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L’Italia non partecipa ai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Poco importa… per chi ama il calcio, vederlo – anche senza la nazionale – risulta sempre bellissimo!


Peccato che non sia vero o meglio, peccato che questa leggerezza sia un lusso che non possiamo più permetterci. Perché tre volte non è un caso, non è sfortuna, non è un rigore sbagliato o un arbitro discusso. Tre volte di fila significa che qualcosa si è rotto in modo profondo, strutturale, e quel qualcosa ha nomi, cognomi e responsabilità precise. Ma nel nostro Paese, si sa, le responsabilità sono sempre un concetto sfuggente, qualcosa che appartiene agli altri, mai a chi comanda davvero.

Il giorno dopo la partita persa contro la Bosnia, l’ennesima, ho letto che qualcuno aveva cominciato a parlare di rifondazione. Parola grossa, parola nobile, ma in Italia le parole hanno il vizio di restare sospese nell’aria, senza mai tradursi in fatti. C’è chi chiede un passo indietro, chi invoca un cambiamento drastico partendo dalla classe dirigente, chi ricorda che tre eliminazioni consecutive non sono più un’eccezione ma stanno diventando una regola. Eppure, osservando le cose da una certa distanza, viene da chiedersi: ma è possibile che nel nostro Paese, quando la politica decide di occuparsi di qualcosa che non la riguarda – o peggio, quando lo fa senza possedere le competenze necessarie – il risultato sia quasi sempre disastroso?

Non perché manchi la buona volontà, attenzione. Ma perché manca la sostanza. Perché quei soggetti che vengono posti a certi ruoli dirigenziali non ci arrivano per merito, non ci arrivano per capacità. Ci arrivano perché sono amici di qualcuno, perché fanno parte di un sistema che li protegge, li copre, li tiene al caldo anche quando tutto intorno crolla. E allora succede che anche nel calcio, come nella politica, come nell’economia, come in quasi ogni settore di questo Paese, chi sbaglia non paga. Chi fallisce non viene allontanato. Anzi, spesso viene promosso.

Ascoltate chi ha davvero competenza, chi il calcio lo vive sulla propria pelle. L’ex allenatore del Sassuolo, De Zerbi, intervistato su Rai1, parla di un sistema da rifondare completamente dalla base, non solo di qualche testa da far cadere per rabbia del momento. Ci ricorda che il problema non è l’allenatore di turno, ma una logica perversa che premia chi spende meno, chi investe poco nel settore giovanile, chi considera le strutture un costo e non una risorsa. Ma non solo, sottolinea che ci stiamo abituando a non esserci, che un Mondiale senza l’Italia lo si segue perché si ama il calcio, certo, ma il sapore è totalmente diverso. Come perdere un sapore che si conosceva bene, come dimenticare un’emozione che non si prova più.

E pensare che c’è un’intera generazione di bambini e ragazzi che non ha mai provato quella sensazione lì. Che non sa cosa significhi un’estate scandita dai Mondiali, con giugno e luglio trasformati in stati d’animo, con l’attesa che diventa un motore capace di cambiare l’umore di un Paese intero. Perché il piacere non sta nel risultato acquisito, sta nell’incertezza, nel rischio, in quell’attimo in cui tutto può ancora succedere. Ecco, quell’attimo qui da noi non arriva più. Perché l’incertezza, ormai, è solo su chi dovrà dimettersi, non su chi vincerà la partita.

E mentre si susseguono dichiarazioni, appelli, interrogazioni parlamentari, riunioni urgenti, io continuo a osservare una cosa semplice ma inquietante. Nel nostro Paese funziona così: si sbaglia, si fallisce, ma si resta. Si resta perché c’è sempre un amico che ti copre, un collega che ti difende, un sistema che preferisce la stabilità alla competenza. Si resta perché chiedere le dimissioni di qualcuno è considerato un gesto eccessivo, quasi maleducato, anche quando quel qualcuno ha fallito tre volte di fila. Si resta perché in Italia la responsabilità è una parola che usiamo spesso ma che non sappiamo davvero cosa significhi.

Allora non dobbiamo sorprenderci se perdiamo. Non dobbiamo meravigliarci se la nostra Nazionale resta a casa mentre altre giocano. Perché prima di perdere le partite, abbiamo smesso di pretendere responsabilità. Abbiamo smesso di chiedere che chi sbaglia paghi, che chi fallisce faccia un passo indietro, che chi non è all’altezza venga sostituito da qualcuno più capace. E senza responsabilità, senza meritocrazia, senza quella sana crudeltà che impone di allontanare chi non funziona, un Paese non va da nessuna parte. Né nel calcio, né nel resto.

Ci vuole un cambiamento drastico. Ma un cambiamento drastico non significa cambiare i nomi sulla porta e lasciare intatte le logiche di sempre. Significa ribaltare il sistema, ricominciare dalla base, pretendere che la classe dirigente sia la migliore e non la più raccomandata. Significa smettere di proteggere gli intoccabili, quelli che restano al loro posto nonostante tutto, non perché abbiano chissà quale capacità – finora mai dimostrata – ma perché fanno parte di quel sistema di potere che li tiene lì, al sicuro, intoccabili appunto.

Finché sarà così, finché l’errore non avrà conseguenze e il fallimento non porterà a dimissioni, noi continueremo a perderci le estati dei Mondiali. E i nostri ragazzi continueranno a non sapere cosa si prova. E qualcuno, da qualche parte, continuerà a dire che la responsabilità è sua, ma senza mai fare quel passo indietro che sarebbe, finalmente, il primo gesto serio.

Ma d’altronde la prima colpa a chi darla se non a noi: ho dato uno sguardo alle ultime elezioni e quindi, cosa dovrei aspettarmi mai dai miei connazionali. Sì… meglio guardare i Mondiali in Tv, senza la nazionale!

Ricordare senza agire è soltanto… “vuoto”! Lo dicevo prima delle sentenze, lo ripeto oggi. E tu?


In giorni come questi, già… dopo aver ascoltato alcune sentenze in Tv, mi capita spesso, di fermarmi a pensare a cosa resta davvero di chi ha lottato, affinché la verità su quell’intreccio marcio tra politica, imprenditoria e mafia, emergesse in tutta la sua gravità.

Sì… certo, restano le date, restano i discorsi celebrativi, i convegni, le corone davanti ai monumenti, il minuto di silenzio che molti osservano distrattamente mentre il pensiero corre già al ritorno a casa, ma poi, trascorsa la ricorrenza, tutto torna come prima.

E allora mi domando: che senso ha ricordare, se quel ricordo non ci smuove un solo nervo? 

Già… perché ricordare senza agire è soltanto vuoto! È come riempirsi la bocca di parole solenni per poi non tradurle mai in gesti concreti.

Ed allora penso a tutti quegli uomini e donne che hanno dato la vita per questo paese, che hanno sacrificato tutto perché noi potessimo sederci qui, stasera, e discutere liberamente. Non hanno lottato per essere ricordati una volta all’anno con un post sui social o con una frase fatta in un telegiornale, no… loro hanno lottato perché le loro idee diventassero azioni quotidiane, perché la giustizia non fosse solo un concetto astratto, ma un abito indossato da chiunque abbia il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Eppure, guardiamoci in faccia, senza alcuna ipocrisia… oggi la storia – quella vera, quella sporca, quella che fa male – viene riscritta da chi ha interesse a camuffare quanto realmente accaduto. Non parlo della storia studiata sui libri, attenzione. Parlo di quella ricostruita per fini politici e, peggio ancora, per fini personali. Ci hanno insegnato a distinguere il bene dal male, ma poi hanno reso i confini così sfumati che quasi nessuno ha più il coraggio di indignarsi. E così, mentre noi ricordiamo passivamente, c’è chi agisce nell’ombra per piegare la memoria ai propri tornaconti.

E qui vorrei essere molto chiaro, perché questo è il punto che mi fa ribollire il sangue. A tenere in vita questa distorsione ci pensa una magistratura di parte, che dovrebbe essere il baluardo della legalità e invece troppo spesso diventa strumento di resa dei conti o di protezione di potentati. Ci pensa una propaganda mediatica fortemente collusa con quel sistema, che ripete gli stessi slogan, che costruisce narrazioni ad arte, che cancella con un trafiletto ciò che sarebbe scomodo approfondire. Mi fa venire il vomito, e non lo dico per retorica. Mi fa vomitare vedere come ogni giorno si svuoti il sacrificio di chi è morto perché noi fossimo liberi, trasformandolo in una sceneggiata ricorrente.

E allora io prendo la tastiera e scrivo. Non perché creda che un post cambierà il mondo, ma perché non voglio che il mio ricordo resti vuoto. Agire, per me, significa anche questo: mettere nero su bianco le proprie analisi, sporcarsi le mani con la scrittura, riportare pezzi di verità che i media collusi preferiscono ignorare. Non è un’azione eroica, lo so. Ma è un’azione. È un piccolissimo movimento nella direzione opposta all’oblio comodo.

Perché alla fine, vedi, il problema non è la memoria. Il problema è cosa ne facciamo, di quella memoria. Possiamo continuare a inchinarci davanti alle statue e poi tornare a casa inerti, oppure possiamo chiederci: io oggi, nel mio piccolo, cosa ho fatto affinché quel sacrificio non sia stato vano? La risposta, spesso, è scomoda. La risposta richiede coraggio, richiede di uscire dal coro, richiede di non delegare ad altri ciò che invece dovremmo fare noi. Ma se non lo facciamo noi, chi lo farà? E se non ora, quando?

Chiudo questo mio pensiero con una consapevolezza amara, ma necessaria. Ricordare senza agire è solo vuoto, e quel vuoto viene subito riempito da chi la storia la vuole riscrivere a suo vantaggio. Io mi rifiuto di essere uno spettatore compiaciuto, mi rifiuto di assistere allo stillicidio di verità che ogni giorno viene consumato davanti ai miei occhi, mi rifiuto di tacere mentre la memoria viene venduta al miglior offerente. 

Perciò scrivo, condivido, parlo, discuto. E magari non servirà a molto, ma almeno non starò nel silenzio di chi ricorda solo a parole.

E tu, ora, dopo aver letto queste righe: cosa farai del tuo ricordo?

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.


Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Quando lo Stato sembra lontano e la legalità un’idea astratta!


Avrei dovuto raccontarvi stasera qualcosa di spiacevole accaduto in un’Amministrazione comunale – ma avendo dato la mia parola ad un mio amico che avrei aspettato una sua conferma, prima di procedere a scrivere – lascio in sospeso quella vicenda e mi soffermo su un tema più ampio, qualcosa che dice molto di questo nostro Paese. 

Già… uno Stato che ogni giorno mostra un volto segnato dalla corruzione e da una sostanziale assenza di cultura della legalità. 

Sono troppi i miei connazionali che vivono pensando che lo Stato sia un’entità lontana, estranea, qualcosa che non li riguarda da vicino, ma soprattutto questa distanza diventa ancora più evidente quando arriva il momento di rispettare gli obblighi previsti.

Ho sempre creduto che la legalità appartenga a ciascuno di noi sin dalla nascita. Sta principalmente ai genitori trasmettere ai figli quel senso di rispetto. Una cultura che non può essere – come ho sentito in questi giorni – demandata tra i banchi di scuola. La lingua, la storia, la geografia, tutti quei fondamentali sono certamente necessari, ma vi è qualcosa di ancor più profondo da apprendere e cioè: la consapevolezza che le regole e le leggi esistono per insegnarci a rispettare gli altri.

Se tutti imparassimo davvero il valore della legalità, il mondo diventerebbe non solo più civile, ma anche più giusto ed equo. Senza corruzione, senza malaffare, persino senza criminalità e non parlo di quella organizzata, ma anche di quella compiuta proprio in queste ore, dai cosiddetti “figli bene” di questa nostra società, che evidenziano come con quei loro violenti comportamenti, conducono il rispetto e l’educuzione civile, ahimè a scomparire!

Ecco perché non mi sorprendo più quando accadono certi episodi. Ormai lo Stato, attraverso i suoi referenti – gli stessi che pensano esclusivamente a fare cassa, inviando sanzioni e occupandosi di questioni fiscali – è talmente convinto d’aver dinnanzi un connazionale che della cultura della legalità ignora persino l’esistenza, che pensa immediatamente, senza alcuna esitazione, di poter fare di tutta l’erba un fascio.

