Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.
Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.
Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!
Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.
Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto.
Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.
Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio.
E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.
Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro?
Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare.
E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)
Oggi ho deciso di affrontare un tema particolare, impegnativo, anche perché mi è capitato casualmente in queste sere di parlarne con le mie figlie e capire da loro cosa ne pensassero.
Le loro domande, come sempre accade quando si parla con chi guarda il mondo ancora con occhi liberi e non condizionati, hanno scavato più a fondo di quanto avrei immaginato.
E così, quel che doveva essere un semplice gioco tra un pasto e l’altro, un bicchiere di vino e il tepore di una serata in famiglia, si è trasformato in qualcosa in più, la stessa inquietudine che mi porto dentro da sempre, chissà… forse qualcosa che chiedeva di essere messo in evidenza, con loro e qui, tra noi.
Quando dico che siamo noi gli alieni, non lo intendo in senso poetico soltanto. C’è un dato preciso, quasi imbarazzante nella sua nudità, che riguarda il nostro DNA. Se guardiamo il corredo genetico degli altri animali che condividono con noi questo pianeta, scopriamo che qualcosa è accaduto.
Noi esseri umani abbiamo ventitré paia di cromosomi, mentre le grandi scimmie, i nostri parenti più prossimi, ne hanno ventiquattro. Non manca nulla, in realtà: due cromosomi ancestrali si sono fusi in uno solo, il nostro cromosoma due. Una fusione, un evento unico, che ci ha separati.
Ma non è solo questo. Ci sono regioni del nostro DNA, chiamate “HARs” – aree accelerate dall’evoluzione – che si sono modificate con una velocità inspiegabile se confrontate con quelle degli altri primati. Sono sequenze che non codificano proteine, ma regolano l’espressione dei geni, e hanno plasmato un cervello con una plasticità e una capacità cognitiva che non hanno eguali nel regno animale.
La domanda, allora, non è più solo filosofica. È una domanda che si posa esattamente sul confine tra biologia e mistero: come mai, tra tutti i viventi, solo noi abbiamo questa differenza strutturale? Come mai siamo l’unica specie a portare in sé il segno di una fusione, di una riorganizzazione profonda del patrimonio ereditario? Non è un gene singolo a distinguerci, è la combinazione di tutto questo, una architettura diversa. E se questa diversità fosse il residuo di un intervento, di una modificazione, di una separazione voluta? Se fossimo stati “elevati”, per usare il termine che ricorre in certe narrazioni, da qualcosa che ci ha presi e resi quello che siamo, lasciandoci poi qui, su questo pianeta, a dimenticare?
Nel parlarne, mi sono ricordato di alcuni dipinti di antichi maestri. Allora li guardavo e non riuscivo a distogliere lo sguardo da certi dettagli che sembrano non appartenere al loro tempo. Sfere sospese nell’aria, oggetti dalle forme inconsuete che solcano il cielo alle spalle di madonne o sullo sfondo di crocifissioni. Allora avevo pensato se ci fosse stata un’influenza, se qualcosa ci avesse osservato e forse modificati, quelle tele costituivano d’altronde una traccia sincera di un qualche contatto con la nostra memoria che ha poi rimosso o trasformato in altro, perché l’arte, si sa, talvolta dice più di quanto l’artista stesso sapesse di voler dire.
Se poi mi soffermo altresì a pensare a certi racconti, rivedo quegli invasori che vengono dallo spazio e mi capita di scoprire come sono. Ci sono i buoni… o meglio i portatori di un ordine superiore, inaccessibile. Le loro astronavi sovrastano in silenzio le nostre metropoli, e loro non si mostrano. Impongono la pace, aspettano. Solo quando il mondo sarà diventato utopia, si riveleranno. E quel giorno scopriremo che il loro aspetto è ciò che noi per secoli abbiamo chiamato diavolo: neri, con ali di cuoio, piccole corna, una coda forcuta.
Ci viene detto che le stelle non sono per l’uomo, che non meritiamo di unirci a quella somma di tutte le razze galattiche. Eppure, ci faranno evolvere. Alla fine, quando partiranno, porteranno con sé solo i bambini. Mi chiedo se questa sia una storia di conquista o di salvezza, o se forse sia la stessa cosa vista da due lati diversi. E mi chiedo anche: se qualcuno ci avesse già presi in carico una volta, quella fusione cromosomica non sarebbe forse il segno indelebile di un’elevazione antica?
Poi vi sono universi più affollati, dove l’umanità si muove alla cieca in un cosmo già stabilizzato da un miliardo di anni, con ordini antichi e crudeli. In quelle storie, per entrare a far parte del club galattico non c’è alternativa: devi essere “elevato” da una razza più antica, che ti modifica geneticamente, e poi resti vincolato a lei per centomila anni.
E così l’umanità scopre tutto questo all’improvviso, e scopre – ahimè – di essere in ritardo, di esser già dentro un gioco le cui regole sono state scritte prima ancora che comparissimo noi. Mi chiedo se anche questo non sia un modo per raccontare qualcosa che già viviamo: l’essere arrivati dopo, l’eredità di strutture che ci precedono e ci condizionano, il sospetto che la nostra libertà sia solo un’illusione concessa da qualcuno che ci ha presi a carico senza chiederci il permesso. Forse la fusione dei nostri cromosomi è il marchio di quel vincolo, il timbro impresso nel nucleo di ogni nostra cellula.
Tuttavia, tra essi, vi sono anche gli alieni rappresentati come mostri. Qui il ruolo è più semplice: spaventare, mettere in mostra lo spirito umano di fronte all’avversità, o più spesso assicurare un po’ di svago condito di sangue. Ma anche in questo caso, a ben guardare, il mostro non serve solo a terrorizzare. A volte serve a mostrare qualcos’altro. C’è una creatura, un felino con tentacoli, che non è solo un predatore: serve a illustrare la superiorità del collettivismo su di essa. E anche qui, dietro la maschera del mostro, si nasconde un’idea.
Mi colpisce quanto tutto questo sia plasmato dall’imperativo della narrazione, più che da quello della scienza. Anche Shakespeare faceva lo stesso con la storia, e non gli ha nuociuto. Alcuni autori costruiscono mondi interi con la precisione di un ingegnere, calcolano gravità e atmosfere, creano ambienti così estremi che gli umani possono sopravvivere solo in certe fasce orarie, mentre i nativi, che sembrano millepiedi robusti, resistono a gravità settecento volte la nostra.
E poi scopriamo che quei nativi sono molto più intelligenti di quanto gli umani pensassero. La distanza tra chi osserva e chi viene osservato si ribalta sempre, in queste storie. È una lezione che forse dovremmo applicare più spesso anche a noi stessi, nel nostro modo di guardare il mondo. E se fossimo noi, con la nostra differenza genetica, a essere osservati da altri come un caso curioso, una specie elevata che ha dimenticato di esserlo?
Ma continuando ad osservare l’universo scopriamo che esiste un ospedale intergalattico che ospita centinaia di ambienti diversi: caldo, freddo, ogni tipo di atmosfera. Ogni specie ha una sigla, una classificazione a quattro lettere. Noi umani siamo DBDG. Un altro essere, un aracnide delicato con poteri empatici, è classificato come PVSJ, respira cloro, ma è capace di percepire le sensazioni dei suoi pazienti. Mi piace pensare che forse l’extraterrestre più avanzato non è quello con la tecnologia più potente, ma quello che sa sentire l’altro dentro di sé. E forse questo, in fondo, è ciò che distingue una presenza ostile da una presenza che potremmo definire, con cautela, amica.
Molti alieni sono umanoidi, differiscono da noi per dettagli banali: pelle blu, occhi grandi, stature inusuali. Altri sono modellati su animali terrestri: tigri, gatti, uccelli, lucertole. E poi ci sono quelli che sfidano davvero la biologia, che non potrebbero esistere secondo le nostre leggi. Ma anche lì, c’è un limite: l’evoluzione. E molte storie, quando si spingono troppo in là, perdono colpi. Nessuno si è mai chiesto davvero come un mostro potesse evolvere la capacità di succhiare la forza vitale dalle altre creature.
Lo scopo era creare intrattenimento, e non una plausibilità scientifica. E va bene così… forse, però, quando parliamo di alieni già tra noi, dovremmo essere meno preoccupati della plausibilità biologica e più attenti alla plausibilità di un’intenzione che non sappiamo riconoscere. Ma se c’è un’intenzione, potrebbe essere già scritta in quei ventitré paia di cromosomi, in quella fusione che ci ha resi quello che siamo.
Perché la vera domanda, stasera, non è solo se quei dischi volanti dipinti nei quadri antichi siano reali o frutto di un simbolismo che abbiamo dimenticato.
La vera domanda è: siamo noi stessi gli alieni?Questo senso di essere fuori posto, questa capacità di distruggere il nostro stesso ambiente, questa ossessione per il cielo e per ciò che potrebbe esserci oltre, non sono forse il segno di una diversità radicale rispetto a ogni altra forma di vita che conosciamo sulla Terra?
Forse gli alieni non sono “tra noi” nel senso di essere arrivati da un altro pianeta. Forse lo siamo noi, da sempre, e non lo abbiamo mai voluto ammettere. Forse il nostro destino non è attendere che qualcuno venga a prenderci, ma riconoscere che siamo già stati presi, già stati portati qui, già stati modificati, già stati lasciati a noi stessi abbastanza a lungo da dimenticare.
E quella fusione cromosomica, quel cromosoma due che non assomiglia a nient’altro nel regno animale, è forse la firma, il documento di una separazione, l’atto di nascita di una specie aliena su un pianeta che l’ha accolta senza sapere da dove venisse.
E quando guardo quei dipinti, quei maestri che hanno messo nei loro cieli forme che non sapevano spiegare, penso che forse stavano cercando di dirci proprio questo: che l’estraneo non è solo lassù, ma è già qui, nel modo in cui alziamo lo sguardo e sentiamo di non appartenere del tutto al suolo che calpestiamo.
È già qui, nella doppia elica che portiamo in ogni cellula, in quella sottile, invisibile differenza che ci ha resi capaci di immaginare gli alieni proprio perché, in fondo, stiamo cercando di ricordare chi eravamo prima di diventare umani.
E forse, alla fine, le mie figlie avevano ragione quando, con quella semplicità che solo i bambini possiedono, mi hanno detto che forse non è importante da dove veniamo, ma cosa decidiamo di fare adesso che siamo qui…
Ieri, con il Referendum Giustizia 2026, è accaduto qualcosa che mi ha riportato con la mente a un’altra data, a un’altra campagna referendaria. Il 19 luglio 2016, scrivevo un post dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “NO… alla ‘manomissione’ della Costituzione!!!”.
Ero convinto allora, come lo sono oggi, che ci fossero battaglie per cui vale la pena lottare fino in fondo, perché toccano il fondamento stesso di ciò che siamo come comunità. Per fortuna, quella convinzione ha trovato conferma nelle urne di queste giornate del 22 e 23.
