Buongiorno, stamani ispirandomi a una frase di Sir Anthony Hopkins, ho realizzato questo post.
Lascia andare chi non è pronto ad amarti.
Sarà la cosa più difficile che farai nella vita, ma anche la più importante.
Smetti di avere conversazioni difficili con chi non vuole cambiare.
Smetti di presentarti a chi non ha alcun interesse per la tua presenza.
Lo so, il tuo istinto è fare di tutto per essere apprezzata. Ma quell’impulso ti ruba tempo, energia, salute mentale e fisica.
Quando inizi a lottare per una vita fatta di gioia, interesse e impegno, non tutti saranno pronti a seguirti.
E non devi cambiare chi sei per questo. Devi solo lasciare andare chi non è pronto ad accompagnarti.
Se sei esclusa, insultata, dimenticata o ignorata da chi ti sta intorno, smetti di offrire loro la tua energia. Non ti stai facendo un favore.
La verità è che non sei per tutti, e non tutti sono per te.
Ed è proprio questo a rendere preziosi gli incontri con chi ti vuole bene: sai quanto valgono perché hai sperimentato il contrario.
Più tempo passi a cercare di farti amare da qualcuno che non ne è capace, più tempo togli alla possibilità di una vera connessione con qualcun altro.
Ci sono miliardi di persone al mondo. Molte ti incontreranno al tuo stesso livello di interesse e impegno.
Se continui a restare coinvolta con chi ti usa come cuscino, opzione di riserva o terapista emotivo, ti allontani dalla comunità che davvero desideri.
Forse se smetti di presentarti, non ti cercheranno.
Forse se smetti di provarci, la relazione finirà.
Forse se smetti di scrivere, il telefono resterà spento per settimane.
Ma questo non significa che hai rovinato tu la relazione. Significa che l’unica cosa a tenerla in vita era la tua energia. E quello non è amore: è attaccamento. È voler dare una possibilità a chi non se la merita.
La cosa più preziosa che hai è il tuo tempo e la tua energia: sono limitati.
Ciò a cui li dedichi definirà la tua esistenza.
Quando te ne rendi conto, capisci perché ti senti così in ansia con persone, luoghi o situazioni che non ti appartengono.
Capisci che la cosa più importante che puoi fare per te stessa (e per chi ti sta davvero a cuore) è proteggere la tua energia più ferocemente di qualsiasi altra cosa.
Rendi la tua vita un rifugio sicuro. Lascia entrare solo le persone compatibili con te.
Non sei responsabile di salvare nessuno.
Non devi convincere nessuno a migliorare.
Non esisti per dare la tua vita agli altri.
Se ti senti in colpa, obbligata, esausta, e continui lo stesso per paura che non ti venga restituito ciò che hai dato… allora diventi tu la radice dei tuoi problemi.
Il tuo unico vero obbligo è realizzare che sei tu il padrone del tuo destino. E accettare solo l’amore che pensi davvero di meritare.
Decidi che meriti amicizia vera, impegno vero, con persone sane e felici.
Lo rileggo ora, già… mentre in tv vedo scorrere i titoli di queste nuove indagini, e non posso fare a meno di notare come alcune mie domande – allora forse giudicate da qualcuno troppo sospettose – oggi siano diventate le stesse che gli inquirenti si pongono.
Perché è incredibile quello che sta accadendo: la Procura di Brescia indaga per corruzione su quella di Pavia, i carabinieri di Milano hanno consegnato un’informativa che indica in un altro soggetto il presunto assassino di Chiara Poggi, e la condanna di Alberto Stasi viene definita nientemeno che “una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni”. Parole pesanti, che arrivano dritte al cuore di quanto avevo intuito.
Nel mio vecchio post parlavo delle anomalie: la traccia n. 10 mai approfondita, l’impronta n. 33, il carabiniere senza guanti che inquina la scena. E dicevo, con quel tono un po’ naif che mi contraddistingue, che basterebbe guardare un episodio di CSI per sapere che non si tocca nulla senza protezioni. Oggi quelle stesse negligenze tornano prepotentemente alla luce, perché le nuove analisi del RIS hanno rimesso in discussione tutto. E poi c’è quell’intercettazione che fa gelare il sangue: “Quando sono andato io… il sangue c’era“, una frase che, da sola, pesa ora come un macigno.
Come non ricordare le impronte nitide sulla scala, quelle che definivo “quasi troppo evidenti per essere state lasciate da un assassino lucido“? E come non ripensare alla mia conclusione di allora: un omicidio non premeditato, dove l’esito letale ha superato l’intenzione? Esattamente la tesi degli inquirenti oggi, che parlano di un approccio sessuale respinto e di una furia improvvisa.
Ma la parte che più mi colpisce, nel rileggermi, è quella in cui chiedevo: se non ci sono impronte di estranei, allora l’assassino era qualcuno che la frequentava? Avevano verificato tutti i possibili frequentatori? Avevano confrontato i loro DNA con le tracce rinvenute?
Oggi sembra che si abbia una risposta, seppur ancora da dimostrare in aula. Sono dettagli che, lo ammetto, vanno oltre la mia competenza da approfondito lettore di thriller polizieschi e i gialli (che vanno da Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Jo Nesbø, Faletti, Jeffrey Deaver, Donato Carrisi, Freida McFadden, Angela Marsons, Dreda Say Mitchell, John Grisham), insomma, da “profiler domenicale”, ma che non possono essere ignorati.
E così, arrivo alla parte del mio vecchio post che più mi sta a cuore, quella che non voglio modificare di una virgola perché rappresenta ciò che penso ancora oggi, anzi, più che mai: “Non so cosa, ma qualcosa non torna. E mentre i media ripropongono la solita narrazione, io continuo a chiedermi: e se avessero guardato nella direzione sbagliata fin dall’inizio? Il sottoscritto difatti un’idea se l’è fatta (e potrei anche – perdonate la presunzione – aver indovinato il movente…), ma purtroppo – per ragioni che, in questo paese, finiscono troppo spesso in tribunale – preferisco tenermela per me. Dopotutto, quando la verità fa più paura della finzione, persino un’ipotesi diventa… un capo d’accusa.”
Oggi, dopo la riapertura delle indagini, dopo le nuove prove e dopo che persino i carabinieri hanno messo per iscritto che si è guardato nella direzione sbagliata per quasi due decenni, quella mia domanda non è più un sospetto solitario. È diventata il titolo di un’informativa giudiziaria!
Resta però l’ultima, amara domanda: giungeremo mai a una verità definitiva, o siamo condannati a vedere una sentenza ribaltata dopo l’altra, mentre il tempo passa, i nomi cambiano, e il dolore, quello, resta identico per la morte di Chiara?
Io, intanto, la mia idea me la tengo ancora e sono quasi certo che all’indagine finora compiuta dai Carabinieri (non me ne vogliano…) manchi ancora di una “sorpresa“.
Ma vi confesso che vorrei che questa mia ipotesi, fosse errata, mentre viceversa, ciò che desidero più di tutto, insieme ai tanti di cittadini di questo Paese e solo che stavolta, finalmente, si faccia chiarezza
loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,
loro le chiudono a pugno anche da svegli.
Noi cerchiamo una porta nella nebbia,
loro hanno già murato tutte le uscite.
Noi diciamo “forse”
loro rispondono “sempre”.
Eppure,
qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso
per esistere.
Qualcuno ha capito che
vivere senza un motivo
è l’unico modo per non dover uccidere
per restare fedeli a una causa.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…
Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere
anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.
Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana…
Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale.
Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto.
Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare.
Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico.
Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta.
Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.
La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.
C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.
La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità.
Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.
Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.
Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.
Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.
Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.
Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.
Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?
È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.
E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.
Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…
Buongiorno… nel far seguito a quanto pubblicato ieri, riprendo brevemente il tema delle voci di complotti che infestano i social, senza però tornare su quanto già detto.
Mentre riflettevo su quel fenomeno, mi è capitato sotto gli occhi un’indagine globale che conferma qualcosa di profondamente inquietante: sette persone su dieci, nel mondo, credono almeno a una bufala.
Non si tratta di un fenomeno marginale o circoscritto a qualche paese, ma di una tendenza diffusa trasversalmente, che attraversa età, livelli di istruzione e orientamenti ideologici diversi. Dall’India al Brasile, dal Messico al Sudafrica, fino alla stessa Europa, la musica non cambia.
L’indagine in questione – l’Edelman Trust Barometer 2026 – mostra uno scenario preciso: la fiducia nelle istituzioni sanitarie, nei governi e nei media tradizionali è in costante calo a partire dalla pandemia. In questo vuoto crescono le fonti alternative come l’intelligenza artificiale, i creator digitali e i social network. Il 35% delle persone usa ormai l’AI per avere risposte immediate su temi di salute e chi tende a credere di più alle affermazioni infondate consuma, paradossalmente, una quantità maggiore di notizie in materia, consultando più piattaforme e seguendo più creator. Non è disinteresse, badiamo bene: è una riorganizzazione profonda dell’ecosistema della fiducia.
Ed ecco allora che, partendo da questo humus culturale e umano, prendono corpo le narrazioni più fantasiose e così ci capita di leggere e ascoltare ovunque di omicidi globalizzati per mano di società internazionali senza volto, di organizzazioni che attraverso polveri gettate dagli aerei ci manovrano, oppure di alimenti quotidiani che starebbero avvelenando intere popolazioni mondiali.
Tra le affermazioni sottoposte a 16mila intervistati in sedici paesi, ce n’erano alcune che sembrano uscite pari pari da un copione complottista: “I vaccini vengono usati come strumento di controllo della popolazione”, “aggiungere fluoruro all’acqua potabile non ha benefici ed è pericoloso”, “i rischi dei vaccini pediatrici superano di gran lunga i benefici”. Ebbene, il 70% dei partecipanti ha ritenuto vera almeno una di queste tesi e il 29% ne ha credute tre o più. La maggior parte di quelle teorie viene riportata sui social, in particolare su TikTok e Instagram, spesso amplificata da algoritmi che privilegiano i contenuti più sensazionalistici. Narrazioni che trovano terreno fertile nella rapidità con cui le informazioni, ma soprattutto le disinformazioni, si diffondono online.
Tra le teorie più assurde vi è chi riscrive la cronaca politica a proprio uso e consumo, negando l’evidenza di attentati o, al contrario, vedendo dietro ogni evento isolato la mano di un regista occulto. Sia che si tratti di attacchi a figure istituzionali o di crisi internazionali, la versione dei fatti viene distorta per adattarsi a una trama preconcetta, dove nulla è lasciato al caso e tutto è frutto di un disegno malevolo.
Perdonatemi, ma io al contrario credo nella necessità di guardare ai fatti per quello che sono, senza sovrapporvi filtri deformanti. Rifiuto totalmente le versioni che trasformano la tragedia o l’errore in un copione scritto a tavolino, perché questa attitudine non fa altro che offuscare la comprensione reale dei problemi. Continuando così, con queste manipolazioni cospirative, si giunge a credere che i virus creati appositamente in laboratorio servano per generare pandemie perfette, decimare intere popolazioni e pianificare il controllo sociale con lockdown decisi da oscure cricche finanziarie.
Certo, qualcosa di vero su quanto appena detto c’è stato sicuramente, ma se ci facciamo distogliere da quanto realmente accaduto e dai reali interessi che la Pandemia “Covid 19” ha determinato, spostiamo indirettamente l’unica verità compiuta da quell’azione su ipotesi fantasiose. Ipotesi che distolgono le masse dall’unico obiettivo importante, cioè capire cosa sia realmente successo.
E difatti, basta poco perché tutto si tenga perfettamente in piedi da sé: serve semplicemente aggiungere un tassello all’altro e il mosaico del complotto diventa perfetto, auto-coerente, capace di spiegare ogni angolo oscuro della realtà senza mai dover ammettere la banale, noiosa, complicata verità dei fatti.
Ovviamente, in quelle teorie non manca nulla. Così, mentre tutto questo viene dibattuto con sicurezza in un post condiviso su un qualche social, il rapporto dell’Edelman ci ricorda una cosa semplice ma cruciale: le persone sono ancora aperte a ricevere nuove raccomandazioni sulla salute, a patto che arrivino da voci di cui si fidano.
La strategia più efficace per contrastare la disinformazione, suggeriscono gli esperti, non è imporre fatti scientifici dall’alto, ma ricostruire la fiducia, comprendere le condizioni di vita della gente, le sue paure, le fonti che frequenta. Peccato che fuori, nel mondo reale, ci siano ahimè persone che muoiono davvero e di tutto questo, guarda caso, i nostri improvvisati buffoni del sospetto non parlano mai.
Sarebbe troppo difficile per loro affrontare certi temi in maniera seria, chissà forse perché poco affascinanti. Meglio allora portare avanti un bel complotto globale: almeno così i loro like crescono, i follower aumentano, il tornaconto pubblicitario sale a dismisura, nel frattempo loro non si sono minimamente sporcati le mani.
Già, ecco perché lo fanno: sperano, influenzando gli altri, di passare da sterili soggetti a individui speciali. Mi consola sapere che è solo questione di tempo e che tutte queste assurdità prenderanno la via del fumo, lasciando spazio a chi – non solo – ha la forza di guardare la realtà negli occhi, ma anche a chi, ascoltando quelle voci di cui ci si fida davvero, riesce a distinguere una bufala da un fatto, senza bisogno di invocare oscuri complotti ogni volta che la realtà si fa difficile da accettare.
Mi capita spesso, in questi ultimi anni, di osservare con crescente sconcerto come – ovunque si parli di quanto accade nel mondo – si faccia strada sempre la stessa identica dinamica: una diffusa voce di contestazione e complotto.
Non quindi una critica costruttiva, non un’analisi ponderata dei fatti, ma un torbido mormorio che da ogni angolo del dibattito pubblico finisce per avvolgerlo come nebbia.
Il punto è che questa voce, per quanto forte e corale apparentemente, proviene quasi sempre da una platea ben precisa: tutta una serie di soggetti che, nella loro vita concreta, non hanno mai fatto nulla per cambiare ciò che accade intorno a loro. Gente che non ha mai sporto denuncia presso le autorità quando sarebbe stato giusto farlo, che non ha mai manifestato per i veri problemi sociali – quelli che rendono la vita difficile agli ultimi, agli esclusi, a chi non ha voce – ma che invece è prontissima a scendere in piazza solo quando si tratta di chiedere un aumento o un rinnovo del contratto, facendo in modo però che siano sempre gli altri a scioperare. Perché loro, capisci bene, non possono permettersi che la loro tasca venga minimamente toccata.
E intanto hanno goduto professionalmente delle abituali raccomandazioni familiari e politiche, vere e proprie sanguisughe incapaci sia come individui che sotto il punto di vista lavorativo, ma che hanno comunque la presunzione di parlare, di giudicare, di tessere trame dove la realtà diventa un’enorme menzogna ordita dai potenti. Ed allora ecco che, partendo da questo “humus culturale e umano”, prendono corpo le più fantasiose delle narrazioni.
Cominciano a parlare di omicidi globalizzati per mano di società internazionali senza volto, che attraverso polveri gettate dagli aerei – chissà quando, chissà dove – oppure poste in tutti gli alimenti che consumiamo ogni giorno, avrebbero ormai avvelenato l’intera popolazione mondiale.
La maggior parte di quelle teorie complottiste viene riportata sui social, in particolare su TikTok e Instagram, spesso amplificata da algoritmi che privilegiano i contenuti più sensazionalistici. Queste narrazioni trovano terreno fertile nella rapidità con cui le informazioni, e soprattutto le disinformazioni, si diffondono online. Tra le teorie più assurde, vi è chi riscrive la cronaca politica a proprio uso e consumo, negando l’evidenza degli attentati o, al contrario, vedendo dietro ogni evento isolato la mano di un regista occulto. Che si tratti di attacchi a figure istituzionali statunitensi o di crisi internazionali, la versione dei fatti viene distorta per adattarsi a una trama preconcetta, dove nulla è lasciato al caso e tutto è frutto di un disegno malevolo.