E allora permettetemi di dire: prima ancora di pensare a cambiare i propri vestiti con altri, la propria indegna vita (e aggiungerei quella dei propri familiari) come molti di voi hanno fatto nel corso della propria vita, beh… fatemelo dire: di “acqua sotto i ponti ne deve passare”!

La cultura è legalità e conta quanto una divisa o una toga. Eppure vediamo ogni giorno come esistono politici, funzionari, magistrati, uomini delle forze dell’ordine, ma soprattutto semplici cittadini, che non hanno né l’una né l’altra, a differenza di chi viceversa – da sempre – opera in modo coerente e trasparente, senza alcun tornaconto personale, senza nemmeno uno stipendio pagato dai contribuenti. 

Sono lì, giorno dopo giorno, a fare il proprio dovere e anche ciò che altri – collusi, corrotti, ricattabili, a cui dovrei aggiungere “omertosi” – non fanno. È facile parlare di legalità quando si è protetti da una divisa o da una toga, mentre è molto più difficile esporsi personalmente sapendo di non avere nessuno dietro che ti protegga, il più delle volte… nemmeno lo Stato!

Un cittadino corretto, che rispetta la cultura della legalità, sa bene di doverla mettere in pratica sempre, non solo quando gli fa comodo. Si osservi quando si tratta di onorare le imposte fiscali, o quando arrivano a casa avvisi di accertamento come multe stradali – quelle esatte, s’intende, non quelle erroneamente inviate da certi enti solo per fare cassa – già… senza nemmeno prendersi la briga di verificare se nel frattempo fossero state già pagate.

Già… in questo Paese si è così convinti di esser moralmente tutti uguali, che molti dei miei connazionali pensano agli altri con la propria testa, quasi fossero simili. Sì… è quella loro natura “immorale” a parlare per loro: può mai essere che qualcuno sia così corretto da risultare migliore di noi? E perché mai possieda quella cultura della legalità così intrinseca? 

Sì… è proprio questa la ragione che dà tanto fastidio, la stessa che in questi anni mi ha fatto comprendere come, per la sola ragione di aver fatto la cosa giusta, si sia stati odiati!

La legalità in questo nostro Paese? Ormai ne sono convinto: è un’idea astratta! 

Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?

Terremoto Meloni: dimissioni, applausi e quella domanda che non smette di tornare. Cambierà qualcosa?


Nel settembre del 2013 scrivevo, quasi con ironia, “Bellissimo…!!! Finalmente si dimettono tutti…”.

Era il tempo in cui i parlamentari del Pdl minacciavano di lasciare, e io che non ci credevo dicevo: “non abbandoneranno mai la poltrona conquistata”. Oggi quelle dimissioni non sono più una minaccia da sceneggiato, ma un fatto. E non sono uno, sono cinque, nell’ultima conta. E non sono del Pdl, sono di Fratelli d’Italia, tranne uno, cioè: sono del partito della premier. È di fatto un terremoto dentro la maggioranza, non contro.

Nel post dello scorso anno, precisamente il 13 marzo scrivevo: Il vento della giustizia: perché molti politici stanno in queste ore abbandonando? Sì… allora parlavo di un “vento della giustizia” che soffiava più forte del solito e mi chiedevo se quelle dimissioni improvvise fossero il segno di un rinnovamento o solo un modo per “salvarsi il culo”, una manovra di facciata per proteggere il sistema. 

Oggi, incredibilmente, davanti alla cronaca di quanto sta accadendo, mi sembra che quella mia domanda non solo si sia aperta, ma si sia fatta più urgente. Perché qui non stiamo parlando di generici “politici che abbandonano”, già… stiamo parlando di un sottosegretario alla Giustizia che si dimette per una cosiddetta “leggerezza” e poi c’è un capo di gabinetto che – nei giorni precedenti il referendum – aveva definito la magistratura “plotoni di esecuzione” e per finire (ma solo provvisoriamente…) una ministra indagata in processi per falso in bilancio, bancarotta e truffa…

Ed allora mi sono chiesto: non è il vento della giustizia, è la giustizia che li ha raggiunti o almeno, li ha sfiorati, e loro, si tolgono prima che il vento diventi tempesta!

In un altro post scritto casualmente proprio il 21 marzo dello scorso anno, mi spingevo oltre: “Dimissioni in massa: giustizia alle porte?” e notavo come il cittadino sembra distratto, ma alla fine osserva, aspetta e soprattutto pretende risposte. 

Oggi, quella domanda rimbomba in un’aula parlamentare che applaude senza sapere perché, o forse sapendolo fin troppo bene, perché quell’applauso non era per Mulè, ma per la notizia appena giunta: un’altra poltrona che si libera, un altro esponente del governo che se ne va. Già… è l’applauso di chi spera che finalmente, dopo tanti anni, qualcosa stia davvero cambiando, ma va detto… è anche l’applauso di chi teme che sia solo una messinscena!

Ecco cosa mi colpisce, rileggendo i miei stessi pensieri. Dodici anni fa non credevo che se ne sarebbero andati, dodici giorni fa mi chiedevo se quelle uscite fossero autentiche o solo una copertura ed oggi mi trovo a constatare che (finalmente) se ne sono andati, sì… ma il meccanismo del potere sembra essersi semplicemente ricomposto.

Ho letto che la commissione parlamentare antimafia si riunirà lunedì per decidere se audire l’ex sottosegretario e poi tra qualche giorno ho letto che “Report” la nota testata giornalistica, uscirà con una puntata in cui verranno fatte emergere circostanze gravi  Non è un paradosso, è la fotografia di un Paese in cui le dimissioni non sono mai la fine, ma spesso l’inizio di un’altra fase.

Quello che mi resta, dopo questa giornata, è la sensazione di assistere a un meccanismo che conosco bene. Le dimissioni vengono presentate come atti di responsabilità, di “sensibilità istituzionale”. Ma nel frattempo, chi è rimasto tira avanti. L’applauso in aula è durato un minuto abbondante, poi i lavori sono ripresi. Come se niente fosse…

E invece qualcosa è successo. Forse non è ancora la “pulizia” che invocavo nel 2013, ma è innegabile che il vento della giustizia – quello vero, fatto di inchieste, di atti parlamentari, di pressione dell’opinione pubblica – stia soffiando in modo diverso dal passato. Che molti di quelli che fino a ieri sembravano intoccabili oggi si trovino a fare i conti con qualcosa di più grande di loro.

Ma resta in me quello scetticismo di fondo che ho sempre avuto. Perché queste dimissioni, per quanto significative, non cambiano le regole del gioco. Non cambiano una legge elettorale che continua a produrre gli stessi effetti. Non cancellano i legami tra politica e affari che stanno alla radice di vicende come quelle che stanno ora emergendo, ma soprattutto, non restituiscono ai cittadini la certezza che, dopo l’applauso, qualcosa sarà davvero diverso.

Forse, come dicevo tanti anni fa, il punto non è tanto chiedersi se le dimissioni siano sincere, ma cosa facciamo noi, da questo momento in poi. Perché se ci limitiamo ad applaudire – anche quando l’applauso è “abbandonante” – e poi riprendiamo a fare come se nulla fosse, allora quelle dimissioni resteranno solo un episodio, non un punto di svolta.

Io continuo a osservare e continuo a pretendere risposte. Perché, come scrivevo allora, ogni dimissione non è solo un addio, ma un’opportunità per riflettere su come vogliamo che siano gestiti i nostri interessi e su chi merita davvero di rappresentarci.

Oggi quell’opportunità si è presentata di nuovo. Sta a noi non sprecarla..

Pelligra: L’avevo detto! – Pelligra: I told you so!


Presidente Pelligra, ricorda: L’avevo detto!

Glielo scrissi in una lettera aperta, in inglese, qui sul mio blog, l’11 novembre del 2024:  https://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/11/open-letter-to-president-pelligra.htmla cui seguì il 18 agosto dello scorso anno un post intitolato: Presidente Pelligra, perdoni questa riflessione senza filtri – ma è l’amore per il Catania a parlare. Link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/08/presidente-pelligra-perdoni-questa.html

In quei post trovai l’unica strada per raggiungerla direttamente (sì… escludendo – ma solo virtualmente – i miei lettori), per parlarle con Lei, da uomo a uomo, con il cuore in mano e senza filtri.

In quelle note, che stamani ho riletto con la malinconia di chi vede avverarsi i propri peggiori timori, provai a metterla in guardia su alcune decisioni che mi sembravano già allora discutibili.

Le parlai dei giovani promettenti che erano stati ceduti troppo frettolosamente, ragazzi che nei loro limitati minuti in campo avevano dimostrato qualità importanti: la capacità di saltare l’uomo, di spingere sulle fasce e di mettere cross in area. Tutte caratteristiche che, sottolineai, alla squadra già allora mancavano e che, in questi mesi – seppur in parte – si son fatte sentire.

Le dissi che immaginavo, e potevo sbagliarmi, che fosse stato l’allenatore ad influenzare certe scelte di mercato, preferendo giocatori a lui familiari, forse per evitare tensioni in spogliatoio, ma i risultati, già a novembre, confermavano che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Alcuni dei nuovi acquisti mostravano evidenti limiti per la categoria, mentre altre squadre investivano con intelligenza in giovani talenti, anche extracomunitari, atleti di alto valore e soprattutto convenienti.

E poi, scrissi che, da diverse partite, l’allenatore non sembrava impiegare la squadra nel modo più efficace. Un segnale preoccupante, che richiamava alla mente le difficoltà dell’anno precedente. Le chiesi quindi di prendere in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, di pretendere un cambiamento netto che coinvolgesse dirigenza, staff e giocatori. 

Aggiunsi, altresì con fiducia, che fossi certo che il Catania avrebbe potuto raggiungere i playoff, ma che raggiungerli era solo una parte della sfida: vincerli e ottenere la promozione richiedeva qualcosa di più. Ed infine conclusi che era ora di abbandonare le chiacchiere e concentrarsi su ciò che poteva realmente aiutare Toscano a invertire la tendenza.

Ed eccoci qui. Oggi, 18 marzo 2026, a quasi un anno da quella lettera, leggo la notizia dell’esonero di Mimmo Toscano. Una decisione presa dopo una lunga notte di consultazioni, nell’aria da giorni, certamente, ma che arriva quando il Benevento è ormai irraggiungibile e l’unico obiettivo possibile sono i playoff. Quei playoff che, come le scrissi, richiedono qualcosa in più.

In questi mesi, infatti, sono rimasto in silenzio, ma non ho mai smesso di osservare la squadra. E mentre molti, per non dire tutti, esaltavano il primo posto, io continuavo a vedere le stesse lacune, la stessa fragilità, le stesse partite vinte per un soffio, grazie a un miracolo di Dini, a un palo, a un errore arbitrale a nostro favore. 

Ogni partita, ad esclusione di tre o quattro, è stata una sofferenza. Lo ripetevo al mio amico e barbiere Tony: il problema non è essere primi o secondi, il problema è che con questa rosa, sulla carta superiore a tutti, dovremmo avere venti punti in più e volare in serie B. Invece siamo qui a lottare, e la fortuna, si sa, prima o poi gira.

Vedere ieri sera il Vicenza salire in B e la festa che ne è seguita, mi ha fatto un po’ rattristare, seppur ammiro da sempre quella squadra, sì… da quando giocava lì, Paolo Rossi! Una piazza seria, organizzata, che pur non avendo sulla carta una rosa superiore alla nostra, ha trovato la quadra e la continuità per tagliare per prima il traguardo. 

Ecco, forse è anche questo che ci manca: quella solidità, quella capacità di trasformare i pronostici in realtà. Perché se è vero che il calcio non è una scienza esatta, è altrettanto vero che certe differenze, alla lunga, vengono sempre fuori. E noi, purtroppo, quelle differenze le abbiamo pagate tutte e non voglio gettare la croce sul solo tecnico! La responsabilità è sempre condivisa, parte dai dirigenti della società, passa per le scelte di mercato, arriva allo staff e scende in campo con i giocatori. Ma quando il malessere diventa così evidente, quando il gioco manca per intere stagioni, significa che qualcosa a monte non ha funzionato.

Ora arriva William Viali. Un nuovo corso, si dice. Un generatore di entusiasmo, un tecnico che predilige il gioco offensivo e il dialogo con i giocatori. Non so quanto questo cambio in corsa possa giovare, ma quantomeno si prova a salvare una stagione che rischiava di essere l’ennesimo capitolo di un fallimento annunciato.

