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La truffa dei numeri e il grande inganno dell’RTP teorico – Seconda parte: chi ci guadagna davvero?


Continuando con quanto anticipato ieri: Chi c’è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero? Provo ora a rispondere, perché le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate.

So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. 

Sì… tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima!

E c’è un altro tassello che un mio lettore ha voluto aggiungere, e che io trovo particolarmente significativo. Mi ha inviato alcuni nomi di società presenti nei siti web, e ha verificato come tra esse, alcune abbiano ancora oggi sede legale in noti paradisi fiscali. Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi, Vanuatu.

Un elenco che è già di per sé un programma. Perché una società seria, trasparente, che rispetta le regole, dovrebbe avere sede in un paradiso fiscale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: per pagare meno tasse, per sottrarsi ai controlli, per tenere i veri profitti lontani dallo sguardo indiscreto dei regolatori. E lo Stato italiano, già… il nostro attuale Governo (ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l’hanno altrettanto vergognosamente preceduti) che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall’altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto.

A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una barzelletta, una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco. E lo Stato? Beh, lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente!

Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al 20%, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.

Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, parliamo di importi certamente limitati, già… le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità. 

Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti.

Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare come quelle dei miei miei lettori, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente. Perché solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.

Ed è il motivo per cui continuerò a denunciare questo ambiguo sistema, fino a prova contraria, d’altrode ditemi: se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente?

Ma forse, anzi sicuramente , una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi!

Giochi online – La trasparenza che non c’è! Prima parte: RTP, paradisi fiscali e lo Stato che – come suo solito – preferisce girarsi dall’altra parte.


Movimentare non è vincere: già… quanto accade quotidianamente rappresenta il più grande inganno dell’RTP teorico

Mi sono sempre chiesto perché, se l’obiettivo dichiarato è tutelare i giocatori e contrastare la dipendenza, non esista un albo pubblico, una classifica chiara e accessibile a tutti che metta nero su bianco l’RTP effettivo dei vari operatori. 

Non sarebbe la prima mossa per garantire trasparenza? E invece no, e il sospetto che mi porto dentro è che questa trasparenza non convenga a nessuno, o meglio, non convenga a chi davvero conta in questo sistema.

Prendiamo l’ADM, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. È lei che certifica che i giochi rispettano l’RTP minimo di legge, quel famoso 90% per le slot. Ma di fatto non pubblica classifiche comparative tra i diversi operatori. E perché mai, se non perché da un lato lo Stato si erge a paladino della lotta al gioco patologico, mentre dall’altro sa benissimo di incassare milioni e milioni di euro ogni anno? 

È un conflitto d’interessi gigantesco, eppure nessuno lo chiama col suo nome. Se rendessi pubblici i dati reali, magari emergerebbero discrepanze imbarazzanti, e il flusso d’oro che alimenta le casse pubbliche potrebbe subire un contraccolpo. Meglio tenere tutto nebuloso, allora…

E non è che i cosiddetti certificatori indipendenti se la passino meglio. GLI, BMM Testlabs e gli altri fanno i test sui singoli giochi, ma i loro rapporti sono rigorosamente riservati, consegnati ai committenti, che guarda caso sono gli stessi fornitori di software sui quali tutti giocano. 

Ma siamo seri: come si fa a parlare di indipendenza quando chi paga è anche chi viene controllato? Nessuno di loro verrà mai a svelare ciò che realmente accade dietro le quinte, perché il conflitto di interessi è talmente evidente che basterebbe un barlume di onestà intellettuale per smascherarlo. Ma evidentemente l’onestà non è di moda, in questo settore.

Poi certo, le case da gioco sono furbe, e bisogna riconoscere che hanno imparato benissimo a giocare sulle parole. Ogni mese pubblicano i famosi report di payout, come richiesto dall’ADM, e qualcuno potrebbe anche sentirsi rassicurato. Ma è proprio qui che sta il trucco più sottile. Quei report non parlano dell’RTP effettivo che un giocatore sperimenta mentre è seduto davanti allo schermo, ma di un RTP teorico, calcolato su milioni di partite simulate. Nella pratica, per un singolo giocatore, quei numeri non contano nulla.

Ti faccio un esempio concreto, perché è solo così che si capisce. Immagina di entrare con cinquanta euro, giocare per un’ora, movimentare cinquecento euro e alla fine ritrovarti con zero. Il sistema dirà che l’RTP è stato rispettato, perché su quel volume di gioco la percentuale teorica è stata applicata, ma tu hai perso tutto. Eppure, nei calcoli ufficiali, risulterà che quel sistema ha restituito realmente al gioco una certa percentuale, la stessa che hai “movimentato”, ma che purtroppo non hai vinto. È una differenza sottile, ma devastante. È come se ti dicessero che hai corso una maratona quando in realtà sei solo salito e sceso dallo stesso tapis roulant per un’ora.

E proprio su questo punto, devo fare una confessione. In questi mesi, dopo aver ricevuto parecchie mail sull’argomento, ho deciso di verificare di persona quanto mi veniva raccontato. Mi sono registrato su più siti di gioco online, ho testato diverse piattaforme, ho osservato cosa accade durante il gioco – ovviamente giocando pochi euro –  ma posso confermare che quanto ho riportato finora corrisponde alla realtà dei fatti. Non è teoria, non è un sospetto: è esperienza diretta! E l’esperienza mi ha mostrato che il divario tra ciò che viene promesso e ciò che realmente accade è abissale.

Del resto, non sono il solo ad averlo notato. Qualche giorno fa, ho ricevuto una lunga e articolata mail da un lettore abituale del mio blog “Liberi pensieri“, il quale mi ha raccontato la sua storia, una storia che purtroppo conosco bene perché l’ho vista ripetersi decine di volte. 

Lui, come tanti altri, per anni ha trascorso il suo tempo online convinto che la legge, quantomeno quella nazionale, fosse dalla sua parte. E invece no. Quello che ha visto con i suoi occhi è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. Me lo ha detto senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all’operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato è che la maggior parte dei giocatori, lui compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma colpa di un sistema che nessuno vigila davvero.

Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci. Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? La risposta, purtroppo, è nessuno!

La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare il mio lettore, è un’istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l’operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.

Il mio lettore mi ha anche inviato alcuni screenshot, presi direttamente dal web, nei quali si legge il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po’ del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando di realizzare un piccolo gruzzoletto. Forum, testimonianze, confronti tra payout teorici e perdite reali. Numeri che fanno rabbrividire. E non parlo di complotti, parlo di un buco nero nella vigilanza. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fa quello che può, la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono tante, troppe. Il risultato è che l’unico controllo vero è l’autodichiarazione degli operatori. Una cosa assurda, se ci pensa.

E mentre il sistema normativo arranca e i controlli latitano, c’è un altro fenomeno che contribuisce ad alimentare questo gigantesco inganno, e che merita di essere raccontato. Parlo di tutti quei soggetti che, sui social network, promuovono quotidianamente i giochi delle case da gioco, mostrandosi in diretta mentre vincono cifre che per la maggior parte delle persone rappresentano un sogno, talvolta persino una salvezza. Migliaia e migliaia di euro che appaiono sullo schermo come per magia, con un click, con un colpo di fortuna che sembra essere alla portata di chiunque. Ma guardandoli bene, questi sedicenti fenomeni della fortuna, cosa mostrano realmente? Nulla più che un’illusione ben confezionata. Perché è evidente, a chiunque abbia un minimo di senso critico, che la loro presunta bravura non c’entra proprio nulla. A vederli, con quelle facce ebete e quelle esclamazioni artefatte, sembrano semmai dei veri e propri poveri disgraziati, capaci solo di gridare al miracolo ogni volta che il software decide di regalargli una combinazione vincente!

Eppure, migliaia di spettatori li guardano, li ascoltano, e si illudono. Non sanno, o forse non vogliono sapere, che quelle dirette sono accuratamente costruite, sovvenzionate dalle stesse case da gioco che li pagano profumatamente per attrarre nuovi giocatori. È marketing, puro marketing, travestito da spontaneità. E funziona, eccome se funziona, perché la speranza è un sentimento potente, e chi è disperato o solo ingenuo ci casca in pieno.

Il risultato? Una valanga di nuovi iscritti che si riversano sulle piattaforme convinti che quella fortuna possa essere anche la loro, senza sapere che le probabilità sono truccate a monte, e che quei mille o duemila euro vinti in diretta sono solo l’esca per far abboccare il pesce più grosso: la loro voglia di riscatto, la loro fragilità, i loro risparmi. E allora, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c’è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero?

FINE PRIMA PARTE

Il CSM e la geografia fantastica delle mafie: ma al Nord ci sono o ci fanno?


Ogni tanto, leggendo certe decisioni che arrivano da chi dovrebbe avere una visione più lucida del paese, mi viene da chiedermi se viviamo davvero nella stessa Italia.

Prendiamo ad esempio la delibera dell’11 giugno del CSM, quella che individua undici procure distrettuali in aree ad alta densità mafiosa. 

Un elenco che, guarda caso, quasi per intero si ferma al Sud, con la sola eccezione di Roma a fare da timido contrappunto.

Già… un provvedimento che, sulla carta, suona come un atto di attenzione istituzionale, ma che nella sostanza rischia di consegnarci un messaggio vecchio di decenni: quello che la ‘ndrangheta, la camorra e la mafia siano un problema altrui, relegato a latitudini lontane, buono solo per i telegiornali estivi.

Il problema, però, è che la realtà, quella quotidiana, non si dimostra affatto così. Perché se ci fermiamo a guardare i Tg, i dati pubblicati, le inchieste giudiziarie, i processi che hanno segnato questi ultimi vent’anni, il racconto che emerge è diametralmente opposto!

Le organizzazioni criminali, ormai, hanno smesso di fare i “cumpari” del paese, sì… sono diventate holding finanziarie senza volto, capaci di insinuarsi nei tessuti economici più produttivi, di comprare quote di mercati legali, di infettare il sistema degli appalti e dei servizi e lo fanno da Palermo a Ferrara, da Reggio Calabria a Milano, da Catania a Trieste, con una disinvoltura che lascia alquanto sgomenti.

Basti pensare a certi processi che hanno visto l’associazione “Libera” costituirsi parte civile, come il famoso Idra a Milano, o ai numerosi procedimenti che hanno solcato i tribunali del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Sono solo la punta di un iceberg enorme, la testimonianza di un fenomeno che ha mutato pelle e che oggi si intreccia con le corruttele più sofisticate, con il riciclaggio internazionale, con il controllo silenzioso dei flussi finanziari.

Ecco, è proprio qui che il ragionamento del CSM si incrina, perché continuare a pensare alla mafia come a un problema meridionale significa non voler vedere dove oggi si annidano i suoi interessi più grandi. E quali sono questi interessi? Il business, il grande business. Quello che non conosce confini geografici.

Seguiamo il denaro, e scopriremo che i miliardi generati dal traffico di droga non si fermano mica al Rubicone, ma sono alimentati da economie sotterranee svolte nelle stazioni di Torino, Milano, Bologna, Firenze e nei porti di Genova, Ravenna, Trieste. Così come i giri della prostituzione, che in certe periferie del Nord hanno numeri da capogiro, o il gioco d’azzardo, che miete vittime e sposta valanghe di denaro sporco in ogni regione. E che dire della merce contraffatta? Quella non è più il souvenir del mercato rionale, ma un’industria parallela che soffoca il commercio nelle città del Centro e del Nord, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti.

E allora, mi chiedo: ma dove vivono quelli che al CSM prendono queste decisioni? Perché io credo che solo chi ha camminato per certe strade, chi ha visto con i propri occhi lo stillicidio di attività illecite che si consumano nei quartieri delle nostre metropoli del Nord, può davvero capire quanto questa visione sia, per usare un eufemismo, semplicemente sbagliata.

Vi assicuro che non si tratta di una questione di campanilismo, è una questione di onestà intellettuale e soprattutto morale. Riconoscere le mafie solo dove fanno più rumore, solo dove usano le armi da fuoco, significa non accorgersi di dove sono più radicate e producono danni ben più profondi: quelli che divorano il tessuto economico sano, che avvelenano la concorrenza, che rendono opaco ogni investimento.

D’altronde proprio in questi giorni, a smentire quanto redatto dal CSM, sono state organizzate delle iniziative pubbliche proprio nelle principali città del Centro e del Nord. Non per fare coreografia, ma per urlare una verità scomoda: le mafie sono qui, sono tra noi, e hanno scelto proprio i territori più ricchi e dinamici per insediarsi stabilmente, perché è lì che il denaro scorre più veloce e si confonde meglio.

Si tratta di una battaglia culturale prima ancora che giudiziaria, quella di imparare a leggere le trasformazioni della criminalità, perché se continuiamo a raccontarci che è un fenomeno diverso, allora saremo sempre un passo indietro, pronti a subire i colpi senza mai vedere chi li sta sferrando.

E questo, cari signori del CSM, non è solo un errore di valutazione, è una vera e propria bugia!

La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora. Non mischiate le cose… perché tanto sempre da me devono tutti passare!


Buongiorno e benvenuti nuovamente in questo spazio di riflessione, dove in questi giorni ho cercato di affrontare tematiche che guardano oltre la superficie delle cose, già… per cogliere un disegno più ampio, internazionale, le cui leggi non scritte, governano tutto.

Ed allora, dopo aver riportato quanto avviene nel mondo, ho deciso di rientrare per affrontare quello che rappresenta da sempre il tema più importante che mi ha spinto sedici anni fa a realizzare questo Blog, a raccontare senza censura ciò che accade nelle pieghe dell’illegalità e che rivela una verità antica, sempre attuale e cioè che esiste un centro, un punto di osservazione e di comando dal quale tutto dipende e al quale tutto deve fare ritorno. 

Le carte del recente provvedimento dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato al fermo di alcuni soggetti, tra cui spiccano due fratelli, ci offrono uno spaccato vivido di questa dinamica; non è la storia di un semplice gruppo di malviventi, ma la fotografia di un’organizzazione che respira, che pensa, che si struttura come un organismo complesso, dove ogni cellula sa di dover rispondere a un unico principio ordinatore, e quel principio, come emerge con chiarezza dalle conversazioni captate, è la volontà di un uomo che si pone come l’asse attorno a cui tutto ruota, colui dal quale ogni decisione deve necessariamente passare, quasi fosse un filtro obbligato per qualsiasi azione, pensiero o progetto.

