Ho appena letto sul web le dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump e sono rimasto sconcertato. Partiamo da ciò che ha scritto nelle ultime ore su Truth, perché certe parole, al di là di chi le pronunci, portano con sé un peso narrativo che vale la pena di scomporre con calma.
Trump accusa l’Iran di aver giocato sporco per quarantasette anni interi, prendendo in giro gli Stati Uniti e il mondo intero.
Secondo lui, gli iraniani hanno riso a lungo, facendo aspettare tutti, uccidendo gente con bombe piazzate lungo le strade, reprimendo proteste e, più di recente, sterminando quarantaduemila manifestanti inermi e disarmati. E mentre tutto questo accadeva, ridevano del suo paese – uno Stato che ora lui definisce “di nuovo grande”, ma, avverte: non rideranno più, perché il tempo delle risate, è finito.
Poi il racconto si sposta, e qui viene il nodo più delicato. Trump sostiene che l’Iran abbia temporeggiato con gli Stati Uniti e con il resto del mondo per tutti quei quarantasette anni, rimandando, rimandando, rimandando ancora. E poi, finalmente, avrebbe centrato l’obiettivo quando alla Casa Bianca è arrivato Barack Hussein Obama. Non è un caso che scelga di aggiungere quel secondo nome, “Hussein”: lo fa per segnare una distanza, quasi fosse un marchio. Secondo Trump, Obama non è stato semplicemente buono con l’Iran – è stato fantastico – schierandosi dalla loro parte, abbandonando Israele e tutti gli altri alleati, e offrendo a Teheran una nuova, importantissima opportunità.
E qui il racconto diventa quasi plastico: centinaia di miliardi di dollari, più un miliardo e settecento milioni in contanti portati a Tehran su un piatto d’argento, trasportati fisicamente in aereo dentro valigie e borse.
Ogni banca tra Washington, Virginia e Maryland, dice Trump, è stata svuotata. E gli iraniani, quei “criminali” che non avevano mai visto simili somme, non sapevano nemmeno cosa farsene di tutti quei soldi.
Avevano finalmente trovato – sempre secondo le sue parole – il più grande imbecille di tutti, un presidente americano debole e stupido. Un disastro come leader, certo, ma non così male come il sonnolento Joe Biden…
Rielaborando tutto questo, cerco di tenere insieme il filo: da una parte l’accusa di lunghissima pazienza strategica da parte iraniana, dall’altra il ritratto di un Obama che Trump dipinge come ingenuo se non peggio. La sostanza delle considerazioni resta intatta, così come l’uso voluto e polemico dello pseudonimo Hussein.
Tuttavia, ad ascoltare certe notizie venir fuori così, dopo tanto tempo, c’è da chiedersi cosa mai c’è stato di reale nel corso delle nostre vite e quanto siamo stati finora plagiati da un sistema e soprattutto da una cerchia di potere, che ora comprendiamo meglio quanto ci abbia finora condizionato, illuso e soprattutto intorpidito le menti.
C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.
La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità.
Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.
Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.
Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.
Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.
Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.
Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.
Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?
È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.
E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.
Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…
Prima di offrire la mia conclusione su questa lunga riflessione – che ha attraversato Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè – ritengo doveroso mostrare ai lettori da dove provengo.
Non parlo di questa materia da oggi. Sul mio blog, iniziato nel 2010, ho cercato di mettere in ordine alcuni nodi che ora, finalmente, trovano una sintesi in questa serie di post (ricordo che doveva essere una trilogia, ma l’argomento si è rivelato troppo ampio e mi sono dilungato più del previsto…).
Ecco, in sintesi, ciò che ho sostenuto negli anni.
Sulla Shoah e la memoria
La Shoah è un evento unico e incommensurabile. Non può essere banalizzata, né strumentalizzata. Paragonarla ad altre tragedie – compresa quella palestinese – è, a mio avviso, storicamente e moralmente inappropriato.
Ma la memoria non può diventare una cassaforte chiusa. Come ha insegnato Liliana Segre, la memoria va custodita affinché le nuove generazioni non ripetano gli errori del passato. E come scrivevo nel 2011 riprendendo Guccini: “Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare“.
Nel 2020, proprio a proposito di Liliana Segre, ho sottolineato che la sua forza è stata quella di raccontare l’orrore senza mai esprimere odio verso i carnefici, trasmettendo invece amore e libertà. È questa, per me, la vera “ritessitura dell’infranto“.
Su Israele e i palestinesi
Israele ha diritto a esistere. Pensare oggi di farlo scomparire è folle e irrealizzabile.
Ma ciò non significa approvare tutto ciò che fa. L’occupazione dei territori è, a mio avviso, “non etica, non ebraica e non sionista” (riprendendo un professore israeliano).
La Nakba del 1948 è stata una catastrofe per i palestinesi. Non è equiparabile alla Shoah, ma è stata una tragedia storica che ha generato un’ingiustizia duratura.
Su Hamas e il terrorismo
L’attacco del 7 ottobre 2023 è stato mostruoso. Circa 1.200 morti (in gran parte civili), oltre 250 ostaggi. Non c’è “eroismo” in questo, ma soltanto barbarie.
Hamas non vuole la pace. Nella sua ideologia è previsto l’annientamento totale dello Stato ebraico. E i civili palestinesi – donne, bambini, gente comune – ne sono le prime vittime, intrappolati tra il martello israeliano e l’incudine dei terroristi.
Sulla soluzione
Ho sempre sostenuto che l’unica via praticabile è la creazione di due Stati. Già nel 2010 e poi nel 2023 ho provato a tracciare una proposta: un nuovo Stato palestinese in un’area diversa, con compensazioni internazionali.
Ma devo essere onesto: dopo il 7 ottobre, quella soluzione è oggi più lontana che mai. Israele non lascerà Gaza, e la Cisgiordania sarà probabilmente annessa.
Su chi paga il prezzo
Sempre gli innocenti. I palestinesi comuni – che non sono Hamas – vivono in condizioni disumane. Ma anche i familiari delle vittime del 7 ottobre portano un dolore che molti fingono di non vedere.
La comunità internazionale ha fallito. Ancora una volta. E i potenti che decidono le sorti del mondo non lo fanno mai per ignoranza, ma per calcolo. E il calcolo lo pagano sempre gli innocenti.
Sull’odio e il razzismo
Nel 2010, commentando una campagna razzista contro gli italiani in Svizzera, ho ricordato che la Svizzera ha barattato la propria neutralità con l’oro rubato agli ebrei. Non ho mai dimenticato che l’antisemitismo e il razzismo hanno radici profonde, e che abbassare la guardia significa permettere loro di rifiorire.
Nel 2020, ancora una volta, ho ribadito che è l’amore a salvare il paese, non l’odio. E che la distanza fisica e sociale genera indifferenza, e l’indifferenza genera razzismo.
Conclusione di questa premessa
Questo, in sintesi, è il terreno su cui ho camminato negli ultimi sedici anni. Non sono uno storico, né un filosofo. Sono solo uno che ha cercato di capire, che ha cambiato idea quando i fatti lo imponevano, e che ha sempre rifiutato le tifoserie – perché davanti a una strage di bambini, la domanda non è “da che parte stai?”, ma “come si ferma tutto questo?“.
Ora, dopo aver riportato le voci di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè, posso finalmente offrire la mia personale conclusione.
“Non posso minimamente accettare qualsivoglia imposizione, sia essa fisica e ancor più morale“. Non credo ai profeti, né tantomeno a quegli intellettuali che si elevano come depositari del sapere. Questi soggetti sono i più pericolosi, anche quando si schierano dalla parte dei più deboli.
Sappiamo tutti quanto sia più facile ammaliare il popolo con parole d’amore rivolte nei confronti dei più deboli, dei più disadattati, di chi soffre, di chi patisce le guerre, etc… Ma quanto poi si faccia affinché quelle problematiche non abbiano più ad esistere, beh… questo è un altro argomento, che solitamente lascia tutti insoddisfatti.
La verità è che ciascuno, nel proprio ruolo, cerca di guardare ai propri interessi. C’è chi lo ha fatto celandosi dietro un abito talare, chi dietro uno scranno di potere, chi viceversa attraverso uno scritto o anche un pulpito ufficiale. Ma la verità è che tutti giocano le proprie carte – barando – e cercando di vincere sempre a scapito degli altri.
Quanto è accaduto con la Shoah non potrà mai più essere cancellato. L’umanità ha toccato il livello più basso della propria esistenza e tutti ne sono stati colpevoli: Presidenti, Papi, Monarchi, ma anche diplomatici con incarichi nazionali e internazionali, e a seguire, militari di alto grado, ma anche semplici cittadini che si sono prestati – forse per paura – a fare finta di non vedere o, ancor peggio, a partecipare a quelle stragi.
Nessuno è immune. E pensare di “ricucire” la storia non è sempre possibile, soprattutto se così facendo ci si dimentica di milioni di vittime che, come sappiamo, nulla avevano fatto di male.
Provare quindi a generalizzare, a confondere le coscienze, a influenzare con dibattiti “falsi“, portando argomentazioni a sostegno delle loro tesi individui “eccelsi” che poi, nei fatti, si sono dimostrati essere – lasciatemelo dire – ancor più meschini di quegli aguzzini che spingevano donne e bambini nelle camere a gas. Già… seppur da sempre agnostico, vorrei per ciascuno di essi che esista l’inferno, affinché possano passare tutta la loro meschina esistenza insieme a coloro che nella loro vita hanno ricercato il male, a differenza dell’amore del prossimo.
Sì… è questo l’unico baluardo a cui io da sempre mi sono affidato, che ho cercato (e ogni giorno provo a compiere) in ogni mio gesto quotidiano.
Non sono certo un missionario. Non sono neppure un volontario che presta assistenza o aiuto medico a favore delle popolazioni più povere del mondo. Non sono presente nei territori che presentano gravi emergenze – non solo nei conflitti armati, ma anche in terremoti, tsunami, uragani, etc… Ma ciò che posso fare, quando vengo chiamato in causa, lo faccio. Ovviamente nel mio piccolo cerco sempre di aiutare il prossimo: nel dare una mano, un aiuto finanziario, nel trovare un lavoro, nel dare una speranza a chi chiede conforto, nel non abbandonare chi soffre.
Certo… non ho le virtù di Madre Teresa di Calcutta (tra l’altro in questo periodo vergognosamente oltraggiata su molti social, legando il suo nome con quanto emerso nella vicenda Epstein…).
La natura umana si sa: è infida e pericolosa. E chi si erge a paladino – chiunque esso sia – va immediatamente rifuggito.
Per cui, concludendo, ciò che ho cercato di trasmettere a ciascuno di voi con questi post è di non prendere mai per “certo” ciò che vi viene raccontato, anche se a dirlo sono soggetti definiti “assolutamente eccezionali“, perché di eccezionale non vi è nulla, se non l’analisi critica che ciascuno di noi può fare degli eventi, se pur limitati dalla conoscenza totale delle fonti.
Sappiamo bene come la Storia venga sempre scritta dai vincitori e mai dai vinti. Ed allora, nel giudicare e comprendere, bisogna essere particolarmente sterili, distaccati, altrimenti sarà facile per chiunque fuorviarvi e ancor più condizionarvi.
D’altronde quanto dico lo subite ogni giorno: su chi prova a farvi commettere illeciti nella vostra professione, su chi utilizza raccomandazioni o si presta a genuflettersi per superarvi di livello nel lavoro. C’è poi chi crede che la politica potrà aiutare il sociale.
Ed infine, consentitemi di aggiungere, quanto accade fuori si realizza anche in famiglia; sì… perché ormai tutti, in quell’ambito, si sono “elevati” (senza averne le competenze) a professori di questo o di quello. Peraltro, qualsivoglia argomento venga per loro affrontato… va bene, sì… perché tanto sanno di tutto e di tutti. Quanto sopra grazie al web che – senza che ne fossero accorti – li ha mirabilmente plagiati e indottrinati.
Ed eccoci giunti alla terza parte di questo argomento così delicato. È proprio qui che si innesta il discorso che i nostri due interlocutori – Ovadia e Di Battista – hanno volutamente aperto: la “ritessitura dell’infranto” di fronte alla Shoah.
Da un lato, Finkelstein accusa Israele di strumentalizzare la memoria; dall’altro, Hannah Arendt e Anna Foa ci invitano a un’operazione ben più radicale: non negare o banalizzare l’Olocausto, ma trasformare quella ferita in un monito universale.
Prima di affrontare questo tema, però, devo mantenere una promessa fatta ieri. Nel precedente post, riportando le tesi di Finkelstein contenute ne “L’industria dell’Olocausto“, avevo citato le sue accuse contro le “élite ebraiche americane e israeliane“, ritenute colpevoli di aver strumentalizzato la Shoah come arma ideologica per estorcere immunità diplomatica a Israele e risarcimenti economici sproporzionati – a discapito dei veri sopravvissuti. Avevo allora annunciato una precisazione geopolitica. Ecco, è giunto il momento di mantenerla.
La Guerra dei Sei Giorni (1967) e la schiacciante vittoria di Israele determinarono un cambiamento radicale in tutta quell’area del Medio Oriente che si estende dal Mar Rosso, attraverso la Giordania, fino a inglobare il Libano. A seguito di quella guerra, Israele divenne un alleato strategico fondamentale per gli Stati Uniti, un avamposto militarmente affidabile in una regione cruciale per le rotte energetiche e per il contenimento dell’influenza sovietica.
In questo nuovo contesto, i leader ebraici americani utilizzarono la memoria dell’Olocausto in modo funzionale a due obiettivi principali:
Giustificare politicamente Israele: Presentare lo Stato ebraico non solo come un baluardo contro un nuovo genocidio (rievocando lo spettro della Shoah), ma anche come un argine contro quelle politiche militari di tipo “guerra santa” che, in quegli anni, cominciavano a celarsi dietro i cosiddetti principi islamici radicali. In questa duplice veste – vittima potenziale e scudo dell’Occidente – Israele veniva messo al riparo dalle critiche internazionali, legittimando qualsiasi sua azione militare in nome della sopravvivenza.
Favorire l’integrazione degli ebrei americani: Sostenere Israele, divenuto ormai un “asset strategico” per gli USA, permise agli ebrei americani di mostrare un patriottismo inattaccabile e di accedere ai corridoi del potere, allontanando definitivamente lo spettro della “doppia lealtà” (l’antico sospetto secondo cui un ebreo non potesse essere fedele al proprio paese perché legato a un “popolo eletto” o a un progetto sionista). Difendere Israele significava, agli occhi dell’establishment americano, difendere l’Occidente stesso dal terrorismo e dall’integralismo islamico.
In sintesi, la strumentalizzazione dell’Olocausto non servì solo a ottenere risarcimenti o impunità diplomatica, ma anche a riconfigurare Israele come avamposto occidentale in Medio Oriente, legittimando militarmente le sue scelte sotto l’egida della lotta a un nemico dai tratti religiosi e ideologici.
Non si tratta di “ricucire” ciò che è stato distrutto, ma di un’operazione complessa: trasformare la frattura della storia in un monito etico e in un principio di azione politica per il presente.
