Se c’è una cosa che la vicenda De Lucia-Nordio ci restituisce con tragica chiarezza è il vecchio, immutabile meccanismo con cui questo paese affronta le sue più gravi emergenze.
Le parole del procuratore di Palermo, quelle che hanno scatenato la furia del ministro, non erano un attacco, non erano una provocazione, erano di fatto una constatazione, amara e drammatica, di ciò che accade ogni giorno negli istituti penitenziari italiani.
“Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere“, aveva detto De Lucia. Una frase che contiene una verità scomoda: la pace apparente, la quiete che regna all’interno delle mura carcerarie, non è frutto del controllo statale ma della volontà delle organizzazioni criminali che hanno scelto di non far saltare il banco, per ora…
E a dare ragione al procuratore sono stati, inaspettatamente, gli stessi sindacati della polizia penitenziaria. Aldo Di Giacomo ha sottolineato che le parole di De Lucia sono le stesse dei comunicati che da anni scrivono per denunciare il fallimento di un sistema in cui le mafie continuano a comandare dal carcere, seminando paura tra i cittadini.
Lo avevo già scritto il 21 febbraio di quest’anno, commentando le parole del procuratore Nicola Gratteri: un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte“. E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti?
La presenza di cellulari nelle carceri è ormai fuori controllo. Basti pensare a quanto accaduto a fine marzo di quest’anno, quando ho raccontato del blitz nel carcere di Cavadonna a Siracusa, dove la Polizia penitenziaria ha sequestrato sessantasette telefoni cellulari e diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti hanno passato al setaccio la struttura, che ospita seicentocinquanta detenuti, e la Procura ha già aperto un’inchiesta. Il sindacato ha richiamato il tema del sovraffollamento e della carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta la Sicilia.
Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Come ho già avuto modo di scrivere il 4 aprile 2025, nel post intitolato “La gestione delle carceri: un fallimento annunciato?“, le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze.
Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.
La verità è che il problema delle carceri è un problema politico, prima ancora che giudiziario. È il frutto di scelte sbagliate, di responsabilità che qualcuno dovrebbe assumersi. E finché continueremo a sparare sul messaggero, a difendere l’indifendibile, a negare l’evidenza, le mafie continueranno a comandare. Dentro e fuori.
Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata.
La polemica esplosa tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha almeno il merito di riportare l’attenzione su un problema che da troppo tempo viene rimosso.
De Lucia, partecipando a un incontro ai Cantieri culturali della Zisa, ha pronunciato parole che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce: lo Stato non ha più il controllo delle carceri. E per questa verità scomoda si è scatenato l’inferno.
Il guardasigilli ha risposto con una nota durissima, accusando il magistrato di aver “perso il controllo di sé stesso” e di aver offeso l’intero Corpo della polizia penitenziaria, che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Ma è proprio questa la questione che mi lascia perplesso.
Nessuno, dico nessuno, ha mai messo in discussione il lavoro degli agenti, che ogni giorno operano in condizioni disumane, con organici ridotti all’osso e strutture fatiscenti, anzi, sono proprio loro le prime vittime di un sistema che ha abdicato al proprio ruolo.
Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania e per nove anni direttore dell’Ufficio detenuti del Dap, ha colto nel segno quando ha osservato che difendere la polizia penitenziaria da un’accusa che nessuno le ha mosso significa non aver compreso da dove parte il problema.
È un modo astuto per spostare l’attenzione, per cambiare il bersaglio, quando invece il tiro dovrebbe essere indirizzato altrove. Come ho già avuto modo di scrivere in questo blog, la mafia ha sempre comandato dal carcere sin dai tempi di Buscetta, e la questione è che continua a farlo, insinuandosi nelle carenze dello Stato, nelle maglie larghe dell’ergastolo, nei difetti d’organizzazione.
Perché il punto non è chi abbia offeso chi… il punto è che le carceri italiane sono diventate territorio di conquista per la criminalità organizzata. E questo non è un’opinione, non è uno sfogo, è un dato di fatto confermato da inchieste giudiziarie, da rapporti delle stesse autorità penitenziarie, dalla cronaca quotidiana.
Basti pensare all’operazione “Libeccio” di marzo 2026 contro le cosche di Isola Capo Rizzuto, che ha documentato come boss della ‘Ndrangheta, anche in regime di Alta Sicurezza, dirigessero narcotraffico, estorsioni e questioni personali usando cellulari. Oppure come non ricordare l’inchiesta su quel boss che dal 41-bis gestiva traffici di stupefacenti con “Signal”.
E poi c’è il caso di un boss con sette ergastoli, detenuto al 41-bis per gli omicidi del giudice Chinnici e del generale Dalla Chiesa, che scrive di suo pugno alla gip per chiedere l’astensione.
Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un detenuto al regime più duro possa permettersi di scrivere, ma la risposta è semplice: perché il carcere, così come è concepito e gestito, non è più un luogo di detenzione ma un prolungamento del potere mafioso.
Ardita punta il dito contro le “scelte politico-amministrative” compiute tra il 2012 e il 2015, quelle che hanno di fatto consegnato le strutture detentive al controllo dei clan. Scelte che hanno prodotto un degrado inimmaginabile, una perdita di controllo che oggi paghiamo tutti, agenti in primis.
Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli.
Ecco, sarebbe bastato chiedere a uno di loro, come giustamente osserva Ardita, per capire che la verità è sotto gli occhi di tutti. Ma evidentemente, al ministero, si preferisce guardare altrove. Si preferisce attaccare chi denuncia piuttosto che affrontare le responsabilità di chi ha governato e gestito male.
È il vecchio vizio italiano, quello di sparare al messaggero quando la notizia è scomoda. E intanto, dentro le celle, i boss continuano a tessere le loro trame, a dare ordini, a gestire affari. Con il cellulare, con le call conference tra dentro e fuori, con sistemi che solo chi non vuole vedere può ignorare.
Il controllo delle carceri, come ha detto De Lucia, appartiene ormai alle organizzazioni criminali. E loro, per loro stessa natura, hanno tutto l’interesse a mantenere le cose come stanno.
Ci sono storie che iniziano con un lampo improvviso, un boato violento, un frastuono sordo e profondo, un confuso baccano e un fracasso di grida.
E poi… un nome (o più di uno…) letto tra le righe di un giornale, o pronunciato con voce rotta da un telegiornale.
Sono storie che segnano un prima e un dopo, che incrinano l’adolescenza come un gelo improvviso su un vetro ancora caldo.
Ma stranamente, anche in quelle crepe, a volte, crescono delle piante storte. Parlo di chi ha avuto il dolore come un’eredità involontaria, di chi ha visto un padre, un fratello, un figlio, portato via dalla violenza di chi decide della vita e della morte senza che la legge possa opporsi.
Un lutto che avrebbe dovuto essere – mi riferisco soltanto a taluni soggetti di cui avrei molto da dire, nome e cognome compresi, ma che qui mi limito a suggerire tra le righe, perché la verità, si sa, è sempre un’ottima causa per una querela – una ferita aperta, e che invece per qualcuno è diventato, con il tempo, un lasciapassare. Già… quasi fosse una tessera per un club esclusivo, quello dei “parenti delle vittime“, dove l’ingresso si paga con le lacrime, ma dove, una volta dentro, ci si può sedere comodi sui banchi del potere.
Eppure, ciò che colpisce non è tanto l’aver beneficiato di una visibilità immeritata, quanto il silenzio che segue. Il silenzio assordante di chi, dopo aver pianto in pubblico nei giorni degli anniversari, dopo aver prestato il proprio volto alle commemorazioni, dopo aver permesso che i giornalisti scattassero foto mentre deponeva un fiore, torna a casa e si dimentica. Si dimentica che quel fiore non basta. Si dimentica che la memoria non è un rito annuale, ma un impegno quotidiano.
E si trasforma, questo figlio del dolore, in un ingranaggio del sistema che pure ha condannato a parole; perché il contrasto alla mafia non si fa con gli “hashtag” o con i “tweet” compunti, non si fa con i discorsi scritti da altri, nei quali le parole sono pesate come monete per non offendere nessuno, per non sporcarsi le mani. Il contrasto si fa ogni giorno, nelle aule dei tribunali, nelle commissioni, nei voti parlamentari, nelle scelte amministrative, nelle firme apposte. E lì, troppo spesso, questi signori del dolore istituzionalizzato brillano per la loro assenza.
Osservandoli da vicino, si ha l’impressione di assistere a una recita mal riuscita. Li vedi partecipare a convegni, presiedere commissioni, stringere mani, e poi, quando si tratta di votare una legge che davvero possa colpire i patrimoni delle cosche, eccoli lì, guardinghi, possibilisti, pronti a trovare un compromesso. O peggio ancora… li vedi coinvolti in circostanze opache, in decisioni ambigue, in scelte che profumano di opportunismo politico, che persino un cittadino distratto fa fatica a digerire.
Si rendono ridicoli, a volte, con certe loro uscite, già… a metà tra il sacro e il profano, quasi che il ruolo istituzionale che ricoprono non sia frutto di una carriera sudata, ma di una delega in bianco firmata dal destino avverso. Un lascito che si trasformano in un salvacondotto per commettere gli stessi errori, le stesse omissioni, che hanno reso possibile quella loro stessa tragedia. Perché qui il paradosso è evidente: chi ha toccato con mano la brutalità del potere criminale dovrebbe essere il primo a alzare un muro, a gridare, a chiedere conto. Invece, spesso, si assiste a una metamorfosi inquietante.
La vittima diventa spettatore, lo spettatore diventa comparsa, la comparsa diventa complice! Non in modo esplicito, badate bene, ma attraverso quella forma subdola di complicità che è l’indifferenza. L’indifferenza verso le nuove povertà, verso i giovani che crescono nelle periferie e che la mafia la vedono come unica via, verso gli imprenditori onesti che vengono estorti e non trovano ascolto. L’indifferenza che è il vero carburante della criminalità organizzata.
E allora mi viene in mente quella locuzione antica, dura come un ceppo, che suona “Mors tua vita mea“. La tua morte è la mia vita. Ma qui non si tratta solo di un’ascesa politica o sociale. È più sottile, più viscerale. Si tratta di aver trasformato il sangue versato in linfa per una carriera. Di aver fatto del sacrificio di un familiare il trampolino per una poltrona, e di essersi poi seduti su quella poltrona dimenticando che sotto c’è la terra che ha bevuto quel sangue.
Non chiedo a questi soggetti di essere santi, né di vestire i panni del martire in eterno. Chiedo però coerenza. Chiedo che il dolore non venga usato come un parafulmine per schermirsi dalle critiche, ma come una spada per tagliare i nodi di un sistema malato. Invece, troppo spesso, assistiamo all’opposto: la spada viene riposta nel fodero, e chi la impugna la usa solo per fare un saluto formale, un gesto coreografico, prima di tornare a occuparsi di ben altro, dei propri affari, delle proprie alleanze, del proprio tornaconto.
E così, quello che poteva essere un esempio di riscatto, un faro per chi lotta ogni giorno contro l’oppressione mafiosa, diventa l’ennesima, stanca, deludente fotografia del potere che si nutre di tutto, anche del dolore più intimo. Diventa la prova che la morte, a volte, non serve a niente. Perché se neanche chi l’ha subita in prima persona trova la forza di trasformarla in cambiamento, allora la morte resta solo un fatto di cronaca, una pagina ingiallita, un ricordo sbiadito che riemerge solo quando fa comodo, solo quando l’opinione pubblica deve essere blandita con qualche lacrima di circostanza.
Forse è questa la vera sconfitta di chi (anche come me…) lotta ogni volta che può… contro la mafia: non i colpi sparati, non le minacce, non le intimidazioni, ma vedere che il testimone del dolore viene raccolto da mani che subito lo posano, per poi allungarsi verso altri scranni, altri favori, altre zone d’ombra. Sì… è una sconfitta che si consuma nel silenzio, nelle aule dei palazzi, nei corridoi del potere, dove le parole sono sterili e i fatti sono assenti.
E allora, da cittadino onesto che legge e osserva, mi chiedo: a cosa è servito quel lutto? A cosa è servita quella vita spezzata, se la sua memoria diventa solo un’occasione per fare carriera, per ottenere visibilità, per ricoprire ruoli dai quali, poi, non si muove un dito per cambiare davvero le cose? È una domanda amara, che resta sospesa come il fumo di una sigaretta in una stanza vuota.
Eppure, non voglio cadere nella facile rassegnazione. Perché se c’è una lezione che la storia ci insegna, è che il cambiamento nasce sempre dalla coerenza di pochi non dagli opportunismi di molti. Quei pochi che hanno perso tutto e hanno fatto della loro perdita una bandiera, ma una bandiera pulita, sventolata con forza anche quando il vento spirava contrario. A loro va il mio rispetto, non a questi altri che si sono seduti sulle macerie della loro stessa infanzia per guardare il mondo da un’altezza che non gli appartiene.
Perché il dolore non nobilita automaticamente chi lo subisce, lo nobilita solo il modo in cui lo si trasforma in azione. E l’azione, qui, è mancata. È mancata per decenni, sostituita da un eloquio raffinato e vuoto, da una presenza scenica che non scalfisce il muro dell’omertà. Forse è tempo di smetterla di confondere la vittima con l’eroe. Di smetterla di attribuire virtù a chi ha solo avuto la sfortuna di incrociare il cammino della violenza.
Perché la violenza, si sa, non rende migliori. Può rendere più amari, più saggi, più ribelli, ma può anche rendere più furbi, più calcolatori, più cinici. E in quest’ultima categoria, temo, rientrino molti di coloro che oggi siedono nei luoghi delle decisioni, sussurrando parole di circostanza mentre intorno il sistema marcisce. La loro presenza, più che un monito, diventa un alibi. Un alibi per chi non vuole cambiare, per chi trova comodo che la lotta alla mafia si riduca a una performance mediatica, a una recita annuale che placa le coscienze e lascia intatti i poteri forti.
Ma il tempo, si sa, è giudice severo. E prima o poi, la storia farà i conti con questi signori del dolore a rate. Li giudicherà per quello che hanno fatto, ma anche per quello che non hanno fatto, per le leggi non firmate, per le denunce non fatte, per i tentacoli mafiosi non recisi quando potevano esserlo. E allora, forse, si capirà che il vero atto di accusa non sta nella violenza subita, ma nell’uso che se ne è fatto dopo.
Nell’aver scelto di trasformare una ferita in un distintivo, e quel distintivo in uno scudo, per poi nascondersi dietro lo scudo ogni volta che la piazza chiedeva azioni coraggiose. Questo è il punto: il coraggio non si eredita, non si compra, non si ottiene per procura. Il coraggio si sceglie ogni giorno, e ogni giorno lo si dimostra con i fatti, non con le commemorazioni.
Perciò, mentre scrivo queste righe, guardo con occhi diversi chi porta il nome di un caduto come fosse un titolo nobiliare. Lo guardo e cerco le tracce di quella lotta che avrebbe dovuto intraprendere. Ma le cerco invano, perché trovo solo cenere di parole, solo retorica stantia, solo quel conformismo che è la prima, vera, nemica della giustizia.
E allora mi fermo, e penso a quell’adolescente che ha perso il fratello, a quella figlia che ha perso il padre, a quella moglie rimasta vedova, a tutti quei familiari che hanno visto la morte entrare in casa. Penso a tutti loro e prego per quei loro cari. Ma poi, penso a lui, non a quello che è diventato. Penso al dolore autentico, a quello che non si mette in scena, a quello che non cerca voti o consensi.
Ed è in quel pensiero che trovo la forza per non arrendermi, per continuare a chiedere a gran voce che la memoria non sia un’occasione, ma un impegno. Ma soprattutto, voglio fargli sapere ciò che penso realmente di quel suo mancato “fare“, e di come non vorrei che un giorno – andandosene via – potesse credere che tutti, in questo Paese, volessero ringraziarlo. No… non è così, ed è per questo che scrivo questo post, affinché egli lo sappia!
Sì… vorrei fargli comprendere, una volta e per tutte, che nel suo caso, quella celebre locuzione “Mors tua vita mea” non ha rappresentato una giustificazione, bensì un monito. Perché la vita che nasce dalla morte altrui, se non è vita spesa per il bene comune, ha rappresentato solo un lento, inesorabile, tradimento.
Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna, scrisse queste parole osservando la folla parigina dagli alti finestroni del suo laboratorio, negli anni incandescenti della Rivoluzione.
Era uno scienziato abituato a pesare, misurare, calcolare. Credeva che la ragione fosse una bilancia infallibile. Ma ciò che vide dalle vetrate lo turbò profondamente: uomini e donne che si radunavano in piazza perdevano la capacità di discernere, si lasciavano trascinare da un’emotività collettiva che travolgeva ogni logica, persino quella dei più colti.
Pochi anni dopo, quella stessa folla lo avrebbe condotto al patibolo. La storia, si sa, ama le ironie tragiche.
Il ragionamento di Lavoisier poggia su due pilastri che oggi, a distanza di secoli, ci appaiono inquietantemente attuali. Il primo è il conformismo della massa: quando gli individui si uniscono in grandi assemblee, tendono ad omologarsi, a perdere la propria singolarità per farsi assorbire da un unico corpo collettivo. Il secondo è la perdita di razionalità: in quei contesti, l’entusiasmo e l’emotività prendono il sopravvento sulla logica, e persino le persone più sagge e riflessive si ritrovano impotenti, risucchiate in un vortice che non riescono più a governare. Non è un’astrazione politica, è un fenomeno quotidiano. E si manifesta ogni volta che la piazza diventa arena, ogni volta che il dolore si trasforma in rabbia e la rabbia in distruzione.
Proprio in questi giorni, purtroppo, ne abbiamo avuto una dimostrazione drammatica. Bologna si è svegliata con il volto deturpato: strade prese d’assalto, automobili trasformate in torce, l’arredo urbano ridotto a un campo di battaglia. Non era una manifestazione, era qualcosa di più cieco e furioso. Era il momento in cui la protesta smette di chiedere e comincia a distruggere, in cui la rabbia si fa fine a se stessa. Il tutto a pochi passi dal cuore rinascimentale della città, quasi a voler colpire non le istituzioni, ma il simbolo stesso della civiltà. E come spesso accade, a scaldare ancora di più gli animi ci ha pensato la politica, trasformando il lutto in un ring, la richiesta di verità in una trincea.
Tutto è partito dalla morte di un uomo di quarantadue anni deceduto durante un’operazione di polizia nel quartiere del Pilastro. Una vicenda ancora avvolta nel mistero, su cui il presidente del 118 ha detto una frase pesantissima: se un medico fosse intervenuto subito, forse si sarebbe potuto salvarlo. Una frase che getta un’ombra inquietante su quanto accaduto domenica pomeriggio. Eppure, da quel dolore legittimo, da quella richiesta di verità che la famiglia e la città hanno il diritto di avanzare, si è generato un cortocircuito. La piazza pacifica del lunedì sera si è trasformata, nel giro di poche ore, in guerriglia. Due piazze, due anime, due destini: una che chiedeva giustizia, l’altra che ha scelto la violenza come unica risposta.
La premier Giorgia Meloni ha parlato di violenza inaccettabile contro le forze dell’ordine, definendo irresponsabili coloro che hanno alimentato il clima d’odio verso un corpo dello Stato. Ha chiesto che vengano accertate con il massimo rigore eventuali responsabilità sulla morte dell’uomo, ma ha anche sottolineato che nulla può giustificare quanto accaduto nella notte bolognese. Il centrodestra e i sindacati delle forze dell’ordine hanno addirittura chiesto le dimissioni del sindaco dem, considerato il principale responsabile di aver chiamato la città a un momento di raccoglimento in piazza del Nettuno. Dall’altra parte, la segretaria del Pd ha ribadito che quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, lo Stato ha fallito, e che proprio lo Stato deve fare piena luce, senza che la politica si trasformi in un tribunale preventivo.
In mezzo, le vittime di questa spirale di violenza. Una cinquantina di agenti feriti, alcuni in modo serio. Un cronista rimasto contuso. Ragazzi giovanissimi fermati e poi rilasciati, molti altri destinati a finire nei guai con la giustizia. E poi i due agenti direttamente coinvolti nell’operazione che è costata la vita a quella vittima, due ventenni descritti come “sconvolti e addolorati” e che al momento non sono rientrati in servizio. L’immagine che rimane è quella di una città che si ritrova a fare i conti con le proprie macerie, materiali e morali, senza avere ancora le risposte che chiedeva. Un bilancio pesantissimo, che lascia intravedere il volto più oscuro della protesta: quello che non cerca giustizia, ma distruzione; che non chiede verità, ma pretende scontro.
Eppure, in questo quadro fosco, c’è una voce che merita di essere ascoltata con attenzione. La nipote dell’uomo (Abderrahim Fakir) si è fatta avanti per dire, con commozione e dignità, che la famiglia si dissocia dalle violenze. Che Bologna non merita questo. Che ciò che chiedono non è odio, ma giustizia, verità e dignità. Le sue parole sono un baluardo di razionalità in un oceano di passioni travolgenti. Ci ricordano che il dolore non deve per forza tradursi in rabbia cieca, che la richiesta di verità può convivere con il rispetto delle regole e delle istituzioni. Ma siamo sicuri che questa voce fragile e saggia riuscirà a farsi sentire sopra il fragore della guerriglia?
Perché qui sta il nodo drammatico della questione, quello che Lavoisier aveva intuito con la lucidità del chimico: quando la moltitudine si lascia travolgere dalle passioni, anche il saggio e il filosofo vengono risucchiati. Non perché perdano la loro intelligenza, ma perché la corrente è troppo forte per essere contrastata da un singolo. Il sindaco ha cercato di governare la frustrazione e lo smarrimento della comunità, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste. Ma la spirale della violenza ha preso il sopravvento, alimentata da un clima di odio e polarizzazione che non aiuta la ricerca della verità e non fa bene a nessuno. La politica, da entrambe le parti, sembra più preoccupata di marcare il territorio che di spegnere gli incendi.
