie proprio questo momento per indurire i toni e per rispondere colpo su colpo, lui che finora era stato piuttosto misurato?

No, credetemi…. è ovvio che c’è qualcosa che non torna!

Per meglio capire come si sia giunti a questo punto, provo allora a fare un passo indietro. Le tensioni c’erano già prima; già nel maggio del 2025, quando Prevost fu eletto, circolavano voci e qualche strano account social che sembrava anticipare le sue posizioni antimilitariste e critiche verso le deportazioni di massa. E poi c’è stata la questione dell’Ucraina, quella del Venezuela, della Groenlandia, dell’Iran, di Cuba, ed anche la polemica sul Board of Peace voluto da Trump che il Vaticano ha saputo gentilmente scansare…

Il contrasto di fondo è chiaro: da una parte la realpolitik della potenza, dall’altra il Vangelo inteso come limite morale. Ma il salto si è visto nell’aprile 2026, quando gli animi si sono scaldati fino a farli bollire, è stato qualcosa di più. Trump che definisce il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” e il Papa che risponde: non ho paura di quest’amministrazione. A cui poi si è aggiunta sul web quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, Trump in pose cristologiche, poi cancellata, ma che nel frattempo aveva già fatto il giro del mondo. “Blasfemia”, hanno gridato molti. E forse lo era…

Ma è proprio lì che mi si accende una lampadina. Perché quel gesto, quello della foto blasfema, è talmente sopra le righe che viene da pensare che non sia stato un caso. Già… e se invece tutto questo fosse stato predisposto? Se il conflitto fosse stato, in qualche misura, orchestrato?

Magari non nei dettagli, ma nei suoi tempi e nella sua intensità. Pensate a cosa significherebbe tutto ciò… Da un lato, Trump potrebbe presentarsi ai suoi elettori come il leader che non si piega neppure al Papa, che difende l’America anche contro l’autorità morale più alta del mondo cristiano. Un martirio laico, in qualche modo. Dall’altro lato, e qui viene la parte più interessante, Papa Leone XIV ne uscirebbe con un’immagine completamente rinnovata…

Seguitemi su questo punto, perché mi sembra cruciale. Fino a ieri, chi era questo papa? Un americano, sconosciuto, neppure inserito in quella cerchia tra i cosiddetti “papabili”, un profilo basso, quasi timido, uno che – da quando è stato eletto – ha visto gran parte dei fedeli cattolici distanti da egli, quasi non l’avessero davvero abbracciato.

Dopo lo scontro con Trump, invece, eccolo lì: il papa che ha saputo dire di no al presidente più potente del mondo, che non ha piegato la dottrina alle convenienze della politica, che si è messo in gioco in prima persona. Non è esattamente la stessa dinamica che abbiamo visto con Francesco e con le sue battaglie? Solo che qui il papa è americano, e forse aveva bisogno di un gesto plateale per mostrare che non sarebbe stato il cappellano della Casa Bianca. E quale occasione migliore di una provocazione in piena regola?

Certo di quanto dico non ho prove, ma non mi servono, perché so che che nei conflitti troppo rumorosi e netti, sì…  “perfetti” nello schierare le parti, ho imparato a cercare il disegno che si cela dietro lo sfondo. Sarà che la mia natura a differenza della maggior parte vede nero dove forse c’è solo caos, eppure, se ci penso bene, anche il caos a volte serve e in questo caso è servito a ridefinire i ruoli: Trump come il combattente senza freni, il Papa come il pastore che non ha paura di abbaiare contro il lupo. La verità: a entrambi, in fondo, questa rissa ha fatto comodo!

E ora aggiungo una riflessione che mi frulla in testa: è stato tutto predisposto per dare al Papa un’immagine diversa, più consona alla figura che rappresenta, oppure è l’esatto contrario – e cioè se fosse Trump ad aver bisogno di un nemico “importante” per legittimare la sua crociata?

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, che forse potrebbe interessarvi. Potrebbe darsi che nessuno dei due abbia orchestrato nulla, ma che entrambi abbiano intuito, quasi simultaneamente, che quello scontro era inevitabile e che, già che c’erano, conveniva a tutti e due giocarlo fino in fondo.