I risultati dello spoglio sono chiari: il No ha vinto con il 53,2%, e c’è un dato che risalta in modo particolare, quasi a volerci restituire un po’ di fiducia. Sono stati i più giovani a fare la differenza. La generazione Z, quella tra i diciotto e i ventotto anni, ha raggiunto una partecipazione del 67%, e al suo interno il No ha toccato il 58,5%. Una generazione che spesso viene descritta come disincantata, ma che quando è stata chiamata a esprimersi su una questione cruciale ha scelto di esserci, e con una nettezza straordinaria.
Il quadro generale, però, è più complesso e non privo di ombre. L’affluenza è stata importante: il 58,9% indica un’attenzione elevata, anche se è difficile credere che questa attenzione fosse interamente focalizzata sui contenuti tecnici della riforma. Più probabilmente, a muovere gli elettori sono stati i risvolti politici, in una campagna referendaria che si è inevitabilmente politicizzata. Del resto, la complessità del tema era tale che molti, all’inizio, dichiaravano addirittura l’intenzione di astenersi, spaventati dalla difficoltà di comprendere fino in fondo le implicazioni. E allora la scelta di giocare la partita su un terreno più marcatamente politico è diventata quasi obbligata.
È stato uno scontro aspro, con dichiarazioni fuori misura, e alla fine ha prodotto una mobilitazione particolare. Da un lato, si è attivato in modo determinante l’elettorato di centrodestra, inizialmente meno ingaggiato. Dall’altro, si è ridotta in modo significativo la quota di quegli elettori dell’opposizione che sembravano orientati al Sì. Ma il fenomeno forse più interessante è un altro: una parte di chi si era astenuto alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha scelto stavolta di andare a votare. E in larga misura, questa porzione di elettorato “recuperato” ha scelto il No. Più di un terzo di chi non votò due anni fa è tornato alle urne.
La partecipazione, però, non è mai uguale per tutti. È un comportamento che ancora una volta si rivela profondamente segmentato in base alla condizione socioeconomica. Hanno votato di più chi ha titoli di studio alti e chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario, i livelli più bassi di partecipazione si registrano tra i ceti più disagiati, tra chi ha una bassa istruzione e vive in difficoltà economica. Imprenditori, professionisti, ceti medi si sono mobilitati di più; disoccupati, casalinghe e, in parte, operai, molto meno. Un dato, questo, che non possiamo permetterci di ignorare perché racconta di una partecipazione che ancora oggi rischia di essere strutturalmente diseguale.
E poi c’è l’altra faccia della generazione Z. Se i giovanissimi hanno risposto con entusiasmo, chi si trova nella fascia successiva, quella tra i 29 e i 44 anni – la cosiddetta generazione Y – ha invece fatto registrare il livello più alto di astensionismo: il 47,5%. Un fenomeno preoccupante, se ci pensiamo: sono proprio loro, quelli che entrano nel mondo del lavoro, che costruiscono famiglie e affrontano il peso della quotidianità, a mostrarsi più distanti e disinteressati alla partecipazione politica. È un vuoto che pesa. Più in alto, tra i boomers e la generazione silenziosa, dagli anni in su, la partecipazione è tornata a essere leggermente sopra la media.
Se guardiamo all’appartenenza politica, lo scenario conferma questa polarizzazione. La mobilitazione ha coinvolto soprattutto le aree di sinistra e di centrosinistra, da un lato, e la destra dall’altro. Gli elettori di centro e di centrodestra sono apparsi meno coinvolti. Per l’opposizione, è stata una vera e propria chiamata alle armi contro il governo. Nella maggioranza, invece, a rispondere con più forza è stata l’area più radicale, mentre quella più moderata è rimasta più indietro, e il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati si è raggiunto proprio nell’area centrista. Un dato prevedibile, ma non per questo meno significativo.
E i “tradimenti” elettorali? Sono emersi, seppur in misure diverse. Il Partito Democratico è stato l’unico a mostrare una dialettica interna apprezzabile: una quota ultra-minoritaria, ma non trascurabile, poco meno del 9%, ha scelto il Sì. La sorpresa più grande, però, arriva dall’elettorato del Movimento 5 Stelle. Nonostante un leader fortemente impegnato per il No, circa il 17% di chi dichiara di votare M5S si è espresso per il Sì (e qualche mese fa questa percentuale era addirittura al 24%). Nel centrodestra, qualche slittamento si rileva tra gli elettori della Lega e di Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% che hanno votato No. Tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, invece, il Sì ha raggiunto il 31%.
Tornando al profilo sociodemografico, troviamo che il No prevale con più forza proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: i ceti istruiti, le condizioni economiche medio-alte, i giovanissimi. Tra i laureati, il No arriva a oltre i due terzi; tra le persone con una condizione economica agiata, sfiora il 60%. Accade il contrario in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe prevale il Sì, mentre gli operai si dividono quasi equamente.
La sconfitta dell’esecutivo, e in primo luogo della presidente del Consiglio, appare netta. Eppure Giorgia Meloni si era tenuta defilata per gran parte della campagna, facendosi vedere solo nelle ultime settimane. Ma il suo posizionamento, al di là del merito della riforma, ha finito per risentire di un contesto che negli ultimi mesi si è fatto sempre più complesso. Il quadro internazionale ha perso quella solidità che sembrava avere negli anni precedenti; la condizione economica del paese si è rivelata più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; e la crisi energetica ha assunto una virulenza preoccupante, incidendo pesantemente sui costi quotidiani delle famiglie.
A tutto questo si sono aggiunti infortuni politici non secondari, l’ultimo dei quali legato alla vicenda del sottosegretario Delmastro e ai suoi rapporti con un esponente della malavita organizzata. È probabile che tutto questo avrà un effetto, almeno a breve, sugli orientamenti di voto. Lo vedremo nei prossimi giorni, nel consueto scenario politico mensile.
Ma torniamo al senso più profondo di questa vittoria. Per me, ieri si è chiuso un cerchio iniziato nel 2016. In quel post di luglio, raccontavo di una battaglia impari. Da un lato, c’era un governo con fondi illimitati, i migliori professionisti della persuasione, una larga parte della carta stampata e una pervasiva informazione sulle reti pubbliche. Dall’altro, un gruppo di volontari con grande forza ideale, ma con un impegno fisico quotidiano difficile da sostenere perché ognuno aveva comunque una vita, un lavoro, una famiglia. Eppure, quei volontari affluivano sempre più numerosi, ogni giorno nascevano due nuovi comitati locali. Era un fenomeno di partecipazione straordinario, che testimoniava quanto ci fosse ancora di sano nel paese.
La lotta era impari, lo scrivevo senza retorica. Non avevamo soldi per stampare materiali, per affittare spazi, per montare un palco. E dicevamo: se i nostri avversari suonano il loro piffero in Rai, noi dobbiamo almeno suonare le campane nelle piazze. Chiedevamo un sacrificio straordinario, idealmente 139 donatori, come gli articoli della Costituzione che volevamo salvare, che potessero sostenere quell’impegno. Perché in quelle ore decisive, sentivamo che le persone volevano fare cose straordinarie, per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di non aver lasciato nulla di intentato. Si poteva vincere, si poteva perdere, ma quella generazione avrebbe comunque testimoniato la vitalità dei valori costituzionali.
E in quel post citavo Luigi Sturzo, che in un discorso del ’57 diceva: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”.
Oggi quel terreno sodo, per un attimo, ci è sembrato di averlo ritrovato. O almeno, abbiamo visto una parte del paese – e in particolare i più giovani – scegliere di difenderlo. È di questo che volevo parlare.
nel realizzare questo post, ho preso spunto da una riflessione di un amico e collega di Medium, Giuseppe, perché il tema mi sembrava particolarmente interessante.
Già… vale la pena conoscerlo e, allo stesso tempo, approfondirlo insieme, con quella calma che merita una scelta che ha un peso concreto sulle nostre tasche e sulle nostre abitudini.
Negli ultimi anni, acquistare un’auto è sembrato diventare improvvisamente più accessibile. Basta farsi un giro tra concessionarie o siti web per imbattersi in tariffe mensili apparentemente contenute, anticipi ridotti all’osso e prezzi promozionali che, guarda caso, sono validi solo se si sceglie il finanziamento.
Attenzione: non sto dicendo che queste formule siano sbagliate in sé. Spesso sono strumenti utili, ma hanno l’effetto di spostare tutta la nostra attenzione su un unico elemento, la rata mensile, offuscando quello che per me è il vero nodo della questione: il costo complessivo dell’operazione. Per questo motivo, prima di apporre una firma, fermarsi a guardare il quadro con più consapevolezza non è solo prudente, ma necessario.
Quando si decide di acquistare un’auto con un finanziamento, il prezzo del veicolo è solo il punto di partenza. A questo si aggiungono, talvolta in modo silenzioso, gli interessi, le spese accessorie, le commissioni di istruttoria, i costi di ispezione del pratico e, non di rado, polizze accessorie che vengono presentate come parte integrante del pacchetto. In questo groviglio di voci, il parametro più utile da osservare è il TAEG, perché rappresenta proprio il costo complessivo del finanziamento. E il punto cruciale è che il TAEG può variare in modo sorprendente tra un’offerta e l’altra: confrontare più preventivi, con la stessa attenzione con cui si confronta il modello di un’auto, aiuta a capire quanto si pagherà realmente, al di là della promessa di una rata leggera.
C’è poi una formula che negli ultimi anni è diventata onnipresente: quella con la maxi rata finale. Una struttura che promette libertà attraverso rate mensili basse, per poi presentare sul finale un conto significativo, spesso pari a un terzo o più del valore dell’auto. È una soluzione che può avere senso, ad esempio, per chi sa già di voler cambiare auto con frequenza. Ma proprio per questo è essenziale pianificare in anticipo cosa accadrà alla scadenza del contratto, perché le opzioni, in fondo, sono solo tre: pagare quella maxi rata e tenere l’auto; rifinanziare l’importo residuo, aprendo un nuovo capitolo di debito con ulteriori costi; oppure sostituire il veicolo stipulando un nuovo contratto, se la formula lo prevede. Non esiste una scelta giusta in assoluto, ma solo quella che si allinea alla propria situazione finanziaria e alle proprie abitudini.
Uno degli errori più comuni, in questo percorso, è valutare l’acquisto esclusivamente attraverso la lente della rata mensile. È un meccanismo psicologico comprensibile: la rata sembra domabile, rientra nel budget del mese, ci dà l’illusione di controllo. Eppure, questo approccio rischia di farci sottovalutare il costo totale del finanziamento, quello vero. Per uscire da questa trappola, credo sia utile considerare l’intera somma che effettivamente uscirà dalle nostre tasche: anticipo, totale delle rate, eventuale maxi rata. Senza dimenticare la durata del debito, che significa tempo di impegno economico, e l’impatto che questo ha sul risparmio e sugli altri obiettivi finanziari.