Le scrissi, Presidente, che non intendevo sostituirmi ai suoi manager. Ma dopo trent’anni di leadership in altri campi, so riconoscere quando una struttura non funziona e quando è necessario un cambiamento. Lei oggi quel cambiamento l’ha fatto. E io, con l’affetto e la gratitudine di sempre per tutto ciò che sta facendo per la nostra città, non posso che prenderne atto e guardare avanti con la speranza che questa volta, finalmente, si sia presa la strada giusta.

Perché il Catania, i suoi tifosi, e lei stesso, Presidente, meritano di stare in piani più alti. E io, come dice il detto, continuerò a sperarlo… sempre!

La frana degli avvertimenti inascoltati!


Come sempre, arriva l’acqua, poi il fango e quindi il crollo… e dopo ancora, come un rituale ormai inscenato a memoria, arrivano “loro“, sì… quelli che dovevano prevenire, che avrebbero dovuto vigilare, che erano stati posti lì, proprio per far questo! 

Ma ormai sappiamo bene come quest’ultimi, si muovano soltanto quando tutto è ormai in pezzi, quando le crepe sulla collina sono divenute voragini, quando le case e le strade sono state inghiottite nel terreno e soltanto allora, si solo a fatto compiuto, si affacciano per osservare quanto accaduto, con i loro distinti incarichi e quelle assurde dichiarazioni, già… per commentare un disastro che si sarebbe potuto evitare.

Ed allora, ogni sera, osservo nei Tg nazionali la cittadina di Niscemi, un paese che potrebbe, da un momento all’altro, scivolare verso la piana. Sembra la scena di un film che si ripete in loop, ma è la tragica litania che accompagna da oltre un trentennio questa nostra isola. Eppure va detto… non mancano i progetti, le carte, le buone intenzioni, anzi, sono tutti lì, perfettamente redatti, con tanto di firme e di finanziamenti stanziati.

Come ad esempio non ricordare quel progetto di consolidamento per la frana del ’97, con la sistemazione del torrente, i cui ultimi atti ufficiali risalgono a un anno fa. Un progetto “mai nato“, come tanti altri, rimasto sepolto sotto altre priorità, forse sotto altro. L’appaltatrice venne licenziata per “gravi ritardi” si legge e nel frattempo, si son fatti dei terrazzamenti, altri piccoli interventi, ma il cuore del problema, quello vero, è rimasto lì, a marcire insieme al terreno argilloso, in attesa del suo risveglio.

Questo è il punto, il vero cuore della questione: È tutto scritto, saputo, confermato! Lo dicono i geologi da una vita: certi luoghi sono predestinati, certi equilibri geologici sono talmente fragili che l’uomo, con il suo calcestruzzo e la sua incuria, non fa che accelerarne il corso. L’abitato sorge su un pianoro di sabbia che poggia su argille impermeabili, una condizione che invita allo scivolamento. Le indagini lo hanno dimostrato, i monitoraggi lo confermano: il dissesto è profondo, strutturale, solo in quiescenza relativa. 

Non è un’eccezione, è la norma. E la conclusione, per chi vuole ascoltare la scienza e non l’orgoglio, è netta: non esistono soluzioni tecniche definitive, solo interventi di mitigazione. L’unica strada seria sarebbe una pianificazione che riduca l’esposizione, che pensi a una progressiva delocalizzazione ed invece no… si preferisce fingersi sorpresi ogni volta, come se la pioggia di oggi fosse un evento mai visto, e non la semplice conferma di quanto seminato ieri.

E così, mentre la collina sta franando, mentre il capo della Protezione Civile descrive una situazione critica per l’intera altura, ed allora ti chiedi: dov’erano, tutti questi anni, coloro che avrebbero dovuto ascoltare? Perché le voci che denunciavano i rischi, che scrivevano di alvei da mettere in sicurezza, di canali di scolo da ripulire, di una cementificazione folle che ha impermeabilizzato il suolo, sono rimaste sussurri inascoltati? 

Sono anni, decenni, che se ne parla, eppure, nulla cambia. Si spendono fiumi di denaro in consulenze, in progetti, in commissioni. A volte, purtroppo, scopriamo che parte di quei fondi ha intrapreso strade oblique, come ci hanno ricordato recenti inchieste che hanno coinvolto persino figure istituzionali delegate proprio al contrasto del dissesto. E allora il cerchio si chiude in modo perfetto e crudele: l’incuria si sposa con l’illecito, e il territorio paga il conto più salato.

Alla fine, restano loro, i cittadini. Abbandonati in un territorio martoriato, senza piani seri di emergenza, costretti a contare i danni di una vita che va in frantumi, insieme alla propria casa. Assistono impotenti allo stesso balletto: l’allarme ignorato, la catastrofe, la mobilitazione tardiva, le promesse. E poi il silenzio, fino alla prossima pioggia.

È una storia che si ripete senza soluzione di continuità, già… una storia di doveri voltati dall’altra parte, di responsabilità evase, di allerta non lanciate. 

Una storia che dimostra come, in fondo, non sia la natura la più spietata, ma l’indifferenza di chi, seduto su quelle poltrone, avrebbe il potere di cambiare le cose e invece aspetta, sì… che la terra smetta di tremare. Ma solo… per ricominciare daccapo!

Il copione è sempre lo stesso. Ieri l’ho scritto, ed ora Barbagallo lo conferma – “Ragusa-Catania”, l’ennesimo atto.


In questi giorni ho scritto alcuni post sull’argomento, mettendo nero su bianco la sensazione di nausea che prende quando si osserva questo meccanismo: le grandi opere che diventano palcoscenico, i lavoratori lasciati a secco, le piccole imprese che attendono invano i pagamenti.

Ed ecco che, puntuale come la cronaca, è arrivata la scena successiva.

Anthony Barbagallo denuncia lo stallo sul “lotto 3” della Ragusa-Catania. Operai in sciopero. Stipendi non pagati da novembre. Un’opera strategica, già finanziata, appaltata, di nuovo ferma.

Come avevo scritto, quanto accade non è un caso, non si tratta di una disgrazia occasionale: questo rappresenta – ormai da anni – il sistema che produce esattamente il risultato per cui è stato progettato.

Barbagallo parla del “codice degli appalti voluto da Salvini” e dei “subappalti a catena”. Io, viceversa, osservo da anni il risultato finale di quelle catene: chi sta all’ultimo anello viene semplicemente staccato e lasciato cadere!

Nel mio precedente post parlavo di “General contractor” che si aggiudicano gli appalti, avviano i cantieri, e poi, alla prima difficoltà, dichiarano crisi o, peggio ancora, passano il testimone in un gioco di scatole cinesi, solitamente ad altre imprese che hanno già dimostrato di presentare gli stessi problemi.

Ecco perché Barbagallo oggi chiede che le imprese sostituite lo siano solo tramite nuovo bando pubblico.

Perché è esattamente questo il punto. Perché oggi, in Italia, si può perdere una gara, essere inefficienti, e rimanere comunque dentro al sistema. Si cambia ragione sociale, si affitta un ramo d’azienda, si lascia il cerino acceso in mano ai creditori e ci si ripresenta alla prossima asta.

E chi paga? I lavoratori, che da novembre vivono di ansia e non di stipendio; le imprese locali, che hanno fornito inerti, cls, bitume, e che ora rischiano di fallire per un credito mai saldato.

Ma non solo: paga anche il territorio, sì… perché aspetta un’infrastruttura vitale e si ritrova, come sempre, con un cartello “cantiere sospeso” e le solite, abituali polemiche della politica.

Il segretario del Pd chiede un tavolo tecnico. Ritengo sia giusto, è doveroso. Ma io mi chiedo: quanti tavoli tecnici servono ancora prima di capire che il problema non è la mancanza di un confronto, ma l’assenza di responsabilità?

Allora mi viene spontaneo chiedere: se, come sempre accade, si procederà con il solito tavolo tecnico, che differenza c’è tra rispettare il contratto e non rispettarlo?

La sensazione, amara e persistente, è che la Sicilia venga utilizzata come una “landa di frontiera” del capitalismo italiano. Il posto dove si sperimentano i modelli finanziari più spregiudicati, dove i costi sociali si scaricano a valle, dove le regole si allentano perché tanto, alla fine, “c’è sempre qualcuno che protesta, ma nessuno che ferma davvero i cantieri”.

E invece i cantieri vanno fermati. Non i lavori: i cantieri fasulli!

Quelli dove si piantano le bandierine per incassare i primi stati di avanzamento e poi si abbandona tutto; quelli dove il cantiere è aperto giusto il tempo di far maturare i crediti verso lo Stato, che poi verranno ceduti, scontati, smaterializzati in operazioni finanziarie che non hanno più nulla a che fare con l’asfalto e il cemento.

La Ragusa-Catania non è solo un’opera. È un simbolo! E non do la colpa a questo attuale governo, ma a tutti quelli che per trent’anni si sono succeduti, prendendo migliaia e migliaia di preferenze, per stare seduti in quelle poltrone di Roma, senza fare mai un caz…

È il termometro di quanto questo Paese sia stato disposto a tollerare. E cioè: che il Sud è stato trattato come una succursale, sì… una periferia sacrificabile!

Barbagallo parla di “frutto amaro” e “indigesto”. Ha ragione. Ma attenzione… non è il sapore amaro di un frutto acerbo: è il sapore di un frutto marcio. E la putrefazione, si sa, parte sempre dall’interno!

O si interviene sul meccanismo – garanzie reali, responsabilità solidale a cascata, niente subentri senza trasparenza – oppure continuerò a dover scrivere lo stesso post tra due anni, su un altro lotto, con altri operai sotto il sole a brandire cartelli e con gli stessi mesi di stipendio non pagati.

Io quel post l’ho scritto, riscritto e scritto nuovamente. Oggi – ahimè – lo integro con la cronaca.

Ma ripeto: è una cronaca che conosciamo a memoria. E non credo sia più sopportabile.

A quei miei ‘indegni’ conterranei del silenzio: la complicità che nutre il disastro!


Sì… è come un lamento che non riesce a uscire dalla gola, un grido soffocato prima ancora di nascere e poi, all’improvviso, diventa un coro: si leva tra le macerie dopo una tempesta, tra l’acqua stagnante di un’alluvione, nelle strade e nelle case franate all’improvviso, nelle piazze vere e in quelle virtuali dei social, scavando un solco sempre più profondo tra noi e chi dovrebbe rappresentarci.

Ma ogni volta che ci penso, non posso fare a meno di chiedermi: perché questa rabbia arriva solo dopo il disastro?

Perché quella stessa voce che oggi urla “Basta! Vergogna! Dimettetevi!”, ieri, si limitava a sussurrare tra le mura di casa, come se sapesse già cosa sarebbe accaduto, ma avesse deciso di voltarsi dall’altra parte? Come se la tragedia fosse un destino inevitabile, qualcosa da subire in silenzio anziché combattere.

Ed è proprio osservare questa rassegnazione che mi fa male: riconoscere l’abisso, indicarlo con le mani che tremano, eppure continuare a camminare lungo il suo bordo, come ipnotizzati. Perché? Perché in fondo ci diciamo: “Prima o poi qualcuno cadrà… ma non io. Non certamente oggi”.

La sfiducia, ormai, non è più solo un sentimento. È diventata una struttura dentro di noi, costruita mattone dopo mattone, di sicuro con ogni promessa tradita e ogni occasione sprecata. E quando smetti di credere che il cambiamento sia possibile, quella stessa incredulità diventa la tua scusa perfetta: “Tanto non cambierà mai niente, perché rischiare?”. E così il “sistema” si trasforma in un mostro mitologico, onnipotente e invincibile, un alibi comodo per non dover mai uscire dal tuo bozzolo di quiete.

E intanto il circolo vizioso si chiude: la sfiducia genera inazione, l’inazione conferma che “tanto non cambia niente”, e la sfiducia si radica ancora di più, finché non diventa una filastrocca, una frase che tutti ripetiamo: “Si è sempre fatto così”.

E allora la negligenza diventa tradizione, lo sfruttamento normalità, il disastro fatalità; già… fatalità, come se fosse colpa di una maledizione antica, non delle nostre scelte. Così ci laviamo la coscienza: “Non è colpa mia, è il corso delle cose”. Ma a quale prezzo? Perché quel fatalismo toglie il peso della responsabilità dalle nostre spalle… e spegne ogni scintilla di ribellione.