Io, al contrario, credo nella necessità di guardare ai fatti per quello che sono, senza sovrapporvi filtri deformanti. Rifiuto totalmente le versioni che trasformano la tragedia o l’errore in un copione scritto a tavolino, perché questa attitude non fa altro che offuscare la comprensione reale dei problemi. Continuando con quelle manipolazioni cospirative, ecco i virus, creati appositamente in laboratorio per generare pandemie perfette, decimare intere popolazioni e pianificare il controllo sociale, con lockdown decisi da oscure cricche finanziarie.
Poi ovviamente vi sono quelli che vedono nel sionismo la radice di tutti i mali della terra, e in particolare riconoscono in Netanyahu e Trump – due figure che hanno messo insieme, nella loro fantasia, come artefici principali di ogni nefasto disegno – la capacità di commettere qualsivoglia crimine di guerra. Non solo, badiamo bene, quelli commessi nel corso dei conflitti armati, perché secondo loro si violano altresì le norme del diritto umanitario internazionale anche in tempo di pace, con una sistematicità che farebbe impallidire qualsiasi dittatore.
C’è poi chi dice che la chiave di volta di ogni segreto inconfessabile sia da ricercarsi nella vicenda di Epstein. Per loro infatti questi non è affatto morto, intendiamoci: sarebbe stato trasferito dai servizi segreti dal carcere in cui era stato posto a una lussuosa residenza in Israele, dove vivrebbe ancora oggi protetto da chissà quali poteri occulti, inscenando il suo suicidio. Il motivo? I famosi file compromettenti, naturalmente, e quei video nei quali noti referenti – politici, uomini d’affari, individui legati alle corone europee, personaggi dello spettacolo – sarebbero stati ripresi mentre commettevano atti indicibili, per poi essere ricattati negli anni.
Ecco, vedi, tutto si tiene perfettamente in piedi da sé: basta aggiungere un tassello all’altro e il mosaico del complotto diventa perfetto, auto-coerente, capace di spiegare ogni angolo oscuro della realtà senza mai dover ammettere la banale, noiosa, complicata verità dei fatti.
Ovviamente, in quelle teorie non potevano mancare gli alieni. Già… come potrebbero mancare? Ci sono gli oggetti volanti non identificati, l’ingegneria inversa che da decenni i governi nasconderebbero nei sotterranei del Nevada, le clonazioni effettuate tra loro e noi, chissà con quali scopi, e poi, fino a dove potrà spingersi questa presunta scienza parallela che solo i complottisti, nella loro infinita saggezza da salotto, sarebbero in grado di intravedere.
E mentre tutto questo viene dibattuto con sicurezza tra un caffè e un post condiviso su TikTok o Instagram, fuori, nel mondo reale, ci sono ahimè persone che muoiono davvero a causa delle guerre, di governi dittatoriali, bambini e donne che non hanno da mangiare, malati che non possono curarsi, lavoratori sfruttati, donne violentate, anziani abbandonati.
Ma di tutto questo, guarda caso, i nostri improvvisati buffoni del sospetto non parlano mai, già… perché sarebbe troppo difficile per loro affrontare certi temi, troppo sporchi, e aggiungerei certamente poco affascinanti. Meglio allora portare avanti un bel complotto globale, sì… meglio una polvere misteriosa che cade dal cielo, meglio ancora un alieno clone a modello Visitors… almeno così non si sporcano le mani.
Già… perché solo così questi sterili soggetti continueranno a credersi speciali. Sì, mi consola sapere che mentre intorno tutto brucia, con il tempo, anche quelle loro cazzate prenderanno la via dell’etere, lasciando spazio, si spera, a chi ha ancora la forza di guardare la realtà negli occhi.
L’attesa è finita… e il Dott. Alfio Grassi, per come ha sempre fatto in passato ha risposto e lo ha fatto con quella schiettezza che ho imparato a riconoscergli, senza giri di parole, senza nascondersi dietro formule accomodanti.
Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente.
Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.
La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l’accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell’INRiM stesso.
Una notizia importante, non c’è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire “lasciate perdere“, ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l’ostinazione di un geologo che non molla l’osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.
Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l’unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l’inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L’unico!
Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall’altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell’incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.
La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel’ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel “mainstream” del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell’antitesi scientifica.
Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera.
Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull’emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.
Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.
Infine, l’ultima domanda, quella più personale. Gliel’ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all’INRiM. Quella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.
Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.
Perché il bello di questo blog, ve l’ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme…
Ieri sera, dopo il post in cui vi raccontavo dell’attesa per un nuovo aggiornamento dal Dott. Alfio Grassi, un mio lettore mi ha scritto in privato.
Voleva sapere – ancor prima che il Geologo mi avesse risposto – quali fossero le domande che gli avevo rivolto.
Non gliene ho fatto una colpa. Anzi, capisco benissimo: quando si segue una vicenda così intricata – e soprattutto piena di silenzi – è naturale che chiunque provi il desiderio di comprenderla senza filtri. Una vicenda che, consentitemi il paradosso visto che parliamo di luce, definirei “oscura”.
Così, dopo averci pensato, ho deciso di accontentarlo. D’altronde, la mail era già stata inviata e visto che l’avevo scritta con la massima trasparenza, non ho trovato alcuna buona ragione per non condividerla anche con voi.
Prima di farvela leggere, però, permettetemi una piccola premessa…
Qualche giorno fa, mentre mi recavo al Tribunale di Catania presso la Procura (per circostanze che non sto qui a riportare), ho incrociato il Dott. Grassi. Un incontro breve, quasi fortuito, ma sufficiente per scambiare due parole e per ricordargli che, nonostante i mesi passati, i miei lettori e io non avevamo perso l’interesse per la sua inchiesta. Lui, come sempre, è stato cortese ma misurato. Non mi ha anticipato nulla di sostanziale, ma non mi ha nemmeno chiuso la porta, così, tornato a casa, ho deciso che era il momento di mettere nero su bianco tutto ciò che ancora mi frullava in testa, ed è nata così la mail che vi mostro oggi.
Non l’ho scritta con animo polemico, anzi credo che leggendola lo capirete. Ho cercato piuttosto di essere discreto, rispettoso, ma nello stesso tempo curioso, esattamente come cerco di essere quando scrivo qui per voi.
Difatti, ho provato a immaginare di essere seduto dall’altra parte della scrivania, e di ricevere domande che non chiedono solo un aggiornamento tecnico, ma che toccano il nervo scoperto di un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con la verità.
Ecco perché, nel rivedere la mail prima di inviarla, ho pensato che forse avrei potuto risparmiargli quell’ultima domanda, già… quella più personale, quasi intima. Poi ho deciso di lasciarla, perché il Dott. Grassi non è solo un geologo che ha scoperto un buco in uno schermo solare, è un uomo che ha speso tempo, risorse, energie, e che si è trovato davanti un muro di silenzio alto almeno quanto la sua pazienza. Ecco perché chiedergli cosa lo sostiene ancora – dopo tutto questo – non mi è sembrata una domanda retorica, semmai, mi è sembrata, la domanda più vera tra tutte.
Detto questo, vi lascio alla lettura della mail. L’ho riportata qui sotto integralmente, così come l’ho inviata, senza togliere, né aggiungere, una virgola. Sono certo che alcuni di voi avranno già le loro opinioni, le loro aspettative, magari anche qualche perplessità. Ma va bene così… il confronto è l’anima di questo blog. Ed allora, non ci resta che attendere la risposta del Dott. Grassi. Appena arriverà, ve la farò sapere. Parola di Nicola Costanzo.
Di seguito, il testo della mail inviata al Dott. Alfio Grassi in data 13 c.m. alle ore 17.48.
Oggetto: Richiesta di aggiornamento sul caso Floridia e sulle Sue iniziative – Dott. Alfio Grassi
Egregio Dott. A. Grassi,
buongiorno. Sono trascorsi alcuni mesi dal nostro precedente scambio, durante il quale ebbi il privilegio di ascoltare le Sue ricostruzioni in merito al controverso record di 48,8°C registrato dalla stazione SIAS di Floridia l’11 agosto 2021.
Come Le avevo anticipato alcuni giorni fa, incontrandola presso il Tribunale di Catania, ho continuato a seguire la vicenda con attenzione, ripercorrendo e aggiornando i miei lettori attraverso diversi post. L’eco internazionale giunto da Vienna, con l’intervento del Prof. Jan Barani al Meteorological Technology World Expo 2025, ha dato nuovo peso alle Sue denunce, mentre il perdurare del silenzio da parte di alcuni enti – in particolare del Laboratorio INRiM di Torino – continua a sollevare interrogativi sempre più pressanti.
Le scrivo quindi nuovamente per raccogliere un aggiornamento ufficiale sullo stato delle Sue iniziative. I miei lettori, come me, attendono di conoscere gli sviluppi di una storia che ormai trascende il caso locale per assumere i contorni di una questione di trasparenza scientifica e istituzionale.
Le sarei molto grato se potesse dedicarmi qualche minuto per rispondere ai seguenti quesiti, nei tempi che riterrà più opportuni. La ringrazio sin d’ora per la cortesia e la disponibilità che non manca mai di dimostrarmi.
Cordialmente,
Nicola Costanzo
Primo quesito. Il Laboratorio INRiM di Torino ha finalmente fornito un riscontro ufficiale alla Sua richiesta di accesso agli atti? In caso negativo, quali iniziative concrete intende prendere per superare quella che potrebbe apparire una chiusura sistematica al confronto? Ed ancora: ritiene che un ente finanziato con risorse pubbliche possa legittimamente ignorare le Sue richieste?
Secondo quesito. Dalla richiesta di incontro ufficiale da Lei inoltrata al World Meteorological Organization, indirizzata alla Prof.ssa Celeste Saulo e con copia al Prof. Jan Barani, è giunta alcuna risposta, anche solo informale? Il coinvolgimento del Prof. Barani ha – in un qualche modo – rotto l’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo?
Terzo quesito. Nei mesi trascorsi dalla nostra ultima conversazione, ha raccolto ulteriori elementi a supporto della Sua tesi secondo cui questo record sarebbe servito – o servirebbe – a qualcuno per creare allarmismo climatico, incutere spavento nella popolazione e condizionare politiche economiche e stili di vita? Altri esperti, colleghi, anche in forma privata, Le hanno manifestato la stessa consapevolezza della falsità del dato, confermando quel clima di paura e complicità silenziosa che Lei stesso ha denunciato?
Quarto quesito. Le altre stazioni della rete SIAS che Lei aveva segnalato come non a norma – Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – sono state in questi mesi successivi -oggetto di verifiche indipendenti a seguito delle Sue segnalazioni, o continuano a operare producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia accertato la conformità agli standard internazionali?
Quinto quesito. Le chiedo infine, e mi scuso se la domanda suonerà più personale: dopo tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questa inchiesta, dopo i silenzi e le eventuali mancate risposte, persino da parte di un ente come l’INRiM, cosa La sostiene ancora da andare avanti? Ed inoltre, ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro la narrazione climatica distorta che Lei denuncia, o siamo piuttosto di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e/o posizioni?
La ringrazio nuovamente per l’attenzione e resto in attesa di un Suo cortese riscontro, certo che le Sue parole, come sempre, saranno preziose per fare chiarezza su una vicenda che non riguarda solo un termometro malfunzionante, ma il diritto dei cittadini a un’informazione scientifica trasparente e affidabile.
Cordiali saluti,
Nicola Costanzo
Questo è quanto, amici miei. Ora non ci resta che attendere. Spero che il Dott. Grassi, come ha sempre fatto, trovi il tempo e la voglia di rispondere. Appena avrò notizie, qualunque esse siano, tornerò qui da voi. Nel frattempo, se qualcuno volesse lasciare un commento o condividere la sua opinione su queste domande, sa che la sua voce è sempre la benvenuta. Alla prossima.
Buongiorno, è passato qualche mese dall’ultima volta che ho parlato con il Dott. Alfio Grassi e di quella vicenda che, a mio avviso, rappresentava qualcosa di più di un semplice caso meteorologico, tanto che sono rimasto in attesa che le informazioni (o dovrei dire le “mancate informazioni”) trovassero finalmente la loro giusta collocazione.
E voi miei cari lettori – ormai dovreste conoscermi bene – sapete che non sono tipo da lasciare le cose in sospeso, in particolare quando la vicenda inizia a mostrare la sua trama più nascosta…
Ecco perché, dopo aver riordinato mentalmente tutti i passaggi che ho condiviso con voi negli ultimi mesi – già…da quei primi sopralluoghi del 2017 fino all’eco internazionale di Vienna – ho deciso di fare un passo che mi sembrava necessario.
Così ho contattato nuovamente a mezzo mail il Dott. Grassi, non solo per chiedergli eventuali aggiornamenti, ma per mettere nero su bianco una serie di interrogativi che nel frattempo erano cresciuti con me in questi mesi, sì… mentre rileggevo i suoi report, le sue dichiarazioni, i silenzi degli enti, e quelle parole che ancora mi fanno tanto sorridere: “peccato che lo schermo solare avesse un buco in cui ci potevano entrare anche gli uccellini”.
Ecco, da quella immagine così grottesca, sono partito per scrivere questa mia nuova email…
Non ho voluto essere né aggressivo né troppo prudente, ho cercato piuttosto di mantenere quello stile che mi riconoscete: rispettoso ma profondamente convinto che la verità, quando viene cercata con onestà, meriti di essere inseguita fino in fondo.
Già… a suo tempo – in quelle precedenti risposte – gli avevo anticipato che mi sembrava che – con le sue dichiarazioni – egli avesse scalfito un muro di omertà che sembrava impossibile da penetrare, ma che proprio per questo, avevamo (insieme ai miei lettori) necessità di comprendere cosa fosse successo dopo.
Perché non si può lasciare una storia a metà, soprattutto quando quella storia tocca la credibilità di intere istituzioni e il diritto di noi cittadini a ricevere informazioni affidabili.
Nella mia nuova email, ho cercato quindi di non disperdere l’attenzione. Sono partito da ciò che per me rappresentava il nodo più stretto di tutta la vicenda: il Laboratorio INRiM di Torino. Quel tempio della metrologia che, secondo i documenti ufficiali, ha convalidato il record di 48,8°C basandosi su foto nelle quali, a loro dire, non risultavano anomalie.
Eppure il Dott. Grassi ci ha mostrato con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili che lo schermo presentava un’apertura tale da inficiare qualsiasi misurazione seria. Ecco perché gli ho quindi chiesto se, dopo tutti questi mesi, il “Laboratorio” avesse finalmente fornito un riscontro alla sua richiesta di accesso agli atti, e in caso contrario, quali iniziative concrete intenda prendere per superare quella che appare sempre più come una chiusura sistematica al confronto. Mi piaceva altresì sapere se un ente finanziato con soldi pubblici possa davvero permettersi di ignorare le richieste di un professionista che, peraltro, ha documentato ogni singola irregolarità.
Ma non potevo fermarmi lì, perché la vicenda ormai si era allargata. Se non ricordo male, proprio il Dott. Grassi mi aveva anticipato la sua volontà di richiedere un incontro ufficiale al World Meteorological Organization, indirizzando quella sua missiva direttamente alla Prof.ssa Celeste Saulo, e in copia anche al Prof. Jan Barani, che proprio in quel periodo, a Vienna, aveva citato pubblicamente il caso siciliano come esempio della credibilità perduta della meteorologia.