Forse, allora, dovremmo fermarci un attimo e chiederci: cosa cerchiamo veramente quando scendiamo in piazza? Cerchiamo giustizia o cerchiamo catarsi? Vogliamo verità o vogliamo che la nostra rabbia venga riconosciuta e legittimata? La folla che incendia e devasta non sta chiedendo giustizia: sta usando la morte come pretesto per scatenare un conflitto che covava da tempo. È il vortice di cui parlava Lavoisier, quello che travolge ogni ragione e trasforma il dolore in violenza fine a se stessa. E nel vortice, purtroppo, ci finiscono dentro tutti: i saggi e gli irrazionali, i manifestanti pacifici e gli antagonisti, i politici che cavalcano la protesta e le forze dell’ordine che cercano di contenerla.
Le accuse tra campo largo e centrodestra si rincorrono come in un teatrino grottesco. Da una parte si parla di “nipotini coltivati nei centri sociali“, dall’altra di “neofascismo” e “rappresaglia“. La premier prende le distanze ma chiede alla sinistra di fare altrettanto con le parole di un assessore del Pd. E nel frattempo, la verità su quanto tragicamente accaduto resta sospesa, i due agenti ventenni sono fuori servizio, e la città di Bologna conta i danni e cerca di ricucire le sue ferite. In questo quadro, la voce della nipote è come un’ancora di salvezza in mezzo alla tempesta: ci ricorda che la dignità esiste, che il lutto si può vivere senza odio, che la giustizia è possibile senza vendetta. Ma la sua è una voce che rischia di essere sommersa dal fragore degli scontri e dalle grida della politica.
E allora torno a Lavoisier. Il chimico che vide la folla dalle finestre del suo laboratorio e capì che la ragione, da sola, non basta. Capì che il conformismo della massa non è una debolezza intellettuale, ma una forza fisica, un vortice che risucchia tutto ciò che incontra. E capì, forse troppo tardi, che anche il saggio e il filosofo, per quanto illuminati, possono essere travolti.
La storia di Bologna in questi giorni è la prova che il vortice non è mai scomparso, che si annida nelle pieghe della nostra società e aspetta solo un pretesto per esplodere. La domanda che ci resta è: riusciremo a spezzare questo meccanismo, a trovare il coraggio di ascoltare le voci che chiedono giustizia senza violenza, o continueremo a lasciarci trascinare, come la moltitudine di Lavoisier, contro i nostri stessi interessi
C’è qualcosa che non torna in Formula 1, non da oggi, ma da anni infatti assistiamo a uno spettacolo che si ripete con una cadenza quasi stagionale: all’inizio dell’anno si rincorrono modifiche per recuperare il mancato rispetto delle previsioni, ali che oscillano oltre il consentito, motori che seguono cronoprogrammi di sviluppo diversi, bilanci economici che si adattano a colpi di scena.
Si cerca faticosamente una quadra, spesso quando il campionato è già a metà e il danno, per qualcuno, è ormai fatto. Poi, quando si spera che l’equità possa essere ristabilita, ecco che arrivano le penalità: ambigue, opinabili, quasi sempre al limite della regolarità.
L’ultima, in ordine di tempo, è quella inflitta a Lewis Hamilton: cinque secondi per non aver fatto nulla, se non aver subito un contatto. Perché sì, è stato Russell a colpirlo, infilando la sua Mercedes nella fiancata della Ferrari. Lo stesso George, subito dopo la gara, ha ammesso che si trattava di un semplice incidente di gara. Eppure, la penalità è arrivata lo stesso, togliendo a Hamilton la possibilità di lottare per il podio. Ma come si fa a punire chi subisce una manovra? Siamo nella sfera dell’imprevisto, del rischio che si corre in un gruppo compatto al via, non certo in un contatto da manuale degno di sanzione.
E qui viene il bello: a dare i cinque secondi a Lewis, in Belgio, c’era lo stesso steward di Silverstone 2021, lo stesso che gli aveva rifilato dieci secondi per il contatto con Verstappen. Già… semrpe lo stesso che a Monaco lo aveva penalizzato per impeding. Una coincidenza? Forse. Ma quando il nome si ripete, e le decisioni pure, vien voglia di chiedersi se sia davvero un caso. E poi se si osservano i nomi della lista dei commissari, troverete gli stessi nomi che si ripetono, già… come un ritornello: una giuria itinerante che sembra seguire un copione già scritto.
Non si diceva, da sempre, che al primo giro si lascia correre? Che il caos iniziale merita una tolleranza maggiore? Evidentemente no, quando il pilota coinvolto si chiama Hamilton. Perché quando indossava il rosso, e prima ancora il grigio argento, sembrava che la direzione gara gli andasse incontro. Oggi, invece, ogni gara è un’accusa. Una penalità ingiusta, un verdetto che puzza di premeditato. Viene da chiedersi se davvero vogliano che lotti per il mondiale, o se l’obiettivo sia un altro.
Poco dopo, un’altra Ferrari ha avuto tutto lo spazio per restare davanti in sicurezza. Ha stretto in frenata, ha chiuso la traiettoria. Ma questa volta, la penalità non è arrivata. Strano, no? Si parla di bolidi da trecento all’ora, di curve che vanno prese con criterio, di piloti che devono essere coscienziosi prima di tentare un sorpasso ad alto rischio. Eppure, la bilancia della giustizia pende sempre dalla stessa parte. Come se la direzione gara guardasse il nome sulla vettura prima ancora della dinamica dell’incidente.
La FIA, ormai, è imbarazzante. Da troppo tempo. E non parlo solo di questa gara: è una questione di metodo, di coerenza. Ogni volta che un pilota in rosso fa qualcosa, per la Federazione è penalità. Ma se sbaglia qualcun altro, qualcuno che appartiene ad una casa automobilistica importante, ecco che improvvisamente, tutto tace. Come se ci fossero due pesi e due misure. E allora viene spontaneo chiedersi: ma chi decide? E con quali criteri? Perché il regolamento c’è, è scritto, e non si può certo dire che manchi di dettagli. Ma forse il problema è proprio che non viene seguito. O viene seguito a corrente alternata, a seconda del pilota, della gara, dell’umore del momento.
Purtroppo, la realtà è che questa FIA, questa “mafia” come molti ormai la chiamano tra il serio e il faceto, sembra volere che vinca qualcuno già deciso e questo a tutti i costi. Lo dice la storia degli ultimi anni, lo dicono le penalità, lo dicono le omissioni. E non è un complotto, è l’evidenza dei fatti. Una evidenza che diventa sempre più pesante da sopportare per chi ama lo sport e la competizione leale.
Rivedendo l’incidente, è chiaro che non c’è stata perdita di aderenza da parte della SF-26 di Hamilton. La W17 di Russell l’ha colpito con la fiancata, impattando sulla ruota anteriore della Ferrari. Basta guardare il volante di Lewis: nel momento preciso del contatto va in controsterzo, segno che l’avantreno è stato sbilanciato dall’urto. Non c’è malizia, non c’è manovra pericolosa. C’è solo un incidente di gara, come ha confermato lo stesso Russell. E allora perché punire? Perché far pagare a Hamilton una colpa che non ha?
Ma la parte peggiore, alla fine, non è tanto la penalità in sé. È la mancanza di coerenza tra un Gran Premio e l’altro. Decisioni che cambiano in base a criteri personali, a interpretazioni soggettive. Ci vorrebbe più rigore, più rispetto per il regolamento così com’è scritto. Non dico che si debba essere schiavi di ogni virgola, ma neanche calpestare il testo a piacimento. La FIA deve mettere in direzione gara persone competenti, che conoscano la storia di questo sport e sappiano distinguere un contatto da una scorrettezza.
E intanto Russell, sorpreso, dice che per lui era un incidente di gara. Ecco, forse la cosa più triste è che nemmeno chi ne ha beneficiato capisce il perché della penalità. Quando nemmeno il diretto interessato ci trova un senso, forse è il caso di fermarsi un attimo e riflettere.
Perché i commissari, ormai, non puniscono le manovre come dovrebbero: puniscono gli effetti. Se Russell non fosse uscito di pista, probabilmente la penalità non ci sarebbe stata. Ma così non va. La FIA lo nega, ma è così. E noi, con il cuore in mano, continuiamo a guardare, sperando quantomeno che un giorno, la bilancia torni nuovamente in equilibrio
Succede sempre così, già puntuale… quasi fosse un pratica periodica, un rituale laico.
L’altro ieri, 19 luglio, un flusso incessante di parole, immagini, commemorazioni, trasmissioni speciali, post con fiamme tricolori in bella evidenza, discorsi solenni, nelle piazze, nelle aule dei tribunali, nelle aule scolastiche, un intero Paese che si ferma, o almeno fa finta di fermarsi, sì… per ricordare Paolo Borsellino e la sua scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Train) barbaramente uccisi in via D’Amelio.
È giusto, è doveroso, e non mi sognerei mai di metterlo in discussione…
Eppure, mentre osservo ogni anno quel carosello mediatico, ho avuto la sensazione che molti dei miei connazionali si sentano quasi a posto con la coscienza una volta esaurito il rito. Come se l’omaggio di quel singolo giorno bastasse a saldare un debito che, in realtà, è eterno, sì… perché poi, puntualmente, arriva il giorno dopo!
E il silenzio torna a calare, più fitto di prima, cancellando con una facilità imbarazzante la commozione e le promesse del giorno precedente. La memoria, così, rischia di diventare un’archiviazione, un evento da calendario piuttosto che un’eredità viva e pulsante.
Allora mi sono chiesto: e se provassimo a ribaltare questo meccanismo?Se ciascuno di noi, ad esempio a “rotazione”, scegliesse un giorno a caso dell’anno, magari un giorno qualunque, senza alcuna ricorrenza, per ricordare uno di questi eroi? Non sarebbe forse questo il modo più autentico per rendere omaggio alla loro memoria? Un modo per sottrarli all’oblio dei “giorni dopo” e fare in modo che il loro sacrificio non venga relegato a una macchia colorata sul calendario, ma diventi un pensiero diffuso, costante, quasi naturale.
Perché il vero pericolo, credo, non sia l’oblio, ma l’abitudine alla commemorazione, l’abitudine a sentirsi in dovere di ricordare solo quando il tronco dell’albero è ormai secco e spoglio, dimenticandoci di annaffiare le radici per tutto il resto dell’anno.
La memoria di Giovanni Falcone,Paolo Borsellino, e di tutte le vittime della mafia, non dovrebbe essere una fiamma che brucia per un giorno per poi spegnersi, ma un filo sottile e robusto che tiene insieme i giorni tutti, un telaio su cui tessere il presente.
E parlando di Borsellino, di cosa significa davvero “non dimenticare“, mi sono tornate in mente le motivazioni di una sentenza, lette e rilette, che gettano una luce tremenda e affascinante su quelle che furono le sue ultime, frenetiche settimane. I giudici della Corte d’assise d’appello di Palermo hanno ricostruito con dovizia di particolari il perché quell’attentato, già nei piani di Riina ( e di quella parte di Stato infedele che finora è stato ben protetto…), subì un’accelerazione improvvisa, diventando urgente, da compiere “alla giornata“.
La ragione di questa fretta omicida, secondo i magistrati, non fu solo la sete di sangue del capo dei capi, fu il terrore, sì… il terrore che Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, potesse mettere le mani su un dossier che per Cosa Nostra e una parte politica compiacente, era più pericoloso di mille processi: il rapporto su “mafia e appalti“!
Un’indagine che andava a toccare il cuore pulsante del potere mafioso, il suo intreccio morboso con la politica e gli affari. Borsellino, come ha testimoniato Antonio Di Pietro, ne aveva parlato con lui, convinto che in Italia esistesse un sistema di spartizione nazionale degli appalti. Un’eredità pesante, un “passaggio del testimone” da Falcone, come ricordò a suo tempo la dottoressa Liliana Ferraro.
Ecco, questa è la memoria che dovremmo coltivare tutti i giorni. Non solo il volto segnato del magistrato, ma il suo lavoro ostinato, la sua intuizione, la sua determinazione a guardare dove altri chiudevano gli occhi. I giudici hanno scritto che l’eliminazione di Borsellino serviva a “stroncare sul nascere” il rischio che quell’indagine potesse svilupparsi. Volevano annientare il magistrato che, forse più di ogni altro, “avrebbe saputo mettere un patrimonio inestimabile di conoscenze e acquisizioni e capacità di analisi del fenomeno mafioso al servizio di un’indagine“. Ed è proprio lì, in quel “forse“, in quel “patrimonio inestimabile“, che si annida il senso della nostra responsabilità.
Proprio cinque giorni prima della strage, il 14 luglio, Borsellino aveva partecipato a un’assemblea in Procura, esprimendo forti perplessità sulla richiesta di archiviazione di quel dossier. Voleva capire, approfondire, confrontarsi. Voleva fare il suo mestiere, fino in fondo. E per questo è stato ucciso. Pochi giorni fa, a trent’anni dalla chiusura, quell’inchiesta su “mafia e appalti” è stata riaperta. Una vittoria postuma, forse, ma che non deve farci abbassare la guardia. È la dimostrazione che il lavoro di Borsellino, come quello di Falcone, non era un capitolo chiuso di storia, ma una pagina ancora da scrivere, un filone da seguire con la stessa tenacia di allora.
Quindi oggi, a due giorni di distanza dal 19 luglio, mentre il rumore dei riflettori si è già affievolito, ho scelto di scrivere questo post. Non per seguire il ritmo della cronaca, ma per restituire a Paolo Borsellino la sua dimensione più vera: quella di un uomo che ha lottato fino all’ultimo giorno per uno Stato che forse, in quel momento, non lo meritava abbastanza.
Ricordarlo oggi, e magari farlo anche tra un mese, o in un qualsiasi altro giorno dell’anno, è il modo che ho per dire che la sua voce, e quella di tutti gli altri, non è solo un’eco del passato, ma un monito per il presente. Un monito che dobbiamo imparare a far nostro, ogni singolo giorno, per non renderlo vano…
Le parole di Mario Roggero, pronunciate davanti ai cancelli del carcere di Bollate, hanno il suono crudo di una verità che brucia. “Come si può sentire uno che sta entrando per 15 anni a 72 anni. Ergastolo. Viva la giustizia italiana”. Non era un urlo, ma un sospiro carico di sarcasmo, quello che il gioielliere piemontese ha scambiato con i cronisti, prima di varcare quella soglia che lo avrebbe inghiottito per quasi quindici anni.
E mentre gli agenti di polizia penitenziaria lo identificavano e lo accompagnavano dentro, le sue parole continuavano a risuonare, come un’eco amara che si rifletteva sui muri di un istituto che, per lui, diventerà una seconda casa. Un destino che appare sproporzionato, quasi assurdo, per un uomo che ha visto la sua vita stravolta da un attimo di terrore.
“Questo è il massimo per i delinquenti, saranno facilitati a continuare e a rubare”, ha aggiunto, con la voce che si incrinava tra l’ira e lo sconforto. E poi, quella frecciata al Capo dello Stato, che non è solo un’accusa, ma un grido di dolore. “Cosa direi a Mattarella? Beh, insomma, ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti. Per cui io penso che Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e poi vedere”. In quella frase c’è tutto il senso di un’ingiustizia che brucia, la sensazione che ci sia una bilancia che pende sempre dalla parte sbagliata, dove la vita di un cittadino che si difende vale meno di quella di chi semina morte.
Ripensando a quelle riflessioni, ritrovai la storia di un uomo di 68 anni che, nella sua casa, nel buio, aveva sparato a un ladro armato di cacciavite. Non per uccidere, ma per fermarlo, per interrompere quell’avanzata minacciosa che trasformava il suo salotto in un campo di battaglia. E ricordo la sensazione di sollievo nel leggere che la Procura non aveva nemmeno iscritto un verbale a suo carico, riconoscendo che la sua reazione era stata dettata dall’istinto di sopravvivenza, non dalla crudeltà.
La premier Meloni lo disse senza esitare: «La difesa è sempre legittima». Parole che non sono solo un commento, ma un principio. E Salvini, subito dopo, ricordò come quella norma nascesse da anni di battaglie per tutelare «i cittadini perbene», quelli che non chiedono favori, ma il semplice diritto di non essere aggrediti nella propria casa.
Eppure, oggi, mentre ripenso a quelle parole e le confronto con la condanna di Roggero, mi sembra di vedere un paese diviso in due. Da una parte, c’è la legge che riconosce la legittima difesa come un diritto sacrosanto, come fu ribadito allora. Dall’altra, c’è la dura realtà di chi, come Roggero, si ritrova a scontare una pena che sembra non tenere conto del terrore che ha vissuto. Dove passa il confine tra chi ha il diritto di sparare per difendersi e chi, invece, viene considerato un assassino? Forse è tutto una questione di dettagli, di circostanze, di quegli attimi eterni che sfuggono al giudizio di chi osserva da lontano.
Perché, a ben pensarci, quando si è nel buio della propria casa e si sente un rumore che non dovrebbe esserci, non esiste un manuale per la paura. Non ci sono regole che ti dicono come dosare la reazione, come misurare la forza di un colpo o come valutare se l’aggressore è armato o no. C’è solo un istinto primordiale, animale, che ti spinge a proteggere te stesso e i tuoi cari. Come scrissi allora: la violenza è già nell’aggressione, non nella reazione. È nel silenzio di chi entra nella tua vita con un cacciavite in mano, nel buio, mentre tu dormi o sei semplicemente a casa tua. Non esiste una scala di valori che dica «puoi difenderti solo se rubano X, ma non se minacciano Y». Se c’è pericolo, se c’è aggressione, se non c’è via di fuga, allora ogni mezzo è lecito. Non per vendetta, non per crudeltà, ma per sopravvivere!
E allora, mi chiedo, perché ci vuole ancora tutto questo tempo per capire una verità così semplice? Perché ancora oggi, quando sentiamo parlare di casi come quello di Roggero, ci troviamo a dibattere su proporzioni e eccessi, come se la vita di chi si difende dovesse essere sempre subordinata a un calcolo matematico? Forse, come dicevo un anno fa, è perché per anni abbiamo ascoltato certi politici parlare di sicurezza a parole, senza mai voler affrontare la verità scomoda: che la paura non è di destra o sinistra, ma è solo umana. E la paura, quando si fa concreta, non aspetta il tempo di una legge, di un dibattito parlamentare o di una sentenza della Corte.
Oggi, però, qualcosa sembra muoversi. La legge sulla legittima difesa è un passo avanti, un segnale che dice ai cittadini perbene che non sono più soli, che non devono più nascondersi o scusarsi per aver difeso la loro dignità. Ma il caso di Roggero ci ricorda che il percorso è ancora lungo e tortuoso. Perché la casa non è solo un muro, una porta o una finestra, è il confine ultimo della tua libertà, il luogo dove dovresti sentirti al sicuro. E nessuno, mai, può pretendere che tu lo lasci violare, senza aspettarsi che tu reagisca.
Sì, la legge non è perfetta, e forse non lo sarà mai. Ma oggi, come allora, continuo a credere che la giustizia debba stare dalla parte di chi, al buio, ha il coraggio di difendersi. Di chi, come Roggero, si è trovato a fare una scelta impossibile in un secondo che dura una vita. E mentre le sue parole risuonano ancora, mi auguro che qualcuno, da quelle alte sfere del potere, possa davvero mettersi una mano sulla coscienza e guardare oltre le carte bollate, per vedere gli occhi di un uomo che ha solo cercato di sopravvivere
Quanto sto per descrivere oggi tocca un argomento alquanto particolare, e quasi mi dispiace dover scoprire – anno dopo anno – come il sottoscritto sia capace di individuare circostanze che altri, sì tutti coloro che sono di fatto pagati per scoprirle, non hanno il più delle volte neppure sentore di cosa possa trattarsi. E quindi, per l’ennesima volta, da questo mio blog, evidenzio l’ennesimo paradosso di ciò che è quasi al limite, ma che potrebbe rappresentare una forma di elusione fiscale.
Perché il punto non è la violazione palese, ma quel sottile scarto tra ciò che la norma consente e ciò che il legislatore ha realmente voluto disincentivare. E qui, come spesso accade, chi applica la legge si ferma alla superficie, mentre il meccanismo scorre sotto traccia, inappuntabile nella forma ma sostanzialmente eversivo rispetto allo spirito della disciplina. Un paradosso che, a conti fatti, rende l’elusione non un’eccezione, ma quasi una logica conseguenza di una vigilanza che guarda altrove.
E sì, perché la risposta che ne consegue, in termini tecnici, è che ci troviamo di fronte a una struttura che opera proprio sul confine dell’elusione, e la sua legittimità non è affatto assoluta, ma dipende strettamente dal rispetto di condizioni sostanziali – e quindi non solo formali – che un certo “articolo”, seppur citandolo, tenderebbe a presentare quest’ultima come una “ricetta” infallibile.
Peccato che, una volta verificata nella pratica, quella ricetta si scomponga in un insieme di eccezioni e interpretazioni difformi, perché l’elusione non si giudica dalla lettera ma dall’esito concreto dell’operazione. Così il rinvio all’articolo diventa un escamotage retorico, non una garanzia, e la legittimità resta sospesa a un equilibrio instabile che solo il caso singolo può confermare o smentire. In fondo, ciò che l’articolo tace è più rilevante di ciò che scrive.
Ma andiamo con ordine, perché la materia è delicata e merita di essere affrontata con la giusta profondità.
Partiamo dal principio di deducibilità, perché è lì che spesso si annida il primo equivoco. L’articolo in questione cita correttamente la sentenza della Cassazione n. 17367/2020 e la Risoluzione 124/E/2017. Fin qui nulla da eccepire. Tuttavia, quello che omette di sottolineare con sufficiente forza è il principio fondamentale che guida l’Agenzia delle Entrate e la giurisprudenza: la deducibilità del costo, cioè del premio versato, è subordinata alla sussistenza di un effettivo interesse aziendale e al rispetto del principio di competenza economica.
Non basta, insomma, avere un pezzo di carta firmato. La Risoluzione 124/E/2017, che pure viene evocata, chiarisce infatti che l’accantonamento per il trattamento di fine mandato e i relativi premi assicurativi sono deducibili a due condizioni: che siano previsti da una delibera con data certa anteriore all’inizio del rapporto, e che siano determinati secondo criteri di ragionevolezza e congruità rispetto alla realtà economica dell’impresa.
Ed è proprio su quest’ultimo punto che si gioca la partita. Se l’importo del premio, e quindi dell’accantonamento, è sproporzionato rispetto al valore economico che il cosiddetto “key man” ha per l’azienda, o rispetto ai parametri retributivi normalmente previsti per figure analoghe, l’Agenzia delle Entrate può tranquillamente disconoscere la deducibilità, qualificando quel costo come non inerente o, peggio, come una mera operazione di accumulo di capitale a fini personali. E qui già emergono i primi, seri, grattacapi.