Se tutto è già scritto, a che serve guardarsi allo specchio? Ed è qui che fiorisce l’individualismo, come una gramigna nel terreno arido della comunità. Ci si perde nel recinto del proprio orticello: “Basta che non tocchi a me”, “L’importante è che non s’inondi il mio giardino”. 

Il bene comune? Un’idea astratta, bella a parole, ma troppo scomoda per sporcarsi le mani. Così l’energia che avanza dopo le lamentele sterili la riversiamo in accordi privati, in quelle piccole salvezze personali che illudono di poter stare al riparo dal marasma generale.

Ma è proprio qui il tradimento: non quello urlato, no. Quello sommesso, accomodante. Quello che spegne il telegiornale quando la notizia è troppo vicina a casa, che si sistema sul divano del proprio interesse e sussurra: “Io non c’entro niente”. Perché dimentichiamo – o fingiamo di dimenticare – che il silenzio è complicità. Che ogni sguardo distolto, moltiplicato per migliaia, diventa una coltre pesantissima sotto cui tutto può crescere: anche questa infezione.

Ecco, ciò che mi lascia senza fiato non è la cecità, ma la lucidità consapevole. Tutti sappiamo come funziona: lo analizziamo a cena tra amici, con quel tono di disincanto quasi compiaciuto, come se capire il male fosse già una vittoria. Ma finita la discussione, riponiamo tutto nel cassetto delle buone intenzioni… e torniamo a camminare lungo il bordo dell’abisso.

Poveri miei conterranei, ormai spettatori della vostra stessa storia. Critici implacabili, ma con le mani sempre in tasca. Convinti che la frana non arriverà mai fin qui, che il fiume non strariperà sul vostro giardino.

Fino al giorno in cui, invece, lo farà e allora – forse – sarà troppo tardi, sì… anche per alzare lo sguardo!

Jeffrey Epstein: Sì… tutti coloro che hanno partecipato a quegli abusi su minori, vanno ora lasciati appesi a testa in giù in una piazza sotto il sole, dopo esser stati completamente scuoiati!


Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.

Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.

Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo. 

Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.

Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!

È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.

Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“. 

Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.

È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo. 

Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.

I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo. 

Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.

Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale. 

È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.

Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove. 

È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.

Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano. 

Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!

NISCEMI: la frana degli avvertimenti inascoltati.


C’è una storia, in Sicilia, che non si ferma mai, già… è la storia di un’isola che scivola via un pezzo alla volta, tra fango e indifferenza!

A la cosa assurda è che a ogni crollo, a ogni strada che si spezza, a ogni mareggiata, si ripete sempre lo stesso copione: si alzano le mani, si declinano le responsabilità, si mobilitano le stesse figure che fino al giorno prima erano assenti. La città di Niscemi (ma non è l’unica) in queste ore, è il palcoscenico perfetto di questa tragedia annunciata.

La notizia è che una collina sta crollando, che intere porzioni di paese sono in bilico, che la Protezione Civile descrive una situazione critica. Ma la verità, molto più amara, è che tutto questo era stato scritto, il sottoscritto ad esempio ha realizzato parecchi post sui rischi idrogeologici presenti sul territorio, ma nessuno ha poi approfondito, già i soliti studi, progetti e poi tutto è stato archiviato, sepolto sotto l’indifferenza, altre carte, altre priorità e chissà… forse altri interessi.

È sempre così. I segnali ci sono, le voci ci sono. Per anni si è scritto di rischi idrogeologici, di alvei da mettere in sicurezza, di una cementificazione folle che ha trasformato il suolo in una lastra impermeabile. Si è denunciata l’assenza di una pianificazione seria, la leggerezza con cui sono state concesse licenze, l’inerzia di chi avrebbe dovuto vigilare. Parole che sembravano cadere nel vuoto, finché la terra non ha iniziato a muoversi di nuovo.

I geologi lo spiegano con pacatezza implacabile: Niscemi sorge su un equilibrio fragile, sabbia su argilla, un predisposto scivolare. Il dissesto è antico, profondo, solo apparentemente quieto. Le indagini lo dicono da tempo: non ci sono soluzioni miracolose, solo interventi per mitigare un rischio che non si cancella. E la conclusione, per chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, è una sola: certe aree non vanno ricostruite, ma abbandonate. Delocalizzare, non perpetuare l’errore. Invece, si preferisce fingere sorpresa, ogni volta, come se la pioggia fosse un evento imprevedibile e non la semplice conferma di un destino costruito giorno dopo giorno.

E allora, mentre le case tremano e la gente guarda inerme la propria vita andare in frantumi, viene da chiedersi: a cosa servono tutti gli avvertimenti, gli studi, le denunce, se poi chi dovrebbe agire si gira dall’altra parte? Se i fondi prendono strade oblique, come hanno mostrato inchieste anche recenti? Se l’emergenza diventa l’unico momento in cui tutti si “mobilitano”, per poi dimenticare di nuovo fino alla prossima catastrofe?

Quella di Niscemi non è una frana improvvisa. È il crollo lento di una memoria collettiva, il fallimento di una prevenzione mai nata, lo scivolare via delle responsabilità di chi, seduto sulla propria poltrona, ha ascoltato senza sentire, guardato senza vedere. Fino a quando, anche la terra, stanca di aspettare, decide di muoversi. E porta via tutto, tranne l’amara consapevolezza che questa storia, purtroppo, la conosciamo già. 

E state sicuri che quanto accaduto ora a Niscemi, si ripeterà, identica, da qualche altra parte, sì… se continueranno – per come fanno sempre – a voltare la testa dall’altra parte!

Ross Pelligra: il gesto che va oltre il campo…


Il Catania ha appena battuto 2-0 il Cosenza e non posso che essere felice per la squadra, per i tifosi, ma soprattutto per il presidente Pelligra, non tanto nella sua veste di dirigente sportivo, quanto in quella di uomo, imprenditore e, soprattutto, “catanese”, anche se a tutt’oggi non è stato ufficialmente insignito del titolo di cittadino onorario.

Sì… credo che lo meriti, soprattutto ora che ha scelto di devolvere l’intero incasso della partita alla città, colpita come sappiamo, dal ciclone Harry.

Perché non importa, in fondo, la cifra esatta – si parla di circa centomila euro, tra abbonati e biglietti staccati – quanto il gesto in sé. È questo il punto!

È questa la lezione morale che meriterebbe di essere presa a esempio da tanti altri imprenditori di questa terra, troppo spesso più inclini a prendere che a dare – non tutti, per fortuna. Mi riferisco a quelli che, senza alcun merito, anzi spesso grazie a infiltrazioni esterne o a raggiri finanziari ben noti, continuano ad occupare spazi che non gli competono, incrinando il mercato e compromettendo la libera concorrenza.

Pelligra ha detto: «Ho visto immagini terribili, devo fare qualcosa, bisogna agire subito». E lo ha fatto da lontano, dall’Australia, dove si trova in questi giorni, ma con una vicinanza che supera ogni distanza geografica.

E comunque, la sua decisione non è arrivata dopo lunghe riunioni, né dopo attese burocratiche o come farebbero in molti, dopo aver compiuto calcoli opportunistici. È stata fulminea, spontanea e soprattutto “umana”. 

I suoi collaboratori l’hanno condivisa all’unisono, e il club intero ha trasformato un semplice incontro di campionato in un atto di solidarietà concreta. Tanti tifosi, del resto, hanno scelto di andare allo stadio non solo per tifare, ma per partecipare a quel gesto, perché anche comprare un biglietto, in questo caso, è diventato un modo per stare accanto alla propria comunità.

L’incasso, al netto delle tasse obbligatorie da versare alla Lega, sarà consegnato alle istituzioni affinché possa raggiungere chi ha perso tutto: attività commerciali, abitazioni, imprese, vite stravolte in poche ore.

E così, mentre Pelligra non potrà essere fisicamente presente alla partita – seguirà comunque l’evento da lontano – sono certo che verrà sommerso da messaggi di stima e gratitudine come questo mio, non solo dagli ambienti sportivi, ma, soprattutto, spero, da quegli imprenditori siciliani che ancora credono in un’idea di impresa fondata sulla responsabilità e sulla crescita della propria terra, non soltanto sul profitto.

Intanto, come abbiamo visto in questi giorni, prosegue il suo impegno per il futuro del calcio catanese; dopo aver perfezionato l’acquisto del centro sportivo di Torre del Grifo, ha deciso che aprirà la struttura non solo alla prima squadra, ma anche ai tanti giovani che giocano a calcio, destinando così alcuni campi alla formazione.

Si capisce da quanto sopra come vi sia una visione ad ampio spettro, che va oltre il risultato sportivo, che guarda alla città, alla sua crescita, al suo tessuto sociale. E non è un caso se, sui social, persino le rivalità storiche si sono dissolte di fronte a un gesto così limpido. Gli stessi tifosi del Palermo hanno rilanciato la notizia con parole di apprezzamento unanime: perché certe azioni ricordano a tutti che lo sport, quando è autentico, sa unire più di quanto divida.

Ma permettetemi di aggiungere che non è solo il Catania a muoversi in questa direzione, sì… anche il Messina, guidato da Justin Davis – un altro imprenditore australiano legato a Pelligra – ha deciso di devolvere due euro per ogni biglietto venduto alla partita contro l’Acireale, a favore delle popolazioni colpite nel litorale jonico.

Segnali chiari, concreti, urgenti. Azioni che non aspettano tempi morti, che non si nascondono dietro promesse vaghe o annunci destinati a evaporare. In un momento in cui troppe cose sembrano bloccate – immobilizzate dalla politica, dalle procedure burocratiche, dai silenzi e dall’indifferenza – ecco che questi gesti aprono un varco. E ci ricordano che, talvolta, basta un atto semplice, ma vero, per ridare fiducia.

Grazie, presidente Pelligra. E un sincero riconoscimento va anche al collega del Messina, che ha saputo guardare oltre la linea del campo…

Crans-Montana? Ci meravigliamo per la Svizzera, ma da noi neppure le denunce muovono nulla.


Buongiorno…

mi ritrovo – dopo aver parlato stamani al telefono con mio cugino, trasferitosi da tanti anni in Svizzera – con un nodo allo stomaco, sì… come spesso accade quando il mondo lì fuori sbatte una tragedia sotto i nostri occhi e noi, qui, ci commuoviamo, ma solo per un istante, per poi tornare a girare la testa dall’altra parte.

È successo con l’incidente di Crans-Montana, in Svizzera; quaranta anime spezzate dal fuoco in una discoteca, sei di loro erano nostri giovani. Il nostro Paese, nella sua rituale compostezza, ha espresso cordoglio, aperto un’indagine, promesso dibattiti sul rafforzamento dei controlli, su normative più severe per prevenire simili tragedie.

E così, mentre ascolto quelle parole, solite, doverose, mi chiedo: a cosa servono, se poi tutto rimane uguale? Se servono solo a tranquillizzare le coscienze per un giorno, per poi lasciare che il silenzio e l’oblio ricoprano ogni promessa?

Perché il punto è proprio questo: ci indigniamo per le disgrazie che accadono oltreconfine, ci meravigliamo della cattiva sorte o della negligenza altrui, mentre qui, nelle nostre città, sotto i nostri occhi, covano gli stessi identici incendi, le stesse tragedie solo potenziali, in attesa del loro momento. E lo so, forse stancherò qualcuno con la mia insistenza, ma permettetemi di parlare chiaro, di portare alla luce ciò che è stato sepolto sotto montagne di carte, indifferenza e soprattutto “comodo” silenzio.

Ci sono azioni, documentate, consegnate in mani che avrebbero dovuto essere quelle della salvaguardia, mi riferisco a esposti ufficiali presentati (anche da alcuni amici condomini), depositati presso il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Messina e alla Direzione Regionale di Palermo, a cui – proprio a seguito di quelle segnalazioni – i loro responsabili sono celermente intervenuti, sì… per ispezionare, costatare, fotografare, etc…

Parliamo di ufficiali, militari, funzionari, ingegneri, tutti hanno percorso quei luoghi, hanno annuito di fronte a quelle criticità evidenti e soprattutto gravi e poi… se ne sono andati. Negli anni? Nulla è cambiato! Non un adeguamento, non un intervento sostanziale, non un frutto concreto di quelle preoccupazioni messe nero su bianco, già… solo il deserto dopo la visita…

Ma la cosa assurda e che questo complesso immobiliare – notevole per dimensioni – è oggi sotto amministrazione giudiziaria. Già… il Tribunale di Messina ha nominato un nuovo amministratore, eppure, nessuna azione è stata ancora intrapresa per scongiurare i rischi a cui – in particolare nei giorni estivi – sono esposte migliaia di persone.

