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La mia libertà finisce dove incomincia la vostra...

L’altra faccia della giustizia: Dietro le quinte della “mala” gestione condominiale da parte di taluni amministratori giudiziari nominati dai Tribunali.


Riprendo stasera a parlare di un argomento che tocca da vicino molti di voi, e lo faccio partendo da una riflessione che purtroppo conosco bene, avendola vissuta in prima persona attraverso delle esperienze che mi hanno segnato.

La casa, quella che dovrebbe essere un porto sicuro, il luogo del riposo e della serenità, finisce troppo spesso per trasformarsi in una fonte di affanni quotidiani. 

E questo accade non solo quando la gestione affidata a certi amministratori rivela il suo lato più oscuro, ma anche quando il sistema si regge su favori e su condomini che hanno preferito farsi corrompere piuttosto che restare leali e promuovere, per prima cosa, una gestione corretta e trasparente. 

Così, dietro la facciata di una normale convivenza civile, si consumano dinamiche che poco hanno a che fare con la buona amministrazione.

Pensate ad esempio a chi, dopo anni di pagamenti puntuali, si ritrova suo malgrado a dover fronteggiare debiti enormi, somme che mai avrebbe immaginato di dover sostenere. La causa, ahimè, va cercata in bilanci opachi, in oneri fiscali mai saldati, in decreti ingiuntivi mai comunicati, in spese prive di qualsiasi giustificazione e in una contabilità tenuta in modo infedele. È il frutto avvelenato dell’opacità, dove le informazioni arrivano tardi, o non arrivano affatto, e dove il condomino onesto si trova improvvisamente intrappolato in una ragnatela che non ha tessuto lui.

Certo, esiste anche la piaga dei condomini morosi, di chi non adempie ai propri obblighi e fa ricadere il peso su tutti gli altri. Molti di questi sono proprio coloro che hanno appoggiato o favoriscono a cuor leggero tutte le decisioni dell’amministratore, senza mai verificarne l’operato né chiedere chiarimenti. E così si genera una spirale di tensioni che travalica la semplice disputa tra vicini, trasformandosi in un contenzioso che talvolta assume persino i contorni della questione penale.

Ma la vera amarezza emerge quando, dopo aver compreso l’entità del problema e aver sporto denuncia, ci si scontra con un muro di gomma. I tempi della giustizia si dilatano in modo insopportabile, mentre le situazioni critiche continuano ad aggravarsi giorno dopo giorno. Ci si rende conto, allora, che dietro quella che sembra una semplice irregolarità amministrativa si nascondono in realtà reati di ben altra portata: si passa dall’appropriazione indebita alla truffa, dal danno all’erario alla bancarotta fraudolenta, fino a configurare, in certi casi, veri e propri assetti associativi a delinquere.

In questi anni ho sentito parlare di proposte per istituire albi nazionali e dare così dignità alla professione di amministratore. Ma mi chiedo se un semplice elenco, senza verifiche serie sui carichi pendenti e sui casellari giudiziari, possa davvero rappresentare una garanzia. Non solo: secondo il sottoscritto servono regole ferree, modelli societari trasparenti, obblighi fiscali e amministrativi stringenti, da cui non ci si possa sottrarre in alcun modo. Perché un condominio di grandi dimensioni è di fatto come una piccola società, con bilanci che superano quelli di molti comuni, e senza un cambiamento normativo vero tutto si riduce all’ennesimo fallimento dello Stato.

Eppure, anche quando si riesce a ottenere – finalmente – un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, le speranze di svolta vengono spesso tradite. Perché ciò che dovrebbe rappresentare un presidio di legalità si rivela, in troppi casi, una prosecuzione degli stessi vizi gestionali, solo con un’etichetta diversa. Ho appreso proprio in questi giorni  da una missiva che mi è stata inviata – che quanto accade in quelle mura rischia di peggiorare, nonostante la presenza dello Stato. Si alimentano così non soltanto ulteriori conflitti, ma soprattutto rassegnazione e sfiducia, in particolare verso chi ha avuto il coraggio di essere promotore di denunce formali per far emergere quei principi di legalità che una gestione scellerata aveva calpestato.

Oggi, osservando tutto questo come semplice spettatore, la sensazione è che, nonostante le denunce, gli esposti, il grande lavoro compiuto dalle nostre forze dell’ordine, dalle procure nazionali e dalla Guardia di Finanza, alla fine l’illegalità trovi ancora terreno fertile. E ciò accade a causa di una certa inerzia, di impreparazione, e non vorrei aggiungere – ma temo sia inevitabile – di complicità esterne più o meno esplicite. Il rischio è che l’intervento giudiziario, invece di spezzare il circolo vizioso, finisca per legittimarlo, prolungando l’agonia di interi condomini che attendono giustizia senza vederla arrivare.

Così, alla fine, i condomini rimangono nuovamente soli, in balia di dinamiche che faticano a comprendere e a controllare, mentre la giustizia, pur essendo giunta a destinazione sulla carta, non sembra apportare con i propri uomini e donne quelle tutele necessarie che restano, purtroppo, come parole vuote. E la nomina di un amministratore giudiziario, anziché rappresentare una svolta, si trasforma talvolta in un ulteriore atto di fiducia mal riposta, quando non addirittura in una proroga degli stessi malcostumi che si vorrebbero estirpare.

Il mio suggerimento per chi mi ha voluto contattare è, pertanto, di denunciare nuovamente e far emergere quanto sta accadendo attraverso la carta stampata o il web, perché certe notizie non possono – o meglio, non devono – restare in silenzio. 

Bisogna fare in modo che chi sbaglia paghi, anche se di fatto rappresenta le istituzioni. Perché solo così, rendendo pubblico e inconfutabile ciò che troppo spesso rimane nascosto, si potrà restituire dignità a chi ha perso fiducia e speranza nella propria casa e nella giustizia che dovrebbe proteggerla

Quando il cervello entra in modalità risparmio: Già… il pensiero si affievolisce e il pollice segue incondizionatamente il web, lasciando che sia quest’ultimo a decidere per te!


Ti sei mai chiesto cosa fa il tuo cervello mentre scorri le notizie e/o i video sul web dal tuo smartphone?

Probabilmente no… e forse è proprio questo il punto: non te lo stai chiedendo perché, in quel momento, non c’è un pensiero che lo preceda, non c’è una decisione consapevole, no… perché la parte di te che ragiona, si è già messa in pausa.

Il pollice si muove da solo; sale, scorre, si ferma un istante e poi riparte. È un gesto che milioni di persone ripetono centinaia di volte al giorno, senza chiedersi perché. Eppure, mentre sono immersi in questo flusso ipnotico di clip che durano pochi secondi, dentro di loro sta succedendo qualcosa di silenzioso e profondo.

Un recente studio condotto dalla Zhejiang University, pubblicato sulla rivista NeuroImage, ha provato a guardare dentro questo fenomeno. I ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale di alcuni giovani adulti attraverso la risonanza magnetica funzionale, osservando cosa accade nella mente quando ci lasciamo trascinare dalla visione libera dei video brevi.

E quello che hanno scoperto è significativo. Due aree fondamentali del cervello – la corteccia cingolata anteriore dorsale, che ci aiuta a valutare lo sforzo e gestire i conflitti, e la corteccia prefrontale dorsolaterale, essenziale per il controllo cognitivo – subiscono una riduzione significativa della loro attività. In pratica, quando un video ci piace e lo guardiamo fino alla fine, il cervello spegne parzialmente le funzioni legate all’autocontrollo e alla pianificazione a lungo termine.

Subentra una modalità più automatica, più impulsiva. Una sorta di risparmio energetico mentale. Gli stessi autori dello studio precisano che non si tratta di un danno neurologico permanente, ma di un adattamento naturale verso un’attività meno impegnativa, simile a quanto accade in altre esperienze di forte coinvolgimento. Ma c’è un dato che fa riflettere: durante la visione dei video, aumenta il glutammato, un neurotrasmettitore eccitatorio che carica le cellule di energia, alimentando proprio il desiderio di un altro video, e poi un altro ancora.

Ora, io credo che questo non sia solo un fatto neurologico. È il sintomo di un cambiamento più ampio, che riguarda il nostro rapporto con la conoscenza, con l’attenzione, con la libertà stessa di pensare. Perché la maggior parte delle persone, oggi, preferisce sfogliare piccoli video, notizie limitate, annunci sintetici. Non si tratta più di una scelta occasionale, ma di una modalità abituale di stare nel mondo.

E questa modalità, a mio avviso, sta modificando silenziosamente le capacità degli individui.

D’altronde, sempre meno persone leggono fino in fondo, sempre meno approfondiscono, sempre meno mettono in discussione ciò che vedono. Il ragionamento personale, quello che richiede tempo e fatica, viene progressivamente sostituito da un flusso di stimoli pronti all’uso. E chi ne trae vantaggio? I social, certo. Ma anche i costruttori di quelle notizie create appositamente per distogliere le masse, per tenere l’attenzione sospesa in un eterno presente liquido.

Le pseudo-teorie complottiste, le mezze verità, le provocazioni confezionate per generare reazioni immediate trovano in questo terreno arido un humus perfetto. Perché una mente abituata a non fermarsi, a non approfondire, è anche una mente più facile da orientare, da influenzare, da governareDiventa, a tutti gli effetti, un automa.

E qui mi viene in mente un’immagine potente, che appartiene alla storia del cinema: “Metropolis“, il capolavoro del 1927 diretto da Fritz Lang. In quella città futurista, gli uomini lavorano spersonalizzati, ridotti a veri e propri ingranaggi o automi umani al servizio delle macchine. Un mondo dominato da un androide, il “Maschinenmensch“.

Oggi, forse, non abbiamo bisogno di un androide visibile, già… lo abbiamo già dentro le nostre tasche e difatti, la maggior parte degli individui, governati dai media attraverso lo smartphone, si muove proprio come quegli automi, senza accorgersene, senza opporsi, seguendo semplicemente il flusso.

Sì… non è un destino, per fortuna. Si può sempre scegliere di fermarsi, di chiudere lo schermo, di riprendere in mano il filo del pensiero interrotto, ma la verità, quella che fa più male, è che la maggior parte delle persone non lo farà. Perché la comodità è una droga silenziosa, e il web lo sa bene!

E poi c’è un’altra verità, ancora più scomoda: i nostri giovani. Gli adolescenti che crescono con il pollice incollato allo schermo, che non hanno mai conosciuto il piacere di una lettura lenta, di un dubbio coltivato, di un’idea costruita con fatica. Per loro, il pensiero critico non è un muscolo da allenare, ma un concetto astratto, forse persino inutile. E a qualcuno questo fa comodo.

Perché una generazione che non sa approfondire, che non mette in discussione, che accetta passivamente ciò che il feed le propone, è una generazione facile da governare. Facile da orientare, da spaventare, da trascinare dove si vuole. I poteri forti non hanno bisogno di soldati armati: hanno bisogno di automi che credano di essere liberi mentre seguono il flussoGiovani che preferiscono restare ignoranti, perché la conoscenza richiede fatica, e la fatica è stata resa scomoda. Plagiati, perché il dubbio è stato sostituito dalla convinzione immediata. Sottomessi, perché la ribellione è stata addomesticata in un like o in un commento rabbioso che non cambia nulla.

E allora, sapete qual è il paradosso più amaro? Che difficilmente si riuscirà a invertire questa rotta! Perché chi è cresciuto in questo sistema non ha gli strumenti per riconoscerlo. Non sa di essere stato plasmato, non sa di essere carne da macello per un’architettura di potere che lo usa e lo consuma, senza che lui se ne accorga. E anche se qualcuno – come il sottoscritto – provasse a spiegarglielo, probabilmente non verrebbe ascoltato o semplicemente letto in una delle sue pagine, perché sarebbe troppo impegnato a scorrere il prossimo video che fa tanto ridere…

Questo, purtroppo, non è più un allarme. È, ahimè, una constatazione. E forse, l’unica cosa che possiamo ancora fare – noi che abbiamo conosciuto un altro modo di pensare – è provare a continuare a seminare dubbi in quelle loro menti perse…

Certo, il terreno sembra sempre più arido. E saranno in molti, purtroppo, a non raccogliere il messaggio.

Lo so. Ci sarebbe un’alternativa: lasciare che il silenzio del pensiero diventi la norma. Ma è qualcosa che non posso accettare, che non voglio accettare. Non per me, ma per loro. Perché spero, con tutto il cuore, che prima o poi si ravvedano. Che mollino tutto. Che si fermino. Che riprendano in mano il filo del pensiero interrotto, e ricominciano a essere davvero liberi.

Stadio Iacovone di Taranto. Fischi per la Meloni e applausi per Mattarella: io sono per i fischi a entrambi!


Certi segnali, a volte, arrivano quando meno te li aspetti, già… come quei fischi piovuti dallo stadio “Erasmo Iacovone” di Taranto, durante l’apertura dei Giochi del Mediterraneo. 

Non erano un sondaggio, certo, ma sarebbe miope liquidarli come semplice folclore. Perché c’è stata un’ovazione per il Presidente Mattarella e fischi per la Presidente del Consiglio, e comprendere come in questa differenza si gioca una partita… che va ben oltre la cerimonia.

Ma io, qui, voglio dire subito una cosa chiara: io sono per i fischi a entrambi. Non mi riconosco in quell’applauso convinto per Mattarella, così come non mi sento di giustificare la contestazione selettiva che ha colpito la Presidente Meloni. 

Perché se si fischia, si deve avere il coraggio di fischiarli tutti, quando è necessario. E se si applaude, bisogna sapere bene il perché, senza farsi trascinare dall’emozione del momento o dal riflesso condizionato.

Ma noi italiani, in fondo, abbiamo questo talento speciale: sappiamo fischiare e applaudire con la stessa intensità, spesso nello stesso luogo, nello stesso momento. Ma troppo spesso ci lasciamo andare a questi gesti in modo istintivo, senza quella riflessione che invece dovrebbe precedere ogni giudizio. E allora ecco che da un lato il Capo dello Stato viene accolto come un simbolo unitario, quasi immune al logorio della contingenza, mentre dall’altro la Presidente del Consiglio incassa il malumore di una parte del pubblico, come se fosse l’unica responsabile di tutto ciò che non va.

Io, invece, credo che entrambi meritino lo stesso trattamento critico. Meloni, certamente, perché il suo governo sta mostrando tutti i limiti di una fase politica che si era presentata con grandi promesse e che ora si scontra con la realtà dei numeri, delle tensioni interne alla coalizione, delle difficoltà internazionali e di quelle promesse elettorali che, per molti italiani, restano ancora sulla carta. 

Ma anche Mattarella, e qui forse dico qualcosa che molti non vogliono sentire, perché il suo ruolo non è solo quello del Presidente della Repubblica garante dell’unità nazionale. È anche il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, come stabilito dagli articoli 87 e 104 della Costituzione, una funzione che dovrebbe garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Guardandomi indietro, in questi anni, non trovo molte ragioni per applaudire. Le tensioni tra politica e giustizia, le vicende giudiziarie che hanno segnato il dibattito pubblico, le ombre su alcune nomine, il modo in cui si è gestito il delicato rapporto tra i poteri dello Stato, certe grazie concesse con molta leggerezza. E poi c’è la circostanza più importante, quella che avrebbe dovuto essere da sempre la sua bussola, il suo faro: il contrasto alla mafia! Perché quando si è segnati da un dolore così profondo – l‘assassinio di suo fratello Piersanti, il ferimento di sua cognata Irma Chiazzese che assistette all’omicidio e riportò per fortuna solo una lieve ferita a una mano, salvandosi – si ha il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di trasformare quel lutto in azione, in scelta politica concreta, in direzione netta. E invece, in tutti questi anni, quel che ho visto è stato un percorso fatto più di proclami, di corone deposte nei luoghi della commemorazione, di retorica del ricordo, che di una vera e propria torsione delle decisioni governative verso quella lotta alla criminalità organizzata che avrebbe dovuto condizionare, attraverso i suoi due ruoli istituzionali, molte delle scelte vergognosamente approvate dai governi che si sono succeduti nei suoi due mandati. Ecco, per tutto questo, per me, meriterebbe più di un fischio, non certo un’ovazione. Perché il silenzio complice, a volte, è più grave del rumore di una contestazione. E io, da cittadino, preferisco il fischio che sveglia alla standing ovation che addormenta.

I sondaggi, intanto, raccontano un centrodestra che non può più dare nulla per scontato. Fratelli d’Italia scivola sotto il 27%, la Lega arranca e Forza Italia cerca ancora la sua rotta. Ma il vero terremoto silenzioso si chiama Roberto Vannacci. Il suo Futuro Nazionale vola intorno al 7%, e non è più solo un problema di Salvini: è diventato un problema di tutto lo schieramento. Perché Vannacci non è un semplice alleato scomodo, ma una forza che si muove autonoma, con un’identità precisa e un programma che piace a chi si sente tradito dalle promesse non mantenute.

E qui vorrei soffermarmi, perché il suo programma è tutto un programma. Parla di blocco dell’immigrazione irregolare, di tolleranza zero contro la criminalità, di un ritorno ai valori tradizionali della famiglia e del cosiddetto “patriarcato mediterraneo“. Dice no al politicamente corretto, alle istanze arcobaleno, al femminismo radicale. Sul piano economico, invoca sovranità nazionale, critica i vincoli europei ma con pragmatismo, e chiede interventi statali a difesa del sistema produttivo. In politica estera, vuole autonomia geopolitica e diversificazione energetica, anche a costo di sacrificare i vincoli ambientali. Insomma, un mix che attira chi cerca risposte nette, ma che rischia di frammentare ulteriormente il consenso di chi già governa.

Il punto è che la durata di un governo non coincide con la sua qualità. Meloni si avvia a battere record di longevità, ma la stabilità da sola non basta. Gli italiani giudicano con il portafoglio, con i servizi pubblici, con il costo della vita, con la fatica di arrivare a fine mese. E su questo terreno, le promesse elettorali si scontrano con la realtà di un debito pubblico che non cala, di pensioni che non crescono, di un costo dei carburanti che pesa. I fischi di Taranto, allora, diventano il sintomo di un disagio più profondo, di quella distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che è stato mantenuto.

Ma se è giusto fischiare Meloni per tutto questo, allora perché non fischiare anche Mattarella? Perché riservargli un’ovazione che, a mio avviso, non ha ragioni altrettanto solide? Forse perché è più facile prendersela con chi governa, con chi è esposto quotidianamente al giudizio popolare, mentre si tende a proteggere chi, per ruolo e per costume, viene percepito come super partes? Ma la Costituzione non lo rende intoccabile, lo rende solo diversamente responsabile. E la responsabilità, in uno Stato democratico, non si misura solo con il voto, ma anche con il giudizio critico dei cittadini, in qualsiasi forma esso si esprima.

Poi c’è il trattamento mediatico di questi eventi, che mi lascia ancora più perplesso. Mi sembra evidente come gran parte dell’informazione, pubblica e privata, abbia quasi rimosso i fischi a Meloni, mentre ha taciuto o smorzato gli applausi a Mattarella. Una scelta che, volutamente o meno, finisce per orientare il racconto politico. E già, perché se da un lato si sottolinea la contestazione alla premier, dall’altro si oscura il consenso tributato al Capo dello Stato, come se fosse un atto dovuto e non meritevole di riflessione. Ma se si vuole essere coerenti, non si può accettare questo doppio standard. O si fischia entrambi, o si applaude entrambi. Io, per quanto mi riguarda, scelgo la prima strada.

Tornando a Meloni, la sua sfida è doppia. Da un lato, deve ricostruire consenso e tenere insieme una coalizione sempre più litigiosa. Dall’altro, deve fare i conti con un’opposizione che, pur frammentata, comincia a rosicchiare terreno. Il campo largo, in alcune proiezioni, supera il centrodestra. E il fattore Vannacci potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: utile per attrarre voti, ma pericoloso perché sottrae consensi proprio all’area di governo.

E poi c’è la politica estera, che non aiuta. La sospensione temporanea di Schengen con la Spagna ha aperto un fronte diplomatico, mentre il rapporto con Donald Trump si è incrinato pesantemente. Quell’idillio che sembrava un punto di forza oggi è un ricordo sbiadito, e le tensioni internazionali si sommano a quelle interne.

In questo quadro, i fischi di Taranto non sono una sentenza, ma sono un campanello d’allarme. Meloni ha ancora tempo e una posizione politica solida, ma la fase dell’inarrestabilità è finita. Ora deve dimostrare di saper governare la complessità, di ricostruire il consenso passo dopo passo, o di compiere una scelta drastica come quella di andare a elezioni anticipate ad aprile. Ma anche questa strada è irta di ostacoli, perché richiede il consenso degli alleati e, soprattutto, del Capo dello Stato, che in un momento così delicato potrebbe non essere favorevole allo scioglimento delle Camere.

Forse, alla fine, la vera incognita è proprio questa: il centrodestra dovrà imparare a convivere con un nuovo protagonista che potrebbe essere la sua fortuna o la sua condanna. E mentre tutto ciò si gioca tra sondaggi, alleanze e proclami, gli italiani continueranno a fischiare e applaudire, come sanno fare da sempre. Ma io, personalmente, preferisco la coerenza del fischio a quella dell’applauso facile. Perché la politica, alla fine, è anche questo: un palcoscenico dove ogni gesto, ogni suono, diventa il riflesso di umori profondi, di attese deluse e di speranze ancora da scrivere.