Ma c’è un aspetto ancora più profondo che rende questa struttura potenzialmente elusiva, e riguarda la sua stessa architettura. L’elusione fiscale, che nel nostro ordinamento si configura come abuso del diritto, ricorre quando vengono realizzate operazioni prive di sostanza economica, il cui obiettivo primario è ottenere un vantaggio fiscale indebito.
Ora, osserviamo bene la “doppia linea” di beneficiario descritta in quella polizza: se il manager muore, il capitale, sia la parte rischio che quella risparmio, va all’azienda; se invece non muore, la parte risparmio viene corrisposta al manager come trattamento di fine mandato. Il meccanismo, in apparenza simmetrico, cela una realtà sorprendente: l’azienda versa premi interamente deducibili anno dopo anno, ma è certo che, salvo il verificarsi dell’evento morte, non rientrerà mai in possesso del capitale accumulato. Quel capitale, invece, confluirà al manager dopo qualche anno, senza che questi abbia subito alcuna tassazione in corso d’opera, e beneficiando per giunta di una tassazione separata, e quindi agevolata, alla fine.
Ci troviamo così di fronte a una evidente asimmetria fiscale: l’azienda deduce l’intero premio in ciascun esercizio, mentre il manager, che è il vero destinatario finale della ricchezza accumulata, non paga imposte anno per anno. Questo differimento, questa trasformazione di un costo aziendale deducibile in reddito del manager tassato in modo agevolato, rappresenta esattamente il tipo di meccanismo che l’Agenzia delle Entrate guarda con il massimo sospetto, soprattutto quando manca una vera logica di rischio a giustificarlo.
E veniamo proprio alla funzione del rischio, che viene utilizzata per tentare di legittimare la deducibilità della parte risparmio. L’argomento è che l’azienda riprende quella somma solo in caso di morte. Ma ragioniamo un attimo: se la probabilità attuariale di morte è bassa, come accade per manager in attività, l’operazione si configura sostanzialmente come un fondo di previdenza integrativa parallelo. La differenza, però, è che mentre un fondo pensione ha regole fiscali chiare, con deducibilità limitata per l’azienda e tassazione ordinaria in capo al dipendente, qui si cerca di ottenere una deducibilità piena per l’azienda e una tassazione finale agevolata per il manager, scavalcando di fatto i limiti imposti dalla legge.
L’articolo stesso, d’altronde, rivela la sua fragilità quando afferma che “la misura degli accantonamenti è parametrata e stimata in base allo scopo primario della polizza, che è quello di coprire il rischio per la perdita del key man”. Ma se l’accantonamento è sproporzionato rispetto a quel rischio, cioè se rappresenta una somma molto elevata che ha poco a che fare con un eventuale danno aziendale e molto a che fare con l’accumulo di capitale per il manager, allora lo scopo primario viene meno, e l’operazione scivola inevitabilmente verso l’elusione.
C’è poi un’ultima considerazione, che condivido pienamente, e che riguarda la qualità soggettiva del cosiddetto “key man”. Perché una cosa va detta con chiarezza: la definizione di uomo chiave non è un’etichetta che si applica a piacere, ma deve essere sostanziata. Un vero key man è un soggetto la cui improvvisa perdita, per morte o infermità, causerebbe un danno economico concreto, diretto e misurabile all’azienda: la perdita di clienti strategici, l’interruzione di progetti fondamentali, l’impossibilità di accedere a finanziamenti, il crollo del valore stesso dell’impresa.
Per cui, un dipendente con una retribuzione modesta, privo di poteri decisionali, di partecipazione al capitale o di rapporti critici con gli stakeholder, non può essere qualificato come “key man”, per quanto lo si voglia chiamare. E in caso di verifica, l’Agenzia delle Entrate non avrebbe alcuna difficoltà a disconoscere la deducibilità dei premi, ritenendo l’operazione priva di inerenza. Non solo: qualificherebbe le somme versate come compenso in natura per il dipendente, con conseguente obbligo per l’azienda di applicare contributi previdenziali e ritenute Irpef anno per anno, oltre a sanzioni. Insomma, un rischio concreto e tutt’altro che remoto.
Alla fine quindi cosa possiamo concludere? Quanto descritto nell’articolo non è, di per sé, illegittimo. Rappresenta però un’operazione di pianificazione fiscale decisamente aggressiva, che si colloca in quella zona grigia dove il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è diventa labile. Non si tratta di una defraudazione palese, perché formalmente vengono rispettate alcune condizioni come il contraente bloccato, il beneficiario bloccato e il divieto di riscatto.
Tuttavia, per non scivolare nell’elusione, è indispensabile che il key man lo sia davvero nella sostanza, rivestendo un ruolo dirigenziale di primo piano con poteri e responsabilità tali che la sua perdita rappresenti un rischio oggettivo per la continuità aziendale. È altrettanto indispensabile che l’importo del premio, e quindi del trattamento di fine mandato, sia congruo e proporzionato, parametrato a un’analisi economica seria del danno potenziale patito dall’azienda, e non a una somma forfettaria decisa privatamente.
Ma non solo, non deve esserci alcun accordo preventivo e occulto: l’accordo deve essere trasparente, deliberato prima dell’inizio del rapporto, e non deve nascondere l’intento principale di sterilizzare fiscalmente un’ingente somma destinata al manager.
Per questo, chi nutre ora – leggendo questo mio post – i miei dubbi, fa bene a esserne consapevole, perché se questa struttura viene applicata a soggetti che “keyman” non sono (con importi sproporzionati), diventa a tutti gli effetti una pratica elusiva, che prima o poi verrebbe disconosciuta dall’Amministrazione Finanziaria, con conseguenze fiscali e sanzionatorie rilevanti sia per l’azienda che per il manager.
E in materia fiscale, si sa, la sostanza finisce sempre per prevalere sulla forma!
Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.
Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un’operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.
Questo potere si chiama “signoraggio“, ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall’economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.
E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.
Un interessante studio sull’argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.
Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull’uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.
Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.
La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.
Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.
Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all’economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.
Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!
Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:
1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.
2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all’interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.
3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L’offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.
4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell’economia reale.
5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.
6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì… sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.
7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.
Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s’inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa… senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!
Proprio qualche giorno fa, riflettendo su Castel di Iudica, avevo scritto un post che molti di voi hanno voluto rileggere e condividere.
Parlavo della sua gente, del senso profondo di comunità, della capacità di accogliere che ho potuto imparare a conoscere in tanti anni. Valori che tornano in questi giorni ancor più vivi.
Già… perché proprio dalle 18.00 di oggi, a Castel di Iudica, accade qualcosa che incarna tutto questo. Mi è giunta ieri una nota su Facebook che ho il piacere di condividere con tutti voi – in particolare con molti miei lettori che ancora non conoscono questo territorio.
Un’occasione perfetta, quindi, per visitare questi luoghi e scoprire quanto si sta proprio in questi giorni organizzando.
Ecco il comunicato ricevuto:
È tutto pronto per “Sapori di Castel di Iudica” l’evento promosso dalla Regione Siciliana – Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea e dal Comune di Castel di Iudica, in programma venerdì 17, sabato 18 e domenica 19 luglio 2026 in Piazza Marconi.
Tre giornate dedicate alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari del territorio, alla cultura e all’identità della comunità “iudicense”. L’appuntamento è pensato per residenti e visitatori, con un ricco programma che unisce degustazioni, show cooking, eventi culturali e intrattenimento per tutte le età.
Venerdì 17 e Sabato 18 luglio l’area espositiva e di degustazione resterà aperta dalle ore 18:00 fino alle ore 24:00
Domenica 19 luglio si parte al mattino, dalle ore 9:00 alle ore 13:00
Nel cuore della manifestazione ci saranno l’Area Degustazione con i prodotti a km 0, gli Show Cooking dal vivo, gli Eventi Culturali dedicati ad arte, storia e tradizioni, e tanto intrattenimento con musica e spettacoli.
Il Sindaco di Castel di Iudica, Ruggero Strano:
“ Con ‘Sapori di Castel di Iudica’ vogliamo mettere al centro le nostre radici, il lavoro dei nostri agricoltori e produttori e il valore della comunità. Questa manifestazione è un’occasione per far conoscere le eccellenze del nostro territorio, per promuovere le filiere a km 0 e per far vivere Piazza Marconi come luogo di incontro e di festa. Invito tutti, cittadini e visitatori, a partecipare a questi tre giorni di gusto e di cultura: il sapore della nostra terra è il valore più grande che abbiamo”.
L’iniziativa rientra nelle azioni di “Valorizzazione e Promozione” del Brand Sicilia, a cura del Dipartimento Regionale dell’Agricoltura.
Per info: Comune di Castel di Iudica – Città Metropolitana di Catania
D’altronde, come riporta la foto dell’ingresso – “I love Castel di Iudica” – non è solo una scritta: è un sentimento che si rinnova ogni volta che tornate qui, ogni volta che incontrate la sua gente, ogni volta che assaggiate i suoi prodotti.
Ed è per questo – se ancora non la conoscete – che questi tre giorni saranno l’occasione giusta per riscoprirla, assaporarne le eccellenze e lasciarvi avvolgere dalla sua comunità accogliente.
Io ci sarò. E voi?
Non mi resta quindi che augurarvi: buon divertimento!
Lo dico sempre, e forse è uno dei pochi pensieri che non mi abbandona mai, nemmeno quando vorrei essere più indulgente.
Già… una di quelle frasi che ti ritrovi a mormorare tra te e te, quando vivi in una terra come la nostra, dove la realtà supera sempre la fantasia e dove i fatti, prima o poi, finiscono per dare ragione ai sospetti.
Quante volte, ad esempio come me, vi siete trovati a guardare una persona, a sentirla parlare, a osservare i suoi gesti, e pensare: “qualcosa non torna…“. È un istinto, una sensazione che arriva senza preavviso, come quando al telegiornale mostrano il volto di un presunto colpevole e tu, senza sapere niente, sei già convinto che sia stato lui. Poi come sempre accade, arriva il film, il thriller di turno, e il mio occhio cade su ciò che non si vede, su quello che parla poco, e così alla fine scopro che il vero colpevole è proprio quello che avevo ipotizzato, e resto lì a chiedermi come abbia fatto ancora una volta ad indovinare.
Ma la vita, si sa, non è un film. E Catania, la mia città, non è certo un set cinematografico. Certo, devo dire che quando qualcuno ha avuto il buon gusto di trasformarla in uno scenario per le serie tv, lo spettacolo è stato assicurato. Mi è capitato di guardare con occhio diverso le immagini di “Vanina – Un vicequestore a Catania” e di ritrovare, tra le inquadrature, quella luce particolare che solo la nostra città sa regalare. Le scenografie, i fondali, le piazze, i palazzi di pietra lavica che diventano protagonisti silenziosi di storie di cronaca e di passione. E poi come non ricordare il “Gattopardo“, con quella Sicilia evocativa e sognante che ha fatto sognare generazioni, oppure “Squadra Antimafia“, che ha raccontato, grazie a Rosy Abate, la lotta dello Stato contro il malaffare.
Sì, in quei casi la macchina da presa ha saputo esaltare la bellezza, ha saputo catturare l’anima di una città che, nonostante tutto, resta magnifica. Ma quando spengo il televisore e torno a osservare certi meccanismi, scopro come la realtà sia un’altra cosa. Perché i segni che contano spesso non sono quelli evidenti, ma quelli nascosti, quei dettagli che sembrano secondari e che invece rivelano tutto.
La mia credo sia una dote, di quelle che si hanno o non si hanno, come riuscire a leggere gli altri. E non mi è servito, come sta facendo mia figlia a completamento del suo programma universitario, studiare psicologia per capire quando qualcuno, a modo suo, vorrebbe farsi passare per ciò che non è. A me basta poco: osservare gli occhi, stare attento ai gesti, ascoltare le parole che non vengono dette, cogliere le omissioni, quelle che puzzano di omertà e di silenzi compiacenti.
E allora mi chiedo: perché è così difficile ottenere risposte chiare? Perché quando chiedi spiegazioni, ti ritrovi davanti a un muro di gomma, a mezze verità che allontanano i dubbi senza però eliminarli? È come se ci fosse un patto non scritto per cui nessuno vuole davvero chiarire, nessuno vuole mettere in discussione lo status quo. E intanto il dubbio cresce, si insinua, e alla fine, con rammarico, scopri che avevi ragione. Che quella sensazione iniziale non era solo un vezzo, ma la verità. E non è una bella sensazione, perché vorresti esserti sbagliato, vorresti che le persone che hai davanti fossero più oneste, ma purtroppo, troppo spesso, la realtà è diversa.
Lo vedo tutti i giorni, qui in Sicilia, in questa terra che amo e che mi fa arrabbiare con la stessa intensità. La corruzione, l’illegalità, quel sistema di favori e di scambi che avvelena ogni cosa. Mi capita di pensare ai nostri politici, a quelli che ci chiedono pazienza e sacrifici mentre loro continuano a godere dei privilegi di sempre. È come se vivessero in un mondo parallelo, dove le regole sono diverse, dove possono assentarsi, dove possono approfittare di ogni piccola scappatoia. E poi ci sono i giornalisti coraggiosi, i servizi di denuncia, i presidenti di associazioni per la legalità che chiedono nuovi controlli. Ma quanto durerà? Fino a quando la notizia verrà dimenticata, e poi si ricomincerà come prima.
E non parlo solo dei grandi palazzi della politica, ma della vita di tutti i giorni, di quei piccoli episodi che raccontano un sistema malato. Penso a quando si parla di appalti, di concessioni edilizie, di rifiuti, di ricostruzioni dopo frane e alluvioni. Lì, dove il denaro pubblico si mescola con gli interessi privati, dove la richiesta di una tangente diventa quasi naturale, come se fosse l’unico modo per far funzionare le cose. E intanto il territorio viene deturpato, l’ambiente distrutto, e i controlli arrivano sempre dopo, quando il danno è ormai fatto.
Si dice che la corruzione sia solo un affare di politici e amministratori, ma non è vero. A pensar male, ci si azzecca, e i numeri parlano chiaro: milioni di cittadini coinvolti, la Sicilia conta 4.769.423 abitanti, dato aggiornato al 30 aprile 2026, e decine di miliardi di euro vengono sottratti ogni anno al bilancio pubblico. È una tassa occulta che paghiamo tutti, una zavorra che impoverisce il paese e che alimenta quella sfiducia generale verso le istituzioni. E poi c’è la “zona grigia“, quella dei professionisti, dei dirigenti, degli impiegati che con il loro comportamento infedele rendono possibile tutto questo. Sono loro, i colletti bianchi, che fanno scorrere gli ingranaggi, che tengono in piedi un meccanismo perverso in cui il dare e l’avere diventano l’unica legge.
In tutto questo, la mia città, Catania, è uno specchio amplificato. Ogni angolo racconta una storia di abusi, di opportunismi, di silenzi. Eppure, nonostante tutto, continuo a guardare avanti, a credere che si possa cambiare. Ma so che il tempo delle chiacchiere è finito. Non basta lamentarsi, non basta indignarsi sui social. Servono fatti, servono leggi severe e controlli rigorosi. Sì, tutte queste nuove leggi su sicurezza e anti-corruzione sono un passo avanti, ma so bene come molti studi legali siano pronti a difendere i loro assistiti e quindi, fatta la legge, troveranno sempre il modo di aggirarla.
Io però non cerco giustificazioni. E quindi, anche se a pensar male si fa peccato, anche se molti mi dicono che bisogna essere più misurati, più ragionevoli, io non posso fare a meno di seguire il mio istinto. Perché quando guardo la mia terra, quando vedo cosa sta diventando, sento che quella voce interiore non mi sta ingannando. E se questa è una battaglia, anche piccola, contro l’ingiustizia, allora sono contento di combatterla. Passo dopo passo, senza mai perdere la speranza di raggiungere quella meta giusta che tutti, quantomeno quanti ancora si possono definire onesti, meritiamo.
Continuando con quanto scritto ieri, dopo aver letto e riletto quei passi, mi sono convinto che un invito alla lettura, se fatto con onestà intellettuale, dovrebbe aprire finestre, non costruire muri, dovrebbe mostrare la complessità, non ridurla a una prova.
So perfettamente che provare a leggere il Talmud è un atto faticoso, richiede umiltà, necessita di accettare che il testo ci sfugga, che ogni affermazione possa venire dibattuta e che ogni regola scritta abbia un’eccezione.
Già… l’esatto contrario di uno semplice slogan, di un elenco di nomi messi in fila per dimostrare un’eventuale tesi, che per quanto mi concerne resta solo una bizzarra ipotesi.
Eppure, su un punto, quello iniziale, devo ammettere che quella sua argomentazione – mi riferisco al potere dei media e della ripetizione – non è del tutto campata in aria. Perché è vero che l’esposizione costante a determinate narrazioni plasma il nostro modo di pensare, d’altronde ciò che vediamo in quelle piattaforme globali di streaming, sui social, nelle pubblicità, contribuisce a forgiare – soprattutto nei giovani, ma ahimè anche in molti adulti – le nostre convinzioni. D’altronde, perché la ripetizione, se attuata come propaganda, diventa uno strumento potente, capace di trasformare l’eccezione in regola, lo scandalo in normalità.
Già… su quanto sopra (forse) potremmo anche trovarci d’accordo. Ma è proprio qui che il suo discorso si incrina. Perché da questa constatazione legittima – il potere dei media – lei salta a una conclusione che non regge: che dietro tutto ciò ci sia un “popolo” – quello ebraico – con un “interesse” specifico, e che la prova di questo complotto sia nascosta in antiche pagine talmudiche.
Il salto logico è evidente. La presenza di persone di origine ebraica in posizioni di potere nei media e nella tecnologia non dimostra nulla, se non che in determinati contesti storici e geografici – come gli Stati Uniti del Novecento – molte famiglie ebree hanno trovato opportunità e le hanno sfruttate. È un dato sociologico, non una prova di un complotto.
E il Talmud, poi, è un testo di discussione legale e teologica interno al popolo ebraico, non un manuale di dominazione mondiale. Le sue leggi riguardano la vita della comunità ebraica, non il controllo dell’opinione pubblica globale. Usarlo come prova di un presunto piano di egemonia culturale è un abuso di contesto talmente evidente che rasenta il paradosso.
Forse lei voleva solo provocare, generare clic e condivisioni. E chissà… forse in questo ci è riuscita. Ma se il suo obiettivo era farmi capire qualcosa, devo dire che ha fallito. Ho letto, ho studiato, ho riflettuto e sono uscito da quelle letture con più domande di prima. La sua lista di potenti non mi ha detto nulla di nuovo sugli ebrei. I suoi passi talmudici non mi hanno detto nulla di definitivo sul Talmud. Ma mi hanno detto molto sulla sua lettura, sulla sua volontà di cercare conferme alle sue paure in un testo antico. E su questo, forse, vale la pena riflettere, perché la domanda vera, alla fine, non è cosa dice il Talmud degli altri, la domanda vera è cosa dice di noi il modo in cui lo leggiamo.
Ed allora, per concludere, regalo anch’io a quella giovane “influencer” una piccola lettura. Sì… due celebri frasi, riprese anch’esse dal Talmud. La prima riporta: “Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di esser stato creato“. La seconda: “Stai attento alle tue parole, perché diventeranno le tue azioni. Stai attento alle tue azioni, perché diventeranno le tue abitudini. Stai attento alle tue abitudini, perché diventeranno il tuo carattere. Stai attento al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino“.
Sono due semplici insegnamenti che non hanno bisogno di interpretazioni forzate, non richiedono di essere estratti dal loro contesto per diventare armi. Parlano da soli, con una chiarezza che è insieme etica e poetica. La prima ci ricorda che il valore di un’umanità intera può riposare sulla schiena di un solo uomo giusto, e che nessuna appartenenza – etnica, religiosa, nazionale – può esaurire la dignità di chiunque sia stato creato a immagine di Dio. La seconda invece ci mette in guardia dal potere terribile e sottile delle parole: non sono mai neutre, non evaporano dopo essere state pronunciate, ma si depositano dentro di noi e dentro chi ci ascolta, diventando azioni, abitudini, carattere, destino.
Auspico quindi che da ora in poi, questi miei ultimi insegnamenti, possano rappresentare il giusto equilibrio tra il pensiero e le parole. Perché il pensiero, da solo, può restare prigioniero di se stesso, girare a vuoto nel labirinto delle proprie ossessioni, cercare conferme e trovarle sempre, ovunque, anche nei testi più antichi e complessi. La parola, invece, è il ponte che porta il pensiero fuori di noi, lo consegna agli altri, lo rende reale e responsabile.
Quando il pensiero e le parole si bilanciano, quando la riflessione profonda trova il coraggio di esprimersi con onestà e la parola si fa custode della verità e non della menzogna, allora la lettura di un testo antico può davvero diventare un incontro, non uno scontro.
Allora il Talmud – o qualsiasi altra scrittura – smette di essere un arsenale di prove e diventa ciò che è sempre stato: una conversazione che attraversa i secoli, un invito a interrogarsi, non a giudicare!
Non so se sia capitato anche a voi, ma qualche giorno fa mi sono imbattuto in un video ambiguo.
Una ragazza, con fare sicuro e studiato, elencava le persone più influenti del mondo – fondatori di social network, creatori di motori di ricerca, padroni dell’intelligenza artificiale, signori dell’e-commerce, giganti della finanza, produttori cinematografici e dell’intrattenimento – e faceva i nomi.
Zuckerberg, fondatore di Facebook, di origine ebraica. Brin, fondatore di Google, di origine ebraica. Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, di origine ebraica. Bezos, fondatore di Amazon, di origine ebraica. Soros, fondatore di Open Society Foundation, di origine ebraica. DeSilver, fondatore dell’ACLU, di origine ebraica. Levin, uno dei fondatori del Southern Poverty Law Center, di origine ebraica. Randolph, uno dei fondatori di Netflix, di origine ebraica. La famiglia Warner, fondatori della Warner Bros, di origine ebraica. Laemmle, fondatore della Universal Pictures, di famiglia ebraica. Spielberg, Katzenberg e Geffen, fondatori della DreamWorks, tutti di famiglia ebraica. E l’elenco continuava, nome dopo nome, con la stessa cadenza ossessiva.