E vi dico di più: i pericoli denunciati ai Vigili del Fuoco sono solo la punta dell’iceberg. Le stesse criticità – insieme ad altre, ben più gravi – sono state portate all’attenzione della Procura della Repubblica di Messina. Quelle indagini hanno condotto, finora in primo grado, alla condanna dell’amministratore precedente. Una condanna che però non si è ancora tradotta in sicurezza, né in azioni concrete che evidenzino, in modo chiaro e definitivo, tutti gli abusi messi in atto in questi lunghi anni. Viceversa, tutto è rimasto lì, sospeso: un’eco in un corridoio vuoto.

Mi perdonerete questa riflessione amara, ma sento il bisogno di manifestare tutta la mia preoccupazione, la mia rabbia impotente, per la messa in sicurezza di quel posto, e di tanti, sì… troppi altri.

“Nicola… per fortuna (dicono in molti che mi conoscono…), non sei un pubblico ufficiale incaricato di controllare”. Ma d’altronde, in trentacinque anni di lavoro, funzioni di controllo ne ho svolte tante in particolare sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, oltre che per qualità e ambiente: so bene… cosa si dovrebbe vedere, ma soprattutto so cosa si dovrebbe fare!

Già… vi assicuro che basterebbe una mia semplice passeggiata in quei luoghi, in tutti quei condomini di villeggiatura – ma potrei allargare lo sguardo anche alle città – per trovare, le stesse gravissime criticità.

Manca in molte il rispetto delle norme antincendio, dei piani di emergenza, delle vie di fuga, situazioni che, se fossi io a dover applicare la legge in modo rigoroso, mi obbligherebbero a porre i sigilli, a fermare tutto.

Ma da noi si sa, tutto è svolto così… alla buona. Nessuno denuncia, per quieto vivere, per paura di ritorsioni, per non essere il rompiscatole di turno. Nessuno interviene, perché intervenire costa fatica, denaro, significa soprattutto assumersi responsabilità.

Ecco perché nessuno controlla davvero, perché controllare significa spesso scoprire un vaso di Pandora di colpe condivise, di omissioni a catena. E quelli che dovrebbero essere i guardiani, quelli che dovrebbero controllare, far emergere i problemi, preferiscono spesso farsela alla larga.

Sì, proprio così, per non avere conseguenze personali, per non inimicarsi chi potrebbe creare loro problemi professionali, per non mettere in gioco una carriera costruita con fatica su un terreno fatto di compromessi.

Così si gira la testa, così si piega il sistema, fino a farlo diventare complice di se stesso, corrotto e clientelare. E persone come il sottoscritto restano soli, in questa lotta contro mulini a vento che però sono fatti di cemento e di pericolo reale.

Già… si resta soli con la consapevolezza che, dietro le chiacchiere di circostanza dopo una tragedia lontana, qui, nel nostro cortile, la miccia continua a bruciare lentamente, in attesa che qualcuno decida finalmente di spegnerla, o che scoppi l’inevitabile.

Ma quando ciò accadrà, statene certi, il sottoscritto si presenterà nuovamente a Messina, sì… tornerò!

Mi recherò dinnanzi al Procuratore incaricato di quelle indagini, e allora, tutte le denunce, gli esposti, le Pec, le mail, tutto quanto presentato – anche se dovessi trovare il Tribunale stesso circondato dall’acqua – tutto verrà nuovamente a galla e i responsabili pagheranno! 

Perché io ci sarò. Sarò lì presente, a fare da testimone ostinato contro chi, invece di compiere con correttezza il proprio incarico, ha scelto di voltarsi. E mi si creda oggi sulla parola: difficilmente, allora, quei soggetti indolenti, riusciranno a godersi quella… sì, quella tanta desiderata pensione!

Già… viviamo tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre.


Già… c’è un dato che osservo, che scorre silenzioso tra le cifre degli incassi, una cifra che non fa clamore, che non genera titoli trionfali e mi chiedo cosa significhi, davvero, per me, per noi…

Mentre un film comico solca il cielo del botteghini come una cometa festosa, un altro film, che racconta uno dei processi più bui e necessari della nostra storia, “Norimberga”, arranca in terza posizione con un incasso che è poco più di un decimo rispetto al colosso in testa. 

Non si tratta di giudicare il valore del sorriso, che è medicina preziosa soprattutto in questo periodo in cui viviamo – a causa dei conflitti – tempi grami, ma si tratta di notare una direzione, già… una propensione dell’animo collettivo. 

Mi sembra che ci sia una volontà precisa, soprattutto nei più giovani, ma non solo, di cercare soltanto la spensieratezza, o al contrario, di schierarsi socialmente con furore da tribù, brandendo slogan pescati dal flusso dei social, ma nel mezzo, però, svanisce la pazienza per la profondità, l’interesse per la stratificazione amara e complessa della verità.

Si preferisce la semplificazione, la pillola già digerita, sia essa una risata garantita o un’opinione preconfezionata e così accade che un film che mostra, tra le altre cose, un bulldozer che spinge centinaia di corpi senza vita in una fossa comune, resti sullo sfondo, quasi un disturbo per la nostra serenità costruita. 

Quelle immagini riprodotte però, non sono una finzione macabra, sono il documento di ciò che mani umane hanno compiuto, non in un medioevo lontano, ma ottant’anni fa. Sì… dovremmo guardarle nuovamente tutti per riconoscere la meschinità di cui può ammalarsi l’anima quando si crede pura, quando si illude di edificare un paradiso sulla terra cancellando chi è giudicato impuro. 

Quella sola scena – da sola – potrebbe insegnarci quanto fragile e spesso ipocrita sia la nostra normalità, che avanza fingendo di non sapere, o scegliendo di dimenticare in fretta, sepolta sotto il frastuono del divertimento e della polemica quotidiana.

Quel bulldozer nei campi di sterminio è il simbolo estremo dell’oblio attivo, della spinta meccanica a rimuovere la prova, a far scomparire non solo le vite ma la loro stessa traccia materiale. Oggi, quell’oblio non è più così violento e manifesto. È più subdolo! 

È la stanchezza di sapere, la noia di fronte alla complessità, la scelta volontaria di distogliere lo sguardo perché “è troppo pesante” o “è roba vecchia” oppure come sento ripetere da molti in questi giorni: “ma loro non stanno facendo lo stesso a Gaza?“. È lo scrollare via, il cambiare canale, il preferire altro. E su questa rimozione silenziosa, costruiamo la nostra risata. Non una risata liberatoria o genuinamente gioiosa, ma una risata-copertura, un rumore di fondo assordante che ci garantisce di non sentire il brusio inquietante della storia, di non dover rispondere alla domanda più scomoda: “E io, in tutto questo, cosa sarei stato?“.

Eppure, il bisogno di evasione è legittimo, lo comprendo. Le sale si riempiono di risate e forse, in quel momento di condivisione, c’è anche un po’ di sollievo autentico. Ma un popolo che misura la sua vitalità culturale solo dal battito della risata, e non anche dalla capacità di sostare nel disagio della memoria, rischia di diventare un popolo superficiale. Un popolo che affida la sua comprensione del mondo ai trend e ai post, senza mai scavare negli aspetti storici, nei vissuti, nelle contraddizioni che hanno portato a quelle fosse comuni, è un popolo che dorme nella storia, credendosi sveglio.

Forse il punto non è scegliere tra Checco Zalone Russell Crowe, tra la commedia e il dramma storico, no… il punto è l’equilibrio perduto, la scomparsa di un desiderio di completezza. Vogliamo solo essere trasportati lontano, o infiammarci in dispute virtuali, ma non vogliamo più essere interrogati, messi in discussione, costretti a pensare con la nostra testa, al di là delle narrazioni che ci vengono propinate. Quella fila per il film comico, così lunga, e quella per “Norimberga”, così esile, sono due facce della stessa medaglia: la ricerca di un presente senza peso. Accettiamo di vivere in questa strana terra di nessuno, tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre. È più comodo così.

Ma la vera sfida non è smettere di ridere. È non permettere che quella risata diventi la colonna sonora della nostra dimenticanza. È trovare il coraggio di guardare, almeno ogni tanto, nella direzione del bulldozer, e ascoltare il suo rombo sinistro che riecheggia, ancora, sotto alle nostre risate. 

Perché una vita che fa finta di andare avanti, voltando le spalle a quella macchina e al suo carico, è davvero una vita vissuta o è solo un’attesa spensierata nell’anticamera della storia, che prima o poi bussa sempre di nuovo alla porta, con domande a cui non abbiamo imparato a rispondere?

Dal Governo: Stop alla mafia in TV”. Ma il rischio è cancellarla dall’agenda reale, non dallo schermo!


Ok… va bene, parliamo di questa idea: far sparire la mafia dai film, dalle serie, dalle storie che girano intorno a noi.

Lo so, lo so bene, non si tratta di cancellarla del tutto, quanto piuttosto di toglierle quel velo di fascino che, per troppi anni, le è stato cucito addosso da una narrazione troppo spettacolare, troppo compiaciuta, quasi ammirata. 

L’intento è condivisibile, anzi necessario: non vogliamo che i nostri ragazzi guardino a quegli uomini come a modelli, non vogliamo che l’oscurità venga scambiata per forza, l’arroganza per coraggio, la violenza per potere. Il punto, però, non è nascondere la realtà, ma raccontarla senza orpelli, senza mitizzarla. 

Perché la mafia non è un’invenzione da sceneggiatura, è un fatto, un tessuto che ha attraversato e ancora attraversa vite, quartieri, intere regioni, e persino le stanze del potere; nasconderla sarebbe non solo inutile, sarebbe ipocrita: una sorta di patto tacito con l’ignoranza, un modo per non guardare in faccia la verità.

Serve invece una rappresentazione più onesta, più cruda, che non risparmi i dettagli scomodi: quegli uomini, nella maggior parte dei casi, non sono eroi, menti raffinate, ma neppure architetti del male, sono spesso individui ignoranti, culturalmente vuoti, cresciuti in contesti senza affetto né regole, dove l’unica lingua parlata è quella del dominio e del sospetto.

Peraltro, la ricchezza accumulata non è libertà, è una gabbia dorata che non possono nemmeno aprire: non viaggiano, non frequentano, non godono, vivono sempre in allerta, con lo sguardo fisso alle spalle, come se il mondo intero fosse una minaccia.

E alla fine, molti di loro finiscono come tutti gli isolati: soli. Rinchiusi in celle di massima sicurezza, abbandonati dagli stessi che un tempo li osannavano, dimenticati persino dai familiari. Non c’è gloria in quella fine. C’è solo il vuoto di una vita spesa a costruire niente, se non paura!

Ma qui sta il nodo più difficile da sciogliere: non basta cambiare il modo in cui si racconta la mafia, se poi non si ha il coraggio di guardare a chi le tiene aperte le porte ogni giorno.

Non parlo dei picciotti, dei piccoli spacciatori, di chi obbedisce e basta, senza chiedere, di chi spara, percuote, minaccia di persona, cioè di chi fa il “lavoro sporco” in prima persona senza chiedere…

No… mi riferisco a di chi indossa un completo, firma delibere, stringe accordi in sale riunioni, di chi evidenzia “mani pulite”, sapendo di avere la coscienza “sporca”. Sono loro il motore nascosto, il collante, il sistema che trasforma un’organizzazione criminale in un apparato quasi istituzionale.

Eppure, mentre si discute se una serie tv, un film, sia troppo morbido o troppo cruento, quella rete continua a tessersi indisturbata, sotto gli occhi di tutti, anzi, spesso proprio grazie allo sguardo distolto di molti o proprio di coloro che propongono l’abolizione di quelle trame romanzate.

Le mafie oggi non sparano più in piazza, non ammazzano i giudici in mezzo alla strada – per fortuna – ma sono più forti che mai, perché hanno imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio dell’economia, della burocrazia, del consenso. 