Non parlo quindi di un complotto, ma di una coreografia quasi istintiva, ciò che succede tra due lottatori che sanno che il pubblico vuole vedere il “sangue” ed allora i contendenti si guardano un attimo prima di colpirsi per mettersi d’accordo: “Ci stai? Sì, ci sto”. Perché alla fine, sia Trump che Papa Leone XIV sanno una cosa semplice: i fedeli, gli elettori, la gente, non si accontenta più delle mezze misure. Vuole eroi e cattivi, vuole passione, vuole sentirsi parte di una battaglia. E loro, volenti o nolenti, gliela hanno data!

Resta il fatto che i cattolici americani sono ora divisi più che mai. E forse è proprio questo il costo di una messinscena riuscita. Intanto, guarda un po’, spuntano già i cosiddetti ‘ambasciatori’ che provano a mediare. Come se qualcuno, dietro le quinte, avesse già previsto la necessità di un armistizio. Peccato che né un presidente né un pontefice, per quanta abilità ci mettano, possano ricucire con un colpo di spugna ciò che hanno contribuito a lacerare. A meno che… la prossima mossa fosse già scritta. E io intanto continuerò a osservare.

Ma voi — ditemi — vi siete fatti un’idea diversa? Cosa ne pensate finora di quanto accaduto? Io, nel frattempo, continuerò a osservare e a leggere, ma non quello che propongono i faziosi media: voglio capire cosa non torna.

Fate lo stesso, e chissà: con le vostre intuizioni, potrei realizzare un post da far conoscere a tutti i miei lettori.

Quando il silenzio diventa radice…


Ho ricevuto una risposta al mio post di aprile – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-fumie-dellateo-e-se-cristo-avesse.html – che mi ha fatto riflettere, già… non perché fossi d’accordo su tutto (e forse è proprio questo il punto…), ma perché veniva da un luogo diverso dal mio, e parlava un’altra lingua. 

La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì… me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.

Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.

Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare. 

E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.

Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.

Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.

Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda? 

La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.

Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere. 

Ecco cosa voglio scriverle.

Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?

Leone XIV – Trump: la riforma finanziaria vaticana tra etica e geopolitica!


C’è un paradosso ricorrente nelle riforme istituzionali: ogni passo verso l’ordine interno viene immediatamente letto come una mossa tattica in una partita più ampia.

È quanto sta accadendo con la “Coniuncta cura”, il ‘Motu Proprio’ dell’ottobre 2025 con cui Papa Leone XIV ha di fatto superato il monopolio dello IOR nella gestione degli investimenti vaticani. 

Per anni, quell’ente ha amministrato in via pressoché esclusiva il patrimonio mobiliare della Santa Sede, forte di un rescritto del 2022 voluto da Francesco. 

Oggi la struttura cambia: si passa a un modello di responsabilità condivisa, con un ruolo rafforzato dell’APSA e, soprattutto, la possibilità concreta di affidare parte delle risorse a intermediari finanziari esterni, con sedi in piazze come Zurigo, Londra o New York.

Le ragioni dichiarate sono tecniche, ma portano con sé un’ambizione che non lascia indifferenti. Si insiste su efficienza e trasparenza, ma anche su un orientamento etico più rigoroso, spesso riassunto nell’idea di una “finanza di pace”. Mi sembra utile osservare come l’intento non sia lasciare che i cinque miliardi di euro della Curia vengano gestiti secondo logiche puramente speculative, ma orientarli verso criteri più selettivi. Aprendo a soggetti terzi, il Vaticano sembra voler privilegiare quegli istituti che rifiutano di finanziare settori come gli armamenti o i combustibili fossili. È un passaggio che richiama certamente le linee guida già tracciate dal precedente pontificato, ma che ora assume una forma operativa precisa.

Eppure, è proprio quando si cerca di tenere separata la sfera tecnica da quella politica che il quadro si fa più intricato. Da oltreoceano circola una ricostruzione diversa, alimentata da indiscrezioni non verificate ma ampiamente riprese dal web: quella di un Papa che sposterebbe ingenti capitali dal sistema finanziario americano verso altre giurisdizioni, innescando di conseguenza le reazioni di Washington.

La riforma di ottobre 2025 autorizza effettivamente il ricorso a intermediari esteri quando risulti più conveniente, ma il testo si riferisce alla gestione ordinaria del patrimonio, non a manovre strategiche di disinvestimento. Dobbiamo però riconoscere che il contesto è sensibile: già a maggio dello scorso anno, Steve Bannon (ex banchiere d’investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News) aveva contestato l’elezione di Leone XIV, attribuendola alla necessità di compensare il calo delle donazioni statunitensi. In un clima del genere, è comprensibile che ogni scelta amministrativa venga filtrata ora attraverso la lente del confronto geopolitico.