Non era un elenco neutro, non era una constatazione sociologica, c’era in quelle parole un accento, una sottolineatura, quasi un’insinuazione: come se quella loro appartenenza fosse una macchia, o peggio, una prova. E poi, a coronamento del suo ragionamento, ha fatto una cosa che mi ha lasciato perplesso.
Sì… dopo aver concluso la lista, ha alzato il tono e ha detto qualcosa di molto simile a questo: “Se avete mai avuto la sensazione che quello che vedete, ascoltate, ogni giorno non sia casuale, che ciò che vediamo sui social, sulle pubblicità, che sentiamo persino nelle notizie, che vediamo su Netflix, su Prime Video, c’è un motivo. Tutto questo contribuisce a forgiare il nostro modo di pensare. È la base della psicologia più spicciola: l’esposizione alla ripetizione. Più un’idea ci viene proposta, più ci sembra familiare, accettabile, normale. L’ambiente in cui viviamo, le cose a cui siamo esposti sono il più alto rischio di lavaggio del cervello perché alcune idee diventano improvvisamente normali. Chi trae il beneficio che vengano adottate? Quali interessi economici, politici, culturali di un popolo ci sono dietro? Non date per scontate le vostre idee: da dove arrivano?“
Ed ecco qui, improvvisamente, il colpo che non ti aspetti. “Non so se riuscite a trovare le discussioni del Talmud online, ma se ci riuscite, leggetevi Avodah Zarah 26a, Bava Metzia 71a, Yevamot 61a, Sanhedrin 57a.” Quattro pagine precise, come se fossero la chiave di tutto.
Ed allora, son andato a ricercare quei testi, ho seguito le sue indicazioni, e ho iniziato a leggere. Ma alla fine di quelle letture sono rimasto a chiedermi: cosa voleva dimostrare? Perché proprio quei passi? Perché metterli in fila come fossero la prova di qualcosa? Io, onestamente, non l’ho capito. E più ci penso, più mi sembra che il suo invito nasconda un cortocircuito logico che merita di essere esplorato.
Cominciamo dal primo passo, Avodah Zarah 26a, quello che ha scatenato il mio sconcerto. Si apre con una storia curiosa: Rav Menashe viaggia verso Bei Torta, incontra dei ladri e, per evitare di essere derubato, dice loro una mezza verità sul luogo della sua destinazione. I ladri, sentendosi furbescamente ingannati, lo insultano apostrofandolo come discepolo di “Yehuda l’imbroglione“. Lui, senza scomporsi, risponde con una preghiera – che quei ladri fossero soggetti al bando – e la storia si chiude con un epilogo quasi da fiaba: per ventidue anni i malviventi non riuscirono a rubare nulla, finché quasi tutti chiesero perdono, tranne uno, un tessitore, che fu divorato da un leone. Un racconto che parla di astuzia, di giustizia divina, di differenze culturali tra i ladri di Babilonia e quelli di Israele. Passando all’altro passo ecco che la pagina cambia registro e si addentra in una discussione legale che, a prima vista, appare molto lontana. La Mishnah discute del ruolo delle levatrici e delle balie. Una donna ebrea non dovrebbe assistere al parto di una donna non-ebrea, né allattare suo figlio, perché in questo modo – dice il testo – “alleva un bambino per l’idolatria“.
Il concetto, nel suo contesto originario, è chiaro: l’idolatria non era un’altra religione tra le tante, ma un sistema di vita che i Saggi consideravano profondamente corrotto e violento. Aiutare un bambino pagano a sopravvivere significava, ai loro occhi, contribuire a perpetuare quel sistema. Era una questione di complicità spirituale. La stessa Mishnah, però, aggiunge un paradosso: una donna non-ebrea può allattare un bambino ebreo, purché lo faccia sotto supervisione. Perché? Perché il latte non contamina l’anima, ma la paura che la balia possa avvelenare il bambino era reale, tanto che Rabbi Meir la vietava addirittura del tutto, mentre i Saggi la permettevano solo con un occhio vigile. La paura fisica e la paura spirituale si specchiano: il bambino ebreo deve essere protetto dalla morte del corpo, il bambino idolatra deve essere protetto dalla morte dell’anima. E in questo gioco di riflessi, dove s’intravvede un mondo antico, duro, tribale, dove la sopravvivenza della propria comunità era la priorità assoluta.
Ho quindi proseguito la lettura, come lei aveva suggerito. Bava Metzia 71a: parla di prestiti e usura, e stabilisce una gerarchia di priorità: il povero ebreo viene prima del non-ebreo, i parenti poveri prima dei vicini, i concittadini prima degli stranieri. È una logica di prossimità, di responsabilità circolare, che in tempi di scarsità è anche comprensibile. Horayot 13a definisce un ordine di precedenza per il salvataggio: il saggio precede il re, il re precede il sommo sacerdote, il sommo sacerdote precede il profeta. E Yevamot 61a e Sanhedrin 57a toccano temi ancora più spinosi: le tombe dei non-ebrei non trasmettono impurità allo stesso modo di quelle degli ebrei; le leggi noachiche – quel codice universale che la tradizione ebraica attribuisce a tutti i discendenti di Noè – prevedono pene severe per omicidio, adulterio e bestemmia, ma con un’asimmetria che oggi ci suona stridente: l’ebreo che ruba o uccide un non-ebreo è esente dalla pena capitale. E poi, c’è il passo sui dazieri, quelli che riscuotevano le tasse, dove si discute se sia lecito ingannarli per evitare un pagamento ingiusto.
Ecco, leggendo tutto questo in fila, mi sono chiesto: cosa voleva dimostrare lei? Voleva forse sostenere che il Talmud è un testo intrinsecamente razzista, che sancisce una superiorità etnica e giustifica l’inganno e la violenza verso i non-ebrei? Se è così, la scelta dei passi è effettivamente calibrata, ma è anche terribilmente parziale. Perché il Talmud non è un manuale di odio, è un mare in tempesta di opinioni contrastanti, di voci che si sovrappongono e si contraddicono. Nel passo sui dazieri, per esempio, si introduce il principio fondamentale del “Dina de-malkhuta dina” – la legge del regno è legge – che obbliga gli ebrei a rispettare le autorità locali. E c’è la voce del Meiri, un gigante del pensiero ebraico medievale, che ribalta completamente la prospettiva: quelle leggi severe, spiega, si applicavano solo ai pagani idolatri dell’antichità, che non avevano leggi morali. Ma le nazioni civilizzate, che riconoscono un codice etico e rispettano la giustizia, sono considerate alla pari degli ebrei: derubarle o ingannarle è un peccato grave quanto farlo con un fratello.
Allora forse il suo intento era un altro. Forse voleva mostrare che il Talmud, con le sue gerarchie e le sue distinzioni, è la prova che gli ebrei si considerano un popolo a parte, con doveri e leggi che li separano dagli altri. Ma anche qui, il discorso sarebbe riduttivo. Perché quelle distinzioni non sono un giudizio di valore assoluto – “noi migliori, loro peggiori” – ma una descrizione di ruoli e responsabilità diverse. L’ebreo ha più doveri, più proibizioni, più obblighi. Non è un privilegio, è un fardello. Essere scelti, nella tradizione ebraica, significa essere chiamati a una vita più esigente, non essere migliori. Il re viene prima del sacerdote, ma il saggio viene prima del re: il criterio è la conoscenza, non il sangue. E le leggi sulla precedenza, nel salvataggio di una vita, sono tragiche e necessarie quando le risorse sono scarse, ma non dicono nulla sulla dignità intrinseca di una persona.
Ora, io non so se la ragazza del video abbia letto davvero queste pagine nella loro interezza, con i commenti di Rashi e Tosafot, con le sfumature e le eccezioni che rendono il Talmud un labirinto di possibilità. O forse li ha letti e ha deciso di estrarne solo i frammenti più crudi, quelli che, letti fuori contesto, possono sembrare più scandalosi.
Ma ciò che mi ha lasciato davvero perplesso è il nesso tra la lista dei potenti di origine ebraica e questi passi talmudici. Cosa c’entrano? Vuole forse insinuare che il successo economico e culturale degli ebrei sia frutto di un’etica talmudica che legittima l’inganno e la sopraffazione? O al contrario, che quelle leggi rivelino una paura ancestrale degli altri, che si manifesta ancora oggi nella chiusura e nell’elitarismo, già… quell’orientamento e/o atteggiamento che difende i privilegi, il potere o lo status di una ristretta cerchia di persone (le cosiddette élite) considerata superiore per meriti, cultura o posizione sociale? O forse, peggio, che esista un piano segreto, una sorta di codice di comportamento che spiega il potere ebraico nel mondo?
Non lo so. E il fatto che non lo sappia mi irrita molto!
Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci.
Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita? La risposta, purtroppo, è: nessuno!
La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare il mio lettore, è un’istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l’operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.
Un mio lettore, Antonio, mi ha inviato alcuni nomi di società presenti nei siti web, e ha verificato come tra esse, alcune abbiano ancora oggi sede legale in noti paradisi fiscali. Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi, Vanuatu. Un elenco che è già di per sé un programma. Perché una società seria, trasparente, che rispetta le regole, dovrebbe avere sede in un paradiso fiscale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: per pagare meno tasse, per sottrarsi ai controlli, per tenere i veri profitti lontani dallo sguardo indiscreto dei regolatori.
E lo Stato italiano, già, il nostro attuale Governo – ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l’hanno altrettanto vergognosamente preceduti – che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall’altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto. A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco. E lo Stato? Beh, lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente. Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al venti per cento, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.
Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, parliamo di importi certamente limitati, già, le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità. Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti. Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente – tra l’altro allego la mia mail a cui potete scrivere per fare emergere la vostra esperienza: nicolacostanzo@live.it – perché solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi, o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.
E in questo mare di opacità, di controlli inesistenti e di paradisi fiscali, c’è però una nota che mi sento di aggiungere, e che forse sorprenderà qualcuno. Perché in mezzo a tante piattaforme che giocano sporco, che taroccano i software, che buttano fuori i giocatori appena iniziano a vincere, che promettono e non mantengono, c’è chi, invece, sembra davvero rispettare quantomeno le regole. Parlo di STARYES!
Non è un caso che abbia scelto di intitolare così questo mio intervento, perché dopo mesi di test, di verifiche, di confronti e di ascolto delle esperienze altrui, posso dire con una certa sicurezza che STARYES si distingue dalla massa. Non promette mari e monti per poi ritirarsi, non espelle i giocatori quando la fortuna bussa alla porta, non altera il software per far saltare le combinazioni vincenti e, in base alla mia modesta esperienza, mi sembra che operi con la massima trasparenza, rispettando quella percentuale di legge che altre, invece, superano spudoratamente. Inoltre, i famosi “freespin” regalati ai clienti, quelli che consentono di convertire denaro fittizio in reale una volta superata la prova, sono solo un esempio di come si possa giocare in modo pulito, dando al giocatore una reale opportunità e non una illusione ben confezionata.
Ed è proprio questo il punto: mentre il sistema normativo arranca, mentre l’ADM certifica ma non controlla, mentre la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono troppe, mentre durante i giochi scorrono vincite di migliaia di euro e sedicenti “influencer” continuano a gridare al miracolo in diretta mostrando vincite costruite a tavolino, c’è chi, semplicemente, fa il proprio dovere. E quel “fare il proprio dovere”, in un contesto dove quasi tutti cercano di aggirare le regole, diventa quasi un atto di coraggio. Perché STARYES, tra tutte le case da gioco online, è l’unico che rispetta le regole. E non lo dico perché pagato, non lo dico perché ho interessi nascosti, lo dico perché l’ho visto con i miei occhi, perché l’ho testato, perché ho confrontato le esperienze e perché, alla fine, i numeri parlano chiaro: quando una piattaforma ti dà ciò che promette, quando non ti butta fuori appena cominci a vincere, quando il software non salta proprio nel momento in cui stai per fare jackpot, allora vuol dire che qualcosa di diverso, di più onesto, esiste davvero.
So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso. Sì, tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima. Ed è per questo che, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c’è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero? Le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate, e io ho provato a farlo in questi mesi, con onestà e senza timore di scontentare qualcuno.
Perché se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente? Ma forse, anzi sicuramente, una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi. Tuttavia, in mezzo a questa palude, c’è un’eccezione che conferma la regola, e quella eccezione si chiama STARYES. Perché tra tutte le case da gioco online, è l’unico che rispetta le regole. E questo, oggi più che mai, è un valore che non può passare inosservato…
Mi fermo stamani a riflettere su alcuni numeri che “Openpolis” ha messo nero su bianco, e lo faccio con quella sensazione di déjà-vu che ormai conosco fin troppo bene…
Perché c’è un filo che si ripete, immutabile, ogni volta che qualcuno apre una classifica, pubblica un rapporto, snocciola una statistica.
E Catania… è sempre lì, in cima alle graduatorie che nessuno vorrebbe guidare. Ultima tra le ultime, quando si parla di: opportunità, futuro, giovani! È come se la città avesse una vocazione paradossale a eccellere proprio nelle statistiche che feriscono, a ritagliarsi un primato che io, da suo concittadino, preferirei non avere…
L’ultima rilevazione di “Openpolis“, pubblicata in vista della giornata mondiale delle competenze giovanili, racconta esattamente questo. Catania è la capitale europea dei “Neet”, quei ragazzi tra i quindici e i ventinove anni che non studiano, non lavorano, non sono inseriti in percorsi di formazione.
Il nome tecnico è asettico, “Not in Education, Employment or Training“, ma dietro ciascun numero c’è una storia, un’occasione mancata, un talento che forse non troverà mai la strada per esprimersi. E il capoluogo etneo sfiora il 35,4%, un dato che non ha eguali in Italia e che mette in ombra persino la Romania, che pure guida la classifica europea con il 19,2%. Perché sì, l’Italia è quarta in Europa per incidenza di Neet, ma Catania, da sola, viaggia a un ritmo doppio rispetto alla media del Paese e quasi il triplo rispetto alla media continentale.
Poi cerco con lo sguardo la seconda città in questa spiacevole graduatoria e ahimè scopro che è ancora la mia Sicilia a farla da padrona. Questa volta è Palermo, con il 32,4%, come a dire che il problema non è solo di una città ma di un’intera regione che fatica a trattenere i propri figli. Scorrendo il dito verso il basso trovo Napoli, Messina, e più distanti Roma e Milano, fino a Genova e Bologna che scendono sotto il 18%. Ma ciò che colpisce davvero è la frattura interna, il divario che si apre dentro gli stessi confini comunali.
A Catania, ad esempio, il centro storico e la periferia sud vivono su due pianeti diversi. Nel Primo Municipio, tra San Cristoforo e gli Angeli Custodi, la quota di Neet supera il 40%, così come nel Sesto, dove c’è Librino. E lì, sette famiglie su dieci sono in povertà, la dispersione scolastica tocca picchi del 39%, e i ragazzi lasciano la scuola prima del diploma, senza una qualifica, senza un’alternativa. Eppure, se ti sposti nel Terzo Municipio, a Borgo-Sanzio, l’incidenza scende al 22%, che resta comunque alta per gli standard nazionali ma è già un altro mondo. La città viaggia a due velocità, e la distanza non si misura solo in chilometri ma in opportunità, in servizi, in futuro.
È come se Catania fosse divisa in due corpi estranei, che condividono lo stesso cielo ma non lo stesso destino. E mentre i turisti continuano ad affollare le sue piazze e le sue terrazze, incantati dalla luce e dal barocco, chi vive in certe periferie vede il panorama di una città che svuota i suoi residenti, che li allontana o li imprigiona in un’attesa senza fine.
Il Comune, nel Dup, lo riconosce: abbandono scolastico, bassa istruzione, formazione inadeguata, lavoro che scarseggia. E chi ha competenze, chi può permetterselo, spesso sceglie la via dell’emigrazione. Così il circolo vizioso si chiude, e le classifiche si ripetono uguali a sé stesse.
Catania è ultima, ancora una volta, proprio in quelle graduatorie che contano davvero, quelle che misurano la capacità di una comunità di offrire un futuro ai suoi giovani. Non sapete con quanto sconforto scrivo questo post. Non è rassegnazione quella che provo, ma un disagio profondo di fronte a una costante che sembra non volersi spezzare e che trova proprio nei miei conterranei i colpevoli, i complici di questo ennesimo fallimento.
Perché ogni rapporto, ogni studio, ogni approfondimento ci restituisce la stessa fotografia, e la domanda che resta sospesa è sempre la stessa: quando, e come, si comincerà a cambiare davvero pagina? Quando decideremo di avere esclusivamente governanti competenti e professionali? Quando faremo a meno di quei politici corrotti, indolenti e ahimè collusi con la mafia? Quando si riuscirà a fare meno di favori, raccomandazioni e clientelismi? Quando finalmente ci slegheremo da tutti quei tentacoli che tengono imprigionata la maggior parte dei miei conterranei?
Forse (molto forse…), solo allora non saremo più i primi in classifica per circostanze – ahimè – così vergognose.
Buongiorno, sapete tutti come ad inizio anno mi sia dedicato a controllare alcuni siti online che si occupano di scommesse e sale gioco.
Avevo iniziato per scherzo, principalmente per dar seguito alle numerose mail che avevo ricevuto su alcune pagine dei miei social, ma anche per comprendere in prima persona quanto alto fosse il rischio di “ludopatia” indotta da questi siti e, in particolare, quanto quella loro capacità di influenzare i propri clienti fosse più o meno pervasiva.
Ed allora, a oltre sei mesi di distanza, sono giunto a questa personale conclusione, che vi riporto di seguito e che continua con quanto avevo già in precedenza fatto emergere in tanti anni nei miei post, dove per l’appunto, facevo riferimento alla percentuale di incasso prevista dalla normativa vigente per le case da gioco, all’RTP, ai massimali imposti per cliente, al rientro delle somme investite per giocata, ai controlli effettivamente compiuti dallo Stato nei loro confronti, ma anche da quelle società che iniziano a far giocare sin dalla maggiore età giovani che, comprenderete bene, non sono ancora nelle condizioni di poter discernere ciò che è giusto da quanto potrebbe farli diventare “dipendenti”.
Premesso quindi che non sono pagato da nessuna di quelle società per scrivere post a loro favore – anzi, tutt’altro, ed è ciò che ora, per l’ennesima volta, farò – come d’altronde non ho la benché minima aspirazione a diventare uno dei tanti loro “pagati” influencer, posti solitamente in pagine social appositamente realizzate per promuovere quei siti online, ecco che allora, ciò che farò, sarà evidenziare quel sistema con un’analisi precisa e dettagliata.
Comprenderete innanzitutto che per motivi legali non posso, ahimè, mettere i nomi dei siti web di quelle case da gioco, ma ritengo che sarà alquanto semplice – per ciascuno di quei miei lettori e soprattutto “giocatori”, comprendere di chi io stia effettivamente parlando, ed allora, iniziamo.
Innanzitutto dovete scappare immediatamente da quei siti che, “stranamente“, mentre state giocando, vi buttano fuori. Significa che sono loro a gestire non solo il gioco, ma anche la possibilità di vincere qualcosa, perché appena il sistema si accorge che – rispetto alla somma con cui siete entrati nel gioco – questa è stata triplicata o ancor più quintuplicata, ecco che il meccanismo entra in protezione.
E qui sta l’ambiguità più sottile: voi continuate a giocare off-line, e in quella condizione nessuno può verificare i movimenti in corso, quasi come se si eludesse il sistema stesso. Il risultato, puntualmente, è che si perde tutto l’investimento. Una cosa veramente strana, forse non illegale, ma certamente ambigua, e che non dovrebbe esistere in un sistema che si dice trasparente e controllato.
Poi vi sono quelle case da gioco che – con una attenta osservazione – intervengono nel software di gioco, mi spiego meglio. Prendiamo ad esempio un gioco con le slot: mentre state giocando e sembra che questo voglia pagare, ecco che improvvisamente – avviene tutto in maniera troppo celere – il gioco è come se saltasse, cioè vedrete che una ruota salta, non facendovi vincere. Accade soprattutto quando improvvisamente avete trovato più Jolly, sette, corone o quant’altro vi agevoli la vincita.
Ecco, questo dimostra che il sistema è taroccato: non giocateci più, perché evidenzia che a questa casa da gioco non interessa soltanto avvantaggiarsi della percentuale prevista e concessa dallo Stato per la gestione del gioco, ma vuole molto di più e, per farlo, utilizza metodi certamente illegali o, quantomeno, il sistema presenta un bug.
Ed ancora, c’è chi promette mare e monti, ad iniziare dal primo versamento, ma poi, nel corso dei mesi, non concede più nulla. Viceversa, prendendo ad esempio STARYES, si può godere dei cosiddetti “freespin” quasi costanti, che – seppur molti giocatori non ne fanno uso per non perder tempo – offrono la possibilità di vincere del denaro, con l’unico obbligo però di riuscire a superare il gioco assegnato. Beh, alla fine, se la prova è stata superata, si potrà convertire quel denaro fittizio in reale.
E questo è già un segnale importante, perché dimostra come non tutte le piattaforme operano allo stesso modo: alcune giocano sporco, altre invece sembrano rispettare ciò che promettono. Viceversa – consentite di aggiungere – su STARYES, qualsivoglia problema, occorso durante il gioco, può essere immediatamente chiarito, grazie ad una chat che opera in maniera professionale, valuta le richieste e si attiva immediatamente per dar seguito al problema riscontrato. Un servizio che, in un settore dove l’assistenza è spesso inesistente o maldestra, fa la differenza e testimonia l’attenzione verso il giocatore.
Ma è proprio su questo aspetto, sulla trasparenza e sui controlli, che nasce la mia riflessione più profonda, perché le esperienze che ho raccolto in questi mesi raccontano una storia ben diversa da quella che ci vorrebbero far credere. E, ve lo confesso, c’è qualcosa che più di tutto mi infastidisce, ed è ciò che ho già rappresentato nei miei precedenti post, e che qui riassumo brevemente, perché le voci che mi sono giunte in questi mesi meritano di essere ascoltate e, soprattutto, verificate.