Sono dentro le gare d’appalto truccate, nei contratti gonfiati, nelle nomine pilotate, nei silenzi compiacenti, nelle assemblee dei consigli comunali. Non c’è bisogno di armi quando hai chi ti fa passare un atto inosservato: la violenza si trasforma in omissione, in complicità, in corruzione.

Le inchieste lo dicono ogni ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, senza clamore, senza titoloni: non si tratta di sparatorie, ma di firme, di bonifici, di verbali falsificati, di relazioni tecniche appositamente taroccate. Eppure dal nostro governo si preferisce dibattere di film e fiction, come se la verità potesse essere cancellata cambiando un copione, mentre la realtà continua a marciare, silenziosa e implacabile.

Allora sì, raccontiamola meglio, la mafia! Ma questa volta non per far bella figura davanti alle telecamere di una Tv utilizzata a modello “propaganda” o per accontentare le sensibilità del momento, sì… raccontiamo perché chi ci governa, chi decide, chi ha potere di scelta, si senta ora chiamato in causa, senza che un pentito o un boss prima di morire da dentro il carcere abbia deciso di parlare…

Perché la vera battaglia non si combatte sul set di una serie, ma nelle aule di tribunale che vanno potenziate, nei controlli che vanno resi più efficaci, nelle scuole dove bisogna insegnare a riconoscere il clientelismo prima ancora che la violenza. E se non si ha il coraggio di guardare lì – dove stanno le mani che stringono, non quelle che sparano – ogni discussione sulle storie inventate resta solo rumore di fondo, un diversivo comodo, quasi colpevole.

Perché quel sistema non vive solo di omertà e intimidazione: vive di consenso, di complicità elettorale, di voti che vengono raccolti proprio grazie a quei legami. E fino a quando non si avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – senza giri di parole, senza eufemismi, senza distrazioni inutili -nessun cambiamento sarà reale! Sì… nessuno.

Altro che terra santa, sembra viceversa – da 2000 anni – una terra maledetta!


Le cronache e le immagini che ci arrivano da Gaza e da ogni altra parte di quel territorio, mostrano la sofferenza fisica (e morale) di innocenti indifesi.

La violenza si sa… genera morte e distruzione, la vendetta genera odio e dolore, e così assistiamo a un percorso circolare in cui si rincorrono solo gli aspetti più bui dell’umanità. 

Una pace che non si apre, che non ammette solidarietà né comprensione, e che non fa altro che alimentare il male con altro male. Da millenni anni, secoli e in modo più acuto da quel maledetto ottobre, parliamo e scriviamo di questo. 

Eppure le parole, tutte le parole, sembrano scivolare via come acqua su una pietra levigata dall’indifferenza.

È stato superato da tempo ogni limite di sopportazione. Abbiamo visto le cause, immediate e lontane e il numero altissimo di vittime a causa di bombardamenti, scontri, esplosioni e soprattutto carenza assoluta di viveri. Innumerevoli appelli, mediazioni di papi, imam, patriarchi, rabbini, ayatollah, dalai lama, ma anche capi di stato, si sono infranti contro un muro di rifiuto e gli aiuti che sono riusciti a filtrare sono una goccia in un oceano di disperazione.

Vorrei chiedervi: Cosa spinge un essere umano a non fermarsi, a continuare a provocare dolore? Come si trasforma questa sensazione di impotenza che ci assale in qualcosa di concreto? Al sottoscritto sembra che dopo tante parole, l’indifferenza sia nuovamente calata come un velo pesante sul male della guerra, e che la paura ci abbia resi ormai muti. E come ripeto sempre in ogni occasione: il silenzio, si sa, ci rende complici.

Intorno a Gaza, intorno alla Palestina, sono stati eretti muri fisici, visibili, che bloccano l’accesso a chi non è “autorizzato”: aiuti, volontari, occhi del mondo. Ma intorno a tutta questa guerra è stata costruita un’altra barriera, invisibile e più spessa, che blocca l’ingresso alla verità. Una verità che sola potrebbe nutrire la giustizia e restituire dignità a una popolazione stremata. 

Cosa, o chi, impedisce davvero di aiutare esseri umani che vivono in condizioni disumane? Forse la loro debolezza fa paura. Forse la loro rassegnazione non scuote più le coscienze addormentate. Chi sono coloro che scelgono di seguire interessi economici o di potere, aumentando le spese per procurare morte mentre poco più in là c’è abbondanza di quanto servirebbe per vivere? Perché negare un farmaco, un pasto, un po’ di calore, a pochi passi da dove tutto ciò esiste? Il gelo di un terzo inverno, senza il calore della solidarietà, sembra non smuovere più cuori ormai induriti e disconnessi.

Sono domande che restano sospese, rivolte a tutti, perché di fronte a una situazione così disumana la responsabilità è collettiva e diffusa. E mentre ora il Natale si avvicina, con quel suo messaggio di luce, quella terra sembra affondare sempre più nelle tenebre di una maledizione antica. 

Già… da oltre duemila anni, forse anche a causa delle religioni che l’hanno contesa, è un luogo dove la guerra ha segnato l’esistenza dei suoi popoli, dove la pace non è mai stata una realtà, ma solo un’illusione lontana. Le dichiarazioni dell’ultimo anno, l’affannarsi sterile di politicanti e presidenti, non hanno fatto che evidenziare il totale fallimento di ogni politica messa in campo. Le loro parole risuonano vuote in un deserto di azioni efficaci.

Eppure, la risposta che ci viene proposta in questi giorni è la bella storiella (certamente fantasiosa) di un Bambino in povere fasce, nato in una grotta fredda e buia. Un Bambino che porta pace ai cuori senza pace, che è venuto per riconciliare i fratelli. Ed allora proviamo a prendere quanto di buono da quella storia raccontata, sì… celebriamo quel messaggio che dalla grotta di Betlemme è giunto fino a noi dopo più di duemila anni. Ma non possiamo farlo solo nel ricordo rituale o essendo di parte, già… da chi professa una qualsiasi religioni ed odia le altre.

La pace non è un’illusione, è una scelta di vita quotidiana e coraggiosa. È l’unica verità che può spezzare questo cerchio maledetto. È il coraggio di riuscire ad amare il prossimo, anche quando quel prossimo è oltre un muro, oltre un checkpoint, oltre l’abisso dell’odio che quella terra, da millenni, continua a generare!

Riforma del condominio: A volte le denunce presentate servono a migliorare (di molto) questo paese corrotto!


Sì… a volte basta un gesto, una scelta precisa, per far sì che qualcosa inizi a muoversi.

Non parlo di rivoluzioni, né ambisco a drammi o proclami; vorrei semplicemente sottolineare quel minimo coraggio che spinge un cittadino a fare ciò che molti si aspettano e – ahimè – pochi compiono: denunciare con i fatti, non con le parole!

Ho presentato documentazione completa alla Procura nazionale e alla Gdf della mia città, allegati ufficiali, integrazioni puntuali, nessuna illazione, solo prove.

Lo feci non per interesse personale, né per vantaggio diretto, e ancor meno per “salvaguardare il proprio orticello”, ma perché chi riceve un incarico – anche se compiuto in forma gratuita – ha il dovere morale di portarlo avanti con trasparenza, soprattutto quando intorno c’è confusione, opacità, forse illegalità. Peraltro, la sentenza di condanna che ne seguì non fu solo una vittoria giudiziaria, fu la conferma che qualcosa, in quel condominio, non funzionava da tempo.

Eppure, quanti anni ed ostacoli prima di arrivare fin lì. Quante porte chiuse, quanti silenzi imbarazzati, quante risposte evasive che sembravano uscite da un copione già scritto. Mi sono sentito come Don Chisciotte davanti ai mulini a vento, che per raggiungere il suo obiettivo deve attraversare sabbie mobili, superare muri di gomma, e avanzare senza mai sapere se quel che vede è reale o solo illusione. Ogni tentativo di dialogo interpretato come fastidio, ogni richiesta di chiarezza respinta come disturbo all’ordine delle cose.

Ricordo un collega, anni fa, sempre con gli occhi fissi sul monitor delle slot online, che senza voltarsi mi diceva: Nicola… non ora, non vedi che sono impegnato? Ecco, certe volte ho avuto la stessa sensazione: mentre tu cerchi di fare chiarezza, qualcuno altrove sta giocando con luci che girano piene di corone, campane e ciliegie, totalmente indifferente al caos che genera senza nemmeno accorgersene.

Ma fortunatamente non tutti sono così. C’è chi ancora crede nel proprio ruolo, nei valori della toga e della divisa, chi tra mille difficoltà continua a lavorare con senso del dovere, procuratori rigorosi, militari onesti, ma anche dirigenti e funzionari attenti, che pur tra bastoni tra le ruote, non abbassano la guardia. Ed è grazie anche a loro che infatti qualcosa si muove.

Ed allora finalmente ecco giungere quella riforma tanto auspicata, e permettetemi di fare un plauso anche a chi – seduto in quelle poltrone di governo – ha saputo ascoltare e prendere in mano l’argomento di migliaia di condomini e delle loro difficoltà, riportando il problema ai propri colleghi del Parlamento, affinché si realizzasse quella fondamentale – per non dire necessaria – riforma della gestione condominiale.

Il 17 dicembre scorso è stato presentato il progetto di legge “AC 2692”, una riforma attesa da tredici anni, dall’ultima modifica sostanziale della disciplina condominiale. Cambia molto, e non soltanto sulla carta. Pagamenti obbligatoriamente tracciabili, fine del contante, conti correnti condominiali come unico canale per incassi e spese: niente più transazioni nell’ombra. I creditori potranno agire direttamente sul fondo comune, senza dover inseguire singolarmente i morosi, e se le somme non bastano, i condòmini in regola pagheranno in anticipo, conservando però il diritto di rivalsa. Un sistema più efficiente, certo, ma anche più equo, purché accompagnato da controlli veri.

L’amministratore non sarà più chiunque, nemmeno se interno al condominio. Dalla laurea triennale in ambito economico, giuridico, tecnico o scientifico, al percorso formativo obbligatorio, fino all’iscrizione a un registro nazionale tenuto dal Ministero delle Imprese: la professionalità diventa requisito imprescindibile. Niente più improvvisazione. Accanto a lui nasce il revisore contabile condominiale, figura nuova, indipendente, con competenze specifiche e iscrizione a un albo dedicato. Controllo reale, trasparenza finanziaria, prevenzione dell’evasione: non sono slogan, sono strumenti concreti.

Anche il fisco entra in gioco: le spese condominiali ordinarie potranno essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi. Un incentivo chiaro: pagare in tempo conviene. E chi non paga? L’amministratore potrà chiedere il decreto ingiuntivo solo dopo l’approvazione del rendiconto, entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio. Tempi più lunghi, sì, ma più coerenti con una gestione corretta dei bilanci.

Chi esercita senza titolo rischia sanzioni pesanti, multe oltre i cinquemila euro. E in caso di reati gravi, si apre la strada alla confisca dei beni, anche di quelli posseduti dai familiari, se non ne viene dimostrata la legittima provenienza.

Non è punizione, è dissuasione. È il segnale che i tempi cambiano…

La confisca c’è, l’indagato pure. Ma chi ha permesso che accadesse? Quando lo strumento della legalità si incaglia nel suo stesso meccanismo.


C’è un’impresa, confiscata da anni, che è riuscita a muoversi come se nulla fosse cambiato.

C’è ora un processo, con richieste di condanne pesanti, e un pubblico ministero che si presenta in persona, segno che la materia non è secondaria, né accidentale.

C’è un nome che non serve citare, perché non è di quello che si tratta: quello che conta è che l’impresa abbia continuato a funzionare dopo la confisca, nonostante la confisca, quasi grazie alla confisca, se è vero che chi la doveva custodire ne è diventato parte attiva.

C’è un amministratore giudiziario oggi indagato per concorso esterno e peculato aggravato, e questo da solo basterebbe a far suonare un campanello: uno solo, ma forte.  

Eppure il punto non è neanche lui, già… il punto è che qualcuno, all’interno del Tribunale – non di Messina, bensì di Catania – avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto leggersi, una decina di anni fa, le segnalazioni che qualcun altro aveva depositato (per non voler aggiungere “protocollato) con cura, anche con timore, ma con la speranza che qualcosa cambiasse.