Perché, e qui arrivo a un punto che mi sta a cuore: l’auto è generalmente una spesa, non un investimento! Per quanto possiamo amare un modello, per quanto ci regali emozioni e libertà, tende a perdere valore nel tempo, fin dal momento in cui esce dal concessionario. Molti approcci di educazione finanziaria suggeriscono per questo di evitare di assumersi un impegno economico eccessivo rispetto al proprio reddito. Una linea guida prudenziale, che ho visto utilizzare spesso, suggerisce di mantenere il valore dell’auto entro un range di sei-otto mesi di reddito netto, e la rata mensile entro il dieci-quindici per cento del reddito. Non sono regole universali, intendiamoci, ma rappresentano dei riferimenti utili per valutare la sostenibilità dell’acquisto senza mettere in difficoltà il resto dei propri progetti.
C’è poi un aspetto ancora più sottile, che raramente viene considerato quando si stringe la mano sul contratto: il costo opportunità. Quando una quota significativa del proprio reddito viene destinata ogni mese al pagamento di una rata, si riduce automaticamente la capacità di costruire altre cose. Ad esempio, creare o alimentare un fondo di emergenza, che è la vera ancora di salvezza nelle imprevisti. Oppure avviare un investimento nel lungo termine, magari con piccoli importi versati con costanza, che nel tempo potrebbero beneficiare della capitalizzazione composta. Non parlo di operazioni speculative, ma di quella lenta e paziente costruzione di una base che restituisce, col tempo, una libertà diversa da quella di un’auto nuova.
Allora, quali sono alcuni modi prudenti per muoversi? Valutare anche auto usate o comunque meno costose, aumentare l’anticipo per ridurre la quota da finanziare, analizzare sempre il costo totale e non solo la rata. Avere fin da subito un piano per gestire quella eventuale maxi rata finale, confrontare più preventivi guardando al TAEG e alle spese incluse, e infine, chiedersi se quei risparmi che si ottengono con una rata più bassa non possano essere destinati a obiettivi di lungo termine più significativi. L’obiettivo, per me, non è rinunciare all’auto, ma fare in modo che la scelta dell’auto non comprometta la serenità finanziaria.
Il finanziamento auto è uno strumento che può essere utile, ma richiede attenzione. La rata mensile rappresenta solo una parte del quadro: il costo totale, la durata del debito e la pianificazione futura sono elementi altrettanto importanti. Prendersi il tempo per fare bene i conti prima di firmare può aiutare a evitare decisioni impulsive e, alla fine, è proprio quel tempo dedicato alla riflessione che migliora la qualità delle nostre scelte.
E voi cosa ne pensate? Avete mai acquistato un’auto con finanziamento? Vi siete trovati bene o avete scoperto costi aggiuntivi solo dopo? Preferite pagare in contanti o utilizzare la formula della rata? Qual è la lezione più importante che avete imparato in questo percorso? Condividete le vostre esperienze nei commenti: confrontarsi aiuterà tutti a prendere decisioni più consapevoli.
Disclaimer: Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente finalità educative e divulgative e non costituiscono consulenza finanziaria, legale o fiscale personalizzata. Ogni decisione di acquisto o investimento dovrebbe essere valutata in base alla propria situazione personale e, se necessario, con il supporto di un professionista qualificato. Tassi, condizioni contrattuali e risultati degli investimenti possono variare nel tempo e non sono garantiti.
Già, perché è proprio così che rischia di suonare, a volte, questa data. Un mazzo di mimose e auguri di circostanza, un’ondata di emozioni rosa e di cene tra amiche, che sembra sommergere e quasi mettere a tacere il motivo per cui, più di un secolo fa, si è cominciato a scendere in piazza.
E allora viene da chiedersi: cosa stiamo festeggiando davvero? Perché è difficile, quasi impossibile, parlare di festa quando, nel momento in cui scrivo, l’elenco di donne uccise per mano di uomini – padri, mariti, compagni, ex – continua ad allungarsi.
Solo in Italia, nei primi mesi di quest’anno, si contano decine di nomi, e se allarghiamo lo sguardo al mondo, il numero diventa una valanga che travolge ogni tentativo di celebrazione.
Forse dovremmo partire da qui, da una parola. Non “festa“, ma “giornata“. La Giornata Internazionale della Donna, o meglio, dei diritti della donna. Non è un dettaglio da grammaticali, è una questione di sostanza. La parola “festa” richiama qualcosa di compiuto, un traguardo raggiunto, qualcosa per cui gioire e brindare, ma non è così….
La verità è che questa ricorrenza nasce all’inizio del Novecento come un momento di lotta, di rivendicazione, per ricordare le battaglie sociali, politiche ed economiche che hanno permesso alle donne di conquistarsi, un passo alla volta, degli spazi. È una giornata che parla al futuro e al presente, non al passato. E il presente, purtroppo, ci mette davanti a una realtà cruda: non c’è molto da festeggiare quando il semplice fatto di uscire di casa, di dire di no, di volersi separare può costare la vita!
Il pensiero corre inevitabilmente a loro, a quelle centinaia di donne che nel mondo non ci sono più, vittime di quella che non è una tragedia del destino, ma una violenza di genere che affonda le radici in una cultura che fa fatica a morire.
Ecco, allora, che l’8 marzo non può e non deve essere il giorno in cui ci si dimentica di questi numeri, ma anzi, deve diventare la lente per guardarli con ancora più chiarezza. Perché la violenza non è un episodio a sé, staccato dal resto. È il punto di arrivo più estremo di un percorso fatto di discriminazioni, di disparità salariali che ancora oggi vedono le donne guadagnare meno dei colleghi uomini a parità di lavoro, di opportunità negate, di stereotipi che le vorrebbero in un ruolo piuttosto che in un altro.
La mimosa che compriamo per regalarla diventa allora un gesto vuoto, se non è accompagnata dalla consapevolezza che in tanti posti di lavoro, quella stessa donna che festeggiamo, deve ancora lottare per vedersi riconosciuta la sua professionalità.
So bene che esiste una data specifica per parlare di violenza, che è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E quella è una ricorrenza fondamentale, un momento in cui il dibattito si accende con una forza particolare. Ma sarebbe un errore pensare che l’8 marzo debba occuparsi solo di conquiste, lasciando il tema della violenza confinato a novembre.
La realtà è che la lotta per la parità e la lotta contro la violenza viaggiano sullo stesso binario, sono due facce della stessa medaglia. Non si può chiedere rispetto e pari dignità se, dall’altra parte, c’è un’emergenza che continua a mietere vittime. E allora, forse, il modo migliore per onorare questa giornata è proprio questo: non separare le cose, non indorare la pillola.
Ricordare le battaglie vinte, certo, le strade aperte, i diritti conquistati. Ma farlo con la testa china su quel maledetto elenco di nomi, perché il rispetto non può essere un regalo da scartare una volta all’anno, ma un’abitudine quotidiana, un impegno che riguarda tutti, uomini e donne, e che si coltiva ogni giorno, lontano dai riflettori e dalle mimose.
“Ho scelto te, una donna per amico, ma il mio mestiere è vivere la vita che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo forte debole compagna, che qualche volta impara e qualche volta insegna“. Una donna per amico – di Lucio Battisti.
Buongiorno e accomodati pure mio caro lettore/lettrice di questo mio blog e fai come me, versati quel caffè con calma, sì… senza fretta, in questa pausa che abbiamo deciso di concederci per provare ad ascoltare davvero cosa ci passa dentro e – ahimè – intorno…
Stamattina, tra una notizia che sembrava scritta per addormentare la coscienza ed un’altra che provava a svegliarla, ho incrociato le parole di un alto rappresentante delle nostre forze armate, frasi riportate in modo preciso, misurate, quasi chirurgiche.
Sì… tre miliardi di euro (naturalmente stava parlando dei nostri soldi…) destinati alla guerra!
Minch… li ha pronunciati come se fossero i suoi, con la stessa naturalezza con cui si comunica l’orario a chi improvvisamente ce lo chiede per strada…
Tre miliardi per armi e mezzi destinati a un teatro di guerra che non è il nostro, autorizzati da undici decreti che, diciamocelo apertamente, nessuno ha avuto il tempo, la voglia, o forse la possibilità, di leggere con attenzione.
Eppure quei soldi vengono da noi, dal nostro lavoro, dalle nostre tasse, dalle nostre rinunce quotidiane ed incredibilmente nessuno ha bussato alle nostre porte per chiedercene l’autorizzazione, e ancor meno qualcuno si è presentato alle nostre frontiere con le armi in pugno, sì… nessuno finora ci ha dichiarato guerra eppure tre miliardi si sono volatilizzati!!!
Già… eccoci ora a finanziare distruzione mentre viceversa non riusciamo a riparare una scuola, a sostituire un ascensore in un palazzo popolare, a garantire un pronto soccorso decente a chi ne ha bisogno e così… mentre assorbivo quei numeri, tutto quel denaro sprecato, ho sentito una specie di smarrimento lento, come quando ti accorgi che una porta si è chiusa alle tue spalle senza rumore.
Ho letto di confini sfumati, di cyberattacchi, di cittadini chiamati a sentirsi sentinelle del proprio Stato, certo… concetti non privi di senso, se isolati, ma uniti gli uni agli altri, raccontati ogni giorno con crescente insistenza, formano una narrazione che mi pare scivolare, con passi piccoli e continui, verso una normalizzazione del conflitto.
Non come eccezione, non come ultima risorsa, ma come condizione permanente, quasi inevitabile. E allora mi chiedo: stiamo costruendo, pezzo dopo pezzo, decreto dopo decreto, una strada che porta inevitabilmente là dove non vorremmo mai arrivare? Perché sembra proprio che stiamo imparando a convivere con l’idea della guerra come se fosse una stagione da attraversare, non un’aberrazione da impedire con ogni mezzo.
Poi tornano in mente quelle frasi tecniche, quelle cifre da bilancio: “riequilibrio delle dotazioni”, “sostenibilità della risposta convenzionale”, “mantenimento delle condizioni operative”, oltre cinque miliardi stanziati quasi in silenzio, tra un’intesa notturna e un compromesso di corridoio.
Si discute di cyber e di logistica come se stessimo parlando di una nuova rete di metropolitana, con lo stesso distacco e la stessa fretta. E intanto, senza clamore, si approva un nuovo decreto che innalza gli aiuti militari a priorità nazionale – mediato, certo, con un partito di governo, ma mediato come si fa con il prezzo di un appalto, non con il destino di un paese.
È proprio questa inesorabilità che mi agghiaccia. Perché la follia – o almeno una deriva pericolosa di essa – non arriva mai travestita da mostro urlante; arriva vestita da buonsenso, da competenza, da dovere istituzionale.
E quando si spendono miliardi senza un dibattito vero, senza che la gente possa scegliere, senza che il Parlamento abbia il tempo e lo spazio per esprimersi con responsabilità, allora sì, si rasenta il limite. E se consideriamo la qualità dei protagonisti di questa fase – scarsamente preparati, poco visionari, spesso pronti a scambiare la complessità per semplicità – il mio timore non è astratto. È concreto, radicato nel presente, e si allunga già nel futuro.