Le intercettazioni, che coprono un arco temporale recente, ci mostrano una macchina che non si è fermata, nonostante le avversità e le inevitabili frizioni interne, si parla di denaro, certo, e del suo flusso costante verso le famiglie di chi si trova in carcere, un gesto che non è solo assistenza ma un vero e proprio collante, un modo per dire “non siete soli, facciamo ancora parte dello stesso corpo“, e poi c’è il territorio, quel lembo di terra e di affari che va gestito con cura maniacale, perché da lì provengono le risorse e il potere, ma in mezzo a tutto questo, emerge prepotente la figura di chi rivendica con forza la propria centralità. In un dialogo che sembra quasi una lezione di metodo, si sente ammonire: “La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora, non mischiate le cose“, non è un semplice consiglio, è un dettame, una linea di confine tracciata per evitare che il caos prenda il sopravvento, eppure, dietro questa apparente suddivisione in compartimenti stagni, si cela la verità più profonda: che a decidere come e quando mescolare queste cose, o se lasciarle rigorosamente separate, è sempre e solo un unico arbitro, perché, come lui stesso ribadisce senza mezzi termini, tutti devono passare da lui.

Questo richiamo alla propria autorità riecheggia come un ritornello in diverse conversazioni, un modo per ricordare a fedelissimi e gregari che qualsiasi progetto, qualsiasi mossa, anche la più piccola, deve ottenere il suo consenso, si parla di affari, di appalti, di gestioni economiche, e in ogni parola traspare la volontà di non lasciare spazio a iniziative autonome, ricordate: “non fate progetti senza parlare con me“, è l’ordine che risuona, un monito che spegne sul nascere qualsiasi velleità di indipendenza, e anche quando si allarga lo sguardo ai rapporti con altri gruppi, con altre figure di spicco del panorama criminale, la musica non cambia, perché anche in quel caso, è lui il referente designato, colui che deve essere cercato e interpellato per questioni delicate, come quelle legate al traffico di sostanze stupefacenti, si racconta di un incontro con un altro soggetto, un nome noto alle cronache, e subito si precisa che il colloquio è stato con lui, perché i “giovani” non sono ritenuti all’altezza di certi discorsi, ed è ancora una volta la conferma di una gerarchia che si vuole ferrea, dove l’esperienza e il rango siedono al tavolo delle grandi decisioni, mentre gli altri eseguono, osservano e attendono.

In questo quadro, gli investigatori leggono la persistenza di una struttura mafiosa che, nonostante le schermaglie e le lacerazioni, conserva intatta la sua capacità di incidere e di governare, la figura del capo si staglia come un baluardo, un punto di riferimento che tiene insieme i fili di una trama che altrimenti si sfalderebbe, le intercettazioni diventano così la testimonianza di un potere che si esercita attraverso il denaro, la paura e la promessa di protezione, ma soprattutto attraverso la convinzione incrollabile che tutto debba convergere verso un unico centro decisionale, e in questo gioco di specchi, dove la strada è una cosa, la guardiania un’altra e il lavoro ancora un’altra, la sostanza non cambia, perché tanto, sempre da lui devono tutti passare, è questa, in fondo, la lezione più amara che emerge da queste pagine di cronaca: che il comando non si discute, si impone, e che la sua ombra lunga si allunga su ogni aspetto della vita, rendendo vano qualsiasi tentativo di sottrarsi al suo giudizio o alla sua autorità

Ecco perché quando sento parlare di “sicurezza e di controllo del territorio, il nostro ministro degli interni, Matteo Piantedosi, ma anche il suo omonimo Matteo (Salvini) – ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – che per l’appunto in questi mesi ha proposto un decreto sicurezza predisponendo una bozza di decreto legge con “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”, beh… non so cosa fare.

Già… se iniziare a ridere o pensare che forse è meglio che ritorni ad occuparmi nuovamente dei problemi esteri…

La voce dei ragazzi, il monito di chi non si è arreso.


Ho letto, tempo fa, di un concorso sulla legalità in alcune scuole, e sono andato a cercare il tema vincitore, scritto da alcuni studenti. 

Avevano una capacità intuitiva notevole, dicevano infatti che tutti siamo deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito, che attraverso le leggi può proteggere il debole dall’oppressione del forte. 

E notavano tra lpaltro come la legalità – come molti valori fondamentali – sia diventata quasi oggetto di derisione: chi segue le regole viene visto come uno sciocco, ciò che prima era sbagliato oggi è comune.

Per loro, una delle cause dell’affermarsi dell’illegalità è il denaro: il mondo di oggi ci gira intorno, e chi ne ha in abbondanza ha un potere immenso, tanto da sentirsi libero di trasgredire ogni norma. Un’altra causa è l’egoismo che cresce giorno dopo giorno, fino a far sparire il concetto di bene comune. Ma la causa più significativa, scrivevano, è la paura: la paura verso chi, con il potere, intimidisce e inibisce le persone che vorrebbero opporsi.

Proponevano soluzioni: una più stretta vigilanza, maggiore fermezza nel stabilire le pene, processi che diventino vero esempio. E soprattutto, diffondere una nuova cultura, educare i giovani al rispetto dei valori, far capire che la vita non è una scalata al potere. Il rispetto delle regole, l’onestà devono esserci nella vita di tutti i giorni, partendo dalle piccole regole quotidiane per costruire una realtà migliore.

Ho voluto sottolineare quei passaggi perché quei ragazzi avevano saputo evidenziare i reali problemi. C’è un sentimento autentico e schietto quando si soffermano sulla forza dello Stato: “siamo tutti deboli davanti alla struttura mafiosa, tutti tranne l’ordine costituito”. Tutti noi vorremmo che fosse questa la realtà. Ma poi ci si scontra con quanto avviene intorno, e ci si rende conto di quanto si sia ancora lontani dalla vittoria. 

Quel messaggio di legalità che tanto si è cercato di propagandare ha dimostrato in concreto di essere tutt’altro. Abbiamo dovuto convivere quasi sottomessi a un’associazione criminale che da tempo si prodiga per rappresentarci indegnamente, e che mostra ancora oggi il suo volto violento, condizionando la vita sociale.

Molto di quel fallimento è della Giustizia, che avrebbe dovuto agire in modo degno del nome che porta, con maggiore fermezza nel far applicare le pene. Ma da noi non paga nessuno, perché c’è sempre qualcuno che sa individuare quelle norme che escludono un solo giorno di detenzione. Si viene inquisiti, condannati, e infine liberi di circolare senza restrizioni, come se nulla fosse accaduto. 

L’importante, dicono, è rispettare le regole affinché l’onestà primeggi. Ma quando a non rispettarle sono proprio gli uomini delle istituzioni, cosa succede? Lo stiamo vedendo: il sistema va in ogni caso protetto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e allora si chiudono entrambi gli occhi.

È un messaggio utopistico quello dei ragazzi, ispirati nel credere che le parole possano col tempo trasformarsi in fatti, e che grazie all’impegno di tutti si possa cambiare. Sono certo che un giorno, crescendo, comprenderanno come non sia bastato il loro impegno o l’essere stati onesti per vedere definitivamente modificato quel marcio sistema. Capiranno che nel nostro Paese vige un noto principio: ad ogni buona azione corrisponde sempre un’altra, disonesta, uguale e opposta. Perché se da un lato c’è chi opera affinché la situazione cambi, dall’altro c’è chi si contrappone affinché non si modifichi. La volontà è preservare quello status privilegiato ormai acquisito, per trasmetterlo – quasi per grazia ricevuta – in eredità ai propri familiari. È così che succede da troppo tempo, ed è così che andrà per molti anni ancora. Ma vince solo chi è convinto di poterlo fare.

La giustizia non è solo un dovere: è una scelta. Una scelta che si rinnova ogni giorno, nel silenzio delle nostre azioni quotidiane. Eppure, quanti si fermano davvero a riflettere su cosa significhi scegliere? C’è stato un giudice che ha fatto della legalità non solo una professione ma una missione, una missione che gli è costata la vita. Pensavano, quelli che lo uccisero, che con lui sarebbe morta anche la luce della giustizia. Quella stessa luce che aveva acceso insieme ad altri eroi, e che invece continua a brillare, nonostante tutto. Ma non basta ricordare. Non basta commemorare. Quel giudice non è solo un nome inciso su una targa, né un’icona da celebrare una volta all’anno per poi tornare alla routine. È un testimone scomodo, uno specchio che costringe a guardarsi dentro e a chiedersi: io, da che parte sto?

Oggi la criminalità organizzata non è più soltanto quella del passato, delle bombe e dei cadaveri abbandonati lungo le strade. Quella esiste ancora, certo, ma è diventata più subdola, più insidiosa. È quella dei compromessi, dell’omertà, delle pratiche illegali compiute quotidianamente sotto gli occhi di tutti. È quella che si annida negli appalti truccati, nelle raccomandazioni, nei voti scambiati per un posto di lavoro o qualche euro in più. È quella del silenzio, che ti fa abbassare lo sguardo quando sai che qualcosa non va, ma preferisci non denunciare. È quella che vive dentro di noi, ogni volta che accettiamo l’illegalità come normale, ogni volta che ci diciamo: “Tanto è così, non cambierà mai”.

Quel giudice ci ha insegnato che la legalità non si negozia. Non si può essere accomodanti, non si può cedere al proprio tornaconto. Essere intransigenti non è una scelta egoista: è un atto d’amore verso la comunità, verso chi viene dopo di noi, verso la nostra stessa dignità. Perché la giustizia non è solo un compito delle toghe e delle forze dell’ordine. La giustizia è responsabilità di tutti. Di ognuno di noi. Ecco perché mi indigna vedere quanti, dopo aver partecipato a cerimonie commosse, tornano alle loro vite come se nulla fosse. Come se ricordare bastasse.

No, non basta. Non serve a nulla piangere sui martiri della legalità se poi continuiamo a vivere immersi in quella cultura dell’illegalità che li ha uccisi. Dobbiamo fare la nostra parte. Noi, cittadini onesti, dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere. Dobbiamo essere la voce che denuncia, il gesto che rifiuta la tangente anche piccola, il coraggio che dice no al pizzo. Dobbiamo essere quegli imprenditori che preferiscono fallire piuttosto che piegarsi al racket, quei giovani che studiano la Costituzione invece di imparare il linguaggio della sopraffazione. Dobbiamo essere quel territorio libero, non come un sogno irraggiungibile, ma come un dovere imprescindibile.

E qui permettetemi una riflessione personale. Spesso penso che la vera rivoluzione non sia fatta di grandi gesti eroici, ma di piccole scelte quotidiane: il commerciante che paga regolarmente le tasse, pur sapendo che molti colleghi evadono; il genitore che insegna ai figli che il rispetto delle regole è più importante del successo facile; l’insegnante che spiega che la Costituzione non è un libro polveroso, ma una bussola per orientarsi. Sono queste scelte, apparentemente insignificanti, che possono cambiare il mondo. Perché la criminalità organizzata non ha paura delle commemorazioni. Ha paura delle nostre azioni. Ha paura di una società che smette di tollerare l’illegalità, che non la considera più normale, che non la accetta come inevitabile. Ha paura di una legalità che smette di essere un discorso e diventa pratica.

Allora, te lo chiedo di nuovo: tu, da che parte stai? Accetti le logiche dell’illegalità come normali, oppure alzi la testa, anche quando costa? Non si tratta di fare gli eroi. Si tratta di essere semplicemente noi stessi: cittadini consapevoli, persone integre, esseri umani che credono nel valore della giustizia. 

Perché la legalità, quando diventa pratica, è rivoluzione. Ed è questa rivoluzione che, da lassù, ci viene chiesto di portare avanti, ogni giorno.

Già…quando il “denaro sporco” ha imparato ad entrare in Borsa.


Sì… proviamo a immaginare insieme questo momento preciso, un giorno qualunque, in una sala riunioni anonima, dove un uomo in giacca scura e senza cravatta sorride al suo computer, premendo: “acquista”. 

Quel gesto, apparentemente banale, è il punto d’arrivo di un viaggio lunghissimo che nessuna mappa racconta: un viaggio iniziato forse in un vicolo buio, proseguito tra valigette e favori, e finito lì, su un portale di trading luccicante come una vetrina natalizia

Il denaro sporco… non più costretto a nascondersi in cassetti segreti o a viaggiare nel doppiofondo di un’auto, ha ora imparato la lezione più importante della modernità, cioè che l’abito fa il monaco e che in Borsa nessuno chiede la fedina penale dei titoli. 

Così si siede al tavolo accanto ai fondi pensione dei lavoratori onesti, stringe mani educate, partecipa alle conference call, e se qualcuno osasse chiedergli “ma tu da dove vieni?” lui risponderebbe con un silenzio educato e uno scontrino fiscale falso ma perfetto.

E questa, rappresenta la beffa più grande: cioè che il denaro mafioso, quello che abbiamo sempre pensato dovesse per forza puzzare di polvere da sparo, è oggi più pulito di molti soldi leciti. Almeno nella forma. Perché la Borsa non guarda l’anima dei capitali, guarda il loro appetito, la loro velocità, la loro capacità di generare altro denaro in tempo reale. 

E il riciclaggio, che una volta era un’arte lenta e artigianale fatta di prestanome pazienti e cambiavalute compiacenti, oggi è diventato un algoritmo. Bastano pochi passaggi tra paradisi fiscali virtuali, una manciata di transazioni fra criptovalute, un conto di compensazione in Lussemburgo o Delaware, ed ecco che quei soldi sporchi arrivano in Borsa con un sorriso smagliante e un codice identificativo perfettamente in regola. Non c’è più bisogno di “grondare sangue”: ora sgocciolano Excel, e l’Excel non fa rumore.

Ma c’è un rovescio che fa quasi tenerezza, se non fosse tragico: che mentre noi cittadini distratti pensiamo che le mafie siano quelle degli agguati e delle lupare, l’industria del riciclaggio ha già superato il dieci per cento del nostro Pil. Sì… il 10%, pensa un po’. 

Significa che in ogni grande operazione finanziaria che leggi sul giornale, in ogni scalata a un’azienda storica, in ogni tycoon che improvvisamente compare dal nulla con un patrimonio immenso e una biografia un po’ troppo liscia, c’è la probabilità concreta che una fetta sia farina di quel sacco. 

E Bankitalia, che di solito parla con la cautela di chi maneggia numeri enormi, ha lanciato l’allarme: siamo al doppio della media mondiale, e la situazione è destinata a peggiorare, perché ogni crisi economica è un ottimo momento per comprare a poco e ripulire molto. La morale? Il denaro sporco non teme le recessioni: le aspetta come un predatore aspetta la notte.

E allora, torniamo alla sala riunioni di prima. Quel tizio in giacca scura non ha mai sparato a nessuno, probabilmente sa a malapena tenere in mano una penna, ma conosce a memoria i regolamenti Consob meglio di un avvocato d’affari. Ha studiato, ha imparato, ha capito che il vero potere non è più nelle pistole ma nei flussi, e che la Borsa è diventata il più grande bucato automatico della storia. 

Perché in Borsa non esiste un metal detector per il passato dei soldi, esiste solo la loro promessa di rendere di più domani. E finché penseremo al riciclaggio come a un problema di “quelli brutti e cattivi”, finché le leggi resteranno a maglie larghe e i processi dureranno un’eternità, quel sorriso in sala riunioni continuerà a essere il sorriso di chi ha vinto senza combattere. 