La fotografia che ne emerge è quindi meno drammatica di quanto suggeriscano le ricostruzioni più accese. Da una parte c’è una Chiesa che prova a modernizzare la propria gestione patrimoniale, rendendola più trasparente e sostenibile. Dall’altra, un sistema mediatico e politico abituato a leggere ogni movimento finanziario come un segnale di allineamento o di rottura. 

La verità operativa è probabilmente più sobria: la Santa Sede deve far fronte a squilibri di bilancio concreti, in particolare nei fondi pensionistici del personale, e la diversificazione degli intermediari risponde a esigenze di stabilità più che a calcoli di natura politica

In un’epoca però in cui i mercati e la diplomazia si sovrappongono continuamente, anche una decisione di ordinaria amministrazione finanziaria finisce per assumere un peso simbolico che spesso eccede le sue reali intenzioni.

Eppure, devo ammettere che un dubbio mi rimane. Per quanto la razionalità ci spinga a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è solo sussurrato, non posso fare a meno di chiedermi: perché mai il Vaticano avrebbe dovuto riformare proprio ora la gestione dello IOR, se non ci fosse stata anche una spinta esterna? Perché aprire a intermediari di New York e Londra in un momento in cui i rapporti con l’amministrazione Trump sono già tesi su tanti altri fronti? 

Forse è solo una coincidenza, e le coincidenze esistono. Forse, invece, in quel braccio di ferro che ho cercato di fotografare, i muscoli si stanno davvero contraendo. Non lo sapremo mai con certezza, almeno non subito. Ma la prossima volta che sentiremo parlare di un trasferimento di fondi tra banche centrali, o di una dichiarazione improvvisa del Presidente degli Stati Uniti contro il Papa, forse varrebbe la pena di ricordarci di questo piccolo “Motu Proprio” dell’ottobre 2025. 

Perché a volte, le guerre più grandi iniziano con un semplice spostamento di denaro da un conto all’altro.

“Artemis” e l’uomo che non scese mai sulla Luna!


Buongiorno, 

osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.

Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick. 

L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca. 

Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia. 

I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?

E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura. 

Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna

Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.

E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare. 

Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci? 

Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.

C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita. 

E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer? 

Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo. 

E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.

Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!

Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…

Come ha detto il poeta tedesco Rilke: “Non puoi giudicare una persona dall’ultima conversazione che ci hai fatto… devi valutare l’intero rapporto che hai avuto con lui”.


C’è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il “verdetto” su qualcuno basandoci soltanto sull’ultimo scambio di battute. 

Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì… siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima. 

Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la “mano della sentenza” e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all’ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l’ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama. 

Eppure – stranamente – lo facciamo continuamente, convinti che l’essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.

Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente. 

È come se il silenzio dell’attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì… come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un’opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta. 

Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel “non so” che invece potrebbe essere l’inizio più autentico di ogni comprensione profondo.

Ed è qui che scatta quella che io definisco la “commedia umana“, cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già… ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.

Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano. 

Perché c’è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all’altro e all’opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l’unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.

Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell’insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito. 

È una lezione che – ahimè – impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.

La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po’ più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all’altro e all’opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.

Già… significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.

Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri…

La busta della “Madonna di Fatima”.


Non temete… non sono stato folgorato sulla via di Damasco e neppure ho visto un roveto ardente che bruciava senza consumarsi…

Quello che è successo è molto più imbarazzante, si perché accaduto a me, proprio a me, io che da sempre considero ogni apparizione mariana, con lo stesso scetticismo con cui ispeziono un qualsivoglia contratto d’appalto…

Eppure, guardando la foto di quei tre veggenti di Lourdes, qualcuno di voi avrà pensato: Ah, Nicola finalmente hai ceduto, ti sei convertito. Già… dopo anni di ragione spietata trascorsa attraverso una vita dissacrata condotta nella svalutazione dei valori sacri, con un’esistenza priva di senso spirituale e tradizionale, eccoti ora qua, inginocchiato, forse dinnanzi al “terzo segreto di Fatima”, che come per Lucia – incredibilmente – ti è stato rivelato?

Be’… mi dispiace ma non è andata così.