E così, tra lacchè, genuflessi, cicale, lecchini, corrotti, compromessi, svenduti, ignavi, ci siamo anche noi. Esigui, certo, ma liberi di pensare e di scegliere, pur sbagliando. Senza mai una tessera di partito in tasca e, soprattutto, senza alcun condizionamento esterno, senza un favore da ricambiare, senza un padrino da ringraziare. Sempre qui, comunque, ad osservare e a chiederci quale sarà il prossimo atto. 

Con un’unica certezza, però: quella che se ci sarà da fischiare, lo faremo senza guardare in faccia a nessuno. Perché la coerenza, alla fine, è l’unica divisa che vale la pena indossare!

Davide Faraone: La felicità come rivoluzione, in un mondo che troppo spesso giudica!


Buon venerdì a tutti.

Vorrei oggi partire da una storia, non tanto per la sua eccezionalità, ma viceversa, per la sua drammatica ordinarietà. 

Un padre, deputato, condivide sui social alcune fotografie di una vacanza al mare con la figlia ventitreenne. 

Cosa dire… un gesto semplice, naturale: un padre e una figlia che stanno bene insieme. 

Eppure, quella che doveva essere una testimonianza di affetto e leggerezza si è trasformata in un campo di battaglia, con insulti e commenti biechi, volti a giudicare l’aspetto della ragazza o il fatto che sia “autistica“.

Ora, al di là della vicenda personale, e della giusta e pacata risposta di quel padre, io voglio soffermarmi su un’amara verità che questa storia, ancora una volta, ci mette davanti e cioè la natura umana, che per quanto la si voglia edulcorare con la classica retorica della bontà, è spesso, anzi sempre, cattiva, malvagia, crudele, perfida e maligna!

Il problema… non è la disabilità, badate bene, non è la ragazza nella foto a dover essere messa sotto esame, è lo sguardo di chi commenta, di chi si sente autorizzato a giudicare, a deridere, persino a dire “mi sono spaventato“. Beh… io vorrei vedere la sua immagine, sono certo che a vederlo (forse) saremmo noi tutti a spaventarci o quantomeno, conoscendolo personalmente, ci affliggeremo per lui, sì… per quella sua pochezza!

Ma d’altronde, come ripeto spesso, questo sguardo è lo specchio di tutti coloro che hanno un’anima piccola, che hanno bisogno di sentirsi superiori per colmare il vuoto della propria banale esistenza. Perché il problema è che per certa gente, la felicità altrui, quando non è conforme ai canoni prestabiliti, diventa quasi un’offesa, qualcosa da scardinare, da ridicolizzare. E così, ci si nasconde dietro il presunto diritto di esprimere un’opinione, e ci si dimentica che dall’altra parte c’è una persona.

Mi sono spesso chiesto negli anni quale sia la radice di questa malvagità così diffusa e banale, che si manifesta in un commento al volo, in una battuta cattiva, in una risata di scherno. Beh… io credo che sia la paura. Sì… la paura di ciò che è diverso, di ciò che sfugge alla nostra definizione di “normale“. E la paura, si sa, è il terreno fertile su cui crescono i pregiudizi più tossici. Perché non è tanto la persona diversa a fare paura, ma ciò che quella diversità rappresenta: la fragilità, l’imprevisto, la possibilità che anche noi, da un momento all’altro, possiamo uscire dai ranghi. Allora per esorcizzare questa paura, la si attacca. Perché è più facile deridere che comprendere. Già… è più facile giudicare che mettersi in discussione.

E in questa dinamica, l’individuo con disabilità viene spogliato della sua umanità. Non è più una figlia, un amico, una persona con i propri gusti, le proprie risate, le proprie giornate di mare. Diventa solo la sua condizione, un’etichetta, un oggetto di pietà o, peggio, di scherno. Ci si dimentica che ogni persona è “una delle infinite forme in cui la natura ha deciso di esprimersi“, come ha scritto quel padre. Ma la natura, per certi versi, è generosa e caotica. L’uomo, invece, con la sua presunta superiorità, pretende di mettere ordine, di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, bello o brutto, degno di essere mostrato o da nascondere.

C’è poi un aspetto che mi indigna particolarmente: la presunzione di stabilire quali vite siano degne di essere vissute e mostrate. Come se la felicità fosse un privilegio concesso solo a chi rientra in un certo schema fisico o mentale. Si invita chi è diverso a starsene in disparte, a non turbare la nostra tranquillità, a non rovinarci la visuale con la loro “imperfezione“.

Ed allora il messaggio che stamani voglio lanciare, e che deve risuonare forte, è esattamente l’opposto: non ci chiuderemo in casa. Non nasconderemo i nostri cari per risparmiare agli altri la fatica di incontrare la diversità. Perché una società che si definisce civile non è quella che tollera, ma quella che accoglie. E l’accoglienza vera inizia quando si smette di vedere un handicap e si impara a vedere una persona che ha il diritto di essere felice, e di mostrarlo.

Il gesto di quel padre, che scrive una lettera dopo gli insulti, è stato un gesto di grande dignità. Non ha raccontato sua figlia attraverso il dolore o la tragedia. Anzi, ha rovesciato la prospettiva: ha parlato di felicità. Ha detto che lei non ha niente di cui vergognarsi e che lui, di essere suo padre, è immensamente felice. Ed è proprio questa felicità, così normale e così dirompente, a essere la vera risposta. Perché la felicità condivisa è come un pugno nello stomaco per chi vive nell’amarezza e nel rancore.

Ecco perché io sono con Davide Faraone e la sua famiglia. Perché mostrarsi felici, nonostante tutto, è un atto di rivoluzione. Ma non solo: è voler dire che la vita, con le sue infinite sfumature, è sempre e comunque degna di essere vissuta.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. Quella cattiveria che vediamo nei commenti online è la stessa che si annida nei comportamenti quotidiani, nei giudizi sommari, nella mancanza di empatia. È una piaga sociale che nasce dall’ignoranza e viene alimentata dall’indifferenza. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il problema non è chi è diverso, ma lo sguardo di chi quella diversità la giudica. Dobbiamo imparare a interrogarci su ciò che vediamo, chiedendoci se il nostro sguardo è capace di andare oltre l’apparenza, oltre la diagnosi, oltre l’etichetta. Perché solo uno sguardo libero da pregiudizi può vedere davvero l’umanità dell’altro.

Allora, davanti a questa storia, io vi invito a fare un esercizio. Quando vi troverete davanti a un’immagine o a una situazione che vi mette a disagio, chiedetevi da dove nasce quel disagio. È forse nella persona che avete davanti, o è nel vostro modo di guardarla? La differenza, spesso, è tutta lì. E se la natura umana è spesso portata al peggio, noi abbiamo il dovere, ogni giorno, di scegliere da che parte stare. Non basta non essere crudeli. Bisogna essere attivamente gentili, attivamente accoglienti. Bisogna avere il coraggio di guardare la realtà con occhi nuovi, e di dire a chi è vittima di pregiudizi: la tua felicità è importante, e io la celebro con te.

Perché, in fondo, la vita è fatta di momenti come quelli in quella foto: una giornata di mare, un abbraccio, una risata. E nessuno, nessuno ha il diritto di rovinare la felicità di un altro solo perché non la comprende. La vera battaglia, oggi più che mai, è per la normalità di una vita felice. E questa battaglia si vince ogni volta che scegliamo di non distogliere lo sguardo, ma di guardare con il cuore.

P.S. Avrei voluto aggiungere una loro foto a questo post, ma non avendo il consenso, ho preferito non pubblicare una di quelle presenti nei vari siti web, essendo la maggior parte di esse, protette da copyright. Mi permetto quindi di chiedere pubblicamente a Davide Faraone, se ne ha piacere, che sarei onorato di ricevere una foto sua insieme alla figlia, per poterla allegare a questo mio post.

MODERNA: Un nuovo capitolo nella lotta al cancro. La tecnologia che ha sconfitto il Covid ora punta al melanoma.


Buongiorno,

oggi voglio condividere con voi una notizia che mi ha letteralmente sorpreso, già… nel senso più bello del termine. 

Una di quelle news che ti fanno pensare come, forse, stiamo davvero entrando in una nuova era per la medicina.

Sto parlando dei risultati straordinari emersi da uno studio di fase 3 su un farmaco sperimentale contro il melanoma, che ha fatto letteralmente impennare il titolo di “Moderna” a Wall Street.

Per chi non lo sapesse, Moderna è quell’azienda che insieme ad altri giganti del settore ha rivoluzionato la lotta al Covid con i vaccini a mRNA. Ebbene, quella stessa tecnologia, che ha salvato milioni di vite durante la pandemia, sta ora mostrando tutto il suo potenziale in un campo ancora più complesso e affascinante: la lotta contro il cancro!

Il cuore di questa innovazione è un farmaco chiamato “intismeran autogene“. Non è un vaccino preventivo come quelli che abbiamo imparato a conoscere, ma un trattamento terapeutico, personalizzato. Pensate: viene creato appositamente per ogni singolo paziente, come una sorta di “impronta digitale” del suo specifico tumore. 

Non stiamo parlando di fantascienza, ma di realtà che si sta concretizzando proprio in questi giorni.

Come funziona esattamente? La tecnica è la stessa che abbiamo visto contro il virus. Si utilizzano delle istruzioni molecolari, racchiuse in microscopiche vescicole di grasso, che vengono iniettate nel corpo. Queste istruzioni entrano nelle nostre cellule e le “addestrano” a produrre dei bersagli specifici. In pratica, insegnano al nostro sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali, impedendo al cancro di tornare o di diffondersi ad altri organi.

Lo studio clinico che ha dato questi risultati ha coinvolto oltre 1.100 pazienti che avevano già subito un intervento chirurgico per rimuovere il melanoma. A questi è stato somministrato il nuovo trattamento in combinazione con l’immunoterapia standard. I risultati sono stati così positivi da fermare il trial in anticipo: il rischio di recidiva è stato ridotto in maniera significativa.

Leggere queste notizie mi riempie di un entusiasmo profondo e sincero, perché se questa tecnologia funziona per il melanoma, una delle forme più letali di cancro della pelle, significa che abbiamo trovato la chiave per applicarla a molti altri tumori. E infatti, le stesse aziende stanno già studiando questo approccio per il cancro al polmone, alla vescica e al rene.

Stiamo parlando di una svolta che potrebbe cambiare il paradigma della cura del cancro. Per anni, l’idea di un trattamento così personalizzato, capace di “insegnare” al nostro corpo a difendersi da sé, sembrava un sogno lontano. 

Ora, questo sogno si sta trasformando in una concreta speranza per milioni di persone in tutto il mondo e sì… oggi possiamo davvero guardare al futuro con un ottimismo che forse, in molti, non avevamo mai provato prima…

Lettera di Graviano al gip di Caltanissetta: “Ho qualcosa da dire su Berlusconi”!



Buongiorno, 

ho letto stamani la notizia riportata nel mio titolo d’apertura – (link all’articolo), ma – stranamente – prima ancora di leggere la notizia (la richiesta di archiviazione per l’ex senatore Dell’Utri e la domanda del legale di Giuseppe Graviano al giudice per far ascoltare il boss sulle stragi del 1992), mi è tornata alla mente una vecchia barzelletta, che – come direbbe il compianto ex Presidente – “mi si consenta” di riproporvi:

Due amici che non si vedevano da tempo si incontrano per strada. Uno scende da una Porsche nuovissima, sfoggiando abiti eleganti.

L’amico, stupito, chiede: “Ma come hai fatto a comprarla?”

Lui risponde: “Hai presente quel programma sui quiz? Mi sono presentato dicendo che sapevo tutto su Garibaldi. Mi hanno fatto un sacco di domande, ho vinto e mi hanno dato un mucchio di soldi. Così ho comprato questa macchina!”

Passano alcuni mesi, si rincontrano in macchina. Quello con la Porsche riconosce l’amico, che ora guida una Ferrari rosso fiammante.

“Ehi, ma come ti sei comprato questo mostro? Eri tu che dicevi che la mia era bella, e ora ti presenti con questa? Ma come hai fatto?”

L’amico sorride: “L’idea l’hai data tu… Un giorno mi sono presentato a quel programma, ma invece di dire che sapevo tutto su Garibaldi, ho detto che sapevo tutto su Berlusconi. Mi hanno mandato via subito, senza farmi nemmeno una domanda… e mi hanno regalato questa Ferrari!”

Ecco, leggendo ora la notizia su quei presunti rapporti tra Graviano, Berlusconi e Dell’Utri, non ho potuto fare a meno di sorridere. Non per la vicenda in sé – che, grazie alla presentazione di prove certe e documentate, potrebbe avere risvolti interessanti – ma perché, dopo quasi venticinque anni da quel lontano 1992, la cosa lascia noi tutti ormai indifferenti.

D’altronde… un’idea, nel frattempo, ce la siamo fatta, e non è certo quella che ci hanno proposto: Istituzioni, politica e media.

Per cui, non avendo alcuna intenzione di ricevere in omaggio un’auto di lusso (che tra l’altro non saprei come mantenere), mi tengo la mia “Audi Q5”, che per quanto mi riguarda: basta e avanza!

Per cui, se qualcuno ha oggi il desiderio di raccontarci, con prove certe, presunti rapporti economici o investimenti fatti a suo tempo nel settore immobiliare e televisivo, beh, si faccia avanti…

Ma se – come ritengono gli inquirenti – questo fosse l’ennesimo tentativo di un boss per uscire dal carcere duro, allora… pur rimanendo ancora una volta deluso (sì come quel quel giorno in cui mi sarebbe piaciuto leggere i documenti ben conservati nella cassaforte di Totò Riina, mai – vergognosamente – prelevati dalle nostre forze dell’ordine, chissà perchè…), preferisco continuare a credere che forse questa ennesima richiesta, sia, di fatto, paragonabile alla barzelletta di cui sopra!

I fondi del PNRR e la solita, amara, prevedibilità.


Ora che l’inchiesta sui cantieri autostradali siciliani è sotto gli occhi di tutti, mi viene spontaneo fare un collegamento con un altro tema caldo: i fondi del PNRR

Ne ho scritto già nel 2022, in un post intitolato “L’Infiltrazione mafiosa? Semplice, basti controllare gli appalti ed i subappalti!!!”, e le parole che scrissi allora, oggi, risuonano come una profezia.

Prevedevo che, dopo le tornate elettorali, tutti avrebbero puntato a quei 200 miliardi. E mi chiedevo, e lo chiedo ancora con ancora più forza oggi: pensiamo davvero che quei soldi non finiranno sprecati in mazzette, corruzione e per sostenere attività soggiogate dalle infiltrazioni mafiose? L’inchiesta di Messina, con i suoi 377.000 euro di false fatture e i suoi cantieri “fantasma”, è solo un minuscolo, insignificante assaggio di ciò che potrebbe accadere su scala gigantesca con i fondi europei.

Il meccanismo è lo stesso, ingrandito all’ennesima potenza. Grandi opere, ingenti finanziamenti, urgenza di spesa: sono queste le condizioni ideali per far prosperare i cartelli criminali. Le imprese “familiari” si preparano, i prestanome sono pronti, i professionisti compiacenti hanno già affilato le loro penne per redigere progetti faraonici e perizie gonfiate. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero presidiare la legalità, saranno messi alla prova da un potere di spesa senza precedenti.

E allora, come possiamo fare per evitare che il PNRR diventi l’ennesimo banchetto per la corruzione? Dobbiamo pretendere che i controlli siano non solo formali, ma sostanziali. Che si verifichino le reali capacità organizzative delle imprese, che si controlli la loro storia, che si smascheri l’uso di società cartiere e intestazioni fittizie. Dobbiamo chiedere a gran voce un coinvolgimento attivo delle prefetture e delle forze dell’ordine fin dall’inizio della progettazione, e non solo quando il danno è fatto.

Ma c’è un problema di fondo, che rende tutto più complicato. Un sistema di illegalità diffusa non si combatte solo con le leggi e i controlli. Si combatte anche con l’etica, con la volontà di tutti gli attori coinvolti – politici, funzionari, imprenditori, cittadini – di dire basta. Ma qui, nel nostro paese, sembra che a nessuno importi veramente. Perché, come ho sempre scritto con una punta di amaro sarcasmo, “fatta la legge, trovato l’inganno”. E i nostri ingegneri della truffa sono maestri nell’interpretare le norme per eluderle, rimanendo sempre, formalmente, all’interno del confine della legalità.

L’inchiesta sui cantieri della A18 e A20 è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Ci dice che il sistema è ancora in piedi, che la malavita organizzata è pronta a inserirsi nei gangli vitali dell’economia e che la sicurezza pubblica è un concetto che, per molti, non esiste.

Spero allora che qualcuno, questa volta, ascolti, ma conoscendo la nostra storia, non posso fare a meno di dubitarne. Il rischio, come sempre, è che tutto si riduca a una tempesta mediatica, a qualche promessa di riforma, e poi tutto torni come prima. Perché, in fondo, come ho sempre ripetuto, “il gioco vale la candela” per coloro che sanno giocare. E, a quanto pare, in questo paese, i giocatori sono in tanti.

FINE

La trasparenza come unica via d’uscita? Ma ditemi onestamente: chi la vuole davvero?


Come riportavo ieri, quando leggo su nuove inchieste giudiziarie non posso fare a meno di tornare con la mente a tutto ciò che ho scritto negli anni passati.

Ricordo ad esempio un mio post del 2016, dove parlavo già del fallimento annunciato del nuovo codice degli appalti ed avevo ragione…

Già… la filosofia delle norme non basta, perché chi è dentro al sistema conosce tutti i trucchi per eluderle. Si gioca infatti sull’interpretazione letterale, sul quel filo sottile che separa la legalità dalla furbizia. E i nostri legislatori, spesso, non hanno la minima idea di come funzioni davvero il malaffare nei cantieri.

L’inchiesta di Messina è l’ennesima prova lampante che i meccanismi di controllo, così come sono concepiti, non servono a nulla. L’ANAC, che tanto si sbatte per promuovere trasparenza e legalità, sembra sempre arrivare dopo, quando il danno è fatto. E i funzionari pubblici, quelli che dovrebbero vigilare, dove sono? Spesso sono complici, a volte sono solo incompetenti. Ma il risultato non cambia: i soldi pubblici finiscono nelle tasche sbagliate e le opere pubbliche diventano monumenti all’inefficienza e alla corruzione.

E allora, qual è la soluzione? Io l’ho scritto tante volte e continuo a ripeterlo. L’unico modo per contrastare questa infinita serie di reati è abilitare meccanismi di trasparenza radicali. Dove chiunque possa controllare in ogni momento l’efficienza dei processi di assegnazione, le reali capacità organizzative e finanziarie delle imprese, le qualifiche possedute non solo sulla carta.

Ma quanto sopra non basta, sì poiché bisognerebbe adottare procedure di gara che limitino la partecipazione, per garantire che tutte le imprese, nel corso dell’anno, possano aggiudicarsi un numero sufficiente di lavori, senza che qualcuno si appropri indebitamente del mercato.

Sogno ad esempio un sistema in cui le gare siano veramente competitive, in cui i subappalti siano trasparenti e non diventino un modo per mascherare cessioni di contratto o distacchi illeciti di manodopera. In cui un direttore dei lavori non possa essere corrotto per certificare opere mai eseguite o materiali non conformi. È un’utopia? Forse. Ma se non iniziamo a chiederlo a gran voce, se non mettiamo pressione su quelle stesse istituzioni che spesso sono complici di questo marciume, allora non cambierà mai nulla.

E qui veniamo al punto dolente. Perché, come ho sempre sospettato e scritto, questo sistema illegale e corruttivo, in fondo, fa comodo a tutti. A quelle imprese che lo alimentano, certo. Ma anche a chi, dai pulpiti istituzionali, predica legalità e poi, nei fatti, non fa nulla per perseguirla. Le parole sono facili, i proclami sono gratuiti. Ma la volontà di cambiare davvero le cose, quella è merce rara. E finché non ci sarà una collaborazione reale e operativa tra uffici pubblici, forze dell’ordine e magistratura, finché il whistleblowing resterà uno strumento inutilizzato o, peggio, punito, i nostri appalti continueranno a essere il teatro preferito della criminalità organizzata.

La verità, quella che nessuno vuole sentire, è che in questo Paese la corruzione è un sistema che si autoalimenta. E per spezzarlo, non servono solo leggi più severe, ma un cambio di passo culturale che, purtroppo, vedo ancora molto lontano.

CONTINUA

Il sistema è sempre lo stesso, cambiano solo le autostrade!


Ogni volta che apro il cellulare e leggo di una nuova inchiesta sugli appalti pubblici, provo un misto di rabbia e di tristezza, ma anche, devo ammetterlo, un certo senso di nausea per la prevedibilità delle cose. 