Forse, l’unica vera domanda da farsi, stasera, non è come fermarlo, ma perché abbiamo impiegato così tanto a capire che non combatte più per strada. Lotta in Borsa. E sta vincendo.

La ragnatela dei “bonus” fantasma…


Già… ogni volta che apro le pagine delle cronache e mi imbatto nell’ennesima notizia di truffa sui “bonus edilizi“, provo un grande sconforto e una sensazione amara che conosco bene, perché in questi anni ho scritto decine di post su questo argomento, eppure – 

nonostante tutto – ogni nuova inchiesta riesce, ahimè, a lasciarmi senza parole. 

Quella di queste ore arriva dalla Procura di Venezia, e ha il sapore amaro di una conferma: i numeri sono da capogiro, le modalità sono le solite, e il danno è per tutti noi.

Siamo intorno ai 77 milioni di euro, tra crediti fiscali fantasma e beni sequestrati. Sembra che un ragioniere, secondo le indagini del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria, avrebbe messo in piedi un sistema spregiudicato: accesso abusivo ai cassetti fiscali di persone ignare, società intestate a prestanome, crediti d’imposta generati dal nulla e immediatamente ceduti

Un meccanismo che si è esteso come una ragnatela da Venezia a Milano, da Roma a Catania, passando per Napoli e Caserta. Ventiquattro immobili sequestrati, conti correnti bloccati per 3,6 milioni, crediti d’imposta ancora giacenti per 34,5 milioni. Diciannove indagati, ventitré società coinvolte, trentatré persone fisiche che – consapevoli o meno – si sono trovate al centro di questa ragnatela.

Leggendo i dettagli dell’inchiesta, mi sono tornate in mente le parole che ho usato tante volte, nei miei numerosi post, quasi fossero un ritornello. Ricordo ad esempio di quando parlai di quella prima inchiesta (casualmente anch’essa dalle parti di Treviso), dove i finanzieri scoprirono crediti fittizi per oltre 230 milioni. O quando raccontai di uno studio che, attraverso lo sconto in fattura e la cessione dei crediti, aveva creato un vortice di “denaro sporco” che finiva all’estero. 

E poi ancora la vicenda esilarante compiuta nella città di Messina, partita dalla denuncia di un cittadino che si ritrovò nel proprio cassetto fiscale 1,3 milioni di euro di crediti mai chiesti, oppure, quella di Sassari, con i lavori inesistenti e le fatture gonfiate e per l’ultima (tanto epr dire…), quella di pochi mesi fa, a Barletta, con 52 milioni di euro di falsi bonus.

Quel che colpisce, in questa come nelle altre storie, è la sensazione di assistere a un copione che si ripete identico. Le stesse modalità, gli stessi ruoli, le stesse falle nel sistema. L’accesso abusivo ai cassetti fiscali, l’uso di prestanome, la creazione di crediti d’imposta su lavori mai eseguiti, e poi la cessione a catena fino alla monetizzazione finale. 

Un’architettura che qualcuno definirebbe “ingegnosa”, se non fosse così criminale, e che lascia interdetti quando si pensa alla semplicità con cui viene messa in atto: bastano poche credenziali rubate, qualche documento contraffatto, e il gioco è fatto. Viene da chiedersi, a questo punto, se chi ha progettato questi meccanismi di accesso ai bonus sia stato semplicemente ingenuo, o se invece ci sia una miopia di fondo che non si riesce a superare.

C’è poi un altro aspetto che mi tormenta, e che ho già accennato in passato: La rapidità con cui certe procure e certe forze dell’ordine riescono a intervenire, rispetto alla lentezza di altre. In questa inchiesta, come in quella precedente sempre a Treviso, i risultati sono arrivati in tempi brevi, grazie a un lavoro meticoloso sui dati della piattaforma dell’Agenzia delle Entrate, sulle tracce bancarie, sulle testimonianze. 

Ma quante altre inchieste restano impantanate? Quante indagini non decollano perché manca quella spinta, quella determinazione che invece altrove fa la differenza? È una questione che ho già sollevato, e che continua a pesarmi: la distanza tra Nord e Sud non è solo geografica, è anche culturale, operativa. E mentre da una parte si sequestrano beni e si bloccano crediti, dall’altra si aspetta, si resta imbambolati, e il danno si allarga…

Il punto, però, è ancora più profondo. Perché queste truffe non colpiscono solo l’erario, non sono solo numeri su un bilancio pubblico. Colpiscono la fiducia di chi quelle agevolazioni le ha usate onestamente, di chi ha ristrutturato la propria casa sperando in un aiuto concreto dallo Stato. Colpiscono le imprese che lavorano pulito, che si trovano a competere con chi froda e inquina il mercato. E colpiscono tutti noi, che vediamo risorse destinate alla ripresa economica finire in mani sbagliate, disperse in un vortice di illegalità che non si ferma mai.

C’è chi, dopo tutte queste notizie, potrebbe pensare che ormai sia inutile indignarsi, che questa sia la legge del contrappasso, già… il prezzo da pagare per vivere in un Paese come il nostro, dove l’imbroglio è pane quotidiano! Io… non la penso così, anzi credo che indignarsi sia necessario, tenere alta l’attenzione e soprattutto denunciare, sia l’unico modo per non rassegnarsi! 

Ma non solo…  ritengo anche che ognuno di noi possa fare la sua parte, piccola ma concreta. Controllare il proprio cassetto fiscale, per esempio, segnalare qualsiasi anomalia, qualsiasi credito sospetto che appaia senza motivo. Denunciare alle forze dell’ordine, ma anche al Ministero dell’Economia, perché ci siano più occhi aperti su questi meccanismi.

Perché la verità è che “fatta la legge, si trova sempre l’inganno”. Ma se noi cittadini smettiamo di guardare, se abbassiamo la guardia, allora l’inganno diventa sistema. E questo ritengo, non possiamo permettercelo.

Trump: Il peso di una minaccia, il silenzio di l’Avana.


Ho ascoltato le parole del Presidente Trump e nel ripensare alle parole espresse dal sottoscritto pochi mesi fa, non posso che sentire il peso amaro di una storia che sembra ripetersi, avvolta in una nuova e pericolosa spirale. 

Ciò che sta accadendo ora, in queste prime giornate del 2026, non è che l’ultimo, logico capitolo di un regime che ha da tempo smesso di servire il suo popolo, per servire solo se stesso e i suoi alleati più oscuri. 

Già… la sostanza, purtroppo, non cambia, cambiano solo le minacce che risuonano dall’esterno, mentre all’interno il buio e la sete rimangono gli stessi.

Quando l’11 gennaio il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato il suo ultimatum a Cuba, esortando l’isola a “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, le sue parole hanno riecheggiato come un tuono minaccioso nel cielo già tempestoso dei Caraibi. 

La risposta del presidente Miguel Díaz-Canel, fiera e stanca insieme, è stata quella di chi brandisce la bandiera della sovranità nazionale come un ultimo, consunto scudo. “Siamo sottoposti a un’aggressione statunitense da 66 anni”, ha dichiarato, promettendo di difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue. È un copione che conosciamo a memoria, una litania che serve a giustificare ogni fallimento, a coprire ogni miseria. 

E così, mentre i leader si scambiano accuse, la mia mente torna a quelle cifre che avevo scritto: un milione di persone senza acqua, infrastrutture al collasso, e un patrimonio della famiglia Castro che sfiora i diciotto miliardi di dollari. A che servono, allora, le lacrime di sangue versate per la patria, se la patria muore di sete nelle sue case?

Trump, nel suo annuncio, ha colpito deliberatamente il punto vitale: “A Cuba non arriveranno più petrolio e soldi. Zero!”. Il suo riferimento era chiaramente al Venezuela, a quell’accordo di cooperazione stretto con Hugo Chávez che per anni ha tenuto in vita il regime, scambiando petrolio con professionisti cubani. Un patto di sopravvivenza, non di sviluppo. Ora che l’operazione militare statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, ciò che ne consegue costerà la vita a decine e decine di persone, cubani inclusi, perché strappa via quel sostegno vitale, un castello di carte che rischia di crollare definitivamente. 

E la domanda sorge spontanea, mentre osserviamo questa nuova, pericolosa escalation: a chi giova veramente questo perpetuarsi della crisi? Il regime grida all’aggressione, Trump brandisce la sua “dottrina Donroe”, una versione grottesca della dottrina Monroe, rivendicando un controllo sul continente che suona come una dichiarazione di guerra. Il ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez parla di uno “stato criminale fuori controllo”. È il linguaggio della guerra fredda, resuscitato in un’epoca che non può più permetterselo.

Eppure, in mezzo a questo duello retorico tra giganti, la realtà quotidiana dei cubani rimane la grande, tragica assente. Mentre Trump suggerisce, quasi per burla, che il segretario di stato Marco Rubio potrebbe diventare presidente dell’isola, a L’Avana i rubinetti sono ancora asciutti. Nei quartieri allagati da una tromba d’aria, il sistema di drenaggio inesistente continua a trasformare ogni acquazzone in una trappola. Il dollaro sul mercato nero ha superato i 400 pesos, un abisso che separa chi ha accesso alla valuta estera da chi è condannato a un salario da fame. I prigionieri politici, come il giovane Marlon Brando Díaz Oliva, marciscono in celle disumane, mentre mezzo milione di persone negli ultimi due anni ha scelto la fuga, votando con i piedi contro un sistema marcio. 

L’élite del Gaesa, il conglomerato militare che controlla il 40% del Pil, osserva forse questa nuova tempesta geopolitica non come una minaccia alla nazione, ma come una minaccia ai propri affari. Con quei diciotto miliardi, si potrebbero ricostruire città, pagare medici, portare acqua potabile a tutti. Invece, si preferisce consolidare il potere e stringere alleanze con Russia e Cina, trasformando l’isola in una pedina strategica nel gioco dei grandi, mentre il popolo fa da zavorra.

Allora, quando leggo di queste nuove minacce e di questa resistenza a oltranza, non posso che pensare che la vera tragedia sia proprio questa: la resistenza di un regime alla sua stessa fine, non per amore del popolo, ma per pura e semplice autoconservazione. La risposta alle tue domande di agosto è qui, sotto i nostri occhi. Il regime resiste perché c’è chi, dentro e fuori l’isola, ha interesse a mantenerlo in vita. Ha interesse a sfruttarne la posizione strategica, a usarne la retorica come arma di distrazione, a spartirsi le briciole di un potere che si regge sulla miseria altrui. 

E così, mentre i presidenti si sfidano a colpi di comunicati, il popolo cubano resta lì, al buio, come hai scritto tu. Senza acqua, senza cibo, e ora, con questa nuova, pericolosa incertezza che grava sull’orizzonte, anche senza la possibilità di capire se l’acqua tornerà mai a scorrere dai rubinetti, o se sarà solo un’altra promessa sepolta sotto il cemento della propaganda e degli interessi geopolitici. 

La bandiera a mezz’asta davanti all’ambasciata statunitense è un simbolo di lutto, certo. Ma forse è il lutto per un intero popolo, da troppo tempo lasciato in attesa di un domani che non arriva mai.

Catania: la prossima pagina dell’inchiesta!


C’è un momento, prima che la notizia si adagi come fosse polvere su una scrivania dimenticata, in cui essa vibra, non come fatto, ma come segnale. Già… proprio come un avviso scritto in una lingua che conosciamo bene, anche se facciamo finta di non capirla.

Ora quel segnale non è solo l’eco di una sentenza né il rilancio di un comunicato stampa: è il peso specifico di ottantamila euro in contanti, gli ennesimi soldi a nero che circolano in questo Paese, e lasciatemi ricordare come, in tutti questi anni, nessun governo nazionale ha mai voluto adottare provvedimenti veri contro il riciclaggio e i pagamenti in nero, trovati chiusi nell’ennesima cassaforte, nascosta tra le mura di una casa in città o in una tenuta fuori mano.

Non è tanto la cifra a colpire – ormai sappiamo che i numeri si gonfiano, si riducono, si mimetizzano – quanto il gesto di nasconderla, di tenerla lì, ferma, come un’assicurazione silenziosa, un pegno in attesa di essere riscattato o di corrompere chiunque si mostri disposto a farsi infettare.

È la conferma che, contrariamente a quanto dichiarato ieri dal Presidente Mattarella – «la mafia tracotante che fu sconfitta» – la sua totale distruzione non è mai avvenuta. Anzi, quel sistema non è in crisi: funziona benissimo, più florido che mai.

Certo, funziona per pochi (infetti) e contro tutti: appalti, sanità, assunzioni, gare che si aprono e chiudono con la stessa facilità di una saracinesca. Un sistema criminale «pubblico», non per servire, ma per selezionare, per garantire che quella casta sopravviva, che il cerchio resti chiuso, che le mani che stringono siano sempre le stesse, anche se i volti cambiano, le generazioni si susseguono e le etichette politiche si rinnovano.

Non è corruzione occasionale, non è una deviazione momentanea: è un metodo consolidato, oliato, che si ripete, si perfeziona, si trasmette. Un linguaggio condiviso, fatto di pressioni discrete, rinvii strategici, punteggi modificati in silenzio, commissioni che decidono non per quello che vedono, ma per ciò che gli viene suggerito.

E chi credeva che tutto questo fosse circoscritto a un ufficio, a una provincia, si sbagliava. Il contagio non rispetta i confini amministrativi: segue le relazioni, i favori, i debiti non scritti, dalla costa occidentale fino alle pendici dell’Etna, lungo strade secondarie che non compaiono sulle mappe, ma solo sulle agende private.

Non sono più solo le parole intercettate a raccontare questa storia: sono i corpi che si irrigidiscono al suono di un telefono, le dimissioni annunciate con ritardo, i sit-in silenziosi davanti ai palazzi, con striscioni che non gridano rivoluzione, ma chiedono una cosa sola: rispetto. Ma rispetto di cosa? Per chi lavora onestamente, per chi aspetta un’assunzione meritata, una strada riparata non per grazia ricevuta, ma per diritto?

Mentre alcuni sperano che l’inchiesta si esaurisca tra verbali e interrogatori programmati per venerdì, qualcosa già si muove più a est. Sì… Catania non è un’ipotesi: è una direzione. Lo sento nell’aria, nel modo in cui certe telefonate si interrompono prima del previsto, nelle carte ricontrollate all’improvviso, nei nomi cancellati da liste e protocolli.

Non è fantasia: quando un sistema viene scosso davvero, non crolla pezzo a pezzo, ma tutto insieme. E saranno in molti a dover piangere. Chi ha costruito la propria fortuna su fondamenta marce non può non tremare, soprattutto chi, insieme alla sua famiglia, ha goduto di un «improvviso» benessere senza mai chiedersi da dove venisse..

Perché questa volta non si tratta di coprire, archiviare o attendere che il tempo cancelli tutto. Questa volta, la luce entra da più finestre. E anche se qualcuno spera che il clamore si spenga, ciò che è stato commesso – l’infamia con cui si sono macchiati – non svanirà!

