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Due che litigano, “milioni” che guardano: e se lo scontro Trump-Papa fosse soltanto un copione?


Allora, proviamo a mettere un po’ d’ordine in questa storia, perché quello che è successo tra Donald Trump e Papa Leone XIV, ha secondo me dell’incredibile. 

Non parlo solo della durezza degli attacchi, che già di per se basterebbe a far riflettere, no… parlo di qualcosa di più sotterraneo, di quel brusio che senti quando le cose non quadrano del tutto.

Da una parte abbiamo il presidente americano, l’uomo della forza senz’appello, della politica vista come pugilato e delle minacce rivolte a tutti, sì… non solo all’Iran ma anche ai propri alleati, dall’altra un papa (anch’egli americano) come non se n’erano mai visti, Robert Francis Prevost, che si alza e dice “no, così non va” con una nettezza che persino i più fedeli osservatori del Vaticano hanno trovato inusuale.

Perché questa in fondo non è solo una lite diplomatica, è uno scontro tra due modi di intendere il potere, tra chi usa la religione per benedire le proprie battaglie e chi la usa invece per porre dei limiti, magari scomodi.

Fin qui, nulla di strano. Due visioni del mondo, due leadership, due modi di stare al mondo. Eppure, più ci penso, più mi viene il sospetto che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non si comprende bene. Forse è solo la mia abitudine a osservare tra le pieghe, ma mi sono chiesto: è davvero possibile che un presidente navigato come Trump, che ha sempre avuto un fiuto impressionante per il consenso popolare, abbia deciso ora di attaccare frontalmente un papa che, tra l’altro, parla la sua stessa lingua, è nato nello stesso paese, e rappresenta due miliardi di fedeli cattolici? E dall’altra parte, un papa che sceglie proprio questo momento per indurire i toni e per rispondere colpo su colpo, lui che finora era stato piuttosto misurato?

No, credetemi…. è ovvio che c’è qualcosa che non torna!

Per meglio capire come si sia giunti a questo punto, provo allora a fare un passo indietro. Le tensioni c’erano già prima; già nel maggio del 2025, quando Prevost fu eletto, circolavano voci e qualche strano account social che sembrava anticipare le sue posizioni antimilitariste e critiche verso le deportazioni di massa. E poi c’è stata la questione dell’Ucraina, quella del Venezuela, della Groenlandia, dell’Iran, di Cuba, ed anche la polemica sul Board of Peace voluto da Trump che il Vaticano ha saputo gentilmente scansare…

Il contrasto di fondo è chiaro: da una parte la realpolitik della potenza, dall’altra il Vangelo inteso come limite morale. Ma il salto si è visto nell’aprile 2026, quando gli animi si sono scaldati fino a farli bollire, è stato qualcosa di più. Trump che definisce il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” e il Papa che risponde: non ho paura di quest’amministrazione. A cui poi si è aggiunta sul web quell’immagine generata dall’intelligenza artificiale, Trump in pose cristologiche, poi cancellata, ma che nel frattempo aveva già fatto il giro del mondo. “Blasfemia”, hanno gridato molti. E forse lo era…

Ma è proprio lì che mi si accende una lampadina. Perché quel gesto, quello della foto blasfema, è talmente sopra le righe che viene da pensare che non sia stato un caso. Già… e se invece tutto questo fosse stato predisposto? Se il conflitto fosse stato, in qualche misura, orchestrato?

Magari non nei dettagli, ma nei suoi tempi e nella sua intensità. Pensate a cosa significherebbe tutto ciò… Da un lato, Trump potrebbe presentarsi ai suoi elettori come il leader che non si piega neppure al Papa, che difende l’America anche contro l’autorità morale più alta del mondo cristiano. Un martirio laico, in qualche modo. Dall’altro lato, e qui viene la parte più interessante, Papa Leone XIV ne uscirebbe con un’immagine completamente rinnovata…

Seguitemi su questo punto, perché mi sembra cruciale. Fino a ieri, chi era questo papa? Un americano, sconosciuto, neppure inserito in quella cerchia tra i cosiddetti “papabili”, un profilo basso, quasi timido, uno che – da quando è stato eletto – ha visto gran parte dei fedeli cattolici distanti da egli, quasi non l’avessero davvero abbracciato.