Ma allora: cosa significa esattamente “ritessitura dell’infranto“? No… non è, come si potrebbe pensare, un tentativo di far finta che nulla sia accaduto. Non è una ricucitura ingenua o una riconciliazione a buon mercato. Al contrario: si tratta di un’operazione complessa, che richiede coraggio e onestà intellettuale.
L’infranto è la Shoah stessa: un evento che ha spezzato non solo milioni di vite, ma anche la fiducia nella civiltà europea, nella ragione, nel progresso. Una frattura così profonda non può essere semplicemente “riparata“. Si può però – e qui sta l’intuizione di Arendt e Foa – trasformare quella ferita in un principio attivo, in un monito che orienti l’azione politica nel presente.
Ritessere l’infranto significa quindi:
Riconoscere la specificità della Shoah, senza isolarla in una “cassaforte identitaria” che la rende intoccabile e quindi inutilizzabile per il presente (come insegna Foa).
Rifiutare qualsiasi uso strumentale della memoria, sia esso finalizzato a giustificare politiche di apartheid o a estorcere immunità diplomatica (la critica di Finkelstein).
Trasformare il ricordo dell’orrore in un monito universale: “mai più” non può significare “mai più agli ebrei”, ma “mai più a nessuno” (l’insegnamento di Arendt).
In questa prospettiva, la memoria autentica non è un monumento statico da venerare, ma un filo ancora caldo che può essere tessuto – con fatica e consapevolezza – in un presente diverso. Non per dimenticare il passato, ma per impedire che si ripeta, in qualsiasi forma e contro qualsiasi popolo.
Ed allora, continuando nel dialogo tra Ovadia e Di Battista, ecco che hanno trovato posto altri soggetti: Hannah Arendt, Anna Foa. Andiamo allora a comprendere il loro messaggio…
Hannah Arendt rappresenta una figura centrale nella filosofia politica del Novecento. La sua riflessione è profondamente segnata dalla sua esperienza come ebrea tedesca in fuga dal nazismo e dalla sua analisi delle origini del totalitarismo. Critica come modello lo Stato-nazione, preferendo una federazione multietnica in Palestina. Avvertiva il rischio del nazionalismo “tribale” nel sionismo.
Nella sua opera Le origini del totalitarismo, sosteneva che questo modello, basato sull’equazione “una nazione, uno Stato“, portava inevitabilmente all’esclusione delle minoranze e alla creazione di masse di apolidi. Ecco perché per Arendt lo Stato-nazione moderno aveva fallito nel garantire il diritto più fondamentale: il “diritto ad avere diritti“.
Arendt ebbe inoltre un rapporto complesso con il sionismo. All’inizio sostenne l’idea di una “casa ebraica” in Palestina come soluzione all’antisemitismo europeo, apprezzando il progetto socialista dei kibbutzim. Successivamente si oppose fermamente all’idea di creare uno Stato-nazione ebraico esclusivo, avendo intuito il “rischio mortale” di un nazionalismo ebraico che avrebbe emulato i modelli europei, portando inevitabilmente al conflitto con la popolazione araba.
Ecco perché propose una soluzione alternativa, federale e multietnica per la Palestina, che non si basasse sull’identità nazionale esclusiva di un singolo gruppo: una proposta che però la rese una “paria” (emarginata) all’interno di molti circoli ebraici e sionisti.
Vediamo ora chi è Anna Foa: Storica italiana di religione ebraica, è nota per le sue denunce di “pulizia etnica” a Gaza, definendo la situazione a Gaza un “genocidio” e criticando l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per silenziare le critiche a Israele.
Anna Foa è una storica italiana, esperta di storia ebraica moderna e contemporanea. Si è affermata come una delle voci più autorevoli e coraggiose nel dibattito italiano, criticando le politiche del governo israeliano da una prospettiva ebraica e democratica.
Ha dichiarato che l’idea di trasferire la popolazione palestinese da Gaza verso altri paesi costituisce di fatto una “pulizia etnica”, ricordando tra l’altro quanto già accaduto con la Nakba del 1948 (l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi). Inizialmente titubante sull’uso del termine, nel giugno 2025 Foa ha dichiarato di essere “convinta che quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza sia un genocidio” e che la comunità palestinese stesse vivendo da anni – nei territori occupati – una condizione di “apartheid”. Pur riconoscendo la specificità del caso sudafricano, Foa utilizza il termine “apartheid” per descrivere le diverse condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati rispetto ai cittadini israeliani.
Un tema centrale per Foa è la difesa della libertà di criticare le politiche del governo israeliano senza essere automaticamente accusati di antisemitismo. Sostiene che questa accusa, lanciata spesso dal governo israeliano contro ONU e ONG, è diventata “un velo che copre altre cose” e che è fondamentale “salvaguardare la libertà di criticare“.
Ed infine consentitemi di aggiungere un altro pensiero storico israeliano, non meno importante dei precedenti, quello realizzato da Ilan Pappè.
Il suo lavoro è noto per aver riequilibrato la narrazione storica della Nakba, sfidando il racconto sionista tradizionale. Ilan Pappè è una figura fondamentale nel contesto che si sta affrontando. Come esponente di spicco dei “Nuovi Storici” israeliani, il suo lavoro ha utilizzato documenti d’archivio israeliani per dimostrare che la Nakba del 1948 non fu un esodo volontario, ma il risultato di un piano sistematico di espulsione da parte delle forze sioniste. La sua opera più famosa, “La pulizia etnica della Palestina”, ha avuto un impatto enorme sulla storiografia del conflitto, rendendolo un bersaglio di feroci critiche in Israele.
Ora, cerchiamo di comprendere meglio – per quanto si possa fare in così breve tempo – perché queste voci sono state etichettate come “radicali“. La loro critica non si è limitata a singole politiche (come ad esempio gli insediamenti), ma ha messo in discussione i fondamenti ideologici dello Stato-nazione ebraico. In particolare essi hanno sfidato il consenso:
Attaccando la narrazione nazionale dominante in Israele, specialmente quella dei governi di destra.
Usando un linguaggio forte: Non parlano di “conflitto” o “crisi”, ma di “genocidio”, “apartheid” e “pulizia etnica”: termini che hanno un peso giuridico e morale specifico e sono respinti dal governo israeliano.
Rivendicando la loro appartenenza: Sia Arendt che Foa agiscono da “ebrei critici”. La loro autorità morale deriva anche dal fatto che parlano dall’interno della tradizione ebraica, smontando l’equazione tra ebraismo e sostegno incondizionato a Israele.
In sintesi, queste voci hanno certamente offerto una lente critica che invita a guardare oltre le narrazioni ufficiali e – soprattutto come accade ora attraverso le fake news pubblicate in quasi tutti i social – a interrogare il nazionalismo etnico come principio ordinatore, chiedendo quindi un’applicazione uguale dei diritti e del diritto internazionale per tutti.
Anticipazione del IV post (conclusione)
Mi fermo qui, ma prima di chiudere questa terza parte, desidero anticipare ciò che affronterò nel prossimo – e probabilmente ultimo – post.
Finora ho riportato le posizioni di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè. Ho cercato di esporle con fedeltà, senza nasconderne le contraddizioni né le asperità. Tuttavia, il lettore attento si sarà chiesto: dove si colloca chi scrive? Qual è il mio sguardo su tutto questo?
Nel IV post, quindi, prenderò la parola in prima persona. Non per offrire verità assolute – non ne avrei l’arroganza – ma per condividere alcune osservazioni personali che ho maturato nel corso di questa ricostruzione. In particolare, cercherò di rispondere a tre domande che mi hanno accompagnato mentre scrivevo:
La “strumentalizzazione” della memoria è un reato che riguarda solo alcune delle parti in causa o siamo tutti, in qualche misura, esposti a questa tentazione?
Il linguaggio forte – “genocidio“, “apartheid“, “pulizia etnica” – è uno strumento di verità o rischia a sua volta di banalizzare la storia?
Esiste ancora, oggi, uno spazio per una critica che non sia, né apologetica, né distruttiva, ma semplicemente lucida?
Facendo riferimento a quanto pubblicato ieri, andiamo quindi ad esaminare alcune di quelle figure rilevanti di cui hanno parlato i nostri due interlocutori nel post intitolato: “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“.
Iniziamo dal politolo (definito da Di Battista: “assolutamente eccezionale”) Norman Finkelstein e proviamo a comprendere realmente chi è questo signore.
Politologo e attivista statunitense, figlio di due sopravvissuti ai campi di concentramento: il padre fu recluso ad Auschwitz e la madre prigioniera nel campo di concentramento di Majdanek, entrambi partigiani (in yiddish: partizaner) durante la rivolta del ghetto di Varsavia del 1943.
Se provate a leggere i suoi scritti, comprenderete come tutta la sua carriera è stata segnata da una feroce critica alle politiche dello Stato di Israele e da ciò che egli stesso definì “l’uso strumentale della memoria dell’Olocausto“.
A proposito dello Stato d’Israele, l’accusa di apartheid che egli lancio fu di “Stato Suprematista Ebraico” (Jewish supremacist state), tanto che le sue affermazioni lo condussero a esser etichettato come “psicopatico“. Ciò avvenne in quanto, nel 2023 – a seguito dell’attacco a sorpresa del 7 ottobre via terra, mare e aria contro il territorio israeliano – egli si schierò a favore del gruppo terrorista.
L’attacco – come ben sappiamo – incluse il lancio di migliaia di razzi e l’infiltrazione di combattenti armati che presero di mira basi militari, kibbutz e un festival musicale. Il bilancio finale fu di circa 1.200 persone uccise e oltre 250 prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.
In risposta all’attacco, il governo israeliano dichiarò ufficialmente lo “stato di guerra” e alcuni giorni più tardi venne lanciata l’operazione “Spade di Ferro“, dando inizio a una vasta campagna di bombardamenti aerei su Gaza e alla distruzione totale di tutta l’area.
In quel periodo lo scrittore Douglas Murray definì Finkelstein “sociopatico e psicopatico” per aver pensato di paragonare Gaza ad uno dei “campi di concentramento nazisti” e soprattutto per aver definito “eroico” l’attacco del 7 ottobre.
Per molti, Finkelstein non è visto come una persona del tutto sana. Egli passa infatti da accusatore – definisce Israele uno stato “criminale” o di “apartheid” – ad accusato, e questo persino da parte dei suoi sostenitori, i quali giudicano moralmente “malate” le sue analogie storiche estreme.
D’altronde, se leggete il suo libro più famoso “L’industria dell’Olocausto”, egli sostiene che le “élite ebraiche americane e israeliane”, abbiano strumentalizzato la Shoah come un’arma ideologica per estorcere immunità diplomatica per Israele e risarcimenti economici sproporzionati, a discapito dei veri sopravvissuti.
Su quest’ultimo punto, lasciate che nel mio prossimo post aggiunga una precisazione geopolitica fondamentale. Proverò difatti a ricostruire, sulla base dei fatti storici (seppur attraverso la mia personale lente interpretativa), ciò che realmente accadde in quel periodo, ed in quell’area cruciale del Medio Oriente.
Continuando quindi con Finkelstein; egli accusa apertamente Israele di praticare l’apartheid, tuttavia, commette un’infrazione retorica molto contestata (il sottoscritto, ad esempio, condivide questo disappunto ed è una circostanza che proverò a motivare meglio nelle mie considerazioni finali) e cioè, quella di paragonare le sofferenze dei palestinesi (checkpoint, assedi, umiliazioni quotidiane…) a quelle patite dagli ebrei sotto i nazisti. Molti – inclusi altri ebrei – considerano questo parallelismo, di fatto, una banalizzazione della Shoah.
Finkelstein ha poi aggiunto in maniera quasi irriverente, che i negazionisti dell’Olocausto dovrebbero essere ascoltati nelle università («sì… per meglio vaccinare gli studenti»), elogiando tra l’altro lo storico scrittore e saggista inglese David John Cawdell Irving, noto per i suoi libri di argomento storico sulla Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista. Circostanza, quest’ultima, che gli fece perdere la cattedra alla DePaul University, dopo una lunga battaglia legale con l’Avv. Alan Dershowitz.
Per essere precisi, seppur Irving negli anni ’60 e ’70 fu considerato un ricercatore meticoloso e un conoscitore della documentazione tedesca dell’epoca (il suo primo libro del 1962, “Apocalisse 1945 – La distruzione di Dresda” del 1963, fu un bestseller internazionale), a partire dagli anni ’80 iniziò a sostenere pubblicamente delle tesi negazioniste alquanto irreali, tra cui:
La negazione delle camere a gas: Affermò che non esistevano camere a gas funzionanti ad Auschwitz, definendole una “favola”.
“Hitler non sapeva”: Sostenne la tesi falsa e infondata che Adolf Hitler non avesse conoscenza dell’Olocausto e che non avesse ordinato lo sterminio degli ebrei.
Tanto che nel 2000, il giudice britannico Charles Gray emise una sentenza devastante di 355 pagine, stabilendo che:
Irving era un “negazionista attivo dell’Olocausto, antisemita e razzista” .
Aveva “persistentemente e deliberatamente travisato e manipolato le prove storiche” per motivi ideologici .
Le sue opere distorcevano la storia per dipingere Hitler in una luce favorevole .
E così Irving perse la causa, finì in bancarotta, dovendo pagare circa 2/3 milioni di sterline di spese legali e la sua reputazione di storico fu definitivamente distrutta! Ma non solo, ha dovuto scontare una condanna detentiva di 13 mesi in Austria – dove negare l’Olocausto è un reato penale – ed infine, gli è stato vietato l’ingresso in paesi come Germania, Canada, Australia e Nuova Zelanda!
Auspico quindi che i miei lettori abbiano compreso meglio i motivi per cui Finkelstein – “l’assolutamente eccezionale” Finkelstein – elogiava Irving, valutandolo, per l’appunto, “un bravo storico“. Sì, perché era proprio grazie a quelle tesi di Irving che Finkelstein poteva giustificarsi e far valere la propria posizione: una difesa della libertà accademica e del diritto al dibattito, anche su posizioni scomode e aggiungerei false. In effetti, sono rimasti in pochi a condividere quella sua posizione controversa che tanto gli ha fatto perdere consensi, anche tra coloro che inizialmente condividevano le sue critiche su Israele.
Mi scuso ora con i miei lettori. Credevo, in questo secondo post, di concludere l’argomento, ma avendo i nostri due interlocutori (Ovadia – Di Battista) ampliato il discorso con il concetto di “ritessitura dell’infranto” attraverso il pensiero di Hannah Arendt e Anna Foa, sono ora costretto a fermarmi per non stancarvi con la lettura.
C’è un momento – in ogni crisi internazionale – in cui i fatti smettono di essere semplici incidenti e iniziano a sembrare frammenti di un disegno più grande.
Oggi, leggendo le cronache di queste ore, ho la sensazione di sfogliare nuovamente quel copione, come se quanto da me abbozzato, stia iniziando a concretizzarsi, e che qualcun altro, nel caso specifico Teheran, sta riscrivendo in fretta.