Sì… “Fatima“, quel terzo segreto, la solita storia soprannaturale che sembra uscita dal classico libretto di devozione, ed ora sono certo ti starai chiedendo il perché di questo post, già tu che conosci la mia diffidenza, il mio scetticismo radicato, il mio modo di affrontare il mondo con la lente spietata della ragione, sì… forse ti chiederai perché, oggi, ho scelto di parlare proprio su questo argomento…

Una domanda legittima, anch’io me la sono posta, a lungo, prima di scrivere. Forse perché certe esperienze, per quanto le si voglia seppellire sotto strati di razionalità, continuano a bussare alla porta della memoria, chiedendo di essere raccontate. Non per convincere, ma semplicemente per essere consegnate, sì… come si fa con un fatto strano accaduto in un giorno qualunque.

La premessa, credo, sia necessaria. Non sono un credente, non lo sono mai stato, nonostante un’educazione immersa nei salesiani, tra i profumi tenui dell’incenso e le ritualità silenziose di una famiglia cattolica, se pur poco professante. Anzi, è stato proprio il percorso dello studio, l’approfondimento a quei temi, che mi hanno condotto, con il passar degli anni, a star lontano da ogni ormeggio confessionale.

Nell’osservare le architetture dottrinarie, quelle narrazioni millenarie, i meccanismi di potere spirituale, ho compreso che dovevo prenderne le distanze. Ho trovato più verità in un uomo di nome Gesù, nei suoi insegnamenti di fratellanza – riportati nei vangeli (apocrifi) rimossi – che non in tutte quelle successive costruzioni teologiche e in quei suoi presunti (per non dire “falsi”) portavoce in terra. Sono diventato un agnostico convinto, forse persino un ateo praticante, che considera il sovrannaturale come il prodotto più sofisticato dell’umana necessità di dare un volto al mistero.

Eppure, in un momento di assoluta certezza razionale, è accaduto qualcosa. Un piccolo, insignificante evento che ha scalfito – solo per un attimo – la mia corazza di ferro. Eccovi il racconto…

Era un giorno come tanti, “seduto” nel luogo che preferisco maggiormente per pensare ed anche per leggere, circondato da libri e riviste dimenticate. Tra questi, spuntava fuori un volume che non ricordavo di aver acquistato: “Fatima: il segreto della settima apparizione”, di Giacobbe Elia, edito da Pagine dell’Arco. Centoventisei pagine, rilegatura semplice, niente di appariscente… 

Eppure, sulla copertina, il volto serafico della Statua della Madonna di Fatima e l’eterno mistero del terzo segreto o forse, stavolta, di un altro ancora. Lessi con il sorriso sarcastico di chi sa già come va a finire. La solita storiella. I pastorelli, le apparizioni, i segreti custoditi in Vaticano. Finito di leggere, un moto di scherno, quasi una sfida infantile, mi spinse a rivolgere un pensiero verso quell’entità. Sì, proprio a Lei, come se fosse lì, un’ospite silenziosa in quel mio momento di intimità.

Le dissi, mentalmente, con chiarezza brutale: sai bene che non credo in te. Non credo in tuo figlio divinizzato, viceversa credo in un uomo che parlava d’amore. Ho letto di questo segreto che tenete nascosto, tu e la tua chiesa. Ma prima di ogni altra cosa, vorrei dirti – se esisti davvero – sì… se sei qualcosa di più di un’invenzione: dimostramelo, dammi un segno!

Ah… premetto, non voglio visioni, sogni, interpretazioni idealizzat,, ancor meno voglio sentimenti confusi o immagini astratte tra le nuvole. Voglio qualcosa di concreto, sì… di terreno, di innegabile, voglio ad esempio che tu ti presenti, con nome e cognome e voglio che sia tu, solo tu: la Madonna di Fatima. Niente altre simili (Lourdes, Medjugorje oppure quella nera di Tindari), quindi… nessuna apparizione, niente equivoci. Ah… dimenticavo, hai anche un limite di tempo: oggi, il tutto, entro e non oltre le dodici. Nicola mi hai chiamato ed eccomi qui… sì, devi dirmi così. Sarà la tua firma e poi ti chiedo di mandarmi qualcosa di tuo da poter conservare.

Detto fatto, lasciai andare il pensiero come si lancia un sasso in uno stagno, senza aspettare nemmeno un’increspatura. La giornata proseguiva. Mia nipote festeggiava il suo compleanno e dovevo tra l’altro raggiungere i miei genitori. Presi l’auto con la mia famiglia, la mente già altrove, sulla torta, sugli auguri, sulla normalità rassicurante di una festa. Sotto casa dei miei, trovai mia madre che ci aspettava. 