Perché lì, nell’asettico mondo virtuale, nulla viene cancellato. I nomi, i cognomi, le date resteranno per sempre, scolpiti nella memoria digitale che non perdona. E quando qualcuno proverà a dimenticare, basterà un click per ricordare chi ha tradito, come ha tradito, e a chi è costato. Perché la verità, una volta esposta, non torna più nell’ombra.

Mangia e fai mangiare…


Il detto “mangia e fai mangiare” non è solo un modo di dire: è una fotografia cruda, precisa, del meccanismo che spesso muove le cose in questo Paese.

Funziona tutto – molto meglio – quando, accanto al compenso legittimo per il proprio lavoro, si aggiunge un incentivo extra: una busta, un favore, un “grazie” in contanti che scavalca la formalità dello stipendio. In quel momento, l’efficienza diventa straordinaria, la disponibilità massima, la cortesia smisurata.

È un sistema che si autoalimenta: gentilezza e dedizione crescono in proporzione all’aspettativa di un guadagno aggiuntivo. L’obbligo professionale si trasforma in servizio d’eccellenza, non per senso del dovere, ma per interesse personale e tangibile.

Ne ho trovato un esempio illuminante in un’intervista di Alessandro Nesta, che raccontava la sua esperienza al Milan di Berlusconi. Descriveva, quasi senza volerlo, il “mangia e fai mangiare” applicato a un contesto di altissimo livello.

Dopo una vittoria importante, era prassi che i giocatori raccogliessero del denaro da destinare – in buste – a tutto il personale: dal cameriere al giardiniere. Il capitano Maldini passava a indicare la quota di ciascuno. Una colletta “volontaria”, certo, ma sistematica, per ricompensare chi, negli orari più improbabili e con un sorriso, garantiva un supporto fondamentale.

Ecco il meccanismo in piena regola: i calciatori, già ben remunerati con premi lauti, “facevano mangiare” il personale; e il personale, a sua volta, era motivatissimo a “farli mangiare bene” – e a farli vincere – sapendo che ne sarebbe derivato un beneficio diretto.

Quella del Milan era una macchina perfetta, perché gli incentivi erano doppi e pervasivi. Da un lato, la società raddoppiava gli stipendi in caso di vittoria; dall’altro, i giocatori integravano con le loro buste, così, ogni dipendente – a qualsiasi livello – spingeva al massimo: il successo della squadra diventava il suo successo economico personale.

La dedizione non era più solo questione di professionalità, ma un vero e proprio investimento sul proprio portafoglio. Se la squadra non vinceva, non era solo una delusione sportiva: era un danno economico per tutti, e questa consapevolezza generava una pressione sociale fortissima su ogni singolo giocatore.

Nesta lo descrive con semplicità, ma – permettetemi di aggiungere – quel “sistema” rappresenta, in piccolo, lo stesso meccanismo che oggi pervade ampie zone del nostro Paese: una micro-società in cui l’efficienza si ottiene grazie a mance istituzionalizzate, che generano una circolarità di favori e denaro.

È la prova che le persone, quando spinte da un tornaconto immediato e tangibile, diventano incredibilmente disponibili, operative, persino generose, ben oltre i limiti della normale cortesia.

Ma è anche la dimostrazione di una verità scomoda: questo modello funziona!

E, purtroppo, riflette una mentalità diffusa, in cui il favore, la bustarella, la “tangente educata” diventano il lubrificante sociale che fa girare gli ingranaggi, sostituendosi a una meritocrazia fondata su stipendi equi e su un’etica del lavoro disinteressata.

Quando la giustizia ha un prezzo, chi difende la verità?


Se fosse vero ciò che sta emergendo, non c’è nulla di cui stare allegri, anzi, è proprio il contrario, perché l’ombra della corruzione si allunga su luoghi dove dovrebbe essere bandita per definizione, quelli in cui si amministra la giustizia.
Non parlo in questa sede – cosa che ho già fatto in un mio precedente post – di errori e/o di valutazioni discutibili, ma di qualcosa di molto più grave: la possibilità che decisioni fondamentali siano state comprate, che archiviazioni decisive siano scattate non per mancanza di prove, ma per denaro. E se questo fosse realmente confermato, allora non stiamo più parlando di un caso isolato, di una crepa, ma di un sistema che potrebbe avere infettato parte di quel sistema giudiziario, un cedimento strutturale profondo nel sistema che noi tutti diamo per scontato per le sue funzioni, secondo legge e imparzialità.

Immaginare quindi che un magistrato, invece di seguire il codice, segue un conto in banca, diventa difficile da credere (anche se sono certo, ciascuno di noi, l’avrà pure pensato almeno una volta nel corso della propria vita…). Immaginare quindi investigatori che, anziché di cercare la verità, nascondono gli indizi perché qualcuno ha pagato per farli tacere, già… sembra di leggere la trama di un libro scritta dall’autore John Grisham…

Ma questa volta – ahimè – potrebbe non trattarsi di fantasia, sono elementi che emergono da inchieste serie, condotte da procure che ora indagano proprio chi avrebbe dovuto vigilare. Il punto ora non è sapere chi ha fatto cosa, al sottoscritto ad esempio non interessa qui nominare persone, perché i nomi li puoi trovare ovunque, online, nei giornali, nelle carte processuali. Quello che mi tormenta è il perché.

Perché oggi si riaprono certe vicende? Perché ora saltano fuori appunti con cifre e nomi accostati a richieste di archiviazione? Chi ha deciso che era il momento di scavare? E soprattutto, chi ha permesso che tutto questo accadesse anni fa, senza che nessuno alzasse la voce?

Sembra che durante una perquisizione domiciliare è stato trovato uno scarabocchio a mano, con parole come “archivia” e una cifra che parla di denaro. Certo, potrebbe essere un promemoria, una nota spese, una coincidenza. Ma se quel foglio nasconde un patto, allora cambia tutto. Cambia il senso di ogni decisione presa, cambia il valore delle indagini, dei silenzi, delle omissioni.

Se poi ovviamente saltano fuori movimenti bancari anomali, prelievi in contanti, assegni tra familiari che non quadrano con le loro entrate, allora il mistero s’infittisce. Ma sembra inoltre che vi siano anche altre circostanze: intercettazioni mai trascritte, frasi sul pagamento di “quei signori lì”, contatti opachi tra indagati e forze dell’ordine, incontri lunghi quando invece sarebbero bastati pochi minuti. E poi, vi è un ex maresciallo che sta con l’indagato per oltre un’ora prima della notifica, un luogotenente che sembra sapere troppo, un procuratore che archivia in fretta, senza approfondire, senza chiedere verifiche bancarie su possibili pagamenti. Troppe anomalie per essere solo sfortunate coincidenze.

Tuttavia, mentre tutto questo emerge, qualcuno continua a dire che non c’è nulla di male, che si tratta di semplici spese legali, che l’appunto non prova niente. Ma se davvero non provava niente, perché perquisire case, smartphone, computer? Perché coinvolgere tante persone, tra magistrati, carabinieri, familiari? Perché indagare sui flussi di denaro se non ci fosse il sospetto concreto che qualcosa sia stato comprato? E soprattutto, perché archiviare così in fretta un’inchiesta su un possibile autore alternativo in un omicidio così controverso, senza lasciare spazio a dubbi, senza permettere contraddittorio, senza voler vedere ciò che altri volevano nascondere?

Forse la domanda più grande non è se ci sia stata corruzione, ma quanto in profondità arrivi. Perché se un procuratore può essere influenzato, chi garantisce che non succeda altrove? Se chi doveva indagare ha fatto finta di non vedere, chi ci protegge dalla manipolazione del sistema?

Perché se tutto questo è vero, allora non stiamo parlando solo di un caso giudiziario, ma di una fiducia collettiva spezzata. La gente crede nella giustizia finché pensa che sia cieca e imparziale. Quando scopre che potrebbe invece avere un prezzo, smette di credere nel processo, nelle sentenze, nelle istituzioni. E quando cade quella fiducia, il danno è irreversibile.

Mi chiedo allora cosa ci sia davvero dietro queste nuove analisi. Sono il frutto di una ricerca tenace della verità o rispondono ad altro? A pressioni mediatiche? A esigenze procedurali tardive? O forse, finalmente, qualcuno ha deciso di fare pulizia là dove nessuno osava guardare?

Non lo so. So solo che quando la corruzione mette radici nei palazzi della giustizia, non corrompe solo persone, corrompe il senso stesso del diritto. E a quel punto, non importa più chi ha ucciso o chi è innocente: importa chi ha deciso di far vincere una versione dei fatti piuttosto che un’altra. E se quella decisione è stata pagata, allora la verità non ha più voce

“Cà… non si jetta nenti”. Quando il rifiuto diventa business!

C’è un silenzio strano che accompagna certi autocarri… già sono carichi di qualcosa chiamato “rifiuto”, pericolo e non…

Già…. nessuno li vuole nel proprio Comune, e allora vengono diretti chissà dove, con documenti che forse non quadrano. Ma tanto si sa: nessuno controllerà davvero.

Sì, sembra tutto regolare, tutto in ordine, eppure, dietro quelle procedure si nasconde un movimento furtivo, un percorso che sa come evitare gli sguardi indiscreti.

Dietro ogni bidone, ogni tonnellata di materiale, ogni discarica – autorizzata o no – c’è un giro di soldi che fa invidia ai principali indici mondiali. E non parlo di pochi euro, ma di milioni. Milioni che si muovono tra le pieghe di un sistema che, sulla carta, dovrebbe proteggerci, ma che in realtà, costantemente, ci tradisce.

Il rifiuto, in fondo, è solo un errore di prospettiva. Per qualcuno è immondizia; per altri, è materia prima. E quando quella materia prima non ha un prezzo stabilito, quando il suo valore dipende da chi la smaltisce, da chi la ricicla, o da chi, ancor peggio, la brucia o la seppellisce illegalmente… ecco che diventa terreno fertile per chi sa muoversi nell’ombra.

Non importa di cosa si tratti. L’importante è che qualcuno paghi per farla sparire. E chi riesce a farla sparire – anche se lo fa male, anche se la nasconde in un campo invece che in un impianto autorizzato – intasca. E ahimè, intasca bene!

Ecco così che nascono le discariche abusive, scavate nel terreno come fossero tombe per la dignità di un territorio. Ecco sorgere falsi impianti di riciclaggio, dove il materiale non viene mai lavorato, ma solo accumulato, per poi sparire di nuovo o essere rivenduto per riempimenti, colmate, e via discorrendo. E così, mentre sulle carte tutto risulta trasformato, rigenerato, reinserito nel ciclo produttivo… quel materiale misteriosamente svanisce.

Per far ciò, nascono società fantasma: niente autocarri, niente dipendenti, men che meno stabilimenti. Eppure emettono fatture, mensilmente, appoggiandosi ad autorizzazioni ottenute con nomi prestati, documenti taroccati e, soprattutto, funzionari compiacenti.

E così, mentre questo sistema marcio gira, l’ambiente si ammala, l’acqua si inquina, l’aria diventa veleno. E nessuno alza la voce. Sì, perché qualcuno, da qualche parte, sta guadagnando troppo. E non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Eppure, il problema non è solo di chi smaltisce il rifiuto, è di chi decide cosa farne, e soprattutto di come si controlla la sua tracciabilità. Perché dietro ogni tonnellata di rifiuto c’è un appalto, una gara, una commessa che può valere milioni e milioni di euro. E quando i controlli sono deboli, quando chi dovrebbe vigilare chiude un occhio – anzi, tutti e due – allora il crimine organizzato capisce in fretta che gestire i rifiuti è più redditizio della cocaina.

Senza confini, senza rischi di sequestri, con coperture legali che durano anni. Basta un autocarro, un terreno isolato, uno stabilimento interdetto. Gli si aggiunga un funzionario corrotto… ed ecco, il gioco è fatto. Il rifiuto non è più un problema ambientale: diventa un prodotto. E come ogni prodotto, ha un prezzo. Solo che quel prezzo lo paghiamo noi, in salute, con un paesaggio contaminato: suolo, acqua, aria avvelenati. Non solo: la dispersione di sostanze tossiche rende il territorio inadatto all’agricoltura, creando effetti devastanti sugli ecosistemi.

Ma forse la cosa più amara è che tutto questo accade mentre parliamo di economia circolare, di sostenibilità, di transizione ecologica. Belle parole, progetti ambiziosi. E soprattutto, finanziamenti europei. Fondi ricevuti per il riciclo, incentivi incassati per le energie pulite. Ingenti somme di denaro che finiscono nelle tasche di chi ha imparato a falsificare – persino la coscienza.

Perché il rifiuto, se ben gestito, potrebbe davvero diventare risorsa. Potrebbe ridurre l’inquinamento, creare lavoro vero, alimentare nuove industrie. Ma quando il sistema è infetto, quando la trasparenza è un optional, allora anche la speranza si trasforma in merce di scambio.

E allora, “ca’ non si jetta nenti” diventa una frase amara, ironica, quasi beffarda. Perché in realtà si getta tutto: la legalità, la responsabilità, e soprattutto il futuro!

Si tiene solo il guadagno. Sporco, silenzioso, continuo. Fino a quando qualcuno non deciderà che quell’autocarro illegale non deve più circolare per le nostre strade. Fino a quando qualcuno – onesto e incorruttibile – capirà che il rifiuto non è un affare, ma un dovere.

Perché se quel dovere non inizieremo a rispettarlo, tra un po’ di anni… lo pagheremo tutti. In particolare i nostri figli. E i nostri nipoti.

Quando il lavoro onesto diventa un rischio: curnutu e vastuniatu!

C’è un silenzio che pesa più di qualsiasi parola, soprattutto dopo aver fatto tutto ciò che ti era stato chiesto.
Sì… hai voluto seguir la strada dritta, hai così compilato ogni modulo, superato i controlli, persino quelli che sembrano inventati apposta per scoraggiare chi non ha alcuna protezione o appoggio…

Hai altresì presentato i documenti antimafia, come se la tua onestà dovesse essere dimostrata, come se fossi tu il sospettato, no… chi ti commissiona il lavoro.

Eppure, non hai mai alzato la voce, hai continuato a camminare dritto, convinto che prima o poi qualcuno avrebbe visto il tuo impegno e avrebbe così riconosciuto il tuo valore.

E quando finalmente arriva quel contratto, già… quel pezzo di carta sembra promettere un futuro in salita, sì… lo guardi con gli occhi lucidi di chi non ci credeva più.

Non era stato un colpo di fortuna, ma il risultato di anni di fatica, di scelte difficili, di rinunce difficili, le stesse che poi hanno fatto arricchire i tuoi avversari.

