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In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte!


Buongiorno e benvenuti nello spettacolo più triste e grottesco di questi anni, quello che va in scena ogni giorno, senza intervallo né repliche, davanti ai nostri occhi, ormai stanchi e rassegnati… 

Il titolo di questa mia riflessione, lo confesso, mi è venuto ascoltando l’ennesima “performance” in televisione, guardando quelle facce che si alternano sugli schermi come maschere di una commedia dell’arte che però non fa più ridere nessuno, perché la farsa, quando dura troppo, diventa semplicemente noiosa e, alla fine, persino offensiva. 

Sì, perché la verità è che in questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte, ma badate bene, non quelli che una volta, nei castelli, alleggerivano le noie del re con una battuta salace e una capriola; questi sono ben peggiori, perché hanno sostituito la capriola con la piroetta verbale, la battuta con il proclama, e la corte non è più un salone di danza ma un Parlamento di poltrone rosse imbottite, dove il mestiere più nobile sembra essere quello di imparare a stare seduti senza mai cadere, anche quando la sedia, per colpa loro, traballa pericolosamente.

E allora mi chiedo, e vi chiedo, come abbiamo fatto a ritrovarci in questa situazione, circondati da questi personaggi che sembrano usciti da un catalogo di figurine incompiute, privi di quella cosa che una volta si chiamava carattere, o più volgarmente, ma con efficacia, palle, perché la mancanza di spina dorsale è diventata un requisito per l’assunzione, una dote da esibire con orgoglio in ogni intervista. 

Osservo questi signori, e li vedo cresciuti, quei ragazzi e quelle ragazze che già all’adolescenza avevano imparato la lezione più importante: chinare il capo per non essere notati, annuire per essere premiati, tacere per essere scelti!

Li vedo oggi, nelle loro aule ovattate, e ritrovo in loro lo stesso gesto servile, solo che ora lo fanno non più verso il preside o il compagno più popolare, ma verso il potere, qualsiasi esso sia, purché tenga in mano un microfono o un’agenda piena di numeri utili, e così si sono costruiti una carriera sulle ginocchia, ma non per pregare, per salire.

Eppure, ciò che più mi ferisce, ciò che davvero mi indigna fino al midollo, non è tanto la loro presenza, quanto il loro operato, o meglio, il loro non-operato, perché questi sedicenti governanti, questi araldi del nulla, hanno trasformato il dibattito in un ronzio di sottofondo, un brusio continuo e insensato che somiglia in modo impressionante a quello delle cicale nelle sere d’estate. 

Ricordo, con un brivido di nostalgia intellettuale, come li chiamava la Fallaci, quella donna che sapeva guardare oltre, e li definiva “cicale e sciacalli”, e mai definizione fu più azzeccata, perché le cicale fanno solo rumore, un frastuono che riempie l’aria ma non lascia nulla, e gli sciacalli aspettano, annusano la carogna, si avvicinano quando il corpo è già esausto per strapparne un pezzo di carne, e questo è esattamente ciò che vedo ogni giorno: un Parlamento che ronza, che strepita, che si riempie la bocca di parole vuote mentre fuori il paese reale, quello che lavora e suda, quello che paga le tasse e si alza all’alba, aspetta invano un gesto, un’azione, un pensiero che non sia la solita, stanca, sterile litigata da bar dello sport.

E non fermiamoci al semplice sguardo, perché il teatro è più complesso, e la regia è affidata a un copione ben scritto che non viene dai banchi dell’opposizione o da quelli del governo, ma da un palco più alto e più oscuro, dove la politica e l’imprenditoria si stringono la mano in un patto che sa di tangente e di consenso artefatto. 

La propaganda mediatica, quella che ci inonda ogni mattina come una pioggia acida, non è altro che il megafono di questo sistema, una voce che non racconta la realtà ma la costruisce, pezzo dopo pezzo, servizio dopo servizio, twittata dopo twittata, e noi, poveri spettatori, siamo costretti a bere questo intruglio amaro credendo che sia l’unica verità possibile. 