Gli ho chiesto quindi se da quella richiesta sia giunta una risposta, anche solo informale, e se il coinvolgimento di Barani abbia in qualche modo rotto quell’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo. Mi interessa capire se il palcoscenico internazionale abbia costretto qualcuno a muoversi o se invece il muro di gomma si sia semplicemente adattato, diventando più alto ma non meno opaco.
Poi, ho pensato alle sue parole più dure, quelle che ricordo ancora a memoria. Quando disse di essersi convinto che questo record servisse (o serva) a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione, per generare nuovi dibattiti, nuove politiche economiche e soprattutto per condizionare la società.
Non ho potuto quindi fare a meno di chiedergli se, nei mesi trascorsi dall’ultima nostra conversazione, avesse raccolto ulteriori elementi a supporto di questa tesi. Se altri esperti, colleghi, magari in privato, gli avessero confessato la stessa consapevolezza sulla falsità del dato, confermando quel clima di paura e di complicità silenziosa che lui stesso aveva descritto.
Perché una cosa è denunciare un errore tecnico, un’altra è sostenere che dietro quell’errore ci sia una volontà, magari non coordinata, ma comunque funzionale a qualcuno. E io da appassionato, blogger e cronista, ho bisogno di capire se quella fosse una sua convinzione filosofica o se vi siano state ulteriori prove a sostegno della sua tesi affinché si inizi a delineare un disegno.
Non ho dimenticato, naturalmente, le altre stazioni. Quelle che lui stesso aveva citato: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. Tutte, a suo dire, non conformi ai requisiti minimi. Gli ho chiesto se qualcuna di queste sia stata oggetto di verifiche indipendenti dopo le sue segnalazioni, o se continuino a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne metta in discussione la fondatezza. Mi è sembrata una domanda doverosa, perché se il problema è sistemico, come lui stesso ha affermato, allora non possiamo limitarci a guardare un singolo termometro a Floridia. Dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.
Infine, ho voluto chiedergli qualcosa di più personale, quasi intimo. Dopo tutto questo tempo, dopo aver speso energie, risorse economiche e professionali, dopo aver ricevuto silenzi, forse anche minacce velate, e dopo aver visto le difficoltà di un confronto, cosa lo tiene ancora in piedi? Non glielo chiedo per retorica, viceversa glielo chiedo perché io, leggendo le sue dichiarazioni e ascoltando le sue interviste, ho percepito a tratti la stanchezza di un uomo che si sente solo contro un sistema molto più grande di lui.
Ecco perché desidero sapere se quella spinta interiore è ancora la stessa, o se qualcosa si è incrinato, ma soprattutto, voglio chiedergli se ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro questa narrazione climatica distorta, oppure se siamo semplicemente di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e poltrone.
Perché la differenza non è da poco: nel primo caso, avremmo la prova di un disegno, nel secondo, lo specchio di una scienza che ha smarrito la sua anima.
Ho chiuso infine la mia email con un ringraziamento sincero, perché so bene che il Dott. Grassi non ha alcun obbligo nei miei confronti, né nei confronti dei miei lettori. Eppure, ogni volta, ha risposto con generosità, con chiarezza, con quel coraggio che molti, forse per paura o per convenienza, hanno preferito non mostrare. Gli ho detto che attendo sue notizie, e che qualunque sia la sua risposta – anche solo un: “non ho novità” – verrà condivisa con la trasparenza che ho sempre cercato di garantire a chi mi segue.
Perché il mio compito non è difendere una tesi, ma porre domande. E le domande, quando sono ben fatte, prima o poi trovano una crepa anche nel muro più spesso. Non mi resta che attendere, come tanti di voi, sperando che questa volta il silenzio non sia l’unica risposta. Appena avrò notizie, ve le porterò qui.
Buongiorno, stamani desidero iniziare questo post con una barzelletta…
Un ebreo poverissimo va dal rabbino e gli dice: “Rabbino, è terribile, la miseria in casa mia è tale che abbiamo a malapena una fetta di pane per tutta la famiglia. Non so più cosa fare”. Il rabbino lo guarda e gli risponde: “Manda a chiamare i carpentieri”. L’uomo è sconcertato. “Ma rabbino, non ho soldi per il pane, figuriamoci per i carpentieri”. Il rabbino insiste: “Ti ho detto: manda a chiamare i carpentieri”. L’uomo, seppure perplesso, obbedisce. I carpentieri arrivano e iniziano a bussare, segare, inchiodare, facendo un gran baccano. A un certo punto il rabbino si avvicina all’uomo e gli sussurra: “Ora va’ a controllare la tua fetta di pane”. L’uomo torna a casa, guarda la fetta di pane ed è diventata una bella fetta di torta.
Il Senso della barzelletta? La stasi non porta a nulla! È l’azione – anche apparentemente sconnessa o rumorosa – che genera il cambiamento. L’uomo non può uscire dalla miseria stando fermo. Il rabbino lo costringe ad agire (mandare i carpentieri). Quel caos insensato rompe la stasi e, senza che nulla cambi davvero, la sua fetta di pane diventa torta. A volte fare qualcosa, qualsiasi cosa, cambia già lo sguardo sulla realtà.
Questa storia, che appartiene alla tradizione dell’umorismo ebraico, è stata riportata da diverse testate giornalistiche che hanno seguito i funerali di Umberto Eco a Milano il 23 febbraio 2016. E proprio qui voglio subito chiarire una cosa: quanto sto per condividere con voi è soltanto la prima parte di una trilogia di post; nei prossimi giorni seguiranno gli altri due, perché questo tema merita tempo, spazio e una riflessione che non può essere affrettata.
Ho ripreso questa barzelletta perché ho ricevuto ieri un post – pubblicato su TikTok – intitolato “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“. I due interlocutori del video erano Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Proprio di quest’ultimo mi sono ricordato perché aveva partecipato al funerale di Umberto Eco, esprimendo sull’amico e scrittore parole davvero toccanti.
Disse che era un uomo innamorato della vita, che non aveva alcuna prosopopea, conosceva le profondità della cultura, della modernità, dell’antichità e possedeva un’attitudine fanciullesca, un uomo libero in grado di guardare anche ai fenomeni popolari e all’umorismo. Stavamo notti intere a raccontarci barzellette, ricordò Ovadia.
E allora, prima di affrontare il tema discusso, desidero offrire a tutti i nostri interlocutori – in un periodo in cui è diventato difficile distinguere il vero dal falso – la possibilità di cogliere, senza alcun retaggio, il messaggio che è stato da entrambi argomentato.
Iniziamo quindi a conoscere, in breve, chi sono i nostri interpreti.
Di Moni Ovadia si sa che è nato a Plovdiv, in Bulgaria, il 16 aprile 1946, da una famiglia ebraica sefardita. È antisionista e di professione fa l’attore, il musicista, il cantante ed è autore teatrale. La sua famiglia si salvò dall’Olocausto grazie all’intervento del metropolita Kiril della Chiesa ortodossa bulgara – per analogia, una figura simile a un vescovo cattolico di alto grado – che minacciò di gettarsi davanti al treno diretto a un campo di concentramento se la comunità ebraica di Plovdiv fosse stata deportata.
Ecco, già da questo avvenimento possiamo trarre qualche spunto sulla bontà della natura umana: un uomo certamente “giusto tra i giusti“, di un’altra fede, che si sacrifica per un suo simile. Questo è il reale messaggio che dovrebbe ovunque passare, un messaggio che unisce gli uomini, che li rende migliori, che porta pace e fratellanza.
Ovadia si definisce “ebreo agnostico e antisionista“, tanto che nel 2013 ha rotto con la comunità ebraica di Milano, accusandola di essere diventata un “ufficio di propaganda per Israele” e di voler “israelianizzare” l’ebraismo. Difatti egli, sull’attuale conflitto in corso, ha accusato Israele di genocidio ed etnocidio contro il popolo palestinese, denunciando l’uso strumentale del termine “antisemitismo” per silenziare i critici di Israele. Lo scorso anno, nel mese di gennaio, ha dichiarato che “il Giorno della Memoria ha fallito“, tanto che il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas gli ha conferito la cittadinanza onoraria palestinese per il suo impegno a favore dei diritti del popolo palestinese. In politica, nel 2010 si è candidato alle elezioni regionali lombarde con la Federazione della Sinistra e alle Europee del 2014 con “L’Altra Europa con Tsipras“, rinunciando poi al seggio. È un fermo oppositore del razzismo e si batte per i diritti di rom e sinti.
Passiamo quindi ad Alessandro Di Battista. Nato a Roma nel 1978, è un politico, attivista e scrittore italiano, ex deputato del Movimento 5 Stelle. In famiglia, il padre era imprenditore nel settore sanitario ed anche consigliere comunale del Movimento Sociale Italiano, un partito politico italiano di estrema destra, d’ispirazione neofascista, ritenuto l’erede del Partito Fascista Repubblicano fondato a suo tempo dal primo tra i dittatori fascisti dell’Europa novecentesca. Si dice infatti che nella casa paterna l’elemento che si trovava all’ingresso fosse proprio un busto di Benito Mussolini. Ma di questi busti – diciamoci la verità – ve ne sono ancora a centinaia, in particolare nelle case di molti nostri attuali governanti. Sì, forse ora li avranno fatti sparire, ma solo perché sono stati spostati in cantina.
Di Battista è laureato con lode in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, ha un master in Tutela internazionale dei diritti umani presso l’Università La Sapienza di Roma e parla fluentemente italiano, inglese, spagnolo e portoghese. Per quanto concerne la politica, si candida con la lista “Amici di Beppe Grillo” alle comunali di Roma e poi aderisce al Movimento 5 Stelle, diventando portavoce per il Lazio. Viene eletto deputato alla Camera per il M5S, vicepresidente della Commissione Affari Esteri, e nel 2017 annuncia che non si ricandiderà, restando attivista fino al 2021, quando lascia il M5S in opposizione all’ingresso del Movimento nel governo Draghi (scelta, quest’ultima, che condivido pienamente). È considerato un anticapitalista e un anti-imperialista.
Alcune sue frasi sono rimaste celebri. Nel 2014 il New York Times lo ha “premiato” per la bugia più grande dell’anno, per aver dichiarato che il 60% della Nigeria era in mano a Boko Haram. Nel febbraio 2022, alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina, ha dichiarato che “la Russia non sta invadendo l’Ucraina” e che “Putin vuole tutto tranne una guerra“. Va ricordato, tra l’altro, come in passato avesse dichiarato: “Meno male che Putin c’è“, una dichiarazione ripresa da “Il Post” il 25 gennaio del 2019.
Spero quindi di aver chiarito in maniera trasparente le due figure. Quanto ho riportato è stato raccolto da fonti più o meno ufficiali, rintracciabili in diversi siti web, ma tengo a precisare una cosa fondamentale: l’argomento che andremo ad affrontare esula da chi sono – o da cosa abbiano fatto – i nostri due interlocutori. Se qualcosa, tra quanto ho scritto, dovesse rivelarsi inesatto, basterà un commento o una mail, e provvederò celermente a correggere. Detto questo, torniamo al nocciolo della questione.
Ciò che conta, ora, è soltanto questo: ascoltare le loro parole, decifrarne il senso, comprendere cosa vogliono comunicarci e cosa intendono – con le loro riflessioni – farci davvero capire.
Per quanto mi riguarda, non è importante chi ha parlato, ma cosa hanno detto e quali figure hanno preso a riferimento: il politologo e attivista statunitense Norman G. Finkelstein, lo scrittore Douglas Murray, la filosofa Hannah Arendt. A queste si aggiunge la celebre “Einstein–Szilárd letter“, la lettera scritta dal fisico ungherese Leo Szilard – con l’aiuto di altri due colleghi, Edward Teller e Eugene Wigner – e firmata da Albert Einstein. Fu inviata al presidente americano Franklin D. Roosevelt il 2 agosto 1939 per avvertirlo che la Germania nazista stava probabilmente lavorando alla costruzione di una bomba atomica, esortando così gli Stati Uniti ad avviare le proprie ricerche nucleari. Quella lettera fu un fattore determinante: contribuì in modo decisivo all’avvio del Progetto Manhattan. E sono proprio queste fonti, questi riferimenti, che i nostri due interlocutori hanno utilizzato per portare avanti le loro tesi.
E di questo, come vi ho anticipato, mi occuperò nei prossimi giorni – con equilibrio, onestà intellettuale e spirito critico – nel seguito di questa trilogia.
Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”.
Ma eroi di cosa, vorrei sapere?
Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna.
Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università.
Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.
Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione.
Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione.
Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.
E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?
Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”.
Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino!
Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…
osservando quanto è accaduto in queste ore con il viaggio di Artemis verso la Luna, ho pensato di scrivere stamani questo post.
Sì… perché quanto ci è stato fatto vedere nel 1969 con l’Apollo 11 (e le missioni successive), ha di fatto rappresentato un falso, creato in maniera formidabile – se pur con parecchi errori emersi in questi decenni – dal grande regista Stanley Kubrick.
L’uomo, in realtà, non è mai sceso sulla Luna, e non ci è mai potuto riuscire con quella tecnologia primitiva che si ritrovava all’epoca.
Basti difatti pensare alle difficoltà che stanno emergendo in queste ore con la missione “Artemis” – e siamo nel 2026, a oltre sessantasette anni di distanza da quella che considero una gigantesca commedia.
I problemi tecnici, i rinvii, le perdite di elio allo stadio superiore del lanciatore: tutto questo racconta una verità scomoda ma ormai inequivocabile. Se già oggi, con i mezzi che abbiamo, fatichiamo a organizzare un viaggio nel quale, guarda caso, gli astronauti si limiteranno – semplicemente – a orbitare intorno alla Luna senza neppure scendere sulla sua superficie, come si può ancora credere che negli anni Settanta, con calcolatori meno potenti di un odierno smartphone, qualcuno sia davvero sceso e abbia camminato lassù?
E allora mi chiedo: a cosa serve mandare degli umani in questa spedizione? Perché rischiare un equipaggio, se l’unico scopo è quello di girare intorno al satellite? Bastava inviare la navicella senza nessuno a bordo. Ma così non sarebbe stato possibile alimentare il racconto, la narrazione, quell’epica che invece viene costruita con cura.
Ecco perché ho seguito con attenzione ciò che è accaduto a Cape Canaveral, con i quattro astronauti della missione partiti verso il nostro satellite: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Certo, si parla di una “missione epica”, di primati: la prima donna a raggiungere l’orbita lunare, la prima persona di colore a superare l’orbita terrestre, il primo non americano a volare verso la Luna.
Ma ad osservare i preparativi del lancio abbiamo scoperto molto sul gradi di fiducia della missione. Un razzo, lo “Space Launch System“, che dopo esser stato posto sulla rampa di lancio è stato riportato nell’edificio di assemblaggio per riparare una perdita di elio. Cosa aggiungere… dieci giorni di viaggio, ci dicono, sì… dieci giorni per non toccare mai il suolo lunare.
E mentre la NASA mette a disposizione di tutti uno strumento chiamato AROW, che dovrebbe tracciare in tempo reale la posizione della capsula Orion, le trasmissioni dei piloti con la base a terra, si sono interrotte per poi riprendere nuovamente, ed io allora continuo a pensare a una domanda semplice, elementare.
Se le navicelle che sono atterrate in questi anni sulla Luna, e soprattutto i rover che si sono mossi sul terreno del nostro satellite, non hanno mai evidenziato – pubblicamente – alcuna traccia dello sbarco americano degli anni Settanta, come si fa ancora a crederci?
Non parlo solo del modulo lunare, che pure sarebbe dovuto restare lì, parlo della bandiera piantata, dei rover, delle strumentazioni, di tutto quanto appare in quei filmati che ormai ho compreso essere falsi, girati in una struttura (blindata) scenografica. Nessuna immagine, nessuna prova, nessun resto di quelle imprese eroiche. Soltanto il silenzio, e una narrazione che continua a ripetersi senza mai mostrare i reperti.