Eri comunque pronto a metterci il tuo impegno, la faccia, i mezzi, il tempo, ormai eri dentro, non hai ricevuto alcun acconto e così hai investito il tuo denaro, pensando comunque che alla fine, se avresti fatto bene il tuo dovere, qualcuno avrebbe fatto il suo…

Ed allora la tua imprese lavora senza sosta, sì… con la stessa cura che metteresti per realizzare casa tua; rispetti i tempi, superi gli imprevisti, risolvi problemi che – come solitamente accade – non dipendono da te, completi quindi un mese di lavori, verifichi la contabilità consegnata dalla tua D.l. e dopo qualche giorno emetti la fattura concordata, in attesa dei fatidici 60/90 gg…

Sì… aspetti quel pagamento, lo aspetti con la pazienza, già perché sai che nel mondo degli appalti il denaro viaggia lento, aggiungerei… troppo lento: Sessanta, novanta e a volte anche centoventi giorni, ti dicono che è normale…

Ma stranamente (o dovrei dire “spesso”) dopo tutto quel tempo, il bonifico non arriva!!!

Ed allora, chiami, mandi solleciti, mostri documenti, fatture, verbali di consegna, ma ricevi solo silenzi e le classiche risposte vaghe, già… le stesse che come neve al sole si sciolgono improvvisamente… ed allora ti rivolgi ai legali, iniziano le procedure dei decreti ingiuntivi, ed invece di vedere finalmente una soluzione, ecco che ti arriva una “bella” comunicazione: il contratto è disdetto.

“Curnutu e vastuniatu” così si dice a Catania, non perché hai sbagliato, non per la tua inadempienza, ma perché ti sei permesso – già… hai osato chiedere a quel Committente (che siede alla del padre…) – i tuoi soldi, i tuo diritti, già… ciò che ti spetta per legge!!!

Ma di quale legge parliamo? Una legge che tutela i ladri e colpisce gli onesti…? Sì… è quando ti rivolgi allo Stato che comprendi tutto il tuo fallimento, già… quando entri in un’aula di Tribunale che comprendi di non aver più una rapida soluzione ai tuoi problemi, anzi il più delle volte, vieni punito per aver preteso il rispetto delle regole.

Sei un estraneo in un gioco di cui non conosci le regole, o meglio, in cui le regole cambiano a seconda di chi le fa e soprattutto chi le deve seguire.

Non importa se hai rispettato ogni vincolo, ogni obbligo, loro possono disattendere “impunemente” ogni obbligo, possono cancellare quel rapporto istaurato come se fosse un errore di battitura e così, mentre tu lotti per non affondare, per pagare i tuoi operai, i fornitori, per mantenere aperta un’impresa che magari ha radici profonde in questo territorio, loro, sì… questi grandi appaltatori, se ne stanno al riparo, protetti da centinaia di clausole che sembrano fatte apposta per salvarli, anche quando sono loro a creare i problemi!!!

Nel frattempo mentre tu aspetti invano i tuoi pagamenti… fallisci, mentre loro – viceversa – ricevono quei fondi pubblici previsti e consegnati loro da una politica che utilizza quel sistema per raccomandare parenti e familiari, ma soprattutto per foraggiare un sistema parallelo, illegale, che poi ricambia attraverso preferenze elettorali, si con quel noto scambio di voti.

Ma infatti da “Siciliano” mi sono sempre chiesto: perché affidare questi lavori a chi non vive qui, a chi non conosce il territorio, a chi non ha alcun interesse a costruire qualcosa di duraturo? Perché non dare direttamente appalto a chi ha le competenze, a chi ha le maestranze, a chi da generazioni tiene in piedi l’economia di questa terra? Perché inserire un anello intermedio che non aggiunge valore, ma solo costi, ritardi e rischi?

Ma forse anch’io la risposta la so da sempre: Sì… forse perché quel collegamento non è mai stato tecnico, ma politico? Forse perché dietro quei nomi vi sono appoggi, raccomandazioni, scambi di favori che nulla hanno a che fare con la trasparenza o il merito, ma servono principalmente ad oliare questo sistema marcio!

Ma quando ne parlo a gran voce, quando pubblico i miei post, sì… sono in molti a darmi ragione, ma poi girato l’angolo, scrollano le spalle, già… come se questo meccanismo perverso sia inevitabile, mi sembra il classico discorso dello sconfitto! Ma la verità è che nella maggior parte dei casi, molti di essi, appartengono – direttamente e/o indirettamente – a quel sistema clientelare e collusivo, sì… sono proprio essi, i loro figli, parenti e amici, ad essersi genuflessi e ad aver approfittato e ancora approfittano di quel marciume

Credetemi… quanto riporto non è rabbia, non me ne fotte un caz…, tanto – come dico sempre – io mi accontento del mio piatto di pasta, di più tanto non posso mangiarne…- e quindi, non ho bisogno di “LORO”, sì… di quei politici, di quegli imprenditori mafiosi e collusi (ancor più di quei loro lacchè – incompetenti – chiamati “teste di legno”),ed ancora, di amici e conoscenti che operano nel servizio pubblico (finora mi sono sempre rivolto – a pagamento – ai servizi privati…), non ho bisogno di raccomandazioni, perché mi sento abbastanza preparato che solitamente le imprese a fare una “cinquina” assumendomi e mai il contrario, difatti, in questi miei 35 anni di servizio, nessuno mai ha pensato di licenziarmi, difatti, in quelle poche circostanze, sono stato io ad inviare le dimissioni – solitamente per giusta causa.

D’altronde come potrei convivere in un’impresa, avendo la consapevolezza che essa appartiene, di fatto – ad un’associazione criminale o permette quotidianamente che metta in campo meccanismi fraudolenti, gli stessi che poi le permettono di evadere e quindi incassare migliaia e migliaia di euro…

parliamo di semplici raggiri (ma sono truffe che lo Stato – ahimè – non riesce neppure a comprendere o quando ci riesce è ormai troppo tardi… eppure sono lì…sotto i loro occhi, ma a volte ho come l’impressione che quei soggetti si trovino nella “stanza con l’elefante”) ma d’altronde lo Stato punisce chi le regole le rispetta, mentre premia o forse dovrei dire “ricompensa”, chi riesce a far durare più a lungo questo sistema, d’altronde lo stesso che lo tiene in vita.

E così… in questi anni, centinaia di imprese oneste siciliane hanno chiuso, non per incapacità, ma viceversa, per mancanza di giustizia.

Perché alla fine quello che manca davvero in questa terra non è il denaro, ma il senso di quel diritto che ormai nessuno, sembra più voler far rispettare! E quindi: Curnutu e vastuniatu!

Non è un ponte, è un affare per pochi!

La realizzazione del Ponte sullo Stretto viene presentata come un traguardo storico, un simbolo di modernità che unirà due mondi e rilancerà l’economia del Sud, ma dietro questa narrazione trionfalistica – secondo me – si nasconde un groviglio di interessi che poco hanno a che fare con il bene comune.
Già… il governo parla di sviluppo, di collegamento tra le due sponde, di un’opera che cambierà per sempre il volto del nostro Paese, eppure queste parole risuonano vuote, in particolare se si osserva in maniera obiettiva, chi sta già incassando, chi sta decidendo e soprattutto chi sta muovendo le fila dietro le quinte…

Non sono ahimè soltanto i timori di infiltrazioni mafiose a rendere questa impresa così controversa, anche se va detto, dietro i miei sospetti, vi sono rapporti purtroppo fondati: le allerte della Dia, i rapporti dell’Antimafia, le cronache di appalti oscuri e i subappalti incontrollabili, raccontano come, ormai da decenni, le grandi opere in questo Paese siano terreno di caccia per la criminalità organizzata.

Eppure, nonostante il settore delle costruzioni e tutto ciò che ad esso è direttamente connesso, continui a concentrare oltre il 60% delle misure preventive antimafia, la risposta ufficiale si riduce spesso in una pericolosa sottovalutazione del fenomeno…

Già… è come se la criminalità organizzata fosse solo un pretesto da liquidare con leggerezza, un approccio che da sempre alimenta nel sottoscritto il sospetto che, per alcuni, la lotta alla criminalità sia più un obbligo di facciata che una reale missione, sì… un mero adempimento per garantirsi lo stipendio.

Ma esiste un livello ancora più profondo, e forse più inquietante, che va oltre la criminalità organizzata. È un sistema di potere fondato su alleanze silenziose e interessi convergenti tra una certa politica e una precisa fetta dell’imprenditoria – solitamente settentrionale – la stessa che oggi, sotto l’egida di “general contractor”, si sta accaparrando appalti milionari grazie alle nostre regioni.

Non si tratta quindi di semplice speculazione: è un meccanismo ben oliato, una trama di comodo in cui finanziamenti pubblici, scelte politiche e commesse private si fondono sotto una finta trasparenza di legalità. È questo sistema, che ho già definito (nei miei precedenti post) “triadico”, a spingere con forza per l’avvio dei cantieri, quasi per creare un fatto compiuto, un’opera talmente avviata da risultare a chiunque impossibile da fermare, anche quando i dubbi si accumulano…

Le stime di costo superano i tredici miliardi e mezzo di euro, una cifra astronomica, di cui oltre dieci miliardi sarebbero già destinati a un’unica figura contrattuale, un’enormità di denaro pubblico che scorre in un canale poco controllabile.

E mentre si parla di pedaggi sostenibili, gli analisti internazionali, come quelli del Financial Times, mettono in guardia: il costo per attraversare il ponte – attualmente il costo di sola andata con il traghetto per un’autovettura è di €. 42.00 – potrebbe salire fino a sessanta volte quello di un’autostrada comune, una barriera invisibile che trasformerebbe l’opera non in un collegamento, ma in un esclusivo corridoio per pochi privilegiati.

Nel frattempo, a Torre Faro, a Villa San Giovanni, migliaia di famiglie vivono nel terrore di perdere le loro case, strappate via da un progetto che non le ha mai ascoltate e le rassicurazioni tecniche, non cancellano la paura di vivere su una faglia sismica dove ogni vibrazione potrebbe diventare fatale. Si parla di progresso: ma il progresso non dovrebbe cancellare le comunità, non dovrebbe spezzare la vita di chi ci abita da generazioni…

E allora, cosa spinge l’attuale governo a questa decisione? E’ forse l’idea di unire due regioni, il continente con l’isola, il desiderio di modernizzare il Sud? O forse dietro c’è la smania di oliare quel meccanismo di potere, di ricchezza concentrata, di opportunità riservate a pochi, loro, sì… gli stessi che da sempre si muovono sotto il velo del patriottismo infrastrutturale!

E quando tutta questa storia finirà, con il ponte costruito o meno, una cosa è certa: le conseguenze le pagheranno ancora una volta i soliti. Noi siciliani, noi calabresi, quelli che dal 1860 in poi hanno imparato a conoscere bene il prezzo delle promesse non mantenute.

Il ponte, forse, si farà. Ma non sarà mai un ponte per il popolo: Sarà un ponte d’oro per pochi, e un futuro d’ombra per molti!

L'ombra della mafia sulle imprese e sui fondi pubblici

Mentre continua a gestire e ampliare i propri traffici illeciti, come droga, prostituzione, racket ed usura – tutti settori che generano enormi profitti – la mafia rivolge il suo interesse verso un obiettivo più subdolo e strategico: il controllo delle attività imprenditoriali attraverso il riciclaggio di denaro. Questo meccanismo non solo le consente di nascondere i guadagni illeciti, ma anche di consolidare il proprio potere economico e sociale.

Recentemente, durante la relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Matteo Frasca, ha lanciato un allarme chiaro: nonostante i colpi inferti negli ultimi anni, la mafia continua a essere una forza criminale attiva, con l’obiettivo di penetrare nell’economia legale e intercettare i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Frasca ha sottolineato come la capacità della mafia di infiltrarsi sia strettamente legata alla persistenza di collusioni con settori politico-amministrativi, che fungono da ponte per il controllo del territorio e per l’accesso alle risorse pubbliche.

Un aspetto cruciale è rappresentato dalla capacità della mafia di rinnovarsi. Anche dopo arresti e processi che hanno decapitato i vertici delle organizzazioni, queste riescono rapidamente a ricostituire le proprie strutture di comando, mantenendo vive le regole mafiose tradizionali e trovando nuovi alleati per rafforzare la propria influenza.

Tra gli obiettivi principali dell’organizzazione spiccano le opere pubbliche realizzate sul territorio. Attraverso atti estorsivi, la mafia esercita pressioni su imprese affidatarie, fornitori e subappaltatori, sfruttando ogni opportunità per trarre vantaggi economici. Questo modus operandi non sarebbe possibile senza la complicità di imprenditori senza scrupoli, che accettano di collaborare con l’organizzazione criminale per ottenere favori o protezione, diventando parte integrante del sistema mafioso senza subirne direttamente le conseguenze.

Questa situazione richiede una risposta ferma e coordinata da parte della società civile, delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Combattere la mafia significa non solo colpire i suoi esponenti principali, ma anche spezzare la rete di complicità e connivenze che ne garantisce la sopravvivenza.

Solo attraverso un impegno congiunto si potrà impedire che la mafia continui a infiltrarsi nell’economia legale, compromettendo il futuro di intere comunità. Il messaggio deve essere chiaro: non c’è spazio per chi antepone i propri interessi personali al bene comune.

Come è possibile che ancora oggi, nel 2025, si continuino a commettere reati come quelli che sto per descrivere?

Mi chiedo se sia normale trovarsi ad ascoltare inchieste giudiziarie che rivelano sempre gli stessi scenari: militari dei comandi provinciali della Guardia di Finanza che, attraverso indagini accurate, portano alla luce un inquietante panorama fatto di emissioni di fatture per operazioni inesistenti, dichiarazioni omesse e mancati versamenti dell’IVA.

Sono meccanismi complessi, messi in atto con l’intento di produrre fatture false per decine e decine di milioni di euro, utilizzate poi per evadere imposte sui redditi e sul valore aggiunto. Un modus operandi consolidato, che sembra ripetersi quasi come una prassi.

E così, a fatti compiuti e con il denaro ormai volatilizzato, si procede con sequestri preventivi e confische, mentre si effettuano arresti di quegli “imprenditori” – o meglio, “prenditori” – che per anni hanno costruito un sistema basato su violazioni fiscali. Al momento opportuno, queste stesse persone riescono a ottenere la chiusura d’ufficio delle società coinvolte, sottraendosi così ulteriormente alle proprie responsabilità.

Certamente, l’obiettivo dello Stato è recuperare quanto più possibile le somme illecitamente sottratte e smantellare gli schemi fraudolenti, ma la realtà ci mostra un sistema di controllo e garanzia che spesso si rivela inefficace.

E quando a questo si aggiunge l’ulteriore beffa di incaricare “Amministratori giudiziari” che, durante il loro mandato, commettono a loro volta atti fraudolenti o comunque infedeli – come raccontano le cronache di questi giorni – viene naturale pensare che il problema non sia circoscritto a pochi casi isolati. Si tratta di un sistema profondamente malato, che sembra resistere a ogni tentativo di cambiamento.