Temo davvero, tra qualche anno, di guardarmi indietro e di dover ammettere che questo conflitto che ora ci sembra lontano, inevitabile, “non nostro ma da sostenere”, poteva essere evitato. Potevamo essere protagonisti di pace in modi diversi: con diplomazia tenace, con investimenti in cooperazione, con l’esempio di una nazione che sceglie la costruzione anziché l’armamento. Invece, a quanto pare, la via più facile—o forse solo l’unica che alcuni sanno percorrere—è quella della risposta armata, della spirale che si avvita su se stessa.
E noi, nel silenzio di chi non viene interpellato né informato davvero, stiamo seguendo passi che qualcun altro ha già deciso per noi. Senza chiedere il permesso. Senza ascoltare la voce di chi, ogni giorno, sceglierebbe un’altra strada, se solo gliene venisse data l’occasione
Ok… va bene, parliamo di questa idea: far sparire la mafia dai film, dalle serie, dalle storie che girano intorno a noi.
Lo so, lo so bene, non si tratta di cancellarla del tutto, quanto piuttosto di toglierle quel velo di fascino che, per troppi anni, le è stato cucito addosso da una narrazione troppo spettacolare, troppo compiaciuta, quasi ammirata.
L’intento è condivisibile, anzi necessario: non vogliamo che i nostri ragazzi guardino a quegli uomini come a modelli, non vogliamo che l’oscurità venga scambiata per forza, l’arroganza per coraggio, la violenza per potere. Il punto, però, non è nascondere la realtà, ma raccontarla senza orpelli, senza mitizzarla.
Perché la mafia non è un’invenzione da sceneggiatura, è un fatto, un tessuto che ha attraversato e ancora attraversa vite, quartieri, intere regioni, e persino le stanze del potere; nasconderla sarebbe non solo inutile, sarebbe ipocrita: una sorta di patto tacito con l’ignoranza, un modo per non guardare in faccia la verità.
Serve invece una rappresentazione più onesta, più cruda, che non risparmi i dettagli scomodi: quegli uomini, nella maggior parte dei casi, non sono eroi, menti raffinate, ma neppure architetti del male, sono spesso individui ignoranti, culturalmente vuoti, cresciuti in contesti senza affetto né regole, dove l’unica lingua parlata è quella del dominio e del sospetto.
Peraltro, la ricchezza accumulata non è libertà, è una gabbia dorata che non possono nemmeno aprire: non viaggiano, non frequentano, non godono, vivono sempre in allerta, con lo sguardo fisso alle spalle, come se il mondo intero fosse una minaccia.
E alla fine, molti di loro finiscono come tutti gli isolati: soli. Rinchiusi in celle di massima sicurezza, abbandonati dagli stessi che un tempo li osannavano, dimenticati persino dai familiari. Non c’è gloria in quella fine. C’è solo il vuoto di una vita spesa a costruire niente, se non paura!
Ma qui sta il nodo più difficile da sciogliere: non basta cambiare il modo in cui si racconta la mafia, se poi non si ha il coraggio di guardare a chi le tiene aperte le porte ogni giorno.
Non parlo dei picciotti, dei piccoli spacciatori, di chi obbedisce e basta, senza chiedere, di chi spara, percuote, minaccia di persona, cioè di chi fa il “lavoro sporco” in prima persona senza chiedere…
No… mi riferisco a di chi indossa un completo, firma delibere, stringe accordi in sale riunioni, di chi evidenzia “mani pulite”, sapendo di avere la coscienza “sporca”. Sono loro il motore nascosto, il collante, il sistema che trasforma un’organizzazione criminale in un apparato quasi istituzionale.
Eppure, mentre si discute se una serie tv, un film, sia troppo morbido o troppo cruento, quella rete continua a tessersi indisturbata, sotto gli occhi di tutti, anzi, spesso proprio grazie allo sguardo distolto di molti o proprio di coloro che propongono l’abolizione di quelle trame romanzate.
Le mafie oggi non sparano più in piazza, non ammazzano i giudici in mezzo alla strada – per fortuna – ma sono più forti che mai, perché hanno imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio dell’economia, della burocrazia, del consenso.
Sono dentro le gare d’appalto truccate, nei contratti gonfiati, nelle nomine pilotate, nei silenzi compiacenti, nelle assemblee dei consigli comunali. Non c’è bisogno di armi quando hai chi ti fa passare un atto inosservato: la violenza si trasforma in omissione, in complicità, in corruzione.
Le inchieste lo dicono ogni ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, senza clamore, senza titoloni: non si tratta di sparatorie, ma di firme, di bonifici, di verbali falsificati, di relazioni tecniche appositamente taroccate. Eppure dal nostro governo si preferisce dibattere di film e fiction, come se la verità potesse essere cancellata cambiando un copione, mentre la realtà continua a marciare, silenziosa e implacabile.
Allora sì, raccontiamola meglio, la mafia! Ma questa volta non per far bella figura davanti alle telecamere di una Tv utilizzata a modello “propaganda” o per accontentare le sensibilità del momento, sì… raccontiamo perché chi ci governa, chi decide, chi ha potere di scelta, si senta ora chiamato in causa, senza che un pentito o un boss prima di morire da dentro il carcere abbia deciso di parlare…
Perché la vera battaglia non si combatte sul set di una serie, ma nelle aule di tribunale che vanno potenziate, nei controlli che vanno resi più efficaci, nelle scuole dove bisogna insegnare a riconoscere il clientelismo prima ancora che la violenza. E se non si ha il coraggio di guardare lì – dove stanno le mani che stringono, non quelle che sparano – ogni discussione sulle storie inventate resta solo rumore di fondo, un diversivo comodo, quasi colpevole.
Perché quel sistema non vive solo di omertà e intimidazione: vive di consenso, di complicità elettorale, di voti che vengono raccolti proprio grazie a quei legami. E fino a quando non si avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – senza giri di parole, senza eufemismi, senza distrazioni inutili -nessun cambiamento sarà reale! Sì… nessuno.
Ho letto ieri sera un’intervista di Irene Carmina a Salvo Ficarra, e sono state le sue prime parole a colpirmi…
Parlava di un limite, usava la metafora della casa comune, depredata non solo dei suoi valori più preziosi ma persino delle cose più umili, quelle di ogni giorno. A quel punto, diceva Ficarra, scatta qualcosa: ci si chiede, ma un limite non dovrebbe esserci? E la risposta, amara, era che forse quel limite in Sicilia lo abbiamo superato da tempo.
Dopo aver letto quell’intervista con passione, ha serpeggiato in me un interrogativo ancora più amaro, già… le stesse sue parole che vado ripetendo da anni: come mai non siamo ancora scesi in piazza a dire basta, a pretendere che qualcosa, finalmente, cambi? Come mai i miei conterranei non fanno nulla per cambiare questo stato di cose che, da quasi un secolo, infetta questa nostra terra?
Nel 2015 provai a dare una risposta attraverso un post intitolato “È la mafia che ha preso dai siciliani o sono i siciliani che hanno preso dalla mafia?“. Ma risposta non c’era. Forse perché, come scrivevo allora, mi stavo convincendo ogni giorno di più che diventa difficile credere – per la maggior parte dei siciliani – di poter estirpare ciò che da sempre appartiene organicamente al Dna della nostra vita, accettato da oltre un secolo, dal corpo e dalla mente. Potrei dire metaforicamente che è ormai “cosa nostra“!
Scendere in piazza sarebbe bello per cambiare definitivamente questo stato di cose. Ma la verità è che i siciliani l’hanno fatto una sola volta, e parliamo di un tempo lontanissimo: quello dei Vespri. Mi sono ormai convinto che la maggior parte dei miei conterranei è corrotta nell’animo. Non definirei mafiosi tutti i siciliani, sarebbe scorretto e ingiusto; ma la Sicilia non ha nulla a che fare con la mafia? Ahimè non è così, se essa vive, prospera e si sviluppa a macchia d’olio in questo territorio, la colpa principale è proprio dei siciliani.
Osservate i comuni sciolti per mafia, i sindaci coinvolti in inchieste giudiziarie, i deputati, gli assessori, i consiglieri, tutti quegli appartenenti a giunte di partito che, da tempo posti sotto processo, continuano purtroppo a sedere su quelle poltrone. Non voglio ergermi a paladino della giustizia – chi mi conosce sa che è proprio ciò che faccio quotidianamente – ma la verità, senza alcun tono polemico, è che dietro a questa nostra società vi è una parte consistente di miei conterranei che non fa il proprio lavoro in maniera onesta. Opera costantemente nell’illegalità, proprio attraverso i propri incarichi, per ricevere mensilmente un ulteriore tornaconto economico.
Ecco qual è la più pericolosa associazione illegale di questa terra: non la mafia, i mafiosi o i loro familiari. Sono le persone insospettabili, quelle che conosciamo tutti, che detengono il potere sociale, economico e finanziario e rappresentano un vero e proprio cancro per questa terra. Parliamo di una classe dirigente che si fa incantare dalle lusinghe, dalle carriere, dalle promesse di favori e dal denaro messo loro a disposizione, lo stesso con cui alimentano quel mondo corruttivo.
Ai siciliani interessa poco confrontarsi con la mafia, anzi non gli importa minimamente di farne parte. A loro interessa soltanto cosa si può ricevere da essa: approfittare del bisogno di quell’organizzazione per entrare negli appalti pubblici, nei finanziamenti, nella gestione degli interessi imprenditoriali, per ottenere autorizzazioni, concessioni, sfruttare i posti di lavoro offerti, ricevere mazzette, raccogliere quel voto di scambio ottenuto grazie ai consensi sociali di cui essa gode nel territorio.
La Sicilia è bellissima, ma ahimè corrotta nell’animo. Certo, non tutti i siciliani risultano contagiati, ma la maggior parte di essi evidenzia una particolare bramosia che li tiene saldamente soggiogati. La Magistratura ormai ci propina inchieste che conosciamo a memoria, nomi di indagati che hanno la durata di un istante e noi tutti ci siamo stancati di leggere quei nomi. Dice bene Ficarra: in questa storia non c’è proprio nulla di comico, neppure un barlume.
Ma caro Salvo, questa è la società che essi preferiscono: immobile, rassegnata, soprattutto individualista, che tende ad escludere i bisogni della maggioranza, premiando esclusivamente le necessità personali e familiari, il proprio orticello. Perché a questi siciliani non importa la condizione in cui vivono, né ricercano un futuro migliore per i propri figli. Preferiscono subire il fascino dell’agonia, di quell’angoscia vissuta sulla propria pelle, quasi vivendo in attesa di un miracolo.
Basta osservare quanto avviene intorno a noi: una vera e propria negazione sociale che spinge ciascuno verso lo scetticismo, allontanando ogni ipotesi di miglioramento. Una contraddizione latente che cerca in ogni occasione quel consenso politico, quel sistema affaristico e clientelare legato a filo diretto con il mondo illegale, mafioso e consociativo. Ecco la doppia anima dei siciliani: quella a cui non interessa riflettere, quella che pur amando la propria terra non vuole cambiare rotta, che resta elettrice “fedele” di quanti, grazie a quel voto, hanno abusato del potere conferito loro.