C’è chi racconta la storia di un finto sbarco preparato nei minimi dettagli, con tanto di regista d’eccezione. Pare che Stanley Kubrick, reduce da “Odissea nello spazio”, abbia girato per conto della CIA un allunaggio alternativo, da trasmettere nel caso in cui la missione vera fosse fallita.
E se invece quella versione – quella che abbiamo visto tutti – fosse proprio il falso? Se la verità fosse che nessun uomo è mai partito per la Luna, e che quelle immagini sono state costruite in uno studio londinese della Metro Goldwin Meyer?
Ci hanno detto che alla fine non ce ne fu bisogno, che il vero allunaggio riuscì perfettamente. Ma io non ci credo più. Le contraddizioni, le difficoltà tecniche di oggi, l’assenza totale di prove fisiche sulla superficie lunare, tutto mi spinge a pensare che il grande viaggio dell’umanità sia stato, in realtà, un capolavoro di illusionismo.
E mentre Artemis II sta viaggiando verso la Luna – per non atterrare, attenzione, mai – continuerò a guardare il cielo con gli occhi di chi sa che la Luna, lassù, attende ancora il primo vero passo dell’uomo.
Già… quel piccolo passo dell’uomo che forse – se fosse stato fatto realmente – avrebbe cambiato le sorti dell’intera umanità!
Ed intanto Kubrick – lui sì dallo spazio – se la ride…
Sì… è partito tutto da una nota di Andrea Scanzi su Tumblr, che ha dato sfogo a questo mio post. A proposito di “sovranità”. Nell’indifferenza generale, è accaduto che Salvini sia stato citato novantasei volte negli Epstein files. Perché quel criminale era interessato al successo di Salvini in Italia? Ed è vero che Steve Bannon finanziò la Lega nel periodo di massimo consenso? Sono domande importanti, ma tanto ormai in questo paese è saltato tutto.
Il giornalista, scrittore e opinionista dichiara altresì di condividere interamente le parole della deputata AVS Elisabetta Piccolotti: Chiediamo oggi un’informativa urgente al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. Non per i ritardi dei treni né per le procedure opache sul Ponte sullo Stretto, ma per un fatto che lo riguarda come segretario di un importante partito di maggioranza. Il nome di Salvini ricorre per ben novantasei volte negli Epstein files. Questi messaggi si concentrano nel periodo in cui la Lega, non a caso, raggiunge il suo massimo storico di consenso elettorale anche grazie alla cosiddetta “Bestia”, un sistema pervasivo e altamente efficace di comunicazione sui social network.
E continuando: Chiediamo dunque che il ministro Salvini venga a spiegare in Parlamento se abbia mai avuto Steve Bannon come consulente politico; se risponde al vero che Bannon abbia svolto attività di fundraising e ricerca di finanziatori, diretti o indiretti, anche sotto forma di servizi digitali, a favore della Lega; se sia mai venuto a conoscenza di iniziative promosse da Bannon per condizionare l’opinione pubblica italiana o europea anche dopo l’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica; se gli incontri citati nelle mail si siano realmente svolti e se Salvini fosse a conoscenza dei legami tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein.
Queste domande non sono un attacco personale. Riguardano la sovranità democratica, la trasparenza del finanziamento della politica e il rischio di interferenze occulte nei processi elettorali nazionali ed europei. Questioni cruciali per la qualità della nostra democrazia.
Non mi interessa essere “non araba” e “non musulmana” per conquistare qualcuno.
Non lo sono mai stata.
La gente mi chiede come faccio a essere così aperta sull’essere musulmana. Sull’essere araba.
Non so mai bene come rispondere.
Perché per me, non è mai sembrata una scelta.
La mia fede non è qualcosa che accendo e spegno.
È lì che mi sento al sicuro. Protetta.
Mi dà una comprensione di questo mondo che nient’altro può permettersi.
Essere araba sta nel modo in cui mi connetto con le persone.
Quanto sono generosa con loro.
Come esprimo calore.
Come vedo il mondo.
Allora perché dovrei nasconderlo?
Soprattutto ora.
Quando ci sono ancora così tanti malintesi.
Tanta distorsione di ciò che è l’Islam.
Di chi siano gli arabi.
Narrazioni ripetute finché non sembrano verità.
Dove arabi e musulmani sono dipinti come i cattivi … mentre le forze che creano la distruzione si posizionano come eroi.
Quell’inversione non è accidentale.
E il silenzio non ci protegge.
Ci cancella.
Voglio che le persone sappiano chi sono quando mi vedono.
Una donna musulmana.
Una donna araba.
Con la storia alle spalle.
Valori che non si muoveranno mai.
P.S. – La mia bellissima mamma mi ha vestito per l’Eid. Indossavo il suo hijab e la nostra abaya abbinata.
Leggendo quanto sopra, ho pensato di pubblicare sul suo profilo un commento, cosa che ho fatto:
Condivido ogni parola. La tua identità non è negoziabile, e non dovresti mai doverla giustificare o nascondere. La tua fede e la tua cultura sono fonte di forza, e hai ragione: L’identità non si negozia. La fede non è un accessorio. E il silenzio, hai ragione, non protegge: cancella! Ma proprio perché rivendico il diritto di esistere senza filtri, sento il bisogno di aggiungere una cosa, senza però voler sminuire il tuo messaggio: per me, rivendicare l’essere musulmana significa anche chiedermi dove mettiamo le donne musulmane che vengono maltrattate, torturate, uccise in paesi che si dichiarano islamici. Perché se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di questo, senza farci rubare la narrazione. Altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro.
Ripensandoci però ho deciso stamani di ampliare la nota pubblicata su “X”.
Già… la mia non è una domanda che viene da fuori. Viene da dentro. Da anni seguo quello che accade in Iran, in Afghanistan, in molti paesi dove l’Islam è maggioritario. E vedo un paradosso che non possiamo permetterci di ignorare.
In Iran, il movimento Donna, Vita, Libertà è nato perché una donna, Mahsa Amini, è stata uccisa per aver i capelli fuori posto. Da allora, ragazze e donne vengono arrestate, torturate, uccise per essersi tolte il velo o per averlo indossato “male”. I giovani vengono condannati a morte come mohareb – “coloro che muovono guerra a Dio” – solo per aver protestato per strada.
Non è una distorsione dell’Islam? Sì. Ma è una distorsione che uccide, in nome dell’Islam, con il silenzio o il sostegno di istituzioni che si dicono islamiche.
E non è solo l’Iran. In molti paesi, le leggi sulla “moralità” vengono usate per controllare i corpi delle donne. In alcuni, la violenza domestica è ancora legalmente tollerata. In altri, le donne non possono trasmettere la cittadinanza, né scegliere liberamente chi sposare.
Quando diciamo – giustamente – che arabi e musulmani non sono i “cattivi” raccontati dall’Occidente, dobbiamo anche chiederci: chi sono i cattivi per le donne musulmane che subiscono violenza in nome della stessa fede che per te è rifugio?
Perché se tacciamo su questo, per paura di alimentare stereotipi, allora rischiamo di fare due cose:
– Lasciare sole le vittime.
– Consegnare ai pregiudizi occidentali una narrazione che non abbiamo saputo abitare noi per primi.
La verità è che l’Islam non è una cosa sola. Come ho scritto anni fa: ci sono modernisti e tradizionalisti, chi cerca lo spirito profondo del Corano e chi si rifugia negli hadith più rigidi. Paesi come Tunisia hanno fatto passi avanti enormi sulla parità. Altri, come l’Iran dopo il 1979, hanno trasformato la fede in un sistema di controllo totalitario.
Non si tratta di “occidentalizzare” la donna musulmana. Si tratta di ascoltare quello che le donne musulmane dicono – in Iran, in Afghanistan, in Pakistan, in Egitto, in Arabia Saudita. Si tratta di stare dalla parte di chi dice: la mia fede è mia, ma non può essere usata per giustificare la mia prigione.
Quando vedo l’immagine di una donna iraniana che accende una sigaretta con la fiamma che brucia la foto di Khamenei, capisco che quella non è una ribellione contro l’Islam, è una ribellione contro un regime che ha rapito l’Islam e lo ha trasformato in una gabbia!
Il cambiamento vero – come ho avuto modo di scrivere più volte – viene da dentro. Non dalle bombe, non dagli interventi esterni. Ma viene da dentro quando c’è qualcuno che ascolta, che non distoglie lo sguardo, che non confonde la critica al regime con la critica alla fede.
Per questo, mia cara “sorella“, sono d’accordo con te su tutto.
Difatti, è proprio quando rivendichi di essere una donna musulmana e araba con la storia alle spalle e valori che non si muovono, io penso che nella tua storia – nella nostra storia – ci siano anche quelle donne che oggi vengono sepolte di notte, con la famiglia sotto sorveglianza, costretta a mentire per riavere il corpo.
Se vogliamo che il mondo veda chi siamo davvero, dobbiamo trovare il modo di parlare anche di loro. Senza farci rubare la narrazione, senza lasciare che siano gli altri a definirci, altrimenti, il rischio è che a essere cancellate siano loro!
C’è un peso in quella frase di Rilke che ci cade addosso proprio quando meno ce lo aspettiamo, magari mentre stiamo preparando il “verdetto” su qualcuno basandoci soltanto sull’ultimo scambio di battute.
Ci succede ogni giorno, a casa, a lavoro, anche per strada, sì… siamo capaci in un attimo, in quel breve intervallo in cui il nostro interlocutore finisce di parlare, a formulare un giudizio, senza lasciare spazio a ciò che è venuto prima.
Quella frase del Poeta, viceversa, ci invita a fermare la “mano della sentenza” e a guardare indietro, a percorrere con lo sguardo quel lungo sentiero di incontri e silenzi che hanno costruito la persona che ora abbiamo davanti, perché ridurre tutto all’ultimo capitolo è come voler giudicare un libro leggendo solo l’ultima riga e pretendere però di conoscerne tutta la trama.
Eppure – stranamente – lo facciamo continuamente, convinti che l’essenza di una storia stia sempre nella conclusione, quando forse la verità abita altrove, nei passaggi intermedi, nelle svolte apparentemente insignificanti, in quelle pagine che abbiamo sfogliato troppo in fretta.
Perché la verità è che la maggior parte di noi è fatta così, tendiamo a riempire i vuoti di comprensione con certezze rumorose, specialmente quando ci troviamo dinnanzi a una situazione o a un gesto che non riusciamo a decifrare immediatamente.
È come se il silenzio dell’attesa ci mettesse a disagio, come se restare in sospeso fosse una condizione insopportabile da cui dobbiamo uscire a tutti i costi, anche a prezzo di forzare la realtà. Sentiamo salire quella perplessità familiare, quel senso di smarrimento che ci porta a cercare motivazioni personali dietro ogni analisi, sì… come se ammettere di non aver capito, fosse una sconfitta personale, invece che un’opportunità per avvicinarsi davvero al mistero senza fretta.
Ed allora, preferiamo inventare, costruire castelli interpretativi, attribuire intenzioni mai espresse pur di non rimanere in bilico su quel “non so” che invece potrebbe essere l’inizio più autentico di ogni comprensione profondo.
Ed è qui che scatta quella che io definisco la “commedia umana“, cioè quando si iniziamo a costruire castelli di interpretazioni per nascondere il fatto che forse quella porta è semplicemente chiusa e non abbiamo la chiave in tasca. Già… ormai siamo diventiamo architetti dai significati fasulli, erigiamo muri di parole per nascondere la nostra nudità conoscitiva, e lo facciamo con tale convinzione da crederci per primi.
Ci diamo un tono, usiamo parole complicate per descrivere emozioni che non abbiamo provato, tutto per proteggere il nostro ego dalla semplice verità che a volte le cose vanno lasciate respirare senza essere immediatamente etichettate o smontate per vedere come funzionano.
Perché c’è una violenza sottile nel voler capire tutto subito, nel non concedere all’altro e all’opera il diritto di rimanere parzialmente inaccessibili, come se l’unico modo per rispettare qualcosa fosse possederla attraverso la comprensione totale e immediata.
Alla fine però resta la pazienza di chi sa che la verità non sta nel frammento ma nel mosaico, nell’insieme delle tessere che formano il rapporto e non nel singolo colore che ci ha colpito o infastidito.
È una lezione che – ahimè – impariamo lentamente, attraverso gli errori e le ingiustizie che commettiamo quando giudichiamo troppo in fretta, attraverso i rimorsi di non aver aspettato quel giorno in più che avrebbe cambiato tutto.
La verità è che forse dovremmo permetterci di stare nel dubbio un po’ più a lungo, accettando che non comprendere subito non significa non rispettare, ma anzi significa dare all’altro e all’opera il tempo necessario per rivelarsi nella sua interezza senza che noi dobbiamo per forza avere sempre ragione.
Già… significa coltivare quella sospensione del giudizio che è così difficile da praticare ma così rivoluzionaria nei suoi effetti, perché apre spazi dove la relazione può respirare e crescere senza il peso delle nostre sentenze affrettate.
Come diceva Pirandello: Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri…
in questi giorni in cui il fragore delle armi sembra voler scavare un solco sempre più profondo tra popoli e credenze, mi ritrovo a pensare a quanto sia fragile – eppur necessaria – l’idea che ci unisce: quella di essere umani prima di ogni altra appartenenza.
Non vi è dogma, né rito, né tradizione che possa cancellare questa verità semplice come l’aria che respiriamo, eppure, proprio quando il mondo sembra voler dimenticarlo, sono i racconti – quelli che nascono tra le pagine dei romanzi e non tra le pagine dei trattati – a ricordarci che ogni fede è un filo intrecciato a un altro, un capitolo che non si conclude mai, ma si trasforma, si rinnova, si lega a ciò che verrà.
Prendo spunto da un paragrafo del romanzo “La mano di Fatima“, di Ildefonso Falcones, quando Hernando, con voce calma ma carica di un peso antico, legge a Aisha le parole del Vangelo di Barnaba, le stesse che oggi suonano come un’eco lontana, eppure così vicina:
«In quel tempo, Gesù disse: “Io sono una voce che grida nel deserto: preparate la via al messaggero del Signore, come disse Isaia. In verità vi dico: ogni profeta che è stato ha parlato di me; ma io vi dico che ogni profeta ha parlato del messaggero di Dio, del quale io sono precursore”. E i sommi sacerdoti gli chiesero: “Come si chiamerà questo messaggero?” E Gesù rispose: “Il suo nome è Ahmad”.»
Gesù che parla di sé non come fine, ma come inizio; non come ultima parola, ma come voce che indica una strada. «Il suo nome è Ahmad», dice, e quel nome – che significa “il Lodato” – diventa all’improvviso un ponte tra mondi che crediamo separati.
Non c’è trionfo qui, né rivalsa, solo una continuità silenziosa, come il fluire di un fiume che non si ferma mai, anche quando il suo corso sembra scomparire tra le rocce. Aisha ascolta, e nel suo silenzio c’è tutta la meraviglia di chi scopre che ciò che credeva immutabile è invece parte di un disegno più ampio, tessuto con pazienza attraverso secoli di incontri e di sguardi incrociati.
E poi continuando c’è quel passo sulla croce:
«Allora Giuda, il traditore, condusse i soldati nel luogo dove Gesù era solito pregare. Ma Dio, vedendo il pericolo del suo servo, ordinò a Gabriele, Michele, Raffaele e Uriel di portarlo via dal mondo. I santi angeli presero Gesù e lo portarono fuori dalla finestra della casa e lo condussero nel terzo cielo.
Giuda entrò per primo dalla finestra, e subito Dio operò un prodigio: la voce e il volto di Giuda divennero così simili a quelli di Gesù che tutti lo scambiarono per lui. I soldati lo presero, lo legarono e lo condussero a Pilato.