L’episodio in sé è quasi paradossale, eppure assume contorni nuovi. Un missile iraniano, lanciato chissà con quale intento, viene abbattuto sui sistemi Nato e i suoi detriti cadono sul suolo turco, non più ad Hatay, ma a Gaziantep.
Ankara, ancora una volta, convoca l’ambasciatore e promette di adottare tutte le misure necessarie. La Nato osserva, e tutto sembra rientrare nei binari di un incidente di percorso. Eppure, mi chiedo: quando un pezzo di territorio nazionale viene violato, anche per errore, non si apre per il paese colpito una finestra di legittimità nuova?Non diventa possibile, all’improvviso, ciò che fino al giorno prima sarebbe apparso come una provocazione inaccettabile?
Perché la verità è che la Turchia, in questi anni, non ha mai smesso di prepararsi. Ha tessuto relazioni silenziose con l’Azerbaigian, ha stretto accordi con le repubbliche turcofone del Caspio, ha trasformato la sua industria dei droni in un volano di influenza. Ha costruito, insomma, l’impalcatura di un progetto che aspetta solo il pretesto giusto per alzarsi in volo e diventare struttura visibile. E quel pretesto potrebbe essere arrivato, non nella forma di un’invasione, ma di un frammento di metallo caduto dal cielo.
Ma occhio: proprio ora, mentre traccio queste righe, la scena si è affollata e il copione si è fatto intricato. Il nuovo Guida Supremo, Mojtaba Khamenei – succeduto al padre – pronuncia il suo primo discorso. Putin corre a garantire il sostegno russo: un messaggio chiaro per blindare l’asse con Teheran, anche se io resto scettico (sembra più una mossa di facciata che altro). Intanto, l’Europa arranca nel tentativo di mediare.
E poi ci sono i numeri, freddi e impietosi: Dombrovskis parla di rischio stagflazione se il conflitto dovesse protrarsi, e l’alluminio vola ai massimi da quattro anni. La guerra ha già un prezzo, e lo stiamo pagando tutti. Il quadro, intanto, si fa sempre più complesso e denso di contraddizioni.
Il Libano, bersagliato dai raid israeliani, si dice pronto a negoziare con Tel Aviv per una pace solida e duratura. In Iraq, il Kurdistan semi-autonomo ripete come un mantra che non si lascerà trascinare in alcun conflitto, ma i Pasdaran iraniani continuano a dedicare le loro ondate di attacchi al nuovo leader, con il grido “Labbayk ya Khamenei”, consapevoli che il confine è poroso e che le vecchie promesse di neutralità contano poco quando il regime è accerchiato.
E così, mentre i curdi iracheni cercano di tenersi fuori, i loro fratelli di Turchia, quelli del partito DEM, lanciano un monito che riecheggia nel vuoto: il cambiamento in Iran deve venire da dentro, non può essere importato sulle ali dei bombardieri.
E poi c’è l’intreccio degli allineamenti, che diventa ogni giorno più vertiginosa: L’asse tra Turchia e Arabia Saudita si consolida, ma oggi Riad condanna gli attacchi iraniani come ingiustificati, e il Qatar parla di un grande senso di tradimento dopo essere stato colpito dal suo vicino. Per Ankara, riportare i paesi del Golfo su posizioni meno allineate allo Stato ebraico significa allargare il proprio spazio di manovra, ma è un gioco pericoloso, perché quei paesi, colpiti dalla rappresaglia, potrebbero presto decidere che è giunto il momento di passare dalla difesa all’attacco.
E un’escalation generalizzata, per la Turchia, significherebbe anche un’altra minaccia: quella di vedere i curdi siriani approfittare del caos per consolidare la loro autonomia, esattamente come accadde nel 2012.
La guerra, intanto, si allarga in modi inaspettati. Un sottomarino americano affonda una fregata iraniana, l’India concede l’attracco alle navi di Teheran, e l’Europa, con Macron, si prepara a missioni difensive per riaprire Hormuz. Il messaggio è chiaro: chi ha deciso di colpire il regime degli ayatollah non ha intenzione di fermarsi, ma la comunità internazionale si muove in ordine sparso, tra tentativi di de-escalation e nuovi allineamenti.
In tutto questo, la Turchia si muove su un crinale sottile. Da un lato, c’è la paura di una nuova ondata di instabilità curda alla sua frontiera; dall’altro, la consapevolezza che questa crisi potrebbe offrirle ciò che ha sempre cercato: il ruolo di snodo centrale tra Oriente e Occidente, il controllo di rotte energetiche che aggirano il Golfo, la possibilità di sedersi al tavolo dei grandi mentre si ridisegna la mappa.
I detriti caduti a Gaziantep non sono solo macerie di un attacco fallito, sono, per chi sa guardare, il segno che il futuro sta bussando alla porta. E questa volta, forse, Ankara è pronta ad aprirlo, mentre il mondo trattiene il fiato e si chiede quale sarà la prossima mossa in questa partita che sembra non avere più regole.
C’è un sentore strano, che arriva in queste ore da quella parte di medio oriente, e rileggendo quanto avevo scritto solo pochi giorni fa, mi sono reso conto che quel presentimento non era così campato per aria.
Avevo parlato dell’odore della polvere da sparo, e adesso, puntuale come certi temporali previsti, quell’odore è diventato realtà.
Non era un esercizio di stile, non era la voglia di fare il profeta di sventura: era semplicemente il tentativo di mettere in fila dei pezzi che, messi uno accanto all’altro, componevano già un disegno chiarissimo. E quel disegno, ora attraverso tutti i media lo stanno confermando, con la freddezza di chi legge semplicemente un comunicato stampa.
Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Non è più un’ipotesi, non è più uno scenario su cui i politologi inizieranno a discutere nelle trasmissioni serali e così, mentre le prime notizie frammentarie cominciano a rincorrersi sui siti di informazione e nelle agenzie di stampa, ecco che arriva la voce, quella che fa più rumore di qualsiasi bomba: Ali Khamenei è morto!
Lo dicono fonti diverse, lo ripetono testate come “Iran International“, che non è certo un bollettino del regime, ma una voce dall’esterno, una di quelle che solitamente i pasdaran bollano come nemiche. E questa voce racconta che la Guida Suprema è stata uccisa nell’attacco. E poi aggiunge un dettaglio che, se fosse vero, avrebbe il peso di un terremoto dentro un altro terremoto: a Teheran, dalla finestre, si sentono applausi.
Sì… ripeto, applausi, non preghiere, non silenzi carichi di paura, non la caccia allo straniero che i regimi sanno orchestrare quando il nemico bussa alle porte, ma applausi, già… gente comune che si affaccia dai balconi e nel vedere i missili stranieri colpire la città batte le mani, festeggia, ride, come si fa per una liberazione, sì… per un peso che cade dalle spalle.
Se quanto stiamo vedendo nei social è vero, ciò rappresenterebbe la reale fotografia di un regime che, nel momento della sua massima prova, scopre di non avere radici, scopre di essere soltanto un’architettura di potere sorretta dalle baionette e dal terrore, pronta a sgretolarsi non appena il vento cambia.
Perché quando la gente applaude alla morte del proprio leader, significa che quel leader era già morto da tempo nei cuori di chi lo subiva. Significa che l’unica cosa che teneva in piedi tutto era la paura, e la paura, a quanto pare, può essere sostituita da un’altra emozione, proprio nel momento in cui ci si aspetterebbe il contrario.
Dall’altra parte, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, dice di non avere nulla da dire al riguardo. Un silenzio che pesa più di mille smentite. Perché quando un regime tace sulla sorte del suo capo supremo, quando non produce immagini, non smentisce, non organizza la contro-narrazione, significa che il caos è già dentro le stanze dei bottoni. Significa che forse non sanno nemmeno loro cosa dire, o forse stanno cercando di capire chi comanda adesso, in questa nuova ora zero che si è aperta sul paese.
E così, mentre scrivo, tutto sembra muoversi in quella direzione che avevo già provato a descrivere: la macchina militare che avanza indifferente alle parole, i leader che giocano le loro partite interne su un palcoscenico internazionale, la diplomazia ridotta a una scenografia.
Solo che adesso non è più una previsione. È cronaca. E l’odore della polvere da sparo non è più un’immagine poetica per descrivere un presentimento, ma qualcosa che si respira davvero, in quella parte di mondo, e che forse, piano piano, cominceremo a sentire anche noi, qui al riparo, qui dove la guerra arriva solo attraverso gli schermi.
Ma anche attraverso gli schermi le guerre lasciano profonde tracce, perché cambiano il modo in cui guardiamo al futuro. Ci ricorda che certe meccanismi una volta messi in moto, sono difficile da fermare e che a volte, le cose che scriviamo per esorcizzare la paura, finiscono purtroppo per diventare lo specchio di ciò che realmente accade…
C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…
Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.
Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare.
Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.
Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica.
Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.
E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti.
In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.
Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo.
Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?
E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto.
E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.
Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo
L’operazione condotta stamani a Genova, che ha portato all’arresto di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas, non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria, ma uno spartiacque che ci costringe a guardare oltre la superficie, dentro un meccanismo più vasto e inquietante, dove ciò che appare come sostegno umanitario finisce per alimentare la macchina del terrore.
L’indagine ha ricostruito con cura come, dietro le facciate di associazioni benefiche, una parte consistente dei fondi raccolti a nome dei civili di Gaza venisse dirottata verso le casse del gruppo, seguendo flussi di denaro articolati su scala internazionale. È l’immagine di un’organizzazione che non sopravvive per caso, ma grazie a un’architettura finanziaria globale, sapientemente dissimulata dietro la sacralità del soccorso a un popolo in sofferenza, e proprio per questo difficile da smascherare.
Questa realtà obbliga a riconsiderare le dinamiche profonde che tengono in vita il conflitto. Quando sento parlare di disarmo di Hamas, come previsto da alcuni piani di pace, la mia prima reazione non è di speranza, ma di scetticismo, perché mi chiedo: perché mai un gruppo che ha costruito il proprio potere sulla forza militare dovrebbe rinunciarvi di propria iniziativa?
Le sue milizie, nonostante due anni di guerra intensa, rimangono numerose e ben strutturate, e i suoi leader, pur colpiti in più occasioni dai servizi segreti israeliani, continuano a operare, spesso al sicuro fuori da Gaza, protetti da confini e giurisdizioni compiacenti. Per loro, la lotta armata non è uno strumento contingente, ma un diritto inalienabile, un pilastro identitario e strategico inscindibile da un più ampio progetto politico, ovvero la creazione di uno stato palestinese, un obiettivo ancora ostacolato, con tenacia, da molte potenze regionali e internazionali.
È qui che emerge il cuore della questione, non ideologico ma geopolitico. La resilienza di Hamas non si spiega soltanto con la fede o il rancore, ma con una rete fitta di sostegni esterni, dove paesi che si presentano pubblicamente come mediatori di pace hanno storicamente finanziato e ospitato i suoi vertici, vedendo in esso non un nemico da neutralizzare, ma uno strumento per proiettare influenza, destabilizzare avversari, o semplicemente mantenere aperto un fronte utile ai propri equilibri di potere.
Questi attori, mossi da un’opposizione strategica a Israele o dalla necessità di bilanciare le forze nella regione, garantiscono a Hamas una linfa vitale che va ben oltre le donazioni raccolte sotto falsi pretesti umanitari. La lotta armata diventa così un’attività strutturata, sostenuta da capitali, protezione diplomatica e alleanze informali, e ogni tentativo di disarmo si arena in un labirinto di veti incrociati, doppi giochi e obiettivi celati.
Ne deriva un’impasse non casuale, ma calcolata. Da un lato si evocano forze internazionali di stabilizzazione o governi tecnici, ma questi progetti si infrangono sulle reciproche diffidenze e su condizioni che nessuna parte è disposta a soddisfare. Chi dovrebbe garantire la sicurezza rifiuta di collaborare con chi detiene influenza reale sul campo, e chi dovrebbe sostituire le armi con istituzioni credibili è considerato troppo debole o inaffidabile per assumersi il compito.
E nel mezzo, c’è sempre Gaza. Una popolazione usata due volte: prima come copertura emotiva per raccogliere fondi che poi alimentano il terrore, poi come pedina in una partita più grande, dove il suo vero interesse, il suo bisogno di pace, di ricostruzione, di dignità, viene costantemente sacrificato sull’altare di calcoli finanziari e disegni di potere che non le appartengono.
Per questo ritengo che l’operazione di Genova non sia un caso isolato, ma un campanello d’allarme chiaro, un sintomo visibile di come la perpetuazione del conflitto non sia una semplice tragedia, ma una scelta funzionale a molti, mentre il prezzo, sempre lo stesso, continua a essere pagato da pochi.
La cosa più assurda, forse, è che in molti, anche nel nostro governo, hanno avuto il coraggio di celebrare la fine di un conflitto che non è mai finito, visto che proprio in queste ore l’artiglieria israeliana sta bombardando il sud del Libano e gran parte della Striscia di Gaza
Come spesso accade quando scavo sotto la superficie delle notizie ufficiali, finisco per rincorrere le ipotesi più scomode e così, stamani, leggendo della piena operatività del sistema laser israeliano “Iron Beam“, non ho potuto fare a meno di ripensare ai miei post dello scorso anno, e a quel dubbio che in molti, avevano liquidato come un volo di fantasia.
Si era trattato davvero di un incidente, la caduta dell’elicottero del Presidente Ebrahim Raisi, o qualcosa di più? Allora parlavo di armi capaci di bloccare i sistemi elettrici di un velivolo senza lasciare traccia, di tecnologie segrete che potevano sembrare fantascienza.
Oggi, quella fantascienza ha un nome, una potenza di 100 kilowatt, e un costo per colpo di pochi dollari. L’Iron Beam è l’incarnazione tangibile di quel “caso ipotetico” su cui avevo costruito le mie riflessioni.
Rileggendo i miei appunti, mi colpisce la fredda corrispondenza tra la mia ipotesi e le caratteristiche di questo sistema. Avevo immaginato un’arma a raggio laser in grado di accecare e bloccare l’intero impianto elettrico di un veicolo in volo, facendolo precipitare senza un Mayday e senza segni convenzionali di esplosivo. L’Iron Beam utilizza un fascio laser ad alta energia per distruggere droni, razzi e mortai in pochi secondi. Il punto cruciale è il suo funzionamento: non esplode un missile, ma concentra energia sul bersaglio fino a danneggiarlo strutturalmente o a neutralizzarne i sistemi.
È difficile non pensare che una tecnologia simile, in una configurazione diversa, possa essere impiegata per mandare in tilt i delicatissimi sistemi avionici di un elicottero e il fatto che una sua versione sia già stata usata in combattimento nell’ottobre 2024 dimostra che non era un progetto in laboratorio, ma uno strumento operativo e collaudato.