Accostai l’auto dal suo lato, ma prima ancora di un saluto, tende una piccola pila di posta. È un’abitudine: alcune mie comunicazioni ufficiali, pagamenti, etc. arrivano ancora lì… Cercai di rimandare, ma lei insistette, così mia moglie le prese per me. Parcheggiai e, nell’attesa, quasi per distrazione, cominciai a sfogliare le buste. Bollette, pubblicità, l’ordinario fruscio della vita…

Poi, tra quelle buste, ne vidi una bianca, semplice. Sulla facciata, stampato in caratteri puliti, c’erano tre parole: Madonna di Fatima. Il mondo per un secondo si fermò. Un brivido freddo, non di paura, ma di puro stupore meccanico, mi percorse la schiena. Guardai l’orologio. I numeri del quadrante elettronico  segnavano le undici e cinquantanove. Rimasi immobile, in silenzio. Aprii la busta con gesto lento, all’interno, un foglio. Le prime righe erano: “Nicola, mi hai chiamato ed eccomi qui…”, sotto, una fotografia in formato A4 della Madonna di Fatima, e nel testo, un messaggio di protezione e la consegna di un rosario al suo interno. Il resto delle parole si perse in un ronzio sordo…

In quel momento, non sentii voce alcuna. Non ebbi visioni. Non provai una conversione improvvisa, provai solo lo smarrimento totale di chi, dopo aver costruito con pazienza un muro di logica, si vede consegnare attraverso una fessura un foglio con una scritta che non dovrebbe esistere.

Ho pensato: è uno di quei casi inspiegabili? Uno scherzo del destino? Una coincidenza così perfetta da sembrare un insulto all’intelligenza? Non lo so. So solo che per un istante, il mio mondo fortemente razionale ha vacillato. Non ha ceduto, ma si è incrinato. Sì… ha ammesso la possibilità, remota e folle, del miracolo quotidiano e insignificante. E in quello strappo, in quello scarto tra ciò che so e ciò che ho vissuto, si è aperta una storia.

Ma questa, è solo la prima parte, il resto, se vorrai, verrà un’altra volta. Per ora, mi fermo qui – non sono certo di poter continuare a raccontare il resto, quanto accaduto alcuni mesi dopo – la nostra Chiesa, sicuramente, preferirebbe non sentire quelle parole, ed allora… riporto soltanto questo strano ricordo tra le mani e il sapore di un mistero che, forse, non chiede di essere risolto, ma solo di essere ascoltato…

Siamo certi che Pietro Taricone morì “per una manovra troppo rischiosa” oppure vi era qualcos’altro?


C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.

In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada. 

Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì. 

Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico. 

Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!

Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?

Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica. 

D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso. 

Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.

Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose. 

Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.

La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.

La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?

Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti. 

Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!

Dal dubbio alla conferma: l’Iron Beam e l’ombra sull’incidente di Raisi.


Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.

Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza. 

Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.

Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.

È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.

Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi? 

Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.

I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.

Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.

La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro. 

E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa

Sì… fa caldo, ma la verità sembra restare nell’ombra!

Non so che dire… la vicenda delle temperature in Sicilia continua a rivelarsi un groviglio inestricabile di dubbi e opacità, e più leggo le notizie riportate sul web, più mi convinco che ciò che sfugge alla mia vista, sia molto più interessante – e forse decisivo – di ciò che mi viene mostrato.
Se ricordate, qualche giorno fa mi interrogavo su alcune affermazioni riportate su http://www.meteoweb.eu in particolare riguardo alle stazioni SIAS dichiarate “malfunzionanti”, e su quel presunto record europeo di 48,8°C registrato a Floridia nell’agosto 2021. Un dato la cui ombra di illegittimità, anche alla luce delle ultime rivelazioni, sembra allungarsi sempre di più.

Difatti, la lettura del paper tecnico-scientifico utilizzato dalla WMO per convalidare ufficialmente quel record non ha fatto altro che alimentare nuove perplessità. Anzi, da quanto ho approfondito in queste ore, quelle perplessità si sono trasformate in un vero e proprio sospetto. Sono emerse contraddizioni evidenti, affermazioni che appaiono costruite ad arte per superare l’esame della commissione internazionale. E mi ritrovo, ancora una volta, a chiedermi: quale sia davvero il gioco in corso?

Il geologo Alfio Grassi – che ho contattato telefonicamente e che gentilmente mi ha concesso un incontro nel suo ufficio per metà della prossima settimana – nel suo ultimo contributo smonta pezzo per pezzo lo studio, evidenziando quelle che a tutti gli effetti sembrano vere e proprie falsità.