Ai siciliani – lo dimostrano nelle votazioni regionali e nazionali – non interessa un cambiamento, una nuova possibilità. In loro non vi è alcuna insofferenza, né fermento di rivoluzione. Non riescono neppure ad aggregare e mobilitare quelle poche forze oneste in grado di spezzare il circuito dell’illegalità e della corruzione. Alla maggior parte di loro non serve: va bene così. Peraltro, non è grazie a quel mondo – e soprattutto a quell’economia sommersa – che riescono a sopravvivere?
Non posso che apprezzare le parole espresse da Ficarra. Sì… sarebbe bello se a quelle parole si potesse dare seguito con i fatti, iniziando a scendere in piazza per farci sentire da chi non vuole ascoltare.
Io comunque sono già qui, in attesa che anche lui mi raggiunga. Auspico solo che, alla fine, in mezzo a quest’enorme piazza, non saremmo solo in due
C’è una specie di uomo (e di donna) che esiste solo in branco. Non sa stare da solo, non sa parlare se non urlando, non sa guardare negli occhi se non per sfidare chi già trema. Si sente forte solo quando qualcun altro è piegato, ride solo quando sente il silenzio di chi ha smesso di ribellarsi, si gonfia di coraggio solo quando il terreno è già stato spianato dalla paura altrui.
Sono quelli che definiscono “bulli“, ma forse sarebbe più onesto chiamarli per quello che sono: individui meschini, incapaci di rispetto, affamati di potere che non sanno conquistare se non rubandolo a chi non ha la forza di difenderlo. Non combattono, non discutono, non si misurano: aggrediscono. E lo fanno sempre da dietro un muro di compari, perché da soli non reggerebbero neppure il peso del proprio vuoto.
Il sottoscritto viceversa “il nemico lo combatte quando è vivo e non quando è morto. Lo combatte quando è in piedi e non quando giace per terra”.
Già… non è un grido di battaglia, non è l’inno di chi cerca lo scontro per il piacere di distruggere. È qualcosa di più profondo, un principio che parla di onore – non quello delle apparenze, delle pose, delle urla nel vuoto – ma quello che nasce dal coraggio di guardare negli occhi chi ti sta di fronte, senza nascondersi dietro il branco, senza doverlo fare esclusivamente per compiacere il bullo o per non finire come quell’altro, già sottomesso al branco e ahimè pronto a cadere per venir calpestato.
Sì… faccio sempre l’esatto contrario di ciò che farebbe il bullo: quest’ultimo infatti non sceglie mai un avversario in piedi, perché sa che non vincerebbe. Preferisce quindi un bersaglio immobile, un’anima già ferita, un corpo che non reagisce più. E in quel gesto non c’è forza, c’è solo la confessione di una debolezza disperata.
Combattere un nemico quando è in piedi significa riconoscerne il valore, la dignità di avversario. È nello scontro frontale, quando entrambi sono all’apice delle forze, che si misura veramente se stessi. È in quel confronto che le proprie idee vengono messe alla prova, affilate, e a volte persino cambiate.
Sconfiggere qualcuno che non può più reagire, che è già sconfitto dalla vita o dalle circostanze, non è una vittoria, è solo l’ombra di un atto, l’ennesimo gesto che non lascia nulla se non il vuoto. Eppure, quanti sono quelli che scelgono proprio quel vuoto? Quelli che ridono solo quando qualcun altro trema, che parlano solo quando l’altro tace, che si sentono grandi solo accanto a chi è stato ridotto a niente? Non sanno che la vera grandezza non si costruisce sulle spalle di chi cade, ma sul coraggio di restare in piedi anche quando il vento soffia forte.
C’è una motivazione etica in questo, un rispetto quasi tragico per la figura dell’altro. Perché se il nemico è degno del tuo odio, della tua opposizione totale, allora deve essere degno anche di tutto il tuo rispetto in quanto forza contraria.
Abbatterlo quando è già a terra non è solo vigliaccheria, è un tradimento della ragione stessa per cui hai deciso di combattere. È ammettere di aver paura non della sua forza, ma della sua stessa esistenza, e di voler cancellare non la sua minaccia, ma la sua memoria.
Ed è qui che si nasconde il bullo: non nell’atto violento in sé, ma nella sua incapacità di esistere senza umiliare, senza sminuire, senza trascinare qualcun altro nel fango per sentirsi pulito. Non ha idee da difendere, non ha valori da affermare – ha solo il bisogno disperato di sentirsi qualcuno, anche a costo di far sentire nessuno chi gli sta di fronte.
E poi c’è una motivazione che riguarda noi stessi, la nostra integrità. Che uomo o donna, diventiamo se ci abituiamo a colpire solo chi è incapace di rialzarsi? La nostra forza si trasforma in bullismo, la nostra convinzione in fanatismo. Perdiamo la capacità di vedere il confine tra giustizia e crudeltà.
Combattere un nemico in piedi è un atto che nobilita entrambi, perché costringe alla chiarezza, al coraggio, a guardarsi negli occhi e ad accettare le conseguenze delle proprie azioni. Chi invece ha bisogno del branco per sentirsi qualcuno, chi ride solo quando qualcun altro piange, non sta combattendo: sta nascondendo. Nasconde la propria fragilità dietro la maschera della prepotenza, e la sua vittoria è sempre amara, perché sa che non è mai stata reale.
La forze sta nel sapere contraddire senza aggredire, di sapersi opporre ad ogni idea contraria alla nostra in maniera educata, discutendo, argomentando, mettendo in gioco la propria intelligenza. Non si deve attaccare, marginalizzare, deridere o obbligare al silenzio gli altri con la forza. Perché è nel confronto con ciò che ci sfida che si cresce, è solo affrontando avversari in piedi che possiamo, un giorno, costruire qualcosa di solido sulle ceneri di uno scontro leale.
Il vero coraggio non è mai nel calpestare chi è già caduto, ma nel riconoscere che anche chi ci sta di fronte merita di stare in piedi, perché solo allora sapremo davvero cosa significhi stare in piedi noi stessi.
Ieri, 4 ottobre, non era soltanto una giornata di commemorazione religiosa, ma soprattutto un’occasione per celebrare i valori universali di San Francesco, simbolo di pace, fraternità, solidarietà e amore per il prossimo.
È per questo che avevo iniziato, in onore della festa di San Francesco, queste righe: un testo che dava seguito a un gesto compiuto nei giorni scorsi – una missiva ufficiale inviata al Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.
Un piccolo atto, forse inconcludente come una goccia in un oceano, ma che vuole ricordare come anche una goccia di colore verde – sì, proprio come la speranza – possa cambiare il colore dell’acqua intera.
Come dicevo, l’ho inviata non come rappresentante di alcuna istituzione, ma semplicemente come cittadino, come padre di due figlie, come uomo che crede nella verità e nella pace.
La mia preoccupazione nasce dall’ascolto dei notiziari serali, da titoli che parlano di un presunto attacco della NATO contro la Russia. Come genitore, questa narrazione mi spaventa profondamente: non tanto per la guerra in sé, quanto per il riconoscimento di un copione ormai familiare – quello della costruzione mediatica del nemico, dell’amplificazione deliberata dei toni, di notizie che sembrano studiate per accelerare il passo verso un conflitto più ampio.
Da trent’anni lavoro come project manager e/o responsabile QHSE, sia in ambito nazionale che internazionale, e da quindici mi dedico alla scrittura attraverso questo blog, riflettendo su informazione, potere e democrazia. Proprio questa esperienza – e soprattutto il contatto diretto con persone di altre nazionalità – mi ha permesso di crescere, aiutandomi a conoscere realtà molto diverse dalla mia.
Inoltre, la passione per lo studio, in particolare per la storia, mi ha fatto comprendere quanto spesso i media trasformino eventi complessi in narrazioni semplificate, manipolate o addirittura inventate, con lo scopo di plasmare l’opinione pubblica e generare un consenso artificiale.
Sono fermamente convinto che l’attuale escalation – inclusa la recente notizia sui droni lanciati dalla Russia sui territori di Polonia, Estonia e Romania – non corrisponda alla verità dei fatti. Così come non ho mai creduto al racconto sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, episodio rimasto senza inchieste indipendenti. Temo, infatti, che si stia cercando di costruire un pretesto per allargare un conflitto già gravissimo.
Questa guerra avrebbe potuto essere evitata già nel 2014, se allora fosse prevalsa la diplomazia invece dell’espansione strategica, se si fosse ascoltato ciò che il Presidente Putin proponeva in termini di sicurezza collettiva, anziché illudere l’Ucraina con promesse di ingresso nella NATO. Oggi il rischio è che si ripeta quanto accaduto nel secolo scorso: un conflitto che potrebbe travolgere nazioni attualmente non coinvolte, compreso il nostro Paese.
Per questo ho chiesto una dichiarazione ufficiale, chiara e inconfutabile, che smentisca categoricamente l’ipotesi di un attacco con droni da parte della Russia. La mia richiesta vuole evidenziare – e quindi permettere di comprendere – se gli ordigni mostrati dai media corrispondano realmente a modelli di fabbricazione russa o se invece siano repliche costruite ad hoc per alimentare la narrativa bellica.
So di non essere un interlocutore istituzionale, ma credo fermamente che ogni persona che, nel silenzio, sceglie di dire la verità, accenda una luce. E come scrivo spesso: «Chi nel corso della vita ha acceso anche soltanto una luce, nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano».
Confido che, nonostante le circostanze difficili, ci sia ancora spazio per il dialogo, per la verità e per la pace. Auspico che questa guerra possa finire e che il mondo – compresi i popoli del Medio Oriente – possano ritrovare un equilibrio fondato sul rispetto reciproco, non sulla paura.
Perché quando un padre scrive una lettera, non lo fa da politico o da stratega, ma dalla prospettiva fragile e al tempo stesso determinata di chi desidera un futuro possibile per i propri figli.
Nicola Costanzo
Cittadino italiano, scrittore e osservatore indipendente.
Stamani voglio confessarvi una verità… Da qualche tempo evito di partecipare alle commemorazioni ufficiali degli anniversari delle stragi, tutte, non solo quelle più note del ’92 e ’93, sì… e questo per due precisi motivi.
Il primo è legato a una sensazione di crescente fastidio, quasi di nausea, già… nel ritrovarmi in luoghi solenni dove si parla di memoria, di dolore, di giustizia, mentre poi dinnanzi a me, su quel palco, siedono personaggi che indossano la maschera del rispetto per le vittime, ma che poi, appena scendono dal palco, stringono mani e salutano affettuosamente proprio coloro che – in qualità di eredi di quei passati criminali, rappresentanti diretti di chi ha provocato le migliaia di morti in questo Paese – garantiscono loro affari e soprattutto voti.
Il secondo motivo è più profondo, più interiore: ho smesso di riconoscermi in quelle cerimonie perché mi sembrano sempre più vuote, ripetitive, sì… rituali sterili che servono a dare l’impressione di ricordare senza mai veramente voler capire.