Qualche tempo fa, un lettore abituale del mio blog “Liberi pensieri” mi ha inviato una lunga e articolata mail, corredata da alcuni screenshot presi direttamente dal web, nei quali si legge il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po’ del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando di realizzare un piccolo gruzzoletto. Lui, come tanti altri, per anni ha trascorso il suo tempo online convinto che la legge, quantomeno quella nazionale, fosse dalla sua parte. E invece no.
Quello che ha visto con i suoi occhi è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. Me lo ha detto senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all’operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato è che la maggior parte dei giocatori, lui compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma colpa di un sistema che nessuno vigila davvero.
Buongiorno, oggi mi sento particolarmente infastidito da quanto accade in questa già complicata terra, mi riferisco a quella sensazione di disagio che cresce ogni volta che mi capita di osservare certe dinamiche nella mia Sicilia, una regione che conosco bene, sia nelle sue bellezze e ahimè anche nelle sue contraddizioni!
Ed allora mi chiedevo – e chiedo a ciascuno di voi, miei conterranei – se non sia giunto il momento di smettere di raccontarci la favola che le cose vadano male per una sorta di fatalità o per l’inclemenza del destino.
No, io non posso più accettarlo! Già… dopo aver visto per oltre trent’anni ciò che accade quotidianamente, ho conferma che la realtà sia molto più terrena e purtroppo, ahimè più amara…
Innanzitutto dovrei iniziare parlando della giustizia, la stessa che se soltanto applicasse le regole scritte per come riportate, quelle “nero su bianco”, senza togliere righe, paragrafi, ma soprattutto senza svendersi – per come purtroppo accade con una frequenza che offende l’intelligenza di ogni cittadino onesto – beh… sono certo di poter affermare che il nostro panorama politico, dirigenziale, imprenditoriale, sarebbe certamente diverso da quello presente, e consentitemi… per la maggior parte di noi “irriconoscibile“.
Ed invece, assistiamo quotidianamente a uno spettacolo desolante, dove la legge è diventata un optional e la moralità un lusso che solo pochi possono permettersi.
E così, mentre la polvere si deposita sulle scrivanie dei nostri “pubblici uffici”, ecco emergere figure che non dovrebbero neppure essere contemplate in quel che definiamo “imprenditoria legale“; parliamo di individui che, forti di appoggi politici saldi e di quella manciata di soggetti (pubblici e non solo…) profumatamente pagati per chiudere un occhio, si muovono come padroni assoluti della nostra isola.
Non parlerei di semplice malaffare, qui il salto è qualitativo: siamo di fronte a veri e propri pupari, burattinai che manovrano le fila della politica e dell’economia con una destrezza che farebbe invidia a un artista di strada, se non fosse che il loro teatro è fatto di vite reali, di imprese distrutte e di sogni infranti.
Il loro obiettivo non è competere, ma annientare, creare difficoltà al mercato libero, bloccare le attività di quelle imprese che potrebbero rappresentare una minaccia o, peggio ancora, che si ostinano a giocare secondo le regole civili, per poi prenderne il posto in quei loro appalti o, in molti casi, per gioire della loro chiusura definitiva. È una partita a somma zero, giocata con le carte truccate, dove chi vince è chi ha il miglior avvocato o il politico più compiacente, e non chi produce valore, innovazione, lavoro, investimento, crescita, futuro.
E qui, amici miei, dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e di andare pesanti perché se ne è parlato troppo poco e sempre a bassa voce. Stiamo parlando di quella stessa cultura mafiosa che in due secoli ha dissanguato il nostro territorio, che ha trasformato la Sicilia in un laboratorio di sopraffazione, dove la ricchezza non si crea, ma si estrae con la forza, dove il rispetto non si guadagna… ma si impone!
È un cancro che muta forma ma non sostanza, che oggi si annida negli appalti, nelle forniture, nei trasporti, ed è grazie alle pieghe corrotte di una certa burocrazia, che interviene costantemente per corrompere il sistema dall’interno.
E così quella stessa burocrazia che dovrebbe essere lo scheletro dello Stato, diventa uno strumento di manipolazione: le regole, create per garantire equità, si trasformano in trappole mortali per chi è onesto o quantomeno cerca in tutti i modi di esserlo.
Si alzano barriere all’ingresso con requisiti talmente complessi da scoraggiare anche il più intraprendente dei nuovi imprenditori, si pilotano gli appalti con bandi su misura per pochi eletti, si velocizzano con una rapidità sospetta le pratiche di chi paga, mentre le imprese oneste restano impantanate in un limbo burocratico.
E, come se non bastasse, si scatena un’offensiva di ispezioni e sanzioni mirate, limitazioni strumentali e un uso distorto dei controlli per intimidire, danneggiare e mettere in ginocchio i concorrenti sgraditi, mentre le informazioni privilegiate viaggiano veloci nei salotti giusti, regalando a pochi privilegiati il vantaggio di conoscere i piani urbanistici o normativi prima ancora che diventino pubblici. Le conseguenze di questo marcio sono sotto gli occhi di tutti, ma molti come sempre accade – in questa terra di pupi e omertosi – fanno finta di non vedere.
L’inefficienza dei servizi è la regola, perché senza vera concorrenza non c’è alcun incentivo a migliorare la qualità; già… si può sopravvivere e prosperare anche facendo schifo, purché si abbia il protettore giusto. I costi, poi, lievitano in modo osceno, perché le tangenti vanno pagate e finiscono per essere scaricate sulle spalle dei consumatori finali, quelli che alla fine della filiera non hanno alcuna colpa se non quella di volere un servizio.
E tralasciamo qualsivoglia speranza legata a investitori stranieri, quelli che potrebbero portare aria nuova e capitali freschi. Beh, loro guardano, annusano l’aria e, giustamente, scappano a gambe levate, perché nessuno vuole mettere i propri soldi in un mercato dove le regole del gioco cambiano in base alle amicizie politiche.
E così… l’innovazione, che dovrebbe essere il motore del futuro, si blocca in un ingranaggio arrugginito: qui a vincere non è la migliore società o il prodotto più avanzato, ma l’azienda che ha il rapporto più stretto con il politico di turno, un sistema che premia la mediocrità e punisce la competenza, un cortocircuito che spegne ogni speranza di riscatto e soprattutto annulla ogni “principio di Legalità”.
Ma io – a differenza di molti – non sono qui per piangere, perché rassegnarsi sarebbe l’ultimo atto di resa a questa cultura mafiosa. Esistono le leggi che tutelano da questi abusi, vi sono ancora magistrati che fanno il loro dovere con passione ed è a loro che rivolgerò i miei dubbi su talune vicende. Proverò a evidenziare come talune norme improvvisate, senza alcun rispetto delle attuali normative, vengono portate avanti in quanto terreno di caccia preferito di molti funzionari disonesti, che sfruttano quella loro posizione per determinare offensivi margini di discrezionalità da sfruttare senza scrupoli.
D’altronde ciò che accade ad alcuni, non avviene per analoghe richieste, procedure, etc… effettuate dai loro amici, il tutto ben evidenziato nei dati presentati e verificabile con un qualsivoglia accesso agli atti, per scoprire e rendersi conto del monitoraggio di ogni contratto, di ogni tempo di attesa, di ogni autorizzazione, basta poco per vedere con i propri occhi dove si annidano le storture.
E infine, bisogna effettuare quella rotazione del personale, uno spostamento periodico dei dirigenti nei settori a più alto rischio, per provare a spezzare quei legami che con il tempo diventano troppo stretti, troppo comodi, troppo pericolosi. Ecco, questo è il quadro che vedo, e che nel corso della mia vita non ho potuto fare finta di non vedere.
Certo, la “strada” è in salita, ma dobbiamo smettere di considerarci sudditi e riscoprirci cittadini, esigendo che la legge sia uguale per tutti, a partire da quelli che ci governano e da quelli che fanno affari con le nostre tasche. Perché se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni, è che l’isola non è dei padroni, ma di chi la vive e la ama davvero.
Ah… nel frattempo consiglio a quel qualcuno che pensa ancora di fare il furbo o di potersi comprare chiunque, che forse è meglio che inizi a modificare quel percorso intrapreso: già… prima di farsi realmente male!
Qualche giorno fa ho pubblicato un post sulle banche, e un mio lettore mi ha inviato una riflessione che ho il piacere di condividere con voi.
La sua nota sottolineava un aspetto cruciale e spesso trascurato: profitti elevati per le banche non sono necessariamente un male, ma dovrebbero tradursi in maggiore valore per i clienti, più trasparenza e un trattamento più equo per risparmiatori e investitori. I profitti da soli non bastano, specialmente se i costi di gestione continuano a lievitare, erodendo i rendimenti che i clienti ottengono dai loro investimenti.
Personalmente, è anche per questo che oggi gestisco i miei investimenti in autonomia. L’unico prodotto finanziario che ho ancora in banca è il mio fondo pensione. So che non tutti hanno il tempo o le competenze per farlo, ma dedicare tempo allo studio degli investimenti ha fatto davvero la differenza per me. Spero che la crescente concorrenza delle banche digitali spinga l’intero settore a migliorare, e credo che ne trarremmo tutti vantaggio.
Ed è proprio sui fondi pensione che l’amico Giuseppe mi ha concesso di condividere la sua esperienza, che riporto qui di seguito.
Per vent’anni ho versato contributi al mio fondo pensione senza farmi troppe domande.
All’inizio, 50 euro al mese, poi 100.
Sempre puntualmente con regolarità.
Era il mio primo investimento e non l’ho quasi mai controllato. Non l’ho analizzato, non ho pensato ai costi. Ero convinto di fare la cosa giusta.
E probabilmente era così… fino a quando ho deciso di dare un’occhiata più da vicino. Ed è stato allora che è iniziata la rabbia.
I 3 euro che sparivano ogni mese
Versavo 100 euro al mese. Ma quei 100 euro non venivano investiti per intero. 3 euro sparivano all’istante. Sempre. Automaticamente. Ogni singolo mese.
All’inizio non te ne accorgi. Poi però fai due calcoli: 3 euro su 100 sono il 3%. Subito. Prima ancora che i miei soldi iniziassero a lavorare.
Così ho iniziato a chiedermi: quanto sto pagando davvero?
Scoprire il costo totale
Ho aperto il documento informativo sui costi. Quella parte che quasi nessuno controlla al momento della firma. E ho trovato la risposta: circa il 3% all’anno.
Il 3%. Ogni anno. Per decenni. Non una tantum. Ogni singolo anno.
Fu allora che mi arrabbiai sul serio.
Perché in un investimento a lungo termine, il 3% è una cifra enorme. Rallenta tutto. Mangia i tuoi risparmi per la pensione.
Il confronto che ha cambiato tutto
A quel punto ho fatto una cosa semplice: ho confrontato i costi con quelli di un altro fondo pensione simile.
Stessa categoria, stessa linea di credito, stesso orizzonte temporale.
Costi totali del mio fondo: circa il 3% all’anno.
Costi totali dell’alternativa: circa lo 0,8% all’anno.
L’ho letto due volte. 3% contro 0,8%. Una differenza di oltre 2 punti percentuali ogni anno. Nell’arco di 20 o 30 anni, non è un dettaglio. È una fetta enorme del capitale finale. Già solo questo sarebbe bastato a farmi cambiare idea. Ma ho continuato a indagare.
Ciò che mi ha fatto arrabbiare ancora di più
Ho confrontato anche i rendimenti storici:
Il mio fondo: circa 5,07% annuo negli ultimi 20 anni, 5,95% negli ultimi 10.
L’alternativa: circa 5,90% annuo negli ultimi 20 anni, 6,85% negli ultimi 10.
Costi più elevati e rendimenti inferiori. La peggior combinazione possibile. Non solo pagavo di più, ma ricevevo anche meno.
Fu allora che decisi di cambiare. Dopo vent’anni, ho deciso di trasferire il mio fondo pensione.
Non per inseguire le performance, non per cercare di prevedere il mercato. Per un solo motivo: ridurre i costi. Perché, alla lunga, i costi sono l’unica certezza.
I mercati salgono e scendono, i rendimenti variano, i cicli economici vanno e vengono. Ma quel 3% annuo è sempre lì, puntuale.
La lezione che ho imparato
Iniziare per tempo è importante. Ma controllare i costi lo è altrettanto.
Per vent’anni ho versato con disciplina, senza mai verificare dove andavano realmente i miei soldi. Quando l’ho scoperto, ho deciso di cambiare. Meglio tardi che mai.
Se hai un fondo pensione da anni, controlla i costi totali. Ci vuole meno di un minuto. Potresti scoprire di pagare molto più di quanto pensi.
Non commettere il mio stesso errore.
Disclaimer: Il contenuto di questo articolo si basa esclusivamente sulla mia esperienza personale e sulle mie ricerche. Non deve essere considerato un consiglio finanziario né una raccomandazione ad acquistare, vendere o trasferire alcun prodotto finanziario. Effettuate sempre le vostre ricerche e valutate la vostra situazione finanziaria personale prima di prendere decisioni di investimento.
Sì… è da questo mio titolo che vorrei partire, perché in questi giorni se ne parla, forse persino troppo, ma ditemi: parlare tanto è forse la stessa cosa che conoscere? Oppure quanto di ciò che ascoltiamo non ha nulla di davvero fondato?
E difatti… ne parlano i social, le piazze, i mezzi d’informazione, ma ho come l’impressione che tutto questo rumore assordante finisca alla fine per allontanarci da un ascolto vero, da quella conoscenza autentica e così, mentre il mondo riversa fiumi di parole, di post, di dichiarazioni infiammate, gli ebrei restano per molti versi ancora degli sconosciuti.
Ed allora, nell’iniziare da questa contraddizione, mi sono chiesto: quanto di ciò che ascoltiamo è davvero fondato? Quanto di ciò che sentiamo gridare a gran voce è vero e quanto viceversa è falso? Quanti di coloro che si ergono ora a paladini, conoscono realmente la storia del popolo ebraico, non per averla sentita, ma per averne approfondito l’argomento, attraverso la lettura di testi o anche attraverso immagini e video, a volte – ahimè – disumane e raccapriccianti? Ecco… forse è il momento di fermarci tutti e provare a comprendere.
Della loro storia, nel sentire comune, emerge quasi sempre il lato più doloroso: le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. Sono stati il capro espiatorio per eccellenza, è vero, ma sarebbe riduttivo e ingiusto fermarsi a questa immagine. Perché accanto all’odio, spesso feroce, terribile, vergognoso, vi sono state anche ondate di solidarietà, di vicinanza e aiuto concreto, senza il quale, quel popolo non sarebbe sopravvissuto.
Ed è proprio in questo paradosso che si nasconde la complessità della loro vicenda, una complessità che dovrebbe spingerci a chiederci: qual è, allora, la vera storia, e come mai il pregiudizio contro di loro è un fenomeno così profondamente europeo?
Nel tentativo di rispondere, posso aggiungere che nei miei anni, da semplice autodidatta, mi sono imbattuto nel lavoro di chi ha scelto di ripercorrere le origini di quei luoghi comuni che da secoli avvolgono il popolo ebraico, scavando nelle matrici teologiche e filosofiche di chi li ha generati e alimentati.
Un viaggio affascinante e nello stesso tempo inquietante, che si snoda attraverso i secoli e le diverse aree del continente, e che ci restituisce non solo le sofferenze di un popolo, ma anche le contraddizioni profonde dell’intera civiltà europea. La mia è stata un’indagine rigorosamente laica, fondata solo su argomenti storici e filologici, nulla di personale, nulla che avesse a che fare con simpatie o antipatie verso un popolo, né tantomeno con la politica o con il religioso, in particolare su una delle questioni più drammatiche del nostro passato: la lotta, spesso tragica, che il cristianesimo ha ingaggiato con l’ebraismo per il possesso esclusivo della verità rivelata.
Questa ideologia, fatta di credenze coerenti e raramente messe in discussione, ha rappresentato per secoli il paradigma dei rapporti tra cristiani ed ebrei, dall’antichità fino al Medioevo e all’epoca moderna, e ha trovato una svolta solo nel 1965 con la dichiarazione conciliare “Nostra Aetate“, voluta da Giovanni XXIII.
Ma la riflessione non può fermarsi qui. Ho trovato particolarmente stimolante leggere in questi giorni l’approccio di chi, come padre e figlio in una famiglia dell’alta società europea dei primi anni del Novecento, si fosse interrogato sulle radici più profonde dell’antisemitismo. Parlo di raffinati liberali, scettici, intrisi di pensiero schopenhaueriano e nietzschiano, che vedevano nel monoteismo e nella morale del risentimento gli ostacoli principali a un’autentica tolleranza religiosa.
Quelle loro analisi, basate su fonti cristiane e attente anche al mondo ebraico extra-europeo, mi hanno offerto uno spaccato unico per comprendere come certe idee abbiano potuto attecchire e trasformarsi, fino a generare il mostro dell’antisemitismo nazista. È un monito potente: quello che chiamiamo antisemitismo non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in un terreno culturale e religioso che ne ha favorito la crescita.
Proseguendo nella riflessione, mi sembra ormai chiaro quanto sia riduttivo e fuorviante continuare a separare nettamente l’antigiudaismo religioso dall’antisemitismo razzista come se fossero fenomeni incomparabili. Sono invece due facce della stessa medaglia, accomunate da forti implicazioni politiche e da una medesima funzione: la costruzione dell’identità di un gruppo attraverso la contrapposizione a un altro, percepito come diverso e quindi pericoloso. Questi meccanismi, queste paure, si sono acuiti nei momenti di crisi e di insicurezza sociale, e l’antigiudaismo non solo cristiano, coltivato per secoli sul suolo europeo, si è riversato senza troppi ostacoli nell’antisemitismo moderno. Lo stesso che poi, rivestito di pseudoscientifiche suggestioni biologiche e razziali, ha preparato il terreno per la tragedia indicibile della Shoah.
Certo, non possiamo ignorare quanto sta accadendo in questi anni in Palestina, nella Striscia di Gaza, e da alcuni mesi anche nel Libano. Sono terre che sanguinano, e le immagini che ci arrivano ogni giorno non possono lasciare indifferenti. È inevitabile che tutto questo alimenti una grande ostilità da parte del popolo arabo, che vede in Israele un nemico da combattere. L’ira che in questo momento si respira nel mondo arabo è palpabile, e ha trovato talvolta espressione anche attraverso le parole dell’ex leader supremo e capo religioso dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio di quest’anno in un attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele. Egli, nel corso di questi lunghi anni, non ha mai perso occasione per attizzare il fuoco dell’odio nei confronti di Israele e, di conseguenza, verso quella parte del popolo ebraico che riconosce in Benjamin Netanyahu il proprio leader, sebbene – va detto – come una grossa fetta della popolazione israeliana, abbia preso le distanze dalle sue scelte politiche e soprattutto militari.
Ma è qui che il cortocircuito si fa più drammatico. Dal mondo intero, ora, molti gridano allo scandalo. E lo fanno con una domanda che risuona come un’accusa: “Come possono fare agli altri, uomini, donne e bambini, ciò che loro stessi hanno subito nel corso della storia?“. Una domanda che sembra legittima, eppure nasconde una semplificazione pericolosa, perché riduce una vicenda complessa e dolorosa a un banale gioco di specchi, dove la sofferenza di un popolo verrebbe automaticamente a giustificare o a negare quella dell’altro. Ed ecco che, mentre il dibattito si infiamma e le posizioni si radicalizzano, ovunque volgiamo lo sguardo vediamo riaffiorare quei comportamenti e quelle azioni che ricordano gli anni bui del nazismo e del fascismo, la stessa ombra che – ahimè – oggi torna a farsi minacciosa.
Infatti basta ascoltare i telegiornali per apprendere con sgomento di ebrei uccisi o costretti a lasciare la Francia, oppure che in Germania vi sono zone in cui non sono graditi, che i loro simboli scompaiono in Olanda e Belgio, che bombe molotov vengono lanciate contro le loro scuole in Svezia. È la triste realtà di un odio che è tornato a infuriare, alimentato da nuovi estremismi e da un islamismo militante, ma anche da vecchi pregiudizi mai sopiti.
Di fronte a questo scenario, la domanda che sorge spontanea è: gli ebrei hanno ancora un futuro in questa Europa che tanto deve loro, ma che ahimè è stata anche il teatro del loro sterminio?
Certo, è una domanda che richiede coraggio, e per provare a rispondervi ho cercato attraverso fonti sull’argomento, tutte le voci di quegli storici, scrittori, intellettuali, attivisti, che dalla Francia alla Svezia, passando per l’Olanda e la Germania, hanno raccontato una realtà quotidiana, fatta di insidie e paure.
Una cosa, però, mi appare sempre più chiara: senza gli ebrei – ma lo stesso vale per tutte le comunità attualmente presenti nel nostro vecchio continente, come arabi, cinesi, russi, africani, latini e quanti altri hanno scelto o sono stati costretti a fare dell’Europa la loro casa – beh… senza di loro, questa terra che conosciamo e che portiamo nel cuore non sarà più la stessa. Perché l’Europa non è mai stata un monolito omogeneo, ma un crogiolo di culture, di lingue, di storie che si sono intrecciate e arricchite vicendevolmente nel corso dei secoli.
Per questo, a differenza del motto di “remigrazione” tanto inneggiato in questi giorni da una nuova parte politica del nostro Paese, io ritengo che perdere oggi la loro presenza, il loro pensiero, il loro contributo, significherebbe perdere una parte irrinunciabile della nostra stessa identità. Non si tratta di ideologia, ma di semplice consapevolezza storica: ciò che siamo oggi lo dobbiamo anche a loro, a tutti loro.
E così, mentre il rumore di fondo continua a crescere, forse il compito di noi tutti è proprio questo: tornare ad ascoltare, a far conoscere, a formare i nostri giovani, ma soprattutto a ricordare, sì… prima che sia – nuovamente – troppo tardi.
Concludo con due citazioni celebri che risultano perfette per quanto sta accadendo. La prima è di Johann Wolfgang von Goethe: “Niente è più terribile dell’ignoranza in azione“. La seconda, attribuita al filosofo greco Socrate, ci ricorda che “Esiste un solo bene, la conoscenza; ed un solo male, l’ignoranza“.
Forse, allora, la strada da percorrere è proprio questa: sostituire il rumore con il silenzio che ascolta, e l’ignoranza con la fatica di conoscere…
Alcuni giorni fa avevo pubblicato un commento su una pagina Facebook.
