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Parastoo Ahmadi, 74 frustate: questo è l’Iran che abbiamo scelto di ignorare!


E poi, a distanza di pochi giorni da quelle dichiarazioni trionfalistiche sulla pace imminente, ecco che la realtà si incarica di darmi ancora una volta ragione, già… con la crudeltà di chi non ha mai avuto intenzione di cambiare. 

Un tribunale di Qom ha condannato la cantante iraniana Parastoo Ahmadi e altri sette artisti a settantaquattro frustate ciascuno, oltre a due anni di divieto di espatrio e di attività artistica. 

Siamo nel dicembre del 2024, quando la cantante aveva trasmesso in diretta su YouTube link: https://www.youtube.com/channel/UCyNd0NG4_I3FltUGlOLdoOg – un’esibizione senza velo, con un rossetto rosso fuoco, un vestito attillato, sì… in un Paese dove alle donne è vietato cantare in pubblico. 

Il concerto si era svolto in un antico edificio storico, molto diffuso in Medio Oriente, senza spettatori, con un palco poco illuminato e decorato soltanto da un grande tappeto persiano. Ad accompagnarla c’erano un pianista, un batterista, un chitarrista e un bassista, tutti vestiti di nero. Come dicevo, lei indossava invece un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso che le evidenziava la bocca. Il video aveva raccolto circa tre milioni di visualizzazioni. 

Per questo, oggi, lei e i suoi colleghi vengono puniti con la violenza più brutale e umiliante che un regime possa infliggere: non solo il carcere, non solo il divieto di fare ciò che amano, ma la frusta, il colpo sulla pelle, il dolore fisico come monito per chiunque osi pensare che la libertà possa essere un diritto.

Ecco, io mi chiedo: mentre i grandi della terra si stringono la mano e parlano di pace, di accordi, di flussi petroliferi e di stabilità, chi parlerà di Parastoo? Chi parlerà di quei sette artisti che verranno flagellati perché hanno osato mostrare un volto scoperto e una voce femminile in pubblico? Chi parlerà di tutte le donne che, da quando Mahsa Amini è stata uccisa dalla polizia morale nel settembre 2022, continuano a togliersi il velo per strada, sfidando ogni giorno l’arresto, le botte, la morte, e che oggi vedono il mondo intero stringere un patto con i loro carnefici? 

Il regime non solo non ha ceduto di un millimetro, ma esce da questa vicenda internazionale rafforzato, legittimato, accolto al tavolo delle trattative, già… come se fosse un interlocutore rispettabile, mentre dentro i suoi confini continua a fare ciò che ha sempre fatto: reprimere, uccidere, frustare, cancellare. 

La guerra finirà, forse, e i mercati tireranno un sospiro di sollievo, ma la libertà non arriverà, sì… non arriverà a nessuno, perché nessuno l’ha chiesta. Non arriverà perché il prezzo della nostra pace, dei nostri barili di petrolio, della nostra benzina e del gasolio per le auto è più importante. Pensiamo solo alla nostra apparente tranquillità, il tutto pagato ancora una volta sulla pelle di quelle donne e uomini, giovani che non hanno voluto questo sistema dittatoriale, che non hanno scelto in quel 1979 per l’Iran quella Guida suprema, già… perché non erano neppure nati, mentre poi crescendo, si sono trovati quei suoi successori al potere, senza poter far più nulla, già… a discapito della libertà e di quella democrazia che hanno visto solo in Tv (fintanto che potevano farlo). 

Perché il problema, oggi, non è più la guerra. Il problema è ciò che viene dopo. Questo trattato – per come ci viene descritto – non chiede all’Iran di cambiare. Non chiede democrazia. Non chiede diritti per quelle donne e per tutti i ragazzi, ma chiede solo una cosa: che il programma nucleare venga bloccato e che lo Stretto di Hormuz venga riaperto per far circolare le petroliere

Tutto il resto – la dittatura, le esecuzioni, la repressione, la fame distribuita dall’alto – resta lì, intatto, come se non fosse mai stato un problema. E allora – lo ripeto – a differenza dell’ipocrisia generalizzata, anche di quella espressa dalla nostra Chiesa, in particolare da Papa Leone XIV che una parola, proprio su questo punto, non ha minimamente speso da quel balcone su Piazza San Pietro- io me ne fotto della pace, se questa pace significa voltarsi dall’altra parte!