La prima riguarda lo schermo solare della stazione, quel guscio protettivo fondamentale per garantire una misurazione accurata della temperatura. Nel documento della WMO si afferma che lo schermo del sensore principale era intatto, e che le foto che ne mostravano uno danneggiato si riferivano invece a un sensore secondario di backup.

Eppure, un confronto incrociato tra le foto scattate da Grassi pochi giorni dopo il record e i fotogrammi di una trasmissione televisiva successiva dimostra il contrario: lo schermo sottoposto alle verifiche di laboratorio – e presentato come originale – è proprio quello danneggiato, con il famoso buco che avrebbe potuto alterare significativamente la lettura termica.

Questo non è un semplice dettaglio tecnico: è una discrepanza fondamentale, che getta un’ombra pesantissima sull’intera procedura di convalida. A tutto ciò si aggiunge il fatto sconcertante che la verifica dello stato della stazione sia avvenuta esclusivamente attraverso fotografie fornite dal SIAS, senza alcuna ispezione diretta sul campo da parte di tecnici indipendenti. E ancora: la strumentazione è stata poi sostituita in modo opaco, senza trasparenza né protocolli condivisi, violando ogni principio di corretta prassi scientifica.

Ma le incongruenze non finiscono qui. La descrizione del sito di misurazione fornita nel paper sembra volutamente ignorare la realtà dei fatti. Si legge che il terreno circostante è prativo, con “piccoli alberi”, e che una stretta stradina asfaltata non si trovava a monte rispetto alla direzione del vento durante l’evento record.

Guardando però una semplice mappa satellitare, emerge con chiarezza che la strada si trova esattamente a nord-ovest – la stessa direzione da cui proveniva il vento in quelle ore. Ciò significa che una potenziale bolla di calore generata dall’asfalto sarebbe stata spinta direttamente verso i sensori, falsando la misurazione.

Inoltre, quei “piccoli alberi” sono in realtà un filare alto diversi metri, disposto in modo da poter favorire il ristagno dell’aria calda, creando un microclima anomalo. Sono dettagli troppo grossolani per essere semplici errori di valutazione: sembrano piuttosto elementi di una narrazione costruita ad hoc, finalizzata a dipingere uno scenario ideale che nella realtà non esiste.

Tutto questo mi porta a chiedermi: perché tanta ostinazione nel difendere un dato numerico? Perché investire tante energie, autorevolezze e procedure internazionali su un valore che presenta così tante crepe?

Penso che si stia giocando una partita che va ben oltre la meteorologia: una schermaglia tra schieramenti, dove la scienza viene piegata, strumentalizzata, trasformata in arma di persuasione. Da una parte, chi quel record – gonfiato o meno – lo brandisce per alimentare una certa narrazione climatica, amplificando allarmi; dall’altra, chi forse cerca di coprire inefficienze strutturali, ritardi tecnologici o, semplicemente, di salvare la faccia di un sistema già sotto pressione.

Il vero mistero, allora, non è più il termometro di Floridia. Il vero mistero è ciò che si nasconde dietro la volontà di renderlo credibile a tutti i costi: interessi istituzionali, pressioni mediatiche, ambizioni di visibilità, o forse qualcosa di ancora più profondo, legato al modo in cui oggi la scienza viene selezionata, filtrata e usata.

Auspico che il Dott. Grassi possa finalmente chiarire questa circostanza, che ormai sta rasentando il malcostume scientifico. E che qualcuno, da qualche parte, abbia ancora il coraggio di chiedersi non solo quanto ha fatto caldo, ma come e perché lo sappiamo. Perché la verità non sta nei numeri, ma nel modo in cui vengono prodotti.

Se desiderate un’analisi ancora più dettagliata, potete leggere l’articolo pubblicato ieri intitolato: Meteo, le falsità contenute nel ‘paper’ con il quale la WMO ha convalidato il record europeo di Floridia del 2021 – disponibile qui: https://www.meteoweb.eu/2025/09/meteo-le-falsita-contenute-nel-paper-con-il-quale-la-wmo-ha-convalidato-il-record-europeo-di-floridia-del-2021/1001834997/

Avverto il disgusto dei giudici Falcone e Borsellino, nel vedere da lassù certi atteggiamenti compiuti da quei loro colleghi…

Certo, a sentire certe notizie vien da pensare…

Ora, che i magistrati debbano anch’essi avere un momento per trascorrere le proprie vacanze è cosa naturale e indiscussa, in particolare dopo essere stati sottoposti per un anno intero, ai forti carichi di lavoro che come ben sappiamo, sono sempre più in aumento presso le sedi dei nostri Tribunali…