Il quadro si fa ancora più significativo considerando il contesto strategico. Israele ha sviluppato l’Iron Beam come risposta specifica ai droni iraniani, una minaccia persistente e difficile da intercettare. In questa corsa agli armamenti, un’arma laser efficace, precisa e a bassissimo costo rappresenta un cambiamento di paradigma. Ma mi chiedo, e chiedo a voi: quando una nazione sviluppa una capacità difensiva così avanzata e mirata, è così inconcepibile che la stessa tecnologia, o una sua variante, possa essere esplorata in scenari diversi?
Tutto questo getta una luce sinistra su quanto accaduto mesi fa. La sequenza degli eventi si ricompone con una logica spietata. La morte improvvisa di Raisi, l’elicottero precipitato senza segnale, l’assenza di prove di un attacco convenzionale. Poi, le elezioni accelerate e l’ombra del Consiglio dei Guardiani. E ora, a coronamento, l’annuncio trionfante di un’arma laser che sembra uscita dalle pagine del mio primo post.
I media hanno trattato il caso Raisi e la mia ipotesi come due narrative separate. A me, che ho il sospetto di guardare dietro il sipario, viene chiesto di credere a una serie di coincidenze straordinarie. La tecnologia esiste, il movente politico esisteva, l’opportunità forse c’era. Eppure, la versione ufficiale rimane immutata: un tragico incidente.
Forse non sapremo mai la verità sull’incidente di maggio, fintanto che al governo c’è quella classe politica. La storia di queste guerre ombra è scritta su pagine che non ci saranno mai mostrate. Ma ciò che oggi è innegabile, è che le mie “fantasie” di allora erano meno fantasiose di quanto molti pensassero. L’Iron Beam è qui, è reale, e riscrive le regole dell’ingaggio.
La sua stessa esistenza conferma che il dubbio che ho sollevato non era infondato, ma fondato su una comprensione anticipata della direzione della tecnologia militare. Questo non prova nulla riguardo alla morte di Raisi, lo ammetto. Ma dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il mondo in cui un simile evento potrebbe essere stato orchestrato non è il mondo della fantaspionaggio, ma il nostro.
E questa consapevolezza è il primo passo per non farsi raccontare la realtà solo attraverso il comodo filtro dell'”incidente“. La verità è spesso diversa, e talvolta è nascosta in bella vista, nell’annuncio di una nuova, rivoluzionaria, arma da difesa
Oggi, mentre la luce di questo novembre si posa con una malinconia inconsueta, sento il bisogno di tornare con voi in un luogo e in un tempo preciso, a trent’anni di distanza da quel 4 novembre in cui due colpi alla schiena non uccisero soltanto un uomo, ma recisero di netto una speranza collettiva. Era Yitzhak Rabin, il soldato divenuto costruttore di pace, colui che aveva stretto la mano a Yasser Arafat sotto gli occhi del mondo, a cadere in quella piazza di Tel Aviv che oggi, come allora, si prepara a riempirsi di volti e di memoria.
E così, mentre questa sera migliaia di persone si raduneranno nuovamente, è come se il filo del tempo si annodasse, costringendoci a un confronto doloroso e necessario con un’assenza che ancora brucia.
Ripercorrere quei momenti attraverso le voci di chi c’era – come il dottor Joseph Klausner, il medico che tentò disperatamente di salvare il primo ministro – non è un semplice esercizio di reportage, ma un modo per interrogarci su come un singolo, folle gesto possa deviare il corso della storia.
Quella stretta di mano a Washington, nel 1993, non era soltanto un simbolo, ma il fragile eppure concreto risultato di un calcolo politico audace, di una volontà di uscire dall’eterno ciclo di violenza che, per la prima volta, sembrava non un’utopia, ma una possibilità praticabile.
Gli Accordi di Oslo avevano aperto uno spiraglio, creato una crepa nel muro dell’inimicizia, e Rabin, con il linguaggio asciutto di un generale, ne era diventato l’architetto più inatteso: un uomo che parlava di pace non con le parole dei sogni, ma con quelle della sicurezza e del pragmatismo.
Eppure, proprio quel pragmatismo, quella ricerca di una normalità per il suo paese, lo aveva reso un traditore agli occhi di chi quella normalità la immaginava costruita soltanto sulla forza.
L’omicidio non fu un evento isolato, ma il punto di esplosione di un odio che si era andato incubando nella società israeliana, alimentato da una retorica violenta che dipingeva ogni compromesso come un tradimento. La pallottola che lo colpì partì dalla pistola di Yigal Amir, un estremista ebreo, e questo ci dice quanto la frattura fosse ormai profonda, quanto il veleno della discordia avesse contaminato non soltanto il dialogo con il nemico esterno, ma anche il tessuto civile interno.
La morte di Rabin non fu soltanto la fine di un uomo, ma l’eclissi di un’idea di Israele – quella che poteva permettersi di negoziare da una posizione di forza senza sentirsi minacciata nella sua stessa anima.
Le conseguenze di quel vuoto le viviamo ancora oggi, in un presente che sembra aver smarrito del tutto la strada tracciata in quei giorni. Con Rabin se ne andò l’autorità di chi poteva guidare un processo di pace con il consenso di una larga fetta della popolazione, e il timone passò a mani meno salde, a visioni più frammentate e spesso più bellicose.
Il processo di Oslo, già fragile, si inceppò irrimediabilmente: da un lato, perché perse il suo più convinto sostenitore israeliano; dall’altro, perché la società israeliana entrò in una fase di polarizzazione acuta, dove il dibattito politico cedette il passo alla demonizzazione reciproca.
Da allora, ogni tentativo di dialogo è sembrato più uno spettacolo di ombre che una trattativa reale, e la piazza che aveva celebrato la pace divenne il luogo del suo funerale. L’eredità di Rabin si è trasformata in un monito, in un “cosa avrebbe potuto essere” che grava come un macigno su ogni successivo passo verso la riconciliazione.
Oggi, tornare in quella piazza è un atto di resistenza contro l’oblio. È un modo per ricordare a noi stessi che la storia non è un destino ineluttabile, ma è fatta di bivi, di scelte, e a volte di colpi di pistola che chiudono brutalmente una porta.
Quella speranza non morì perché fosse sbagliata, ma perché fu lasciata sola, vulnerabile all’odio di chi non voleva neppure provarci. E mentre le ombre si allungano su questo anniversario, non possiamo che chiederci, con un nodo in gola, che volto avrebbe oggi il Medio Oriente se quelle due pallottole non avessero mai trovato la loro strada.
Già… bisogna ringraziare Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, insieme ai capi di Hamas – capeggiati dal loro leader Khalil al-Hayya, sopravvissuto appena tre settimane prima a un attacco israeliano a Doha – se l’accordo è stato realizzato.
Parliamo degli stessi protagonisti che in passato avevano promosso gli “Accordi di Abramo”, quei patti volti a normalizzare le relazioni tra Israele e diversi Paesi arabi.
Come sempre accade nella vita – e il sottoscritto ne sa qualcosa – gli applausi e le coccarde non vanno mai a chi svolge il lavoro sporco sul campo, bensì a chi incarna la figura istituzionale. Così, anche Donald Trump si riprende la scena, mentre chi, dietro le quinte, ha condotto per settimane la trattativa a tu per tu con i quattro leader di Hamas, non riceve neppure un ringraziamento pubblico.
Ma permettetemi di contraddire quanto scritto in queste ore da pseudo-giornalisti legati in maniera diretta a quel meccanismo di “propaganda politica di governo” che ormai ha infettato il nostro Paese. Uscendo da quello schema – che ricorda fin troppo da vicino il metodo Goebbels – non posso che constatare una realtà scomoda: la tregua raggiunta è stata esclusivamente un mero scambio di prigionieri. Da un lato gli ultimi venti ostaggi israeliani, dall’altro circa duemila detenuti palestinesi. Un baratto umano che ha sollevato un velo di sollievo, ma che non ha scalfito il cuore del problema.
D’altronde, questo nuovo accordo, celebrato a Sharm el-Sheikh da numerosi leader internazionali, ha deliberatamente escluso le parti direttamente coinvolte – Israele e Hamas – come se il destino di una terra potesse essere deciso senza di loro. È lo stesso errore già commesso negli anni passati, e proprio in questa grave assenza risiede, secondo il sottoscritto, l’ennesimo grande fallimento: un fallimento che lascia i due popoli confinanti separati da una voragine… già, proprio come nella mia foto. Ho osservato – dopo due anni di guerra – quanto è accaduto a seguito del raid di Hamas, e non posso che prendere atto di ciò che resta oggi: un immenso cimitero a cielo aperto, la distruzione totale della Striscia di Gaza, con case, ospedali e scuole ridotti in macerie, e soprattutto oltre sessantasettemila morti e una popolazione stremata dalla fame.
In questo scenario apocalittico, ogni parte ha perso qualcosa, ma forse Hamas ha perso più di tutti, incluso il favore del suo stesso popolo, sfiancato da una violenza che non ha condotto da nessuna parte se non alla rovina.
L’Autorità Palestinese, con sede in Cisgiordania, cerca ora di ritagliarsi uno spazio di mediazione, presentandosi all’ONU e al mondo come l’unico interlocutore credibile per riavviare un dialogo che porti finalmente alla costituzione di uno Stato palestinese – un sogno che sembra più vicino sulla carta che nella realtà.
E quindi non posso fare a meno di essere scettico di fronte a questo entusiasmo euforico, perché la storia ci insegna che i conflitti in questa terra hanno radici profonde e che le soluzioni imposte dall’alto raramente attecchiscono.
Quello che stiamo vivendo è solo una pausa, un momento passeggero dettato dall’urgenza di risolvere la questione degli ostaggi e di permettere l’ingresso degli aiuti umanitari – un bisogno così disperato che persino i combattimenti tra fazioni a Khan Yunis, dove clan locali hanno sfidato Hamas, sono serviti a ricordare a tutti la precarietà del potere.
Sono profondamente convinto che tra qualche mese, quando le macerie saranno state rimosse e la situazione sembrerà stabilizzata, i conflitti riprenderanno con rinnovata ferocia. Hamas – un movimento nato dalla resistenza e dalla militanza armata – non accetterà mai di essere relegato a forza a ruolo subalterno, né di essere messo da parte da un governo tecnocratico o da un’autorità imposta dall’esterno.
La tregua, quindi, non è la fine, ma solo un interludio: un respiro profondo prima che il ciclone di violenza si scateni di nuovo, portando con sé, come sempre, altra morte e altra distruzione, in un ciclo infinito che nessun accordo, finora, è riuscito a spezzare.
Il fragore delle armi a Gaza si è spento, ma il silenzio che avvolge la Striscia non sa di pace: sa piuttosto di respiro trattenuto, di pausa forzata, di attesa carica di tensione. La cerimonia di firma in Egitto, prevista per lunedì, e lo scambio di prigionieri che ne seguirà, accendono certo una fiammella di speranza.
Eppure, basti guardare con attenzione alle condizioni di questo accordo per capire che non si tratta affatto di una soluzione, ma dell’ennesimo baratto tra vite umane: da un lato, gli ostaggi israeliani ancora in mano a Hamas; dall’altro, quasi duemila detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, tra cui centinaia condannati all’ergastolo.
Questo non è un compromesso per la pace, è un patto di sopravvivenza momentanea, destinato a esaurirsi non appena le parti torneranno a guardarsi negli occhi con le armi in pugno.
La struttura stessa dell’accordo rivela tutta la sua fragilità. Israele ottiene l’appoggio internazionale anche di alcuni paesi arabi e il rilascio degli ostaggi, ma mantiene di fatto il controllo militare su oltre la metà del territorio di Gaza. Hamas, dal canto suo, ottiene sì… il cessate il fuoco e recupera centinaia dei suoi uomini, ma rifiuta con fermezza ogni ipotesi di disarmo; un punto, questo, che come sappiamo, per Israele non è negoziabile.
Difatti, un funzionario del movimento ha dichiarato in forma anonima, ma con chiarezza assoluta, che la richiesta di smantellare il suo apparato militare è “fuori discussione”, mentre Netanyahu, non ha esitato a ribadire che, senza disarmo, la guerra tornerà. Dunque, non si tratta di pace, ma di un braccio di ferro sospeso: le armi tacciono, ma le intenzioni non sono cambiate.
Le parole dei leader di Hamas confermano questa lettura. Hossam Badran, esponente di spicco dell’ufficio politico del movimento, ha definito “assurda e senza senso” qualsiasi proposta che preveda l’allontanamento dei suoi dirigenti da Gaza. Ha poi avvertito che, in caso di ripresa delle ostilità, Hamas risponderà a “qualsiasi aggressione israeliana”, e ha descritto la prossima fase dei negoziati come “più difficile e complessa”.
Comprenderete che non sono certo le parole di chi vuole deporre le armi per costruire un futuro comune, ma viceversa, quelle di chi si prepara alla prossima battaglia. E dall’altra parte, Israele non ha alcuna intenzione di permettere ad Hamas di rialzarsi: la determinazione a colpire di nuovo, se necessario, è esplicita, ed ecco perché in questo contesto, la ripresa del conflitto non è una possibilità remota: è quasi una certezza!
A rendere il quadro ancora più cupo è il ruolo di alcuni attori esterni, in particolare l’Iran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha espresso “totale sfiducia” nella volontà di Israele di rispettare gli accordi, parlando apertamente di “trucchi e tradimenti del regime sionista”.
Ed infatti, pur appoggiando formalmente il cessate il fuoco, Teheran ha escluso con forza ogni ipotesi di normalizzazione con Israele, definendola “semplice illusione”. E poiché l’Iran continua a sostenere militarmente e politicamente Hamas, il suo atteggiamento non fa che incoraggiare le frange più radicali del movimento a resistere a qualsiasi concessione sostanziale.
Ecco perché in questo gioco, la tregua diventa solo un intervallo utile per riarmarsi, riorganizzarsi e attendere il momento giusto per colpire di nuovo, la storia, d’altronde, ci ha abituati a questi corsi e ricorsi e sappiamo come le radici di questo conflitto affondano in decenni di dispute territoriali, religiose e nazionali che nessun accordo superficiale ha saputo mai sanare.
Gli Accordi di Oslo, un tempo simbolo di speranza, sono finiti nel dimenticatoio. La soluzione dei due Stati, pur invocata da anni dalla comunità internazionale è rimasta un miraggio e quindi, l’attuale tregua, per quanto necessaria a fermare l’indicibile sofferenza dei civili, non tocca minimamente le questioni fondamentali: lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei rifugiati, la fine degli insediamenti israeliani, la sovranità di uno Stato palestinese.
Quindi, finché queste ferite resteranno aperte, ogni cessate il fuoco sarà solo un cerotto su una piaga profonda, destinato a staccarsi non appena il vento del conflitto tornerà a soffiare. Quello che stiamo vivendo non è la fine della guerra, ma un breve intervallo in una tempesta che non ha ancora esaurito la sua furia.