Così Giuda fu crocifisso al posto di Gesù».
Una scena questa, che ribalta ogni certezza: non Gesù, ma Giuda a portare il peso di un errore che non era suo. Non un Dio che muore, ma un profeta salvato da un Dio che non abbandona i suoi. Hernando spiega, e Aisha domanda, e insieme costruiscono un dialogo che non è mai una disputa, ma una ricerca.
Perché in fondo, non è forse questo il cuore di ogni religione? Non pretendere di possedere la verità, ma cercarla insieme, con le mani tese e gli occhi aperti? Quei versi, che il romanzo presenta come frammenti di un vangelo dimenticato, non sono qui per scuotere le fondamenta di una fede piuttosto che di un’altra, sono viceversa uno specchio in cui riconoscere l’umanità comune che si cela dietro ogni preghiera, ogni rito, ogni silenzio.
Mi chiedo spesso come sarebbe il mondo se imparassimo a leggere le nostre storie non come muri, ma come sentieri che si incrociano. Se capissimo che ogni profeta, ogni messaggero, ogni voce che grida nel deserto non è un confine, ma un invito. Che la croce, la preghiera rivolta a Mecca o il cuore verso Sion, non sono gesti opposti, ma silenzi della meditazione, modi diversi di inginocchiarsi davanti allo stesso mistero.
Bisogna superare le barriere, non c’è più spazio per il giudizio, né per la superiorità di una verità sull’altra, c’è solo il bisogno urgente di ricordare che, quando le armi parlano troppo forte, sono le storie come queste a sussurrarci che non siamo soli, che non siamo divisi.
Proprio in questo momento, mentre il Medio Oriente brucia e le parole si trasformano in proiettili, tornare a quei passi del romanzo non è una fuga, ma un atto di resistenza. Sì… resistenza contro l’idea che le fedi siano nemiche, contro la menzogna che i popoli debbano scegliere tra essere fedeli a se stessi o rispettare l’altro.
Hernando e Aisha, con i loro dialoghi notturni, ci mostrano che la verità non è mai prigioniera di un solo libro, di un solo nome: È un fiume che scorre da millenni, e ognuno di noi ne beve un sorso, convinto a volte di averne l’intero possesso, dimenticando che l’acqua è sempre la stessa.
E allora, forse, il modo migliore per onorare ogni credenza è smettere di chiederci chi ha ragione e chi torto, e cominciare a chiederci come possiamo camminare insieme.
Perché alla fine, che si chiami Gesù, Ahmad o semplicemente fratello, la voce che grida nel deserto è sempre la stessa: quella che ci ricorda che siamo umani, prima di ogni altra cosa.
Scrive bene in un commento, nella mia pagina “Medium“, l’amico Giuseppe: Purtroppo non li definirei giornalisti ma giornalai (come riporta l’amico Carrino che seguo da ormai un po’ di anni) e il problema non è solo in Sicilia ma in tutto il paese. La verità spesso viene nascosta, io difatti, non guardo quasi più la TV.
Ha usato una parola, “giornalai“, che non è un insulto, ma una fotografia impietosa della realtà, perché c’è una differenza abissale tra chi cerca la verità e chi vende carta (o come si usa ora “click”).
Il giornalaio espone la merce in vetrina, la sistema per farla sembrare appetibile, ma non si cura di cosa c’è scritto dentro, purché il titolo attiri il passante.
Oggi, specialmente qui da noi, l’informazione ha smesso di essere un servizio pubblico per diventare un prodotto commerciale. A Catania, come nel resto d’Italia, non assistiamo a un silenzio improvviso, ma a un assordante rumore di fondo. Non è che le notizie manchino; è che quelle vere, quelle che fanno male al potere, vengono soffocate non con la censura di un tempo, ma con l’indifferenza calcolata.
Il vero crimine organizzato non ha più bisogno di inviare messaggi minatori o di bruciare auto. Ha capito che è molto più efficace possedere la penna che scrive la notizia, o almeno, finanziare la mano che la tiene. Quella “mafia dei colletti bianchi” di cui si parlava un tempo oggi non si nasconde nei vicoli bui, ma siede legittimamente anche dove scorre l’informazione.
Mi riferisco agli editori che non sono certamente degli ostaggi spaventati, come qualcuno vorrebbe far credere, ma complici forse consapevoli, perché hanno scelto la via della convenienza: garantire la tranquillità ai propri inserzionisti, mantenere buoni rapporti con le istituzioni che rilasciano contributi pubblici, evitare cause costose.
Il risultato? Un’omologazione totale! Accendi un telegiornale locale, scorri un quotidiano online, leggi le notizie su un portale web e alla fine ti accorgi che sembra di leggere la stessa agenzia di stampa riscritta da un algoritmo, nessuno scavo, nessun nome, nessuna responsabilità…
In questo modo, il cittadino non viene informato, viene nutrito, sì… nutrito con briciole di cronaca nera, con polemiche sterili, con dibattiti dove tutti urlano ma nessuno dice nulla. Ci hanno trasformati in consumatori passivi della realtà, convinti sì… di sapere cosa accade nel mondo, mentre ci viene preclusa la visione di ciò che accade davvero nelle stanze dei bottoni!
Se Giuseppe ha smesso di guardare la TV, ha fatto l’unica scelta sana possibile, perché finché accetteremo che il “giornalaio” prenda il posto del giornalista, continueremo a vivere in una democrazia di facciata. Come avevo scritto alcuni giorni fa, la verità non è morta per mano di un killer, è morta per inedia, lasciata morire di fame in mezzo a un banchetto di notizie inutili.
Spetta a noi quindi smettere di comprare quella merce avariata. Solo quando smetteremo di dare ascolto a chi urla titoli senza sostanza, forse, qualcuno tornerà ad avere il coraggio di scrivere la verità.
Fino ad allora, come dice l’amico di Giuseppe, “Carrino”, restano solo loro: i venditori di fumo!
Mi capita ormai la sera di sfogliare distrattamente le testate locali o di fermarmi un secondo in più davanti ai titoli dei tg regionali, ma ogni volta provo una sensazione amara, come se guardassi un film già visto, recitato da comparse che hanno dimenticato la sceneggiatura originale.
In Sicilia, e soprattutto a Catania, ho la netta impressione che sia sparita del tutto una certa informazione.
Non parlo della cronaca, quella c’è sempre: nera e, talvolta, sanguinaria.
Parlo di quell’altra informazione. Quella che un tempo aveva il coraggio di fare nomi e cognomi, di denunciare il radicamento profondo di “Cosa Nostra” in ogni ingranaggio vitale di questa terra.
Dov’è finita la voce che gridava contro le connivenze tra imprenditoria e politica? Quella che puntava il dito contro i “colletti bianchi“, signori dall’aspetto rispettabile che siedono nei consigli di amministrazione mentre decidono le sorti di interi settori economici?
Perché la vera mafia, quella più pericolosa, non è soltanto quella dei mafiosi affiliati. Quella è la manovalanza, il “braccio armato“.
La testa pensante, il vero potere, risiede altrove: sta nei saloni dei banchieri, negli uffici dei governanti, in quelle stanze dove si intrecciano affari e politica. Dove si decide che una terra può continuare a essere gestita come un feudo personale, purché tutto resti, in superficie, calmo e operoso.
Il giornalismo che vedo oggi mi trasmette una sensazione di profonda rassegnazione. È paura? O è convenienza?
Forse gli editori hanno capito che il silenzio garantisce benefici più concreti di una battaglia persa in partenza. Benefici economici, ma anche personali: un posto al sole e una quieta esistenza senza nemici.
Ma si dimentica una cosa fondamentale: senza un giornalismo serio e coraggioso, si toglie ossigeno al futuro e si lasciano i nostri giovani in un deserto di verità addomesticate.
Dov’è finito quel giornalismo? E i suoi coraggiosi giornalisti?
Io credo che a Catania non esistano più piattaforme veramente indipendenti. Esistono voci isolate, soffocate, che non hanno la forza di penetrare il muro di gomma di un sistema informativo ormai omologato. Un sistema in cui i grandi gruppi editoriali sono nelle mani di pochi potenti che decidono quali notizie debbano arrivare ai cittadini.
Perché è così che si uccide la verità oggi!
Non con un colpo di pistola, ma con il silenzio assordante di chi, potendo parlare, sceglie di tacere. Si uccide sommergendola sotto un mare di informazioni inutili.
E alla fine, il cittadino comune si ritrova solo. Con l’amara consapevolezza che chi dovrebbe fare luce preferisce restare al buio. E in questo buio, i veri padroni della terra continuano a danzare indisturbati.
E voi ditemi: cosa ne pensate?
Credete che vi sia ancora spazio per una voce libera? Oppure pensate che alla maggior parte dei miei conterranei non interessi più cosa accade attorno a loro, avendo ormai accettato questa condizione in maniera rassegnata?
C’è un odore strano in queste ore che arriva da quella parte di mondo…
Un’aria che non si limita a sfiorare le coste che dal Mediterraneo orientale si ergono al Golfo Persico, ma si insinua silenziosa nelle pieghe dei notiziari, nei toni misurati dei diplomatici, nelle manovre navali che nessuno commenta troppo a voce alta.
Tra qualche giorno, forse ore, gli Stati Uniti potrebbero attaccare l’Iran! Non è una previsione buttata lì per alimentare il panico, né uno di quegli allarmismi che svaniscono con il cambio della marea, questa volta c’è qualcosa di diverso nel modo in cui le cose vengono dette, nel modo in cui certe fonti – come il New York Times – lasciano trapelare dettagli con la precisione di chi sa già dove si andrà a parare.
Trump, pare, stia valutando un colpo preciso, chirurgico, qualcosa che dimostri a Teheran che i tempi dell’ambiguità sono finiti. E mentre a Ginevra si prepara l’ennesimo incontro tra negoziatori, molti lo vedono non come un passo verso la pace, ma come l’atto finale prima dello scempio.
Eppure, se si osserva con attenzione, non sembra esserci più nessuno davvero interessato a fermare ciò che sta per accadere. Non perché tutti vogliano apertamente la guerra, ma perché a nessuno conviene evitarla. Prendete i paesi del Golfo: ufficialmente, chiedono dialogo, moderazione, soluzioni pacifiche. Ma basta leggere tra le righe per capire che un Iran privato del suo programma nucleare, o addirittura destabilizzato da un intervento esterno, rappresenterebbe per loro una liberazione strategica.
Hanno paura, eccome se ne hanno. Paura di un equilibrio che si sposta, di un vicino che diventa padrone della regione grazie alla minaccia atomica. E allora, anche se restano in silenzio, anche se firmano dichiarazioni di pace, quel silenzio suona come un assenso. Perché quando il fuoco parte, saranno i primi a soffiare sulle braci.
E poi ci sono gli altri protagonisti di questa partita senza regole. Trump, certo. Ma anche Netanyahu; due uomini ai quali, in fondo, serve lo stesso risultato: distogliere lo sguardo. Uno è alle prese con inchieste che non accennano a placarsi, con un consenso interno che si sgretola, con un’immagine pubblica messa a dura prova da scandali che non riesce più a controllare. L’altro, dall’altra parte del Medio Oriente, ha problemi simili: accuse, processi, opposizioni crescenti.
In momenti come questi, cosa c’è di meglio di un nemico comune? Di un conflitto che riunisca la nazione attorno alla bandiera, che cancelli i titoli sui giornali dedicati ai guai personali e li sostituisca con quelli sul coraggio del leader? Per entrambi, un attacco all’Iran non sarebbe solo una decisione geopolitica. Sarebbe una terapia mediatica. Una resurrezione politica costruita sulle macerie di un altro paese.
Le navi americane sono già in posizione ed altre stanno arrivando… I piani operativi, si dice, includono obiettivi altissimi: non solo impianti nucleari, ma figure centrali del regime, persino il successore designato di Khamenei. A Teheran, intanto, Ali Larijani viene preparato al ruolo di transizione, come se tutti sapessero già che il tempo stringe, che il cielo potrebbe aprirsi in qualsiasi momento su un temporale di fuoco e metallo.
Lo chiamano “piano di continuità”, ma in realtà è un rito funebre anticipato, una conferma che nessuno crede più alla pace. Anche i manifestanti, gli studenti che gridano “Morte al dittatore” nei campus, entrano in questo disegno. Chi ci guadagna dalla loro ribellione? Forse Trump, che può dipingere l’Iran come un paese allo sbando, pronto a essere liberato da un intervento esterno? O forse proprio il regime, che usa la minaccia di guerra per giustificare la repressione, per tenere uniti i ranghi sotto la bandiera del pericolo nazionale?
E così, mentre Araghchi parla di accordi “win-win” e di porte ancora aperte, mentre si discute di concessioni e controlli, la macchina militare continua ad avanzare, indifferente alle parole. La diplomazia sembra ormai una scenografia, un sipario che copre quello che sta per accadere dietro le quinte. La verità, forse, è che la guerra non è mai solo una questione di politica estera. È anche, e soprattutto, una questione di politica interna. È il modo più antico per distogliere lo sguardo, per spostare l’attenzione da ciò che non funziona a casa verso un nemico comune, lontano e sconosciuto.
E in questo gioco di specchi, l’Iran, gli ayatollah, il loro programma nucleare, diventano solo una pedina, una scusa perfetta per regolare i conti che non hanno nulla a che fare con l’uranio arricchito.
Già… quello che permette di rimettere tutto in ordine, almeno per un po’. Giovedì a Ginevra parleranno ancora, ma io ho il presentimento che, quando torneranno alle loro capitali, l’aria avrà già cambiato odore e non sarà il profumo delle trattative compiute… ma viceversa, sarà l’odore della polvere da sparo
C’è una scena che si ripete, da Malaga ai nostri schermi. Un uomo, un’immagine costruita e un palcoscenico pronto a crollare…
Siamo a Malaga e un anziano tassista ha noleggiato una barca lussuosa che non poteva guidare, ha indossato un completino da golf firmato, ha messo al polso un Rolex d’imitazione e, seduto al bar di fronte ha iniziato a raccontare di essere un miliardario che sta girando il mondo.
Ecco che una ragazza bellissima, viene attratta da quest’uomo singolare, sì… non da lui, ma dallo spettacolo che rappresenta: quello della ricchezza, del potere, dell’accesso a un mondo di lusso. Secondo alcuni è salita su quella barca, e chissà… forse hanno trascorso la notte insieme.
Lui comunque il mattino dopo, ha postato centinaia di foto sui social insieme a lei, già… il trionfo di una finzione riuscita. Poi, la verità è venuta a galla: niente miliardi, niente jet privati, niente Yacht lussuoso, solo la grigia normalità di una vita comune. Lo spettacolo era finito!
La ragazza, disillusa, se n’è andata e il web, nel quale già iniziavano a circolare quelle foto, inizia a discutere, commentare, chiedersi, sì… se fosse uno scherzo o una frode. Ma la morale non sta nel giudicare il vecchio tassista, che quella notte ha voluto essere protagonista, la morale è nel meccanismo, perfetto e replicabile all’infinito: un’illusione costruita con pochi oggetti di scena può, per alcune ore, sovvertire la realtà e attrarre tutto ciò che desidera.
Si… sembra un copione che in questi mesi ci suona familiare, perché è lo stesso che stiamo osservando su un palcoscenico molto più grande, quello della nostra cronaca. Ed allora, si può costruire un personaggio, armarlo di rivelazioni, vestirlo da giustiziere o da vittima del sistema, e metterlo quindi in onda?