Qualcuno, certamente più interessato a non farsi i caz… propri, potrebbe anche chiedersi dove qualcuno di essi passi le proprie vacanze, come se conoscerne i possibili luoghi, possa determinare in essi un qualche fascino…  

Però, se da quella curiosa indagine emerge che un giornalista, precisamente del quotidiano “Il Giornale”, scopre come alcuni di essi abbiano trascorso la propria villeggiatura in uno e più esclusivi resort praticamente gratis o per essere più precisi al modico prezzo di 7 euro al giorno, qualche riflessione morale su quel comportamento viene spontaneo farla… 

E sì… perché se il problema fosse dipeso dalla esigua disponibilità economica che viene concessa – per quel suo incarico – al magistrato, se si evidenziasse che quel compenso sia di per se irrisorio, allora certamente un eventuale benefit, costituito ad esempio da una villeggiatura gratis, non comporterebbe alcun problema… 

Ma visto che le cose non stanno così e considerata per l’appunto la loro posizione sociale, certamente per sua natura complessa e soprattutto sopra le parti, ecco questa loro condizione, avrebbe dovuto consigliare a non accettare alcuna forma di regalia, in particolare questa ora emersa che evidenzia in se, qualcosa d’imbarazzante… 

Il quotidiano tra l’altro ci fa sapere che non esiste solo Pianosa a disposizione dei magistrati, ma anche Is Arenas in Sardegna, Merano, Corvara, Selva di val Gardena e altre mete turistiche importanti… e questa volta, non sono – come solitamente avviene – i nostri politici a godere di quei privilegiati posti da sogno, tra l’altro permettetemi di ricordare, inaccessibili a chiunque, ma per l’appunto, alcuni magistrati!!!

Ecco perché ho pensato per un momento a quei nostri giudici illustri, vittime della mafia, a cosa starebbero pensando da lassù osservando ahimè quanto accade quaggiù… 

Naturalmente nessuno di noi sta urlando a chissà quale scandalo o come accade in questo nostro paese fare in modo che si sia inizio ad una inchiesta giudiziaria; ripeto… nessuno pensa che farsi una vacanza gratis sia un reato, ma certamente la figura di magistrato che possa accettare una tale situazione fa venire a noi semplici cittadini dei dubbi, ad esempio uno di questi è quello che un domani il favore ricevuto, possa venir contraccambiato… 

Non sarà così, ma sorge spontanea una domanda: perché porsi sotto quelle imbarazzanti condizioni???

Sì… nulla a che trattasi di una condizione ricattatoria, ma il fatto stesso che la notizia sia uscita nei giornali e nel web, fa quantomeno comprendere che l’azione in se, non possa considerarsi onorevole (certamente non è qualcosa di cui andar fieri) e credo che sia merito di quella toga, se oggi quei loro nomi non siano stati pubblicati, anche perché osservando quanto accade nei social, non vorrei esser al loro posto e finire in quel pubblico ludibrio!!! 

Difatti, a dimostrazione proprio di quanto appena detto, mi permetto di concludere con una frase riportata su una nota testata web che riprende per l’appunto l’inchiesta de “Il Giornale”: “Ma d’altronde è così da un pezzo. Nel Csm-gate rivelato da Sallusti e Palamara c’erano magistrati che raccomandavano fratelli agli esami da magistrato e chiedevano biglietti a scrocco allo stadio, ovviamente in tribuna autorità mica in curva. Ora possono sciare e fare il bagno quasi gratis mentre noi paghiamo 50 euro al giorno d’ombrellone. A me va bene, a chi ha additato altri come privilegiati per anni non dovrebbe. Ma la coerenza non è uguale per tutti, un po’ come la legge amministrata dai magistrati”.

Conto su pochi lettori e ambisco a poche approvazioni…

Già… conto su pochi lettori e ambisco a poche approvazioni. Se questi pensieri non piaceranno a nessuno non potranno che essere cattivi, ma se dovessero piacere a tutti, lì considererei detestabili!!!

Si… da tempo ho compreso come nulla è come sembra e che non si possono cambiare le opinioni degli altri, anche se quest’ultimi sanno di essere in torto!!!

A cosa serve quindi provare a cambiare un ambiente che non vuole minimamente mutare??? 