Alcuni amici, che lo avevano letto in diretta, mi hanno poi chiesto, a distanza di qualche giorno, se potessi ripubblicarlo: volevano farlo leggere ai loro familiari, ma non erano riusciti a ritrovarlo.
Devo ammettere che anch’io – pur non essendo un grande maestro dei social – ho provato a cercarlo, senza successo…
Per fortuna, conservavo alcune frasi su Word, così ricostruendone il testo e, come promesso, pubblico stamani quanto avevo scritto, arricchendolo con una foto che ho realizzato (con un po’ di Photoshop) e che, spero, renda l’idea di ciò che vorrei vedere entrando a Castel di Iudica: certo, forse un ingresso un po’ troppo scenografico, circondato da piante colorate, con la scritta già presente “I love Castel di Iudica“, ma anche una strada in perfette condizioni, quasi a voler accogliere chi arriva con un abbraccio visivo.
Buongiorno a tutti,
so di non avere alcun titolo per parlare, visto che non risiedo a Castel di Iudica (anche se da qualche mese l’idea di trasferirmi comincia a farsi strada…). Eppure, questa è una comunità che ho sempre sentito profondamente vicina.
Ed è proprio per questo che ho scelto di tornare a lavorare in questo territorio. Ogni giorno la osservo con attenzione, ascolto le parole dei suoi cittadini, con i quali posso dire di avere un rapporto sincero e costruttivo. Forse potrei azzardare: li conosco quasi tutti, o almeno la maggior parte, e forse vale anche il contrario.
Come dicevo, mi piace dialogare con molti di essi, sia giovani che anziani, sentire le loro storie, a volte anche le loro critiche, ma d’altronde si sa… la cittadina insieme alle sue frazioni, Cinquegrana, Giumarra, Carrubbo e Franchetto, rappresenta una grande famiglia e come accade spesso: “c’è chi la vuole cotta e chi cruda”.
Lo stesso vale per ciò che accade a livello istituzionale, ascolto con attenzione le parole del Sindaco Ruggero Strano nelle sue dirette su Facebook e con lo stesso rispetto, ascolto le voci dell’opposizione rappresentata da Giusy Basilotta, perché di un paese, credo, si debba apprezzare in ogni momento la capacità di confrontarsi, nel segno di un “amore comune” per il proprio territorio.
E infatti, osservando il nome della pagina “RiUniamo Castel di Iudica”, ho fatto attenzione a quel verbo, “UNIRE”, già… che mi ha subito fatto pensare a quanto ho avuto modo di scrivere qualche mese fa, nel mio blog: “I Love Castel di Iudica” – lascio qui il link, per chi volesse leggerlo: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/i-love-castel-di-iudica.html.
In quel post ho raccontato la mia esperienza da pendolare “affezionato”, arrivato qui per lavoro nel 2006 e poi ritornato stabilmente nel 2024 e come riportavo, al di là delle bellezze storiche – del monte Iudica, dei resti greci, del museo “Prospero Grasso” e del Salto della Vecchia – il vero motivo per cui vale la pena venire: è la gente.
Sì… quella stessa gente che, con il suo carattere mite, ti offre un caffè al Bar Centrale o la granita da Paolo, c’è poi chi ti sorprende lasciando gentilmente offerto il pranzo prenotato dal Sig. Caruso o dalla Sig.ra Oriana (Ortofrutta), o anche da Salvo Allegra a Giumarra (Rossotono).
Certo, definirci amici forse sarebbe troppo, ma loro sono sempre presenti, in particolare quando mi chiedono “dove sei stato?” quando non mi vedono per alcuni giorni e tutto questo mi fa sentire a casa.
Ecco che allora, quel senso più profondo della parola “RiUniamo” trova una sua identità: la capacità di unire chi è nato qui, chi ci vive e chi, come me, pur venendo da fuori, ha scelto di esserci ogni giorno. Non per opportunità, ma per autentica stima.
Perché in un mondo che corre, Castel di Iudica conserva il valore raro di una comunità che sa ancora accogliere, che non dimentica le proprie radici contadine e che guarda al futuro senza perdere la propria anima.
Un saluto a tutti, e in particolare a chi amministra e a chi si oppone con lealtà: perché è proprio dal confronto che nasce il vero senso di un paese che si rispetta.
C’è un’ironia sottile, quasi crudele, nel modo in cui i giornali celebrano ogni anno i profitti stratosferici delle banche.
Titoli trionfali, cifre che abbagliano, un coro di approvazione che sembra coinvolgere tutti gli attori in gioco, tranne uno, già… quello che poi, paradossalmente, conta di più!
Gli azionisti si sfregano le mani, il governo e il fisco che provano a mettere le mani su quella torta miliardaria, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alle proteste di quei dipendenti che seppur hanno ottenuto un rinnovo contrattuale, ciò… non basterà però a consolare quanti perderanno il posto tra uscite previste e filiali che chiuderanno.
Sì… una festa insomma, con tanti invitati, ma a tavola mancava il commensale più importante.
Eppure, se si guardano i numeri, la verità è imbarazzante nella sua evidenza. Il margine di interesse dei cinque principali gruppi bancari è schizzato in alto, un balzo del quarantacinque per cento. Trentasette miliardi e mezzo di interessi, pagati per metà da chi ha visto il mutuo diventare improvvisamente insostenibile e per metà da chi, dall’altro lato, ha lasciato la propria liquidità in banca ricevendo in cambio un nulla di fatto che rasenta l’oltraggio.
Una forbice dei tassi che si è divaricata come forse mai nella storia recente, mentre l’intero sistema bancario resisteva con ostinazione a ogni pressione, persino a quella del Governatore di Bankitalia, per alzare almeno parzialmente la remunerazione dei depositi, già… quello zero virgola zero, che se lasciati bloccati, giunge in taluni casi al 3% lordo, una scelta ridicola o quantomeno che fa riflettere.
E poi ci sono le commissioni, l’altra grande voce di ricavo. Quelle per i servizi, per i pagamenti, per la consulenza che solo nel 2023, per la prima volta dopo tanti anni, hanno segnato un calo. Ma è un dato che solleva più domande di quante ne risolva. Perché se il margine d’interesse galoppa mentre le commissioni arretrano, il sospetto che aleggia è che le banche abbiano dedicato più energie a ritoccare i tassi attivi che a migliorare la qualità dei servizi offerti. Più tempo a far cassa che a innovare.
Sì… qualcuno come me, ha avuto il coraggio di scrivere ciò che molti pensano, ma che nessuna dice: “Il rimbalzo dei profitti ha una spiegazione nella forza contrattuale delle banche, che ha consentito di aumentare i tassi attivi molto più di quelli passivi“. In pratica, quando i tassi salgono, i tassi attivi volano immediatamente verso l’alto. Quando scendono, invece, succede il contrario. È sempre stato così, una legge non scritta che favorisce sempre e comunque chi sta dall’altra parte del bancone.
Ma il mondo è fatto anche di piccole contraddizioni. Alcuni imprenditori, magari quelli di maggiori dimensioni, hanno fatto esattamente la stessa cosa: alzare i listini cavalcando l’inflazione e i costi dell’energia. Eppure le microimprese e i privati, il cosiddetto gregge, restano con l’amaro in bocca e l’impressione di essere stati prede facili di un sistema che difficilmente pagherà lo scotto della loro insoddisfazione.
Perché nel rapporto tra banche e clienti c’è uno squilibrio di potere che in qualsiasi altro settore sarebbe segnale di pericolo imminente. Se un’azienda di telefonia o un supermercato perdessero la fiducia dei loro clienti, sarebbero guai seri. Per le banche, no. Hanno una loro bilancia personale, un loro modo di pesare l’importanza della clientela che ammette un margine di tolleranza al malcontento.
Qualcosa, però, sta cambiando. Il popolo silenzioso dei clienti sviluppa ora ostilità verso i costi dei servizi, aumentati non poco, e verso l’opacità di alcune commissioni. Cresce quindi la propensione al cambiamento, sì… in un paese che ha sempre mostrato una vischiosità quasi patologica nell’abbandonare la propria banca.
E poi ci sono le difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese, che si fanno sempre più acute in concomitanza con la riduzione delle garanzie statali. Quelle stesse garanzie concesse con scarsa selettività durante la pandemia e che ora, nella fase del recupero, rivelano tempi ed esiti imprevisti.
Preferisco chiudere con una nota di ottimismo, perché se è vero che come ho letto “le banche non hanno clienti, ma prigionieri“, forse la parte dei maxi profitti che non verrà distribuita sarà finalmente canalizzata verso progetti che mettano il cliente al centro. In questo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare, se usata con intelligenza appunto.
Guardate ad esempio cosa sta succedendo in Gran Bretagna, dove alcune banche digitali come Monzo e Starling hanno letteralmente rivoluzionato il mercato. In pochi anni hanno raggiunto milioni di clienti, sottraendoli alle banche tradizionali in un flusso costante che dimostra una verità semplice: la soddisfazione paga, e chi la ignora finisce per pagare il conto più salato di tutti!
Ultimamente, sfogliando una rivista o ritrovandomi a seguire il ritorno di una qualche inchiesta giudiziaria, mi sorprendo a riflettere su quanto il nostro Paese sia, in fin dei conti, un luogo singolare.
Già… un posto dove le notizie e le rivelazioni, per quanto poderose e fragorose, finiscono sempre – con il passar del tempo – per affievolirsi, ancor prima di giungere a un epilogo definitivo.
Non è certo un fenomeno inedito, intendiamoci… è una dinamica che si ripete con una regolarità quasi matematica, una sorta di legge non scritta che sembra dettare il destino di certe scoperte.
E non si tratta, badate bene, di ciò che affiora in superficie, si… non è la paura dell’autorità politica sterminata, né il timore reverenziale verso un potere economico-finanziario capace di annientare chiunque osi sfidarlo, no, il nodo è assai più sottile e, al tempo stesso più radicato.
È una questione di informazioni, sì, di quelle che certe persone, certi soggetti, custodiscono come se fossero un secondo scheletro nell’armadio. Uno di quegli armadi che, se solo spalancati, non rilascerebbero un po’ di polvere, ma un vero e proprio tsunami capace di travolgere governi, equilibri, alleanze e, soprattutto, tutte quelle facce che sfilano quotidianamente nei palazzi del potere.
Non posso quindi ora non pensare a certe casseforti lasciate appositamente incustodite dalle nostre forse dell’ordine, già… nei bunker di boss mafiosi, che conservano sicuramente accordi, verbali, video di riunioni segrete in cui si è discusso di attentati da compiere ai danni di politici, magistrati e uomini dell’arma…
Poi ci sono quelli che detengono filmati compromettenti, scene hard in cui personaggi noti svendono la propria dignità ed anche chi, di quelle di quelle informazioni, ne ha fatto un vero e proprio business, vendendole o barattandole a seconda delle circostanze, al miglior offerente, magari dopo averle ottenute tramite un paparazzo pagato con cifre irrisorie.
Ma non bisogna dimenticare il rovescio della medaglia, forse il più triste: tutti quei giovani, ragazze e ragazzi, anonimi e sconosciuti, che nel tentativo di emergere, di farsi notare, di ottenere quel famoso “grande salto” nel mondo dello spettacolo, della musica, della televisione o del cinema, finiscono per accettare compromessi moralmente “inaccettabili”.
Si sottomettono a richieste sessuali o economiche pur di compiacere a chi può aprire loro una porta, perché la fame di visibilità, si sa, è spesso più forte della dignità. E così, senza nemmeno rendersene conto, consegnano la propria immagine e la propria intimità nelle mani di chi, un domani, potrebbe usare tutto questo contro di loro.
E poi, come dimenticare tutti quei professionisti del cyberspazio, che grazie a competenze raffinate riescono a intrufolarsi furtivamente in computer, tablet e cellulari di noti personaggi, clonando app o aggirando sistemi, per leggere mail, ascoltare conversazioni, guardare video, e via discorrendo.
Ciò che intendo dire è che una larga fetta di individui in questo Paese vive oggi sotto ricatto e se qualcuno prova a ribellarsi, già… come accade per “Willy il Coyote” nei cartoni della Warner, viene regolarmente schiacciato, fatto esplodere, investito o come nella sua scena più iconica, appiattito da un rullo compressore.
Sì, perché è proprio così che finiscono tutti coloro che osano opporsi a quel giogo sottile e pervasivo, ed allora, pensando ora a questi soggetti, l’immagine che mi viene più spontanea è proprio quella dei cosiddetti “Epstein Files“, quell’archivio di segreti talmente ingombrante da rendere chiunque, in qualsiasi angolo del mondo, un pesce intrappolato in una rete dalle maglie strettissime.
Immaginate ora qualcosa di analogo, ma declinato secondo il nostro costume nazionale. Perché da noi, si sa, la faccenda si complica ulteriormente. Nessuno è veramente pronto ad accogliere quelle informazioni in maniera incondizionata e, particolare non secondario, distaccata…
Proviamo a chiederci il perché. La risposta, temo, sia scomoda ma piuttosto chiara: se quelle carte venissero al pettine, se quelle verità affiorassero senza filtri, senza mediazioni, senza i soliti distinguo all’italiana, molti di quelli che oggi se ne stanno comodi sulle poltrone che contano si ritroverebbero, loro malgrado, impigliati nella stessa rete che credevano di manovrare da dietro le quinte. Il coinvolgimento non sarebbe periferico o marginale, ma diretto, personale, inequivocabile.
Ecco perché le sentenze, da noi, hanno spesso quell’aria ambigua, quel vago sentore di incompiutezza, sì… perché talvolta, le motivazioni, appaiono scritte in un linguaggio cifrato, che non vuole essere decifrato, quasi a proteggere qualcosa che sta al di là della mera verità processuale. Si viene così a creare un meccanismo di difesa corale, una sorta di immunità di fatto che non ha nulla a che vedere con le prerogative costituzionali.
È un patto non detto, una convenienza trasversale che attraversa gli schieramenti, perché chi oggi siede in cattedra a giudicare, potrebbe domani trovarsi dall’altra parte della barricata. Meglio allora che certe domande restino senza risposta, che certe piste restino inesplorate fino in fondo, sì… meglio un’ambiguità rassicurante che una verità dirompente!
E così si spiega, a mio avviso, il fenomeno più italiano tra tutti: quello di un’informazione che, di fronte allo scandalo, finisce per interrogarsi non tanto su ciò che è realmente accaduto, ma su chi abbia avuto l’ardire di raccontarlo. Sì, la prospettiva si capovolge. L’inchiesta diventa essa stessa oggetto di un’altra inchiesta, e il nocciolo della questione, il fatto nudo e crudo, viene smarrito per strada, sommerso da un dibattito che scivola via via verso la decostruzione mediatica, le presunte malafede, le intenzioni occulte.
È un modo elegante, quasi involontario, per non guardare mai in faccia la realtà. È la paura, forse la più grande di tutte, di dover ammettere che le informazioni capaci di far cadere un governo sono le stesse che, in qualche modo, tengono in piedi l’intero sistema.
Un paradosso solo apparente, perché come ripeto spesso, in Italia, si sa, a volte la zavorra più pesante da sollevare non sono i segreti degli altri, ma la propria, inconfessabile, complicità!!!
[Foto: Cristo sulla croce tirato da due orde “cattoliche” che (da ciascun lato) lo strappano dalla loro parte].
E così puntuali ecco che i lefebvriani hanno deciso di far nuovamente centro.
Alcuni giorni fa, precisamente il primo luglio, nella loro roccaforte di Écône, hanno consacrato quattro nuovi vescovi, senza chiedere il permesso al Papa…
Sì… senza nemmeno fingere di ascoltare le ripetute suppliche che arrivavano da Roma, dalla Santa Sede, senza minimamente preoccuparsi di quanto fosse prevedibile – anzi, inevitabile – la risposta che naturalmente non è tardata ad arrivare: la scomunica!
Sì, proprio quella parola che sa di medioevo, di roghi, di crociate, di santa inquisizione, che suona così anacronistica alle nostre orecchie del terzo millennio, eppure, per quanto io possa essere critico verso quei metodi coercitivi, per quanto possa ritenere che la scomunica non sia certamente uno strumento pastorale, ma rappresenti di fatto un’imposizione maldestra, se non apertamente controproducente, devo però fare uno sforzo di onestà intellettuale e ammettere che, forse questa volta, la Chiesa di Roma, Papa Leone XIV, non abbia scelto la via della repressione per istinto autoritario.
L’ha fatto perché non gli era rimasto altro da fare! Perché davanti a un gesto di questa portata, persino il più mite dei papi sarebbe stato costretto a tirare fuori la spada di legno della scomunica, non per cattiveria, ma per quel senso di sopravvivenza istituzionale che lo richiede.
Cerchiamo quindi di capire cosa è successo davvero, perché la cronaca di queste ore è densa di particolari che meritano d’esser letti con attenzione, senza pregiudizi e senza doversi schierare da una parte o dall’altra. Tra l’altro, io – come ormai ben sapete – sono lontano anni luce da loro: le religioni – tutte indistintamente – sono troppo riduttive, oltre che nei secoli dimostratesi fallaci, anche dai propri insegnamenti, nel caso specifico da quelli “ipotetici” espressi dal Cristo…
La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da quell’ostinato arcivescovo francese che fu Marcel Lefebvre, ha compiuto esattamente lo stesso gesto che nel 1988 aveva provocato il primo strappo. Allora, Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi contro la volontà di Giovanni Paolo II, e la scomunica piombò come un fulmine a ciel sereno. Poi, con il tempo, le cose si erano rimesse in moto.
Benedetto XVI, con un gesto di straordinaria magnanimità, nel 2009 aveva revocato quella scomunica, sperando di poter ricucire lo strappo. Papa Francesco, a sua volta, aveva concesso ai sacerdoti lefebvriani la facoltà di confessare validamente e di celebrare matrimoni, un’apertura pastorale enorme, pensata non tanto per compiacere i loro superiori, ma per non abbandonare i fedeli che a loro si rivolgono con sincera devozione.
Eppure, come abbiamo visto in queste ore, tutto ciò non è bastato. I vertici della Fraternità hanno continuato a considerare il Concilio Vaticano II come un’eresia, la Messa riformata come un pericolo per la fede, e il Papa di Roma come un modernista da tenere a debita distanza. Hanno preteso, in sostanza, che fosse la Chiesa intera a fare marcia indietro, a rinnegare cinquant’anni di storia e di magistero, per tornare a una supposta purezza delle origini che forse non è mai esistita se non nella loro testa.
E qui arriva il punto dolente, quello che mi fa dire che, per quanto la scomunica sia uno strumento che trovo grossolano e persino offensivo per la sensibilità contemporanea, chi ha davvero provocato questa rottura sono stati loro, per l’appunto i lefebvriani, con la loro testardaggine (e di questo ammetto che sto ancora godendo…), perché dalla Santa Sede, nelle settimane precedenti al primo luglio, si era provato di tutto per evitare il baratro.
Lo stesso Leone XIV aveva, attraverso il cardinale Fernández, proposto un dialogo teologico vero, serio, con una metodologia precisa, offrendo una soluzione canonica che avrebbe dato alla Fraternità uno spazio legittimo all’interno della Chiesa, con un’unica condizione: sospendere le ordinazioni! No… non siamo al bar, si tratta di una richiesta che non chiede di rinnegare le proprie idee, ma solo di non compiere un’azione che di fatto verrebbe vista come un atto di rottura.
Ebbene, i lefebvriani hanno risposto “fanc….” o qualcosa del genere… Hanno risposto che non intravedevano la possibilità di un dialogo, che la “chiarezza dottrinale” non c’era, e hanno proseguito per la loro strada come se nulla fosse. Hanno aggiunto che avrebbero aspettato “un momento più propizio al ritorno di Roma alla tradizione“, come se fossero loro gli unici depositari della vera fede e il Papa un apostata da convertire.
Ora, immaginate cosa starà accadendo all’interno del Vaticano: non vorrei essere nei panni del Pontefice. Riceve improvvisamente una lettera in cui gli dicono che aspetteranno che è tempo di ritornare sulla retta via, e nel frattempo, gli comunicano che stanno procedendo a nominare dei nuovi vescovi, senza il suo consenso, spaccando in due così la Chiesa. Ed allora cosa può fare il Papa? Stringerli in un abbraccio fraterno e sperare che cambino idea? Li hanno già stretti, per anni, e loro hanno sempre risposto con un rifiuto. Certo… può far finta di niente, lasciare che consacrino i vescovi a loro piacimento, creando così di fatto una Chiesa parallela che però riconosce il Papa solo quando dice ciò che piace a loro! No… non può essere: sarebbe la fine di ogni autorità, di ogni unità, di ogni senso stesso del termine “cattolicità”.
Allora, per quanto mi stia antipatica la parola “scomunica“, per quanto la trovi arcaica e brutale, devo riconoscere che in questo caso non può essere visto come un gesto di prepotenza, ma come un atto di dolorosa necessità. Sì… diciamo che non è la Santa Inquisizione che risorge dalle sue ceneri, ma è un padre che, dopo aver supplicato a lungo il figlio di non andarsene, alla fine lo vede varcare la soglia e si limita a prenderne atto, con il cuore pesante.
Ma c’è un secondo aspetto che rende questa vicenda ancora più paradossale, ed è il fatto che la scomunica, per quanto severa, non è nemmeno la notizia peggiore per i fedeli che seguono la Fraternità. La Santa Sede ha infatti specificato che, d’ora in poi, le confessioni ascoltate dai sacerdoti lefebvriani sono invalide, e così pure i matrimoni celebrati da loro. Questo significa che chi si rivolge a loro per ricevere l’assoluzione, in realtà non viene perdonato, e chi si sposa con loro, per la Chiesa non è veramente sposato. È una conseguenza pratica devastante, che colpisce direttamente la vita spirituale di migliaia di persone che probabilmente non hanno alcuna colpa di questa ennesima rottura, se non quella di essersi fidate dei loro pastori. Persone che magari vanno a messa con sincera devozione, che recitano il rosario e cercano il Cristo con umiltà, e che ora si ritrovano sospesi in un limbo giuridico e spirituale che non hanno scelto.