Perché lo spettacolo, in questo caso, ha un valore: genera ascolti, fa discutere, costruisce un impero economico su fondazioni di polemica. Vive di emozioni forti e di reazioni immediate, proprio come la scenetta del finto miliardario al porto. E per un po’, funziona…
Il problema sorge quando si comincia a confondere quello spettacolo con la verità processuale, che segue un altro copione, fatto di tempi lunghi, prove, contraddittorio e sentenze. Sono due binari paralleli della stessa storia: uno corre veloce sulle rotaie dell’intrattenimento e del gossip esplosivo; l’altro procede lento e metodico sui binari della legge.
Certo, lo spettacolo può sembrare più vivido, più vero, perché urla, mentre la verità giudiziaria sussurra, e arriva dopo, ma statene certi: arriva!
Ecco la vicenda di Malaga che ho letto ieri sera nel web, nella sua semplicità, rivela il cuore di molte dinamiche che ci circondano. Quante persone, nel nostro mondo dello spettacolo e non solo, salgono su “barche noleggiate” pur di sembrare ciò che non sono?
Quante carriere sono negoziate sull’accettazione di una finzione collettiva, sul far finta di credere a un ruolo pur di ottenere un posto al sole? È il compromesso silenzioso: io accetto la tua immagine costruita, e tu mi dai accesso al tuo palcoscenico. Sì… è un patto che regge, ma fintanto che le luci sono accese.
Ma come ha insegnato il vecchio di Malaga, e come insegna ogni storia costruita sull’apparenza, le luci prima o poi si spengono. Arriva il mattino, arriva il conto, arriva la sentenza! La verità, anche se lenta, è implacabile. Non si può noleggiare in eterno.
Alla fine, forse, la lezione è proprio questa: nello spettacolo, sia esso una notte a Malaga o una battaglia mediatica, ciò che conta è l’effetto immediato. Nella vita, ciò che resta è la sostanza. Possiamo tutti essere affascinati, per un momento, dal luccichio di un orologio falso o dalla potenza di una rivelazione choc, ma sarebbe un errore credere che quello sia il mondo reale.
Il mondo reale è ciò che rimane quando lo spettacolo è finito. Ed è lì, in quella luce cruda e senza filtri, che si giudica non lo spettacolo, ma la verità delle cose. Perché, come ci ricorda questa storiella spagnola: lo spettacolo dura solo poche ore, la verità no, quella resta!
Buongiorno, stamani, provo a dare forma a un mio sfogo, ad un grido che arriva dritto dal cuore di chi lo sport lo vive, lo respira e lo ama, senza bisogno di divise o di bandiere.
Parto da un titolo forte, un pugno nello stomaco: “Inter-Juve una vergogna per lo sport!“. Ecco, forse è proprio da lì che dobbiamo cominciare, da quella sensazione di amaro in bocca che ti resta addosso quando la domenica sera spegni la televisione e ti rendi conto che non hai assistito a una partita di calcio, ma a qualcosa di molto diverso.
Perché sabato sera, a San Siro, non si è giocata solo una partita. Si è consumata una piccola, grande rappresentazione di quello che non dovrebbe mai accadere, dentro e fuori dal rettangolo verde. E lo dico da persona che lo sport lo ha praticato, che sa cosa significa sudare su un campo, che conosce il valore del confronto leale, anche quando si gioca una semplice partitella con gli amici in spiaggia sotto il sole di agosto.
Lo sport, quello vero, dovrebbe essere un’isola felice, un luogo dove i principi che fatichiamo a far valere nella vita quotidiana – l’onestà, il rispetto, la correttezza – diventano la regola non scritta, il fondamento di ogni gesto. Invece, sabato (ma non solo ormai il sabato sera…), abbiamo visto il contrario. Abbiamo visto la vita vera, con tutte le sue storture e le sue ingiustizie, entrare in campo e prendersi la scena.
Un episodio, su tutti, ha acceso la miccia. Un episodio che ha nome e cognome, ma che qui volutamente non voglio nemmeno pronunciare, quasi per pudore, per non dare ulteriore dignità a un gesto che dignità non ne ha.
Un giocatore dell’Inter si lascia andare, si accascia a terra come colpito da un fulmine, dopo un contatto inesistente con un avversario. Una simulazione. Una bugia raccontata con il corpo. E l’arbitro, nel caos dell’azione, ci casca. Fischia, corre, estrae il cartellino rosso e lo sventola in faccia a un giocatore della Juve, quel Pierre Kalulu che in quel momento non può credere ai propri occhi. Lo vedi dalle sue espressioni, dai suoi gesti disperati, dalla sua corsa verso il direttore di gara, quasi in ginocchio a supplicarlo: “Rivedila, la prego, vada a vedere, non è successo niente!”.
È l’immagine più vera e struggente della serata: un calciatore che chiede giustizia, che si affida alla tecnologia, alla possibilità di rivedere le immagini, convinto che la verità, una volta mostrata, non possa che trionfare. Ingenuo. Perché la verità, a quanto pare, non è più un valore così scontato, nemmeno quando hai a disposizione tutti gli strumenti per farla emergere.
E qui veniamo al nodo centrale, al tarlo che rode chiunque abbia a cuore la pulizia di questo gioco: L’arbitro.O meglio, il sistema arbitrale. Perché non è solo questione di un errore umano, di quelli che ci stanno e ci staranno sempre.
No, qui il dubbio è più profondo, più amaro. Quell’arbitro, in quel momento, aveva la possibilità di rimediare. Poteva, certo non è previsto dal protocollo (ma a volte si deve saper andar oltre, sì… se ci fosse un po’ più di personalità…), chiedere al Var di rivedere l’azione. Poteva andare al monitor, guardare con i suoi occhi ciò che era realmente accaduto, e ammettere il suo sbaglio. Sarebbe stato un atto di coraggio, di onestà intellettuale, di quelle cose che dovrebbero distinguere un uomo in divisa, ma è proprio ciò che in quelle vesti non accade e sarà forse per questo motivo che da sempre ho scelto di non indossarne una!
E difatti… per quell’esser inquadrato alle regole (anche errate), si è affidato a chissà quale voce, a chissà quale ordine impartito dall’alto, e ha lasciato che l’errore diventasse sentenza! Ha scelto di non vedere. E così, non solo ha condizionato in modo irreparabile una partita, ma ha mandato un messaggio ben più grave, un messaggio che va dritto nei campetti di periferia dove migliaia di ragazzi sognano di diventare calciatori.
Il messaggio è che: non conta essere onesti, conta essere furbi. Conta vincere, anche a costo di rubare, anche approfittando della mediocrità o della sudditanza di chi dovrebbe garantire le regole. È proprio il contrario di quanto in questi giorni, durante le Olimpiadi invernali, il Presidente Mattarella affermava sullo sport, sulla sua funzione educativa e la bellezza che dovrebbe trasmettere.
Allora mi chiedo, e vi chiedo, a cosa serve quella telecamerina che l’arbitro porta addosso, se poi non viene usata per comprendere, per decidere in scienza e coscienza? A cosa serve il Var, se diventa non uno strumento di verità, ma un paraocchi per confermare gli errori o, peggio, per gestire il risultato secondo logiche che con lo sport c’entrano poco?
Si è demolito il principio del calcio, si è detto ai giovani che l’importante è vincere sempre, in qualsiasi modo. Con un rigore inesistente, con un fallo inventato, con una espulsione che è una farsa. E noi, che questo sport lo amiamo, restiamo qui a guardare, con un senso di impotenza che diventa rabbia.
Ecco perché, da ex sportivo, prima ancora che da tifoso (e lo ribadisco, io tifo Catania, e quello già di suo mi fa penare abbastanza, senza bisogno di queste sceneggiate…), sento il bisogno di prendere posizione.
Ho deciso, e spero che tanti mi seguano, che da oggi non scommetterò più un solo euro su queste nostre partite, sì… che mi appaiono sempre più spesso “taroccate” e condizionate da episodi che di spontaneo non hanno nulla, anzi potrei affermare che mi sembrano molto (e qui il termine mi sembra appropriato…) “arbitrarie“.
Perché quando muori così, quando vedi la disonestà premiata e applaudita, ti passa la voglia di crederci ancora. E allora non ci resta che tornare all’essenza, a quella partitella in spiaggia con gli amici, dove l’unico arbitro è il rispetto reciproco, dove l’unico risultato è divertirsi insieme.
Perché forse, solo lì, lo sport è ancora quello che dovrebbe essere!
Ho iniziato da ieri a vedere su Netflix una miniserie che tratta di un argomento scabroso: la vicenda di Jeffrey Epstein.
Ora… non è che non avessi letto quanto fosse accaduto in quelle sue lussuose ville, ma osservare visivamente le immagini, far emergere dall’ombra i contorni di quelle stanze, mi ha fatto inorridire in modo diverso. Ha toccato una corda che offende la natura umana, e che mi ha fatto decidere di scrivere questo post e al titolo da utilizzare per aprire questo discorso.
Mi chiedo spesso, dinnanzi a fatti che superano l’immaginabile, dove vada a finire il nostro sdegno. Sì… è come se si accumulasse, strato dopo strato, fino a formare un cristallo duro e tagliente, proprio come quello ora evocato dalle parole del mio titolo.
Non è fantasia da horror, né la semplice invocazione di una giustizia sommaria e fisica, è piuttosto l’estremo respiro di un’impotenza collettiva, che sente di aver toccato il suo limite. È il punto in cui la ragione, stanca di bussare alle porte dei tribunali, sogna un finale diverso, in cui il castigo sia pari all’orrore, sia pubblico e, soprattutto, sia definitivo.
Certo, la mia è un’immagine da antico codice, e forse nasce proprio da lì: dal bisogno primordiale di vedere un ordine restaurato in modo così plateale da cancellare, una volta per tutte, ogni ombra di dubbio, perché – ahimè – la realtà con cui ci confrontiamo è ben più opaca, più grigia!
È fatta di documenti – quelli sì, finalmente pubblicati – che formano una nebulosa di nomi, di voli, di indirizzi. Si parla di “files“, una parola asettica che contiene universi di sofferenza, e non di quello che realmente fosse e cioè uno: “schifo”.
Jeffrey Epstein non fu un mostro solitario; fu piuttosto un nodo, un collante, un raccordo tra soggetti deviati. La sua genialità perversa consistette proprio in questo: comprendere che il desiderio più oscuro, se protetto da abbastanza denaro e favori, poteva trasformarsi in una valuta, in una merce di scambio per una certa “élite“.
Le sue ville, l’isola, gli aerei, non furono soltanto i teatri di un delitto, ma i luoghi di una perversa socialità, dove il potere non si limitava a coprire malefatte. Lì, in qualche modo, si banchettava. E il banchetto aveva un prezzo, pagato a scapito di aspiranti modelle e, in modo ancor più deplorevole, su vittime minorenni ignare.
È qui che il nostro sdegno si incrina e diventa perplessità. Perché leggere quei nomi – politici, imprenditori, magnati, intellettuali, artisti – non fornisce risposte, ma moltiplica le domande. Essere menzionati, ci viene giustamente ricordato, non è una condanna. Alcuni saranno stati ingenui frequentatori di un ambiente luccicante e certamente corrotto; altri, chissà, avranno visto e avranno distolto lo sguardo.
Il dubbio, però, si insinua come una nebbia: fino a che punto si può essere “solo” amici di un uomo che organizzava la propria esistenza attorno allo sfruttamento di donne, uomini, o peggio… adolescenti? Dove finisce la colpevole negligenza e inizia la complicità? Il vero rompicapo sta in questa zona grigia, in quel brusio di fondo di un mondo che, a certi livelli, ha forse chiuso un occhio, ha scambiato un sorriso, pur intravedendo il buio ai margini del tappeto rosso.
I social media hanno preso questa storia già contorta e l’hanno gettata nella fornace del caos. Hanno creato un cortocircuito letale tra il legittimo desiderio di giustizia e la sete morbosa di scandalo, fabbricando accuse a caso, mescolando vittime e carnefici in un unico, gigantesco spettacolo.
Questo rumore di fondo rischia di soffocare le voci vere, quelle delle sopravvissute, trasformando una tragedia umana in un campo di battaglia per teorie complottiste. Ci si ritrova così a dover lottare, paradossalmente, per preservare una verità già di per sé agghiacciante dalla distorsione della menzogna.
Alla fine, mi fermo a considerare il titolo da cui siamo partiti. Quella violenza verbale, quel desiderio di squarci e di sole cocente, è forse il gemello oscuro della nostra frustrazione. Rappresenta la tentazione di sostituire l’iter faticoso della giustizia – con i suoi cavilli e le sue attese – con un’icona immediata e sacrificale.
È un’idea comprensibile, ma resta un vicolo cieco. Perché la vera, difficile opera non è immaginare il castigo, ma decifrare il silenzio che ha permesso tutto ciò. È capire come una rete del genere abbia potuto tessersi alla luce del sole, intrecciata ai fili della finanza, della politica, dell’accademia e dello spettacolo.
Il sole sotto cui vorremmo appesi i colpevoli, forse, dovrebbe prima di tutto illuminare quelle stanze troppo a lungo rimaste in penombra. La giustizia, quando arriva, non ha lo spettacolo feroce di un’antica esecuzione, ma il volto austero di una condanna legale, o la paziente, ostinata raccolta di prove.
È meno narrativa, meno catartica. Ma è l’unica che può reggere il peso della storia, senza rischiare di trasformarci, nel desiderio di distruggere i mostri, in qualcosa che ad essi assomigli.
Io, nel mio sentire più viscerale, preferisco ancora la soluzione del titolo: appendere tutti a testa in giù, scuoiati. Ma soprattutto, ora, vorrei conoscere i nomi. I nomi dei miei connazionali che in quelle stanze ci sono stati, che a quelle feste hanno partecipato. Perché ho la sensazione, anzi la certezza, che ci siano.
Sì… vorrei sapere, una volta per tutte, chi ha banchettato in quel silenzio!
Ho letto in questi giorni una lettera, già… quella scritta a Papa Leone, e mi sono fermato a lungo sulle sue parole.
Un prete che chiede la dispensa perché vuole diventare padre, che ammette relazioni vissute nell’ombra, che racconta un abuso subito a dodici anni e tenuto nascosto come un tabù.
Una confessione che sembra squarciare un velo, eppure non fa che mostrare, ancora una volta, tutto ciò che da sempre si agita sotto la superficie levigata dell’istituzione.
È una storia personale, struggente nella sua solitudine e nel suo dolore, ma è anche il sintomo di un male antico, sistemico, che affonda le radici in secoli di silenzi ordinati, di segreti e di verità celate.
Quell’abuso subito da adolescente e portato dentro come una colpa segreta non è un caso isolato, è l’emblema di una dinamica perversa che la Chiesa ha troppo spesso gestito proteggendo sé stessa e non le vittime.
Un documento che per decenni è rimasto nascosto, circolato solo tra i vescovi, una sorta di manuale di sopravvivenza istituzionale. In quelle pagine si ordinava che un minore che avesse denunciato un abuso da parte di un sacerdote dovesse giurare il segreto perpetuo, sotto pena di scomunica.Si chiudeva la bocca alle vittime nel nome di una ragion di Chiesa che schiacciava ogni ragion di umanità.E quanti intellettuali, teologi di grido, hanno costruito castelli di sofismi per giustificare o minimizzare tutto ciò? L’abiura della verità è stata spesso firmata con l’inchiostro della complicità intellettuale.
D’altronde, e qui mi si consenta di aprire una necessaria parentesi storica, come non ricordare quanto emerso da un rapporto di 560 pagine, frutto di un’indagine giudiziaria e pubblicato nel 2021. Il documento, ottenuto dal “Daily Beast” e riguardante l’arcidiocesi di Colonia, rivela una delle pagine più buie: suore tedesche avrebbero venduto bambini orfani a ricchi sacerdoti e uomini d’affari affinché ne abusassero sessualmente, in un sistema attivo tra gli anni Sessanta e Settanta.