Dopo lo scontro con Trump, invece, eccolo lì: il papa che ha saputo dire di no al presidente più potente del mondo, che non ha piegato la dottrina alle convenienze della politica, che si è messo in gioco in prima persona. Non è esattamente la stessa dinamica che abbiamo visto con Francesco e con le sue battaglie? Solo che qui il papa è americano, e forse aveva bisogno di un gesto plateale per mostrare che non sarebbe stato il cappellano della Casa Bianca. E quale occasione migliore di una provocazione in piena regola?

Certo di quanto dico non ho prove, ma non mi servono, perché so che che nei conflitti troppo rumorosi e netti, sì…  “perfetti” nello schierare le parti, ho imparato a cercare il disegno che si cela dietro lo sfondo. Sarà che la mia natura a differenza della maggior parte vede nero dove forse c’è solo caos, eppure, se ci penso bene, anche il caos a volte serve e in questo caso è servito a ridefinire i ruoli: Trump come il combattente senza freni, il Papa come il pastore che non ha paura di abbaiare contro il lupo. La verità: a entrambi, in fondo, questa rissa ha fatto comodo!

E ora aggiungo una riflessione che mi frulla in testa: è stato tutto predisposto per dare al Papa un’immagine diversa, più consona alla figura che rappresenta, oppure è l’esatto contrario – e cioè se fosse Trump ad aver bisogno di un nemico “importante” per legittimare la sua crociata?

Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile, che forse potrebbe interessarvi. Potrebbe darsi che nessuno dei due abbia orchestrato nulla, ma che entrambi abbiano intuito, quasi simultaneamente, che quello scontro era inevitabile e che, già che c’erano, conveniva a tutti e due giocarlo fino in fondo.

Non parlo quindi di un complotto, ma di una coreografia quasi istintiva, ciò che succede tra due lottatori che sanno che il pubblico vuole vedere il “sangue” ed allora i contendenti si guardano un attimo prima di colpirsi per mettersi d’accordo: “Ci stai? Sì, ci sto”. Perché alla fine, sia Trump che Papa Leone XIV sanno una cosa semplice: i fedeli, gli elettori, la gente, non si accontenta più delle mezze misure. Vuole eroi e cattivi, vuole passione, vuole sentirsi parte di una battaglia. E loro, volenti o nolenti, gliela hanno data!

Resta il fatto che i cattolici americani sono ora divisi più che mai. E forse è proprio questo il costo di una messinscena riuscita. Intanto, guarda un po’, spuntano già i cosiddetti ‘ambasciatori’ che provano a mediare. Come se qualcuno, dietro le quinte, avesse già previsto la necessità di un armistizio. Peccato che né un presidente né un pontefice, per quanta abilità ci mettano, possano ricucire con un colpo di spugna ciò che hanno contribuito a lacerare. A meno che… la prossima mossa fosse già scritta. E io intanto continuerò a osservare.

Ma voi — ditemi — vi siete fatti un’idea diversa? Cosa ne pensate finora di quanto accaduto? Io, nel frattempo, continuerò a osservare e a leggere, ma non quello che propongono i faziosi media: voglio capire cosa non torna.

Fate lo stesso, e chissà: con le vostre intuizioni, potrei realizzare un post da far conoscere a tutti i miei lettori.

L’altra fede: Quando non credere è pur sempre credere.


Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.

Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza.
Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.

E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.

Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.

L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!

Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…

Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.

La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!