Mi chiedo spesso cosa resti davvero di quegli omicidi, di quelle stragi, sì… dopo i minuti di silenzio, dopo i discorsi letti con voce tremula, dopo quelle bandiere poste a mezz’asta. Sembrano da quel palco commossi, ma ditemi: cosa è rimasto di fatto dell’operato di Falcone, di Borsellino? Io sento ancora un silenzio assordante, in particolare su chi – da quelle poltrone istituzionali – li ha traditi, su chi ne ha ostacolato il lavoro, su chi ha lasciato che venissero barbaramente uccisi insieme agli uomini e alle donne della scorta.
In questi giorni ho avuto modo di acquistare in una bancarella e letto alcuni romanzi di una saga mafiosa di Vito Bruschini: il primo capitolo di questa saga, “Romanzo mafioso. L’ascesa dei corleonesi”, racconta, con un tessuto narrativo sorprendente e un’accurata aderenza alla Storia del nostro Paese, la nascita e l’espansione capillare del fenomeno mafioso in Italia e nel mondo e soprattutto coloro che – legati al mondo politico e imprenditoriale – li hanno protetti e permesso l’ascesa.
Ecco perché ho cominciato a disertare quegli eventi, non per mancanza di rispetto, ma proprio per rispetto estremo verso chi è caduto. Perché non posso stare accanto a chi oggi piange in pubblico e ieri ha stretto alleanze con chi festeggiava in privato quelle stesse bombe, che hanno poi permesso la nascita di taluni attuali partiti
Sono stanco di ascoltare retoriche sulla legalità, in particolare da chi ha protetto tutti quei colletti bianchi mai toccati dalla giustizia, da chi ha favorito i depistaggi con il silenzio o con le parole sbagliate al momento giusto.
Ma d’altronde la verità è stata soffocata, l’agenda rossa è ora nelle mani di chi ha in qualità di puparo il potere di ricattare quanti siedono su queste nuove poltrone, sì… qualcuno di quei suoi predecessori è stato incredibilmente riabilitato, qualcun altro è riuscito a passare a nuova vita senza così pagarne le conseguenze, altri ancora grazie ad accordi e ricatti hanno potuto beneficiare del dubbio, riuscendo così ad esser riabilitati, quantomeno per poter far continuare (in quel contesto di “casta”) i propri familiari.
Certo, avrei voluto vedere un Paese capace di non rimandare la storia, gli eventi, la verità… ed invece tutto continua ad essere rimandato, già… per non trovar mai risposta.
Ma la circostanza peggiore è che ogni volta che si prova ad andare oltre il racconto (artefatto) ufficiale, si finisce per essere additati come complottisti, disturbatori, sì… di quella pax sociale che garantisce a molti, collusione, raccomandazione, compromesso, clientelismo e soprattutto illegalità.
Ed allora io resto ancora in attesa di conoscere le risposte: chi tra le istituzioni ha avuto interessi opposti alla verità? Chi aveva bisogno che certi magistrati sparissero? E soprattutto, perché ancora oggi, ad oltre trent’anni di distanza, nessuno vuole raggiungere l’unica verità? Ed infine, quali nomi ancora mancano all’appello e nessuno vuole portare alla luce?
Sicuramente la verità processuale non arriverà mai, non certo con l’attuale governo e chissà, forse neppure con uno formato da quella sinistra che ha di fatto permesso – rendendosi complice – le stragi che ben conosciamo.
La verità storica comunque non potrà mai essere cancellata, verrà un giorno in cui tutto esploderà, i dossier usciranno fuori e i nomi di quei complici verranno portati alla giustizia della memoria, e quel giorno saremo lì a bisogna chiedere conto a chi ha detenuto il potere, a chi ha mantenuto il silenzio, a chi ha costruito carriere sulle macerie di quegli anni!
Perché noi tutti non possiamo permettere che una società dimentichi chi ha pagato con la vita per aver creduto nello Stato, una società che perde la memoria perde anche se stessa, diventando proprio come quella che osservo in questi giorni: docile, plasmabile, pronta ad ingoiare qualsiasi narrazione gli viene indottrinata, sì… pur di non dover guardare negli occhi il suo passato sporco.
D’altronde “Un discorso che abbia persuaso una mente, induce la mente che ha persuaso a credere nei detti e a consentire nei fatti.” (Gorgia da Lentini, ca. 485 a.c. – 375 a.C.)
Ed allora pur stando lontano da quei palchi, dentro di me porto ogni giorno quel loro insegnamento, e cerco di riproporlo con la formazione, col mio blog, con le denunce, perché a differenza di quanti in molti pensano, quel passato non è stato cancellato, non è stato sepolto, non è morto, anzi è più vivo che mai, già… perché fintanto che ci saranno persone perbene, questo Paese avrà la forza di rialzarsi.
Ogni volta che guardiamo una mappa appesa a una parete, su un libro di scuola o sullo schermo di un telefono, diamo per scontato che ciò che vediamo sia la verità geografica del mondo. Ma non lo è.
Quella che ci è stata consegnata come rappresentazione fedele è in realtà un’illusione costruita con precisione, un’immagine distorta che ha servito a plasmare il nostro sguardo sul pianeta e, soprattutto, sul suo continente più ingiustamente ridimensionato: l’Africa.
La proiezione di Mercatore, quella che tutti conosciamo, non è stata scelta per fedeltà alla realtà, ma per comodità e dominio.
Ha esagerato le dimensioni delle nazioni del Nord, gonfiando Russia, Canada, Stati Uniti ed Europa, mentre ha rimpicciolito in modo drammatico l’Africa, facendola apparire meno estesa della Groenlandia, quando in verità potrebbe contenerla più di quattordici volte. E non solo: dentro i suoi confini reali ci starebbero tranquillamente gli Stati Uniti, l’India, la Cina, l’Europa intera e il Canada tutti insieme, senza nemmeno sfiorare i margini.
Questa manipolazione non è stata solo un errore cartografico, ma un atto politico. Ridurre l’Africa sulla mappa è stato il primo passo per ridurla nella storia, nell’economia, nella cultura e nella percezione globale. Una diminuzione geografica che ha preceduto e giustificato una riduzione umana, come se un continente così vasto, ricco di civiltà millenarie, biodiversità unica e risorse fondamentali, dovesse essere visto come marginale, arretrato, dipendente.
Eppure, la vera grandezza dell’Africa non sta solo nei chilometri quadrati, ma nel peso che avrebbe dovuto avere nel racconto del mondo. Se la sua dimensione fosse stata sempre mostrata con onestà, forse il mondo avrebbe imparato a guardarla con rispetto, non con pietà o interesse sfruttativo. Forse non avremmo visto confini tracciati con un righello da potenze lontane, che spezzavano tribù, univano nemici e dividevano culture solo per comodità amministrativa.
Francesi, inglesi, portoghesi, tedeschi e italiani, poi nuove forme di dominio economico e politico, hanno lasciato un’eredità di divisioni artificiali che ancora oggi generano conflitti, instabilità e sofferenza. Quelle linee dritte sulle mappe non erano geografia, erano potere. E il potere ha sempre bisogno di ridurre ciò che non può controllare, per poi riempirlo con la propria narrazione.
Ma cosa sarebbe oggi l’Africa se nessuno avesse mai disegnato quei confini? Se le sue civiltà avessero potuto evolvere senza invasioni, saccheggi, schiavitù e sfruttamento? Non lo sapremo mai. Possiamo però scegliere di smettere di vederla attraverso gli occhi di chi l’ha sempre voluta piccola.
Ripristinare la sua reale dimensione sulla mappa è un atto simbolico, ma potente. È un primo passo verso la liberazione da una visione distorta, ereditata da secoli di colonialismo cartografico, culturale e mentale. È un invito a riconoscere che l’Africa non è un continente da salvare, ma un gigante che è stato costretto a stare in ginocchio.
Guardare una mappa vera, dove l’Africa troneggia con la sua grandezza naturale, non è solo una correzione geografica. È un atto di giustizia. È un monito a non fidarsi mai ciecamente di ciò che ci viene mostrato, perché dietro ogni rappresentazione c’è sempre una prospettiva, e spesso quella prospettiva serve a nascondere chi comanda e a umiliare chi viene comandato.
Il mondo ha bisogno di un’Africa vista per quella che è: immensa, vitale, centrale. Non come una periferia da sfruttare, ma come un cuore pulsante della storia umana. E forse, solo quando smetteremo di vederla in piccolo, potremo iniziare a capire quanto grande sia davvero il nostro mondo.
Basta leggere qualsiasi studio sul fenomeno della criminalità per capire come i giovani siano i più vulnerabili a scivolare nell’illegalità.
Le statistiche parlano chiaro: la delinquenza è più diffusa tra i giovani e raggiunge il picco tra i 20 e i 25 anni, per poi diminuire gradualmente con l’età.
Questa tendenza evidenzia come l’attività criminale inizi spesso precocemente, alimentata dall’immaturità, dall’inesperienza e dalla difficoltà nel riconoscere i pericoli, inclusi i soggetti che spingono verso il malaffare.
I giovani, in questa fase della vita, sono più inclini a comportamenti impulsivi, ribelli e meno conformisti.
Questi fattori, insieme a una maturità sociale non ancora pienamente sviluppata, contribuiscono a renderli più esposti alle attività illecite. Ed è proprio per questo che è essenziale intervenire: sostenere i ragazzi nel loro percorso di crescita psicologica e sociale è la chiave per allontanarli dalle lusinghe della criminalità.
Osservando in questi lunghi anni il mondo lavorativo posso affermare, senza alcuna incertezza, che i giovani coinvolti in attività criminali svolgano ruoli marginali, spesso i più rischiosi e facilmente identificabili, come furti o rapine.
Al contrario, le attività criminali più sofisticate, come quelle nel mondo economico o ai vertici delle organizzazioni mafiose, sono riservate a chi ha raggiunto una posizione consolidata con l’età. Questo scenario rende ancora più urgente offrire ai giovani opportunità alternative che possano dare loro un senso di appartenenza e realizzazione senza dover ricorrere al crimine.
Laddove la disoccupazione e l’esclusione sociale sono più forti, l’adesione a una “cosca” spesso appare come l’unica via per ottenere promozione sociale e affermazione personale.
E allora, cosa possiamo fare? Lo Stato ha il dovere di offrire ai ragazzi percorsi di formazione, lavoro e crescita che li aiutino a dire “NO” alla criminalità, anche in contesti difficili. Dare loro una vera alternativa significa sottrarli alla morsa della criminalità organizzata, offrendo un futuro migliore non solo a loro, ma anche alla nostra società.
Se vogliamo davvero contrastare la criminalità giovanile, dobbiamo smettere con le chiacchiere sterili e investire seriamente in programmi che mettano i giovani al centro, perché ogni ragazzo salvato dal crimine è un passo verso una società più giusta e sicura per tutti.