Il rapporto racconta di almeno 175 bambini, per l’80% ragazzi tra gli 8 e i 14 anni, ridotti a schiavi sessuali per un ventennio, a cui fu persino deliberatamente negata la possibilità di essere adottati per mantenerli nella rete degli abusi. Questo non è un caso isolato, ma un tassello atroce di un mosaico più vasto. Un successivo rapporto indipendente sull’arcidiocesi di Colonia, coprendo il periodo fino al 2018, ha identificato 314 vittime minorenni e 202 aggressori. E uno studio commissionato dalla stessa Chiesa tedesca ha documentato, per il periodo 1946-2014, l’abuso di 3.677 minori da parte di 1.670 religiosi, definendolo solo “la punta dell’iceberg“. Lo schema è sempre lo stesso: un sistema gerarchico e autoreferenziale che per decenni ha scelto di proteggere se stesso, trasferendo i preti colpevoli, insabbiando le prove e, come accaduto a Friburgo, distruggendo documenti con la priorità di salvaguardare l’immagine dell’istituzione piuttosto che le vite dei bambini.
Continuando… il prete ha aggiunto nella lettera, quasi di sfuggita: “Non sono l’unico. Ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o con uomini”. È una frase che apre scenari di un’ipocrisia quotidiana e diffusa.
Non parla solo di quelle relazioni eterosessuali che talvolta affiorano, con le cosiddette “purpere”, donne devote e amanti, da cui a volte nascono figli mai riconosciuti. Parla anche di altro. Parla di quella doppia vita che serpeggia nei seminari, nelle canoniche, nei monasteri dove si vivono situazioni ambigue, spesso tollerate purché discrete.
Parla della frequentazione di locali omosessuali in tante città, di quella sotto-cultura che esiste mentre dall’alto si lanciano anatemi. Parla di quanti, dentro la tonaca, vivono un’identità LBTG soffocata, in particolare mi viene da pensare a quelli il cui corpo è di uomini ma che sin dall’adolescenza si sentono donne, o viceversa, costretti a una recita perpetua in un sistema che nega loro persino la possibilità di un dialogo interiore sincero. È la grande menzogna di un’istituzione che pretende una purezza formale mentre accetta, quando non nasconde, una realtà umana ben più complessa e spesso dolorosa.
Il suo desiderio di paternità, così semplice e umano, stride fino a far male con l’ideale di un celibato presentato come scelta radicale e libera, ma che in troppi casi si rivela una gabbia che porta a doppie vite, a sofferenze inespresse, a ipocrisie corrosive. Lui ha avuto il coraggio, dopo una malattia grave e una solitudine che lo ha spezzato, di dire basta. Di chiedere di uscire.
Quanti altri restano dentro, divisi, lacerati, magari cercando conforto in relazioni clandestine o cadendo in dipendenze, come lui stesso racconta di aver fatto con l’alcol? La Chiesa, dice, in questo percorso gli è stata madre, lo ha accompagnato. Ed è un bene per lui, personalmente. Ma questo non cancella il fatto che sia la stessa madre-Chiesa ad aver creato, con le sue regole inflessibili e la sua cultura del segreto, il terreno in cui fioriscono tali drammi.
La sua storia finisce con il ritorno al paese, alla ricerca di una vita “più vera e più umana”. È un finale che sa di speranza, per lui. Ma per l’istituzione da cui esce, resta una domanda enorme e incombente: Sì… fino a quando si continuerà a preferire la perfezione di una facciata all’accoglienza disordinata della verità? Fino a quando si custodiranno più i documenti segreti che le vite delle persone?
La lettera di questo prete, nella sua fragile onestà, è un’accusa più potente di mille denunce. Perché mostra, senza volerlo, che il problema non è un prete che “cade”, ma un sistema che, per non ammettere la caduta di tutti, ha costruito un labirinto di silenzi dove la vittima più grande, alla fine, è sempre la verità!
Mi fermo a guardare questa immagine, sì… la foto che creai tanto tempo fa e che ora, dopo questi lunghi anni, mi interroga più di prima: È lui… è esattamente lui!
Il volto, l’espressione, la postura. Cambia solo un dettaglio: il cappellino che nella mia versione era blu, e nella foto del suo arresto è marrone. Per il resto, è una corrispondenza perfetta, inquietante: un novantacinque per cento per non dire novantanove.
La pubblicai allora come un esperimento, ora quell’immagine mi parla di altro. Già… non mi dice “bravo, avevi intuito le sue fattezze”, mi urla, piuttosto, una domanda scomoda: se un semplice blogger, armato di software e una manciata di foto sgranate, poteva ricostruire con tale precisione il volto del più ricercato d’Italia, cosa facevano da trent’anni coloro che avevano il dovere, i mezzi e il potere di trovarlo per davvero?
Quel ritratto digitale, oggi, non è la prova della mia abilità, ma è l’emblema di un fallimento collettivo, dimostra che il suo volto era conoscibile, delineabile, visibile. E allora, la sua invisibilità non fu una condanna magica, ma una scelta. Una scelta di chi, vedendolo o intravedendolo, ha distolto lo sguardo. La sua faccia era un segreto di Pulcinella custodito da un’intera isola, da una fetta di Paese. La mia immagine, così simile alla realtà, è la riprova che bastava volerlo vedere per riconoscerlo.
E mentre in televisione celebrano la fiction dell’arresto, con colonnelli determinati e colpi di scena calcolati, io guardo di nuovo quell’immagine. E penso che la vera fiction non è quella che raccontano ora, la vera fiction è stata quella vissuta per trent’anni: è la storia di un uomo potente che poteva essere trovato, ma che nessuno con la forza per farlo ha veramente cercato!
Per questo, stamani, mi accingo a scrivere queste righe. Vi avverto già, non troverete qui una recensione della miniserie, né un racconto celebrativo, troverete alcune riflessioni che la trasmissione di quei fatti – o forse, la loro finzione – ha risvegliato in me.
Riflessioni che nascono da un malessere sottile, dalla sensazione che certe narrazioni, per quanto ben costruite, servano a rassicurarci più che a farci comprendere. Ci piace credere alla caccia all’uomo, al genio investigativo che alla fine trionfa. Ci consola. Ma io mi chiedo se questa consolazione non sia, in fondo, un pericoloso narcotico.
Perché mentre sullo schermo si dipanano indagini serrate, la mente corre inevitabilmente ad altre immagini, quelle reali, di tre decenni. Trent’anni in cui un uomo, ricercato per le stragi più efferate che questo Paese ricordi, non è stato un fantasma nel deserto, è stato, piuttosto, un’ombra che si muoveva tra case, cliniche, salotti. Girando la Sicilia con la sua Giulietta, celato dietro l’identità di un geometra, già… così reale da avere una tessera sanitaria, un medico, una storia clinica. Un uomo che, si è scoperto, frequentava da oltre un anno una clinica privata nel centro di Palermo, per sottoporsi a cure mediche.
Ed è qui che il racconto comincia a scricchiolare. Se bastasse un falso nome, per quanto ben congegnato, a svanire per tre decenni, allora dovremmo concludere che i servizi segreti italiani sono tra i peggiori al mondo. Oppure, alternativa ben più inquietante, che la capacità di nascondersi non risiede solo nella clandestinità, ma in una visibilità protetta.
In un vedere e farsi vedere da chi conta, in un frequentare quegli stessi ambienti – medici, professionali, imprenditoriali, forse persino politici – che dovrebbero essere la prima trincea dello Stato. Non si vive trent’anni da latitante senza una rete. E una rete non è fatta solo di sorelle devote o di affiliati mafiosi. No… è fatta di silenzi, di complicità passive, di sguardi che si distolgono al momento giusto, di un’intera società che, in varie misure, ha accettato di convivere con quell’ombra.
La fiction ci mostra il momento dell’arresto come un trionfo della tecnica. Ed è vero, la svolta arrivò da un foglietto, un “pizzino clinico” nascosto in casa della sorella, che aprì la pista sanitaria. Incrociando quei dati, si scoprì l’assurdo: il vero titolare dell’identità rubata era altrove mentre sulla carta, era in ospedale. Una ricostruzione perfetta, che celebra il metodo. E allora perché questa storia non mi convince fino in fondo? Perché sento che manca un pezzo, o che quel pezzo è stato volutamente messo da parte? Forse perché, parallelamente, ne è emersa un’altra. Scomoda.
Quella del “gelataio di Omegna”, che in televisione disse che Messina Denaro si stava per arrendere, malato, e che quella resa era necessario per incontrare finalmente la figlia. Ma secondo il gelataio, doveva essere un “regalo”, sì… richiesto ora dai piani alti di quel sistema criminale, per la nuova coalizione di governo. Una resa come atto politico, non come sconfitta. Oggi quell’uomo è stato rinviato a giudizio per calunnia, la sua versione sbriciolata.
Eppure, il solo fatto che un uomo del suo passato abbia potuto proporre una simile ipotesi dovrebbe farci rabbrividire, perché ci dice che, nell’immaginario di chi certe dinamiche le conosce, il confine tra cattura e consegna può essere labilissimo. È una storia che non vogliamo sentire, perché sfida la nostra necessità di eroi e di finali netti.
Io, da parte mia, preferisco credere a una terza via, più grigia e umana. Credo che la vera chiave sia stata, semplicemente e tragicamente, la malattia. È la malattia che ha reso quel sistema vulnerabile. È la malattia che ha costretto a tenere traccia scritta delle cure. È la malattia che ha portato a cercare non l’uomo armato, ma l’uomo sofferente. Forse è stato questo il vero, banale, decisivo aiutino esterno: la biologia, il corpo che tradisce. Non un complotto, ma la mortalità.
Ma se anche accettiamo questa versione, il nodo irrisolto rimane, più grande di prima. Se è stata la malattia a consegnarcelo, dopo trent’anni, significa che prima, in salute, il suo sistema era impenetrabile. Significa che quell’ombra si muoveva in un territorio che, di fatto, le apparteneva.
E allora, guardando quella miniserie, non posso fare a meno di pensare: l’attuale capo di Cosa Nostra, chiunque egli sia, starà forse guardando la stessa fiction. E mentre noi ci commuoviamo per l’eroismo dei carabinieri, lui sorriderà, pensando che finché sarà in salute, finché la sua rete di protezione sarà intatta, potrà dormire sonni tranquilli. Perché sa che la lezione vera non è che lo Stato prima o poi vince. La lezione vera è che ci sono voluti trent’anni e un cancro.
L’unico momento di vera, cruda speranza in tutta questa storia, forse, non è stato l’arresto. È stato il gesto di quel ragazzo, il figlio di quel sistema criminale, che dopo la cattura ha allontanato da se quel boss, gettandolo via come uno straccio, perché in quel gesto c’è il rifiuto di un mito tossico, la volontà di non ereditare più quel veleno. È lì che forse, davvero, un “regalo” è stato fatto da quella fiction al nostro Paese. Non dall’alto, ma dal basso….
Dalla stanchezza di una nuova generazione per le favole nere dei padri, il resto come si sa… è soltanto televisione…
È in corso uno strano, inquietante silenzio e si propaga come un’eco che non trova pareti contro cui frangersi. Non è solo l’assenza di suono, ma un silenzio pieno di cose non dette, di parole trattenute, di accuse assorbite senza reazione. Al centro c’è un nome, Fabrizio Corona, e il suo format “Falsissimo”, una serie di rivelazioni tanto esplosive quanto abilmente confezionate (sicuramente… anche per generare profitto, d’altronde si parla di centinaia di migliaia di euro al mese).
Ciò che accade intorno a questo nome, però, racconta molto più della persona: rivela un intero mondo, quello dello spettacolo e del potere, che sembra paralizzato. Ma in fondo non è che la solita, antica e ben oliata routine del compromesso.
La vicenda è ormai nota a tutti. Fabrizio Corona, con una lunga storia giudiziaria (che include condanne per estorsione), ha lanciato attacchi durissimi contro un sistema, coinvolgendo nomi pubblici noti. In quelle sue puntate (che trovate in tutti i social) piene di accuse, di pressioni e di piaceri sessuali promessi in cambio di un favore, hanno raggiunto ormai milioni e milioni di visualizzazioni.
Ovviamente la reazione legale non si è fatta attendere e così la magistratura ha ordinato la rimozione di tutti i contenuti su quei personaggi e sulla stessa società chiamata in causa, attraverso una diffida per “violazione di copyright”, facendo cancellare l’ultima puntata che doveva andare in onda in abbonamento, in un social.
Un dettaglio, quello del copyright, che definirei “illuminante”, sì… perché non è stata la gravità delle accuse, la violenza verbale o la potenziale diffamazione a far abbassare il sipario in modo così efficace, ma la violazione di una proprietà intellettuale.
E’ come se il sistema avesse trovato una leva tecnica, asettica, per disinnescare una bomba morale, aggirando il merito scomodo delle domande poste. E qui, il primo silenzio si fa sentire: il silenzio sul merito stesso! La società ha sin da subito replicato definendo tutto “menzogne e falsità”, ma la discussione pubblica è stata immediatamente deviata su un terreno legale e commerciale, lasciando così le domande di fondo sospese in un vuoto “assordante”, perché è proprio in questo vuoto che si insinua la perplessità più profonda.
Dove sono le voci di coloro che sono stati “indirettamente” chiamati in causa? Tutti quei personaggi pubblici che sono stati esposti alla gogna mediatica, auspico abbiano in questi giorni denunciato il Corona o si sono astenuti? Ed ancora, perché chi è stato mesi fa “buttato fuori” da certi programmi televisivi ha risposto a quelle “calunnie” solo attraverso i social, in modo difensivo, e non è corso immediatamente in Procura o presso gli studi legali a sporgere denuncia per diffamazione?
La risposta più inquietante, e che molti di noi sospettano, è che il silenzio non sia dettato dalla mancanza di offesa, ma da un calcolo. Denunciare Corona significherebbe certo mettersi nelle mani della magistratura, ma aprirebbe un processo in cui lui – ovviamente per difendersi – potrebbe essere chiamato a esibire “in quelle sedi opportune” (ahimè pubbliche…), tutta la documentazione che finora ha detto di possedere (quantomeno questo è ciò che ho compreso io…).
Questa scelta, infatti, potrebbe dipendere da diverse considerazioni strategiche:
L’effetto amplificazione: Rispondere ufficialmente può dare ulteriore visibilità e risonanza alle accuse, anche se false, rischiando di danneggiare ulteriormente la propria reputazione.
Sfiducia nell’efficacia: In un ecosistema digitale dove i contenuti diventano virali in poche ore, una procedura legale – spesso lunga – potrebbe non fermare tempestivamente il danno reputazionale già in corso.
Bilanciamento costi/benefici: Intraprendere una causa legale comporta costi economici, di tempo ed esposizione mediatica. Per alcuni, potrebbe non valerne la pena rispetto alla possibilità che l’interesse pubblico si sposti presto su altre notizie.
Già… un ribaltamento del tavolo che nessuno sembra volere. Forse, dobbiamo pensare che qualcuno preferisca sperare che il proprio silenzio venga premiato: chissà… con una nuova chance, con una mano tesa, con un silenzio reciproco? È il compromesso nella sua forma più pura: io non alzo la voce contro di te, e tu non alzi ulteriormente il volume contro di me. Sopravviviamo entrambi, intatti nella nostra rispettabile vulnerabilità.
Questo meccanismo non opera solo a livello individuale, ma si estende a tutto l’ecosistema mediatico, già… osservate il silenzio ufficiale, quasi una “pax” prestabilita tra competitori. Basti osservare tutti quei concorrenti, che in altri frangenti, non esiterebbero a trasformare lo scandalo altrui in oro per gli ascolti, qui se ne stanno alla larga. È come se vi fosse un tacito accordo di non belligeranza su certi terreni scivolosi, una consapevolezza che oggi abbassi l’ascia su di me, perché domani quella stessa ascia potrebbe rivoltarsi contro di te!