L’ultima, in ordine di tempo, arriva sempre dalla mia terra, la Sicilia, e riguarda le autostrade A18 e A20. Una maxi operazione della Direzione Distrettuale Antimafia e dei Carabinieri di Messina, che il 6 agosto 2026 ha portato a 12 misure cautelari. Sei arresti domiciliari e sei divieti di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

Il copione, per chi ha occhi per vedere, è sempre lo stesso. Un’organizzazione aziendale “ombra”, gestita da un imprenditore già condannato per concorso esterno in una famiglia mafiosa, che prende il controllo esecutivo di opere pubbliche. Come? Attraverso la compiacenza di imprese aggiudicatarie che, in cambio di una quota, gli cedono di fatto i cantieri. E così, la manutenzione degli impianti di illuminazione delle gallerie, dei cavalcavia, la sistemazione idraulica dei torrenti, diventano affari di una cerchia ristretta, dove la qualità e la sicurezza sono solo parole scritte su un capitolato che nessuno rispetta.

E cosa scopriamo nei dettagli dell’inchiesta? Quello che ho denunciato in tutti questi anni, post dopo post. Impianti non conformi installati nelle gallerie, materiali scadenti usati sui cavalcavia, manodopera irregolare impiegata nei cantieri. Non si tratta di semplici irregolarità amministrative, ma di vere e proprie frodi che mettono a rischio la sicurezza pubblica. Perché quando si risparmia su un isolante o si monta un cavo sottodimensionato, non si sta solo rubando denaro pubblico, si sta giocando con la vita delle persone che percorrono quelle strade ogni giorno.

Il sistema finanziario è altrettanto collaudato. Un giro di false fatture per circa 377.000 euro, finalizzato al riciclaggio e al pagamento in nero. Si drenano risorse pubbliche attraverso subappalti illeciti e noleggi di comodo, e poi si ripulisce il denaro con un passaggio fittizio, magari attraverso un distributore di carburante compiacente. È un meccanismo perfetto, oliato, che funziona da anni e che continua a funzionare nonostante le promesse e le leggi. Perché, come ho sempre scritto, in questo Paese: la legge c’è, ma poi c’è il sistema che la aggira!

È la solita storia. Quella dei “prenditori” e dei loro prestanome, dei funzionari pubblici che chiudono un occhio in cambio di un favore. E mentre gli investigatori scoprono l’ennesima “magagna”, mi chiedo: ma noi, cittadini, dobbiamo rassegnarci? O forse, come ho sempre sostenuto, è ora di smetterla di fingere che siano episodi isolati e riconoscere che stiamo parlando di un sistema radicato, che ha bisogno di risposte altrettanto sistemiche e radicali!

CONTINUA

15 agosto: ancora qui, ancora fermo, ancora a chiedermi se il mare sia davvero per tutti…


Buongiorno, e buon Ferragosto a tutti, anche a voi che, come me, avete scelto il silenzio al chiasso della città di mare…

Oggi, 15 agosto 2026, il sole non picchia forte come sempre, anzi in questo momento un forte temporale accompagnato dalla grandine sta solcando il cielo sopra l’Etna.

Sì… tutto chiuso, e le località stamani sembrano un grande set cinematografico abbandonato, con le saracinesche abbassate e il ronzio dell’aria condizionata che sostituisce il chiacchiericcio dei bar.

E così, mentre fuori si celebrano i riti laici dell’estate, io ritrovo qui, nel mio giardino di casa, il sapore di un déjà-vu che ricorda quei momenti trascorsi da ragazzo, gli stessi che si ripetevano anno dopo anno, e che oggi vedono le mie figlie – al mio posto – protagoniste in quei luoghi di balneazione.

Ed in questa mia riflessione non posso che ripensare anche ad una vecchia filastrocca che parlava di quel bambino rimasto in città: “Filastrocca vola e va / dal bambino rimasto in città”. Già… una poesia che aveva un che di malinconico, allora, ma che potrei dire, una sottile ironia oggi…

Sì… perché il mare, si sa, è per chi conduce una vita serena, e i castelli di sabbia sono un lusso che richiede tempo e leggerezza. La stessa cosa vale d’altronde per chi ama i monti, con quelle scalate e le docce fredde fatte sotto le cascate, sì… per quanti vogliono ancora permettersi di inseguire l’orizzonte.

Ma poi, allargando lo sguardo oltre il confine di questa mia giornata, il pensiero corre inevitabilmente a chi quel mare lo vede con occhi diversi. A quei bambini che non hanno nulla, che attraversano deserti e oceani su barche di fortuna, per i quali il mare non è svago, ma un varco stretto e pericoloso verso una speranza che spesso si infrange, sì… prima ancora di toccare la riva. 

E penso, con il cuore in gola, ai bambini di Gaza, che quel mare lo hanno ogni giorno davanti agli occhi, azzurro e apparentemente immobile, ma che non possono goderne il profumo né la freschezza, perché per loro è solo l’ultimo confine di un mondo che non concede tregua. Loro non costruiscono castelli di sabbia, cercano solo un angolo di terra dove sentirsi al sicuro.

E allora, nel silenzio di questo Ferragosto, il gioco del bambino sul marciapiede mi appare per quello che è davvero: una metafora potentissima della nostra capacità di adattarci, ma anche il simbolo di una distanza incolmabile tra chi può sognare e chi è costretto a sopravvivere. È la fotografia di una realtà che si vorrebbe cambiare, e che invece continua a ripetersi, ostinata.

Ed è proprio qui, in questo contrasto, che mi sorprendo a fantasticare ancora. Quando diventerò Presidente del Consiglio – scherzavo un tempo, anche perché la politica non mi è mai interessata – farò un decreto per cancellare questa disparità. Un’ordinanza che consenta a tutti di poter andare al mare o che trasformi le nostre montagne in un dono per tutti i bambini, il tutto ovviamente a spese dello Stato. 

Certo, so bene che il mio non è altro che una sorta di giustizia poetica, un sogno a occhi aperti per bandire la solitudine di chi resta e il dolore di chi non ha neppure il diritto di restare.

Ed allora cosa dire… peccato che a ben guardare, questa giornata di Ferragosto non è altro che l’ennesima ripetizione di quanto fatto in tanti altri anni. Sì, è cambiata negli anni la compagnia, forse c’è più caldo o, come oggi, “la pioggia cade e tutto lava”, come dice la canzone dei Negramaro. Pure, le strade deserte sono le stesse, e quel misto di pace e di sottile abbandono che si respira oggi credo sia lo stesso che ho respirato da bambino, da ragazzo e da adulto…

Non c’è nulla di veramente nuovo, in questo 15 agosto. È il copione di sempre, con gli stessi attori principali: chi fugge, chi resta, chi sogna e chi si adatta. E forse è proprio questa ripetizione ciclica a renderci umani. Il tentativo di dare un senso a un giorno che è uguale a tutti gli altri, ma che per convenzione vorremmo speciale.

Così, mentre il mondo là fuori si divide tra ombrelloni e rifugi alpini, tra individui che cercano un posto migliore, beh… io rimango qui a guardare il viavai dei pensieri. E mi accorgo che la vera vacanza, forse, non sta nel luogo che si raggiunge, ma nello spazio che si riesce a creare dentro di sé, anche restando fermi. Un paradosso, lo so, ma è l’unico decreto che posso firmare oggi.

Perché, in fondo, Ferragosto è proprio questo: un palcoscenico su cui mettiamo in scena gli stessi gesti, le stesse attese, le stesse piccole epiche quotidiane. Nulla di più, nulla di meno. E forse, in questa consapevolezza, c’è una pace più vera di quella che si trova sotto un ombrellone.

Per cui… buon Ferragosto, a tutti, sì… anche a chi, come me, è rimasto a casa, perché ormai ha imparato a fare tesoro di questa immobilità

Temperature alte? Ma ditemi… chi ci sta guadagnando da queste errate notizie?


Buongiorno, continuando con quanto pubblicato ieri – Record dei 48,8°C: atti nascosti, strumenti spariti. Il Dott. Alfio Grassi ricorre al TAR (link all’articolo) – oggi voglio partire da un titolo che ho visto qualche giorno fa su Repubblica, e che mi ha fatto riflettere.

Il titolo parlava di Santa Croce Camerina (link), un paese in provincia di Ragusa, e dell’inferno che toccava 47 gradi. Un titolo forte, certamente efficace, accompagnato dalla dichiarazione del parroco locale che, testualmente, avrebbe detto che “il caldo serve a estinguere i peccati“. E già qui, lasciatemelo dire, viene da sorridere – ma anche da chiedersi se per caso si riferisse ai peccati compiuti da taluni suoi molti colleghi togati, già… sotto il nome di Cristo!

Ma al di là della battuta, ciò che mi ha colpito è stato il passaggio successivo: lo stesso giorno, la temperatura registrata sul posto era di 46,2 gradi. Eppure, il giorno dopo, sul quotidiano, quei 46,2 erano diventati 47. Un arrotondamento? Forse. Ma un arrotondamento che, in un contesto di presunta accuratezza scientifica e di allarme mediatico, fa la differenza. Perché un grado, su certe scale, non è solo un numero: è un titolo più forte, una notizia più clamorosa, un’audience più ampia.

E nell’articolo si parlava anche dei pensionati che si ritrovano in piazza sotto gli alberi, e uno di loro diceva: “È un modo per contarci e vedere che siamo ancora tutti vivi“. Questa frase mi ha toccato, perché è vera, è autentica, è la Sicilia che si racconta con la sua ironia e la sua rassegnazione. Ma è anche la Sicilia che sa, per esperienza, che il caldo c’è sempre stato.

Perché voglio essere chiaro: non sto dicendo che non faccia caldo. Sarebbe assurdo. È evidente che ci troviamo in una fase di ondata di calore, e chi vive in Sicilia lo sa bene. Ma ciò che sto dicendo – e lo dico con la memoria di chi ha vissuto queste terre per decenni – è che d’estate in Sicilia ha sempre fatto caldo. Forse oggi abbiamo un grado, forse due in più. Ma nulla di paragonabile alla narrazione apocalittica che ci viene propinata ogni giorno.

Mi viene in mente, e ve lo racconto, un ricordo personale. Quando avevo diciotto anni – e non erano certo gli anni del riscaldamento globale così come ce lo raccontano oggi – avevo un termometro esterno appeso fuori casa. Ebbene, già a quel tempo, all’ombra, segnava regolarmente 45 gradi. E quei 45 gradi non li aveva mai letti nessun giornale, non avevano mai fatto notizia, non avevano mai scatenato dibattiti nazionali. Era semplicemente l’estate in Sicilia. Punto! E, se posso aggiungere, sospetto fortemente che quel termometro di allora funzionasse meglio di molti di quelli che usano oggi…

Poi, nel 2020, mi trovavo a seguire un cantiere per un processo di stabilizzazione a calce. Ero il Responsabile della Sicurezza e, come tale, avevo il dovere di monitorare le condizioni dei lavoratori. Ricordo che, già intorno alle 10.00, avevo provveduto a sospendere tutte le lavorazioni a terra perché la temperatura stava per toccare i 35 gradi, e poi è arrivata intorno alle 13.00 a 43°! Ma anche allora, e lo dico con cognizione di causa, non era un evento eccezionale. Era l’estate. Era il caldo che in Sicilia c’è sempre stato.

Allora, mi chiedo, e ve lo chiedo con franchezza: perché oggi tutto questo clamore? Perché un termometro che segna 46,2 gradi diventa il giorno dopo un “inferno a 47”? Perché ogni ondata di calore viene raccontata come se fosse la prima, come se fosse un evento senza precedenti, come se noi siciliani non avessimo mai visto l’estate?

La risposta, temo, sia una sola: business. E qui vorrei allargare il discorso, perché la vicenda del record di Floridia e la storia dell’INRIM che il Dott. Alfio Grassi ha raccontato nel post precedente sono il pezzo di un mosaico molto più grande.

C’è un business economico, certo. Appalti per stazioni meteo, fondi per la ricerca, finanziamenti pubblici che viaggiano su cifre importanti. C’è un business politico, perché spingere su determinate agende ambientali significa orientare consenso, decidere priorità, muovere le leve del potere. C’è un business mediatico, e questo è forse il più evidente: clickbait, audience, presenze nei telegiornali e nei programmi televisivi, che sono ovviamente remunerate. E poi c’è tutto l’indotto commerciale: la vendita di condizionatori, di gadget per il raffrescamento, di abbigliamento tecnico, di strumenti elettronici. Un mercato che si nutre di allarme e che cresce tanto più forte quanto più il termometro viene alzato di un grado.

Ecco, io credo che stiamo assistendo a una gigantesca operazione di gonfiaggio mediatico. E lo dico con il massimo rispetto per chi studia il clima, ma anche con la massima diffidenza verso chi trasforma la scienza in spettacolo e i numeri in titoli. Perché quando un termometro diventa un’opinione, e un grado in più diventa un’inferno, non stiamo più facendo informazione. Stiamo facendo altro.

La vicenda del Dott. Alfio Grassi, con il suo ricorso al TAR contro l’INRIM, apre uno spaccato su tutto questo. Perché se è vero che c’è un record europeo contestato, se è vero che gli atti non sono accessibili, se è vero che la strumentazione viene spostata da un laboratorio all’altro e poi si scopre che forse finirà in discarica… beh, allora è lecito chiedersi: cosa c’è dietro? E soprattutto, chi ci sta guadagnando?

Onestamente, ho seri dubbi che si possa giungere a una verità. Gli interessi sono troppi, e troppi soggetti stanno cavalcando – consentitemi – “l’aria calda”, ma forse, e dico forse, il TAR potrebbe slegare i nodi di questa particolare vicenda, e costringere l’INRIM a rispondere a quelle domande che il Dott. Grassi ha posto con tanta lucidità.

Nel frattempo, però, io continuo a guardare il termometro fuori dalla finestra. E quando segna 40 gradi, come oggi, mi viene da sorridere. Perché so che quarant’anni fa segnava più o meno la stessa cosa. E che allora non c’erano titoli apocalittici, né pensionati in piazza che si contavano per vedere se erano ancora vivi. C’era solo l’estate, in Sicilia. E un caldo che, come sempre, sapevamo sopportare.

Ora, se qualcuno vuole raccontarmi che tutto questo è diverso, che è peggio, che è eccezionale, che è senza precedenti, lo ascolterò volentieri. Ma poi gli chiederò: scusa, e tu, da tutto questo, cosa ci stai guadagnando?

Perché la domanda, alla fine, è sempre quella…

P.S.:

E se qualcuno di quei dirigenti – delle note Tv nazionali o private – desiderasse eventualmente intervistarmi, sappia che sono disponibile a ripetere di presenza quanto sopra, e anche di più… L’importante è che la trasmissione non sostenga alcun costo per questa mia gentile concessione. O se proprio devono pagare – perché il sistema lo impone, si sa – desidero che il mio eventuale compenso venga totalmente devoluto in beneficenza.

Ah, dimenticavo: se qualcuno desiderasse eventualmente contraddirmi, in quella “ipotetica” trasmissione, beh… per farlo dovrà, ahimè, sottostare a questa medesima regola. Quindi, se vuoi discutere con me: niente soldi!

Vedrete, conoscendo bene le dinamiche e i giochi di potere di questo mio Paese, sono sin d’ora certo che nessuno sarà interessato a contattarmi.

Perché, diciamocelo, quando si toccano certi interessi, il silenzio è sempre la risposta più comoda…

E con questo vi lascio, sperando che il caldo – quello vero, quello misurato, non quello gonfiato – vi conceda un po’ di tregua.

Alla prossima…

Record dei 48,8°C: atti nascosti, strumenti spariti. Il Dott. Alfio Grassi ricorre al TAR.


Buongiorno a tutti e ben ritrovati in questo periodo caldo e consentitemi di dire, non solo per le temperature “approssimativamente” misurate…

Oggi – difatti – condivido con voi un contributo che ritengo di grande rilevanza non solo sul piano scientifico, ma anche su quello della trasparenza amministrativa e del diritto di accesso alla conoscenza pubblica.

Il testo che segue porta la firma del Dott. Alfio Grassi, figura nota per il suo rigoroso lavoro di analisi sulle stazioni meteorologiche siciliane e, in particolare, sul controverso record europeo di 48,8°C registrato l’11 agosto 2021 a Floridia (SR).

Come molti di voi sanno, quel valore è stato convalidato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) proprio sulla base delle verifiche metrologiche condotte dall’INRIM – Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica di Torino.

Il Dott. Grassi, però, da tempo solleva perplessità tecniche sulla strumentazione e sull’ubicazione della stazione SIAS. Per fare chiarezza, ha attivato tutte le vie formali per ottenere l’accesso agli atti delle verifiche INRIM.

Nel lungo e dettagliato resoconto che troverete di seguito – di cui egli stesso mi ha formalmente comunicato che si assume personalmente qualsivoglia azione – ci racconta l’esito della sua visita a Torino dell’aprile 2026, le resistenze incontrate, le risposte ricevute e le domande che ancora restano senza risposta.

Lascio ora la parola al Dott. Alfio Grassi, riportando il suo testo in modo fedele e integrale, così come mi è stato affidato.

Testo integrale ricevuto stamani 13 c.m. dal Dott. Alfio Grassi:

Caro Costanzo, innanzitutto le chiedo umilmente scusa per non aver dato tempestivamente riscontro alla sua richiesta di aggiornamento sugli sviluppi delle mie interlocuzioni con il laboratorio INRIM di Torino che, come è noto, ha avuto un ruolo determinante per certificare il record europeo di 48,8° registrato l’11/08/21 dalla stazione meteo di Floridia, gestita dal SIAS Sicilia.

Dopo vari tentativi, lo scorso aprile, l’INRIM ci ha comunicato che i documenti da noi richiesti (documenti pubblici privi di qualsiasi vincolo di segretezza) potevano essere visionati direttamente nella sede di Torino e, pertanto, ho colto l’invito e mi sono recato con il mio legale nella prestigiosa sede dell’INRIM, tempio della scienza in ambito nazionale e internazionale.

Siamo stati accolti con tutti gli onori di casa dal Dott. Merlone e dalla Dott.ssa Musacchio, ricercatori dediti alla metrologia della termodinamica, che ci hanno fatto visionare gli strumenti di laboratorio e perfino alcuni reperti storici di strumentazione meteorologica, come un termometro a mercurio proveniente dal Pakistan che molti anni fa aveva registrato una temperatura record che poi fu smentito a seguito delle verifiche di calibrazione dello strumento condotte dall’INRIM.

Dopo un’esaustiva introduzione sulle procedure di calibrazione praticate in laboratorio, il Dott. Merlone e la Dott.ssa Musacchio ci hanno portato in una sala riunione dove, attraverso un proiettore, ci è stato permesso di visionare alcune slides sulle verifiche metrologiche eseguite allo strumento schermo-sensore termometrico della stazione meteo di Floridia.

Considerato che la presentazione grafica conteneva una copiosa serie di dati numerici, impossibile da analizzare a distanza e in poco tempo, abbiamo chiesto di acquisire i documenti oggetto di visualizzazione in copia cartacea o in formato digitale, ma purtroppo il Dott. Merlone si è mostrato categoricamente contrario a concederci l’accesso agli atti.

Ma, sono rimasto ancora più sorpreso quando ho chiesto ai miei interlocutori di poter visionare la strumentazione testata, alla luce del fatto che l’INRIM ha sempre pubblicamente dichiarato che la stessa veniva custodita presso il proprio laboratorio di Torino: il Dott. Merlone e la Dott.ssa Musacchio mi hanno risposto che la stazione era stata trasferita in altro posto, presumibilmente nella sede INRIM di Matera, anzi con una sottile ironia mi è stato detto che probabilmente finirà in discarica, visto che lo strumento non è dell’INRIM ma del SIAS e, quindi, l’Istituto non ha alcun obbligo e interesse a custodire la strumentazione del record europeo di 48,8°.

Insomma, ci aspettavamo di fare chiarezza su questa strana vicenda del record europeo e, invece, ce ne siamo ritornati a Catania con più dubbi di quelli che avevamo in partenza.

Deluso ma non scoraggiato dall’esito della nostra visita, assistito dal mio legale Avv. Nunzio Condorelli Caff, decido di reiterare la richiesta di accesso agli atti, ma anche in questo caso l’INRIM ribadisce la sua contrarietà, giustificandosi che i documenti non rientrano nella disponibilità dell’Istituto in quanto sono interni al gruppo di lavoro WMO.

Inoltre, alla nostra contestuale richiesta di visionare la strumentazione del record europeo, l’INRIM risponde: “per quanto riguarda, invece, la richiesta di visionare e fotografare lo strumento (schermo solare sensore termometrico) attualmente custodito presso la sede di Matera, si precisa che tale bene non è di proprietà dell’INRiM, bensì del SIAS – Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano. Pertanto, eventuali richieste di visione e documentazione fotografica dovranno essere preventivamente sottoposte al predetto Ente proprietario. Qualora il SIAS autorizzasse l’accesso e qualora, al momento dell’eventuale accoglimento dell’istanza, lo strumento fosse ancora nella disponibilità materiale dell’INRiM, questo Istituto provvederà a consentirne la visione secondo modalità che dovranno essere opportunamente concordate.”