Lasciamo perdere quanto accaduto a causa del Covid-19 o quanto sta accadendo con la guerra in corso, certo… non si può dire che i ragazzi non siamo oggi moralmente in grande difficoltà, si sentono smarriti e non sanno quale percorso affrontare e dove soprattutto questo li porterà…
Mi riferisco a quanti stanno completando i propri studi, ma anche a coloro che hanno preferito interromperli anticipatamente o perché desideravano dedicarsi ad una professione…
Beh… alla fine, osservando tutto ciò, solo uno su mille riesce ad emergere, già proprio come quella canzone e sono difatti pochissimi i casi in cui qualcuno riesce a farlo con le proprie forze, il più delle volte si sa,ci vuole quella particolare raccomandazione, fornita quasi sempre dal proprio contesto familiare!!!
Mentre per gli altri, già per quanti devono farcela con le loro forze, ecco per questi la salita (ahimè) è molto ripida, anche se poi alla fine, giunti alla vetta, saranno loro ad aver le maggiori soddisfazioni…
Ovviamente per quest’ultimi i sacrifici saranno tanti e non solo, nel loro percorso troveranno discordanti suggerimenti e soprattutto parecchi consigli che non faranno altro che creare ancor più confusione e preoccupazione nell’affrontare in maniera serena quel percorso…
D’altronde va detto, la maggior parte dei quelle gratuite indicazioni, servono esclusivamente a scoraggiarli, a togliere dal campo un valido antagonista, quei messaggi non hanno alcun ausilio, ma tendono principalmente ad escluderlo, affinché essi non giungano mai a progettare il proprio futuro.
Ed i primi a creare quei problemi pensate un po’, sono proprio i soggetti posti a governare questo Paese, che invece di incentivarli, prepararli ed orientarli verso una scelta di responsabilità, fanno sì che essi restino sempre sottomessi…
In questa maniera si potrà limitare la loro personalità e preparazione, in particolare verrà circoscritto quel loro adoperarsi a partecipare in maniera responsabile e consapevole all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese…
Li si vuole escludere da tutto, peraltro in quel ruolo c’è già chi dovrà andarci, è stato stabilito, quest’ultimi rappresentano la continuazione familiare, già… quegli stessi genitori che negli anni hanno mal rappresentano ahimè le figure istituzioni di questo nostro Paese, le stesse d’altronde che abbiamo visto, hanno vissuto in maniera distaccata la vita reale con la propria rappresentanza politico/istituzionale.
Fintanto quindi che i giovani non prenderanno possesso di ciò che è loro, finché essi non proveranno a slegarsi in maniera fattiva da ciò che oggi li condiziona, provando a riprendersi la loro libertà e soprattutto il proprio futuro, ecco che forse spinti da quel movimento emozionale ancora puro, riusciranno a trovare le motivazioni per riprendersi in mano questo loro paese, allontanandolo definitivamente dalle mani e aggiungerei dai gravi rischi, cui soggetti ormai prossimi alla pensione stanno per condurlo!!!
Non c’è più tempo: è tempo d’iniziare il cambiamento!!!
La missiva è del nuovo leader del movimento “Rinascimento” Vittorio Sgarbi, ed è rivolta direttamente al Procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone…
Il giorno dopo la sentenza di “Mafia Capitale” il Procuratore aveva dichiarato, “la sentenza del Tribunale ha riconosciuto che a Roma ha operato una associazione criminale che si è resa responsabile di una pluralità di fatti di violenza, corruzione, intimidazione. L’indagine di questo ufficio ha svelato un sistema criminale capace di infiltrare il tessuto amministrativo e politico della città fino al punto di avere a libro paga amministratori della cosa pubblica.
Questo vedo. E questo dice tre cose. La prima: che abbiamo lavorato bene e che hanno lavorato bene i carabinieri del Ros, che per questo ringrazio. La seconda: che la sentenza apre uno spazio per una riflessione non solo giudiziaria su questa città, che però non spetta a me. La terza: non si è trattato di una fiction”.
Certo il bicchiere è rimasto mezzo pieno… ma è la notizia del bicchiere mezzo vuoto a fare scalpore: il suo ufficio perde il processo sulla questione dirimente e cioè la mafiosità di quel sistema criminale… “Non c’è dubbio. È il dato negativo di questa sentenza“.
Ecco quindi seguire la missiva del politico e critico d’arte Vittorio Sgarbi:
Lei ha una responsabilità che non può consentirle di dubitare dell’Ordine giudiziario di cui fa parte.
In primo luogo, ce lo hanno detto in tutti i modi, «le sentenze non si discutono».
Se le discute un magistrato, il mondo va a rovescio: è come un prete che bestemmia. Prima la magistratura, poi i politici di sinistra da D’Alema a Bersani, giù giù fino a Renzi, hanno dichiarato, per distinguersi dalla destra: le sentenze vanno rispettate anche se appaiono ingiuste. Io, spesso, ho criticato la magistratura, a partire dal caso Contrada, con gli esiti sconcertanti che conosciamo.
Ma leggere oggi lei, caro Pignatone, fa risentire le parole di Berlusconi attraverso la sua voce.
Oggi Berlusconi tace, mentre lei viene intervistato dal Corriere della Sera e da Repubblica e dichiara: «Ma a Roma la mafia c’è».
Lei si sente ferito in prima persona e mette in discussione l’equilibrio e il rigore dei suoi colleghi. Giunge a dire come un Cicchitto d’altra epoca: «Io non mi rassegnerò mai».
Lei ha la grave responsabilità di avere caricato su Roma un’ipotesi di condizionamento mafioso come una aggravante, così da dare maggiore rilievo a un processo tenutosi in una città grande, ma svantaggiata rispetto a vere capitali della criminalità come Palermo e Reggio Calabria. Roma è come le sedi disagiate delle ambasciate: occorreva innalzarla a una dignità criminale meritevole del suo operoso e consapevole impegno. Non è stato un errore, ma una deliberata trasfigurazione di reato.
Lei puntualizza: «Dire che con le nostre inchieste abbiamo cambiato il corso politico degli eventi a Roma, che abbiamo esposto la città al ludibrio del mondo, significa attribuirci un uso politico della giustizia penale che non abbiamo in alcun modo esercitato».
Non lo penso, infatti. Penso che lei abbia fatto un abuso procedurale, chiamando un reato con un altro nome, con assoluta lucidità e piena consapevolezza, e non discuto con quale fede e quale ragione.
Lei sa che la sentenza è giusta.
Ma non può accettare la sconfitta di una vita: finire a Roma per occuparsi di quattro attrezzati rubagalline.
La mafia non è un’opinione e noi abbiamo il diritto di chiedere allo Stato di dirci, al di là delle convenienze politiche, cosa sia e dove sia la mafia.
E lei non può non saperlo.
Lei non può agitare le acque.
Lei non può, lei non deve rendere indefinite e ambigue situazioni certe.
Ed è questo che è avvenuto nel conflitto con la corte giudicante, costituita da suoi colleghi, sicuramente integerrimi, in regime di non separazione delle carriere. Pubblico ministero e giudice sono intercambiabili.
Quindi lei ha messo in discussione la meditata certezza della sentenza, trasformandosi in avvocato dell’accusa.
I sottotitoli dei giornali evidenziano questa intollerabile confusione: Gasparri: «I pm vadano a casa». Giachetti: «Basta speculazioni». Ma Zingaretti e Orfini attaccano: «Le infiltrazioni ci sono». Poveretti! Dilettanti di inchieste. Non come lei. E lei si vuole confondere con loro? Gridare all’errore giudiziario? Per quale ragione tutto deve essere incerto e opinabile, quando sono in gioco la nostra vita, la nostra sicurezza?
Non ci possono essere due partiti: mafia sì e mafia no.
Ma dati e indagini certe. Vogliamo sapere cosa rischiamo a Roma.
Se la città è pericolosa per la mafia come fu Palermo. Se i pariolini sono come i corleonesi.
Le sue indagini sono state sicuramente precise, viste le condanne.
Ma lei ha voluto chiamare quei reati ben definiti con il nome di mafia. Per l’interesse di chi? Di Roma? Dei cittadini? Dell’efficacia, altrimenti fragile, della sentenza, in verità pesante? O invece pensando che la gravità dei reati legittimava un’amplificazione e un’aggravante del loro nome?
Lei che ha conosciuto la mafia, non può confonderla.
Se non ha convinto i suoi colleghi, non è perché essi siano più ingenui, ma perché lei non ha convinto neanche se stesso…
Domani, 5 giugno, saranno ben 13 milioni gli italiani chiamati a votare…
Dovranno rinnovare le amministrazioni comunali, eleggere nuovi sindaci e di alcuni in 7 comuni capoluogo di Regione: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, Cagliari e Trieste ed in altri 18 nei comuni di capoluogo di provincia…
L’eventuale turno di ballottaggio si svolgerà domenica 19 giugno, sempre dalle 7.00 alle 23.00
Siamo alle solite… si parlerà per una settimana di preferenze, di ballottaggi… di chi ha vinto e di chi ha perso, di quanto questo voto conti a livello nazionale e di come lo si dovrebbe sminuire.
Poi ci sono le sorprese… gli astensionisti, un vero caos… si parlerà tanto e si concluderà forse poco!!!
Dopotutto se l’unica occasione per cambiare lo stato di fatto è basato sull’egoismo personale o sul proprio profitto è difficile credere a un cambiamento… già, si tratterebbe di tracciare un nuovo percorso, una sorta di ritorno al passato e cioè “dall’avere… all’essere”, un nuova identità che dovrebbe modificare quel modo “offensivo” d’intendere la politica e le istituzioni…
La nostra felicità… passa dalle nostre azioni… e queste azioni non devono essere viste con quel classico principio di dare/avere… della domanda e dell’offerta, ma bensì deve essere considerato come educazione morale, reciprocità, sostegno, cultura, nuova valorizzazione dell’animo umano…
Si tratta di riappropriarsi di quelle relazioni fondamentali di partecipazione e condivisione, dove l’egoismo e la mera competizione, non rappresentino l’unico motivazione della nostra esistenza, ma rappresenti un momento per riscoprire se stessi, lontani da quella cultura dell’individualismo, dei propri successi, e soprattutto della noncuranza del prossimo…
La politica un tempo era l’espressione dell’etica, di quel concetto proprio di partecipazione, approvazione, condivisione e non per come oggi è diventata… senza alcuna valore, dove sembra che l’unica legge è quella data dal potere economico, quella stessa logica che ha condotto oggi all’attuale crisi morale…
Bisogna riassegnare alla politica il suo ruolo principale, quella capacità di recuperare l’ormai senso etico perduto e proprio domani in molti, saranno chiamati a questo rinnovamento, espressione autentica di quanto si vuole positivamente ottenere…
Domani… prima di ogni cosa bisogna riflettere, in quella cabina elettorale vanno lasciate fuori le proprie esigenze, quei criteri appartenenti ad una cultura consumistica… ma bisogna comprendere che con quel voto ci si rivolge ad una nuova e più ampia prospettiva… si potrà tentare di modificare questo attuale sistema in cui, alcuni dei suoi uomini e donne, hanno smesso di fare il loro dovere…
E’ tempo di consapevolezza… lo capisco… è difficile… ma se non ci si prova… non cambierà mai nulla!!!