I nostri giullari, in questo, sono maestri consumati, perché sanno dosare la menzogna con la mezza verità, la promessa con il rinvio, e lo fanno con una disinvoltura che solo chi ha venduto l’anima molto tempo fa può permettersi, e così si alternano sul palco, leggono il gobbo che qualcun altro ha scritto per loro, e noi li guardiamo, e in quel guardare perdiamo la capacità di distinguere il buffone dal re, il giullare dal consigliere, e alla fine il sospetto che siano tutti la stessa persona, in fondo, diventa una certezza che ci stringe lo stomaco.

Ma è proprio in questa ragnatela di chiacchiere inutili e di silenzi complici che io vedo il tradimento più grande, quello che non si consuma con un colpo di stato ma con un’assenza, giorno dopo giorno, una lenta erosione di ciò che significa vivere in una comunità, perché mentre loro discutono animatamente su chi abbia il diritto di parlare più a lungo, le scuole crollano, gli ospedali chiudono i reparti, i giovani scappano e gli anziani muoiono in attesa di una visita che non arriverà mai. 

E il rumore di fondo, quel ronzio perpetuo di cicale affamate, copre il dolore reale, lo attutisce, lo rende un sordo sottofondo che quasi non si sente più, e così, in questa nebbia sonora, gli sciacalli fanno il loro lavoro, sbranano le risorse, si nutrono della nostra rassegnazione, e la maggior parte dei cittadini di questo paese, come un popolo di sonnambuli (come un popolo di pecore – sì, l’ho detto) applaudono alle loro uscite, perché la televisione ce le ha presentate come quella pubblicità… geniali, mentre i giornali li hanno descritti come necessari, e poi c’è il web, già… che ne ha fatto dei meme, e alla fine sono tutti lì, con un sorriso ebete, a chiedersi se forse non abbiamo esagerato a lamentarsi.

Eppure, in tutto questo carosello di marionette dai fili troppo visibili, c’è un filo di speranza, o forse è solo un riflesso della mia ingenuità, che mi fa credere che un giorno qualcuno si stanchi di questo circo, che la folla smetta di ridere alle battute dei giullari e cominci a guardare oltre il sipario, verso quelle quinte dove si nascondono i veri burattinai. 

Ma per fare questo, per scrollarci di dosso questa polvere di mediocrità che ci ricopre, dovremmo prima imparare a riconoscere la differenza tra chi parla per dire e chi tace per ascoltare, tra chi si siede per governare e chi si siede solo per godersi il panorama di una poltrona comoda, ma soprattutto bisogna eliminare dalla propria testa di aver bisogno di loro, affinché possano raccomandare i vostri figli a scuola, all’università per una materia o una lode, o peggio, per un’accelerazione burocratica. E poi ci sono i concorsi pubblici, il posto di lavoro, il ricovero ospedaliero che arriva solo se chiami il nome giusto, la deroga edilizia che si sblocca con una telefonata, l’appalto che si vince prima ancora di scrivere il preventivo, il finanziamento pubblico che profuma di favore. E ancora: l’influenza su una sentenza, la spinta mediatica, il contatto che apre una porta che per gli altri resta chiusa. E infine, per i più ambiziosi, un posto in una lista elettorale o in quegli enti di secondo livello che sono il parcheggio dorato di tante carriere senza merito.

Sì… perché il vero problema non sono solo quelli seduti nelle poltrone, bensì tutti quei miei connazionali, che ahimè… numerosi e anch’essi “buffoni e giullari di corte” hanno deciso da tempo da che parte stare! Già… perché chi chiede una raccomandazione, in fondo, sta giocando lo stesso gioco, alimentando lo stesso ingranaggio, la stessa illegalità, già… e poi – incredibilmente – dopo aver goduto del “favore” richiesto, eccoli lì… a parlare, a indignarsi di quanto accade in televisione.