Allora, cerco di sintetizzare i fatti in maniera spicciola:

chiedo l’accesso agli atti preliminari di convalida del record che sono in possesso dell’INRIM;

l’INRIM, dopo un anno di reiterate richieste da parte mia, accetta di farmi visionare gli atti solo presso la sede dell’Istituto (neanche se fossero atti del dossier Aldo Moro);

Mi reco, nell’aprile 2026, alla sede di Torino, ma la visione avviene solo mediante proiettore;

Poco prima di recarmi a Torino la strumentazione del record viene trasferita a Matera;

Chiedo ancora una volta l’accesso agli atti al mio ritorno;

L’INRIM risponde che i documenti non sono nella disponibilità dell’Istituto e, quindi, respingono la nostra richiesta (però se li fanno vedere col proiettore sono nella loro disponibilità!!!)

La strumentazione è a Matera, presso la sede locale di INRIM, ma ci vuole l’autorizzazione del SIAS e se quest’ultimo ci darebbe il permesso, la stazione, nel frattempo, potrebbe non essere più a Matera.

Ricordo che l’INRIM è un istituto pubblico pagato con i soldi dei contribuenti (compresi i miei) e che opera nell’ambito scientifico di interesse prettamente pubblico, quindi per quale motivo si ostenta così tanta resistenza ad un semplice accesso agli atti che riguarda documenti di analisi tecnica scientifica della strumentazione di registrazione del record europeo di 48,8°?

Perché INRIM non contribuisce a fare chiarezza su questo record europeo tanto contestato a causa del difetto della strumentazione e della non conforme ubicazione della stazione meteo SIAS, come dimostrato più volte dal sottoscritto?

Perché l’INRIM custodisce nel laboratorio di Torino lo strumento termometrico del Pakistan, ritenuto non norma dallo stesso Laboratorio, e non quello del SIAS che ha registrato la temperatura di 48,8°, valore riconosciuto, previa verifica metrologica del Dott. Merlone e della Dott.sa Musacchio, come record europeo di temperatura massima?

Caro Costanzo, io voglio delle risposte a queste domande!

Le annuncio che ho presentato ricorso al TAR Piemonte contro INRIM per il denegato accesso agli atti.

Alfio Grassi

Ecco… qui si conclude il resoconto del Dott. Alfio Grassi.

Come avete potuto leggere, non si tratta di una semplice polemica, ma di un iter formale e documentato che ha portato addirittura a un ricorso al TAR. Ora… al di là delle opinioni personali, ciò che emerge è un problema di metodo: un ente pubblico di ricerca, finanziato con risorse pubbliche, che oppone resistenza all’accesso di atti – peraltro dichiaratamente privi di segretezza – relativi a un dato che ha un valore storico e simbolico per l’intera Europa.

Le domande sollevate dal Dott. Grassi restano, al momento, senza risposta. Ma il ricorso al TAR Piemonte potrebbe presto costringere l’INRIM a fornire chiarimenti in sede giudiziale. Noi seguiremo la vicenda e, appena ci saranno novità, non mancheremo di aggiornarvi.

Nel frattempo, invito chiunque abbia elementi, competenze o semplicemente riflessioni da condividere a intervenire nei commenti. Il confronto aperto e civile è l’unico strumento che può davvero fare luce su questioni così delicate.

Grazie a tutti per l’attenzione e, come sempre, alla prossima.

P.s.: Aggiungo un’ultima cosa, per correttezza e completezza d’informazione. Se dall’INRIM o da qualcuno dei suoi rappresentanti dovesse giungerci una replica, una precisazione o anche solo un punto di vista diverso su quanto esposto dal Dott. Alfio Grassi, il mio Blog resta aperto – gratuitamente e senza alcuna preclusione – a chiunque voglia intervenire per portare il proprio contributo.

Il sottoscritto, d’altronde – come molti di voi sanno – si occupa nel tempo libero dalla sua professione non solo di formare, ma soprattutto di mettere in pratica tutti quei principi di legalità previsti, denunciando in prima persona quando ciò è necessario. Ecco perché le porte di questa mia pagina sono spalancate a chiunque, proprio nel rispetto reciproco e nel nome della trasparenza che, credo, dovrebbe essere il fondamento di ogni istituzione pubblica

In Sicilia il vero problema non è solo quanta acqua perdiamo o quanti soldi finiscono nel nulla: no…il vero problema è che noi siciliani sprechiamo tutto, anche le occasioni per cambiare!


Già… lo spreco, qui da noi, non è mai un incidente di percorso, no… è un’abitudine, una cattiva abitudine che si ripete uguale a sé stessa da decenni, come un rituale che nessuno ha mai avuto il coraggio di interrompere. 

Perché se l’evaporazione dalle dighe ci toglie milioni di metri cubi d’acqua ogni estate, è altrettanto vero che un’altra evaporazione, più silenziosa e meno visibile, consuma ogni anno le risorse destinate all’agricoltura: soldi che arrivano dall’Europa e che, invece di trasformarsi in sviluppo, si dissolvono in un sistema che sembra studiato apposta per non funzionare.

Ma andiamo con ordine. Nell’ultimo mese, le dighe siciliane hanno perso oltre 40 milioni di metri cubi d’acqua. Il caldo record, certo, e l’evaporazione che si porta via almeno il quindici per cento di quella riserva preziosa. Ho letto che – secondo chi si intende di queste cose – a fare la differenza sono le temperature elevate e costanti.  Un paradosso, poi: più acqua c’è negli invasi, più superficie è esposta al sole, e più acqua si disperde nell’atmosfera. Eppure, se guardiamo i numeri di quest’anno, potremmo quasi sentirci tranquilli: abbiamo più acqua rispetto al 2024, quando la siccità aveva messo in ginocchio intere province. Ma è una tranquillità ingannevole. Perché quei numeri sono volumi lordi, che non tengono conto dell’interrimento: decenni di fango e sedimenti accumulati sul fondo che, secondo molti sottraggono alla disponibilità effettiva almeno 150 milioni di metri cubi. Quindi, tolto questi, la riserva reale si riporta vicina ai livelli che ci fecero così paura appena un anno fa.

E poi, quando l’acqua scarseggia, si corre ai ripari. Si scava più profondo nei pozzi, si attivano i dissalatori. Ma anche qui i conti non tornano. Una falda sottoposta a prelievi intensivi si abbassa e può impiegare anni per ricostituirsi. I dissalatori, poi, la Corte dei Conti li definisce una fonte marginale: producono acqua preziosa, certo, ma a costi elevatissimi, e quella stessa acqua, una volta immessa in rete, finisce per perdersi nelle tubature colabrodo che da venticinque anni nessuno riesce a sistemare. 

Un cortocircuito perfetto, una macchina che spreca risorse su tutti i fronti!

Ma il vero nodo, quello che nessuno vuole affrontare, è un altro. Ed è qui che lo spreco diventa sistema. Perché l’acqua è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie c’è un meccanismo intero che si nutre di fondi pubblici e restituisce polvere. Parlo dell’agricoltura, del comparto che dovrebbe essere il nostro orgoglio e che invece è diventato una gigantesca mangiatoia.

Stipendi pagati a enti e servizi che spesso non si capisce bene cosa facciano. Indennità di disoccupazione percepite da agricoltori nei periodi di fermo, che puntualmente utilizzano quei mesi per lavorare in nero. E poi una miriade di soggetti preposti ai controlli che, guarda caso, nessuno vede mai. Fondi europei e nazionali destinati a migliorare il settore che, non dovendo essere giustificati in maniera seria, finiscono per essere utilizzati per tutt’altro.

Non sono parole al vento. Le inchieste giudiziarie parlano chiaro. Solo pochi mesi fa, i Carabinieri per la Tutela Agroalimentare hanno smantellato un’associazione per delinquere che, tra il 2018 e il 2022, era riuscita a intascare oltre un milione e quattrocentomila euro di aiuti europei. Aziende fantasma, terreni mai concessi dichiarati falsamente, fascicoli aziendali che viaggiavano da una regione all’altra per eludere i controlli. E il denaro così sottratto veniva reinvestito in immobili o trasferito tra conti societari per pulirne l’origine. Un sistema rodato, studiato nei minimi dettagli. E la criminalità organizzata, si sa, ha occhi e mani lunghe: sa bene che in questo bacino di risorse può trovare linfa vitale per i propri affari.

E mentre tutto questo accade, le occasioni per cambiare davvero ci passano accanto e noi le lasciamo andare, come si lascia scorrere l’acqua che non sappiamo trattenere. L’ultima, in ordine di tempo, l’ha raccontata Coldiretti Sicilia: l’Assemblea regionale ha bocciato i fondi per i piccoli invasi aziendali, quelli che, dove sono stati realizzati, si sono rivelati un salvavita per tante aziende agricole e zootecniche. Una scelta che sa di resa, di rassegnazione. Come se avessimo deciso, una volta per tutte, che il cambiamento non fa per noi.

E intanto l’acqua continua a scorrere via, tra tubature rotte e burocrazia paralizzante. I consorzi di bonifica restano commissariati, le riforme annunciate non arrivano mai. E la politica, troppo spesso, sembra avere altre priorità. In questi giorni duemila persone sono rimaste a secco perché le loro case sono abusive, costruite in una zona in cui non avrebbero dovuto esserci. Eppure, per anni, quelle stesse case hanno avuto luce, telefono, fibra e persino l’acqua portata con le autobotti. Poi qualcuno ha deciso di applicare la legge, e il risultato è che ora solo anziani, bambini e malati ricevono rifornimenti. Una situazione al limite, grottesca, che racconta meglio di qualsiasi rapporto il fallimento di un sistema che non sa più distinguere tra emergenza e regola, tra bisogno e diritto.

Ecco, forse è questo il punto. Non siamo solo un’isola che soffre la sete. Siamo un’isola che spreca tutto: l’acqua, i soldi, le occasioni, la pazienza di chi ancora crede che si possa fare diversamente.

Mi dispiace dovermi ripetere, ma  finché non cambieremo questa abitudine antica, finché non smetteremo di considerare lo spreco come un destino ineluttabile, continueremo a guardare l’acqua che evapora e i fondi che svaniscono, con le mani in mano, aspettando che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi.

Il fantasma di Khamenei e il ritorno dei vecchi leoni: tra silenzi, vuoti e la resa dei conti.


C’è un’ombra che si allunga sulla Repubblica Islamica, un’ombra che ha il volto di una guida che forse non c’è più, o che comunque non è più in grado di guidare.

Parliamo di Khamenei, il figlio, il successore designato, l’uomo che avrebbe dovuto raccogliere il testimone di una teocrazia millenaria. 

Eppure, a guardare bene, ciò che filtra dai palazzi del potere racconta una storia ben diversa: quella di un leader ridotto a un fantasma, le cui condizioni sarebbero tragiche a seguito dell’attentato che lo ha colpito.

Se è ancora vivo, ed è un “se” che pesa come un macigno, la sua presenza è ormai solo simbolica, un nome da invocare per legittimare decisioni prese da altri.

Ed è proprio questa assenza, questa sospensione del comando, ad aver innescato una frattura profonda nel corpo più armato e fedele del regime, quello dei Pasdaran. Per anni, i Guardiani della Rivoluzione hanno marciato compatti sotto l’ala protettrice del giovane Khamenei, che aveva saputo tessere alleanze e distribuire favori all’interno delle gerarchie militari. Ma quel tempo è finito.

Oggi, chi era stato messo da parte, chi aveva visto svanire i propri sogni di potere relegato in ruoli secondari, rialza la testa e rivendica con forza il posto che gli spetta. È un ritorno al passato che sa di resa dei conti, un attacco frontale a coloro che li avevano sostituiti, e che ora si trovano improvvisamente esposti, senza più lo scudo del loro protettore.

Nel frattempo, la piazza, il popolo vero, quello che vive le giornate tra speranza e paura, osserva. I giovani, e in particolare le donne, che hanno già dimostrato al mondo il loro coraggio, sognano un cambiamento, un ribaltamento di quel sistema degli ayatollah che li opprime.

La loro voce si è levata potente, ma oggi si scontra con una realtà spietata: la paura di ribellarsi è più forte del desiderio di libertà. E non c’è da stupirsi, perché i tribunali del governo non conoscono clemenza, e i plotoni di esecuzione sono diventati una triste routine, un monito quotidiano che spegne ogni speranza di una rivolta aperta.

Ma è sullo scenario internazionale che questo braccio di ferro rischia di trasformarsi in una tragedia collettiva. La posta in gioco è lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta enorme del petrolio mondiale. E qui, paradossalmente, la strategia dei falchi che ora hanno preso in mano le redini del potere potrebbe rivelarsi un boomerang.

Sì… se non si troverà una rapida soluzione politica, se la tensione continuerà a salire, la minaccia di chiudere lo Stretto tornerà a essere un’arma concreta. Ma è un’arma che si sta già arrugginendo, perché i paesi arabi confinanti stanno costruendo a gran ritmo nuovi oleodotti che permetteranno di aggirare l’ostacolo, riducendo nel giro di pochi anni il ricatto energetico dell’Iran.

E allora cosa resterà? Resta lo spettro di un nuovo conflitto militare, un conflitto che nessuno può davvero prevedere nelle sue conseguenze, ma che tutti sanno essere potenzialmente catastrofico. Non solo per quelle terre già martoriate, ma per l’intero sistema finanziario globale, che verrebbe travolto da un’ondata di caos i cui effetti sarebbero incalcolabili.

I falchi hanno preso l’Iran, hanno blindato Hormuz, hanno messo uomini come Vahidi e Rezaei ai vertici della sicurezza. Ma la loro vittoria potrebbe rivelarsi la scintilla che accende un incendio molto più grande di loro. 

E tutta questa follia, si sa, prima o poi si ribalta. Contro chi? Forse contro di loro. Forse contro tutti. Forse contro nessuno, perché il fuoco, quando divampa, non chiede permesso. Brucia tutto ciò che incontra!

Capitolo 4°: Il Giovane Gesù: Lo sviluppo, l’adolescenza, gli studi della Torah.


E così a tredici anni Yeshua sale al leggio della sinagoga di Nazareth. 

È il giorno del suo Bar Mitzvah, il momento in cui un figlio d’Israele diventa “figlio della Legge“, responsabile delle proprie azioni davanti a Dio e alla comunità.

La comunità è tutta lì. I volti che lo hanno visto bambino, quelli che hanno sussurrato alle sue spalle, quelli che hanno tirato via i propri figli quando lui si avvicinava. 

Ora lo guardano salire; è alto per la sua età, magro e quegli occhi che sembrano guardare oltre le cose.

Legge il brano assegnato. Voce ferma, dizione chiara. Poi il rabbino, come da tradizione, gli chiede: “Figlio di Giuseppe, vuoi dire qualcosa su ciò che hai letto?“. Yeshua tace. Poi parla. Ma non commenta il testo come ci si aspetterebbe. Invece dice: “Oggi questa Scrittura si è compiuta davanti a voi“.

Un silenzio gelido… poi un mormorio, qualcuno tossisce e il rabbino lo fissa, interdetto. Non è un’interpretazione. È una dichiarazione. È come se quel ragazzo si stesse mettendo dentro la Scrittura, non sotto di essa.

Nessuno dice nulla, quella sera. Ma molti tornano a casa con un pensiero che non li abbandona: chi si crede di essere?

Negli anni che seguono, Yeshua studia, non solo la Torah, ma i Profeti. Si perde nei rotoli di Isaia, dove un servo sofferente viene disprezzato e rifiutato, “un uomo dei dolori che ben conosce il patire“. Legge e rilegge quel passo. Già… lo riconosce, come riconoscere il proprio riflesso nell’acqua.

Legge Daniele e le sue visioni apocalittiche. Legge i Salmi, dove il giusto grida a Dio e si sente abbandonato. E ogni volta, qualcosa dentro di lui risponde. Non è studio: è riconoscimento!

Eppure, c’è un problema. Un’ombra che non lo abbandona mai.

La Torah è chiara: il “bastardo”, il mamzer, non entrerà nell’assemblea del Signore fino alla decima generazione. Lui lo sa. Lo sanno tutti. Ogni volta che entra in sinagoga, ogni volta che apre un rotolo, sa che per la Legge lui è un escluso! Non importa quanto studi, quanto impari, quanto sia fedele. Il sangue parla più delle scelte. La nascita decide prima che tu possa decidere.

Ma lui sente dentro di sé qualcosa che la Legge non può contenere. Una voce che non è la sua. Una spinta che non viene dalla carne.

E se Dio parlasse anche ai bastardi? Non lo dice a nessuno. Ma la domanda gli brucia dentro.

Giuseppe intanto invecchia. Le mani che un tempo maneggiavano l’ascia e lo scalpello ora tremano. La schiena si curva. Il respiro diventa affannoso. Yeshua lo guarda e capisce che la morte si sta avvicinando. Non è una rivelazione. È una constatazione. 

Vede il petto di quel padre che si solleva a fatica, la tosse che non passa, gli occhi che si appannano. E si chiede: quando Giuseppe morirà, cosa resterà di lui? Resta il suo amore, resta il fatto che mi ha cresciuto come figlio, resta il fatto che mi ha difeso. Ma la comunità dirà: è morto il falegname, e il suo bastardo è rimasto solo.

Una notte, Giuseppe lo chiama accanto al letto. Non dice nulla di importante. Niente benedizioni solenni, niente profezie. Solo: Prenditi cura di lei“, poi chiude gli occhi.

La morte di Giuseppe è silenziosa. La sepoltura è povera. I vicini vengono, recitano le preghiere, se ne vanno. Nessuno piange in modo vistoso. E Yeshua, per la prima volta, capisce cosa significhi essere il capofamiglia di una donna che il mondo guarda con sospetto.

Maria diventa la sua responsabilità. E lei, con quel sorriso che nasconde più di quanto dica, lo guarda e non gli chiede nulla. Ma lui sa che lei sa. Lei sa che lui sa. E quel silenzio tra loro è più pesante di qualsiasi parola.

Giuseppe se n’era andato in silenzio, come aveva vissuto. E Maria era ora una vedova senza un figlio che potesse portare il nome del marito. Almeno, così diceva la comunità. Perché Yeshua, per loro, non contava. Non era il figlio legittimo. Era il bastardo. E un bastardo non poteva ereditare il nome.

E allora la legge del Signore, quella stessa Torah che Yeshua amava studiare, parlava chiaro: “Se due fratelli abitano insieme e uno di loro muore senza aver avuto figli, la moglie del defunto non si mariterà con un estraneo, ma il cognato andrà da lei, la prenderà in moglie e compirà verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che lei partorirà subentrerà nel nome del fratello morto, perché il suo nome non si estingua in Israele” [Deuteronomio 25,5-6].

Era un dovere sacro. Non un’umiliazione. Era il modo più santo che una famiglia potesse avere per onorare un uomo morto. E Maria, ora che Giuseppe non c’era più, era tenuta a osservarlo.

Se Giuseppe aveva un fratello, quell’uomo doveva sposarla. Era la legge. Era la consuetudine. Nessuno si sarebbe scandalizzato. Anzi, ci si sarebbe aspettato che lei si risposasse, che desse alla luce un altro figlio, che il nome di Giuseppe non si estinguesse.

Ma c’era un problema. Un problema che nessuno osava pronunciare ad alta voce.

Yeshua non era un figlio legittimo. E se non lo era, allora il nome di Giuseppe era già estinto. Allora non serviva il levirato. Allora Maria era libera? O era condannata a rimanere vedova, senza discendenza, senza futuro, senza un uomo che la proteggesse?

La risposta, come sempre, la sapevano solo le voci che sussurravano dietro la fontana.

Yeshua guardava sua madre e sapeva che lei, un giorno, avrebbe dovuto scegliere. O sposare il cognato, se esisteva, e dare un figlio a Giuseppe. O restare sola, con il peso del marchio che ormai portava anche lei.

E lui, con la fiamma che gli bruciava dentro, si chiedeva: se io me ne vado, lei a chi resta? A chi la lascio?

Ma non c’era risposta. Non ancora…

E così… intanto il corpo cambia. Cresce in altezza, i muscoli si tendono, la voce si fa più grave. Le ragazze del villaggio lo guardano con occhi che prima erano solo curiosi e ora sono qualcosa di più. Lui sente quello sguardo, lo capisce, ma si tira indietro.

Non perché sia un angelo, ma perché sa che il marchio che porta non lo rende un buon partito. Perché sa che se sposasse una ragazza di Nazareth, il suo marchio cadrebbe anche su di lei. La escluderebbe come hanno escluso lui.

Quindi… meglio restare solo, pensa, sì… meglio che la maledizione finisca con me!

E così il suo corpo diventa un campo di battaglia. Da una parte gli istinti, la carne, il desiderio di una vita normale, una moglie, dei figli. Dall’altra quella voce interiore che gli dice: non sei per questo mondo. Sei altro. Vai altrove.

Ma dov’è “altrove“?

Nelle notti insonni, quando il tetto di casa è il suo unico rifugio, guarda le stelle e ripensa alle parole che ha letto nei Profeti. Isaia, che parla di un servo umiliato. Daniele, che descrive un figlio d’uomo che viene sulle nubi del cielo. I Salmi, dove il giusto soffre ma Dio non lo abbandona.