La circostanza più incredibile non è tanto quella di non esser a conoscenza di errare e quini continuare così a supportare quei propri convincimenti, ma non avere il benché minimo dubbio di porli a critica, di analizzare attraverso i fatti quelle circostanze, provando così a ricercare quell’unica verità o quantomeno la più giusta tra esse!!!

No… a questi soggetti non interessa nulla di giungere alla verità, ancor più se questa è diretta alla legalità,  beh come avrete compreso, ad essi interessa soltanto portare avanti le proprie ragioni, siano esse anche illegali… 

L’orticello di casa prima di tutto e poi il resto, se infine, nel procedere con quelle metodologie corruttive e clientelari vi è anche un tornaconto economico ben venga… 

Ecco con chi abbiamo a che fare, con tutta una serie di soggetti che si prestano a vendersi al migliore offerente!!!

Certo, comprendo bene come questo mio modo di evidenziarne le lacune conduca ad essere odiato, ma il sottoscritto non vuole e non potrebbe mai essere minimamente paragonato ad essi e quindi ancor meno desidero quella loro approvazione, anzi amo profondamente le critiche talvolta offensive che mi vengono inviate attraverso questo blog, alle quali rispondo sempre, anche quando la maggior parte di essi si nasconde dietro una falsa identità o uno pseudonimo nickname… 

D’altronde parliamo di persone meschine, d’individui sterili che si nasconde dietro le azioni degli altri, sono coraggiosi solo sui social e mai pubblicamente, codardi in tutto, in particolare quando devono esporsi pubblicamente, già… attraverso il proprio nome e cognome!!!

Sì, certe volte come sta accadendo ora sono stanco di parlare, di comunicare e ho solo voglia di spegnere il mondo e starmene da solo…

Quando il CSM interviene a favore di un magistrato e nega il trasferimento d'ufficio per incompatibilità!!!

E’ una di quelle circostanze che non ho mai compreso, nel senso che ritengo giusto che il Consiglio superiore della magistratura intervenga a difesa nel caso in cui un magistrato finisca sotto i riflettori di una qualche inchiesta giudiziaria o per delle intercettazioni che mettano a rischio la propria indipendenza quale condizione di imparzialità e quindi garanzia di uguaglianza, ma se esiste anche soltanto il dubbio che quanto sopra possa essere viceversa verificato o realmente accaduto, non sarebbe il caso di prendere in ogni caso delle precauzioni, come ad esempio il trasferire quel magistrato in un’altra sede???

D’altronde non si dice che: un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi sono una prova??? 

Ma d’altronde voi aggiungere, chi dovrebbe essere libero dal giudicare??? Abbiamo visto quanto accaduto con lo “scandalo delle nomine”, che ha per l’appunto coinvolto proprio il Csm, già… l’organo che al di sopra delle parti avrebbe dovuto assicurare e garantire indipendenza e autogoverno alla magistratura, supervisionando tra l’altro anche la vita professionale di quei suoi magistrati.

Dimenticate le intercettazioni pubblicate alcuni anni fa su quel noto componente del Csm e presidente dell’Associazione nazionale magistrati, finito sotto indagine per corruzione e dalle cui conversazioni erano emerse informazioni sui modi in cui sarebbero stati pilotati gli incarichi in diversi uffici giudiziari??? 

Quanto sopra ha fatto pensare a molti di noi che quanto compiuto da quel Consiglio non sia stato realizzato in maniera libera “moralmente” (quantomeno permettetemi di averne il dubbio…), ma che esso possa essere stato condizionato anche soltanto da un voto, da uno di quei suoi componenti.

Sono certo che se si potessero controllare tutte le volte in cui ad esempio è stato chiesto il trasferimento a seguito di una proposta – certamente per motivi fondati, rappresentati da) qualcosa di ambiguo o quantomeno controverso – troveremo tutta una serie di decisioni della commissione, dove la maggioranza ha deciso di promuovere e/o bocciare anche solo con un voto contrario e/o favorevole quella istanza.

Ma non solo questo, sì perché basta semplicemente che alcuni di quei consiglieri si astengano per vedere così sfumare ad esempio, quella proposta di trasferimento per incompatibilità!!! 

Siamo alle solite, la politica ed i giochi di potere entrano a gamba tesa nella valutazione di quei particolari uffici non solo dei tribunali, ma anche delle procure, ovviamente il tutto a danno di una giustizia che dovrebbe essere giusta, imparziale ed equa, ma che di fatto si è dimostrata negli anni, discutibile, incerta, ma soprattutto disonesta!!!