Quel "teatrino" della politica siciliana…

Definire la politica un teatro… è qualcosa di per se corretto. 
D’altronde, come non tener conto che proprio il teatro, da sempre, ha rappresentato lo spazio nel quale l’attore si rivolge al suo pubblico… 
Egli parla, manifesta ad alta voce e con la gestualità esprime ciò che pensa, dichiara pubblicamente le proprie convinzioni e dissente – se pur utilizzando quasi sempre la satira – dall’operato svolto da parte dei governanti…
Potremmo fondere quanto è avvenuto nel corso dei secoli nel teatro, con quanto avviene oggi in politica… 
Per sua stessa natura, il teatro rappresenta la società che lo circonda, non solo per il fatto di utilizzare uno spazio pubblico, ma perché quel contesto agisce nelle menti del pubblico, li conduce a riflettere, a valutare il luogo in cui vivono e la società nella quale si trovano, ma soprattutto, manifesta l’esigenza di cui quest’ultima… ha fortemente bisogno. 
La stessa cosa fa la politica o meglio i suoi interlocutori, dimostrano anch’essi d’avere bisogno del pubblico, tentano in ogni modo, di convincere le persone presenti a fare le scelte giuste, in particolare, finalizzano quei loro discorsi, affinché possano quegli uditori, seguirli nel loro programma, presentato a tutti in maniera chiara, in quanto, ci si trova trova tra soggetti, le cui opinioni possono essere assai diverse dalle loro…
La consuetudine infatti, prevede che bisogna compiacere quella gente, in modo da tenerla legata a se, quasi “obbediente”, affinché non si giunga mai a farle esprimere, quella propria libertà culturale e morale, la stessa che ha indotto nella storia ad insurrezioni popolari rovinose e facendo sì che i cittadini, abbandonassero di fatto quel posto loro assegnato “d’obbedienza”!!!
Il teatro d’altronde è come la politica, è tutto falso!!!
C’è sempre dietro le quinte qualcuno che manovra i fili, lo stesso che cambia di volta in volta la scena… mentre gli attori, quelli, recitano una parte, leggono un copione già scritto e nessuno di essi tenta d’improvvisare, perché chi lo fa, esce fuori per sempre da quel palco e non potrà più farne ritorno…
Molti di loro difatti, sono come semplici comparse… non hanno ruoli principali e si accontentano di stare dietro agli altri.
Possiamo definire quanto avviene… una finzione!!!
La stessa finzione della candidatura compiuta da La Vardera …
Il candidato a sindaco di Palermo che, si è presentato in politica (sembra che dietro ci fosse la regia de “Le Iene”), per girare con una telecamera nascosta, quanto stava accadendo dietro la politica palermitana, il tutto per realizzare un film/documentario…
E’ successo un caos… 
Lo hanno definito “criminale”, un uomo che ha truffato i palermitani, sono tutti infuriati con lui… anche le forze dell’ordine sono dovute intervenire per difenderlo…
Sì, era tutta una finzione nella quale egli, interpretava la parte di se stesso!!!
Sembra che in quelle registrazioni ci sono tutti… da Cuffaro a Miccichè, da Orlando a Ferrandelli… e potete immaginare ora la preoccupazione per quel video, che potrebbe condizionare il futuro di quei candidati delle liste ed anche dei loro stretti collaboratori…
E dire che La Vardera è stato votato da circa 7.000 persone, non sono pochi, per come ho letto in giro… anzi tutt’altro e facendo dopotutto quanto fanno in molti, ha copiato un programma da un altro candidato sindaco, usufruendo nel contempo, di un cameraman personale (Italia1)… Qualcuno ora va dichiarando, che ha preso per il c… tutti!!!
Non comprendo l’attacco aggressivo nei riguardi di La Vardera, anche perché chiedo a Voi: la maggior parte di coloro che sono seduti in quelle poltrone cosa fanno di diverso??? C’è forse qualcuno tra voi, ancora convinto che si stanno spendendo per la comunità??? Poveri illusi… 
Il bello è che ora, nessuno tra quelli ripresi, vuole concedere la propria liberatoria…
Ma scusate, cos’è che li preoccupa??? Tanto sappiamo già come andrà a finire… 
Se la trasmissione televisiva verrà limitata o impedita… vedrete – in un modo o in un altro – quel video uscirà sul web ed allora sì che saranno guai per tutti quegli “attori” non volutamente protagonisti!!!
Vorrei concludere, a proposito del teatro e della politica, con quanto diceva William Shakespeare: “Presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce e ricorda sempre che… c’è poca scelta tra le mele marce”!!!