Già… a differenza di molti leader, in particolare i nostri politici attualmente al Governo, così entusiasti di giungere in Egitto per farsi un selfie con il “loro” Presidente Trump, beh… il sottoscritto teme che ahimè, molto presto, il fragore tornerà a farsi sentire, e purtroppo, sarà più forte di prima
In questi giorni mi sono domandato, come certamente molti di voi: perché nessun paese arabo, a parte l’Iran, lo Yemen e in parte il Libano, sia andato in difesa concreta dei palestinesi in quest’ultimo terribile conflitto con Israele?
Già, dov’è finita quella ostentata unione islamica?
Ora, per favore, non ditemi che le ragioni vanno ricercate nell’eventuale rischio di una possibile terza guerra mondiale o nel timore che una risposta israeliana – se venisse nuovamente attaccata come nel 1967 da quegli stessi Paesi arabi o da altri – potrebbe spingerla, questa volta, all’uso delle armi nucleari.
Tutta questa situazione è – a mio avviso – molto più semplice da leggersi di quanto i complessi ragionamenti geopolitici vogliano farci credere; ritengo che, se si abbassassero per un attimo i toni della retorica e si osservasse in maniera distaccata gli avvenimenti storici, su quanto finora è accaduto, ecco che la lettura di questa grave crisi mediorientale, diventa, a mio parere, molto più semplice e spietatamente chiara
Abbiamo letto di come l’Egitto e la Giordania, di comune accordo, abbiano stabilito già da anni di non accogliere ulteriori profughi palestinesi, come d’altronde sono parecchi gli altri Stati arabi a non vedere di buon grado “Hamas”.
La conferma peraltro è avvenuta con la “Dichiarazione di New York”, firmata da Paesi come Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia ed altri, oltre che dall’Unione Europea…
In quel documento si condannano gli attacchi militari di Hamas (del 7 ottobre dello scorso anno), esortando il gruppo a liberare immediatamente tutti gli ostaggi ancora nelle loro mani e a cedere le armi all’Autorità Nazionale Palestinese, rinunciando così definitivamente al controllo di Gaza.
Con questa firma si comprende come, secondo questi Paesi, il problema sia costituito propriamente da “Hamas”, e che essi, non intendono avere ulteriori problemi, sia interni, accogliendo nuove masse di palestinesi, sia esterni, pensando di dover affrontare Israele in una guerra.
E difatti: l’Egitto non vuole i palestinesi neanche a pagarli, mentre la Giordania – che già ospita circa due milioni di rifugiati – vorrebbe addirittura mandarli via. Il Libano, che ne ha accolti già molti, si è ritrovato in passato, e di nuovo recentemente, con la guerra civile in casa, propria a causa delle tensioni che questi arrivi di profughi, hanno generato. La verità – che nessuno ha il coraggio di dire apertamente – è che i palestinesi, purtroppo, non li vuole nessuno, e questo – ahimè – è un dato di fatto innegabile.
Ecco perché se i palestinesi vogliono un aiuto internazionale concreto, devono decidere una volta per tutte quale strada intraprendere, del resto, pensare di poter continuare una guerra senza una soluzione definitiva è una follia.
Basti osservare la storia di quel territorio: si cerca di trovare una pace da oltre un secolo, da quando nella prima metà del Novecento il movimento sionista e il nazionalismo palestinese iniziarono a scontrarsi per il controllo di quella stessa terra. Non ci sono riusciti loro, e ancor meno ci è riuscita l’ONU, che aveva proposto uno Stato Palestinese già nel 1947.
I palestinesi allora rifiutarono quel piano di spartizione perché volevano di più, e così non ottennero nulla, anzi potremmo dire il contrario, visto che sono passati quasi ottant’anni e quello Stato non è ancora ufficialmente riconosciuto da tutti i paesi del mondo, Italia compresa.
Permettetemi (con l’immagine allegata) di ricordare quel piano ONU del 1947, che assegnava le zone a maggioranza ebraica a Israele e quelle a maggioranza araba alla Palestina. Israele accettò, mentre i palestinesi rifiutarono.
Negli anni seguenti sappiamo bene come le tensioni sociali e i ripetuti conflitti armati, con i paesi arabi confinanti, abbiano portato Israele a vincere e quindi ad espandersi fino alla situazione odierna. Tutto è ancor più precipitato con il raid di Hamas del 7 ottobre, che ha provocato circa 1.200 morti (in gran parte civili) e la cattura di circa 250 ostaggi, alcuni dei quali ancora prigionieri. Un attacco mostruoso nella sua esecuzione, che ha fornito a Israele la motivazione – di fronte alla comunità internazionale – per scatenare il conflitto attuale, con l’obiettivo dichiarato di espellere i palestinesi da Gaza e portare la striscia, alla sua totale annessione.
Per cui da quanto è accaduto possiamo affermare che ciò che restava di quella Palestina disegnata nel 1947, oggi, non esiste più. I palestinesi si sono ridotti a meno di due milioni nella Striscia, mentre gli israeliani sono cresciuti fino a oltre dieci milioni. Va detto comunque che oltre un milione e mezzo di palestinesi sono residenti in Israele e convivono con gli israeliani da decenni, per lo più senza grossi problemi, dimostrando che una coesistenza in certe condizioni è possibile.
Ora tentare di ricercare motivazioni storiche profonde, chiedersi di chi sia la colpa, rivoltarsi contro l’uno o l’altro, o cercare di comprenderne le ragioni, è un’operazione veramente difficile se non impossibile.
I conflitti armati, come abbiamo visto, non hanno portato a nulla di buono, e i palestinesi dovrebbero saperlo meglio di chiunque altro, avendone persi almeno tre, con le inevitabili conseguenze che tutti abbiamo visto. Io non so cosa si dovrebbe fare esattamente, anche se una possibile soluzione l’ho proposta personalmente nel mio blog (link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/11/ecco-una-soluzione-per-creare-due-stati.html), ma credo che pochi lo sappiano davvero. So per certo però che Hamas non vorrà mai una pace definitiva con Israele, perché nella sua ideologia è previsto il totale annientamento dello Stato ebraico.
D’altronde pensare oggi di far scomparire gli ebrei dalla Palestina è qualcosa di folle e tantomeno realizzabile, basti guardare la potenza degli armamenti in possesso di Israele per comprenderne l’assoluta fallacia.
Certo, oggi a pagare le conseguenze di queste azioni militari e politiche, è soprattutto il popolo palestinese (ma consentitemi di ricordare anche i familiari delle vittime di quel 7 Ottobre), gente comune, inerme, fatta soprattutto di donne e bambini, che si sono trovati stretti – all’interno di quella Striscia – tra l’incudine di dover in qualche modo proteggere i terroristi di Hamas e il martello dell’esercito israeliano con i suoi bombardamenti.
Insistere su una retorica fine a se stessa, come spesso accade nel nostro Paese e in televisione, si è rivelato del tutto inutile e, come la storia recente dimostra, incapace di produrre un cambiamento reale. La soluzione a questo conflitto non può essere calata dall’alto, ma deve essere costruita dalle due popolazioni che da oltre mezzo secolo non conoscono pace.
L’intervento della comunità internazionale è certamente necessario, ma non deve ripetere gli errori del passato, fatti più di propaganda politica e mediatica che di sostanza. Deve piuttosto tradursi in un’azione concreta e coraggiosa per far rispettare le regole di una civile convivenza e il diritto internazionale.
Ciò significa, in questo frangente, garantire con ogni mezzo la protezione della popolazione civile e assicurare che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha disperato bisogno, come il popolo palestinese a Gaza, anche attraverso missioni internazionali legittime il cui operato sia sottoposto a controlli democratici.
Solo attraverso un impegno di questo tipo – che ponga al primo posto i diritti umani universali e il ripudio della guerra – può onorare i principi di umanità.
Già… siamo finalmente giunti al momento della verità…. Così avevo scritto ieri, con una punta di amarezza e uno sguardo carico di scetticismo verso un’iniziativa che, fin dal suo annuncio, mi era apparsa più come un gesto mediatico che come un atto concreto di solidarietà; oggi, a distanza di poche ore, le immagini delle barche intercettate, dei volti stanchi ma incolumi degli attivisti, dei comunicati ufficiali che si susseguono tra Roma e Tel Aviv, sembrano confermare ciò che temevo: nonostante le buone intenzioni dichiarate, questa missione rischia di naufragare non sulle coste di Gaza, ma nell’ennesimo teatro dell’ipocrisia collettiva.
Sì, ventuno imbarcazioni su quarantaquattro sono state fermate da Israele, arrestate con modalità militari rapide ed efficienti, e i loro occupanti – italiani compresi – verranno espulsi. Certo, nessun ferito, nessuna vittima diretta, almeno per ora, ma una domanda rimane sospesa come fumo dopo l’esplosione: tutto questo era davvero necessario, o era prevedibile fin dall’inizio che si sarebbe concluso in un nulla sonoro?
Mi sono chiesto quindi: ma quanto coraggio ci sia stato davvero in chi ha deciso di salpare, e quanto invece fosse già scritto nel copione che, all’arrivo del primo ostacolo serio, ha portato quella presunta determinazione a cedere di fronte alla diplomazia e alle pressioni internazionali.
Ancora una volta, il governo italiano si è affrettato a muoversi non per sostenere l’iniziativa umanitaria, ma per garantire che i nostri connazionali non corressero troppi rischi, coordinando in anticipo con Israele le modalità dell’intervento, quasi si trattasse di un’operazione congiunta piuttosto che di un atto di disubbidienza civile.
Tajani parla di assistenza consolare, di cittadini in buone condizioni, di procedure di rimpatrio, mentre Crosetto anticipa freddamente che saranno portati ad Ashdod ed espulsi. Già… nulla di nuovo, tutto sotto controllo.
Ma allora ditemi: dov’è stata quella la protesta tanto decantata? Dove sono gli attesi gesti estremi che avrebbero dovuto sfidare il potere d’Israele, azioni che non si sarebbero dovute fermare dinnanzi al timore di essere isolati, respinti o anche arrestati?
Sì… qualcosa nel nostro paese si sta muovendo (se pur non mi trovo concorde con talune iniziate, come ad esempio l’occupare le università o il blocco delle scuole), a iniziare con gli scioperi. La mobilitazione cresce, e forse proprio qui, in questi cortei improvvisati, c’è più sincerità che su quelle barche, forse perché qui, tra i giovani che mettono in gioco il loro tempo e la loro sicurezza sociale, che si nasconde un’ombra di autentica ribellione.
Viceversa, chi era a bordo su quelle flottiglie, pur avendo osato salpare, sembra alla fine, essersi consegnato senza combattere, accettando passivamente il ruolo di simbolo destinato a essere neutralizzato.
Ovviamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su Gaza, su una popolazione martoriata, esiliata e da troppo dimenticata, come riconosco che parlare ad alta voce di aiuti, blocchi e sofferenze costituiscano un atto necessario.
Ma non posso viceversa ignorare i dubbi che mi attanagliano: chi c’era realmente davvero dietro questa flottiglia? Quanta parte di essa era mossa da genuina compassione, e quanta da logiche politiche, strumentalizzazioni, ambizioni personali? Le notizie che arrivano, quelle che parlano di fondi legati a Hamas o a paesi vicini, non possono – vere o false che siano – essere ignorate, anche se vanno prese con le pinze. Ma quelle frasi bastano a insinuare il sospetto che, anche in mezzo al dolore altrui, ci sia spazio per il calcolo.
Sì… il ministro Tajani parla di “spiraglio di pace”, di sanzioni possibili verso Israele, di condanna agli insediamenti in Cisgiordania. Certo, parole importanti, forse persino coraggiose, se non fossero accompagnate da una pratica così cauta, così difensiva. D’altronde, condannare l’eccesso di reazione israeliana e poi coordinarsi con loro per evitare problemi ai nostri cittadini è una contraddizione evidente. È come dire: siamo contro la violenza, ma non fino al punto di mettere a rischio il nostro ordine. E allora dove sta il limite tra responsabilità e complicità?
Guardo le liste dei nomi degli italiani fermati: deputati, europarlamentari, attivisti noti. Alcuni li conosciamo di vista, altri solo per reputazione. Certo, so che hanno rischiato a compiere questa attraversata, ma so anche che molti di loro torneranno in Italia applauditi, intervistati, messi in prima fila nei talk show, mentre la situazione a Gaza resterà immutata!
E allora mi chiedo: chi ci guadagna da tutto questo? La popolazione palestinese? O piuttosto chi usa la loro sofferenza per costruirsi un profilo, per dimostrare un impegno che finisce quando finisce la diretta tv?
È l’emblema di una fallacia ricorrente, quella che trasforma il dolore in contenuto, la resistenza in performance. Mentre i media ci mostrano barche circondate da navi militari, mentre i social si riempiono di hashtag e video emozionati, la realtà continua a svolgersi altrove: nei campi profughi, negli ospedali senza medicine, nei quartieri rasi al suolo. E noi tutti, distratti da questi gesti simbolici, rischiamo di credere di aver fatto abbastanza solo perché abbiamo guardato.
Sì… forse speravo in qualcosa di più radicale, di più irriducibile, forse speravo che qualcuno decidesse di non tornare indietro, di restare aggrappato a quella barca fino all’ultimo miglio, di sfidare non solo la Marina israeliana, ma anche il cinismo di chi riduce ogni forma di protesta a un evento calendarizzato, controllato, previsto.
E forse, invece di scrivere da lontano, avrei dovuto esserci io su una di quelle barche, o meglio ancora, farmi paracadutare su Tel Aviv con una bandiera al seguito — non una bandiera palestinese, né rossa, né di parte — ma una bianca, sì, proprio bianca, come simbolo di pace, di resa reciproca, di umanità ritrovata oltre le barricate dell’odio e della retorica.
So bene che nessuno accoglierà questa provocazione, perché siamo abituati a gridare dalla sicurezza dei nostri schermi, a indignarci in gruppo, a occupare piazze per poi tornare a casa quando fa freddo. E così, anche stavolta, assistiamo al solito copione: tensione crescente, mobilitazione mediatica, picco emotivo, e infine una deflagrazione calibrata, perfettamente gestita, seguita dal silenzio più assoluto.
Nel frattempo, Gaza aspetta. Aspetta non le barche, non i manifesti, non gli hashtag. Aspetta la verità. Quella vera. Quella che nessuno ha il coraggio di pronunciare ad alta voce, perché cambierebbe tutto. E forse è proprio per questo che non arriverà mai…
Sì… il mio titolo preannuncia i miei dubbi sul fatto che questa “flottiglia” porterà fino in fondo le sue intenzioni, tentando concretamente di sbarcare sulle coste di Gaza per portare aiuti alla popolazione. Certamente riconosco il merito di aver riportato l’attenzione su una tragedia immane, la strage di innocenti e l’esilio di un intero popolo, innescata dall’incursione di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023, che è costata 1200 vittime e circa 450 ostaggi, di cui una cinquantina sono ancora prigionieri.