E se quelle parole parlassero di me?

Sa che è un pensiero folle. Sa che i rabbini insegnano che quelle profezie parlano di Israele, non di un singolo uomo. Ma allora perché lui le sente così vicine? Perché sembrano cucite addosso a lui, come una veste che nessun altro può indossare?

È il suo desiderio di essere qualcuno? È la sua ferita che cerca una risposta? O è davvero Dio che parla?

Non lo sa. Nessuno lo sa. Forse non lo saprà mai.

Ogni tanto, quando la bottega è chiusa e lui e Maria restano soli, scambiano qualche parola. Lui non le chiede dei dettagli: cosa ha visto realmente? Come era l’angelo? Che voce aveva? Lei non chiede a lui cosa sta cercando, perché lo sta cercando.

Ma un giorno Maria lo guarda e dice: “So che te ne andrai“. È una frase secca, senza drammi. Come un dato di fatto.

Yeshua tace.

Non chiedermi di restare” dice lui. “Io non ti ho chiesto di restare. Ho accettato che eri diverso prima che tu nascessi“.

Quelle parole lo inchiodano. Non è un rimprovero. È una liberazione.

E lui capisce che la sua strada non è restare a Nazareth. La sua strada è andare. In un posto dove il suo marchio non conta, dove la Legge è scritta in un altro modo, dove il giudizio non è sulla nascita ma sulle scelte.

Forse, pensa, esiste quel posto. Forse quei viandanti che parlano del deserto e del Mar Morto hanno ragione. Forse c’è una comunità che non chiede “chi è tuo padre?“, ma “cosa cerchi?“.

Non sa ancora quando partirà. Forse domani. Forse tra un anno. Forse quando la fiamma che ha dentro diventerà troppo grande per essere contenuta, ma sa che partirà…

Il mondo non mi ha voluto, pensa. Allora andrò a cercare il mondo che mi vuole.

E mentre la notte avvolge Nazareth, nel petto di quel giovane falegname, quella fiamma brucia più forte che mai…

Antonio Condorelli: la “normalità” dello scandalo che non scandalizza più nessuno!


Ho letto con attenzione l’ultimo post di Antonio Condorelli. Per me è uno dei pochi giornalisti rimasti a svolgere questo mestiere con onestà e indipendenza, una voce a cui vale la pena prestare ascolto. Ostinato e coraggioso, è sempre in prima linea, nel vivo dei fatti, a raccontare ciò che molti preferiscono tacere.

Il suo ultimo lavoro, pubblicato su LiveSicilia (link all’articolo), è un pugno nello stomaco. E, come lui, non posso fare a meno di provare un senso di vergogna profonda. Ma non è la vergogna che si prova davanti a un fatto eclatante, a uno scandalo che sconvolge le coscienze. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, ancora più inquietante: è la vergogna di fronte alla “normalità”.

Perché ciò che emerge dalle cronache giudiziarie dell’Isola non è raccontato come un’eccezione, ma come una consuetudine. Arresti di deputati regionali, indagini su assessori, leader politici di primo piano che si trovano ai domiciliari. Eppure, nel centrodestra siciliano, tutto questo non provoca scossoni. Non c’è stupore, non c’è quella rottura che dovrebbe accompagnare il venire a galla di fatti gravi. C’è solo la consapevolezza che, nell’ingranaggio della politica regionale, questi eventi fanno ormai parte del meccanismo.

Ora, nel raccontare quanto accade, non mi soffermerò sui singoli nomi. Per me, e credo per molti, in questo teatrino della politica i protagonisti si equivalgono. Uno vale l’altro, e poco importa chi sia. Se invece desiderate entrare nello specifico, se volete dare un volto e un cognome a questa lunga teoria di indagati, trovate tutto nel link che ho riportato sopra. Qui, però, voglio solo fissare lo sguardo sul fenomeno, non sui suoi interpreti.

Prendiamo l’ultimo episodio che ha scosso Forza Italia: un suo deputato regionale ai domiciliari. La notizia è piombata ai vertici del partito proprio mentre il commissario regionale teneva una riunione in una provincia già segnata dall’arresto di un altro esponente azzurro. Sembrava quasi una beffa del destino, un “benvenuto” amaro. Eppure, nei corridoi, nessuno si è stracciato le vesti. Solo la spallata di chi, ormai, ha imparato a convivere con queste scosse. Il mantra del “siamo in una fase iniziale“, ripetuto con ostinazione qualche mese fa, oggi suona come un rituale svuotato di senso. Una formula di circostanza, pronunciata a denti stretti per non dover ammettere che, forse, quella fase iniziale non finirà mai.

In quella riunione, il commissario si è trovato a mediare tra le diverse anime del partito: quella legata al sindaco del capoluogo di provincia, quella dell’ex ministro presente personalmente, e la compagine che fa capo alla deputata subentrata al collega arrestato. Tra gli esponenti presenti, si sussurravano apprezzamenti per la sua capacità di ascolto, per aver “iniziato una stagione di incontri territoriali” in un partito, dicono, “non abituato a discutere”. La questione morale, in questo contesto, non è diventata un elemento tranciante. Non c’è stato un dibattito sui principi, ma una discussione pratica su come gestire la situazione.

L’orizzonte, per tutti, sono le prossime elezioni regionali. E questo spiega molte cose. Alcune province preoccupano, perché “bisognerà fare le liste“. Altre, come il capoluogo etneo, provocano più di un grattacapo, perché la spaccatura politica tra i big crea equilibri precari. In questo quadro, un’esponente azzurra di una provincia dell’Agrigentino, che secondo gli inquirenti “condivideva le scelte del partito” con il deputato finito ai domiciliari, viene invece promossa a commissario provinciale. Le sue qualità politiche, evidentemente, pesano più di qualsiasi ombra. È una scelta cinica, che fotografa perfettamente il clima: non importa ciò che si è fatto, ma ciò che si può ancora fare per la partita elettorale.

Anche la Dc e la Lega, dopo lo scossone dell’arresto di un loro leader storico e il conseguente patteggiamento, si stanno ricompattando. L’obiettivo è una lista unica alle regionali. Un esponente leghista, interdetto per un anno dal ruolo di assessore a causa di un’inchiesta, continua a tessere la sua tela, mantenendo stretti rapporti con Forza Italia. Si parla di un suo possibile cambio di casacca, di esponenti azzurri che lo seguirebbero. Sono manovre di palazzo, calcoli politici che nulla hanno a che fare con la liceità o meno dei comportamenti degli indagati. Sono il pane quotidiano di una politica che ha fatto della propria sopravvivenza l’unica bussola.

E poi c’è il caso di un ex componente della commissione regionale Antimafia, tornato all’Ars dopo l’arresto per voto di scambio politico-mafioso. Un dettaglio che la dice lunga sulla capacità di questo sistema di assorbire tutto. Fratelli d’Italia, dal canto suo, sceglie la strada del silenzio. Il commissario regionale “preferisce non commentare“, e dopo il rigore iniziale profilato dopo le inchieste che hanno coinvolto il presidente dell’Ars e un’assessora, si è passati all’attesa degli esiti processuali. È l’atteggiamento di chi aspetta che la tempesta passi, senza sporcarsi le mani.

E così, qualcuno si spinge a lanciare un vero e proprio salvagente a quel presidente dell’Ars, intercettato per anni: “Ma cosa volete? È venuto fuori solo che con l’auto blu gli è stato portato qualche kebab con le patatine mentre lavorava, è il politico più pulito in circolazione“. Questa frase, che circola a microfoni spenti, è forse il simbolo più lucido della degenerazione a cui stiamo assistendo. Il parametro di paragone non è più la legalità, ma la “pulizia” relativa, il confronto con situazioni peggiori. È il trionfo del “mal comune mezzo gaudio”.

Ecco, è proprio questo che Condorelli ha colto con la sua consueta lucidità. La questione morale, quella vera, quella che dovrebbe far scattare un campanello d’allarme nelle coscienze e nei partiti, è stata accantonata. Al suo posto è subentrata la “questione normale“. Una lunga teoria di indagati, arresti, rinvii a giudizio, che non scuotono il sonno di chi governa. Non c’è più alcun scandalo, perché lo scandalo presuppone una deviazione da una norma condivisa. Qui, invece, quella deviazione è diventata la norma stessa.

Il governatore, che tra pochi giorni relazionerà all’Ars, è chiamato a dare conto dei “risultati conseguiti“. Ma come si fa a parlare di risultati, a esaltare una “Sicilia attrattiva per le imprese“, quando la politica che dovrebbe rappresentare il motore di questa rinascita è così profondamente e quotidianamente inquinata? Come si fa a fare “spallucce”, per usare le parole di Barbagallo, di fronte a questa realtà?

E questo, per chi come me ha smesso ormai da troppo tempo di credere nella politica e nei suoi referenti, è uno spettacolo desolante. Non la considero più un servizio, non riesco più a vedervi alcuna traccia di quella vocazione civile che dovrebbe animarla. Quello che vedo, invece, è un circo di comparse che si alternano sulla scena, tutti uguali, tutti intercambiabili, tutti pronti a tutto pur di conservare un seggio o una poltrona.

Perché quando lo scandalo diventa “normale“, non è più la giustizia a dover correre, ma la politica a dover ridestarsi. Ma a guardare gli eventi di queste settimane, viene il sospetto che il sonno sia, ormai, troppo profondo. Addormentati, anestetizzati, immuni a qualsiasi scossa. E la sveglia, per loro, non suonerà nemmeno alle prossime elezioni. Perché il gioco, si sa, continua. Sempre uguale a se stesso.

E continua anche grazie a chi, nell’ombra, sa bene come si comprano i voti. Continua grazie a quella rete invisibile di favori e scambi che trasforma le urne in un mercato, le coscienze in merce di scambio. La mafia, lo sappiamo, non si è mai fermata. Ha solo imparato a muoversi con più cautela, a tessere trame più sottili, a presentarsi con il sorriso e la stretta di mano. E’ sempre lì, pronta a offrire il suo sostegno in cambio di protezione, di appalti, di leggi su misura. E la politica, quella politica che dovrebbe combatterla, spesso si limita a fare finta di non vedere. A voltarsi dall’altra parte. A stringere quei patti sporchi che permettono al sistema di reggersi in piedi.

Ecco perché da tempo non credo più nella politica. Perché non è più una questione di uomini, ma di sistema. Un sistema malato, che ha normalizzato l’illegalità e trasformato la complicità in prassi. Un sistema che, davanti a un arresto per voto di scambio politico-mafioso, non prova alcun imbarazzo. Che davanti a un’indagine per concorso esterno si stringe nelle spalle. Che davanti a un politico intercettato per anni, lo esalta come “il più pulito in circolazione“.

Questa è la vergogna più grande. Non i singoli episodi, ma la loro sistematicità. Non i colpevoli, ma l’assenza di qualsiasi reazione. Non lo scandalo, ma la sua assenza. Perché quando tutto è normale, niente è più scandaloso. E quando niente è più scandaloso, tutto è permesso. Anche il patto più oscuro. Anche la complicità più vile. Anche il silenzio più assordante davanti a chi, da sempre, vive di quel silenzio

Evasione fiscale: la lezione che viene dalla Germania, la vergogna che resta italiana.


Buongiorno e bentrovati nel mio solito angolo di riflessione, quello dove proviamo a mettere ordine tra le cose che non vanno.

Oggi volevo prendere le distanze, guardare lontano, e invece no: devo per forza partire da qua, da casa nostra, da quello che succede sotto i nostri occhi. Poi, solo dopo, farò un salto in Germania, dove le cose vanno in una direzione che da noi, per contrasto, sembra quasi fantascienza.

Perché, diciamocelo chiaramente, mentre da noi si fa di tutto – e dico di tutto – per incentivare l’evasione fiscale, con leggi e norme che finiscono per tutelare i furbetti e i ladri di questo nostro Paese, dall’altra parte delle Alpi si vara una stretta che farebbe invidia a un commissario di polizia. 

E non parlo di misure timide o di facciata: parlo di carcere fino a quindici anni per i casi più gravi, di autodenunce che non garantiscono più l’impunità, e di un esercito di algoritmi e intelligenza artificiale messo al servizio del fisco per stanare ogni singolo evasore

Sì, avete letto bene: l’intelligenza artificiale, quella che da noi usiamo per fare selfie o chiedere previsioni del tempo, in Germania diventa uno strumento per scovare centinaia di migliaia di persone che fino a oggi hanno fatto beffa delle leggi.

Il governo tedesco, guidato dal cancelliere Merz, ha presentato un piano d’azione che non lascia scampo. Il ministro delle Finanze Klingbeil stima che già nel 2027 si potranno recuperare un miliardo di euro in più. Un miliardo che, messo a fronte di un bilancio federale di 555 miliardi, non rappresenta certamente delle briciole. 

E lo fanno potenziando i controlli con l’analisi dei dati, la blockchain, i registratori di cassa obbligatori e una cooperazione internazionale serrata per inseguire i capitali nascosti all’estero. Insomma, hanno trasformato la lotta all’evasione in una vera e propria caccia al tesoro, ma dalla parte giusta, quella dello Stato.

E noi? Noi stiamo qui a guardare, a leggere notizie di accertamenti sotto il livello pre-Covid, a sentirci dire che per un autonomo il rischio di un controllo è sotto il 4%. Sotto il quattro per cento!

Praticamente è più facile vincere alla lotteria che beccare un controllo fiscale, se sei un libero professionista o un piccolo imprenditore. E intanto le cartelle esattoriali non decollano, la riscossione arranca, e chi evade lo fa con la leggerezza di chi sa che, alla fine, le conseguenze sono solo un lontano miraggio.

Perché, diciamoci la verità, tra tutte le chiacchiere e le promesse, chi è che paga mai con il carcere? Chi è che sconta davvero una pena per aver sottratto soldi alla collettività? Rispondo io, con amarezza: NESSUNO! 

È una giostra di condoni, di sanatorie, di cavilli e di prescrizioni che trasforma il reato fiscale in una pratica amministrativa sgradita ma tollerabile. La giustizia tributaria italiana è un colabrodo, e chi siede a Roma – dai piani alti fino ai gradini più bassi dei comuni e degli enti locali – sembra remare contro la legalità, piuttosto che a favore.

Ecco, io non voglio fare il moralista a tutti i costi, ma un confronto con quello che succede in Germania mi sembra più che doveroso. Loro alzano l’asticella della pena, introducono l’obbligo di conservare i dati contabili per quindici anni, creano un centro nazionale contro il riciclaggio, e proteggono i whistleblower che hanno il coraggio di segnalare gli illeciti. 

Noi, invece, continuiamo a discutere di condoni e a cercare il modo di far cassa senza mai toccare i veri evasori, quelli che organizzano frodi carosello e spostano milioni all’estero con la stessa naturalezza con cui noi cambiamo canale televisivo.

Forse è proprio questa la differenza: loro considerano l’evasione un reato grave, da perseguire con ogni mezzo, fino a quindici anni di cella. Noi la consideriamo quasi un peccato veniale, un’abitudine nazionale contro cui è inutile lottare. E allora io mi chiedo, e vi chiedo, fino a quando potremo permetterci questo lusso? Fino a quando continueremo a essere il Paese dove chi ruba al fisco è un furbetto, e chi paga le tasse è un pollo?

Ora lascio a voi la riflessione, e mi rivolgo naturalmente a quelli che, come me, ogni mese aprono il portale dell’Agenzia delle Entrate e pagano, senza cercare scappatoie, senza inventarsi fatture false o domiciliazioni in paradisi fiscali. A voi dico: reggete forte, perché la pazienza ha un limite.

E con la speranza che un giorno – magari non troppo lontano, e lo dico con tutto il rispetto, signora Presidente del Consiglio – anche da noi si decida finalmente di seguire l’esempio tedesco. Di smetterla con i condoni, con le sanatorie, con quella strana abitudine di trasformare il reato in un fastidio burocratico.

Ma conoscendo molto bene la storia di questo Paese, la mia speranza si scontra con la realtà. E la realtà mi dice che dovrò aspettare ancora a lungo. Forse così a lungo che quel giorno, chissà, potrei anche non esserci più per festeggiarlo. E allora continuerò, come sempre, a fare la mia parte. A pagare il mio conto. A sostenere, con le mie tasse, le esigenze reali – e ahimè, anche quelle fittizie – di questo Paese che di onesto, a volte, sembra avere solo la facciata.

Perché alla fine, lo sappiamo bene, a rimetterci sono sempre noi: i soliti onesti. Quelli che non hanno nulla da nascondere, ma tanto, tantissimo da raccontare…

“China Express”: arriva, truffa e solitamente (prima che qualcuno se ne accorga) riparte!


Leggendo notizie come questa – “China Express”, la maxi frode da un miliardo e mezzo, le decine di denunce, i sequestri di ville e attici – devo essere sincero, provo un senso di straniamento. 

Da un lato, c’è il doveroso plauso per il lavoro della Guardia di Finanza e della magistratura, un lavoro certosino, capace di ricostruire trame finanziarie tanto complesse da lasciare senza fiato, dall’altro, però, resta – come sempre – l’amaro in bocca. 

Perché queste notizie, per quanto eclatanti, non sono più un’eccezione, già… sono diventate il pane quotidiano di un paese che sembra aver fatto della frode fiscale un’abitudine, quasi una seconda natura.

E difatti, a me interessa poco o nulla del dettaglio dell’operazione in sé – le sigle, i numeri esatti, i nomi – viceversa m’interessa far evidenziare il malcostume, ciò che queste storie raccontano di noi, del nostro tessuto sociale.

Perché il sistema che viene fuori da queste indagini è tanto semplice quanto perverso: una rete di cartiere, prestanome, fatture con descrizioni vaghe come “Shoes” o “Bijoux”, senza quantità né prezzo.

Un meccanismo quasi artigianale, nella sua essenza, che però riesce a movimentare centinaia di milioni di euro. È questo il paradosso che mi colpisce: la frode, quella vera, non ha bisogno di chissà quali artifici tecnologici. Le basta l’italica arte di arrangiarsi, di trovare il cavillo, di nascondere il reale fornitore dietro una montagna di carta.

Penso ai controlli, che ci sono e sono ferrei, lo sappiamo. Le forze dell’ordine lavorano senza sosta e ottengono risultati importanti, come in questo caso, con sequestri che colpiscono beni di lusso e conti correnti. Ma è una battaglia impari, una partita a scacchi in cui la mossa successiva è sempre più astuta della precedente.

Sì… perché per ogni imprenditore onesto che paga le tasse e rispetta le regole, quante sono viceversa quelle che trovano il modo di aggirarle, magari intestando un’attività a un ragazzo di diciannove anni nullatenente che compare solo sulla carta? È uno squilibrio che mina alla radice il senso di giustizia.

E poi, al di là dei grandi numeri, sono i piccoli dettagli che mi fanno riflettere. La famiglia cinese che girava con le auto di lusso di un imprenditore assente dall’Italia da anni. Le catene di supermercati gestite formalmente da prestanome, ma con i fili tirati da altri. È un cinema della vita quotidiana, fatto di comparse e di attori principali che restano nell’ombra. Un cinema che, però, ha conseguenze reali: distorce la concorrenza, penalizza chi lavora onestamente e, alla fine, impoverisce tutti noi, privando la collettività di risorse fondamentali per i servizi, la scuola, la sanità.

In fondo, è questa la riflessione che mi porto dentro, perché possiamo celebrare i numeri dei sequestri – sette milioni di euro, centoventicinque milioni recuperati a tassazione – ma resta la sensazione che stiamo tamponando una falla senza mai riuscire a riparare la nave!

Finché il sistema sarà così permeabile, così incline a trovare scorciatoie, ogni operazione di successo sarà solo una vittoria di Pirro. E la domanda, alla fine, è sempre la stessa: quanto dobbiamo ancora sopportare prima che cambi davvero qualcosa, prima che la legalità non sia più un’eccezione ma la regola?

Io, come sempre, non ho risposte facili. Ma continuo a guardare, a leggere, a cercare di capire e quando posso: denuncio senza mezzi termini! 

Perché questo è l’unico modo che abbiamo – ancora – per non doverci rassegnare!

Omaggio a Guccini: Francesco, vedrai, prima o poi, ritorneranno quelle stesse ore…


E cade la pioggia e cambia ogni cosa, solo la morte e la vita non cambiano mai.

L’inverno è tornato, l’estate è finita, e noi siamo ancora qui a chiederci: perché?

Per fare un uomo ci vogliono vent’anni, per fare un poeta ci vuole un secolo, per il dolore è abbastanza un minuto, per dimenticarlo non basta una vita…

Ed io guardo fuori dalla finestra e vedo quel pilastro, il solito che tu sai, tavoletta e pennello nelle mie mani, simboli frivoli che tu non hai amato mai.

Ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare, e rido in faccia a quello che cercano e che non avranno mai…

Sì lo so che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità, ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.

E verrà il tempo di dire parole quando la vita una vita darà, ma intanto il tempo scorre come un fiume che porta via ogni cosa.