Ecco perché guardo con sdegno le dichiarazioni trionfalistiche, i bilanci positivi, la riapertura degli Stretti e delle navi che tornano a navigare. Io voglio che qualcuno, almeno una volta, parli di loro! Di Parastoo, di Mahsa, di tutte quelle che non hanno nome ma che ogni giorno pagano con il corpo la loro ribellione. Voglio che qualcuno dica che la democrazia non è un optional, che i diritti umani non sono una clausola negoziabile, che la libertà di una donna di cantare senza velo non vale meno della libertà di un mercato di avere petrolio a buon mercato. 

E se questo significa essere fuori dal coro, essere scomodi, essere ingenui, allora io scelgo di esserlo, perché il prezzo della nostra comodità non può, non deve, non sarà mai più pagato con il sangue di chi sperava. Non oggi. Non domani. Non con questo trattato, che vedrete – ve lo dico fin d’ora – non porterà nulla di buono, se non l’illusione che tutto sia a posto.

Ma io non ci credo. E non ci crederò finché una donna iraniana sarà costretta a chiedersi se il suo sorriso, la sua voce, il suo viso scoperto valgano davvero la pena di essere puniti. Perché la risposta, per me, è sempre la stessa: sì. Vale la pena. Sempre. Anche se il mondo intero ha deciso di voltarsi dall’altra parte.

L’ignominia più grande: quando la Chiesa chiede perdono per chi merita solo di esser lapidato!



Ho letto in questi giorni una frase che mi ha lasciato senza parole, e ancora adesso, mentre provo a mettere nero su bianco ciò che penso, fatico a trovare la giusta distanza per parlarne.

Le parole sono di Papa Leone XIV, e riguardano gli abusi nella Chiesa. Egli ha dichiarato che i sacerdoti colpevoli non siano esclusi dalla misericordia.

Cosa…? Ma di quale misericordia sta parlando, Santo Padre? Per dire una cosa del genere, credo che Lei non debba essere stato particolarmente lucido in quel momento, e la circostanza mi preoccupa, e non poco, visto che a differenza dei suoi anziani predecessori Lei possiede un’età che potremmo definire “giovanile”.

Vorrei quindi che Lei comprenda quanto io mi senta offeso come uomo, e ancor più come genitore, nel sentire la sua figura protendersi verso il perdono di chi merita, viceversa, di essere lapidato contro un muro, dinnanzi a tutti.

Santo Padre mi creda… se Dio esistesse – nel qual caso discuterebbe con me e non certo con Lei – non vorrebbe che tutti coloro che si sono macchiati di pedofilia e abusi sui minori, e in particolare i sacerdoti, meritassero la Sua misericordia.

Capisco che Lei provi ora in tutti i modi a mettere una pezza dove questa non è possibile, e quindi, quel suo messaggio ai vescovi francesi in cui ribadiva di adottare una linea chiara – ascolto delle vittime, prevenzione e misericordia – mi creda, ha poco per poter esser preso in considerazione, perché non vi è nulla da salvare in quei suoi confratelli che si sono macchiati di un abominio così indegno, che Dio per primo, sì… quel Dio giusto a cui Lei da sempre si rivolge, non potrebbe ne accettare e ancor meno perdonare!

Eppure, leggo che il messaggio inviato alla plenaria della Conferenza Episcopale francese a Lourdes, introduce proprio questo elemento: “È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi dalla misericordia di Dio”. Un richiamo che si inserisce in una visione più ampia, già delineata a gennaio durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato.