Tuttavia, conoscendo bene i miei connazionali, sono convinto che alla fine si concluderà in un nulla di fatto, e la maggior parte delle persone coinvolte farà marcia indietro già nel corso della giornata. Mi dispiace affermarlo, ma in questi lunghi anni ho visto poco coraggio attorno a me, per non dire nulla…
Difatti, la maggior parte delle persone, utilizza i media più per propaganda personale che per un altruismo genuino; anzi, quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, quasi tutti si tirano indietro per non rimanere coinvolti in vicende personali. È per questo che, pur augurandomi di sbagliarmi, non scommetterei un solo centesimo su questa iniziativa, che mi sembra più un’operazione politicizzata che un sentimento autentico e profondo verso chi soffre.
Aggiungo che, stando a quanto riportato in queste ore da Israele ( dobbiamo prendere l’informazione “con le pinze”) e cioè che dietro questa iniziativa vi sarebbero fondi proprio di Hamas e/o dei paesi islamici che li sostengono.
Le notizie dicono che la flottiglia è stata intercettata e che le comunicazioni sono state disturbate, ma la navigazione prosegue. Sì… gli israeliani sono comparsi stanotte poco dopo le 2.00 e a bordo è stato diramato il primo “interception alert”.
La nostra fregata italiana “Alpino” intanto, ha comunicato di non proseguire oltre, fermandosi al limite delle 150 miglia nautiche. Ecco, questo è il punto: sebbene il momento della verità sia arrivato e le operazioni di intercettazione siano in corso, resto scettico sulla reale determinazione dei partecipanti.
Quanto sopra, unito ai miei forti dubbi circa le reali intenzioni e la genuinità della missione, mi conduce a una conclusione purtroppo prevedibile: assisteremo all’ennesima delusione.
È l’emblema di una fallacia ricorrente. Mentre la pubblicità ci vuole “gente fatta di ferro”, nella realtà osservo troppo spesso figure effimere, pronte a infiammarsi per una causa ma incapaci di reggere alla prima avversità.
Ancora una volta il mondo sembra scivolare inesorabilmente verso un baratro a causa di due eventi militari, distanti migliaia di chilometri da noi, ma che dipingono un quadro allarmante e un’escalation globale senza precedenti. A Doha, il raid israeliano che ha preso di mira i leader di Hamas in territorio qatarino, ha violato ogni norma di sovranità, scatenando condanne internazionali e minacciando di far saltare i fragili negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e poche ore dopo, i cieli della Polonia sono stati violati da sciami di droni russi, in quello che Varsavia non esita a definire un atto di aggressione deliberato, spingendo la NATO a invocare l’articolo 4 e a mettere in discussione la sicurezza collettiva di tutto l’Occidente.
Due attacchi, due teatri, con un’unica pericolosa logica: la sfida aperta all’ordine internazionale e il disprezzo per la sovranità degli stati!
Ora, dietro la retorica ufficiale delle cancellerie, si nasconde ahimè una verità scomoda: qualcuno sta deliberatamente alzando la posta in gioco!
Netanyahu si assume la piena responsabilità dell’operazione a Doha, definendola un necessario colpo all’asse del male, mentre il Cremlino liquida le incursioni in Polonia come un tema di cui non è competente, attribuendole a fantomatici errori o a droni ucraini.
Ma è difficile credere che si tratti di semplici coincidenze o calcoli errati. Queste azioni appaiono troppo audaci, troppo provocatorie per non essere dei test ben orchestrati. Test per saggiare la coesione e la reattività dell’Occidente, per verificare fino a dove sia possibile spingersi senza innescare una risposta militare definitiva.
La reazione della comunità internazionale è un coro dissonante di allarme e impotenza; già… da un lato, troviamo leader europei che condannano con fermezza entrambe le violazioni, parlando di inaccettabili violazioni della sovranità e promettendo solidarietà agli alleati colpiti, dall’altro, le parole sembrano vuote, già… di fronte alla necessità di dover procedere con azioni concrete.
Ed in tutto questo le dichiarazioni del Presidente Trump, che definiscono errate le mosse israeliane, ma nel contempo loda l’obiettivo di eliminare Hamas, e si interroga con un criptico messaggio “eccoci qui” sulle violazioni russe, rivelando la profonda ambiguità e le divisioni che paralizzano qualsiasi possibilità di una risposta unitaria e risoluta. Il rischio ovviamente è che questa percezione di divisione e soprattutto di “debolezza”, incoraggi ancor più audaci provocazioni e non mi meraviglierei che anche altri Paesi, come la Cina e la Corea del Nord, non pensino anch’essi di iniziare nuovi conflitti, per espandere i propri territori…
Ciò che emerge con chiarezza è che le tradizionali regole del gioco sono state stravolte: Il concetto di confine nazionale, sacro dopo la Seconda Guerra Mondiale, viene eroso da droni e raid transnazionali.
Le organizzazioni come la NATO e le Nazioni Unite sembrano arrancare nel buio e soprattutto sono costrette a dover reagire a crisi che mettono in discussione il loro stesso ruolo di garanti della sicurezza.
Difatti, il premier polacco Tusk avverte che siamo più vicini a un conflitto aperto di quanto lo siamo stati dalla Seconda Guerra Mondiale, e le sue parole non suonano più come un’allarmistica esagerazione, ma come un lucido e spaventoso avvertimento.
Mi chiedo, con un senso di angoscia crescente, dove sia il limite, sì… Qual è il punto di non ritorno oltre il quale una provocazione calcolata si trasformerà in uno scontro aperto e irreversibile? Ma non solo… cosa guida realmente questa fuga in avanti? È la ricerca di un vantaggio tattico locale, come indebolire Hamas o logorare il sostegno all’Ucraina, o fa parte di una strategia molto più ampia e oscura di ridisegnare con la forza l’ordine globale?
Perché di una cosa ormai sono convinto: le motivazioni ufficiali che ci vengono costantemente proposte, appaiono sempre più come pretesti, vere e proprie maschere che nascondono calcoli di potere più profondi e pericolosi.
Il filo rosso che lega Doha alla Polonia è la percezione che l’era della deterrenza e del rispetto formale della sovranità stia volgendo al termine, già… stiamo entrando in una fase nuova e pericolosa in cui le potenze revisioniste si sentono autorizzate a colpire ovunque, sfidando apertamente le alleanze occidentali e le norme internazionali, contando proprio sulla loro divisione e sulla loro ritrosia ad affrontare un rischio sistemico.
Difatti, il pericolo maggiore non è forse nel contrasto e quindi nell’attacco in sé, ma nella lentezza e nella confusione della risposta, che potrebbe essere interpretata come un assenso implicito o, peggio, come una debolezza da sfruttare…
Alla fine, infatti, ciò che mi terrorizza non è la forza dei nostri avversari, ma la nostra fragilità. Già… la nostra incapacità di leggere queste mosse come parti di un unico, grande disegno destabilizzante e la nostra riluttanza a comprendere che siamo di fronte a una sfida esistenziale per un mondo libero e basato su regole condivise.
Forse, la prossima volta, un drone non cadrà in Polonia ma nel nostro paese, sì… mentre i nostri governanti vengono intervistati e stanno “sterilmente” rispondendo alle domande di quei giornalisti in Tv, evidenziando con le loro risposte, di non aver compreso cosa stia realmente accadendo: vedrete… quanto tutto ciò accadrà, quando quel drone non riuscirà ad essere abbattuto – ma viceversa porterà con sé un carico di distruzione letale – beh… a quel punto, ogni discorso, anche questo mio, sarà di fatto, totalmente inutile.
Il tempo per le riflessioni sta finendo, sostituito dal rombo dei motori e dal sibilo dei missili in cieli che credevamo inviolabili…
Secondo il sottoscritto, quanto affermato dal rabbino Eliezer Simcha Weisz è corretto, perché non si dovrebbe mai fare differenza tra popolazioni che, purtroppo, oggi soffrono per motivi diversi, ma ugualmente devastanti. Chi subisce le conseguenze della violenza non può essere diviso in categorie, né tanto meno dimenticato, come sembra aver fatto Papa Leone XIV equiparando le vittime di Gaza a quelle ucraine senza riconoscere le specificità morali e storiche di ciascun conflitto.
Già… questo non può essere il messaggio che ci si aspetterebbe dal “vicario di Cristo”, il quale dovrebbe invece operare con maggiore discernimento, evitando di appiattire realtà complesse in una generica condanna della sofferenza.
Ha perfettamente ragione il rabbino Weisz (membro del Gran Rabbinato d’Israele), quando ha espresso il suo disappunto in una lettera al Papa, sottolineando come l’equiparazione tra le vittime palestinesi e quelle ucraine, senza alcun riferimento agli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, abbia ferito profondamente la comunità ebraica: “Tutte le persone che soffrono meritano preghiere, ma non tutte le sofferenze sono causate dalle stesse mani”, ha ribadito Weisz, criticando una narrazione che ignora le responsabilità di Hamas nel conflitto e la legittima difesa di Israele.
Questa non è la prima volta che Weisz contesta le posizioni del Vaticano. Già a gennaio aveva accusato Papa Francesco di alimentare l’antisemitismo moderno attraverso un approccio sbilanciato, equiparando una democrazia come Israele a un’organizzazione terroristica come Hamas. “Avete tracciato una falsa equivalenza morale”, scriveva allora, denunciando una distorsione della realtà che rischia di riaccendere antichi pregiudizi.
Dietro queste dichiarazioni e gli incontri che seguiranno, però, si nasconde una questione più ampia: la spartizione del mondo e dei territori che interessano alle grandi potenze. Il dialogo tra Vaticano e leader religiosi ebraici non è solo una questione teologica, ma un riflesso di dinamiche geopolitiche in cui le sofferenze delle popolazioni diventano meri strumenti di negoziazione.
Quando il Papa incontra rappresentanti del regime iraniano, che apertamente invoca la distruzione di Israele, o quando accoglie presepe con simboli palestinesi, invia messaggi che vanno ben oltre la spiritualità, toccando nervi scoperti della politica internazionale.
Il rischio è che, in questo gioco di equilibri, le vittime reali vengano dimenticate, ridotte a numeri in una contabilità di guerra…
E così, mentre i leader discutono di alleanze e confini, migliaia di civili continuano a morire, e la loro sofferenza viene strumentalizzata per giustificare ulteriore violenza.
Ecco, forse, invece di cercare colpevoli o stabilire gerarchie del dolore, sarebbe più utile chiedersi come fermare tutto questo prima che sia troppo tardi. Ma ho l’impressione che chi oggi potrebbe rappresentare la differenza, costituendo di per sé la parte sana e moralmente giusta, preferisca – come scrivevo alcuni mesi fa nel mio articolo “Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato…” link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/06/il-potere-di-un-gesto-da-ponzio-pilato.html – proseguire con quelle stesse azioni, sì… con quel lavarsi le mani.
Perché quando il male avanza e i potenti tacciono, non è mai per ignoranza. È per calcolo. E la storia, purtroppo, ci insegna che questo calcolo lo pagano sempre gli innocenti!
Israele ha dimostrato più volte di saper colpire con precisione, come nel caso dei raid in Iran, e adesso si prepara a individuare nuovi bersagli nello Yemen ed in Libano per infliggere colpi ancora più significativi agli Houthi e agli Hezbollah. Una fonte militare israeliana, però, non ha nascosto la complessità crescente di queste operazioni, ammettendo che gli strumenti attualmente a disposizione non sono sufficienti a fermare del tutto i lanci missilistici. Eppure, una cosa è chiara: Tel Aviv non ha intenzione di restare con le mani in mano.
Gli attacchi aerei israeliani hanno già centrato il porto di Hodeidah, un punto nevralgico per gli Houthi, colpendo direttamente bulldozer, camion e perfino un serbatoio di carburante.
Nel frattempo l’organizzazione sciita libanese avrebbe allestito una serie di hub logistici nei distretti di Batroun, Jbeil, Minieh e Akkar, tutti situati nella parte settentrionale del Paese, strutturando quell’area in maniera autonoma, non solo nei mezzi e nelle decisioni, ma soprattutto, con le armi.
L’uso crescente dei droni, lanciati direttamente dalle basi israeliane, ha permesso di ridurre i rischi per i piloti, dimostrando una strategia sempre più raffinata e mirata e nonostante la fermezza israeliana, replicare agli stessi modelli usati contro di essa, sembra al momento improbabile.
Già… la distanza geografica nel caso dello Yemen e la mancanza di una rete di intelligence altrettanto solida in quei territori, rendono difficile applicare lo stesso approccio utilizzato a Gaza o in Iran. Gli Houthi, dal canto loro, non si fermano nel cercare di sviluppare nuove capacità militari, spinti dal supporto di quest’ultimi, anche se i risultati non sempre seguono.
Difatti… ogni tentativo di ricostruire le infrastrutture portuali viene puntualmente vanificato da nuovi bombardamenti, come a ribadire un messaggio inequivocabile: ogni sforzo di riparazione verrà punito con nuovi attacchi!
Nel frattempo, gli Stati Uniti lanciano un nuovo monito: Teheran starebbe riorganizzando le milizie alleate nella regione, e gli Houthi potrebbero presto ricevere armamenti ancora più sofisticati.
In questo equilibrio instabile, però, nessuno può dire con certezza come andranno le cose. Le rotte del Mar Rosso, strategiche per il traffico marittimo mondiale, potrebbero presto trasformarsi in un teatro di conflitti imprevedibili, dove ogni mossa genera reazioni a catena.
E in questo gioco di specchi, dove le intenzioni si confondono con le azioni, l’unica certezza è che il prossimo colpo, in qualsiasi momento, potrebbe cambiare tutto.
Da tempo il sottoscritto anticipava che il governo Netanyahu avrebbe trasformato la risposta all’Operazione Diluvio (al-Aqṣā) in un’occasione per riprendersi Gaza, e oggi quelle ipotesi stanno diventano realtà.
La decisione del gabinetto di sicurezza israeliano di approvare l’occupazione di Gaza City non è che l’inizio di un disegno più ampio, quello che – sempre secondo il sottoscritto – porterà, tra qualche anno, a estendere il controllo anche sulla Cisgiordania. Il piano, approvato dopo dieci ore di discussioni accese, prevede lo smantellamento definitivo di Hamas, ma anche qualcosa di più profondo: la rimozione di ogni autonomia palestinese nella Striscia. L’IDF si prepara a entrare in Gaza City, un’area finora evitata, evacuando circa un milione di persone verso i campi profughi centrali, mentre i terroristi rimasti verranno assediati e neutralizzati.
Abbiamo visto come il capo di stato maggiore, abbia tentato di opporsi, sostenendo l’impossibilità di garantire una risposta umanitaria a uno spostamento così massiccio, ma la sua voce alla fine è rimasta inascoltata. Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno viceversa spinto per un’azione decisa, fissando simbolicamente la scadenza delle operazioni al 7 ottobre 2025, secondo anniversario del massacro.
I cinque principi approvati dal gabinetto non lasciano spazio a interpretazioni: fine dell’arsenale di Hamas, ritorno degli ostaggi (vivi o morti), smilitarizzazione di Gaza, controllo israeliano sulla sicurezza e un’amministrazione civile alternativa, che escluda tanto Hamas quanto l’Autorità Palestinese.