Ma perché? C’è forse una volontà latente di mantenere le cose come stanno? Un equilibrio che avvantaggia sia chi froda il sistema sia chi, in teoria, dovrebbe vigilare, ma si accontenta di raccogliere i frutti di incarichi ispettivi ben retribuiti?

Siamo di fronte a un “cane che si morde la coda“, dove chi dovrebbe rappresentare la giustizia e la legalità finisce per alimentare lo stesso sistema che dovrebbe combattere.

Se non si interviene con una revisione radicale delle procedure, dei controlli e delle responsabilità, il rischio è che questo ciclo di frodi, indagini e inadempienze continui senza fine. Serve un sistema che non solo sanzioni, ma soprattutto prevenga. Un sistema che metta al centro trasparenza, tecnologia e meritocrazia, capace di smantellare le reti di complicità e corruzione.

Eppure, resta un dubbio amaro: si vuole davvero cambiare o tutto questo serve a garantire il perpetuarsi di un sistema che, in fondo, fa comodo a troppi?

Se continuiamo a tollerare questa situazione, non sarà solo lo Stato a perdere; saremo tutti noi, cittadini onesti, a pagare il prezzo più alto!!!

Dove non c’è lavoro, c’è mafia! E dove c’è lavoro, ahimè, c’è sempre mafia: una riflessione sul rapporto tra disoccupazione e criminalità organizzata.

Non è rigidamente dimostrato che un aumento della disoccupazione comporti necessariamente una maggiore espansione della mafia e delle sue attività. 

Tuttavia, è innegabile che le sacche di emarginazione sociale favoriscano il reclutamento di manodopera per le organizzazioni mafiose.

La mafia, però, non si limita a sostituirsi allo Stato laddove questo è assente, già… attraverso il controllo di appalti e finanziamenti pubblici, offre lavoro come parte di uno scambio biunivoco: favori e complicità in cambio di quel “posto” che diventa un’arma di controllo sociale. 

Chi accetta un impiego in un sistema così corrotto viene poi abitualmente coinvolto, anche indirettamente, in dinamiche illecite. 

Si sa… questo sistema clientelare alimenta il silenzio, la complicità e persino il consenso elettorale in favore dei politici che hanno permesso l’aggiudicazione di quegli appalti o l’accesso delle imprese mafiose a risorse statali milionarie.

Il risultato finale è un tessuto lavorativo degradato, in cui anche la manodopera si adegua a logiche di collusione. 

Viceversa, chi si oppone a questo sistema viene emarginato, privato di opportunità o costretto a cercare altrove – spesso in altre regioni – uno spazio in cui può dimostrare la propria professionalità.

La mafia infatti prospera sfruttando non solo la disoccupazione, ma anche il lavoro stesso come strumento di controllo e sopraffazione. 

Le sue dinamiche alterano le regole della concorrenza, marginalizzano le imprese sane e costruiscono un sistema dove il capitale sporco si intreccia con il capitale “pulito”, contaminando l’economia e la società.

L’infiltrazione mafiosa non è mai neutrale: essa esporta violenza, corruzione e soprusi, alterando il mercato e alimentando una spirale di illegalità che danneggia l’intera collettività. 

È dimostrato che l’assenza di adeguati controlli sui flussi finanziari – come quelli legati a commesse pubbliche o grandi progetti infrastrutturali – non solo attrae le organizzazioni mafiose, ma spesso scatena conflitti interni e pericolose faide, con gravi ripercussioni sull’ordine pubblico.

Non significa che lo Stato debba rinunciare a creare lavoro nelle aree a rischio, tuttavia, è essenziale rafforzare le istituzioni per spezzare i legami tra mafia e pubblica amministrazione. 

Provvedimenti come lo scioglimento di consigli comunali infiltrati rappresentano un primo passo, ma servono azioni sistematiche e una rinnovata cultura della legalità per restituire dignità al lavoro e ai diritti di ogni cittadino.

D’altronde, come ripeto ormai da oltre 15 anni, la lotta alla mafia non può più limitarsi alla repressione, ma deve mirare a costruire un sistema in cui il lavoro non sia più strumento di ricatto e corruzione, ma un diritto libero e autentico che possa dare a tutti i cittadini eguali opportunità o, quantomeno, privilegiare il merito rispetto alla sterile raccomandazione!

La Verità Amara: Quando le imprese cercano la "Mafia"!!!

Ormai mi sono convinto, e credo di non essere più il solo ad aver compreso cosa sta accadendo da anni, non solo nella mia regione, ma in tutto il Paese.

Sempre più spesso, le piccole e medie imprese in difficoltà si rivolgono alle organizzazioni criminali per risolvere rapidamente i loro problemi, in particolare la mancanza di liquidità.
Secondo le stime, il volume d’affari delle mafie italiane si aggira attorno ai 40 miliardi di euro l’anno.
Una cifra spaventosa, pari a due punti di PIL. Questo cosiddetto “fatturato” colloca l’industria criminale al quarto posto tra le principali realtà economiche nazionali, subito dopo Eni (93,7 miliardi), Enel (92,9 miliardi) e Gestore dei Servizi Energetici (55,1 miliardi).
Tuttavia, questi numeri sono probabilmente sottostimati: è impossibile calcolare con precisione i proventi generati dall’infiltrazione mafiosa nell’economia legale. Dopotutto, queste organizzazioni sono esperte nell’occultare i propri traffici illeciti e i guadagni che ne derivano.
Incrociando i dati della Banca d’Italia con quelli della DIA e della magistratura, si stima che in Italia vi siano almeno 150 mila imprese potenzialmente contigue a contesti di criminalità organizzata.
Solo in Lombardia i numeri sono impressionanti: a Bergamo 2.298, a Brescia 4.043 e a Milano addirittura 15.644. Province che costituiscono il cuore pulsante di quello che possiamo definire un “triangolo delle Bermuda” lombardo.
Le attività criminali più comuni includono narcotraffico, traffico d’armi, smaltimento illegale di rifiuti, appalti pubblici, gioco d’azzardo, contrabbando di sigarette e prostituzione. A queste si aggiungono le estorsioni, spesso a danno degli imprenditori, che negli ultimi dieci anni sono aumentate del 63%.
Secondo la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto al Nord, le estorsioni non avvengono più con minacce esplicite o violenza. Al contrario, si cerca di instaurare una sorta di complicità con le vittime.
Le imprese vengono coinvolte in pratiche apparentemente vantaggiose, come l’assunzione di personale, la fornitura di servizi o la fatturazione per operazioni inesistenti. 
Ma dietro queste proposte si nasconde una pressione costante: le imprese sono obbligate a pagare in contanti l’importo dell’IVA per operazioni fittizie. In questo modo, i mafiosi mascherano l’estorsione come un normale adempimento fiscale.
Questo scenario evidenzia quanto il legame tra mafia e imprese non sia sempre frutto di coercizione, ma spesso il risultato di scelte dettate dalla disperazione economica.
Una realtà inquietante che, ahimè, non possiamo ignorare.

Maxi evasione Iva.

Un sistema fraudolento su larga scala, finalizzato alle frodi fiscali e al riciclaggio e aggravato dall’utilizzo di metodi di intimidazione, è stato smantellato grazie a un’indagine coordinata tra diverse autorità investigative.

L’operazione ha portato all’esecuzione di numerose misure cautelari personali, sequestri di beni e denaro per centinaia di milioni di euro, e alla ricostruzione di false fatturazioni per oltre un miliardo di euro.
I provvedimenti restrittivi riguardano individui accusati di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, al riciclaggio dei profitti illeciti e, in alcuni casi, di reati fallimentari legati alla gestione di società coinvolte. Alcuni degli indagati si trovano attualmente all’estero, con conseguente emissione di mandati di arresto internazionali.
Sono stati sequestrati beni, valori e denaro per un valore complessivo superiore a 500 milioni di euro, corrispondenti ai profitti della frode, e immobili riconducibili al sistema fraudolento, sparsi su diverse località sia in Italia che all’estero. Le autorità hanno rilevato che una parte dei proventi illeciti è stata investita in attività criminali organizzate, utilizzando modalità che favoriscono il riciclaggio e il reinvestimento dei guadagni illeciti.
L’indagine, frutto di una convergenza tra due filoni investigativi, ha svelato un complesso meccanismo di frodi fiscali, noto come “frode carosello”, che coinvolge il commercio di prodotti tecnologici attraverso una rete strutturata di imprese intermediarie e società estere.
Nel corso delle operazioni, sono state effettuate numerose perquisizioni in diverse province e Paesi, con l’impiego di unità specializzate nella ricerca di denaro nascosto. Complessivamente, l’indagine riguarda centinaia di persone e società coinvolte, evidenziando l’enorme portata del sistema fraudolento.
Questa rete, operante in diversi Paesi europei ed extraeuropei, ha utilizzato società di comodo e schemi complessi per evadere l’Iva e riciclare ingenti somme, dimostrando un’integrazione tra attività illecite e criminalità organizzata.
Ritengo quindi che per arginare fenomeni così articolati, è necessario un approccio a tutti i livelli. 
Prima di tutto, occorre rafforzare la cooperazione internazionale tra le autorità giudiziarie e investigative, facilitando lo scambio rapido di informazioni e l’armonizzazione delle normative fiscali.
Difatti, l’introduzione di tecnologie avanzate, come sistemi di tracciabilità digitale per le transazioni commerciali e strumenti di intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, potrebbe rendere più difficile l’uso di fatture false e il riciclaggio dei proventi.
Inoltre, bisogna incentivare la prevenzione perché attraverso essa si possono compiere controlli più stringenti sui flussi finanziari e sulla costituzione di nuove società, soprattutto quelle che operano in settori ad alto rischio di frodi.
Infine, è fondamentale rafforzare la cultura della legalità, promuovendo programmi di sensibilizzazione per le imprese e i cittadini e implementando misure severe contro la corruzione, che spesso – per come abitualmente constatiano – agevola la proliferazione di questi sistemi.
Perché soltanto combinando prevenzione, innovazione tecnologica e cooperazione internazionale – forse – sarà possibile indebolire tutte queste diffuse reti criminali e proteggere così finalmente, l’economia legale di questo Paese!!!

Frode milionaria da parte di un gruppo criminale cinese!!!

La Guardia di finanza di Ancona ha scoperto in tutta Italia un’associazione a delinquere dotata di veri e propri sportelli “abusivi” utilizzati come banca per raccogliere, stoccare e riconsegnare denaro da riciclare…

Dalle indagini tutt’ora in corso si è scoperto che l’associazione per delinquere cinese fosse finalizzata a una frode fiscale internazionale per centinaia di milioni di euro…

L’hanno definita “Chinese Underground Bank”, una struttura che è stata ora sequestrata e che serviva, per come riportato sopra, per raccogliere, stoccare e riconsegnare il denaro da riciclare. 

Attualmente stanno operando in quegli uffici oltre 250 finanzieri, quattro unità cinofile cash-dog e apparecchiature scanner per la ricerca di intercapedini, oltre ad un elicottero…

Potremmo deinirla una vera e propria “lavatrice” di denaro, certamente di provenienza illecita che ritornava “ripulito” nuovamente in Cina oppure reimpiegato in nuove attività di ristorazione, beni mobili quali metalli preziosi e auto di lusso, ma anche acquisto di immobili. 

Sono oltre 500 i milioni di euro sottratti a tassazione, di cui si contano oltre tre miliardi di transazioni effettuate tramite questa banca abusiva dalla quale il denaro viaggiava sotto traccia e veniva trasferito tramite corrieri o attraverso prelievi in contanti in cambio di bonifici per fatture false: ovviamente per questo scambio l’organizzazione percepiva una provvigione e gli utenti, tra cui molti imprenditori italiani, ricevevano una consistente liquidita!!!

Una procedura che come avrete comrpeso forniva una mole di denaro elevata e soprattutto ripulita, alla cui frode ovviamente contribuivano imprenditori italiani che fingevano di pagare fatture “fantasma” con bonifici a conti in apparenza Ue, ma destinati a tornare in Cina, sì… dopo aver eluso l’anti-riciclaggio, transitando in vari stati tra cui Grecia, Bulgaria, Francia, Spagna, Germania, Serbia, Albania, Estonia, Irlanda e Gran Bretagna…

Pensate che quanto sopra costituisca una novità??? No… basta rileggersi i miei precedenti post:

– https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/12/scoperte-banche-abusive-che-operano-in.html

https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/10/milioni-di-euro-che-si-spostano-senza.html

– https://nicola-costanzo.blogspot.com/2023/10/incredibile-con-la-tecnica-apri-e.html

– https://nicola-costanzo.blogspot.com/2016/01/chinatown-catania.html

Finanziamenti a imprese affiliate…

Il Fondo di Garanzia del Ministero delle Imprese, gestito dal Mediocredito Centrale (MCC), è uno strumento fondamentale per supportare le piccole e medie imprese italiane, offrendo garanzie alle banche che concedono prestiti. Grazie a questa garanzia, le banche sono più disposte a erogare finanziamenti, riducendo il rischio di insolvenza per le aziende e incentivando la crescita dell’economia. Tuttavia, il sistema si basa su una responsabilità condivisa tra banche e istituzioni, e la superficialità o negligenza nell’erogazione dei prestiti può portare a gravi conseguenze.

In alcuni casi, infatti, le banche, spingendo per aumentare il volume di finanziamenti, potrebbero abbassare la guardia e concedere prestiti senza effettuare adeguate verifiche sulle aziende richiedenti. Questo approccio rischia di trasferire il rischio di insolvenza sullo Stato, che garantisce il prestito tramite il Fondo di Garanzia. Una situazione che crea un paradosso: in alcuni casi, le garanzie pubbliche finiscono per finanziare anche imprese legate alla criminalità organizzata, un fenomeno che danneggia non solo l’economia, ma anche la fiducia nel sistema finanziario.

Le indagini recenti hanno portato alla luce un caso in cui una banca ha erogato, nel periodo 2019-2023, prestiti per un valore di 10 milioni di euro a nove imprese legate a imprenditori coinvolti in attività criminali. La Direzione distrettuale antimafia, accertando l’illegalità e il rischio di infiltrazioni mafiose, ha chiesto e ottenuto dal Tribunale l’amministrazione giudiziaria della banca coinvolta, una misura che non prevede la confisca dell’istituto ma impone un controllo giudiziario. L’istituto bancario, che è nato nel 2015 dal riassetto di una precedente banca, è specializzato in finanziamenti alle piccole e medie imprese. Nonostante non siano stati trovati elementi di illeciti all’interno della banca stessa, il sistema bancario ha mostrato falle che hanno permesso l’accesso a finanziamenti a imprenditori con legami con la criminalità.

Questa misura, pur non essendo un sequestro, mira a prevenire il rischio di infiltrazioni mafiose e a ridisegnare le procedure interne della banca. Un amministratore giudiziario è stato nominato per intervenire nei processi aziendali e strutturare una nuova governance che impedisca il ripetersi di simili situazioni. L’amministrazione giudiziaria ha lo scopo di rafforzare l’impresa e metterla al riparo da future contaminazioni criminali, senza punire le attività lecite condotte dalla banca.