Eppure, con altrettanta franchezza, sono a criticare fortemente l’alternativa offerta oggi dai lefebvriani! Non mi riferisco al ritorno prima del 1950, come se il Concilio Vaticano II non fosse mai esistito, come se la storia della Chiesa si fosse fermata alla morte di Pio XII. Nel 2026, questo mi sembra un atteggiamento non solo anacronistico, ma persino più dannoso di quello che la stessa Chiesa cattolica sta tentando di compiere con il suo sinodo e con le sue aperture.
Perché la Chiesa, per quanto io possa criticarne i metodi, le scelte e soprattutto molti di quei togati per quelle loro azioni e soprattutto per i comportamenti commessi in maniera vergognosa, sta almeno provando a camminare verso il futuro, a dialogare con il mondo, a cercare un linguaggio che parli a tutti, non solo alle donne e agli uomini, ma anche a tutte quelle comunità che sono presenti e che si riconoscono in una situazione diversa dall’eterosessualità e non solo.
I lefebvriani, invece, vogliono chiudersi in una fortezza, alzare i ponti levatoi e far finta che il mondo esterno non esista e questo, in un’epoca come la nostra, segnata dalla complessità e dalla fragilità, è una tentazione comprensibile, ma anche profondamente sbagliata. La fede non si difende con le mura, ma con il coraggio di mettersi in cammino.
Così, mentre Roma tira un sospiro di sollievo misto a dolore, e mentre le scomuniche volano come colpi di spada in un duello d’altri tempi, io resto qui a chiedermi se tutto questo poteva essere evitato. Forse sì, se da entrambe le parti ci fosse stato meno orgoglio e più ascolto. Ma ormai il dado è tratto. I lefebvriani hanno scelto la loro strada, e la Santa Sede ha scelto la sua. E noi, che osserviamo da spettatori non sempre imparziali, non possiamo fare a meno di notare che, questa volta, la scomunica non è stata un atto di forza, ma un atto di resa. La resa di un Papa che, dopo aver teso la mano per anni, si è visto schiudere la porta in faccia e ha dovuto, suo malgrado, prenderne atto. Se ci sia stato un vincitore o un vinto in questa storia, non lo so.
So soltanto che il corpo di Cristo, come l’immagine di sopra, per l’ennesima volta, è stato lacerato da uno strappo. E che, in questo gioco nel tirare la corda, in queste manifestazioni di orge di potere, a rimetterci sono sempre gli ultimi, quelli che pregano in silenzio e chiedono solo di poter amare Cristo secondo la loro coscienza.
La verità?Quanto sta accadendo è da inquadrarsi come una disputa di potere: ciascuno cerca di tenersi stretti quei 600.000 fedeli che comprenderete costituiscono, sul miliardo e mezzo di cattolici, un numero impressionante, non solo d’individui, ma soprattutto di finanze che improvvisamente potrebbero sparire o essere quantomeno trasferite dalle mani e soprattutto dalle casse del Vaticano!
Continuando con quanto anticipato ieri: Chi c’è veramente dietro tutto questo?E chi ci guadagna davvero? Provo ora a rispondere, perché le risposte, per quanto scomode, vanno sempre ricercate.
So che è arrivata la nuova concessione del gioco online, quella che chiamano GAD. Hanno messo limiti di deposito, autoesclusioni, monitoraggio dei comportamenti, messaggi di avviso.
Sì… tutta roba bella, ma solo sulla carta. A cosa servono i limiti di deposito se la casa trattiene non il dieci, ma il venti per cento? Il problema non è quanto deposito, ma quanto sono certo di perdere ogni volta che gioco. E se nessuno controlla che il margine reale resti entro il dieci per cento, allora bisogna ammettere che tutte quelle tutele diventano una facciata. Un modo per far sentire il giocatore protetto, mentre in realtà resta in mutande come prima!
E c’è un altro tassello che un mio lettore ha voluto aggiungere, e che io trovo particolarmente significativo. Mi ha inviato alcuni nomi di società presenti nei siti web, e ha verificato come tra esse, alcune abbiano ancora oggi sede legale in noti paradisi fiscali. Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini, Macao, Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi, Vanuatu.
Un elenco che è già di per sé un programma. Perché una società seria, trasparente, che rispetta le regole, dovrebbe avere sede in un paradiso fiscale? La risposta è sotto gli occhi di tutti: per pagare meno tasse, per sottrarsi ai controlli, per tenere i veri profitti lontani dallo sguardo indiscreto dei regolatori. E lo Stato italiano, già… il nostro attuale Governo (ma quanto dico vale anche per tutti quelli che ahimè l’hanno altrettanto vergognosamente preceduti) che da un lato dice di voler contrastare il gioco illegale, dall’altro permette che queste società operino tranquillamente sul nostro territorio, intascando la sua percentuale e chiudendo un occhio sul resto.
A questo punto, la verità mi sembra amara e ineludibile: tutto il sistema è una barzelletta, una grande macchina costruita per foraggiare non solo le case da gioco, ma anche chi utilizza queste piattaforme per riciclare denaro sporco.E lo Stato?Beh, lo Stato è colluso, o quanto meno compiacente!
Si accontenta di prendere una percentuale sul gioco, credo intorno al 20%, lasciando la fetta più grossa a società spesso estere, che molto convenientemente hanno sede in qualche paradiso fiscale, dove le tasse non si pagano o si pagano pochissimo. Così, mentre si discute di legalità e di responsabilità sociale, i veri affari si fanno altrove, lontano dagli occhi e dai controlli.
Io, per fortuna, posso parlare ora con esperienza diretta, parliamo di importi certamente limitati, già… le mie perdite al gioco online si possono riassumere in poche centinaia di euro, certamente pochissimo rispetto a ciò che accade quotidianamente, dove i giocatori perdono tutto, anche la dignità.
Il punto infatti è che se anche io, che ho giocato poco e con cifre modeste, ho potuto constatare di persona lo scollamento tra teoria e pratica, figuriamoci cosa provano tutti quei giocatori che ogni giorno ci lasciano cifre consistenti.
Per questo ho sentito il dovere di raccogliere le testimonianze di chi ha avuto esperienze amare come quelle dei miei miei lettori, e con il loro consenso, farle conoscere pubblicamente. Perché solo pubblicando ciò che realmente accade, si può cominciare a chiedere che qualcosa cambi o fare in modo che molti di essi prendano coscienza di quanto stanno realmente vivendo.
Ed è il motivo per cui continuerò a denunciare questo ambiguo sistema, fino a prova contraria, d’altrode ditemi: se davvero si volesse proteggere il giocatore, non si comincerebbe dal dare gli strumenti per capire, per vedere, per scegliere consapevolmente?
Ma forse, anzi sicuramente , una scelta consapevole è proprio ciò che questo sistema non può permettersi!
Movimentare non è vincere: già… quanto accade quotidianamente rappresenta il più grande inganno dell’RTP teorico.
Mi sono sempre chiesto perché, se l’obiettivo dichiarato è tutelare i giocatori e contrastare la dipendenza, non esista un albo pubblico, una classifica chiara e accessibile a tutti che metta nero su bianco l’RTP effettivo dei vari operatori.
Non sarebbe la prima mossa per garantire trasparenza? E invece no, e il sospetto che mi porto dentro è che questa trasparenza non convenga a nessuno, o meglio, non convenga a chi davvero conta in questo sistema.
Prendiamo l’ADM, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. È lei che certifica che i giochi rispettano l’RTP minimo di legge, quel famoso 90% per le slot. Ma di fatto non pubblica classifiche comparative tra i diversi operatori. E perché mai, se non perché da un lato lo Stato si erge a paladino della lotta al gioco patologico, mentre dall’altro sa benissimo di incassare milioni e milioni di euro ogni anno?
È un conflitto d’interessi gigantesco, eppure nessuno lo chiama col suo nome. Se rendessi pubblici i dati reali, magari emergerebbero discrepanze imbarazzanti, e il flusso d’oro che alimenta le casse pubbliche potrebbe subire un contraccolpo. Meglio tenere tutto nebuloso, allora…
E non è che i cosiddetti certificatori indipendenti se la passino meglio. GLI, BMM Testlabs e gli altri fanno i test sui singoli giochi, ma i loro rapporti sono rigorosamente riservati, consegnati ai committenti, che guarda caso sono gli stessi fornitori di software sui quali tutti giocano.
Ma siamo seri: come si fa a parlare di indipendenza quando chi paga è anche chi viene controllato? Nessuno di loro verrà mai a svelare ciò che realmente accade dietro le quinte, perché il conflitto di interessi è talmente evidente che basterebbe un barlume di onestà intellettuale per smascherarlo. Ma evidentemente l’onestà non è di moda, in questo settore.
Poi certo, le case da gioco sono furbe, e bisogna riconoscere che hanno imparato benissimo a giocare sulle parole. Ogni mese pubblicano i famosi report di payout, come richiesto dall’ADM, e qualcuno potrebbe anche sentirsi rassicurato. Ma è proprio qui che sta il trucco più sottile. Quei report non parlano dell’RTP effettivo che un giocatore sperimenta mentre è seduto davanti allo schermo, ma di un RTP teorico, calcolato su milioni di partite simulate. Nella pratica, per un singolo giocatore, quei numeri non contano nulla.
Ti faccio un esempio concreto, perché è solo così che si capisce. Immagina di entrare con cinquanta euro, giocare per un’ora, movimentare cinquecento euro e alla fine ritrovarti con zero. Il sistema dirà che l’RTP è stato rispettato, perché su quel volume di gioco la percentuale teorica è stata applicata, ma tu hai perso tutto. Eppure, nei calcoli ufficiali, risulterà che quel sistema ha restituito realmente al gioco una certa percentuale, la stessa che hai “movimentato”, ma che purtroppo non hai vinto. È una differenza sottile, ma devastante. È come se ti dicessero che hai corso una maratona quando in realtà sei solo salito e sceso dallo stesso tapis roulant per un’ora.
E proprio su questo punto, devo fare una confessione. In questi mesi, dopo aver ricevuto parecchie mail sull’argomento, ho deciso di verificare di persona quanto mi veniva raccontato. Mi sono registrato su più siti di gioco online, ho testato diverse piattaforme, ho osservato cosa accade durante il gioco – ovviamente giocando pochi euro – ma posso confermare che quanto ho riportato finora corrisponde alla realtà dei fatti. Non è teoria, non è un sospetto: è esperienza diretta! E l’esperienza mi ha mostrato che il divario tra ciò che viene promesso e ciò che realmente accade è abissale.
Del resto, non sono il solo ad averlo notato. Qualche giorno fa, ho ricevuto una lunga e articolata mail da un lettore abituale del mio blog “Liberi pensieri“, il quale mi ha raccontato la sua storia, una storia che purtroppo conosco bene perché l’ho vista ripetersi decine di volte.
Lui, come tanti altri, per anni ha trascorso il suo tempo online convinto che la legge, quantomeno quella nazionale, fosse dalla sua parte. E invece no. Quello che ha visto con i suoi occhi è che queste case di gioco online non vengono controllate dai nostri apparati statali in modo efficace. Me lo ha detto senza giri di parole: la percentuale che dovrebbe restare allo Stato e all’operatore, quella famosa soglia massima del dieci per cento, viene abitualmente superata di gran lunga. Il risultato è che la maggior parte dei giocatori, lui compreso, si ritrova in mutande. E non è sfortuna, ma colpa di un sistema che nessuno vigila davvero.
Lo so che sulla carta le cose sembrano diverse. La legge italiana stabilisce che sulle slot machine online il ritorno per il giocatore non può essere inferiore al novanta per cento. Un dieci per cento massimo, quindi, tra casa da gioco e fisco. Per le scommesse sportive si parla di payout tra novanta e novantacinque, con un margine per il concessionario che oscilla tra il cinque e il dieci. Sembrerebbe persino generoso, no? Eppure, nella pratica, quando cominci a giocare e vedi il conto che si assottiglia in poche mani, quando le vincite possibili diventano un miraggio, allora capisci che quel dieci per cento è stato ampiamente superato. Magari è diventato venti, forse trenta. Ma chi lo controlla? Chi controlla davvero, giorno dopo giorno, partita dopo partita?La risposta, purtroppo, è nessuno!
La normativa dice anche che ogni gioco deve avere un RTP certificato da laboratori accreditati, che il generatore di numeri casuali deve rispettare i limiti di legge. Ma quella certificazione, come mi ha giustamente fatto notare il mio lettore, è un’istantanea. È come fare il tagliando a una macchina e poi lasciarla correre per due anni senza mai più guardare il motore. Nel frattempo, l’operatore può tranquillamente spingere il margine reale ben oltre quello dichiarato, tanto nessuno controllerà mai ogni singola sessione di gioco. E i giocatori restano lì, a chiedersi perché la fortuna non arriva mai.
Il mio lettore mi ha anche inviato alcuni screenshot, presi direttamente dal web, nei quali si legge il disagio di chi ha cercato semplicemente di trascorrere un po’ del proprio tempo in maniera spensierata, pur sperando di realizzare un piccolo gruzzoletto. Forum, testimonianze, confronti tra payout teorici e perdite reali. Numeri che fanno rabbrividire. E non parlo di complotti, parlo di un buco nero nella vigilanza. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fa quello che può, la Guardia di Finanza ha risorse limitate e le piattaforme sono tante, troppe. Il risultato è che l’unico controllo vero è l’autodichiarazione degli operatori. Una cosa assurda, se ci pensa.
E mentre il sistema normativo arranca e i controlli latitano, c’è un altro fenomeno che contribuisce ad alimentare questo gigantesco inganno, e che merita di essere raccontato. Parlo di tutti quei soggetti che, sui social network, promuovono quotidianamente i giochi delle case da gioco, mostrandosi in diretta mentre vincono cifre che per la maggior parte delle persone rappresentano un sogno, talvolta persino una salvezza. Migliaia e migliaia di euro che appaiono sullo schermo come per magia, con un click, con un colpo di fortuna che sembra essere alla portata di chiunque. Ma guardandoli bene, questi sedicenti fenomeni della fortuna, cosa mostrano realmente? Nulla più che un’illusione ben confezionata. Perché è evidente, a chiunque abbia un minimo di senso critico, che la loro presunta bravura non c’entra proprio nulla. A vederli, con quelle facce ebete e quelle esclamazioni artefatte, sembrano semmai dei veri e propri poveri disgraziati, capaci solo di gridare al miracolo ogni volta che il software decide di regalargli una combinazione vincente!
Eppure, migliaia di spettatori li guardano, li ascoltano, e si illudono. Non sanno, o forse non vogliono sapere, che quelle dirette sono accuratamente costruite, sovvenzionate dalle stesse case da gioco che li pagano profumatamente per attrarre nuovi giocatori. È marketing, puro marketing, travestito da spontaneità. E funziona, eccome se funziona, perché la speranza è un sentimento potente, e chi è disperato o solo ingenuo ci casca in pieno.
Il risultato? Una valanga di nuovi iscritti che si riversano sulle piattaforme convinti che quella fortuna possa essere anche la loro, senza sapere che le probabilità sono truccate a monte, e che quei mille o duemila euro vinti in diretta sono solo l’esca per far abboccare il pesce più grosso: la loro voglia di riscatto, la loro fragilità, i loro risparmi. E allora, davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi: ma chi c’è veramente dietro tutto questo? E chi ci guadagna davvero?
Ogni tanto, leggendo certe decisioni che arrivano da chi dovrebbe avere una visione più lucida del paese, mi viene da chiedermi se viviamo davvero nella stessa Italia.
Prendiamo ad esempio la delibera dell’11 giugno del CSM, quella che individua undici procure distrettuali in aree ad alta densità mafiosa.
Un elenco che, guarda caso, quasi per intero si ferma al Sud, con la sola eccezione di Roma a fare da timido contrappunto.
Già… un provvedimento che, sulla carta, suona come un atto di attenzione istituzionale, ma che nella sostanza rischia di consegnarci un messaggio vecchio di decenni: quello che la ‘ndrangheta, la camorra e la mafia siano un problema altrui, relegato a latitudini lontane, buono solo per i telegiornali estivi.
Il problema, però, è che la realtà, quella quotidiana, non si dimostra affatto così. Perché se ci fermiamo a guardare i Tg, i dati pubblicati, le inchieste giudiziarie, i processi che hanno segnato questi ultimi vent’anni, il racconto che emerge è diametralmente opposto!
Le organizzazioni criminali, ormai, hanno smesso di fare i “cumpari” del paese, sì… sono diventate holding finanziarie senza volto, capaci di insinuarsi nei tessuti economici più produttivi, di comprare quote di mercati legali, di infettare il sistema degli appalti e dei servizi e lo fanno da Palermo a Ferrara, da Reggio Calabria a Milano, da Catania a Trieste, con una disinvoltura che lascia alquanto sgomenti.
Basti pensare a certi processi che hanno visto l’associazione “Libera” costituirsi parte civile, come il famoso Idra a Milano, o ai numerosi procedimenti che hanno solcato i tribunali del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Sono solo la punta di un iceberg enorme, la testimonianza di un fenomeno che ha mutato pelle e che oggi si intreccia con le corruttele più sofisticate, con il riciclaggio internazionale, con il controllo silenzioso dei flussi finanziari.
Ecco, è proprio qui che il ragionamento del CSM si incrina, perché continuare a pensare alla mafia come a un problema meridionale significa non voler vedere dove oggi si annidano i suoi interessi più grandi. E quali sono questi interessi? Il business, il grande business. Quello che non conosce confini geografici.
Seguiamo il denaro, e scopriremo che i miliardi generati dal traffico di droga non si fermano mica al Rubicone, ma sono alimentati da economie sotterranee svolte nelle stazioni di Torino, Milano, Bologna, Firenze e nei porti di Genova, Ravenna, Trieste. Così come i giri della prostituzione, che in certe periferie del Nord hanno numeri da capogiro, o il gioco d’azzardo, che miete vittime e sposta valanghe di denaro sporco in ogni regione. E che dire della merce contraffatta? Quella non è più il souvenir del mercato rionale, ma un’industria parallela che soffoca il commercio nelle città del Centro e del Nord, quotidianamente, sotto gli occhi di tutti.
E allora, mi chiedo: ma dove vivono quelli che al CSM prendono queste decisioni? Perché io credo che solo chi ha camminato per certe strade, chi ha visto con i propri occhi lo stillicidio di attività illecite che si consumano nei quartieri delle nostre metropoli del Nord, può davvero capire quanto questa visione sia, per usare un eufemismo, semplicemente sbagliata.
Vi assicuro che non si tratta di una questione di campanilismo, è una questione di onestà intellettuale e soprattutto morale. Riconoscere le mafie solo dove fanno più rumore, solo dove usano le armi da fuoco, significa non accorgersi di dove sono più radicate e producono danni ben più profondi: quelli che divorano il tessuto economico sano, che avvelenano la concorrenza, che rendono opaco ogni investimento.
D’altronde proprio in questi giorni, a smentire quanto redatto dal CSM, sono state organizzate delle iniziative pubbliche proprio nelle principali città del Centro e del Nord. Non per fare coreografia, ma per urlare una verità scomoda: le mafie sono qui, sono tra noi, e hanno scelto proprio i territori più ricchi e dinamici per insediarsi stabilmente, perché è lì che il denaro scorre più veloce e si confonde meglio.
Si tratta di una battaglia culturale prima ancora che giudiziaria, quella di imparare a leggere le trasformazioni della criminalità, perché se continuiamo a raccontarci che è un fenomeno diverso, allora saremo sempre un passo indietro, pronti a subire i colpi senza mai vedere chi li sta sferrando.
E questo, cari signori del CSM, non è solo un errore di valutazione, è una vera e propria bugia!
È l’immagine del cavalcavia all’uscita di Gravina di Catania, dove i murales restituiscono volti e storie che non dovremmo mai dimenticare: Alfredo Agosta, Salvatore Bologna, Giovanni Bellissima.
Uomini che hanno indossato una divisa e che, per quella divisa e per ciò che rappresentava, hanno pagato il prezzo più alto.
Accanto a loro, un libro aperto su cui campeggiano le parole “giustizia” e “legge“. Ma ciò che mi ha colpito guardando quella parete dipinta, è la figura di un adolescente che li osserva. Il suo sguardo non è distratto, né frettoloso, già… sembra quasi cercare qualcosa: forse un insegnamento, forse un esempio, forse quei princìpi di legalità che quegli uomini hanno incarnato fino all’ultimo respiro, e che oggi, in un mondo che corre troppo veloce, rischiamo di perdere di vista.
Ecco, partendo da questa immagine, non posso fare a meno di ritornare con la mente a un vecchio ragionamento che avevo affidato a questo blog, un ragionamento che nasceva da una definizione asettica, quasi burocratica: quella di “vittima della mafia” che si trova su Wikipedia.
Una definizione che, con la sua freddezza, escludeva di fatto tutti coloro che, in qualche modo, avevano scelto o subito un compromesso con il sistema criminale. Ma è proprio lì che il discorso si fa spinoso, perché esiste un abisso tra chi subisce la violenza della mafia e chi, invece, decide di andarle a braccetto, magari giustificandosi con la crisi, con la disperazione, con la necessità di salvare l’azienda o il posto di lavoro.
Quanti imprenditori, quanti cittadini, si sono nascosti dietro queste scuse? Quanti hanno finora preferito il “sistema” allo Stato, perché con il sistema “si mangia”, mentre con lo Stato, almeno a parole, si rischia di morir di fame? La crisi è stata ed è il terreno fertile su cui la mafia ha gettato i suoi semi, e noi, siciliani, lo sappiamo fin troppo bene. La disoccupazione genera disperazione, e la disperazione, talvolta, genera complicità.
Allora mi sono chiesto, e lo chiedo ancora oggi: dove collochiamo tutti quei soggetti che, nel pubblico e nel privato, si sono trovati, magari senza volerlo, a dover assecondare le richieste dell’imprenditore di un’azienda collusa? Che hanno accettato, magari per paura o, diciamolo pure, per necessità, di essere ingranaggi di un sistema più grande? Ditemi… sono vittime o sono complici? Hanno forse salvaguardato il loro posto di lavoro o forse hanno ricevuto del denaro sottobanco, oppure hanno sperato in un favore per un proprio familiare o per ricevere un sostegno alla propria carriera professionale. Sì… ma a quale prezzo?