In quell’occasione aveva voluto affrontare il tema – pur non essendo al centro dell’incontro – dicendo ai cardinali: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori”, definendo gli abusi “una ferita nella vita della Chiesa”. Parole nette, accompagnate da una sottolineatura precisa: il dolore delle vittime è stato spesso aggravato dal silenzio e dalla mancanza di ascolto. “Una vittima mi ha detto che la cosa più dolorosa era che nessun vescovo voleva ascoltarla”, aveva raccontato.

Ed è proprio sull’ascolto che Lei prova abilmente – per non dire “maliziosamente” – a costruire un filo che unisce i due interventi. Da una parte vi è la denuncia di un passato fatto di omissioni e dall’altra, l’invito a proseguire con decisione su una strada diversa, fondata su prevenzione, accompagnamento e responsabilità.

Ma è quel “e” a fare la differenza: accanto alla centralità delle vittime, Lei, Santo Padre, tiene insieme giustizia e misericordia, ribadendo che anche i colpevoli non devono essere esclusi da un percorso pastorale. Lei prova a giustificare un equilibrio delicato che non può essere posto sullo stesso piano, e nulla centra con la complessità del tema o con la volontà di affrontarlo senza semplificazioni.

Per me, quanto accaduto è il tradimento della fiducia più sacra. Altro che equilibrio: ciò che si è compiuto suona come una ferita aperta, e oggi Lei cerca di salvare il salvabile, là dove ogni tentativo di redenzione appare un’offesa.

Forse è proprio questa la distanza incolmabile: da un lato c’è la visione teologica, dall’altro il grido di chi non può accettare che a chi ha spezzato una vita venga concessa persino l’ombra di una possibilità di misericordia.

E così, mentre sento Lei – con disgusto – parlare di “pace possibile”, mi chiedo se questa stessa pace, questa stessa comprensione reciproca, possa mai essere estesa fino a includere chi ha tradito il proprio mandato nel modo più abietto.

La Chiesa chiede rispetto per i seguaci di altre religioni, afferma che “non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”, e io non posso che condividere lo slancio verso il dialogo e la fratellanza. Ma allora mi chiedo: perché questa stessa apertura, questo stesso cuore capace di abbracciare l’altro nella “genuina fraternità”, sembra voler trovare un posto anche per chi ha calpestato la dignità di un bambino?

E mentre Lei, altresì, chiede di pregare perché si moltiplichino le vocazioni al sacerdozio, e invita in un tempo segnato dalla follia della guerra a difendere la vita dal concepimento al suo naturale tramonto, io non posso fare a meno di pensare che la difesa della vita dovrebbe cominciare proprio dall’aver cura di non consegnare i più piccoli a mani che hanno già dimostrato di essere capaci di distruggerla.

La liturgia, poi, un’altra “ferita dolorosa” su cui Leone XIV si interroga, preoccupato per le divisioni tra chi celebra secondo il rito ordinario e chi segue il Vetus Ordo. “Per sanarla, è certamente necessario un nuovo modo di guardarsi gli uni agli altri, con una maggiore comprensione delle reciproche sensibilità”, ha detto. E io penso: sì, forse è proprio questo il punto. Forse il modo di guardare cambia tutto.

Ma allora perché, quando si tratta di guardare le vittime, a volte sembra che lo sguardo si faccia meno nitido, meno urgente? Perché si parla di “generosa inclusione” per chi aderisce a una liturgia antica, e di “misericordia” per chi ha abusato, mentre chi ha subito la violenza aspetta ancora che il dolore venga riconosciuto senza essere messo sullo stesso piano di chi quel dolore lo ha causato?

Non so se riuscirò mai a trovare una conciliazione tra queste due visioni. So comunque che, da genitore, da uomo, non posso accettare che la misericordia venga estesa a chi ha scelto di tradire nel modo più grave. E forse, alla fine, l’unica cosa che posso fare è continuare a chiedere che almeno l’ascolto, quello vero, quello che il Papa dice di aver imparato da una vittima, non venga mai più negato.

Perché se c’è una strada possibile, non può che partire da lì: dal saper accogliere il grido di chi non può, e non deve, perdonare.