Questa misura, che in passato è stata applicata in settori come l’evasione fiscale o il caporalato, viene utilizzata per le aziende che, pur esercitando attività lecite, potrebbero facilitare indirettamente l’attività di organizzazioni mafiose. L’obiettivo principale non è la punizione, ma la prevenzione, il che significa che l’intervento ha una funzione “terapeutica”, mirata a depurare l’impresa e restituirla al mercato, dopo aver eliminato gli elementi di rischio. L’intervento giudiziario, se ben gestito, potrebbe anche risultare un’opportunità per l’impresa stessa, che acquisirebbe una maggiore resistenza contro future infiltrazioni e un sistema di controllo più solido.

In sintesi, la vicenda mette in luce l’importanza di un rigoroso controllo sulle pratiche bancarie e la necessità di una maggiore responsabilizzazione delle istituzioni finanziarie. La garanzia pubblica non dovrebbe mai essere una via per mascherare la superficialità nelle valutazioni delle banche, e le misure di prevenzione come l’amministrazione giudiziaria sono strumenti fondamentali per garantire che il sistema finanziario resti sano, trasparente e libero da infiltrazioni criminali.

Cambio di guardia al Comando provinciale dei carabinieri di Messina.

Sembra da alcuni mesi che qualcosa di positivo stia sopravenendo in quella città di Messina.

Abbiamo letto ad esempio delle nomine nel Tribunale e/o di quelle nella Procura ed ora da alcuni giorni, ecco alla guida del Comando provinciale dei carabinieri di Messina assegnato il Colonnello Lucio Arcidiacono, lo stesso che ha permesso (lo scorso anno) la cattura del boss Matteo Messina Denaro.

Certamente una persona professionale e preparata, d’altronde proviene dal ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) che lotta contro la criminalità organizzata e il terrorismo.

Ha inoltre rivestito i suoi incarichi in città note per l’alta pericolosità, come Roma, Napoli, ma anche siciliane come Catania e Palermo, per cui ritengo conosca bene la nostra isola ed il suo territorio a cui dovrà ora dedicarsi, già… in particolare questo di Messina che sappiamo bene esser irto di ostacoli.

Se posso permettermi un consiglio, chiederei al Colonnello di stare particolaremente attento, perché l’ambiente peloritano è totalmente diverso da tutti gli altri con cui ha finora convissuto, perché quì il maggiore rischio è rappresentato da certi ambienti privilegiati, gli stessi che vedrà proveranno ad accerchiarlo, mi riferisco a quello politico, imprenditoriale, ma anche istituzionale, dove sono molti i soggetti fortemente connessi alla “Massoneria“!!!

E fondamentale quindi riuscire a non snaturare la propria figura e porre sin da subito un netto rifiuto a possibili richieste di allontanarsi dai propri valori; sarà quindi fondamentale continuare – per come ha sempre fatto – agendo in maniera serena per il bene primario dello Stato e dei suoi cittadini.

Ho potuto difatti scoprire in quest’ultimi anni come quella città – a diiferenza di altre nell’isola – sostenga gli accordi (celati) tra i suoi uomini d’affari, politici, amministratori locali e soprattutto massoni e mafiosi, e difatti in questo luogo ciascuno di essi trova quel luogo perfetto per determinare i migliori accordi d’accomodamento…

Perché vede Colonnello in quell’area peloritana sono molti i “colletti bianchi” che si sono dimostrati legati a taluni ambienti (ex nobiliari/borghesi), fortemente allacciati a organizzazioni criminali…

D’altronde a dirlo sono le numerose inchieste giudiziarie condotte per reati contro la pubblica amministrazione, corruzione, concussione e quant’altro, una situazione chiaramente drammatica e forse in contrapposizione con quanto Le è stato riferito prima di proporle quest’incarico.

Sono certo comunque che Lei saprà individuare in tempi celeri tutti  gli attori appartenenti a quel mondo di mezzo, punto d’incontro illegale tra interessi della politica, imprenditoria e della criminalità organizzata!!! 

Colonnello Arcidiacono, Le auguro buon lavoro…

Ladri ovunque??? Già… "solo chi le pensa poi le cose le fa"!!!

Stamani voglio narrarvi un episodio raccontatomi diversi anni fa da mio padre…

Lavorava in Banca e si trovava ad operare in cassa… 

Allora gli sportelli dei cassieri non erano come quelli di oggi – sappiamo tutti come ormai in quelle Agenzie bancarie non si svolgano quasi più operazioni, poiché la maggior parte di queste vengono compiute direttamente da noi clienti con internet o tramite l’App dedicata – ma a quel tempo l’era digitale non era ancora iniziata e l’abitudine dei clienti era di recarsi personalmente in banca…

L’afflusso in quegli Istituti di credito – per chi lo ricorda – era considerevole, come d’altronde il numero dei cassieri che risultava ragguardevole rispetto ad altri reparti di quel comparto…

Mio padre (secondo qualche collega…) aveva una lacuna, sì – pur risultando tra tutti i colleghi il più produttivo, tanto da ricevere a fine anno il cosiddetto “premio di produzione” – aveva la cattiva abitudine (quando costretto ad allontanarsi dal proprio posto di lavoro), di lasciare il proprio cassetto con il denaro (a vista di tutti) aperto!!!

Ed allora un giorno, un giovane collega gli fece notare questa circostanza, ma mio padre in quella occasione non ne tenne conto…

Analoga situazione si ripeté alcune settimane dopo, ma anche subito dopo quella circostanza – quella “pericolosa” abitudine – continuò come nulla fosse e quel cassetto rimaneva sempre aperto!!!

Passò qualche mese e il collega si fece più insistente: Giuseppe scusami se mi ripeto, ma ti ho spiegato che quel cassetto, con tutti quei soldi a vista, non può essere lasciato così… devi stare attento!!!

Ed allora mio padre a quell’affermazione rispose: sì… hai perfettamente ragione, ho sbagliato in tutti questi mesi a lasciare quel cassetto aperto, ma tu sei ancora troppo giovane ed io l’avevo fatto esclusivamente per metterti alla prova; già… ho sperato in questi mesi che tu comprendessi una lezione e cioè che pur sapendo di poter approfittare del denaro della mia cassa, superassi quella naturale predisposizione che possiede la maggior parte delle persone, sì… una bramosia costante che li divora nel volere sempre di più, anche se ciò significa dover procedere anche in maniera illegale.  Ho sperato quindi che con il passar del tempo tu modificassi quel tuo modo di vedere, che comprendessi finalmente che quel denaro non ti serviva, anche perché non è tuo, come non è mio, ed è peraltro scorretto il solo pensiero di poterlo prendere!!! Cosa dire, mi sono sbagliato, non si può cambiare la natura di ciascuno di noi ed è il motivo per cui da oggi – ogni qual volta che mi vedrai allontanare dalla mia postazione – chiuderò il mio cassetto: perché vedi… “chi le pensa poi le cose le fa” e tu – non ti offendere – non sei diverso dagli altri, già… da tutti quei ladri che ogni giorno provano a rubare in questo Paese!!!

Un insegnamento di vita fondamentale, lo stesso che crescendo ha cercato di trasmettere al sottoscritto!!! 

Difatti, pur senza conoscerli personalmente potrei fare oggi un elenco lunghissimo di quella particolare categoria d’individui definiti “ladri”, che premetto nulla centrano con i semplici manigoldi di bassa lega che vediamo quotidianamente per le nostre strade, già… poveri disgraziati che vanno rubando qualsivoglia cosa gli capiti sotto mano.

No, quelli a cui faccio riferimento sono soggetti al di sopra di ogni sospetto, mi rifierisco a individui con importanti incarichi che percepiscono da noi tutti e quindi dallo Stato, un generoso stipendio, lo stesso che permette loro ed ai loro familiari (altrettanto corresponsabili, sapendo bene la proviennza di quel denaro sporco…) di vivere in maniera agiata…

Ma tutti loro hanno un’indole peculiare, sì… quella caratteristica di voler sempre rubare, graffignare o ancor peggio appropriarsi quanto viene loro offerto.

Ma ancor peggio poi c’è chi tra loro abusa di quella qualità o della loro funzione, costringendo solitamente qualcuno a dare o promettere indebitamente denaro o altre utilità anche di natura non patrimoniale, l’importante è sottrarre a chiunque passi sotto il loro tiro, d’altro canto essi si sentono “forti” perché sanno che nessuno mai denuncerà quel tentativo esplicito di concussione e così nel frattempo il denaro ricevuto (in mazzette…) andrà ad incrementare quel diffuso riciclaggio di provenienza illecita …

Difatti, posso assicurarvi che sono tantissimi i ladri in questo Paese, già… più di quelli che state attualmente immaginando, d’altronde (a conferma di quanto sopra) basterebbe sfidarli – se solo ci fosse qualcuno disposto a obiettare – ma per farlo vi è una condizione e cioè bisogna replicare in maniera “ufficiale”, pubblicando cioè alla fine del proprio commento la propria mail e firmando la nota di contrarietà con Nome e Cognome, città in cui si sta operando, professionalità svolta e soprattutto ufficio di competenza!!!

Sono sicuro che nel giro di pochi giorni, effettuate le opportune verifiche e richiedendo ove fosse necessario informazioni sui social, beh… sono certo che all’improvviso da quell’accertamento, potrebbe emergere tutta una serie d’imbarazzanti indiscrezioni e chissà forse anche compromettenti contingenze che ahimè costringerebbero il sottoscritto a instradare quelle informazioni verso un esentiero rischioso: già… quello dei nostri organi giudiziari!!! 

SICILIA: Siamo alle solite… proclami, proclami e ancora proclami!!!

Anche dagli Usa hanno compreso come vi fosse un problema in Sicilia e così mentre da noi si discute dal governo senza concludere nulla – ma d’altronde la colpa è principalmente dei siciliani che ancora li votano – beh… il “New York Times” pubblica un articolo che evidenzia la situazione difficile che la regione sta attualmente vivendo a causa della siccità… 

Ho letto che come sempre accade in queste situazioni, per mettere a tacere tutti s’invia denaro, come se attraverso quel denaro si possano rivolvere i problemi che da sempre coinvolgono quest’isola…

Ed allora ecco che il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha annunciato l’arrivo di ben 92 milioni di euro per un’emergenza nazionale, sarà così contenta la mafia nel sapere di poter contare anche su questo nuovo flusso di denaro!!!

D’altronde a pagare saremo sempre noi, nessuno regala niente e difatti anche la Coldiretti Sicilia dimostra di non esser molto convinta e parla di “proclami”!!!

Lo stesso deputato del Pd Anthony Barbagallo ha scritto: “Mai vista una situazione così in Sicilia: La Sicilia è in piena crisi; animali che bevono fango, laghi prosciugati, raccolti di grano e foraggio azzerati, zone in cui l’acqua non arriva da 40 giorni, danni enormi per i produttori, i cittadini e per il turismo. A nostro giudizio c’è una responsabilità evidente nel centrodestra. Non servono parole, ma fatti e soluzioni indifferibili perché la Sicilia è siciliani non possono più aspettare”!!!

Corruzione nella sanità siciliana: già… mentre quei Prof. e dirigenti si spartivano ingenti somme di denaro, i cittadini morivano!!!

Quando nel 2017 mio suocero venne a mancare a seguito di un intervento nel quale gli era stato impiantato uno “STENT” (quel piccolo divaricatore metallico cilindrico con struttura a maglie  flessibili plastiche biocompatibile utilizzato per riparare e/o prevenire la rottura di arterie, vene e condotti dell’organismo) proprio nel Policlinico diretto da uno di quei Prof. attualmente indagati, beh…qualche dubbio sulle modalità di quella operazione (che si sa esser poco invasiva tanto da venir eseguita non solo sotto anestesia totale, ma anche in anestesia locale, già a seconda del condotto e della patologia da trattare) era sorto al sottoscritto e ancor più a mia moglie che voleva in quella particolare circostanza denunciare la struttura ospedaliera e di conseguenza il Primario…
Comprenderete però come in quel tragico momento si preferì soprassedere, credendo alla buona fede di quei medici e che quindi, quanto stavamo ahimè vivendo, fosse dipeso esclusivamente dal fato…  

Ed invece dopo alcuni anni ecco un’indagine riaprire quella vecchia ferita… 

Riporto quanto mi è stato inviato da un mio lettore:

La Guardia di Finanza di Catania ha dato esecuzione nelle province di Catania, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa e Perugia all’applicazione di misure cautelari degli arresti domiciliari nei confronti di 9 persone, tra cui 4 Direttori di Unità Operative Complesse, Dipartimenti di Aziende Ospedaliere delle province della Sicilia orientale, 3 rappresentanti di società di distribuzione di multinazionali produttrici di dispositivi medici, un rappresentante di queste multinazionali e un provider per l’organizzazione di eventi. Sono indagati in concorso per i reati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio.

Difatti, le società distributrici per conto di multinazionali operanti nel settore avrebbero promesso e poi elargito ingenti somme di denaro per l’organizzazione da parte dei dirigenti sanitari, operanti in strutture sanitarie della Sicilia orientale, di convegni e congressi di medicina finalizzati alla formazione, l’ultimo dei quali svoltosi a Catania nel mese di maggio. Le sponsorizzazioni economiche avrebbero avuto lo scopo di ottenere in cambio l’impegno degli stessi di favorire le “ditte più generose” garantendogli l’uso effettivo di un numero maggiore di propri dispositivi medici nel corso degli interventi chirurgici.

Le stesse imprese sarebbero risultate aggiudicatarie delle gare aziendali, di bacino o della CUC regione siciliana per l’acquisto di propri dispositivi medici. Si tratta di affidamenti caratterizzati da lotti a consumo che consentirebbero al Direttore dell’U.O.C. o del Dipartimento di incidere, con le sue decisioni e il suo operato, sulla quantità e sulla tipologia di dispositivi medici da far acquistare all’azienda ospedaliera di riferimento.

Le indagini sono iniziate nell’ambito di attività di servizio a contrasto degli sprechi di risorse pubbliche che avrebbero inizialmente fatto emergere come il Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania avesse effettuato affidamenti per l’acquisto di dispositivi medici, nell’ambito di gare aziendali di bacino o della Centrale Unica di Committenza della regione siciliana, accordando alle ditte aggiudicatarie un prezzo risultato più elevato rispetto alle quotazioni dei medesimi dispositivi indicate nell’accordo quadro CONSIP.

Il sistema vedrebbe coinvolti quattro Professori, rispettivamente direttori di U.O.C. o Dipartimenti di cardiologia presso i Policlinici universitari di Catania Messina e dei poli ospedalieri di Siracusa e Ragusa, membri di un Comitato medico-scientifico del progetto SCA “Sicilian Cardiovasculary Academy” che si occuperebbe dello sviluppo di formazione nella specializzazione di competenza.