Tutto ciò conferma ciò che già avevo a suo tempo riportato: la risposta israeliana al 7 ottobre non si limiterà alla vendetta, ma sarà l’occasione per ridisegnare i confini del potere nella regione e Gaza è soltanto il primo passo!
Faccio seguito a quanto scritto ieri, puntualizzando i motivi che potrebbero portare in questi anni al totale esodo del popolo palestinese dalla Striscia di Gaza e, in seguito, dalla Cisgiordania, oltre alla fine del gruppo militare Hamas.
La mia opinione è che si stia preparando un’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, ufficialmente presentata come un’azione per liberare gli ostaggi israeliani ancora detenuti, ma con l’obiettivo più ampio di annientare definitivamente Hamas e svuotare quel territorio, forse per trasformarlo, come dichiarato da Trump tempo fa, in un luogo di villeggiatura.
Questa riflessione trova conferma in fonti ben informate che riferiscono come Hamas abbia già iniziato ad adottare misure drastiche per impedire qualsiasi infiltrazione israeliana nei luoghi dove sono nascosti gli ostaggi, vivi o morti che siano. Ogni movimento sospetto viene monitorato, e chiunque cerchi di individuare quei nascondigli viene considerato una spia al servizio di Israele.
L’ordine è chiaro: giustiziare immediatamente chiunque si avvicini senza autorizzazione e, nel caso in cui le forze israeliane riescano a localizzare i prigionieri, ucciderli prima che possano essere liberati.
Dopo una temporanea sospensione di queste direttive durante la tregua dello scorso gennaio, ora sono state ripristinate con ancora maggiore severità. Hamas ha ribadito ai suoi membri che, in caso di estrema necessità, gli ostaggi dovranno essere eliminati. Israele, dal canto suo, ha avvertito che se non ci sarà una liberazione immediata, la situazione potrebbe degenerare rapidamente, lasciando spazio solo alla forza bruta e non più alla diplomazia.
Trump, intanto, spinge per una linea dura: niente tregua con Hamas. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che il gruppo non ha mostrato alcuna reale volontà di raggiungere un accordo, nonostante i ripetuti tentativi di mediazione, e che agisce in modo incoerente e senza buona fede. Di conseguenza, stanno valutando opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi, probabilmente attraverso un’escalation militare.
Il governo israeliano, invece, sembra ancora credere che Hamas sia interessato a un negoziato, ma sta giocando una partita al rialzo, chiedendo condizioni che Netanyahu ha definito “irrealistiche“. Questo atteggiamento ha creato tensioni persino all’interno della Striscia di Gaza, dove alcune fazioni più pragmatiche vorrebbero accelerare un accordo, mentre altre rifiutano qualsiasi compromesso.
Purtroppo, tutto questo non fa che avvicinare lo scenario che temo da tempo: una distruzione totale di Hamas, sì, ma al prezzo di un nuovo esodo forzato della popolazione palestinese, già stremata da anni di conflitto e ora sull’orlo della carestia.
La comunità internazionale continua a discutere, ma le parole non bastano più. Senza un intervento concreto, ciò che resta di Gaza rischia di diventare solo un altro capitolo nella lunga storia di sofferenza di questo territorio.
Così Trump liquida con una battuta il tentativo del presidente francese di riaccendere il dibattito sul riconoscimento della Palestina. E mentre l’ironia dell’ex inquilino della Casa Bianca risuona come un colpo di frusta, il silenzio imbarazzato degli alleati europei tradisce una verità scomoda: nessuno, in fondo, ha davvero intenzione di sostenere questa causa. Le parole di Macron si sono infrante contro un muro di indifferenza, lasciando intravedere quello che ormai è un destino segnato per il popolo palestinese.
La presa di posizione francese avrebbe potuto rappresentare una svolta, un segnale di speranza in un contesto internazionale sempre più arido. Invece, è diventata l’ennesima dimostrazione di quanto il tema palestinese sia ormai ridotto a mera retorica.
Trump ha bollato l’iniziativa come “irrilevante”, gli Stati Uniti hanno risposto con sarcasmo, e l’Europa – Germania e Italia in testa – si è affrettata a prendere le distanze. Tutti concordi nel sostenere che la pace richiede “negoziati realistici”, ma nessuno disposto a mettere in discussione lo status quo. Perché, in realtà, quel negoziato non interessa a nessuno.
E allora viene da chiedersi: di quale Stato palestinese stiamo parlando? Di quello proclamato da Arafat nel 1988, rimasto confinato nelle carte ingiallite delle risoluzioni ONU? O forse di quello che, giorno dopo giorno, viene eroso da insediamenti israeliani, operazioni militari e una lenta ma inesorabile pulizia demografica?
La verità è che, da quasi sessant’anni, i territori palestinesi sono occupati de facto, e la comunità internazionale ha scelto di voltarsi dall’altra parte. Quella che oggi viene spacciata per una “questione di sicurezza” – la lotta a Hamas, la liberazione degli ostaggi – non è altro che l’ultimo capitolo di una strategia ben più ampia: svuotare la Palestina della sua gente, cancellarla dalla mappa.
Macron ha provato a alzare la voce, e il risultato è stato un coro di sberleffi. Isolato, ridicolizzato, trattato come un illuso che non capisce le regole del gioco. Eppure, il gioco è chiaro: si sta scrivendo la fine della causa palestinese, e nessuno ha intenzione di intervenire.
Gli Stati Uniti e Israele lavorano già da tempo a un piano per smantellare Hamas, ma sappiamo bene che, una volta finita la guerra, non ci sarà spazio per una riconciliazione. Ci sarà solo l’esodo. Un popolo costretto ad abbandonare la propria terra, mentre il mondo applaude alla “stabilità” ritrovata.
Tra pochi anni, guarderemo indietro e tutto apparirà ovvio. Le operazioni militari, le dichiarazioni di facciata, i negoziati eternamente rimandati: ogni tappa è stata progettata per condurre a un unico esito. La Palestina non tornerà più com’era, perché qualcuno ha deciso che non deve esistere.
E chi prova a opporsi, come Macron, viene zittito con una risata. Domani scriverò più nel dettaglio su cosa ci aspetta: non solo bombe e retorica, ma una fredda pianificazione politica che sta trasformando l’espulsione di un popolo in un fatto compiuto!
La Turchia si trova oggi al centro di un intricato scenario mediorientale, dove le tensioni geopolitiche sembrano ripercorrere antiche profezie… Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha lanciato un monito chiaro: qualsiasi tentativo di dividere la Siria verrà interpretato come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale turca.
Questo avvertimento risuona come un’eco lontana delle parole di Ezechiele, che oltre 2500 anni fa predisse un’alleanza improbabile tra Russia, Iran e Turchia contro Israele.
Oggi, quelle stesse nazioni, storicamente divise da conflitti religiosi e politici, si ritrovano stranamente unite nel teatro siriano.
Israele, accusato da Ankara di fomentare la divisione in Siria, ha intensificato i suoi attacchi nella provincia di Sweida, colpendo obiettivi militari siriani sotto il pretesto di proteggere la comunità drusa. Questi sviluppi hanno scatenato proteste nelle alture del Golan occupato, dove i manifestanti chiedono le dimissioni del governatore siriano Abu Muhammad al-Jolani.
E così… mentre le tensioni sembrano autoalimentarsi, un drone israeliano ha preso di mira un convoglio di tribù siriane, lasciando morti e feriti. Nel contempo, le forze democratiche siriane, si rifiutano di consegnare le armi a Damasco, sostenendo che un accordo costituzionale sia l’unica via per integrare i curdi nell’esercito siriano.
Ma cosa unisce davvero Turchia, Russia e Iran in questa crisi? La risposta andrebbe ricercata nelle loro economie. Già… mentre il mondo vive un boom economico, questi tre paesi lottano contro sanzioni, inflazione e instabilità interna. L’Iran, con il riyal crollato dopo l’attacco d’Israele e Usa, vede i cittadini riversarsi sull’oro come ultimo rifugio. La Russia, minacciata dai giacimenti di gas israeliani nel Mediterraneo, teme di perdere il monopolio energetico in Europa. Ed infine la Turchia con Erdogan che si erge a mediatore tra Mosca e Kiev, cerca disperatamente di consolidare la sua influenza regionale.
Ezechiele descrisse una guerra scatenata dall’avidità di nazioni in crisi, pronte a saccheggiare le ricchezze di Israele. Oggi, la Siria sta diventando il campo di prova di quella profezia.
Nel frattempo Baku ha ospitato colloqui segreti tra funzionari siriani e israeliani, mentre le forze affiliate al governo di Jolani sono accusate del massacro di 1.426 alawiti. Il quadro è fosco, eppure sembra seguire un copione già scritto. La domanda che sorge spontanea è: stiamo assistendo all’inverarsi di una profezia biblica, o è solo una sinistra coincidenza dettata da calcoli politici ed economici?
La Turchia, sunnita, e l’Iran, sciita, hanno combattuto per secoli, eppure oggi condividono un nemico comune. La Russia, storicamente in conflitto con entrambe, ora le affianca in Siria. Israele, con le sue scoperte di gas e le sue ambizioni regionali, diventa il bersaglio perfetto per nazioni affamate di risorse.
Forse la vera profezia non è nella guerra, ma nella disperazione economica che spinge vecchi rivali a unirsi. Speriamo solo che il futuro riservi una pagina diversa da quella scritta millenni fa…
La situazione in Siria continua a essere estremamente fragile, con una tensione che si è fatta – negli ultimi giorni – sempre più palpabile.
Le forze governative guidate dal presidente Ahmad Ḥusayn al-Sharaa si trovano sotto pressione, non solo per il crescente malcontento interno, ma anche per le pressioni esterne che temono un rapido peggioramento della crisi.
Israele ha infatti intensificato i suoi attacchi aerei, dichiarando di voler impedire una presunta “uccisione di massa” di drusi da parte delle forze leali al governo siriano.
Questo intervento, seppur motivato da una presunta difesa dei diritti umani, ha ulteriormente destabilizzato una regione già scossa da scontri violenti tra fazioni armate, tribù beduine e comunità druse, soprattutto nella provincia meridionale di Sweida. .
Le violenze registrate nelle ultime settimane hanno messo a dura prova la capacità del governo di al-Sharaa di mantenere il controllo su tutto il territorio nazionale. Il presidente aveva promesso di proteggere le minoranze settarie del Paese, ma gli eventi sembrano andare nella direzione opposta.
Dopo le uccisioni di massa di alawiti a marzo, ora sono i drusi a subire gravi violenze, alimentando timori di una spirale di vendette settarie. Nonostante le dichiarazioni ufficiali che ribadiscono l’impegno per l’unità nazionale, molti osservatori internazionali avanzano dubbi sulla reale volontà o capacità del governo di evitare una frammentazione del Paese.
L’ex ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, ha espresso apertamente le sue preoccupazioni in un’intervista a Beirut, sottolineando come il governo di al-Sharaa debba urgentemente rivedere il proprio approccio. Secondo Barak, solo un governo più inclusivo e veloce nell’integrare le minoranze potrà evitare il collasso istituzionale.
Ha anche sottolineato come al-Sharaa debba “maturare” e comprendere che il suo attuale stile di governo non è sostenibile. Le pressioni esterne si fanno sempre più forti: gli Stati Uniti, attraverso il loro inviato speciale Tom Barrack, hanno esortato il presidente a riconsiderare le sue politiche, avvertendo che un’eventuale frammentazione del Paese potrebbe portare alla perdita del sostegno internazionale.
Il ministro dell’Informazione siriano ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica, dichiarando che l’unità geografica della Siria non è in discussione e respingendo le accuse secondo cui le forze governative sarebbero responsabili di crimini contro i civili drusi.
Ha suggerito che alcuni video circolati sui social network potrebbero essere stati manipolati e ha ipotizzato che alcuni attacchi fossero stati effettuati da militanti dell’ISIS travestiti da soldati governativi. Ha anche sottolineato che le forze siriane non sono entrate a Sweida, in quanto avevano accordi con Israele per evitare ulteriori escalation. Tuttavia, queste dichiarazioni sembrano non aver convinto né l’opinione pubblica né la comunità internazionale. .
Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti la scorsa settimana ha posto fine agli scontri più violenti, ma la situazione rimane instabile. Al-Sharaa, nel suo discorso televisivo, ha dichiarato che l’intervento israeliano ha spinto il Paese verso una fase estremamente pericolosa.
Israele di contro, per come abbiamo potuto vedere nei vari Tg, ha colpito diversi obiettivi strategici tra cui il quartier generale del ministero della Difesa a Damasco, giustificando le azioni come parte della sua missione di proteggere i drusi, una comunità che gode di uno status particolare all’interno dello Stato ebraico. Comprenderete come, questo coinvolgimento diretto di una potenza straniera ha aggiunto una ulteriore complessità ad una crisi già di suo intricata. .
Il rischio concreto è che la situazione in Siria possa inasprirsi, con conseguenze imprevedibili per l’intera regione. D’altronde la mancanza di un piano di successione, l’instabilità interna e le pressioni esterne, rendono il futuro del Paese estremamente incerto.
Gli Stati Uniti e altri attori internazionali stanno cercando di contenere il caos, ma senza un reale impegno da parte del governo siriano a riformarsi e a includere tutte le componenti della società, il rischio di una guerra civile resta alto.
Ma forse, la vera domanda non è tanto chi governerà la Siria, ma se quel Paese potrà ancora essere governato…
Si racconta che Hitler abbia ordinato di risparmiare Oxford dai bombardamenti, forse per il suo valore come faro di conoscenza, forse perché sognava di farne il cuore del suo dominio europeo. Quel che è certo è che, in quell’occasione, la guerra sembrò inchinarsi, seppur per un momento, davanti al peso sacro della cultura.
Oggi, invece, i missili non distinguono più tra caserme e biblioteche, tra soldati e studenti, tra laboratori e trincee. Volano ciechi, distruggono senza guardare, e quando colpiscono, è sempre la civiltà a perdere.
Proprio come Oxford, il “Weizmann Institute of Science di Rehovot” era un tempio del sapere, un luogo dove menti brillanti lavoravano alla frontiera della scienza: matematica, fisica, biologia, intelligenza artificiale.
Ma in questa guerra, nessun sapere è innocente. Le stesse scoperte che avrebbero potuto curare malattie o esplorare le stelle sono state piegate alla logica delle armi, trasformate in droni, laser, sistemi di difesa. E così, quando l’Iran ha risposto agli attacchi israeliani, ha preso di mira proprio quel simbolo, perché oggi la cultura non si protegge più, si usa come bersaglio.
Pochi ne hanno parlato. Le immagini dei danni sono svanite nel silenzio dei governi, come se la distruzione di un centro di ricerca fosse un dettaglio trascurabile, un effetto collaterale accettabile. Eppure, ogni volta che un missile cade su una biblioteca, un museo, un’università, è l’umanità intera a perdere qualcosa. Non solo muri e libri, ma secoli di progresso, di domande, di scoperte.
Forse è questo il paradosso più amaro: in un’epoca in cui la conoscenza è più accessibile che mai, continuiamo a bruciarla!