Diceva Henry Louis Mencken: “È l’inferno, ovviamente, che rende potenti i sacerdoti, non il paradiso, perché dopo migliaia di anni di cosiddetta civiltà, la paura rimane l’unico denominatore comune del genere umano”.

Auspico quindi che quello stesso inferno su cui essi hanno forgiato la loro dottrina possa un giorno raccogliere tutti quegli spregevoli e indegni sacerdoti.

Il Papa, la Sindone 3D e l’ombra di un falso medievale: quando la tecnologia interroga (e forse smaschera) la fede.


Il nuovo Papa, Leone XIV, ha sperimentato per la prima volta la lettura digitale della Sindone, un’iniziativa che fa parte del progetto “Avvolti” della diocesi di Torino. 

Mi soffermo su questa notizia, perché desidero che si intrecci con altre riflessioni che in questo momento, mi stanno passando per la mente…

Ho letto che si tratta di un’esperienza globale, accessibile a tutti attraverso uno schermo, che permette di zoomare sui dettagli più significativi del telo, di osservarli con una definizione inedita, di leggerli – in un qualche modo – attraverso le lenti dei brani evangelici. 

Certo, parliamo di una pastorale digitale che guarda in prospettiva, precisamente al Giubileo del 2033, con la speranza di poter accogliere un giorno il Pontefice di persona davanti alla reliquia.

E qui – perdonatemi – ma il mio pensiero, inevitabilmente, devia, sì… perché mentre si perfezionano questi nuovi strumenti di venerazione digitale, capaci di avvolgere il fedele in un’esperienza totalizzante, altri studi per indagare – utilizzando sempre la tecnologia – sono giunti ad una una direzione opposta. 

Mi riferisco alle analisi di simulazione 3D, come quelle condotte da Cicero Moraes, che avanzano un’ipotesi spiazzante: l’immagine sulla Sindone potrebbe essere stata creata drappeggiando il lino su una scultura, un bassorilievo medievale, e non sul corpo di un uomo.

Del resto, è un’idea che si può intuire anche sperimentando in prima persona. Provate a casa: prendete un lenzuolo, fate sdraiare un amico/a a terra, inumidite leggermente il suo corpo e quindi adagiate quel telo sulla persona sdraiata. Noterete che l’immagine che si ottiene è radicalmente diversa da quella del telo di Torino. Un corpo ha un volume consistente (lo spessore toracico, per esempio, è mediamente di 30-40 cm) e un telo aderente lo seguirebbe nei suoi volumi, creando distorsioni ottiche. L’immagine della Sindone, invece, è stranamente piatta, priva delle deformazioni che ci aspetteremmo: già… con il nostro esperimento vedremmo un viso “a palloncino” e un corpo deformato dalle forme dilatate, quasi boteriane, a differenza della figura proporzionata e frontale della Sindone: ecco quindi svelato il motivo dell’opera creata attraverso un bassorilievo!      

Ma non è la sola teoria che stride profondamente, anche l’origine biologica sostenuta da altre ricerche, sembra evidenziare il falso in modo quasi provocatorio, come i risultati degli studi sulla datazione al carbonio degli anni Ottanta, già… quelle analisi che collocavano la creazione del telo in un arco temporale ben preciso, il Medioevo, tra il 1260 e il 1390!

Mi chiedo, allora, quale sia il vero fine di tanta perfezione tecnologica applicata al cosiddetto “Sacro Lino”. Se sia uno strumento per avvicinarsi a un mistero, o piuttosto un mezzo per monumentalizzare un’icona, elevandola a oggetto di venerazione indiscussa.

La Chiesa, lo sappiamo, distingue tra venerazione e certezza di fede, ma è innegabile come un’icona così potente sia anche, inevitabilmente, un potentissimo motore di devozione e di comunità. E, in un certo senso, di risorse: Fare cassa, si potrebbe dire in modo crudo, ma forse è più preciso pensare a un investimento su un simbolo che cementa e attrae.