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, non siamo lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…

Siamo solo il rumore di un pianoforte stonato che prova e riprova a trovare il senso del vero, ma il senso del vero è una strada deserta che porta a vecchie scoperte.

Ti ricordi quei giorni? Uscimmo dopo le canzoni per camminare piano, gli amici bevevano vino, qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano, vicino a te, vicino a me…

E ci parlammo ognuno per lasciare qualcosa, per creare qualcosa, per avere qualcosa, poi dicesti: “Basta, perché non voglio guardarti, perché ho paura ad amarti.”

E le tue parole, quasi io non ricordo più, ma nemmeno tu ricordi niente…

Ora dove sei e che gente vede il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere, le tue lacrime leggere, come una volta?

La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai, quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te, come il fiume che ti passa attorno.

Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me qualche segno, qualche traccia di ogni vita, o se solamente io ricerco in te risposta ad ogni cosa non capita.

Ma è inutile cercare le parole, la pietra antica non emette suono, o parla come il mondo e come il sole, parole troppo grandi per un uomo, parole pesanti per questo Venerdì sera, pieno dell’odore di primavera.

Le chiese sono aperte e mostrano il viola; Cristo è morto, e anche l’amore sembra languore di penitenza e così giunge la sera, un dolce ricordo di questo Venerdì Santo.

Ma il lunedì dopo si ricomincia, con la solita fame e la solita stanchezza, con l’alba che è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia, e in via Petroni si svegliano, preparano libri e caffè, e io danzo con Snoopy e con Linus un tango argentino col caschè.

Ed allora vado via per quella strada, Statale 17, con il sole che cade a picco, nessuno che mi carichi, nessuno che si fermi.

Son sudato e sono sporco, chissà mai se arriverò da te.

Ma forse non è importante arrivare, forse è importante solo camminare, sapere che da qualche parte, una casa sul confine della sera, oscura e silenziosa, se ne sta ad aspettare.

E quando i cieli diventano più scuri e in bocca hai solo rabbia, e piove solo sabbia per le strade e sui muri, c’è bisogno di gente molto forte per fare assieme il viaggio che inizia non sai dove e passa cento porte.

Noi che lasciamo tutto, noi per volare in alto, noi per cercare una città che non ha tempo, ma solo prati verdi e il cielo a vibrazioni.

Ma poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare.

Solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare.

E io sono tornato a pensare a te, a noi, a questo mondo che ci gira intorno, a come la vita sia un equilibrio sugli specchi: ad ogni occhiata un po’ più vecchi, opachi, muti e deformanti.

Non bisognerebbe mai ricordare, perché i ricordi sono falsati, i metri e i cambi sono mutati per la spietata legge dei mercati.

Eppure come un cane che alza il muso e annusa l’aria, batti sempre la tua pista solitaria, e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia, torni dove niente ti aprirà le braccia.

Ma io non ho paura di tornare, di frugare dentro ai soliti cassetti, perché so che in fondo, in uno di quei cassetti, c’è un vecchio foglio con una canzone scritta male, una canzone che parla di me, di te, di tutti noi.

E quella canzone, stonata e imperfetta, è l’unica cosa che ho davvero saputo fare.

E mentre il mondo va avanti, indifferente, io resto qui, con la tavoletta e il mio pennello a cercare il verso giusto di quel tuo viso, quello che forse, un giorno, qualcuno ancora ricorderà.

Francesco, vedrai, prima o poi, ritorneranno quelle stesse ore, e in quelle ore, ci sarai anche tu, con la tua voce un po’ roca, la tua barba, i tuoi occhi malinconici, il tuo modo di dire “non siamo, non siamo, non siamo” perché grazie a te, Francesco, noi ci siamo!

Perché le tue parole restano e resteranno per sempre… nostre.

Grazie Francesco.

SICILIA: Che fine hanno fatto i nostri soldi? Miliardi volatilizzati, cantieri di sabbia e vedrete, tra qualche anno, ci verranno pure a chiedere il voto?


E così, mentre il tempo scorre inesorabile verso il traguardo del 30 giugno 2026, una data che per molti progetti del Pnrr suona come un campanello d’allarme, noi qui in Sicilia restiamo a guardare e a chiederci, con un misto di amarezza e frustrazione: che fine hanno fatto i nostri soldi?

Perché parliamo di cifre che fanno girare la testa, di miliardi che sembrano piovere dal cielo, ma che sulla nostra terra faticano a trasformarsi in ponti, strade, scuole o ospedali. La fotografia scattata dal monitoraggio di Camera e Senato è impietosa: su oltre 12 miliardi e 360 milioni stanziati per l’Isola, ne abbiamo spesi appena il 16,7 per cento.

Ora, mettiamoci nei panni di un cittadino qualunque che legge queste cifre. La Sicilia è al quinto posto tra le regioni per risorse ricevute, dietro a colossi come Lombardia e Veneto. Eppure, mentre loro corrono, noi siamo inchiodati ai box. La media nazionale degli investimenti già realizzati è del 26,2 per cento: quasi dieci punti sopra la nostra performance. E di questo passo, con i cantieri ancora fermi e buona parte delle opere in fase di progettazione o addirittura da avviare, non possiamo che chiederci dove sia finita quella capacità di spesa che dovrebbe contraddistinguere una classe dirigente degna di questo nome.

Ma c’è un dato che, a mio avviso, merita una riflessione più profonda. Quasi un quarto dell’intera torta, ben 3,08 miliardi, è finito a privati, in particolare a società per azioni. E attenzione, non si tratta di un giudizio morale: è giusto che le imprese partecipino alla ripresa. Tuttavia, quando vedo che questi 3 miliardi hanno generato appena 272 progetti, mentre i Comuni, con poco più di 2 miliardi, devono spalmarli su 5.755 interventi, mi chiedo se questa sia davvero la ricetta giusta per rilanciare un territorio che ha fame di infrastrutture diffuse, di scuole sicure, di mobilità sostenibile per i piccoli centri. Le risorse pubbliche devono essere un moltiplicatore di opportunità, non un’occasione concentrata in poche mani.

Se poi guardiamo alla mappa della Sicilia che spende, scopriamo che i territori più virtuosi sono Caltanissetta, Agrigento e Ragusa, con percentuali che si avvicinano al 30 per cento. Ma è quando arrivo in fondo alla classifica che mi si stringe il cuore. Le tre città metropolitane, quelle che avrebbero dovuto trainare lo sviluppo dell’isola, sono tutte ultime: Messina, Palermo e, fanalino di coda, Catania, ferma al 16 per cento. Sembra quasi un paradosso, perché proprio lì dove la burocrazia è più fitta e le aspettative più alte, la macchina si inceppa. E allora, dinanzi a questi numeri, sorge spontanea una domanda che non possiamo più rimandare.

Dov’è la politica regionale? Che fine ha fatto quella schiera di amministratori, di deputati, di assessori che siedono nei palazzi del potere? Perché, di fronte a un ritardo così macroscopico, il silenzio è assordante. Non sento proteste, non vedo piani straordinari per sbloccare i cantieri, non colgo quella preoccupazione che invece dovrebbe essere palpabile quando si rischia di perdere milioni di euro europei. È come se una parte della classe dirigente si fosse addormentata sugli allori, o peggio, si fosse rassegnata all’idea che tanto i soldi, in un modo o nell’altro, arriveranno, anche se in ritardo. Ma non è così, e il 30 giugno 2026 è lì a ricordarcelo.

Eppure, tra qualche anno, quando le lancette dell’orologio avranno segnato un altro giro, questi stessi politici, magari con facce nuove e sorrisi smaglianti, torneranno a bussare alle nostre porte. Ci chiederanno il voto, ci parleranno di futuro e di rinascita, ci mostreranno programmi e progetti. Ma come potremo fidarci di chi oggi tace? Come potremo dimenticare che, mentre l’Europa ci tendeva la mano, qui in Sicilia abbiamo rischiato di sprecare un’occasione storica? Le parole sono belle, e in campagna elettorale diventano persino poetiche. Ma i fatti, i numeri, i cantieri fermi parlano un linguaggio molto più duro e sincero.

Dunque, miei cari conterranei, facciamo un piccolo esercizio di immaginazione. Già… tra alcuni mesi, quando vedremo volantini e manifesti appesi ovunque, ricordiamoci di questi giorni, ricordatevi che mentre il resto d’Italia correva, noi siamo rimasti ancora fermi al palo. E chiediamo, con la forza che solo il voto può dare, che fine hanno fatto quei miliardi, dove sono finite le nostre scuole, le nostre strade, i nostri ospedali. Perché il silenzio di oggi non può diventare l’amnistia di domani. Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere, e loro il dovere di rispondere, magari con le opere, prima ancora che con le parole.

Ma quale Stato: quando il silenzio sulle intercettazioni è già una risposta!


Buongiorno,

oggi voglio condividere con voi alcune mie riflessioni che nascono a seguito dell’intervento del senatore Roberto Scarpinato in Senato, a proposito del decreto giustizia-migranti.

Le sue parole, che faccio integralmente mie, mi hanno colpito per la loro lucidità e per la forza con cui mettono il dito su una ferita che, a mio avviso, rischia di diventare cronica per il nostro Paese.

Scarpinato ha attaccato senza mezzi termini la maggioranza per aver cancellato quegli emendamenti che riguardavano le cosiddette “intercettazioni a strascico“. E il suo messaggio è drammaticamente chiaro: da oggi – per usare le sue stesse parole – è ancora più evidente a tutti gli italiani che esistono forze politiche la cui missione sembra essere quella di garantire, in ogni modo, i protagonisti della corruzione e della mafia dei colletti bianchi.

Non si tratta di uno scontro tra opposte visioni, ma di una presa d’atto che fa tremare i polsi.

Ma d’altronde… viviamo in un Paese dove la corruzione e le collusioni non sono più episodi sporadici, ma un sistema diffuso, quasi una seconda pelle. Ed è proprio davanti a questo scenario che la maggioranza ha scelto deliberatamente di disarmare lo Stato.

Non dico “indebolirlo“, attenzione, ma di renderlo inerme proprio davanti ai reati dei potenti. La storia, prima o poi, chiederà conto di questo tradimento della legalità, che ormai dura da oltre trent’anni!

Eppure i numeri parlano da soli, e non lasciano spazio a interpretazioni. Il rapporto “Italia sotto mazzetta” di Libera – https://www.libera.it/it-schede-2790-corruzione_italia_sotto_mazzetta – ci restituisce un quadro che definirei spaventoso: solo nell’ultimo anno, ben 96 grandi inchieste per corruzione, con oltre milleottocento indagati a livello nazionale. Sono cifre che dovrebbero mettere in allarme chiunque, e che invece sembrano scivolare via come acqua sul vetro.

C’è poi un passaggio che trovo particolarmente significativo, ed è quello che riguarda la posizione di Fratelli d’Italia. Quando, ad aprile, il procuratore nazionale antimafia, spinto dall’allarme di tutte le procure, ha certificato pubblicamente che il centrodestra aveva provocato un disastro, la reazione è stata degna di un rompicapo politico. Per uscire dall’impaccio, hanno partorito un emendamento che, se da un lato consentiva l’utilizzo delle intercettazioni in procedimenti per reati con aggravante mafiosa, dall’altro lasciava intatto il divieto per i reati di corruzione e per i gravi crimini dei colletti bianchi.

Una mezza misura, insomma, che non tappava il buco ma lo mascherava. Eppure, anche su questo, Forza Italia ha serrato le fila, annunciando il voto contrario. Alla fine, per uscire dall’angolo, hanno gettato la palla in tribuna, ricorrendo al voto di fiducia su un testo che non prevedeva nemmeno emendamenti sulle intercettazioni. Un modo elegante, se così si può dire, per non prendere posizione.

Ecco, mentre scrivo, mi chiedo: fino a che punto possiamo spingerci nel normalizzare l’anomalia? Fino a quando accetteremo che la lotta alla corruzione diventi una questione di bandiera, e non di sostanza?

Forse, la risposta sta proprio nella capacità di continuare a fare domande, anche quando le risposte sono scomode, ma soprattutto di non smettere mai di cercare la verità, anche quando qualcuno – da troppo tempo – cerca di metterci un velo sopra!

Mi dispiace soltanto che qualcun altro, in questi lunghi anni, avrebbe potuto far pesare la propria figura rappresentativa ed invece, ho sentito soltanto un grande “silenzio“. In cuor mio, vorrei che egli sappia che – a differenza di tutti quei lacchè da cui in questi anni è stato circondato – io, quale suo semplice connazionale, ricorderò quella sua figura come qualcosa di storicamente “insignificante“!

Come mi ha scritto proprio alcuni giorni fa la Dott.ssa Julia: l’Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano (2:42) infatti insegna: “Non confondete mai la verità con la menzogna, e non nascondete la verità quando la conoscete bene“. Non per nulla il Profeta Maometto (la pace sia su di lui) disse: “Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno“. Il messaggio è chiaro: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

E allora mi chiedo: se nemmeno chi ha conosciuto il dolore sulla propria pelle ha saputo trasformarlo in coraggio, che speranza può avere questo nostro Paese, ancora intento a nascondere la verità dietro il velo del silenzio?

Se gli Iraniani tassano lo stretto di Hormuz e gli Houthi il Mar Rosso, perché noi in Italia non facciamo lo stesso? Un pedaggio del Mediterraneo: Una provocazione per non sentirci sempre gli ultimi della classe.


Ho letto con attenzione le notizie in questi mesi che giungono dal Medio Oriente e Africa orientale, e ammetto che certe pretese mi hanno fatto riflettere più del dovuto.

Pare che gli Houthi, con la benedizione e la consulenza tecnica dei Pasdaran, vogliano trasformare Bab el-Mandeb in un vero e proprio casello autostradale. Non più attacchi mirati, non più blocchi episodici, ma una tassa fissa per chiunque osi attraversare quel fazzoletto di mare. Qualcuno ha parlato di “escalation pericolosa” e di “finanziamento del terrorismo“, ma a me, leggendo tra le righe, è venuta in mente una domanda scomoda: ma perché, allora, non facciamo lo stesso anche noi?

Prima di alzare le sopracciglia, ti chiedo di guardare per un momento l’immagine che ho scelto di accompagnare a questo post. Guarda come le nostre acque territoriali si allungano nel Mediterraneo fino quasi a toccare la Tunisia. Quasi un braccio teso verso l’Africa, un confine liquido che abbraccia una delle rotte marittime più trafficate del pianeta. Praticamente, qualsiasi nave diretta da Gibilterra a Suez, o viceversa, deve necessariamente incrociare il nostro fazzoletto di mare. E allora, guardando quella cartina, la domanda che mi è venuta è ancora più forte: se loro possono farlo, perché noi no?

So bene che la mia è una provocazione, e voglio che sia chiaro fin da subito. Non sto proponendo un piano economico, non sto vagheggiando chissà quali strategie geopolitiche. Sto semplicemente facendo un esercizio di logica elementare, di quelle che ti assalgono mentre bevi un caffè e leggi il telegiornale. 

Se gli Houthi possono pensare di mettere un pedaggio a una delle vie d’acqua più strategicamente importanti del mondo, se l’Iran può rivendicare il diritto di farlo a Hormuz, allora io mi chiedo: e noi? Noi che abbiamo il Mediterraneo in casa, che con le nostre acque territoriali arriviamo quasi a toccare la Tunisia, non potremmo forse avanzare una pretesa analoga?

Il punto non è la fattibilità, sia chiaro. Il punto è il concetto. Perché, mentre leggo che Teheran rivendica il diritto di riscuotere pedaggi su un quinto del greggio mondiale, mentre apprendo che esperti dell’IRGC stanno disegnando il “quadro tecnico” per gestire le transazioni delle navi, io vedo una comunità internazionale che si lamenta, che parla di illegalità, ma che di fatto subisce!

E allora mi chiedo, con quel pizzico di amarezza che a volte ci prende, se per una volta non potremmo essere noi a dettare le regole, a non essere i soliti fessi che pagano e basta. D’altronde, il Mediterraneo non è forse uno dei corridoi più battuti del pianeta? Non sarebbe forse una fonte di finanziamento per le nostre coste, per le nostre infrastrutture, invece che per le milizie?

Ma è qui che la provocazione si fa più sottile e, ammetto, più amara. Perché mentre immagino una flotta di navi commerciali che rallentano davanti alle nostre acque territoriali, pronte a pagare un pedaggio, mi rendo conto che il paragone regge fino a un certo punto. Nel mondo che stiamo osservando, la forza, l’audacia e forse anche una certa spregiudicatezza sembrano essere premiateChi osa di più, chi minaccia di più, chi trasforma uno stretto in una barriera, ottiene attenzione e, talvolta, anche concessioniNoi, invece, stiamo qui a discutere di legalità, a invocare il diritto internazionale, a sperare che qualcuno ci venga a salvare. È questa l’immagine che abbiamo scelto per noi stessi?

Eppure, nel profondo, io credo che la differenza stia proprio qui, in quella che potremmo definire una “scelta di campo“. Da un lato c’è chi usa il mare come un’arma, come una leva per il ricatto, come una fonte di reddito per attività che definiamo belliche. Dall’altro, dovremmo esserci noi, che quel mare lo vorremmo libero, aperto, che crediamo nella navigazione come bene comune, non come preda. 

Ma questo messaggio, per quanto nobile, rischia di apparire oggi come una debolezza, come l’ingenuità di chi non ha capito come gira il mondo. La mia provocazione, quindi, non è un piano, non è una proposta, ma è un grido, un modo per dire: “Guardate che anche noi abbiamo gli strumenti, anche noi abbiamo la forza, ma scegliamo consapevolmente di non usarli in quel modo“.

E allora, forse, la risposta alla mia stessa domanda è più semplice di quanto sembri. Non applichiamo i pedaggi perché, nel profondo, rifiutiamo l’idea che il mare possa diventare un’estensione di un conflitto, un casello dove si paga per passare. Rifiutiamo di trasformare il Mediterraneo in un nuovo Hormuz, con le sue tensioni e le sue minacce.

Rifiutiamo, insomma, di diventare come loro, anche se questo significa, agli occhi di molti, apparire i “soliti fessi“. Ma forse – e qui mi fermo – essere fessi per la giusta causa è l’unica forma di intelligenza che vale la pena conservare, almeno fino a quando qualcuno non ci dimostrerà che esiste un’alternativa migliore

Quanto vali? Dipende da dove sei… e da chi ti sta accanto.


Un padre, davanti alla figlia appena laureata, decise di farle un regalo speciale…

Già… era l’auto che aveva visto da sempre parcheggiata all’interno del garage, quasi fosse stata una reliquia. Il padre aggiunse un’altra cosa, molto più sottile, ma certamente più importante.

Le disse: “Quella macchina è tua. Ma prima di dartela, voglio che tu faccia un piccolo viaggio. Portala in città, da un concessionario, e senti quanto ti offrono”.

La ragazza obbedì, e tornò con una cifra che sapeva di delusione: diecimila euro. Papà… dicono che a guardarla “sembra troppo vecchia”…

Il padre annuì, impassibile, e la invitò a provare altrove. Allora si recò al banco dei pegni e incredibilmente l’offerta crollò a 8.000 euro: “Ci dispiace… troppo vecchia, troppi lavori da fare…”.

A quel punto, la maggior parte delle persone si sarebbe fermata, convinta ormai che quello fosse il vero valore della macchina.

Ma il padre aveva un altro posto in mente e così le chiese di cercare un club di appassionati, gente che viveva di motori e di storie, e di mostrare l’auto a loro.

Ed allora la figlia – seppur un po’ scettica – assecondò il padre e andò a trascorrere lì qualche ora. 

Improvvisamente, quando tornò, lo sguardo era cambiato. Nel club le avevano offerto centomila euro! 

Perché loro, a differenza degli altri, sapevano riconoscere un’auto rara, e in quelle condizioni era già… un piccolo tesoro.

Il padre allora la guardò, e senza alzare la voce le regalò la lezione più vera…

Ricorda: il valore di una cosa, le disse, non è mai assoluto. Non dipende da quello che hai, ma da dove ti trovi e da chi ti guarda. Se porti un diamante in una grotta, non brillerà mai. Non perché non sia un diamante, ma perché l’oscurità non sa cosa farsene della luce.

E così, con quelle parole, le consegnò anche la chiave di un’altra verità, forse più difficile da accettare. 

Se in un posto non sei apprezzato, non è detto che tu debba cambiare te stesso. Spesso, basta cambiare posto. Non arrabbiarti con chi non ti vede, non sprecare energie a dimostrare il tuo valore a chi non è attrezzato per riconoscerlo. Semplicemente, prosegui oltre.

Perché il mondo è pieno di concessionari che valutano tutto al ribasso e di banchi dei pegni che vedono solo difetti. 

Ma esistono anche club di appassionati, luoghi dove la tua unicità diventa il tuo pregio più grande. E stare lì, in mezzo a chi sa guardare, non è fortuna: è scelta! È imparare a distinguere gli ambienti che ti sminuiscono da quelli che ti esaltano, e avere il coraggio di lasciare i primi senza rimpianti.

Quella ragazza, quel giorno, non ricevette solo un’auto, ricevette bensì un metodo per orientarsi nella vita. 