Non erano voci, non erano sospetti: erano documenti, date, firme, ma soprattutto circostanze concrete, inequivocabili.

Se qualcuno quei documenti li avesse letti e, soprattutto, li avesse presi sul serio, oggi non saremmo qui a sentire un Pm chiedere pene così alte per reati che, di fatto, potevano essere interrotti molto prima.

Chissà se, in questo momento, quel “qualcuno” – di cui si conosce nome e cognome, anche se non serve, in questa sede, scriverli – non stia controllando il telefono più del solito, non stia ripensando a scelte fatte o dovrei dire… non fatte, non stia misurando il rischio che la persona ora sotto processo, decida di parlare, non solo di ciò che ha fatto, ma di ciò che è stato permesso.

Non è fantasia, non è suggestione: è una possibilità che conoscono bene coloro che hanno seguito la vicenda fin dall’inizio, ne conoscono i passaggi, le omissioni, i silenzi che pesano più delle parole.

E forse –  per ora solo forse – c’è chi oggi, pur stando dentro le istituzioni, non sa più come muoversi: ogni passo rischia di incrinare non un singolo errore, ma un intero sistema fatto di sguardi bassi, di fascicoli chiusi in un cassetto, di silenzi scambiati per prudenza e di scelte giustificate come “opportunità”, ma che forse hanno radici più opache.

Chissà se una luce più insistente – quella, per dire, di un’inchiesta condotta con metodo e pazienza, lontana dal clamore ma vicina ai documenti – potrebbe finalmente illuminare quei meandri in cui la legalità si perde non per violenza, ma per omissione.

Non serve chissà quale rivelazione: a volte basta qualcuno disposto a voltare pagina, davvero, e a leggere fino in fondo.

C’è chi ieri ha parlato di estorsione, di violazione della pubblica custodia, di sottrazione di beni sequestrati – tutti reati gravissimi – e lo ha fatto con chiarezza, con rigore.

C’è chi ha confermato che l’impresa, nonostante la confisca, non ha mai smesso di operare sotto certe logiche…

C’è chi ha ascoltato, ieri, le arringhe della difesa, e chi ha notato l’assenza – significativa – di due parti civili che avrebbero dovuto esserci: l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e il Comune. 

E c’è chi, leggendo tutto questo, non prova rabbia, non prova soddisfazione, ma un senso profondo di stanchezza morale: perché non è la prima volta, non sarà l’ultima… e ogni volta si ripete lo stesso schema. La denuncia arriva, qualcuno la riceve, nessuno la legge fino in fondo, oppure preferisce insabbiarla nell’ultimo cassetto.

Finché non è troppo tardi, fintanto che improvvisamente non diventa notizia, dopo che arriva un’inchiesta giudiziaria, un processo, sì… per ricordare ciò che un semplice atto di attenzione avrebbe potuto evitare.

Ma forse – mi viene ora da chiedere – andava bene così?

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Seconda parte)


Ciò che da circa trent’anni si sta compiendo in questo nostro Paese è chiaro e ahimè terribile: si sta selezionando una classe di peggiori, perché la disonestà diventa strategia vincente!

Questo processo – evidente a tutti – ha di fatto degradato in modo visibile la qualità della vita, dei servizi, della democrazia stessa, normalizzando l’illegalità, sì… fino a farla apparire giustificabile.

È quasi diventata una componente strutturale del nostro vivere, ma non solo: questa normalizzazione è come un veleno che genera rassegnazione, che fa credere che le mafie, la corruzione, l’illegalità diffusa siano qualcosa d’invincibile, e ciò serve esclusivamente affinché essi possano prosperare proprio grazie a questo clima di indifferenza e disincanto, nella complicità silenziosa di chi pensa solo al proprio minuscolo orticello, lo stesso che frutta indegno vantaggio.

Come dicevo nella prima parte di questo post, la mia terra è quarta in questa classifica, ma in fondo è solo un dettaglio in un malessere che è nazionale, che dal Sud arriva al Centro e al Nord, con nomi e modalità forse diverse, ma con la stessa, identica sostanza: l’interesse privato che divora il pubblico, il bene comune che si riduce a merce di scambio.

Non è un’anomalia, ci viene detto con forza. È un sistema che si adatta, si evolve, usa tecniche sofisticate o si nasconde dietro leggi fatte su misura, conflitti di interesse tollerati, relazioni opache. La questione, comprenderete, va ben oltre la singola mazzetta, il singolo concorso truccato.

Sono all’opera meccanismi che consolidano un potere irresponsabile, che catturano lo Stato per trasformarlo in una risorsa per pochi. Invocare pene più severe non basta (d’altronde, basti osservare le riforme ridicole che compiono sulla giustizia, per comprendere come nessuno abbia realmente interesse a contrastare questa condizione…), serve un patto diverso, un cambio radicale di mentalità, sia da parte dei cittadini, ma soprattutto nelle istituzioni (solitamente i primi ad aver beneficiato, da generazioni, di questo stato di fatto)!

Serve smetterla di pensare che così vadano le cose e che non vi sia altra possibilità che adeguarsi o lamentarsi a bassa voce, sì… sapendo di poter anche voi, un giorno, essere nella posizione di chiedere quel favore, quella raccomandazione che vi sembra l’unica via per sopravvivere o per farcela!

Le caste, le consorterie, le associazioni a delinquere, i gruppi di potere non sono un destino ineluttabile. Sì… sono il frutto di scelte, di omissioni, di connivenze, scelte che qui, nella mia Sicilia, ma non solo, sembrano essere state fatte così tante volte da aver creato una strada maestra, percorsa ormai senza più vergogna.

E allora, mentre leggo di summit per le nomine, di giro di telefonate, di affari che vanno dalla sanità alla cultura, il mio dubbio (ma ormai da troppo tempo dubbi non ne ho…) si trasforma in una domanda scomoda, anche ahimè per molti miei amici, conoscenti, molti di questi miei conterranei: quando smetterete di essere ancora complici, anche solo per inerzia, di tutto questo?

Già… quando decideremo che il bene di tutti, il servizio che funziona, la promozione meritata, valgono più della bustarella, della raccomandazione, del favore ottenuto per sé o per i propri cari?

Sì… so bene che la risposta, purtroppo, non la trovo in nessuna classifica.

Ed allora, se qualcosa non vi quadra, in un cantiere, in un bando, in un condominio: segnalatelo! Come ripeto da sempre: non serve essere eroi, basta non voltarsi dall’altra parte.

A proposito di “COSEDIL S.p.A.”: quando un mio commento, elogio alla legalità, trova una sua tragica attualizzazione.


Proprio ieri, sulla homepage di LinkedIn, mi sono imbattuto in un post di una società che opera nella mia regione, la “COSEDIL S.p.A.”. Il post annunciava con orgoglio un incontro di alto livello in Mozambico, tra il loro amministratore e il Presidente del paese africano, nell’ambito del Piano Mattei. Si parlava di partnership strategiche, di contributi a progetti infrastrutturali di lungo periodo e di volontà di essere protagonisti attivi nei processi di crescita.

Quella lettura mi ha spinto a lasciare un commento personale, dettato dalla stima che nutro per questa azienda: Secondo il sottoscritto, la Società COSEDIL S.p.A. rappresenta una delle poche realtà imprenditoriali serie e solide di questo nostro Paese e, in particolare, della mia Sicilia. Questo giudizio non deriva soltanto dall’evidente professionalità dei suoi titolari e dei numerosi collaboratori, ma soprattutto dai principi fondamentali che guidano l’azienda. Ho sempre osservato che COSEDIL ha fatto della sicurezza e del benessere dei suoi lavoratori una priorità assoluta, affiancando con coerenza una rigorosa osservanza dei principi di legalità, aspetto che merita un particolare riconoscimento. Per tali ragioni, ritenevo che COSEDIL S.p.A. costituisse un esempio virtuoso e un modello di riferimento.

Oggi, ahimè, la cronaca mi ha riportato bruscamente alla complessità della nostra terra, dando purtroppo una tragica conferma a quell’elogio della legalità. La notizia è che proprio alla COSEDIL, impegnata in un cantiere a Messina, è stata avanzata una richiesta di pizzo da 250 mila euro. La modalità è stata quella moderna della videochiamata, fatta addirittura da detenuti in carcere, seguita poi dalla visita di un minorenne in motorino. La reazione dell’azienda, in questo caso, è stata esemplare e lineare con i principi che le ho sempre riconosciuto: dopo la richiesta, hanno immediatamente avvertito i carabinieri.

Questo episodio, nella sua drammaticità, pur rafforzando ancor più il mio giudizio sull’impresa, getta però un’ombra profonda sul contesto in cui essa è costretta a operare. Dimostra che i valori della serietà e della legalità, per essere mantenuti, richiedono una coraggiosa esposizione personale e aziendale, perché la minaccia è sempre in agguato, persino in forma digitale e da dentro le carceri. E cposì… mentre un’impresa siciliana dialoga con i presidenti stranieri per costruire infrastrutture, nello stesso momento deve difendersi dall’estorsione nel suo cantiere in patria.

Tutto ciò evidenzia, in modo ancor più chiaro e desolante, come in questa terra la lotta alla criminalità organizzata – nonostante l’indiscusso e quotidiano impegno delle forze dell’ordine – sia ancora qualcosa di veramente lontano. È una battaglia che si combatte su un crinale sottile, dove il progresso internazionale e gli affari seri devono coesistere con la necessità eterna di vigilare, denunciare e resistere.

Quell’incontro in Mozambico e quella videochiamata estorsiva sono due facce della stessa medaglia: il racconto di una Sicilia che prova a costruire il futuro senza riuscire mai a liberarsi completamente delle catene del passato. E la reazione di chi, come COSEDIL, sceglie la via della denuncia immediata, resta l’unico, indispensabile, punto da cui ripartire ogni volta!

Per questo, alla fine di questa riflessione, sento il dovere di esprimere un sincero ringraziamento a chi, sul campo, sceglie ogni giorno la parte giusta, assumendosene i rischi.

Quando la corruzione non è anomalia. È metodo! (Prima parte)


La notizia arriva, un’altra volta, e non si fa nemmeno fatica a leggerla, ormai. È diventata una sorta di bollettino meteorologico che annuncia pioggia in continuazione, già… come un inverno che non vuol finir mai. 

Si parla ovunque di mazzette, bustarelle, un sistema che si fa sempre più intricato e sfacciato, e la mia terra, ancora una volta, si piazza bene in questa squallida classifica, quarta per numero di indagati. Mi chiedo, ogni volta che scorgo questi dati, cosa si nasconda veramente dietro le cifre, dietro le analisi minuziose che pure vengono compilate con cura quasi scientifica.

Mi domando se, in tutto il Paese e in particolare qui da noi (in modo così plateale), si pensi ormai esclusivamente a quel gioco perverso: prendere, farsi corrompere, aggrapparsi a qualsiasi collegamento pur di beneficiare, personalmente (o per i propri cari), di promozioni, raccomandazioni, vantaggi. Vantaggi che non sono guadagni legittimi, ma moneta falsa coniata nel retrobottega del potere, dove il valore di scambio è la dignità, spesa a credito e mai restituita.

Si snodano le storie, una dopo l’altra, e sembrano copiare sempre lo stesso copione, cambiando solo i nomi e le location. Attestazioni di residenza false, certificati di morte fasulli, appalti nella sanità o per i rifiuti che vanno al migliore offerente, non in termini di qualità, ma in termini di tangente. Licenze edilizie che spuntano come funghi dopo una pioggia di denaro, concorsi universitari truccati, voti di scambio, opere pubbliche che profumano di clan.

Parliamo di un un catalogo così esteso e variegato da far perdere il senso, da far sembrare quasi normale che ogni servizio, ogni possibilità, ogni atto pubblico abbia un prezzo segreto, una tariffa non ufficiale da saldare in un sotterraneo mercato delle influenze.

E Palermo, insieme alla mia Catania, non fanno eccezione. Anzi, sembra quasi di essere in un teatro per soli privilegiati, con i loro metodi di regime, con quelle liste di raccomandati, con quel cinico prendiamo questa, “è bona” che suona come una condanna a vita, non solo per chi la pronuncia, ma per chi la ascolta e non obietta, perché ormai ci si è abituati a considerare la corruzione una tassa di ingresso, il biglietto obbligatorio per accedere a qualsiasi diritto.