Ora che l’adolescenza sia caratterizzata da grandi trasformazioni fisiche e psichiche è ormai un dato scontato, e che i caratteri sessuali, ovvero gli organi riproduttivi, modificano oltre che i caratteri distintivi del fisico anche quelli psichici con profondi cambiamenti del comportamento è ormai anch’esso dimostrato!!!.
La cosiddetta pubertà inizia intorno ai 12 anni e normalmente si conclude intorno ai 18-19 anni.
Ovviamente l’evoluzione non è uguale per tutti i ragazzi, creando conseguenze di tipo psicologico e comportamentale; infatti i ragazzi/e che maturano in ritardo, potrebbero trovarsi a fronteggiare un periodo difficile in quanto, sentendosi respinti e dominati dai loro compagni più sviluppati, minando così la loro autostima e generando ansia.
Questa ansia genera due tipi di conflitti; il primo legato dal passaggio dal controllo dei genitori all’autonomia, mentre il secondo è legato alla consapevolezza della propria maturazione sessuale…
Questo è il momento in cui deve scegliere quale persona intende diventare, a quali valori credere ed a quali ideali e gruppi cercare di aderire…
Certamente l’emancipazione dal controllo dei genitori e dalla loro dipendenza emotiva dipende dall’atteggiamento assunto dai genitori stessi durante l’infanzia; se la famiglia ha abituato il ragazzo/a ad una certa autonomia ed il controllo è avvenuto attraverso il convincimento e l’affetto, è più probabile che l’adolescente sviluppi un maggiore atteggiamento di fiducia in se stesso, mentre se al contrario una famiglia si è dimostrata autoritaria, può più facilmente, produrre un adolescente meno equilibrato e propenso al conflitto… infatti è stato dimostrato che la ribellione con il seguente rifiuto dell’autorità parentale è il problema più diffuso per i ragazzi/e.
Le relazioni con ragazzi/e della stessa età aiutano l’adolescente ad emanciparsi dalla famiglia. Si vengono a formare dei gruppi con dei valori comuni, a questo punto l’adolescente, aderendo al gruppo, soddisfa il proprio bisogno di sicurezza e di identità con un modello che può essere diverso, anche solo in parte, da quello proposto dai genitori. Ovviamente c’è una forte distinzione e consapevolezza tra chi è dentro e chi è fuori dal gruppo, anzi molte volte essere esclusi dal gruppo, abbassa l’autostima del giovane e lo porta sempre più ad isolarsi…
Talvolta i genitori interpretano l’adesione del figlio al gruppo come un conformismo assoluto ai valori del gruppo, che spesso si identificano in larga misura con i valori ormai imposti dalla moda e dai mass media. In realtà essi mantengono sempre un certo senso critico, anche se non lo manifestano. Generalmente le ragazze vivono il gruppo in modo differente dai maschi; mentre questi ultimi lo vedono come sostegno ad un senso di ribellione che sentono dentro all’autorità dei genitori, le femmine lo vivono più come un mezzo per allacciare relazioni personali e sentimentali anche importanti…
La trasformazione fisica che si verifica, può diventare motivo di orgoglio, ma anche di imbarazzo, infatti anche in questo caso, gioca un ruolo importante l’atteggiamento che hanno avuto i genitori nei riguardi del sesso nei loro anni precedenti… Se i genitori hanno trattato questo tema con imbarazzo invece che con naturalezza, può svilupparsi nell’adolescente un analogo imbarazzo ed una certa insicurezza, in ogni caso comunque è sempre il giovane a decidere il proprio comportamento sessuale…
L’adolescente, nella fase di passaggio dell’autonomia, nel volersi liberare dal controllo emotivo dei genitori, cerca per raggiungere questo risultato, un sostegno dal gruppo che diventa una sicurezza a vincere quelle invisibili barriere emotive di resistenza che spesso i genitori erigono.
I genitori (ovviamente a livello inconscio), ergono spesso queste barriere emotive e non riescono a comprendere questo atteggiamento e con l’aumento dei comportamenti repressivi, non fanno altro che aumentarne le difficoltà.
Oggi invece i genitori debbono cercare di vivere i naturali conflitti, come una normale fase di sviluppo dei figli verso l’autostima e l’autonomia, cedendo piano piano il controllo, in funzione della maturità acquisita dall’adolescente. Certo, il problema sta nel fatto che il giudizio su tale maturità si basa su una percezione personale del genitore che risulta sempre influenzata da proprie barriere emotive, che indirettamente vengono trasmesse a livello inconscio ai propri figli… I genitori non debbono mai dimenticarsi, di essere stati a loro volta adolescenti, di avere avuto anch’essi gli stessi problemi che oggi hanno i loro figli, che forse, sono stati vissuti in maniera diversa, a volte superati con maggiori o minori difficoltà, celando o manifestando i propri comportamenti, ed ovviamente scontrandosi o evitando qualsivoglia dialogo con i propri genitori…
Oggi comunque i genitori debbono stare più attenti ai propri figli, non bisogna mai fargli mancare la nostra presenza che deve essere vista come qualcosa di complementare alla propria crescita e non qualcosa che li faccia soffocare… e soprattutto dialogare, dialogare sempre, di qualunque argomento, anche quelli ritenuti tabù…, avere un rapporto dove tutto è messo in mostra, anche ciò che forse da genitori vorremmo non ci fosse raccontato…, ma è proprio lì che alla fine avremmo conquistato la fiducia dei nostri figli e dimostrato a noi stessi di essere degni, di poterci chiamare genitori!!!
Ora che l’adolescenza sia caratterizzata da grandi trasformazioni fisiche e psichiche è ormai un dato scontato, e che i caratteri sessuali, ovvero gli organi riproduttivi, modificano oltre che i caratteri distintivi del fisico anche quelli psichici con profondi cambiamenti del comportamento è ormai anch’esso dimostrato!!!.
La cosiddetta pubertà inizia intorno ai 12 anni e normalmente si conclude intorno ai 18-19 anni.
Ovviamente l’evoluzione non è uguale per tutti i ragazzi, creando conseguenze di tipo psicologico e comportamentale; infatti i ragazzi/e che maturano in ritardo, potrebbero trovarsi a fronteggiare un periodo difficile in quanto, sentendosi respinti e dominati dai loro compagni più sviluppati, minando così la loro autostima e generando ansia.
Questa ansia genera due tipi di conflitti; il primo legato dal passaggio dal controllo dei genitori all’autonomia, mentre il secondo è legato alla consapevolezza della propria maturazione sessuale…
Questo è il momento in cui deve scegliere quale persona intende diventare, a quali valori credere ed a quali ideali e gruppi cercare di aderire…
Certamente l’emancipazione dal controllo dei genitori e dalla loro dipendenza emotiva dipende dall’atteggiamento assunto dai genitori stessi durante l’infanzia; se la famiglia ha abituato il ragazzo/a ad una certa autonomia ed il controllo è avvenuto attraverso il convincimento e l’affetto, è più probabile che l’adolescente sviluppi un maggiore atteggiamento di fiducia in se stesso, mentre se al contrario una famiglia si è dimostrata autoritaria, può più facilmente, produrre un adolescente meno equilibrato e propenso al conflitto… infatti è stato dimostrato che la ribellione con il seguente rifiuto dell’autorità parentale è il problema più diffuso per i ragazzi/e.
Le relazioni con ragazzi/e della stessa età aiutano l’adolescente ad emanciparsi dalla famiglia. Si vengono a formare dei gruppi con dei valori comuni, a questo punto l’adolescente, aderendo al gruppo, soddisfa il proprio bisogno di sicurezza e di identità con un modello che può essere diverso, anche solo in parte, da quello proposto dai genitori. Ovviamente c’è una forte distinzione e consapevolezza tra chi è dentro e chi è fuori dal gruppo, anzi molte volte essere esclusi dal gruppo, abbassa l’autostima del giovane e lo porta sempre più ad isolarsi…
Talvolta i genitori interpretano l’adesione del figlio al gruppo come un conformismo assoluto ai valori del gruppo, che spesso si identificano in larga misura con i valori ormai imposti dalla moda e dai mass media. In realtà essi mantengono sempre un certo senso critico, anche se non lo manifestano. Generalmente le ragazze vivono il gruppo in modo differente dai maschi; mentre questi ultimi lo vedono come sostegno ad un senso di ribellione che sentono dentro all’autorità dei genitori, le femmine lo vivono più come un mezzo per allacciare relazioni personali e sentimentali anche importanti…
La trasformazione fisica che si verifica, può diventare motivo di orgoglio, ma anche di imbarazzo, infatti anche in questo caso, gioca un ruolo importante l’atteggiamento che hanno avuto i genitori nei riguardi del sesso nei loro anni precedenti… Se i genitori hanno trattato questo tema con imbarazzo invece che con naturalezza, può svilupparsi nell’adolescente un analogo imbarazzo ed una certa insicurezza, in ogni caso comunque è sempre il giovane a decidere il proprio comportamento sessuale…
L’adolescente, nella fase di passaggio dell’autonomia, nel volersi liberare dal controllo emotivo dei genitori, cerca per raggiungere questo risultato, un sostegno dal gruppo che diventa una sicurezza a vincere quelle invisibili barriere emotive di resistenza che spesso i genitori erigono.
I genitori (ovviamente a livello inconscio), ergono spesso queste barriere emotive e non riescono a comprendere questo atteggiamento e con l’aumento dei comportamenti repressivi, non fanno altro che aumentarne le difficoltà.
Oggi invece i genitori debbono cercare di vivere i naturali conflitti, come una normale fase di sviluppo dei figli verso l’autostima e l’autonomia, cedendo piano piano il controllo, in funzione della maturità acquisita dall’adolescente. Certo, il problema sta nel fatto che il giudizio su tale maturità si basa su una percezione personale del genitore che risulta sempre influenzata da proprie barriere emotive, che indirettamente vengono trasmesse a livello inconscio ai propri figli… I genitori non debbono mai dimenticarsi, di essere stati a loro volta adolescenti, di avere avuto anch’essi gli stessi problemi che oggi hanno i loro figli, che forse, sono stati vissuti in maniera diversa, a volte superati con maggiori o minori difficoltà, celando o manifestando i propri comportamenti, ed ovviamente scontrandosi o evitando qualsivoglia dialogo con i propri genitori…
Oggi comunque i genitori debbono stare più attenti ai propri figli, non bisogna mai fargli mancare la nostra presenza che deve essere vista come qualcosa di complementare alla propria crescita e non qualcosa che li faccia soffocare… e soprattutto dialogare, dialogare sempre, di qualunque argomento, anche quelli ritenuti tabù…, avere un rapporto dove tutto è messo in mostra, anche ciò che forse da genitori vorremmo non ci fosse raccontato…, ma è proprio lì che alla fine avremmo conquistato la fiducia dei nostri figli e dimostrato a noi stessi di essere degni, di poterci chiamare genitori!!!