Ogni volta che un’offerta le sembrerà troppo bassa, ogni volta che sentirà di non essere all’altezza agli occhi di qualcuno, si fermerà un istante e si chiederà: “Ma io sono davvero nel posto giusto?”. 

E forse, proprio in quella domanda, troverà la forza di rimettersi in strada, verso un’altra città, un altro sguardo, un’altra possibilità.

Alla fine, il valore non è una cifra. È un incontro. Di luoghi che ti accolgono e di sguardi che ti riconoscono. È il momento in cui qualcuno ti guarda e vede quello che tu già sai di essere. Fino a quel giorno, non abbassare lo sguardo. E non fermarti alla prima offerta… né alla prima persona che non sa vederti.

Gesù nel 2026 – III Capitolo – Il bambino Gesù: la famiglia, la crescita, i compagni, l’ambiente sociale e quel marchio di essere un “figlio illegittimo”!


E così la famiglia ritorna a Nazareth… 

Ci sono voluti un bel po’ di giorni, forse una settimana, forse anche più, ma Giuseppe si sa… non è ricco e il viaggio, compiuto con una donna che ha appena partorito e un neonato, va misurato. Per cui… non si può andare di fretta.

D’altronde, la strada non esiste e quella percorsa non è altro che un sentiero tortuoso fatto di polvere e pietre, il sole picchia forte e la notte è fredda. Arrivano quando ormai il paese li ha quasi dimenticati, anche se non del tutto.

E così si riprende con la vecchia routine…

Giuseppe riapre la bottega, la casa è quella di sempre, solo che questa volta, lui, non è più solo, mentre lo spazio intorno – costituito certamente da due stanze e un cortile – è rimasto eguale.

Maria riprende le antiche abitudini delle donne: l’acqua, il pane, il telaio. Il bambino cresce, si chiama Yeshua, come tanti. Nessuno lo chiama “Cristo” e ancor meno “Salvatore“. Per i vicini quello è “il figlio del falegname“, ma subito dopo averlo visto, a voce più bassa si dice: “già… quello nato prima del tempo“.

A Nazareth nessuno ha dimenticato. Tutti ricordano la data del matrimonio e, soprattutto, quella della nascita. E sì… i mesi non tornano. Giuseppe, si sa, è sempre stato un uomo retto, di ineccepibile moralità. E allora tutti si chiedono: può un uomo giusto sbagliare? O forse la verità va cercata altrove – in ciò che fu fatto violentemente a Maria? O fu colpa sua? Le voci, si sa, non hanno bisogno di prove. Basta che due donne si scambino uno sguardo mentre battono i panni nel fiume, basta che un vecchio accovacciato o un giovane in piedi faccia due conti con le dita, ed ecco che torna a galla, implacabile, quell’infamante “marchio“.

E così quel bambino cresce. Impara come tutti i bambini a camminare, a cadere, a chiamare istintivamente “papà” e “mamma“, che in aramaico sono “abba” e “imma“, gioca con i bambini dei vicini, altri figli di muratori, di pastori e di donne che filano. Non ci sono parchi giochi, né altalene dove oscillare, no… i giochi sono fatti in strada, corse, sassate ai cani, una palla di pezza e continue risse, per l’ennesimo futile motivo. E poi c’è sempre qualcuno che tira in disparte il proprio figlio, in particolare quando Yeshua si avvicina. Non tutti ovviamente, non sempre, ma basta una volta al giorno per comprendere come forse “sei diverso”.

Ed allora crescendo le offese ripetute si fanno sentire e quel termine dispregiativo “bastardo“, ripetuto abitualmente inizia a pesare, lo disturba, non ne comprende i motivi ed allora si chiude in se stesso, si allontana dai suoi coetanei, non gioca più con loro, d’altronde la mamma gli ha spiegato che quanto dicono non è vero, che lui è diverso, sì… perché l’angelo di dio ha parlato con lei. 

Ed allora inizia a crescere dentro di sé quell’idea del divino, quel sapere che tutto quanto sta accadendo è un volere di quel Padre “spirituale“, ed ecco allora che inizia a leggere, a studiare, nella Sinagoga impara le Scritture. Ha una buona memoria, gli occhi sono attenti e la mente fantastica sul concetto di sovrannaturale, del quale ormai egli fa parte…

Il rabbino nota quel bambino così diverso, attento, che ascolta e chiede cose che gli altri non chiedono, ma tra loro c’è anche chi sussurra: “Impara la Legge in modo perfetto… ma chi può garantire che egli sia puro?“. Già… perché nella mentalità del tempo, l’illegittimità non è solo uno scandalo sociale, ma è una macchia che si trasmette, quasi fosse – essa stessa – una malattia.

Gli ricordano che un “mamzer” e che… se davvero tale, non può entrare nell’assemblea del Signore fino alla decima generazione. La Torah su questo argomento è chiara: Deuteronomio 23,3 (stabilisce che il “bastardo” non entrerà nella comunità del Signore e che nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, potrà farvi parte). I bambini come Yeshua lo sentono ripetere da sempre dai grandi ed anche se non ne comprendono il significato, sanno che quando lui si avvicina, debbono allontanarsi…

E così gli anni passano…

Giuseppe lavora sodo, ma la notte, quando il bambino dorme, parla con Maria a voce bassa e manifesta la sua totale preoccupazione per quell’adolescente che sta crescendo, che inizia a fare discorsi strani, che sembra, ogni giorno che passa, estraniarsi dal mondo terreno, per rivolgere le proprie attenzioni verso qualcosa di immateriale, mistico, ascetico…

Rimpiangono forse tutte le parole dette, entrambi sanno bene cosa gli è stato raccontato; l’angelo ad esempio che ha parlato alla madre e poi di quanto lo stesso angelo abbia preannunciato a lui in sogno. Ma i sogni si sa… restano sogni, e soprattutto non vengono raccontati ai vicini e così quei sogni non zittiscono le bocche dei coetanei quando il bambino torna a casa con un graffio, mentre da lontano le voci continuano a schernirlo, urlandogli: “figlio di nessuno“.

Ma quel bambino – dopotutto – cresce forte. I suoi occhi hanno imparato a guardare oltre e così inizia ad imparare il mestiere del falegname, il legno, la pialla, lo scalpello. Ma soprattutto impara, pian piano, a reggere lo sguardo degli altri senza abbassarlo. Perché ormai ha compreso che quel marchio non te lo levi più di dosso: lo porti per sempre con te. Ed allora è tempo di decidere se farsi schiacciare o se diventare più duro di quello stesso legno di quercia che ogni giorno pialla.

Di quei compagni non sa più cosa farne. I giochi di strada sono ormai un ricordo lontano, i volti dei coetanei si sono offuscati. I sommi sacerdoti e la Torah rappresentano il passato, un mondo che lo ha giudicato senza conoscerlo.

Eppure dentro di sé qualcosa si muove. Non sa ancora cosa, non sa ancora dove. Ma sente che la sua strada è ora altrove.

Ogni notte, sdraiato sul tetto a guardare le stelle, gli viene un pensiero che non sa spiegare: esisterà un posto dove un uomo viene giudicato per ciò che è, non per ciò che gli altri dicono di lui?

Non ha risposta. Ma l’inquietudine resta.

Qualche volta, nelle lunghe giornate al banco del falegname, sente parlare dei viandanti che attraversano la Galilea. Raccontano di gruppi di uomini che vivono nel deserto, vicino al Mar Morto. Si dice che preghino all’alba, che si immergano nell’acqua per purificarsi, che condividano tutto e che aspettino un maestro di giustizia. Si dice che, per loro, il sangue e il lignaggio non contano quanto le scelte dell’anima.

Yeshua ascolta. E qualcosa dentro di lui si accende. Ma non parte. Non ancora…

Per ora resta a Nazareth. Resta accanto a Maria, che lo guarda crescere con occhi che sanno più di quanto dicano. Resta accanto a Giuseppe, che ogni sera gli passa una mano sul capo e non chiede spiegazioni. Resta ad imparare il legno, la pazienza, la fatica.

Ma quella fiamma, dentro, non si spegne.

E un giorno, quando sarà il momento, quella strada la percorrerà. Ma quella è un’altra storia, che comincerà molto più tardi…

Temperature da record o notizie farlocche? Il Dott. Grassi e l’Avv. Nunzio Condorelli Caff fanno ricorso al TAR Piemonte.


Come vengono misurate le temperature che poi vengono sbandierate, magari per raccontarci l’ennesima estate più calda di sempre? È una domanda che mi sono posto più volte, soprattutto quando leggo certi titoli, certi numeri che sembrano usciti da un’altra dimensione. E non parlo per sentito dire, perché è successo anche nelle ultime settimane: maxi temperature annunciate, poi smentite persino anche da alcuni noti meteorologi

Ma se anche chi è del mestiere dice che non è vero, allora viene spontaneo chiedersi: ma come vengono raccolti e comunicati questi dati? Perché a me pare, e non sono il solo, che siamo ai confini di qualcosa che sa molto di costruzione mediatica

Proprio per approfondire questo aspetto, qualche giorno fa mi sono imbattuto in un servizio di BN News che affronta la questione in modo chiaro e diretto. Ve lo lascio qui, perché credo sia utile vedere con i vostri occhi e ascoltare con le vostre orecchie quello che sto per raccontarvi: Temperature farlocche! (https://www.youtube.com/watch?v=ZOqkvXjlWKM). In quell’intervista ho avuto modo di sentire il dottor Alfio Grassi e l’avvocato Nunzio Condorelli Caff, e da lì è nato il mio interesse per un caso che merita davvero di essere approfondito.

Per provare a fare chiarezza, vorrei tornare su un caso che avevamo già affrontato lo scorso anno, ma che ora si arricchisce di sviluppi importanti. Parlo del famoso record europeo di 48,8 gradi registrato l’11 agosto 2021 dalla stazione meteo SIAS di Floridia, in provincia di Siracusa. Un dato che fece il giro del mondo, presentato come un evento storico e inequivocabile. Eppure, se si comincia a grattare la superficie, emergono crepe non da poco. Per questo avevo intervistato il dottor Alfio Grassi, geologo e studioso indipendente, un uomo che non si accontenta delle versioni ufficiali e che ha deciso di fare quello che la scienza dovrebbe sempre fare: verificare, controllare, mettere in discussione.

Ora Alfio è tornato a parlarci, accompagnato dall’avvocato Nunzio Condorelli Caff, e la storia si è fatta ancora più interessante perché è stato presentato un ricorso al TAR del Piemonte. Sì, avete capito bene: siamo arrivati in tribunale per cercare di capire come è stato certificato quel famoso record. Non è una battaglia contro la scienza, ma per la scienza. Perché come diceva Popper, la vera scienza si fonda sulla falsificabilità: poter dimostrare o smentire un’ipotesi è il cuore del metodo scientifico. Invece, in questo caso, ci si trova davanti a una sorta di dogma, a una verità che non si può toccare e che a me personalmente ricorda certi momenti bui, come quando ci imponevano le mascherine a scuola per proteggerci da una realtà che poi si è rivelata tutta un’altra cosa.

Quindi, partiamo dal principio. Il dottor Grassi, insieme all’avvocato Condorelli, ha chiesto l’accesso agli atti per poter vedere i documenti che stanno alla base della convalida di quel record. Dopo mesi di attesa, sono stati addirittura ricevuti all’INRiM di Torino, l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica, un ente pubblico di altissimo prestigio, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, che non è certo un’associazione privata. Hanno visitato i laboratori, sono stati accolti con tutti gli onori, ma quando è arrivato il momento di chiedere gli studi, i documenti fondamentali per capire come si è arrivati a quella misurazione, la risposta è stata un secco “no“. Non sono autorizzati a consegnarli.

E qui viene il punto nodale. Perché in quegli studi, a quanto pare, si parla di un dettaglio che non è affatto secondario: lo schermo solare che protegge il sensore di temperatura presentava un buco, un taglio molto vistoso. Il dottor Grassi lo ha anche fotografato, e vi assicuro che non è un graffietto. Si tratta di un’alterazione strutturale che infrange qualsiasi protocollo dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia. Lo schermo solare deve essere integro, deve proteggere il sensore dal sole diretto e dalla pioggia. Se invece è bucato, e il sole picchia all’interno, la temperatura misurata non è quella dell’aria, ma quella di uno strumento surriscaldato. Il dato, in sostanza, è da invalidare.

Ma non finisce qui. Il dottor Grassi ha anche sollevato il problema della posizione della stazione, che secondo lui non è a norma perché troppo vicina a una strada asfaltata e a un filare di alberi, elementi che, soprattutto con determinati venti, creano una bolla di aria calda che falsa la misurazione. Uno studio ufficiale ha cercato di smentire questa tesi, ma Grassi ha dimostrato, con mappe satellitari alla mano, che la strada si trova esattamente nella direzione da cui soffiava il vento il giorno del picco. I numeri, come potete immaginare, cambierebbero di parecchio.

E c’è un altro aspetto che mi lascia ancora più perplesso. Durante la visita all’INRiM, il dottor Grassi ha scoperto che lo strumento che ha effettivamente registrato il record di 48,8 gradi, quello che doveva essere custodito nei laboratori di Torino, non c’è più. È stato trasferito, chissà per quale motivo. Al suo posto hanno trovato uno strumento del Pakistan, calibrato per un record che poi non è stato convalidato. La strumentazione vera, quella che serviva per fare chiarezza, sembra essere sparita. E allora mi chiedo: se tutto è così trasparente e scientificamente ineccepibile, perché i pezzi vengono spostati e i documenti negati? Perché chi chiede solo di vedere la verità viene considerato non degno di attenzione?

Ecco, io credo che il punto non sia negare il riscaldamento climatico, che esiste ed è sotto gli occhi di tutti, ma non si può gonfiare, non si può enfatizzare fino al punto di trasformare la scienza in uno strumento di terrore psicologico. Perché il linguaggio che viene usato in queste settimane è lo stesso della pandemia: prima ondata, seconda ondata, morti per il caldo. È un bombardamento continuo che va a colpire la nostra pancia, l’ipotalamo, quella parte più antica del cervello dove si genera la paura. E quando si vive nel terrore, si accetta qualsiasi cosa. Si accetta di non uscire a determinate ore, si accetta di pagare tasse per finanziare studi che devono dire solo quello che il potere vuole sentirsi dire.

Lo studio parallelo che il dottor Grassi sta portando avanti, per inciso, è finanziato interamente di tasca sua. Nessun ente terzo, nessun conflitto di interessi. Solo la passione per la verità e il coraggio di andare controcorrente, di camminare con la schiena dritta, come diceva l’avvocato Condorelli citando la servitù volontaria di Étienne de La Boétie. Perché è facile uniformarsi, è comodo stare dalla parte del pensiero unico. Ma chi ha il coraggio di mettersi in discussione e di chiedere trasparenza, spesso paga un prezzo psicologico pesante.

In tutto questo, io aspetto ancora risposte. Come avrete letto nel post di domenica 28 giugno, ho scritto al dottor Grassi per chiedergli come è andato l’incontro del 28 aprile all’INRiM, quello che avevamo segnato in rosso sul calendario. Erano passati due mesi e non avevo notizie. Così, invece di stare in attesa passiva, ho deciso di fare il primo passo. Gli ho chiesto, con il rispetto che merita ma anche con la sincerità che ci lega, di raccontarmi com’è andata, se le risposte lo hanno convinto o se, al contrario, i suoi dubbi si sono fatti più profondi. Gli ho chiesto, soprattutto, quali saranno i suoi prossimi passi.

La mail è partita, e il dottor Grassi gentilmente mi ha contattato per scusarsi di non avermi ancora potuto rispondere. Come sempre, appena avrò notizie, le condividerò con voi. Perché questa vicenda è troppo importante per lasciarla cadere nel silenzio. Non è solo una questione di numeri, di un termometro che ha segnato qualche decimo di grado in più o in meno. È una questione di metodo, di trasparenza, di fiducia nella scienza. Se i dati su cui si basano le scelte politiche e le narrazioni globali sono falsati o quantomeno dubbi, allora tutto il castello di politiche e imposizioni che ci viene propinato rischia di crollare come un castello di carte.

Mentre la macchina del terrore continua a girare, alimentata da studi finanziati dall’Unione Europea e da un’informazione che sempre più spesso fa il barboncino del potere, c’è ancora qualcuno che prova a fare luce. Il ricorso al TAR è un passo importante, e chissà che non porti a sviluppi decisivi. 

Io continuerò a seguire la vicenda, a scrivere, a chiedere. E voi, come sempre, siete i miei compagni di viaggio in questa ricerca di verità che non dovremmo mai smettere di coltivare. Ne riparleremo presto, appena avrò notizie dal dottor Grassi.

Enel Energia: il valore aggiunto si chiama Valentina (AE44893). Cortesia autentica e competenza, una rarità che fa la differenza.


Già… ieri, chiamando Enel Energia, ho trovato dall’altra parte Valentina – Operatore AE44893 – con la sua professionalità e cortesia autentica.

Già… perché c’è un esercizio silenzioso che si compie ogni qual volta si chiama un numero verde e si pronuncia il proprio codice fiscale.

È l’esercizio di tutti coloro che con la loro presenza sono già lì – dall’altro capo – in attesa, con tutto il peso della propria competenza e la leggerezza di chi sa che l’altra persona che ha chiamato ha certamente bisogno d’esser ascoltata.

Io, che di telefonate – nel corso della mia vita – ne ho fatte e ricevute tantissime (sì… proprio come quella pubblicità che dice che “il telefono allunga la vita…”), per conto mio, di altri, per aziende che ho rappresentato o che a tutt’oggi rappresento, già… io che il più delle volte, quando chiamo un numero verde vengo semplicemente riconosciuto attraverso un codice fiscale o una partita IVA, beh… ho imparato a riconoscere quando quella presenza non è solo un dovere, ma un dono.

E così ieri, chiamando il 141 di Enel Energia, mi è capitato di incontrare (telefonicamente) Valentina, e dopo aver risolto con lei i problemi contrattuali a suo tempo (erroneamente) stipulati,  ho avvertito dentro me il bisogno che avrei dovuto fare di più che dare – alla fine della intercorsa telefonata – un semplice giudizio, un voto da 1 a 10 per misurare la soddisfazione del cliente (CSAT) o la probabilità di raccomandazione (NPS). No… dovevo scrivere, spendere due parole, quasi come si fa con un amico al termine di una lunga camminata, per dire: c’è ancora qualcosa che funziona, e funziona bene.

Tra l’altro… il problema segnalato non era dei più semplici, ve lo assicuro, perché coinvolgeva più soggetti, nuovi contratti, intestazioni diverse, forniture energetiche che dovevano esser variate, sì… il tutto per una società che da alcuni anni seguo e che, al solo riprendere tutta quella documentazione, avevo sentito salire quella nausea burocratica che mi prende quando so che dovrò districarci tra menu vocali, attese musicali e trasferimenti di chiamata.

Invece no. Questa volta la società del gruppo Enel (che si occupa della vendita di energia elettrica e gas naturale nel mercato libero in Italia), ha risposto al primo squillo, e difatti, come se mi stesse aspettando – sin dalla prima frase “Buongiorno, sono Valentina, mi dica” –  ho percepito una cordialità che non era un copione.

Era il timbro di chi sa che il cliente non è un numero di pratica, ma una storia, una serie di scelte, un percorso a volte accidentato che merita rispetto. E non ha sbagliato un passaggio: ha letto il mio fascicolo come si legge un libro che si conosce a memoria, ha posto le domande giuste, quelle che chiariscono senza mettere in imbarazzo, e ha trovato la soluzione in un tempo che io definirei umano, non solo tecnico.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi, che poi tanto piccola non è, sul paese in cui viviamo. Perché spesso, troppo spesso, ci si abitua a pensare che l’unica via d’uscita da un inghippo amministrativo sia una conoscenza, un favore, un nome scritto su un foglietto che qualcuno ti passa sottobanco. La raccomandazione è diventata la scorciatoia più comoda, il compromesso la moneta corrente con cui si pagano le pigrizie altrui e le nostre rassegnazioni.

Eppure, in questa mia telefonata, non c’era alcuna scorciatoia. C’era solo la competenza di una professionista che conosceva le procedure e la cortesia di una persona che ha scelto di mettere la propria intelligenza al servizio dell’altro, senza bisogno di spintarelle o di sorrisi di circostanza. È un’immagine che mi piace tenere stretta: quella di una meritocrazia che non ha bisogno di gridare il proprio nome, ma che semplicemente si fa riconoscere dai fatti, dai tempi di risposta, dalla chiarezza delle spiegazioni.

Pensate a quante volte, invece, ci siamo trovati dall’altra parte, a dover inseguire un operatore che cambiava argomento come si cambia canale televisivo, o a dover ripetere il nostro codice cliente a cinque diversi interlocutori perché nessuno aveva voglia di leggere le note. La freddezza, a volte, diventa un muro, e la professionalità si riduce a un elenco di scuse precotte.