I numeri sono impietosi: quasi cento inchieste, un migliaio di persone coinvolte tra amministratori, politici, imprenditori, professionisti e mafiosi, in una commistione che ormai definisce un unico, fosco panorama. 

Emerge il ritratto di una corruzione che non è più incidente di percorso, ma sistema solidamente regolato, con le sue gerarchie e i suoi garanti che possono essere l’alto dirigente, il faccendiere, il boss mafioso o il politico d’affari. Tra questi, più della metà dei politici indagati sono sindaci, figure che dovrebbero curare il bene della comunità e che invece, stando alle accuse, ne gestiscono le risorse come un bottino privato.

E allora il mio dubbio si fa ancora più amaro: è possibile che questa sia diventata l’unica concezione del potere? Un potere che non serve, ma che si serve, in modo spudorato e totale

Catania: Un primato che brilla, sì… di oscurità!


Ed ecco che la conferma arriva puntuale e inesorabile come un tramonto sull’Etna: non resta che sedersi, come quel signore disteso sul tavolo del mio quadro, a contemplare un paesaggio dietro di sé, bellissimo, incandescente e inesorabilmente immobile, mentre intorno tutto precipita…

Il dato sulla “qualità delle amministrazioni locali” ci ha regalato un balzo degno di un’atleta specialista in fuga all’indietro: ultimo posto nazionale.

Non un passo falso, non un infortunio momentaneo, no… un vero traguardo. Il risultato di un anno in cui sguardi alti e maniche basse hanno lavorato in perfetta sincronia, come due ingranaggi oliati dalla rassegnazione, per produrre quel piccolo miracolo che solo l’incuria, coltivata con metodo, può portare a compimento.

Nella classifica generale sulla qualità della vita, siamo scivolati al 96° posto, tredici gradini verso il basso, con la grazia di chi scende una scala mobile rotta senza neanche accorgersene. E mentre sprofondiamo, a brillare beffardamente c’è solo la nostra illuminazione pubblica sostenibile, premiata come faro nel buio.

Peccato che quel faro, per chi percorre la tangenziale davanti all’aeroporto Fontanarossa – vedasi quanto ho scritto a suo tempo al link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2024/07/sindaco-e-assessorato-alla-viabilita.html – sia ancora un’ipotesi astratta. Forse chi ha redatto il report non ha mai guidato di notte da quelle nostre parti, o forse semplicemente ha scelto l’illuminazione metaforica, quella che si accende un attimo prima di chiudere il documento.

Alla voce ambiente e servizi il crollo è stato “solo” di sette posizioni – una sorta di applauso di consolazione da parte del destino, ma la vera opera d’arte – quella che meriterebbe un allestimento in una galleria di performance tragicomiche – è il tracollo in demografia e società: trentacinque posizioni in meno, un record da Guinness dell’apatia collettiva.

Sì… moriamo di più di tumori, usciamo prima da scuola, come se il sapere fosse un bagaglio troppo pesante da portare oltre la terza media. Eppure, per un paradosso degno di Pirandello, continuiamo a fare figli e abbiamo pochi anziani a carico. La nostra gioventù, così, ha tutto il tempo del mondo per assistere in diretta al declino… con comodo, seduta in prima fila, magari sgranocchiando popcorn forniti dalla rassegnazione generazionale.

E il lavoro? Siamo al 98° posto! Le imprese qui falliscono più che altrove, ma almeno le pensioni di vecchiaia scarseggiano, forse perché qui si invecchia più in fretta, forse perché la pensione arriva solo dopo aver superato l’esame di realtà…

E la giustizia? La sicurezza? Be’, quelle sono le colonne portanti della stabilità: stabili nella mediocrità, solide nella precarietà, un esempio raro di coerenza amministrativa.

Insomma, una cosa sola possiamo dire con certezza, in mezzo a questo mare di oscillazioni: la nostra capacità di confermare il peggio è straordinariamente affidabile. Una costante, in un universo di variabili.

Naturalmente, a commentare il disastro ci pensa la politica – in particolare l’opposizione, che declama con la solita litania: “destra”, “scelte miopi”, “mancanza di visione”. Hanno ragione, certo… ma viene da chiedersi, mentre snocciolano dati con la solennità di chi fa finta di meravigliarsi, di non sapere, quando a quei loro stessi discorsi non è mai seguita un’azione chiara (con il rischio di dover perdere la propria poltrona…) se non ribadire ciò che oggi suona, come un déjà vu, le solite chiacchiere in salsa catanese.

Perché il problema, vedete, non è solo di chi oggi amministra – no… non sto parlando della criminalità organizzata, quella è un’altra storia, troppo nota per essere rievocata qui come se fosse un colpo di scena in una serie già vista – il vero dramma è quel coro muto di assenze: di responsabilità scaricate, di competenze dimenticate, di promesse che evaporano come la pioggia sulla lava rovente.

Da quando sono arrivato in questa città, i problemi sono rimasti sempre gli stessi, come vecchi mobili impolverati che nessuno butta via perché “tanto, prima o poi serviranno”. Sì… son cambiati i volti – quasi mai i cognomi – a volte le sigle di partito, ma la musica no… quella è sempre la stessa, un valzer lento e stonato, dove chi non balla viene guardato come un intruso. Del resto, come recita una delle massime più sagge di questa terra: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

E i cittadini? Niente… loro semplicemente ballano. Cambiano casacca con la disinvoltura di chi sa che il vero potere non è nelle idee, ma nelle file. Si rivolgono a chi è appena salito sul carro dei vincitori, non per convinzione, ma per sopravvivenza, per ottenere un posto, per sbloccare una pratica, per comprare un silenzio. E intanto, passo dopo passo, accompagnano quotidianamente con le proprie azioni quel carro, con la tranquilla consapevolezza che, “sì… così è più comodo”… per tutti!

Tranne, forse, per quel signore disteso sul tavolo. Lui sembra aver capito che comodo non vuol dire giusto, ma solo più lento. E che, prima o poi, anche il tramonto sull’Etna finisce. Poi – ahimè – viene il buio. Già… quello vero.

Il silenzio che fa affari…


È sera e il sole sta scendendo lentamente – sono costretto a una deviazione fastidiosa, sì: lavori in corso sull’autostrada, anticipati poco prima da un ragazzo al distributore, e ora, da lontano, osservo le macchine che stendono l’asfalto, i fari accesi nonostante il crepuscolo non sia ancora buio – e già la mente corre in avanti, a ciò che accadrà tra qualche ora o al massimo domani: le strisce di vernice fresca, i cartelli piantati in tutta fretta, le indicazioni stradali ancora coperte da un telo trasparente – quante volte abbiamo visto quella scena, identica, ripetuta con una precisione quasi teatrale, come se fosse parte di un copione ben collaudato.

E così mentre la macchina procede purtroppo a passo d’uomo a causa della confusione venutasi a creare, ripenso a tutti quei cantieri aperti, chiusi, riaperti, mai davvero conclusi – come se il cantiere non fosse il luogo dove si costruisce qualcosa, ma piuttosto uno spazio sospeso, un palcoscenico mobile in cui il lavoro vero è secondario rispetto alla circolazione di altro: denaro, favori, silenzi. 

Eppure nessuno protesta, nessuno chiede, a partire da chi, per incarico istituzionale, dovrebbe farlo per primo – e non lo fa per ignoranza, ma perché sa che porre certe domande, ad alta voce, significherebbe accendere una luce troppo forte in un luogo dove tutti hanno imparato a muoversi al buio e quella luce, invece di illuminare, rischia di bruciare chi la tiene accesa.

Del resto, se così non fosse, non avremmo di continuo quelle inchieste giudiziarie ormai familiari, quelle che parlano chiaro pur usando un linguaggio cauto, quasi smorzato, come se ogni parola dovesse essere pesata non per la sua verità, ma per le conseguenze che potrebbe scatenare – e così, nei documenti, i nomi dei protagonisti veri restano assenti, sostituiti da sigle, ruoli generici, frasi passive – l’appalto è stato aggiudicato, la variante è stata approvata, come se nessuno avesse deciso, nessuno avesse firmato, nessuno avesse guidato la mano di chi ha scritto. 

Eppure c’è sempre stato qualcuno, in piedi dietro la scrivania, che ha organizzato, indirizzato, protetto e ora, messo sotto torchio, si ritrae, si fa piccolo, parla poco, non detta più regole con la stessa sicurezza di un tempo, anzi si comporta come se fosse lui la vittima di un equivoco.

Resta in penombra, certo, in attesa che la tempesta passi, convinto, forse non a torto, che passerà davvero, e che alla fine tornerà tutto come prima, perché intorno a lui c’è un sistema che non si limita a proteggerlo: lo alimenta, lo rigenera, lo rende necessario. 

I suoi amici – o meglio, i suoi alleati – faranno di tutto pur di non restare impigliati a loro volta: firmeranno pareri, produrranno certificazioni, condivideranno versioni alternative dei fatti, perché la priorità non è la trasparenza, ma la sopravvivenza del meccanismo, e quella struttura ha bisogno di opacità, di silenzi compiacenti, di opportunità che si ripetono con la regolarità di un orologio difettoso ma affidabile.

Mi torna spesso in mente una frase, pronunciata da chi conosce quei meccanismi dall’interno: non è più la corruzione che urla, è quella che sussurra – quella educata, discreta, quasi istituzionalizzata, che avanza con le scarpe pulite e il lessico impeccabile di chi sa usare le procedure come schermo – tecnicismi al posto di scelte, pareri al posto di responsabilità, carte in regola al posto di sostanza.

È una corruzione silenziosa, che non ha più bisogno di bustarelle: le ha rese superflue, sostituendole con tempi che si dilatano oltre ogni plausibilità, con varianti in corso d’opera che nascono non per necessità tecnica, ma per convenienza amministrativa, con gare formalmente regolari in cui, però, nessuno sembra voler gareggiare davvero – come se il risultato fosse già scritto altrove. È una corruzione che si mimetizza tra le pieghe della legalità: ditte che vanno a vincere appalti in regioni dove non hanno sede, non hanno nemmeno una baracca, figuriamoci un addetto, eppure si aggiudicano opere milionarie, per poi affidarle a terzi, spesso piccole imprese locali, pagandole un terzo di quanto incassano loro stesse dal committente pubblico. Il risultato? Un meccanismo virtuoso solo per chi lo pilota: più costi, meno trasparenza, zero controllo e un po’ di mazzette che girano di mano in mano. 

Eppure qualcuno osserva, sì… qualcuno incrocia quei dati, anche se non presenta denunce, non per rassegnazione, ma per lucida consapevolezza: sa da tempo come un esposto formale, in certi contesti, non è un atto di giustizia, ma un invito a essere neutralizzato. Allora sceglie un’altra strada: verifica chi ha vinto, chi ha perso, chi compare sempre nelle stesse gare, chi firma le relazioni tecniche, chi approva le varianti, chi sta in silenzio quando qualcosa non torna ed usa quegli strumenti per farli emergere attraverso i media, i social e soprattutto quei programmi televisivi che hanno fatto la storia di questo Paese, sì… nell’ambito del giornalismo investigativo.  

Non serve gridare nomi, non solo perché sarebbe inutile, ma perché il problema non sono gli individui, sono i meccanismi che li proteggono, li riproducono, li rendono intercambiabili. Basta guardare la “White list” delle imprese ammesse, redatta da chi avrebbe dovuto vigilare e invece ha delegato ogni verifica a una firma in calce: senza chiedersi chi c’è realmente dietro quelle società, quali legami, quali precedenti, quali silenzi comprati in anticipo. Sì… certo, i documenti sono in regola, ma la regolarità formale è spesso la maschera più efficace dell’illegalità sostanziale!

Allora questa terra continua a scivolare, non con un crollo improvviso, ma con una serie infinita di piccole cessioni: un silenzio qui, un compromesso là, un occhio chiuso oggi nella speranza di un favore domani. E qualcuno, incredibilmente, chiama tutto questo buonsenso, realismo, quieto vivere, come se il quieto vivere fosse il diritto di non vedere, di non sapere, di non dover scegliere.

Non vedo, non sento, non parlo e così, dopo anni di osservazione, di domande senza risposta, di segnalazioni cadute nel vuoto, mi chiedo, senza retorica e ancor meno enfasi: verrà mai qualcuno che deciderà, semplicemente, di non voltarsi dall’altra parte?

Non credo proprio…