Coinvolti anche i referenti delle tre società catanesi distributrici per la Regione Sicilia di dispositivi medici prodotti dalle multinazionali nonché il referente di una di queste ultime, operanti nel settore della produzione di valvole aortiche (T.A.V.I.), endoprotesi coronariche e vascolari (STENT).

Sarebbe risultato coinvolto nel sistema corruttivo, amministratore di una delle società “attività delle agenzie di viaggio”, che avrebbe assunto il ruolo di provider degli eventi del progetto di ricerca scientifica promosso dai suddetti dirigenti sanitari, ponendosi quale diretta figura di riferimento di questi ultimi per le sovvenzioni in denaro formalmente destinate all’organizzazione di incontri formativi.

Leggendo quanto sopra, ho pensare di concludere riprendendo quella cosiddetta “Legge del Taglione”, mi riferisco all’espressione contenuta nell’Antico Testamento, per la precisione nel libro dell’Esodo, che afferma per l’appunto “Occhio per occhio“…

Non mi parlate quindi della condizione che come cristiano dovrei avere nei riguardi di quegli individui attualmente indagati oppure che al di fuori del perdono non c’è pace: no… mi dispiace, auspico viceversa per ciascuno di loro tanto dolore, lo stesso d’altronde che hanno provocato a tutti quei familiari che hanno visto a causa di prodotti difettosi perdere i loro cari…

Già inermi cittadini che solyanto per necessità si erano rivolti a quelle strutture (dirette da quei soggetti disonesti…) e quindi perché perdonare, possano viceversa anch’essi patire (e non solo loro…) un’eguale “offesa”, la stessa che in questi anni hanno provocato a molti di noi!!!

Difatti: “Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un’ammenda – si legge -, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato. Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido”.

I primi ad aver paura dei controlli con il "redditometro" sono proprio i nostri parlamentari!!! Già… sono certo che la maggior parte di loro verrebbe immediatamente sottoposta a verifica!!!

Già… ci prendono per il culo…!!!

Da un lato fanno finta di voler creare misure di contrasto a questa diffusa illegalità, ma subito dopo fanno “retro-front”, attribuendo tra l’altro a noi cittadini, rischi di proteste o pericoli per manchevoli libertà personali che da questo provvedimento verrebbero violate…

Quante fandonie, ma veramente per fessi ci prendono???  

Ma quando mai, la verità è che essi non vogliono essere controllati, perché sono proprio loro i primi a non aver mai rispettato in questi anni le regole di civile convivenza, mi riferisco ai redditi incassati (solitamente a nero… certamente non rintracciabili) e mai dichiarati!!!

Lo hanno chiamano “redditometro“, ma il sottoscritto ne parla da sempre, avendo definito quel controllo di “sperequazione finanziaria” l’unico in grado di scovare quei potenziali furfanti o per meglio dire, quei disonesti connazionali, basterebbe difatti questo controllo a far sequestrare più del 90% dei beni posseduti alla maggior parte dei nostri politici e non soltanto ad essi!!!

D’altronde se soltanto si controllassero i beni posseduti in famiglia, come auto e moto (solitamente di alta cilindrata), ma non solo, “minicar” per adolescenti (ma dai costi elevati e quasi tutte stranamente pagate in contanti forse per riciclare il denaro sommerso…), ma anche il semplice utilizzo di auto di lusso dovrebbe attirare l’attenzione dello Stato, in particolare mi riferisco alle forze dell’ordine, iniziando ad esempio a verificare come sia possibile che certi individui, nell’ambito dei controlli su strada (parliamo di semplici dipendenti – quasi semrpe senza alcuna professionalità – che si ritrovano ad operare all’interno di “pseudo” società…) guidino abitualmente quelle auto prestigiose, quando viceversa i loro amministratori (“unici e aggiungerei visto il ruolo che rappresentano “disperati”…) di quelle pseudo “realtà imprenditoriali” (sì… per lo più sono delle teste di legno…) si spostino nel corso del loro incarico, con una semplice “panda” e/o “punto”, senza offendere ovviamente chiunque ne possiada una di proprietà!!!

Ciò che voglio dire è che mancano in questo Paese i controlli e questi non vengono effettuati proprio perché nessuno vuole che ci siano altrimenti sarebbero – senza quei meccanismi irregolari solitamente attuati  – quasi tutti,  con le pezze nel culo!!!

E difatti, se durante quelle verifiche si controllassero i costi sostenuti per acquisti frivoli come gioielleria, oggetti d’arte, antiquariati, viaggi, centri benessere, cene, trattamenti estetici e/o medici, abbigliamento, accessori come borse o calzature, ma non solo, anche acquisti inconsueti, come ad esempio barche, camper,  o il mantenimento di un cavallo, etc… si aprirebbe il “Vaso di Pandora“!!!  

Ma non solo, basterebbe semplicemente verificare le spese più lapissiane come ad esempio, mutui, tasse scolastiche e/o universitari, librie, rette per asili nido, scuola per l’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria, corsi di lingue straniere, corsi universitari, tutoraggio, corsi di preparazione agli esami, scuole di specializzazione, master, ed ancora, soggiorni di studio all’estero… 

Ed ancora, bollette sostenute (per energia, acque, riscaldamento, tari, tarsu, spese condominiali, acquisto di pannelli solari o eolici, etc…), canoni d’affitto per se o sostenuti per i figli in trasferta (per studio e/o lavoro), ed ancora, elettrodomestici, elettronica, leasing immobiliari, ma anche semplici spese alimentari, carburanti, combustibili e fatture specialistiche, spese per medicinali, riparazioni varie, acquisti di cellulari, notebook, computer, accessori, costi di gestione, software, adsl, abbonamenti a pay-tv, assicurazioni, pagamenti bolli auto, spese effettuate con carte di credito e/o prepagate, pagamenti fiscali sostenuti a mezzo F24, eventuali benefici di rottamazioni, servizi per la casa come ristrutturazioni, giardinaggio, manutenzioni, quest’ultime anche per le auto/moto in genere, spese di trasporto per Taxi, metro,  tram, bus e altri trasporti, ed ancora, non vanno dimenticati eventuali investimenti azionari, bancari e quant’altro… 

Ecco perché nessuno di loro vuole il “redditometro“, perché questo punta a risalire ad un reddito presunto, sin dal 2016 e fino ad oggi, verificando quegli elementi indicativi di capacità contributiva, determinata quest’ultima dal reddito complessivo del contribuente (sommato ai redditi provenienti da altri soggetti posti all’interno del nucleo familiare…) sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute, nel corso di un periodo d’imposta…

Si tratta quindi di dimostrare il reddito “reale” sulla base delle spese presuntivamente attribuibili al contribuente e facendo altresì riferimento ai minimi di spesa indicata dall’Istat, in considerazione della composizione familiare, per restare al di sopra della soglia di povertà assoluta!!!

Redditometro??? Certamente sì… e a dirlo sono – proprio in questo giorno della legalità in cui si commemorano le vittime delle stragi mafiose del ’92 – i cittadini onesti di questo corrotto Paese, già… coloro che non hanno alcuna paura di subire controlli, verifiche e ancor più initimidazioni!!!

Viceversa a dire di no… sono proprio i ladri, coloro che vivono come “sanguisuga” a danno dei loro connazionali, già… persone perbene che auspicano con le loro azioni rette – di non dover commemorare più eroi di questo Stato – ma bensì di mutare radicalmente – grazie anche a quel loro impegno – questo vergognoso stato di fatto!!!

Ma tanto ciascuno di loro (insieme alla loro discendenza), finiranno tutti appassionatamente come in quel quadro (sopra) riportato: già… è solo questione di tempo!!! 

Dove la giustizia funziona si vedono i risultati: Amministratore di condominio condannato!!!

Come ripeto spesso: “due pesi e due misure“!!!

Sì… perchè la circostanza più difficile da sopportare è quella che da noi, nei nostri Tribunali, per giungere ad una sentenza, passano anni, in altre realtà viceversa, di questo stesso Stato, si riesce a condannare quei soggetti indagati, in tempi che direi quantomeno ragionevioli!!!

E difatti, per non aver dichiarato al fisco i guadagni percepiti quando svolgeva l’attività di Amministratore di condominio in provincia di Novara e dopo essere stato già condannato a tre anni e due mesi per aver indebitamente utilizzato la cassa condominiale, ecco che lo stesso, si ritrova nuovamente – questa volta per aver spiombato i contatori del gas per frodare energia –  ha rimediare una seconda condanna definitiva di un anno e sei mesi di reclusione, per omessa dichiarazione dei redditi!

La circostanza assurda è che parliamo dello stesso Amministratore condominiale protagonista di un altro caso scoppiato ben dieci anni fa, quando decine di palazzi dai lui amministrati rimasero al freddo perché le bollette non erano state pagate. 

La Cassazione ha respinto il ricorso della difesa, che sottolineava come i redditi derivanti dai reati a lui contestati non potevano essere considerati «imponibili», perché non confluiti in conti privati: «È pacifico che l’imputato si sia appropriato di somme di proprietà dei condomìni di cui era amministratore» dicono invece i giudici. Si tratta di un milione e 787 mila euro, di cui 751 mila euro nel 2013 e 1 milione 35 mila euro nel 2014. Per questo avrebbe dovuto versare 316 mila euro di Irpef per il 2013 e 438 mila l’anno dopo.

Un ragionamento semplice e direi chiaro, d’altronde a parlare sono i documenti, gli stessi che il più delle volte non vengono neppure presi in considerazione da taluni nostri organi inquirenti (per fortuna non tutti… già perchè c’è chi viceversa il proprio lavoro lo svolge in maniera professionale; sarà sicuramente perchè a differenza di quegli altri colleghi (chissà forse infedeli…) questi non sono ricattabili ma liberi di effettuare le opportune indagini corretta e mai sottomessa…), che hanno evidinziato in maniera palese, tutta una serie di reati gravi compiuti negli anni, che in confronto a quelli sopra riportati dall’Amministratore di Novara di cui parlato all’inizio, sì… se soltanto potessimo paragonare per “gravità” le azioni commesse da ciascuno, ecco… sono sicuro che quest’ultimo in confronto al suo collega siciliano, potrebbe anche passare per vittima…

Comunque… non ci resta che sperare nell’operato equo della giustizia!!!

La "Massomafia" a Messina!!!

Stamani, mentre osservavo sul cellulare una pagina social ho trovato questo post che mi permetto di allegare, avendone cattutaro l’immagine con uno “screenshot”.

Ed allora, senza entrare nel merito mi permetto comunque di esprimenre un pensiero su ciò che costituiscono per questa nostra regione le cosiddette  “massomafie“!!!
Difatti, a differenza di quanti scrivono, il sottoscritto ritiene che il vero problema della nostra isola non è costituito dalla mancanza di occupazione o dalla debole struttura economica dei nostri imprenditori, oppure come la maggior parte dei miei conterranei ripete spesso (a bassissima voce ovviamente…) che tutti i mali derivano dalla presenza diffusa della criminalità organizzata, no… il problema principale di questa terra è di chi la comanda, mi riferisco a quella casta (celata) composta da una serie d’individui che, vestiti come camerieri (ma quelli a differenza loro possiendono quantomeno “dignità”)  e cioè con i loro “grembiulini”, utilizzano da tempo quel circolo vizioso formato da: clientelismo, corruzione e ricattabilità.
Ovviamente questi soggetti sanno bene che la sola forza creata da quei legami come politica, pubblica amministrazione, associazioni, ordini, imprenditoria, non basta, perché la sopravvivenza di una “loggia” necessita di un’ulteriore fondamentale sostentamento, già… di molto denaro!!!
Ed è così quindi che entra in gioco l’ultima forza!!! L’associazione mafiosa, ma soprattutto l’enorme potere economico/finanziario che questa rappresenta; è grazie infatti a quelle attività illegali che essa si sviluppa e permette a quei cosiddetti “adepti” di crescere e infiltrarsi in ogni ramo della vita sociale, non solo della nostra regione, ma di gran parte del Paese…
Comprederete bene come per la mafia riuscire a penetrare all’interno di quei circoli massonici è stato in questi anni un colpo di genio: quelle logge infatti, inglobano al loro interno figure rilevanti, quali banchieri, imprenditori, professionisti, magistrati, dirigenti, uomini infedeli delle istituzioni ed ahimè anche militari… 
Un sistema “deviato“, che permette a quell’associazione criminale e quindi ai suoi referenti, di ottenere importanti appalti pubblici, finanziamenti europei, ed inoltre grazie a quelle logge, si sono potuti allacciare nuovi legami con l’alta finanza internazionale per riciclare i capitali illeciti accumulati attraverso quelle note attività illegali, ma non solo, attraverso quegli uomini dai “grembiulini” decorati, si sono potute indirizzare talune sentenze in maniera favorevole, già… per quei loro “amici degli amici“. 
Un potere invisibile che con i suoi tentacoli infetta tutta la nostra democrazia e rende vano l’operato delle forze dell’ordine, quelle quantomeno fedeli allo Stato, ma non solo, condiziona di fatto l’operato di quegli esigui cittadini ancora onesti e coraggiosi che in questi anni hanno evidenziato di non accettare favori e di essere slegati da qualsivoglia compromesso, ma soprattutto, di non essere disponibili a vendersi a quel potere invisibile e in particolare a quei suoi interlocutori 
Viceversa tutti gli altri, quelli che si presentano quotidianamente come fossero persone “perbene”, beh… ciscuno di essi sa di essere “indegno”, sì… alla stregua di quei criminali, dal momento che ciascuno di loro sfrutta lo stesso denaro di provenienza illecita, quello che poi verrà di fatto riciclato attraverso acquisti personali/familiari, il tutto per per foraggiare un mondo sommerso che ormai opera pienamente nell’isola.
Ecco è grazie a loro che questa terra inaridisce e non si sviluppa, sono questi “maledetti” individui a non permettere la crescita di questa regione, perchè con le loro azioni fanno in modo che non si creino mai le condizioni di una libera crescita democrativa; viceversa essi con le loro azioni limitano la concorrenza, non garantiscono contratti regolari, permettono la schiavitù salariale, creano sperequazione finanziaria, parassitismo, ma soprattutto partecipano ad eludere tutte le norme previste sul lavoro, la sicurezza e la previdenza sociale.
E’ quindi questa classe dominante “massomafiosa” a permettere il rafforzamento di quelle organizzazioni criminali e di quei numerosi imprenditori da tempo collusi con esse, a cui si somma una compenetrazione di parassiti con i “grembiulini” (macchiati di sangue), che favorisce ogni giorno gli interessi comuni di un sistema di scambio, lo stesso dal quale tutte le parti traggono utili e privilegi di natura clientelare…
Quindi, fintanto che questo sistema illegale resterà così… unito e incontrastato, sì… se nessuno proverà concretamente ad estirparlo (questo cancro), mi dispiace dirlo, ma se i vari governi nazionali non sono riusciti finora a limitare l’infezione, allora ritengo che non ci resta che accettare questa condizione anche per i prossimi anni!!!