È facile, troppo facile, parlare di “vittime della mafia” quando si conosce quel sistema solo per sentito dire, per sceneggiati televisivi o per articoli letti distrattamente sul web. Tutti si improvvisano divulgatori, ma pochi hanno il coraggio di denunciare, di opporsi, di metterci la faccia. Soltanto in pochi hanno dato segno di essere davvero contrari e, soprattutto, non compromessi. Eppure sono in molti a ergersi a giudici, a paladini di una giustizia che – posso affermare con assoluta certezza – non hanno mai praticato.
Ma allora, come chiamiamo coloro che invece hanno scelto l’altra strada? Quelli che hanno detto no, che non hanno partecipato, che non hanno tratto vantaggi, che non si sono mai piegati al sistema clientelare? Quelli che viceversa hanno denunciato, che hanno fatto il loro dovere fino in fondo, sacrificando, a volte, persino la propria vita? Ecco, consentitemi di dire: sono queste le vere vittime.
Non solo per lo Stato, ma soprattutto per l’opinione pubblica. Sono loro, e soltanto loro, che meritano quel titolo. Per tutti gli altri, per favore, troviamo ad essi un altro nome, io ne avrei uno in dialetto siciliano: “Pisciabrodi“!
E in questo flusso di pensieri, il mio cuore e la mia mente tornano sempre a lui, ad Alfredo Agosta, a quel 18 marzo del 1982 quando veniva ucciso barbaramente. La sua storia, come quella di Bologna e di Bellissima, rappresentano una testimonianza irrinunciabile di impegno civile e deontologico. Come ripeto spesso non dovremmo aver bisogno di “Giornate della Memoria” per ricordarli: dovremmo portarli con noi ogni giorno, in ogni nostra azione.
Loro, in un periodo storico violentissimo, non hanno cercato la gloria. Hanno semplicemente fatto il loro dovere, e lo hanno fatto andando oltre, vedendo ciò che altri non volevano vedere, collegando fatti a nomi in un’epoca di omertà e di silenzio. Hanno fatto della loro professione una missione, animati da una passione civile e sociale che oggi fatichiamo a trasmettere ai nostri ragazzi, troppo presi da modelli vuoti e insignificanti.
Proprio per questo, sono onorato di far parte dell’Associazione a lui intitolata, e di aver avuto il privilegio di condividere alcune inchieste con i suoi figli. Condivido pienamente le parole di Giuseppe Agosta, quando afferma che celebrare la ricorrenza è un impegno che va oltre l’ambito personale, e che l’insegnamento del padre è stato quello di stare in questa terra con lealtà.
Un insegnamento che ho fatto mio e che cerco di trasmettere, ogni giorno, a chi mi sta accanto e che ritrovo, vivido, nelle iniziative dell’Associazione, momenti in cui la memoria si fa azione, in cui i giovani vengono messi di fronte a scelte decisive, perché il futuro è nelle loro mani, e sta a loro capire che non si può essere onesti verso gli altri, se prima non lo si è con se stessi.
Rivedo, in quell’adolescente del murales, il simbolo di una speranza. Lui guarda quei carabinieri, quei libri, quelle parole e forse, senza saperlo, sta già compiendo quella scelta che Giuseppe Agosta e tanti altri indicano come l’unica possibile: quella di decidere da che parte stare.
Perché la vita – prima o poi – metterà davanti quei giovani a pressioni, a difficoltà, a momenti in cui sarà più facile piegarsi. Ma come mi disse, quand’ero bambino, un uomo che posò la mano sul mio capo: “Non importa quanto sarai buono o monello, l’importante è che tu sia sempre onesto“.
Era Aldo Moro. E quelle parole, oggi più che mai, risuonano come un’eredità preziosa. Perché l’onestà, la coerenza, la scelta della legalità, non sono concetti astratti. Sono l’unica musica che può accompagnarci attraverso la vita, rendendola degna di essere vissuta, e degna di essere ricordata.
Come loro, Alfredo, Salvatore e Giovanni, ci hanno insegnato…
Buongiorno, provo stamani a dare senso agli accadimenti di una terra piegata ma resistente, senza mai perdere di vista lo sguardo umano che li abita.
Stamani mi trovo a scrivere sollevato da una piccola speranza, perché la notizia che arriva da Washington è di quelle che meritano una sosta, un respiro, una rielaborazione profonda.
Già… perché quando si parla del Libano, si parla di uno dei luoghi più incantevoli del Mediterraneo, di quella Beirut che per decenni abbiamo amato chiamare la “Parigi d’Oriente”, culla di culture, crocevia di civiltà, poesia scolpita nel cemento e nel mare.
Eppure, oggi, quella stessa città, quel paese intero, si trova a piangere sotto il peso di una guerra che non ha scelto, ma che è stata scatenata da un gruppo militare che da sempre rifiuta di percorrere la via del dialogo pacifico con Israele. Missili lanciati senza un vero progetto se non quello della provocazione, e poi la risposta, inevitabile, dura, spietata: l’esercito israeliano che varca il confine, che penetra nel sud del Paese, che impone una presenza militare che, a mio avviso, non dovrebbe esserci, ma che paradossalmente è diventata realtà proprio a causa di quelle violenze iniziali. E così, il Libano si ritrova sconvolto, la sua comunità lacerata, la sua terra martoriata da un conflitto che sembra non avere fine, e che invece, forse, oggi potrebbe iniziare a vedere una luce.
Perché stamani, finalmente, il governo in carica libanese sembra aver raggiunto un accordo con Israele. Un accordo quadro, certo, non definitivo, ma pur sempre un passo. È stato firmato a Washington, al quinto round di negoziati, dopo cinque giorni di colloqui serrati che hanno visto seduti allo stesso tavolo uomini che fino a ieri si parlavano solo attraverso i cannoni.
Eppure, mentre ascolto le dichiarazioni di Netanyahu, che parla di un “duro colpo all’Iran” e rivendica la permanenza di Israele nella zona di sicurezza nel Libano meridionale, non posso fare a meno di avvertire un senso di amarezza, perché se è vero che i negoziati hanno dato i loro frutti, è altrettanto vero che restano punti oscuri, nodi irrisolti, come il disarmo di Hezbollah e il ritiro completo delle forze dell’Idf dal sud del Paese.
L’intesa, secondo quanto riporta la televisione pubblica israeliana Kan, prevede che le truppe israeliane si ritirino all’interno della zona di sicurezza, ma non lasceranno il territorio libanese in questa fase. Un parziale arretramento, insomma, che permetterà ai residenti di tornare nelle loro case in due aree pilota, una a nord del fiume Litani e l’altra a sud, ma che lascia ancora aperta la ferita dell’occupazione militare.
E poi c’è la gestione dei tunnel di Hezbollah, il contrasto al rafforzamento dell’organizzazione filoiraniana, l’avvio di negoziati sul confine terrestre: tutti temi cruciali, ma che richiedono tempo, volontà e, soprattutto, la supervisione americana. Perché il successo di questa iniziativa, come ha sottolineato lo stesso Netanyahu, dipenderà dalla forte volontà e dal coinvolgimento degli Stati Uniti, che dovranno addestrare l’esercito libanese prima che il progetto pilota possa davvero partire. Una condizione che, a mio parere, rivela quanto sia fragile e condizionata questa pace, quanto sia appesa a un filo che tiene insieme interessi geopolitici, ambizioni regionali e la vita di milioni di persone che chiedono solo di respirare.
Eppure, non posso negare che la firma di oggi rappresenti un evento storico, perché finalmente per la prima volta, dopo mesi di sangue e distruzione, Israele e Libano si sono seduti a un tavolo e hanno scritto nero su bianco un accordo.
Marco Rubio, il segretario di Stato americano, lo ha definito “un primo passo”, e ha aggiunto che “il primo passo è a volte il più difficile”. Parole che mi hanno fatto riflettere, perché è vero: l’inizio è sempre il momento più complesso, quello in cui si gioca tutto, in cui si gettano le fondamenta di ciò che verrà. Anche il presidente libanese Joseph Aoun ha parlato di “inizio dell’inizio”, riconoscendo che il cammino sarà lungo e irto di ostacoli, ma anche che non si può più tornare indietro.
Il governo italiano, dal canto suo, ha accolto la notizia con favore, ribadendo la sua disponibilità a fare la propria parte per consolidare il cessate il fuoco e creare le condizioni per una pace duratura che veda affermata la sovranità del Libano e la sicurezza di Israele. Parole importanti, che certamente rassicurano, perché dopo tutto l’Italia ha sempre avuto un ruolo importante di mediazione e di presenza sul terreno, e sapere che oggi siamo pronti a continuare su quella strada mi dà fiducia.
Ma c’è un’altra voce, una voce che non posso ignorare, che si leva come un grido di dissenso e che getta un’ombra su questa mattinata di speranza. È la voce di Hezbollah, che ha condannato l’intesa con parole durissime. Il parlamentare Hassan Fadlallah ha riaffermato la posizione del gruppo sciita che respinge i negoziati diretti con il nemico israeliano, mettendo in guardia contro quella che definisce una “deriva politica e di sicurezza” che mina la sovranità del Libano e causa pericolose divisioni interne.
E in questo grido, io sento tutto il peso di una frattura che attraversa il paese, che lo divide tra chi vuole la pace e chi, invece, continua a vedere nella resistenza armata l’unica via. Una frattura che rischia di far crollare il castello di carte che si sta faticosamente costruendo a Washington, e che mi fa chiedere: quanto durerà questa tregua? Quanto sarà solida, se una delle parti in causa rifiuta in modo categorico di riconoscere il tavolo dei negoziati? Eppure, forse, è proprio in questa tensione che si gioca il destino del Libano. Forse è proprio affrontando queste divisioni, portandole alla luce, che si potrà provare a superarle. Perché la pace, quando arriva, non è mai perfetta, non è mai totale, ma è un mosaico di compromessi, di passi indietro e di slanci in avanti.
E allora, mentre concludo questo mio post, vorrei fermarmi un istante a pensare alla gente del Libano, a molti di quella comunità che ho tra l’altro conosciuto, ma che ho anche imparato ad amare attraverso i racconti di viaggio e le storie di chi ha vissuto la sua bellezza e il suo dramma.
Gente che oggi forse guarda a questo accordo con occhi pieni di speranza e di paura, perché sa che la strada è ancora lunga e che le macerie non si ricostruiscono in un giorno. Ma sa anche che ogni viaggio inizia con un passo, e che quel passo è stato fatto.
Che Israele e Libano abbiano firmato un accordo a Washington, che Netanyahu parli di colpo all’Iran, che Rubio e Aoun lo definiscano un primo passo, tutto questo è vero. Ma ciò che conta davvero, ciò che io voglio portare con me oggi, è la consapevolezza che la vita è più forte della guerra, che il dialogo può ancora vincere sulla violenza, e che Beirut, la sua luce, la sua poesia, non è perduta per sempre.
Forse è solo in attesa, come una vecchia amica che aspetta il momento giusto per rialzarsi e tornare a brillare. E noi, da qui, con il nostro sguardo e il nostro cuore, possiamo solo augurarci che quel momento sia vicino, che le parole firmate oggi diventino fatti concreti, che il ritiro delle truppe sia completo, che Hezbollah deponga le armi, che i tunnel vengano sigillati e che il confine torni a essere un limite, non un fronte.
Perché il Libano merita la pace, i suoi figli meritano un futuro, e noi tutti meritiamo di ricordare quel paese non per le sue ferite, ma per la sua straordinaria capacità di rinascere. Stamani, la speranza è un sussurro che si fa strada tra le macerie. Che nessuno si permetta di zittirlo.
Sono le 18.29 di ieri pomeriggio, e ho appena premuto il tasto “invia” dal mio gmail.
Ho scritto al Dott. Alfio Grassi per chiedergli come è andato l’incontro del 28 aprile all’INRiM, quello che avevamo segnato in rosso sul calendario.
Già… perché io, come voi, non ho ancora avuto risposte, non so quindi se abbia ottenuto ciò che cercava, se le porte del Laboratorio si siano aperte o se abbia trovato – ahimè – altri muri.
E allora, invece di stare in attesa passiva, ho deciso di fare il primo passo…
Gli ho chiesto, con il rispetto che merita, ma anche con la sincerità che ci lega, di raccontarmi com’è andata, se le risposte lo hanno convinto o se, al contrario, i suoi dubbi si sono fatti più profondi e soprattutto, quali saranno i suoi prossimi passi.
Appena avrò notizie, le condividerò con voi. Come sempre.
Di seguito, il testo della mail che ho inviato.
Preg.mo Dott. Grassi,
mi rivolgo nuovamente a Lei con la stima e l’attenzione che ho sempre avuto per il Suo lavoro e per la Sua instancabile ricerca della verità.
Come sa, sono diversi mesi che seguo con grande interesse il Suo approfondimento sul caso della stazione di Floridia e sul contestato record di 48,8 gradi, e ho avuto il privilegio di condividere con i lettori del mio blog alcune delle Sue riflessioni e dei Suoi interrogativi.
Le scrivo oggi perché, come avevamo programmato, il 28 aprile scorso Lei si sarebbe recato presso il Laboratorio INRiM di Torino per un incontro che, dalle Sue stesse parole, si preannunciava come un momento potenzialmente decisivo per fare chiarezza su molti aspetti tecnici e procedurali che da tempo alimentano i Suoi dubbi. Ricordo bene quando mi parlò dell’accesso agli atti, della visione dello strumento e del sensore, e della speranza di ottenere finalmente quelle risposte che, fino a quel momento, erano state negate o rinviate.
Le scrivo quindi a due mesi di distanza per chiederLe, se Lei lo ritiene opportuno e nei tempi che preferisce, un aggiornamento su come si è svolto quell’incontro. Le sarei molto grato se potesse raccontarmi:
– se è riuscito a ottenere l’accesso alla documentazione richiesta e a visionare lo strumento oggetto della calibrazione;
– se le risposte che ha ricevuto hanno soddisfatto i Suoi interrogativi o se, al contrario, hanno sollevato nuovi dubbi o confermato le Sue perplessità;
– se, alla luce di quanto emerso, intende proseguire le Sue indagini e, eventualmente, quali saranno i prossimi passi che intende compiere.
Capisco perfettamente che possa avere impegni e che il Suo lavoro richieda tempo e riservatezza, ma La prego di sapere che i lettori del mio blog, come me, attendono con grande curiosità e rispetto le Sue parole. Il Suo contributo è stato finora fondamentale per aprire un dibattito che molti vorrebbero evitare, e sono certo che anche questo nuovo tassello sarà prezioso per chi, come me, crede che la scienza debba fare i conti con la trasparenza.
La ringrazio anticipatamente per la Sua attenzione e per il tempo che vorrà dedicarmi. Resto a Sua disposizione per qualsiasi chiarimento e, naturalmente, per concordare le modalità che Lei riterrà più opportune per condividere quanto emerso.
Ho sfogliato con attenzione il rapporto dell’Europol e devo ammetterlo, nel leggerlo, un certo senso di déjà vu mi ha subito attraversato.
Avevo scritto sull’argomento alcuni anni fa, indicando la percentuale del 90% e come potrete leggere di seguito, mi sono sbagliato di poco: il dato ufficiale appena pubblicato parla dell’85% delle reti criminali che si avvale di strutture aziendali lecite.
Avete letto bene… ottantacinque per cento, una percentuale che non è un numero, ma una sentenza!
È la fotografia di un sistema malato, dove il confine tra l’impresa e l’illegalità non è più una linea netta, ma una zona grigia, ampia, comoda e ben frequentata. Non stiamo parlando della criminalità con la lupara, quella che si vede nei film o nelle serie tv, quella, ormai, è quasi un souvenir…
La vera minaccia, quella che Europol ci descrive con preoccupante chiarezza, è la criminalità imprenditoriale, quella che veste con giacca e cravatta, circondata da validi professionisti, che sfrutta i flussi commerciali globali e le tecnologie digitali con l’agilità di una multinazionale.
Sono questi signori che hanno trasformato il crimine in un servizio, un “crime-as-a-service” che si infila negli ingranaggi dell’economia legale come un lubrificante tossico. E lo Stato? Lo Stato, come sempre, rincorre…
Sì… ogni tanto colpisce singoli individui, fa proclami, ma non riesce a debellare una volta per tutte questo marcio, perché si trova di fronte a un ecosistema fluido, capace di adattarsi più velocemente di qualsiasi legge.
Ecco perché mi tornano alla mente le riflessioni di qualche anno fa, quando scrivevo dell’edilizia siciliana in croce. Allora mi chiedevo: quante di quelle imprese che si aggiudicano appalti milionari sono veramente trasparenti? Quante sono viceversa imprese mascherate che cresciute all’improvviso come funghi dopo la pioggia, rischiano di essere inserite in qualche nuova inchiesta della Procura?
Il rapporto di oggi non fa che dare ragione a quei dubbi. Ma attenzione, perché il quadro è cambiato, e in peggio. Un tempo si poteva ancora raccontare la storia di quelle “White List” che fotografavano una differenza abissale tra le imprese iscritte al Nord e quelle al Sud, e lo stupore nel vedere che nella mia Sicilia (ma anche nelle altre regioni del centro/sud) solo poche imprese avevano fatto richiesta di essere inserite.
Oggi, invece, il sistema si è evoluto. Già… molte di quelle imprese “affiliate” si sono ripulite, hanno capito che per poter operare negli appalti pubblici serviva un restyling completo, una bella operazione di maquillage, e così eccole lì, in fila davanti alle prefetture, tutte a chiedere l’inserimento nella cosiddetta “White List” con la faccia tosta e i documenti perfettamente in regola.
Si lo so… e il paradosso, già… il vero dramma, è che a volte ottengono persino quel benedetto certificato di legalità! Ma qui arriva il colpo di scena che fa rabbrividire: dopo averlo ottenuto, a volte alcune di esse restano in balia di una forma che chiamerei “pseudo sospensione“. Mi riferisco in particolare al momento in cui scade il termine e si deve chiedere il rinnovo, ed allora ecco che improvvisamente scatta da parte di quegli uffici istituzionali l’incertezza. Vi basti osservare sul web quei nominativi riportati, quel registro ufficiale di chi è iscritto, e vedrete come – stranamente – un buon numero di quelle aziende sia attualmente (e aggiungerei “inspiegabilmente”), dopo mesi dalla richiesta effettuata, in attesa del rinnovo.
Ma scusate, sono o non sono mafiose? Perché da quegli uffici passano mesi e mesi per decidere il loro destino? C’è qualcosa che non va, è evidente. Probabilmente sono intervenute nuove informazioni, forse le procure hanno allungato il loro raggio d’azione. Ma allora non sarebbe più corretto intervenire subito? Non sarebbe doveroso bloccare immediatamente queste imprese, prima che possano fare altri danni, aggiudicarsi altri appalti, intrecciare altre trame?
Invece no… come sempre da noi, tutto resta sospeso, in quella terra di nessuno che è il confine tra il legale e l’illegale, ma d’altronde si sa, al nostro paese, o dovrei dire ai nostri referenti politici e istituzionali “piace” questa condizione ambigua, questo eterno limbo in cui non si è né “carne né pesce”, “né colpevoli né innocenti”.
Sì… è una zona grigia cucita addosso come fosse una seconda pelle, perché forse fa sentire furbi, dà loro l’illusione di tenere tutti in scacco. Ma quella è una furbizia che puzza di marcio, e così… mentre noi aspettiamo che la burocrazia si pronunci, loro continuano a lavorare, a fatturare, a corrompere e via discorrendo…
E così, tra un rinvio e una sospensione, il danno è fatto. Perché il problema non è più l’assenza di controlli, ma la loro lentezza, una lentezza che diventa essa stessa complice. Per questo, le conclusioni di Europol non mi sorprendono, perché Affermano che l’azione di contrasto non deve più limitarsi a colpire i singoli, ma deve affrontare i sistemi e le vulnerabilità che vengono sfruttati.
Già… è una verità che ripeto da anni e mentre la Commissione Europea propone di rafforzare il mandato di Europol, io continuo a chiedermi: chi controlla i controllori? Chi vigila sulle gare d’appalto, sulle subappalti a cascata, su quelle società che nascono e muoiono in pochi mesi per non lasciare tracce? Il problema è che le nostre istituzioni sono lente, ingessate da una burocrazia che paralizza, mentre il crimine viaggia alla velocità della luce.
Ed allora, mentre noi discutiamo di rating di legalità e di protocolli antimafia, loro continuano a fare affari, a corrompere, a riciclare. È esattamente come diceva Shakespeare: essere o non essere… mafiosi?
Il bello è che qui non ci si decide mai, e il dubbio diventa complice. Non voglio fare il profeta di sventura, ma è chiaro che la strada è ancora lunga, anzi no… lunghissima… e con questa nostra politica, per lo più corrotta, dovrei dire “infinita“.
Perché la lotta alla criminalità organizzata non si vince con qualche retata, qualche bella dichiarazione dal solito palco preparato per l’occasione o anche con un rapporto dell’Europol, per quanto quest’ultimo lucido e prezioso.
Si vince solo quando lo Stato avrà il coraggio e la capacità di essere distaccato, certamente non colluso, dovrei aggiungere più furbo… ma su questo punto c’è ancora tanto da fare, ma non solo, anche più veloce e soprattutto più presente, non con le chiacchiere….
Quando le White List non saranno un adempimento burocratico, ma un vero filtro selettivo, quando si guarderà bene quell’organizzazione, chi c’è davanti, ma soprattutto chi c’è dietro, quando lo Stato entrerà dentro le imprese per capire cosa realmente accade, in particolare i movimenti finanziari, quei documenti ufficiali e quelli che di fatto sono fittiziamente creati ad hoc, ecco… quando tutti comprenderanno che c’è solo una strada che conduca alla legalità, vedrete che non solo quel 15% costituito dalle imprese sane, ma anche un’altra percentuale che potrebbe iniziare a crescere, capirà che la trasparenza non è un costo, ma il loro unico vero scudo.
Fino ad allora, tutto ciò che accade ogni giorno sono lucciole per le allodole, frottole che servono a plagiare il sistema, a mantenere alto un meccanismo di sicurezza che foraggia una parte del paese, sì… mentre gran parte dei miei connazionali, indistintamente da Nord a Sud, passando per il centro, continueranno a leggere di queste percentuali senza mai domandarsi: ma chi c’è dietro l’ultima impresa che si è aggiudicata l’appalto? E, soprattutto: a chi gioverà veramente quella nuova opera pubblica?
Perché il vero problema oggi è: essere o non essere mafiosi!