Già… siamo tornati ai tempi in cui il sapere era merce rara, custodita da pochi, negata ai molti. Solo che oggi non servono roghi o editti, basta un missile. E mentre le macerie fumano, ci illudiamo ancora di stare combattendo una guerra, quando in realtà stiamo solo scavando la nostra ignoranza!
Le strade di Gaza sono ancora macchiate di sangue, mentre il mondo sembra voltarsi dall’altra parte.
Oggi il bilancio delle vittime si è aggravato ancora, con decine di persone uccise mentre attendevano un sacco di farina, un po’ d’acqua, un gesto di sopravvivenza. Trenta morti, sessanta feriti, numeri che si aggiungono a una lista già troppo lunga, mentre i corpi giacciono abbandonati sull’asfalto, testimoni muti di una tragedia che non conosce tregua. Poco lontano, altri due civili sono stati uccisi da un bombardamento, vicino a un centro di assistenza che dovrebbe essere un rifugio, non un bersaglio. Dal 7 ottobre a oggi, i numeri sono diventati una litania straziante: 58.000 morti, 150.000 feriti, 900 persone uccise mentre cercavano cibo, 6.000 feriti nella disperata lotta per un pasto. Ma il vero orrore non è solo nei proiettili o nelle bombe, è nella fame che si allarga come un’ombra silenziosa. Un milione di bambini rischia di morire di stenti, mentre il cibo viene bloccato, mentre gli aiuti vengono distrutti, mentre il mondo discute, tergiversa, guarda altrove.
Eppure, qualcuno continua a parlare di “danni collaterali”, di obiettivi militari, di necessità strategiche. Ma come si può definire “collaterale” la morte di un bambino che non ha mai impugnato un fucile? Come si può giustificare l’assedio di un intero popolo, colpevole solo di essere nato dalla parte sbagliata del confine? Gaza non è un campo di battaglia, è una prigione a cielo aperto, dove i civili sono intrappolati tra due fuochi: da un lato, i raid che non distinguono tra militari e famiglie in fuga, dall’altro, le milizie che li usano come scudi, condannandoli a una morte certa.
Ma questa non è una guerra tra due fazioni, è una strage di innocenti. I palestinesi non hanno scelto questo conflitto, lo subiscono, giorno dopo giorno, senza via di fuga. Se cercano di scappare, vengono colpiti. Se restano, muoiono di fame. Se alzano la voce, vengono zittiti. E mentre i potenti del mondo discutono di alleanze, di equilibri geopolitici, di interessi economici, Gaza affonda in un bagno di sangue che potrebbe essere fermato, se solo ci fosse la volontà di farlo.
È ora di smetterla con le scuse, con i giochi di potere, con la complicità del silenzio. Gli Stati devono agire, non con dichiarazioni di facciata, ma con azioni concrete, con sanzioni, con pressioni reali, con la ferma decisione che nessuna strategia militare può giustificare la morte di migliaia di civili. Perché se oggi è Gaza a bruciare, domani potrebbe essere un’altra città, un altro popolo, un’altra generazione sacrificata sull’altare della guerra. Il tempo delle mezze misure è finito. Gaza non può più aspettare.
Per il secondo giorno consecutivo, i cieli di Sweida sono solcati da droni israeliani, mentre la cittadina siriana brucia ancora tra gli scontri tra drusi, beduini e forze governative.
Le dichiarazioni ufficiali parlano di “monitoraggio” e “preparazione a diversi scenari”, ma intanto i raid non si fermano, e il bilancio delle vittime cresce senza sosta.
E così, mentre dodici paesi annunciano un embargo sulle armi, segnando una svolta nella pressione internazionale, l’esercito siriano inizia a ritirarsi da Suweida.
Ma è una tregua fragile, interrotta dal boato degli attacchi israeliani a Damasco, che come abbiamo visto ieri, hanno colpito persino il palazzo presidenziale.
Sono oltre duecentocinquanta i morti in pochi giorni, e il confine tra Israele e Siria è diventato un caos di profughi e miliziani, con drusi che attraversano in entrambe le direzioni, disperati.
Le condanne si moltiplicano, dall’Iran all’Unione Europea, mentre gli Stati Uniti cercano di mediare una de-escalation che sembra essere sempre più lontana.
A Sweida, i leader drusi negano qualsiasi accordo con il governo, e la violenza continua a mietere vittime. Si parla di oltre trecento morti, in una spirale di odio settario che nessun cessate il fuoco riesce a fermare.
Ed allora Israele ha iniziato a spostare una parte delle sue truppe dislocate su Gaza verso il confine siriano, rafforzando così la propria presenza militare mentre i missili continuano a colpire obiettivi strategici.
“Non attraversate il confine”, avvertono le autorità israeliane ai drusi, ma come potete immaginare, la disperazione è più forte degli ordini. Intanto, l’Ue chiede il rispetto della sovranità siriana, ma le parole sembrano vuote, già… gettate al vento, mentre le immagini di distruzione che arrivano da Sweida e Damasco sono concrete.
Niente si placa e ancor meno si ferma.
Il conflitto che il Presidente Trump aveva annunciato come agli sgoccioli, si sta viceversa ( per come avevo anticipato) sempre di più estendendo, coinvolgendo nuovi territori, nuove comunità e ahimè nuove vittime.
E così mentre tutti i leader parlano di “pace”, di “transizione”, di “soluzioni”, il Medio Oriente brucia, ancora una volta, senza vederne più la fine…
a volte ho l’impressione che i nostri politici siano degli inetti o, quantomeno, impreparati, soprattutto quando si tratta di affrontare problemi di carattere globale.
Poi leggo alcuni post o dichiarazioni di illustri leader mondiali, e comincio a pensare che, alla fine, l’ignoranza sia la madre di tutti i mali che affliggono la nostra società.
Prendiamo, ad esempio, le recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla Striscia di Gaza.
L’idea di trasformare Gaza in una sorta di località di villeggiatura, mentre il popolo palestinese vive una delle tragedie più profonde della sua storia, è non solo irrealistica, ma anche profondamente insensibile…
Migliaia di persone sono senza casa, senza accesso a servizi di base, vivono in condizioni disumane. Pensare di risolvere tutto con un progetto edilizio o turistico è una visione miope che ignora le radici del conflitto e le sofferenze di un intero popolo.
È vero, il popolo palestinese ha bisogno di trovare una propria identità e di costruire un futuro di pace e stabilità. Ma questo non può avvenire sotto la minaccia di gruppi armati come Hamas, che, pur presentandosi come difensori della causa palestinese, hanno spesso contribuito a perpetuare il ciclo di violenza e sofferenza. La libertà e la democrazia non si costruiscono con le armi, ma attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto dei diritti umani.
C’è bisogno di una vera e propria indipendenza da tutte quelle forze rivoluzionarie che, invece di favorire lo sviluppo di una società libera e giusta, alimentano odio e divisioni. Un Paese che vuole raggiungere un proprio status nella comunità internazionale non può farlo attraverso la violenza, ma deve puntare sulla diplomazia, sull’istruzione e sulla costruzione di istituzioni solide e trasparenti.
Non si può pensare di combattere per sempre. Arriva un momento in cui le parole devono avere il sopravvento sulle armi, altrimenti si resta prigionieri di un ciclo infinito di oppressione e vendetta. Chi detiene il potere, sia esso politico, militare o economico, ha la responsabilità di agire con saggezza e lungimiranza, non con coercizione e forza bruta.
È tempo che i palestinesi riprendano in mano le proprie vite, lottando non solo contro l’occupazione esterna, ma anche contro chi, all’interno, li strumentalizza per interessi personali o ideologici. Donne, bambini e intere famiglie sono spesso lasciati in balia di un destino crudele, utilizzati come pedine in un gioco politico che non tiene conto della loro dignità e dei loro diritti.
Certo, immaginare Gaza come un luogo prospero e pacifico, dove i palestinesi possano vivere in condizioni dignitose, sarebbe meraviglioso. Ma questa visione non può restare un’utopia. Negli anni, miliardi di dollari sono stati inviati nella regione, sia dalla comunità internazionale che dai Paesi arabi. Eppure, questi fondi non sono stati utilizzati per costruire scuole, ospedali o infrastrutture, ma per finanziare tunnel, armi e missili. Una scelta scellerata che ha alimentato ulteriore odio e distruzione, lasciando Gaza in macerie.
Oggi ci troviamo di fronte a una terra devastata, dove persino ripulire le macerie richiederà anni. E mentre il mondo guarda, ci si chiede: quando finirà questa spirale di violenza? Quando si capirà che la vera forza non sta nella distruzione, ma nella costruzione di ponti, nel dialogo e nella riconciliazione?
Il popolo palestinese merita di più. Merita un futuro in cui i bambini possano crescere senza paura, in cui le donne possano vivere con dignità e in cui gli uomini possano costruire un Paese libero e prospero. Ma questo futuro non arriverà finché prevarrà la logica della guerra e dell’odio.
Forse è arrivato il momento di smettere di guardare alla Palestina (e a Israele) solo attraverso le lenti del conflitto e di iniziare a pensare a soluzioni concrete, che mettano al centro le persone e i loro diritti. Perché, in fondo, la pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta che richiede coraggio, umanità e volontà di cambiare.
Ho scritto due post, nel 2023/24, sì… per promuovere una pace duratura in quel territorio martoriato mediorientale, affinchè si giungesse alla definizione di due Stati per due popoli:
D’altronde il conflitto israelo-palestinese rappresenta una delle questioni più complesse e dolorose della storia moderna.
Già… dopo oltre 70 anni di tensioni, violenze e tentativi falliti di risoluzione, è chiaro che la strada verso la pace non può passare attraverso soluzioni temporanee o parziali…
È giunto quindi il momento di affrontare la realtà e solo la creazione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese, può portare a una pace duratura, se non eterna.
Qualcuno potrebbe chiedersi: perché due Stati?
Semplice, bisogna riconoscere le aspirazioni nazionali di entrambi; sia gli israeliani che i palestinesi hanno il diritto di vivere in Stati sovrani, liberi e indipendenti. Negare questo diritto a una delle due parti significa perpetuare il conflitto.
Separazione fisica e politica: Due Stati distinti permetterebbero di ridurre le tensioni quotidiane, garantendo a ciascun popolo il controllo sul proprio territorio, la sicurezza e la possibilità di autodeterminazione.
Ed ancora, vi è la necessita di una cooperazione internazionale: Una soluzione a due Stati richiederebbe il sostegno della comunità internazionale, che potrebbe garantire risorse, supervisione e mediazione per evitare futuri conflitti.
E quindi ecco la mia proposta…
La creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, sì… non certo un’idea innovativa, ma è l’unica soluzione praticabile. Tuttavia, per renderla realtà, è necessario affrontare alcune questioni chiave…
Confini definiti: I confini tra i due Stati dovrebbero essere chiaramente stabiliti, tenendo conto delle esigenze di sicurezza di Israele e delle aspirazioni territoriali dei palestinesi.
Gerusalemme: La città dovrebbe essere condivisa, con una soluzione che garantisca il libero accesso ai luoghi sacri per entrambe le religioni.
Diritto al ritorno: La questione dei profughi palestinesi dovrebbe essere affrontata in modo equo, bilanciando il diritto al ritorno con la necessità di mantenere l’equilibrio demografico di Israele.
Ed infine la comunità internazionale… che ha un ruolo cruciale da svolgere. Gli Stati arabi, l’ONU, l’Unione Europea e altre potenze globali dovrebbero sostenere economicamente e politicamente questa soluzione, garantendo che entrambi gli Stati abbiano le risorse necessarie per prosperare.
Inoltre, una forza di pace internazionale potrebbe essere dispiegata per garantire la sicurezza e la stabilità durante la fase di transizione.
D’altronde la pace non è un sogno irrealizzabile, ma richiede coraggio, compromessi e una visione condivisa del futuro.
La soluzione a due Stati non è perfetta, ma è l’unica via praticabile per porre fine a decenni di sofferenza e conflitto. Invito tutti a sostenere questa idea, a partecipare al dialogo e a lavorare insieme per un futuro in cui israeliani e palestinesi possano vivere in pace, fianco a fianco.
Osservando quanto sta accadendo in questi giorni – dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas del 19 gennaio – ho ripensato ai quindici mesi di conflitto in quel territorio.
Migliaia di civili uccisi, tra cui donne e bambini, la Striscia di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, una devastazione totale.
Mi chiedo: a cosa è servito tutto questo? Qual era, fin dall’inizio, il vero obiettivo di Hamas? Liberare i propri ostaggi (e forse alcuni familiari), sacrificando la popolazione civile?
Questa mattina Hamas ha rilasciato altri due ostaggi israeliani, con il previsto rilascio di un terzo nelle prossime ore: un cittadino con doppia cittadinanza, israeliana e statunitense. In cambio, Israele dovrebbe liberare 183 prigionieri palestinesi. Secondo Hamas, tra questi 18 stanno scontando l’ergastolo mentre 54 hanno condanne a lungo termine; i restanti sono abitanti di Gaza arrestati dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.
I tre ostaggi liberati oggi – Bibas, Kalderon e Siegel – sono civili imparentati con altre persone sequestrate in quel tragico giorno. La moglie di Siegel e i figli di Kalderon erano stati liberati durante la breve tregua di novembre 2023. La vicenda della famiglia Bibas, invece, è ancora più drammatica: Yarden Bibas è il padre di Kfir e Ariel, due bambini di nove mesi e quattro anni al momento del rapimento, e marito di Shiri Bibas.
Hamas sostiene che i tre siano stati uccisi in un bombardamento israeliano nel 2023, ma Israele non ha conferme in merito. Secondo i termini dell’accordo, se fossero stati vivi sarebbero dovuti essere rilasciati prima degli uomini, cosa che non è avvenuta. La restituzione dei corpi degli ostaggi morti in prigionia è prevista nelle fasi successive del cessate il fuoco.
Questa volta il rilascio è stato meno caotico rispetto ai precedenti, quando gli ostaggi venivano liberati in mezzo a folle di palestinesi accorsi ad assistere alla scena, creando calche che rallentavano il trasferimento.
Ancora una volta sorge una domanda: la vera battaglia non dovrebbe essere per risolvere i problemi della società civile? Per trovare un modo pacifico di convivere con Israele, per costruire uno Stato Palestinese riconosciuto a livello internazionale? Per adottare processi che portino a una società più democratica e meno armata?
No, nulla di tutto questo. Il bilancio è solo quello di oltre 45.000 vittime civili, trasformate in scudi umani e carne da macello per gli interessi di un gruppo militare che si fa portavoce della liberazione di un popolo, ma che in realtà persegue solo il potere e la liberazione di alcuni suoi affiliati.
Quindici mesi di conflitto che hanno infiammato tutto il Medio Oriente: dal pogrom all’invasione di Gaza, dagli attacchi dei ribelli yemeniti alla crisi in Siria. Ma per cosa, esattamente?
Già…il dramma di Gaza: vite sacrificate per uno scambio di prigionieri…