Beh… Valentina ha fatto esattamente l’opposto: ha ascoltato con quella pazienza che non è mai passività, ma attenzione vigile, e ha tradotto ogni mia perplessità in una risposta che non fosse né evasiva né trionfalistica. E quando il problema è stato risolto – e sottolineo risolto, non aggirato – non ho avvertito quel sollievo amaro che segue le vittorie di Pirro, ma una gioia pulita, quasi stupita, per aver incontrato una persona che faceva bene il proprio mestiere perché ci credeva.

Forse è proprio questo il punto: la cortesia non è un ornamento, ma il veicolo della professionalità. Si può essere tecnicamente impeccabili e risultare distanti, come manuali d’istruzioni che parlano ma non comunicano. Si può essere affabili e superficiali, come quei camerieri che ti sorridono ma sbagliano l’ordinazione. Invece Valentina ha tenuto insieme i due fili, come fa un tessitore esperto: la precisione del dato e il calore della voce, la norma contrattuale e l’empatia del momento. E così, mentre chiudevamo la chiamata, io mi sono ritrovato a ringraziare non solo per la soluzione ottenuta, ma per l’esperienza in sé, per avermi restituito un po’ di fiducia in un sistema che spesso sembra progettato per disorientare.

Ora, mentre scrivo queste righe, vorrei che fosse chiaro il senso profondo di questo gesto. Non scrivo perché conosco Valentina, né perché ho ricevuto un trattamento di favore. Scrivo proprio perché non la conosco. Scrivo per restituire, con le uniche armi che ho – le parole di questo blog – un segno di rispetto e di riconoscenza a una persona che, come tante ogni mattina, si alza per fare il proprio dovere con impegno e passione.

È una riconoscenza virtuale, certo, ma non per questo meno vera. Perché viviamo in un tempo in cui si è sempre pronti a lamentarsi, a segnalare un disservizio, a protestare per un’inefficienza e poi, invece, quando si incontra l’eccellenza, spesso si tace, quasi che ringraziare fosse un gesto superfluo.

Io viceversa penso che non lo sia affatto. Penso che sia anzi un dovere civile, piccolo ma necessario, dire “grazie” a chi quel dovere lo ha fatto bene, e farlo in pubblico, perché gli altri possano sapere che la qualità esiste, che non è un miraggio, che c’è ancora chi merita di essere preso a esempio.

E Valentina, con il suo numero AE44893 che ho appuntato su un foglio (già… lei non ha minimamente immaginato il motivo per cui io l’abbia richiesto…), per me rappresenta proprio questo: la prova che la meritocrazia esiste, che non è un’utopia da salotto, ma una prassi quotidiana che si annida nei gesti più umili, come rispondere al telefono con la voglia di aiutare. Non so se le arriverà mai questo post, non so se qualcuno in Enel Energia lo leggerà e glielo farà sapere. Ma so che per me è importante averlo scritto.

Perché riconoscere il valore altrui è anche un modo per nutrire il proprio, per ricordarsi che il mondo non è fatto solo di furbi e raccomandati, ma anche di persone serie, che ogni giorno scelgono di fare bene il proprio lavoro, senza sconti e senza scorciatoie.

E allora, cari lettori, la prossima volta che vi troverete a comporre un numero verde o ad attendere in linea, ricordatevi che dall’altra parte potrebbe esserci una persona come lei. E se vi capita, fatelo come ho fatto io: riconoscetelo, con la stessa semplicità con cui si riconosce una buona luce in una stanza buia. Perché la cortesia, quando è autentica, non ha bisogno di pubblicità; ha solo bisogno di essere vista, nominata, e magari ricordata.

E io, oggi, sono contento di averla incontrata.

La risposta di Julia: quando il dolore diventa (per qualcuno) un lasciapassare…


Il 24 luglio 2026, alle ore 23:13, ho ricevuto questa nota ad un mio post pubblicato su Medium: “Mors tua vita mea”: quando il lutto (per un familiare “vittima della mafia”) diventa a tutti gli effetti… un lasciapassare!

Dr. Julia

🌺🌺

Nicola, la tua denuncia mostra che percepisci come il dolore di chi ha perso un familiare per mano della mafia non sempre diventa giustizia, ma talvolta opportunismo. L’Islam insegna che il dolore non è un lasciapassare, ma una responsabilità davanti ad Allah. Il Corano insegna: “Non confondete la verità con la menzogna, e non nascondete la verità mentre la conoscete” (Corano 2:42). Il Profeta Muhammad (la pace sia su di lui) disse: “Il più forte tra voi è colui che dice la verità davanti a un tiranno”. La logica è chiara: chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla, non a usarla come scudo per il proprio tornaconto.

Tu descrivi come il lutto diventa un distintivo, un titolo nobiliare, e l’Islam conferma che questo è tradimento, perché Allah disse: “Non tradite Allah e il Messaggero, e non tradite i vostri affidamenti, mentre li conoscete” (Corano 8:27). Mosè, Gesù e Muhammad (pace sia su di loro) hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. La vera lotta contro l’ingiustizia non si fa con commemorazioni vuote, ma con coerenza quotidiana.

Nicola, le tue parole ricordano che resistere è eternità, perché in ogni ferita si rivela identità. Il richiamo è chiaro: non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull’Islam, perché solo così il dolore diventa rivelazione.

Con affetto e comprensione, 🌺🌹

Júlia

Già… c’è un momento in cui le parole degli altri ti arrivano addosso come un’onda che non ti aspetti.

Ecco, questo è quanto successo a me, pochi giorni fa, quando ho letto il commento di Julia al mio post. Un commento che mi ha fatto scoprire un modo diverso di guardare quelle mie stesse riflessioni. E devo ammetterlo, mi ha colpito non tanto per quello che ha detto, ma per come lo ha detto. Come se avesse avvolto le mie parole in un mantello di citazioni sacre, quasi che la verità andasse cercata solo lì, in quel libro, in quelle parole antiche.

Eppure, nel suo intervento, c’è qualcosa che fa riflettere. Julia ha colto il nucleo profondo della mia denuncia, quello che forse nemmeno io avevo espresso con tanta chiarezza: che il dolore non è mai neutro, che chi ha conosciuto la violenza da vicino ha una responsabilità che non può scansare. Lei lo chiama “responsabilità davanti ad Allah“, io la chiamo semplicemente “coerenza“. Ma alla fine, forse, stiamo dicendo la stessa cosa.

Julia cita il Corano, ricorda che “non si deve confondere la verità con la menzogna“, che chi ha visto la brutalità dovrebbe essere il primo a combatterla. E su questo, non posso che essere d’accordo. È esattamente quello che ho provato a dire nel mio post, quando ho parlato di quei signori del dolore istituzionalizzato che si siedono sui banchi del potere e poi, quando arriva il momento di agire, spariscono nel nulla. Come se il loro compito si esaurisse nella recita annuale, nella foto sul giornale, nella stretta di mano al convegno.

Certo, io che sono profondamente laico, trovo alcune parti di quel ragionamento di Julia un po’ distanti dal mio essere. E tutto ciò mi lascia perplesso. Lei sembra suggerire che la risposta a tutto questo sia l’Islam, o meglio, una certa interpretazione dell’Islam. Come se le ingiustizie di cui parlo, le contraddizioni che denuncio, potessero essere risolte attraverso una prospettiva religiosa.

Io, invece, penso che la lotta alla mafia sia una questione civile, politica e soprattutto libera da influenze o regole religiose. Non perché la fede non conti, ma perché il fenomeno che stiamo affrontando ha radici storiche, sociali, economiche che nessuna citazione coranica, per quanto saggia, può davvero scalfire.

E poi c’è un’altra cosa che mi ha fatto riflettere. Julia parla di Mosè, di Gesù, di Muhammad, e dice che tutti loro hanno mostrato che il dolore deve trasformarsi in azione, non in indifferenza. Ed è vero. Ma io aggiungerei che l’azione non è solo quella che si compie in nome di Dio, ma soprattutto quella che si compie in nome della giustizia, della verità, del bene comune. È quella che si compie ogni giorno, nel corso delle proprie giornate, durante il proprio operato professionale, e poi di conseguenza, ciascuno relativamente al proprio ambito, negli uffici di polizia giudiziaria, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni parlamentari, nelle scelte amministrative e soprattutto istituzionali. Sì, proprio in quei luoghi, dove il dolore non si trasforma in preghiera ma in legge. O almeno, così dovrebbe essere.

Pur apprezzando il commento, forse è proprio questo il vero limite della risposta di Julia: non entra nel merito delle mie accuse. Non chiede chi sono questi soggetti che io descrivo, non indaga sulle loro responsabilità, non cerca di capire se le mie parole siano fondate o meno. Si limita a offrire una prospettiva morale, a ricordare che il dolore è un’eredità che va onorata. Ma io, nel mio post, non ho messo in discussione il dolore. Ho messo in discussione l’uso che se ne fa dopo. E questo, credo, è un tema che va affrontato con gli strumenti della politica, del diritto, della storia, non solo con quelli della teologia.

Eppure, devo ammettere che il suo intervento mi ha spinto a riflettere su un aspetto che forse avevo trascurato. Julia parla di “tradimento“, cita il versetto che dice “non tradite i vostri affidamenti“. E io mi chiedo: chi tradisce di più, chi usa il dolore per fare carriera o chi, di fronte a questo uso distorto, rimane in silenzio? Perché anche il silenzio, a volte, è una forma di complicità. Anche il silenzio può essere un tradimento.

Forse è questo il vero nodo della questione. Non solo giudicare chi sfrutta il proprio lutto, ma anche chiedersi come mai, intorno a questi personaggi, si sia creata una sorta di immunità. Come mai nessuno li interroga, nessuno chiede loro conto delle loro omissioni? Come mai le loro parole sono sempre accolte con rispetto, quasi che il dolore fosse una patente di incorruttibilità? E invece, come ho scritto nel mio post, il dolore non nobilita automaticamente. Può rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E di questi, ahimè, proprio in questo Paese… ce ne sono tanti, troppi.

Julia chiude il suo commento con un’affermazione che mi ha colpito: “non è solo sulla mafia o sulla politica, ma sull’Islam“. Come se la mia denuncia, per essere autentica, dovesse passare attraverso il filtro della fede. Ma io credo che la lotta alla mafia sia una battaglia di tutti, credenti e non credenti, perché riguarda la dignità di ogni essere umano. Riguarda il diritto di vivere in un paese dove la giustizia non è un’eccezione ma una regola. Riguarda la possibilità di crescere in un ambiente dove il lavoro onesto viene premiato e la violenza punita.

E allora, forse, la risposta più giusta a Julia è questa: grazie per avermi ricordato che il dolore è una responsabilità. Ma permettimi di dirti che quella responsabilità non si esaurisce nella preghiera, né nella citazione di un versetto. Si esaurisce, invece, nelle scelte che facciamo ogni giorno. Nelle leggi che votiamo. Nelle denunce che presentiamo. Nelle battaglie che intraprendiamo. Perché la memoria, come ho scritto, non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano. E questo impegno, per essere autentico, non ha bisogno di etichette religiose. Ha bisogno solo di coraggio.

Il coraggio di chi, dopo aver subito una perdita, decide di non piegarsi. Il coraggio di chi, invece di trasformare il dolore in un titolo nobiliare, lo trasforma in un’arma per cambiare le cose. Il coraggio di chi non si nasconde dietro lo scudo della sofferenza, ma si espone, si sporca le mani, si mette in gioco.

Su questo, Julia e io siamo d’accordo. Su come realizzarlo, forse, le nostre strade si dividono. Ma alla fine, quello che conta è che la strada sia percorsa. E soprattutto che nessuno, già… nessuno, possa sedersi sulle macerie della propria infanzia e pretendere che questo basti. Nemmeno lei. Nemmeno io. Nemmeno nessuno di quelli che, come lei e come me, hanno scelto di non tacere

Cuba? Come Gaza…


Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare a quanto avevo già scritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale. 

Ciò che sta accadendo ora non è che l’ultimo capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri. Già, la sostanza, purtroppo, non cambia: cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.

Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi.

La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria.

E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?

Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente. E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi?

Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.

Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio.

Ma c’è un altro tassello che rende questa vicenda ancora più complessa e dolorosa. Da mesi, la vita quotidiana a Cuba è diventata durissima, e le famiglie si ingegnano come possono per limitare gli effetti del blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump. Con blackout che durano giorni, chi può acquista ventilatori a batteria per allontanare caldo e zanzare; chi ha più risorse compra power station per alimentare frigoriferi e cellulari, o converte i generatori a benzina in generatori a gas, meno costoso.

Ma nessuna soluzione individuale può compensare la mancanza di beni essenziali: lo Stato fatica a garantire il funzionamento di acquedotti, ambulanze, scuole, ospedali e trasporti pubblici, non potendo importare il combustibile necessario. Le sanzioni ostacolano anche l’arrivo dei pezzi di ricambio per le centrali elettriche e perfino le donazioni: sempre più compagnie aeree e di navigazione rinunciano alla rotta cubana.

In Giamaica è rimasto bloccato un carico di siringhe e materiale medico destinato all’isola; persino le nostre Poste Italiane hanno sospeso le spedizioni verso Cuba. Quattro congressisti democratici americani, di ritorno da un viaggio a Cuba, hanno persino usato l’espressione “Gaza silenziosa” per descrivere gli effetti sui civili di questa misura, affermando che le persone non riescono più a vivere normalmente: non possono andare al lavoro, conservare i cibi né accedere a forniture mediche.

Eppure, anche davanti a questo scenario, il regime non crolla. Anzi, per fronteggiare la paralisi economica, il governo cubano ha accelerato le riforme di mercato e intensificato la diplomazia. All’Onu, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha ottenuto che l’Assemblea Generale riconoscesse l’urgenza della situazione, approvando con 136 voti favorevoli la riapertura del dibattito sull’embargo e sul blocco energetico imposto dagli Stati Uniti. Il voto ha mostrato però anche la forza delle pressioni americane: se nelle tradizionali risoluzioni contro l’embargo i voti contrari erano sostanzialmente limitati a Stati Uniti e Israele, sulla richiesta di discutere con urgenza la questione sono diventati nove e le astensioni trenta, tra cui quella dell’Italia. 

D’altro canto, le forze di centrodestra e destra governano molti Paesi dell’America Latina e hanno rafforzato il proprio peso in Europa. Sono le stesse forze che si scagliano contro la cessione di sovranità, ma tacciono di fronte agli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi e all’influenza esercitata da Washington in Venezuela. Emblematica, in questo senso, l’inchiesta del New York Times che descrive Marco Rubio come il “viceré de facto” del Paese, perché eserciterebbe un’influenza diretta sulle finanze pubbliche, sulla gestione delle risorse naturali e sulle principali decisioni del governo.

L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere di generali e dirigenti comunisti, e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra. 

Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle domande che mi ponevo è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui.

E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come ho scritto. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici.

La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai. Perché la vera, unica soluzione, resta quella che da anni ripeto: solo con l’aiuto internazionale e allontanando definitivamente la famiglia Castro, si potrà riavere quella democrazia che in questi quasi 70 anni (già… da quel 1° gennaio 1959 in cui Fidel Castro prese il potere…) è stata di fatto violata.

Solo allora, forse, i rubinetti torneranno a scorrere e la speranza potrà riprendere fiato…

Quando la verità diventa un reato!


Se c’è una cosa che la vicenda De Lucia-Nordio ci restituisce con tragica chiarezza è il vecchio, immutabile meccanismo con cui questo paese affronta le sue più gravi emergenze.

Le parole del procuratore di Palermo, quelle che hanno scatenato la furia del ministro, non erano un attacco, non erano una provocazione, erano di fatto una constatazione, amara e drammatica, di ciò che accade ogni giorno negli istituti penitenziari italiani.

Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere“, aveva detto De Lucia. Una frase che contiene una verità scomoda: la pace apparente, la quiete che regna all’interno delle mura carcerarie, non è frutto del controllo statale ma della volontà delle organizzazioni criminali che hanno scelto di non far saltare il banco, per ora…

E a dare ragione al procuratore sono stati, inaspettatamente, gli stessi sindacati della polizia penitenziaria. Aldo Di Giacomo ha sottolineato che le parole di De Lucia sono le stesse dei comunicati che da anni scrivono per denunciare il fallimento di un sistema in cui le mafie continuano a comandare dal carcere, seminando paura tra i cittadini.

Lo avevo già scritto il 21 febbraio di quest’anno, commentando le parole del procuratore Nicola Gratteri: un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte“. E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti?

La presenza di cellulari nelle carceri è ormai fuori controllo. Basti pensare a quanto accaduto a fine marzo di quest’anno, quando ho raccontato del blitz nel carcere di Cavadonna a Siracusa, dove la Polizia penitenziaria ha sequestrato sessantasette telefoni cellulari e diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti hanno passato al setaccio la struttura, che ospita seicentocinquanta detenuti, e la Procura ha già aperto un’inchiesta. Il sindacato ha richiamato il tema del sovraffollamento e della carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta la Sicilia.

Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Come ho già avuto modo di scrivere il 4 aprile 2025, nel post intitolato “La gestione delle carceri: un fallimento annunciato?“, le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze.

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

La verità è che il problema delle carceri è un problema politico, prima ancora che giudiziario. È il frutto di scelte sbagliate, di responsabilità che qualcuno dovrebbe assumersi. E finché continueremo a sparare sul messaggero, a difendere l’indifendibile, a negare l’evidenza, le mafie continueranno a comandare. Dentro e fuori.

Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata.

Leggi anche: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/04/la-gestione-delle-carceri-un-fallimento.html

La mafia ha sempre comandato dal carcere e continua a farlo!


La polemica esplosa tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha almeno il merito di riportare l’attenzione su un problema che da troppo tempo viene rimosso.

De Lucia, partecipando a un incontro ai Cantieri culturali della Zisa, ha pronunciato parole che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: lo Stato non ha più il controllo delle carceri. E per questa verità scomoda si è scatenato l’inferno.

Il guardasigilli ha risposto con una nota durissima, accusando il magistrato di aver “perso il controllo di sé stesso” e di aver offeso l’intero Corpo della polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Ma è proprio questa la questione che mi lascia perplesso.

Nessuno, dico nessuno, ha mai messo in discussione il lavoro degli agenti, che ogni giorno operano in condizioni disumane, con organici ridotti all’osso e strutture fatiscenti, anzi, sono proprio loro le prime vittime di un sistema che ha abdicato al proprio ruolo.

Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania e per nove anni direttore dell’Ufficio detenuti del Dap, ha colto nel segno quando ha osservato che difendere la polizia penitenziaria da un’accusa che nessuno le ha mosso significa non aver compreso da dove parte il problema.

È un modo astuto per spostare l’attenzione, per cambiare il bersaglio, quando invece il tiro dovrebbe essere indirizzato altrove. Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la mafia ha sempre comandato dal carcere sin dai tempi di Buscetta, e la questione è che continua a farlo, insinuandosi nelle carenze dello Stato, nelle maglie larghe dell’ergastolo, nei difetti d’organizzazione.

Perché il punto non è chi abbia offeso chi… il punto è che le carceri italiane sono diventate territorio di conquista per la criminalità organizzata. E questo non è un’opinione, non è uno sfogo, è un dato di fatto confermato da inchieste giudiziarie, da rapporti delle stesse autorità penitenziarie, dalla cronaca quotidiana.

Basti pensare all’operazione “Libeccio” di marzo 2026 contro le cosche di Isola Capo Rizzuto, che ha documentato come boss della ‘Ndrangheta, anche in regime di Alta Sicurezza, dirigessero narcotraffico, estorsioni e questioni personali usando cellulari. Oppure come non ricordare l’inchiesta su quel boss che dal 41-bis gestiva traffici di stupefacenti con “Signal”.

E poi c’è il caso di un boss con sette ergastoli, detenuto al 41-bis per gli omicidi del giudice Chinnici e del generale Dalla Chiesa, che scrive di suo pugno alla gip per chiedere l’astensione.

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un detenuto al regime più duro possa permettersi di scrivere, ma la risposta è semplice: perché il carcere, così come è concepito e gestito, non è più un luogo di detenzione ma un prolungamento del potere mafioso.

Ardita punta il dito contro le “scelte politico-amministrative” compiute tra il 2012 e il 2015, quelle che hanno di fatto consegnato le strutture detentive al controllo dei clan. Scelte che hanno prodotto un degrado inimmaginabile, una perdita di controllo che oggi paghiamo tutti, agenti in primis.

Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli.

Ecco, sarebbe bastato chiedere a uno di loro, come giustamente osserva Ardita, per capire che la verità è sotto gli occhi di tutti. Ma evidentemente, al ministero, si preferisce guardare altrove. Si preferisce attaccare chi denuncia piuttosto che affrontare le responsabilità di chi ha governato e gestito male.

È il vecchio vizio italiano, quello di sparare al messaggero quando la notizia è scomoda. E intanto, dentro le celle, i boss continuano a tessere le loro trame, a dare ordini, a gestire affari. Con il cellulare, con le call conference tra dentro e fuori, con sistemi che solo chi non vuole vedere può ignorare.

Il controllo delle carceri, come ha detto De Lucia, appartiene ormai alle organizzazioni criminali. E loro, per loro stessa natura, hanno tutto l’interesse a mantenere le cose come stanno.

Leggi anche: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-carcere-senza-mura-sessantasette.html