Sono dei meri ipocriti e abietti, perché sono loro che hanno reso con quel circolo vizioso la nostra democrazia così fragile: un popolo che si lamenta dei raccomandati, ma che al primo ostacolo cerca disperatamente un politico da raccomandare! Mi viene il vomito e se lo scrivo, è perché a differenza loro, mi posso permettere di farlo! Visto che nel corso della mia vita, non ho mai avuto bisogno di nessuno!

E così… mentre ancora discuto con me stesso, alzo lo sguardo e rivedo le loro facce, le stesse di sempre, che si affacciano dai monitor e dai giornali, e capisco che il problema non sono solo loro, le maschere, ma anche tutti quelli che li applaudono, che li cercano, che li supplicano, che li rendono potenti con le loro richieste e poi, una volta ottenuto il favore, li rinnegano con la stessa ipocrisia con cui li avevano cercati. Perché senza quei mille supplicanti, quei giullari non sarebbero nessuno, sarebbero solo voci inascoltate in un Parlamento vuoto. Invece, il popolo li nutre, li alimenta, e poi si volta dall’altra parte fingendo di non sapere come funziona il mondo.

Ma io, da questa parte, resto a guardare. Non chiedo, non supplico, non piego la schiena. E forse questa mia solitudine, questa mia ostinata lontananza, è l’unico gesto che ancora mi distingue da loro. Perché loro, tutti loro – quelli seduti e quelli che chiedono – sono la stessa faccia della stessa medaglia, e io non voglio avere nulla a che fare con nessuna delle due.

Ecco perché resto qui, fuori dal gioco, a guardare questo spettacolo che ha smesso di essere divertente e che per me, per fortuna, non è mai stato il mio destino e farò in modo, un giorno – andando via nuovamente lontano da questo Paese – di non vedere più questo indegno spettacolo.

Un fastidio a cui non possiamo più abituarci…


Buongiorno, e bentrovati.

Leggo in questi giorni le stesse notizie, e subito il mio pensiero va verso quelle subdole trame che da sempre attraversano il nostro Paese. 

Sì, parlo dell’illegalità diffusa, quella che si annida in tutti gli ingranaggi dell’economia, sociale, culturale e ahimè anche istituzionale: silenziosa, insistente, capace di coinvolgere e compromettere, a ogni livello, chiunque incontri sul suo cammino.

Eppure, guarda caso, nei nostri Tg una serie di ‘cicale‘ fa a gara per mettere in mostra i progressi compiuti contro questa piaga, grazie, ovviamente, alle azioni del nostro attuale governo.

Già… miseri lacchè senza alcuna personalità, dotati solo di quel carattere genuflesso che tanto mi ricorda un passo di Vittorio Alfieri nella sua ‘Vita‘. “Genuflesso a quattro palmi dall’Imperatrice, con un sorriso sulle labbra di una tale compiacenza che mostrava una contentezza servilmente paga nella adulazione“. Per Alfieri fu un colpo di fulmine rovesciato: invece di ammirazione, provò un ribrezzo tale che “non volli più vederlo, né conoscerlo, e mi allontanai sdegnosamente“.

Ed anch’io, osservandoli, provo quel deplorevole sentimento. Proprio quello che lo scrittore fiorentino raccontava quando descriveva il poeta e librettista Pietro Metastasio in atteggiamento servile presso la “Schönbrunn”, la reggia estiva degli Asburgo vicino a Vienna. Lì Metastasio, genuflesso dinanzi all’imperatrice Maria Teresa d’Austria, mostrava un’espressione del viso che Alfieri giudicava “servilmente paga nella adulazione“.

Sì, perché in quello stesso istante, mentre ascolto quelle idiozie, provo difficoltà anche a scrivere delle numerose inchieste giudiziarie: e sì, perché nel frattempo la mia penna, offesa, si stringe sempre più forte nel pugno.

Certo, le forze dell’ordine insieme alla magistratura – quella ancora sana del Paese – fanno di tutto per portare in evidenza i numerosi raggiri, eseguendo sequestri per milioni e milioni di euro. E così, mentre leggo quelle cifre, penso alle tante persone che potrebbero essere riscattate con quelle risorse evase, ed invece ci si accorge di come la maggior parte di esse finisca per tappare i buchi di un sistema fraudolento costruito sull’inganno.