D’altronde chi dovrebbe scrivere, parlare, spesso, è stipendiato o legato a doppio filo a certi editori, e dunque la sua voce è calibrata, cauta, mai del tutto schierata. Il risultato è una narrazione pubblica monca, dove la battaglia si sposta su questioni secondarie, ad esempio la violazione del copyright, la sanzione pecuniaria, mentre il cuore della questione, quel presunto scambio tra ambizione e coercizione morale, resta avvolto nelle nebbie del “non detto”.
Alla fine, ciò che ci interroga non è la veridicità o la falsità delle singole accuse di Corona, su cui, ricordiamolo, la magistratura sta indagando separatamente, ma il riflesso che questa storia proietta sul nostro mondo.
Ci mostra come il potere, in tutte le sue forme (finanziario, manageriale, politico, ma anche soltanto di semplice visibilità…) possa funzionare, non solo attraverso imposizioni plateali, ma attraverso la seduzione silenziosa del compromesso. L’obiettivo da raggiungere – un posto in tv, una carriera, un sogno – diventa così luminoso da accecare, e la strada per ottenerlo si fa grigia, fatta di piccoli piegamenti, di sguardi alti, di accordi sottobanco.
Chi si piega non è necessariamente una vittima senza scampo; a volte è un complice attivo di un sistema che sa che il suo carburante più potente non è la forza bruta, ma la speranza, sì… la speranza di farcela, a qualsiasi costo.
E così mentre noi telespettatori, restiamo a guardare questo strano spettacolo di fuochi d’artificio verbali e silenzi di tomba, la domanda vera non è “Chi ha ragione?”, ma: “Quanto costa, in dignità e verità, il prezzo del successo che in molti accettano di pagare?”.
Ed il silenzio, purtroppo, è la risposta che già conoscono!
C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.
In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada.
Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì.
Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico.
Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!
Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?
Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica.
D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso.
Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.
Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose.
Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.
La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.
La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?
Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti.
Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!
Ho appena finito di vedere in TV il nostro telegiornale e così… dopo aver visto alcune di quelle facce, mi sono trovato a ripensare a cosa avevo scritto alcuni giorni fa e a quanto sarebbe – a ben vedere – commovente, se un giorno di questi arrivassero gli alieni…
Già… non con navi da guerra “pronte al fuoco” e raggi distruttori, no… in modo sereno, con calma, come dei tecnici inviati in sopralluogo per valutare uno stato di avanzato degrado…
Li immagino… sbarcano, ispezionano, raccolgono dati: emissioni di CO₂; alterazione dell’aria da parte di agenti chimici, fisici e biologici, come smog, particolato e gas nocivi; degradazione del terreno causata da rifiuti tossici, pesticidi e sostanze radioattive; contaminazione di fiumi, laghi e mari con sostanze chimiche, metalli pesanti, batteri e microplastiche; per passare infine agli inquinamenti luminosi, termici, elettromagnetici…
Ed infine li ho immaginati mentre controllano gli uomini, i livelli di corruzione raggiunti, il tasso di illegalità diffusa, quel loro condizionamento sottoposto da troppo tempo al clientelismo, sia politico che criminale. Sono lì a scambiarsi uno sguardo – silenzioso, denso, cupo – già… come quello che certi professionisti si lanciano quando riconoscono un meccanismo perverso, visto troppe volte sul campo.
E chissà, magari alla fine non distruggono nulla. Anzi, propongono una semplice bonifica. Niente di drammatico: individuano la classe politica italiana degli ultimi trent’anni, insieme a parte di quella internazionale, la caricano su un modulo di trasporto interstellare e se la portano via, delicatamente, come si fa con l’amianto o con i fluidi tossici di un impianto fognario obsoleto. Nessuna colpa personale, solo la necessità igienica di un intervento di “manutenzione” cosmica.
Immagino già il comunicato stampa del nuovo governo terrestre riunitosi per l’occasione: “Le riforme istituzionali sono momentaneamente indisponibili. Fonti attendibili parlano di un allontanamento volontario verso un sistema stellare lontano 43 anni luce. Si assicura comunque che tutte le attività parlamentari proseguiranno, tra qualche giorno, normalmente”.
Sì… forse solo allora ci accorgeremmo che funziona tutto meglio. Leggi approvate in tempi ragionevoli, cantieri che partono senza decenni di attesa, ponti che non crollano più sotto il peso dell’incuria e/o illegalità. E noi, tutti stupiti, ci guarderemmo intorno chiedendoci: era solo questo il problema? Bastava semplicemente rimuovere quegli oggetti inquinanti per far ripartire il sistema?
Certo, lo so bene: è solo uno scherzo. Ma come tutti gli scherzi che tengono il filo della verità, ha un suo fondo di costruzione logica. Perché se anche 3I/ATLAS non fosse un messaggero tecnologico, ma solo un pezzo di ghiaccio solitario, almeno ci ha ricordato una cosa: possiamo ancora immaginare un mondo dove chi sbaglia, chi ruba, chi tradisce la sua funzione, viene semplicemente sostituito, e dove il buonsenso non è un’utopia, ma una norma di sicurezza.
E quindi, se proprio devono arrivare, gli alieni, spero proprio che abbiano con sé un “modulo di smaltimento” selettivo. Sono certo che il nostro pianeta li ringrazierebbe, io di sicuro! D’altronde ditemi: cosa potrei dire dopo un sospiro di sollievo lungo trent’anni?
Sì… quel silenzio forzato è più assordante di qualsiasi grido!
Da inizio gennaio, l’Iran è immerso in un buio digitale che non è un incidente, ma un preciso strumento di controllo. Hanno staccato internet e le linee telefoniche, isolando il paese e soffocando ogni voce che potesse raccontare cosa stia realmente accadendo nelle strade.
In questo vuoto artificiale, le redazioni indipendenti sono sparite. I loro siti sono inaccessibili dall’estero, muri bianchi che sostituiscono le notizie.
L’unico messaggio chiaro che trapela è quello della repressione. Come la sospensione del quotidiano Ham-Mihan, bandito per aver pubblicato due articoli scomodi: uno sulle proteste e l’altro, della giornalista Elaheh Mohammadi, sull’impatto della repressione sulle cure mediche. Una punizione esemplare, che segue i suoi due anni di carcere per aver raccontato la morte di Mahsa Amini. È il copione di sempre: prima si imprigiona la voce, poi si cancella il mezzo che la poteva diffondere.
Il paradosso grottesco è che, mentre il pluralismo viene azzerato, i canali di propaganda del regime trasmettono senza intoppi. Le agenzie di stato diffondono la loro verità unica, fatta di “ordine ristabilito” e “cellule terroristiche smantellate”.
E cos’… in questo panorama distorto, l’Iran affonda al 176° posto per libertà di stampa, con oltre cento giornalisti arrestati dal 2022 e nomi come quello di Narges Mohammadi, premio Nobel, ancora in cella.
Questa non è solo una censura, è la confessione della paura di un regime che sa di non poter sopravvivere al libero flusso delle idee. Per vincere, deve sostituire la realtà con il suo monologo, la complessità con il silenzio.
È la dittatura che, non potendo controllare le coscienze, spegne i microfoni e oscura gli schermi, ed in quel silenzio artificiale, risuona più forte che mai il suo terrore verso la libertà.
Già… il regime più perfetto è quello che non spegne le voci, ma convince gli uomini a spegnere la propria mente. In Iran, insegnano il silenzio come prima lingua!
Siamo in una nuova fase del colonialismo, e non è difficile accorgersene se si guarda con occhi svegli oltre il rumore delle notizie ordinarie…
Basti osservare: la Russia muove le sue truppe verso l’Ucraina come se i confini fossero linee disegnate sulla sabbia da cancellare a piacimento; gli Stati Uniti manovrano nel Medio Oriente, in Iran, in Venezuela, e già si parla di nuovi interessi su Groenlandia e Cuba; la Cina stringe i denti guardando Taiwan, e chissà se un giorno la Corea del Nord deciderà che anche quella del Sud sia soltanto un’estensione della sua volontà.
In questo scenario, dove ogni potenza sembra ritenersi autorizzata a riscrivere la geografia secondo i propri appetiti, viene spontaneo chiedersi – con una punta di amara ironia – perché mai noi italiani non dovremmo fare altrettanto? Se lo fanno Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un, perché non noi?
Dopotutto, basta sfogliare qualche pagina di storia meno consumata dal tempo per ricordare come, molte di quelle terre oggi indipendenti o facenti parte di altri Stati, erano – di fatto – un tempo legate al nostro destino nazionale, non per conquista improvvisata, ma per secoli di dominio politico, culturale ed economico.
Penso alla Svizzera italiana, un tempo cuore del Ducato di Milano, dove ancora oggi si parla la nostra lingua e si respira un’aria che sa ancora d’italiano. Oppure al Nizzardo, culla dei Savoia, terra che vide nascere Garibaldi e che fu strappata all’Italia con un colpo di penna, non certo con il consenso popolare.
E la Corsica? Non fu forse Repubblica di Genova prima di diventare francese? E Nizza, già… la meravigliosa Nizza, che ci fu tolta quasi come un ripensamento geopolitico dopo averci dato tanto. Poi c’è la Dalmazia, con le sue città incastonate tra mare e montagna, un tempo fiore all’occhiello della Serenissima, dove le chiese portavano nomi italiani e le strade raccontavano storie veneziane. E persino Malta, piccola ma strategica, appartenne per secoli al Regno di Sicilia, con legami così profondi da lasciare impronte indelebili nella lingua, nell’architettura e nelle tradizioni.
Certo, tutto ciò suona oggi come un’assurdità, e lo so bene. È una provocazione, non un programma, ma proprio perché è una provocazione, merita di essere detta. Perché se continuiamo a fingere che il diritto internazionale sia una barriera invalicabile, mentre intorno a noi si costruiscono nuovi imperi con le macerie delle vecchie sovranità, rischiamo di restare fermi a guardare mentre altri decidono il futuro del mondo. E quel futuro, se non lo si contrasta con fermezza morale e non con ambizioni territoriali, rischia di diventare un teatro dove contano solo i più forti, e non le ragioni dei popoli.
Non sto dicendo che l’Italia debba invadere qualcuno. Sto dicendo che è ora di smettere di far finta che certe logiche non esistano. Se i grandi giocano a riscrivere la mappa del mondo, almeno che lo facciano sapendo che non tutti applaudiranno in silenzio.
Qualcuno deve ricordare loro – con voce ferma, non con la forza, ma se serve anche con quella – che il mondo non è loro proprietà privata e che chiunque si illuda di poterlo ridisegnare a colpi di forza, prima o poi rischia di ritrovarsi solo, circondato da nemici che credeva sudditi, e da alleati che non hanno mai creduto davvero nelle sue promesse.
La vera forza, oggi, non sta nel prendere terre, ma nel difendere principi. E forse, proprio partendo da una provocazione come questa, qualcuno – da lì in alto – inizierà finalmente a capirlo!
Già… c’è un dato che osservo, che scorre silenzioso tra le cifre degli incassi, una cifra che non fa clamore, che non genera titoli trionfali e mi chiedo cosa significhi, davvero, per me, per noi…
Mentre un film comico solca il cielo del botteghini come una cometa festosa, un altro film, che racconta uno dei processi più bui e necessari della nostra storia, “Norimberga”, arranca in terza posizione con un incasso che è poco più di un decimo rispetto al colosso in testa.
Non si tratta di giudicare il valore del sorriso, che è medicina preziosa soprattutto in questo periodo in cui viviamo – a causa dei conflitti – tempi grami, ma si tratta di notare una direzione, già… una propensione dell’animo collettivo.
Mi sembra che ci sia una volontà precisa, soprattutto nei più giovani, ma non solo, di cercare soltanto la spensieratezza, o al contrario, di schierarsi socialmente con furore da tribù, brandendo slogan pescati dal flusso dei social, ma nel mezzo, però, svanisce la pazienza per la profondità, l’interesse per la stratificazione amara e complessa della verità.
Si preferisce la semplificazione, la pillola già digerita, sia essa una risata garantita o un’opinione preconfezionata e così accade che un film che mostra, tra le altre cose, un bulldozer che spinge centinaia di corpi senza vita in una fossa comune, resti sullo sfondo, quasi un disturbo per la nostra serenità costruita.
Quelle immagini riprodotte però, non sono una finzione macabra, sono il documento di ciò che mani umane hanno compiuto, non in un medioevo lontano, ma ottant’anni fa. Sì… dovremmo guardarle nuovamente tutti per riconoscere la meschinità di cui può ammalarsi l’anima quando si crede pura, quando si illude di edificare un paradiso sulla terra cancellando chi è giudicato impuro.
Quella sola scena – da sola – potrebbe insegnarci quanto fragile e spesso ipocrita sia la nostra normalità, che avanza fingendo di non sapere, o scegliendo di dimenticare in fretta, sepolta sotto il frastuono del divertimento e della polemica quotidiana.
Quel bulldozer nei campi di sterminio è il simbolo estremo dell’oblio attivo, della spinta meccanica a rimuovere la prova, a far scomparire non solo le vite ma la loro stessa traccia materiale. Oggi, quell’oblio non è più così violento e manifesto. È più subdolo!
È la stanchezza di sapere, la noia di fronte alla complessità, la scelta volontaria di distogliere lo sguardo perché “è troppo pesante” o “è roba vecchia” oppure come sento ripetere da molti in questi giorni: “ma loro non stanno facendo lo stesso a Gaza?“. È lo scrollare via, il cambiare canale, il preferire altro. E su questa rimozione silenziosa, costruiamo la nostra risata. Non una risata liberatoria o genuinamente gioiosa, ma una risata-copertura, un rumore di fondo assordante che ci garantisce di non sentire il brusio inquietante della storia, di non dover rispondere alla domanda più scomoda: “E io, in tutto questo, cosa sarei stato?“.
Eppure, il bisogno di evasione è legittimo, lo comprendo. Le sale si riempiono di risate e forse, in quel momento di condivisione, c’è anche un po’ di sollievo autentico. Ma un popolo che misura la sua vitalità culturale solo dal battito della risata, e non anche dalla capacità di sostare nel disagio della memoria, rischia di diventare un popolo superficiale. Un popolo che affida la sua comprensione del mondo ai trend e ai post, senza mai scavare negli aspetti storici, nei vissuti, nelle contraddizioni che hanno portato a quelle fosse comuni, è un popolo che dorme nella storia, credendosi sveglio.
Forse il punto non è scegliere tra Checco Zalone e Russell Crowe, tra la commedia e il dramma storico, no… il punto è l’equilibrio perduto, la scomparsa di un desiderio di completezza. Vogliamo solo essere trasportati lontano, o infiammarci in dispute virtuali, ma non vogliamo più essere interrogati, messi in discussione, costretti a pensare con la nostra testa, al di là delle narrazioni che ci vengono propinate. Quella fila per il film comico, così lunga, e quella per “Norimberga”, così esile, sono due facce della stessa medaglia: la ricerca di un presente senza peso. Accettiamo di vivere in questa strana terra di nessuno, tra l’oblio che spinge i corpi e la risata che li copre. È più comodo così.
Ma la vera sfida non è smettere di ridere. È non permettere che quella risata diventi la colonna sonora della nostra dimenticanza. È trovare il coraggio di guardare, almeno ogni tanto, nella direzione del bulldozer, e ascoltare il suo rombo sinistro che riecheggia, ancora, sotto alle nostre risate.
Perché una vita che fa finta di andare avanti, voltando le spalle a quella macchina e al suo carico, è davvero una vita vissuta o è solo un’attesa spensierata nell’anticamera della storia, che prima o poi bussa sempre di nuovo alla porta, con domande a cui non abbiamo imparato a rispondere?