Le inchieste d’altronde sono continue, così come le persone fisiche e le imprese indagate, che ormai non si contano più. Parliamo di società che non sono oggetto di mutualità e lavoro dignitoso, ma di contenitori vuoti, intestati ai soliti prestanome – già, quelle teste di legno prive di qualsivoglia vera autonomia imprenditoriale. Ma consentitemi di aggiungere (pur sapendo come in molti ora storceranno il naso): non fanno distinzione, neppure per meriti, tra i loro stessi superiori referenti. E chi sono questi ‘superiori’? Imprenditori celati, veri, che però sono affiliati a qualche famiglia mafiosa. Anch’essi, difatti, devono sottostare a un potere più alto del loro: lo stesso che li finanzia con denaro di provenienza illecita. Sopra di loro c’è il boss, colui che permette loro di operare, finché vuole – e che un domani potrebbe sostituirli con un altro referente, senza che nessuno possa opporsi.

Il meccanismo ormai è ben noto a tutti e, come vediamo, viene smascherato ogni giorno dalle varie Procure nazionali. Ma il mare su cui poggia l’illegalità è così grande che, ahimè, consente al copione di replicarsi. In una di queste inchieste, ad esempio, ho letto di come la grande committenza si avvalesse formalmente di contratti d’appalto per servizi di logistica e movimentazione merci. Dietro la carta timbrata, però, si nascondeva una somministrazione illecita di manodopera. 

I lavoratori erano sì assunti nelle cooperative, è vero, ma chi dava le istruzioni, chi decideva gli orari, chi controllava ogni singolo movimento in tempo reale – anche attraverso sistemi informatici avanzati – era il loro referente vero. E così il confine tra appalto genuino e somministrazione illecita diventa labile, quasi invisibile. Ma la legge che lo consente, purtroppo, c’è, e quindi quel confine, come dichiarato dagli inquirenti, può essere bypassato.

Pensate a cosa significa: le cooperative non pagavano l’Iva, e quei risparmi fiscali servivano a sostenere il costo del lavoro. In pratica, il lavoratore veniva pagato con i soldi che non venivano versati allo Stato. E quando i debiti con il fisco diventavano insostenibili, si trasferiva in blocco il personale da una cooperativa all’altra, come si sposta un magazzino da un capannone all’altro. La continuità operativa era garantita. La dignità del lavoro, no. I consulenti fiscali facevano da regia, e i prestanome firmavano.

Come ripeto ormai da anni in questo blog, non basta scrivere “appalto” su un contratto. Se poi sei sempre tu, committente, a dettare il ritmo, se sei tu a monitorare in tempo reale chi carica e chi scarica, se sei tu a decidere le mansioni, allora quello non è più un appalto trasparente. È di fatto – e aggiungerei di diritto – somministrazione illecita. 

Così, mentre scrivo, penso a tutti quei lavoratori che ogni mattina si trovano davanti a un’area di lavoro, con i mezzi parcheggiati in attesa che qualcuno dia loro le disposizioni per la giornata, ben sapendo che, a fine giornata, dopo essere stati controllati per quanto compiuto (o richiamati a gran voce per non aver adempiuto al proprio dovere), dovranno giustificare eventuali motivi per mancata produttività. Perché si sa… il lavoro è lavoro, e purtroppo la paura di perderlo è più forte di ogni sottigliezza giuridica.

Per questo è giusto che siano le indagini, i sequestri e soprattutto le sentenze a riportare chiarezza! Perché l’illegalità diffusa non è mai un boato, è un fastidioso ronzio che smetti di sentire solo perché ci hai fatto ormai l’abitudine…

Ma oggi – per vostra fortuna – c’è ancora qualcuno che ha deciso di denunciarlo ad alta voce, perché sa di poter contare su molti lettori che, finalmente, hanno voglia di ascoltare davvero.