È un paradosso affascinante: la stessa tecnologia che oggi permette al Papa di “toccare” digitalmente la Sindone, è quella che altri usano per sostenere che essa potrebbe essere un manufatto medievale di straordinaria abilità artistica. Da un lato, si sperimentano visualizzazioni 3d per rendere l’immagine più viva e accessibile ai fedeli, dall’altro, sempre la modellazione 3d suggerisce che quella stessa immagine potrebbe non essere affatto un’impronta biologica.

Torino e il Vaticano intanto coltivano il desiderio di una visita apostolica, mentre il Piemonte si distingue ancora per i suoi volontari di Protezione Civile, ricevuti in udienza. È il ciclo perpetuo della fede e delle sue rappresentazioni: da un lato il servizio silenzioso e concreto, dall’altro la cura di un simbolo immenso, sospeso tra storia, scienza e devozione, che continua a interrogare e a dividere, proprio mentre si sforza di unire.

Il mio personale ‘miracolo‘ sulla Sindone, però, l’ho visto e fotografato con altri occhi. Non quelli della scienza o della fede istituzionale, ma quelli di una ricerca intima. Eccolo: non è l’immagine tradizionale, ma una sovrapposizione, una trasparenza, una Sindone che diventa finestra e lascia intravedere il simbolo puro e aperto dell’uomo sul legno.

Forse il miracolo che ho visto è proprio questo: non nella tela, ma nel suo essere velo. E oltre il velo, in ciò che esso continuamente ispira e rivela. In quella sua infinita capacità di essere specchio per chi la guarda, icona eterna dalle braccia aperte per tutti i popoli. Un’immagine che, in definitiva, non chiude il dibattito, ma lo trascende…

Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato a Papa Leone XIV

Stamattina, navigando in rete, mi sono imbattuto in un articolo che mi ha colpito profondamente.

Parlava della vita di Ponzio Pilato e, prendendo spunto da quella storia, ho riflettuto sul peso inimmaginabile che un singolo gesto può avere sul destino dell’umanità.

Non ho potuto evitare di notare quanto questo mio ragionamento si legasse perfettamente a ciò che scrivevo ieri sul potere di Papa Leone XIV.

Perché le scelte di un uomo, spesso compiute senza comprenderne le conseguenze, possono cambiare il corso del mondo intero.

Ponzio Pilato si lavò le mani, credendo di liberarsi da una decisione scomoda. Eppure, in quel momento, senza rendersene conto, stava firmando la condanna dell’Impero Romano come potenza dominante.

Un gesto di vigliaccheria, una delega di responsabilità: eppure quel “non è colpa mia” ha permesso la nascita di una forza spirituale che, secoli dopo, avrebbe plasmato l’Europa e il mondo. Oggi, quella stessa forza conta tre miliardi di fedeli. E il Papa ne è la guida.

Ieri mi chiedevo: perché Papa Leone XIV, con tutto il suo potere spirituale, non alza la voce con la stessa forza con cui potrebbe farlo? Perché, come Pilato, sembra a volte lavarsi le mani di fronte alle tragedie del nostro tempo?

La storia ci insegna che gli uomini di potere non sono giudicati per le loro intenzioni, ma per le conseguenze delle loro azioni – o inazioni. Pilato pensava di governare su una provincia insignificante, e invece stava consegnando il futuro a una rivoluzione silenziosa.

Oggi, il Vaticano non è un semplice Stato. È la voce di un miliardo e mezzo di cattolici – a cui si somma un numero uguale, se non superiore, di cristiani non cattolici: ortodossi, protestanti, anglicani – e, se volesse, potrebbe scuotere le coscienze di gran parte del pianeta. 

Un messaggio chiaro e coraggioso di pace, infatti, non si limiterebbe ai soli cristiani: troverebbe eco nelle comunità musulmane, nelle tradizioni confuciane e taoiste, tra i seguaci del buddhismo e in tutte le persone di buona volontà. Perché di fronte all’appello universale alla giustizia e alla riconciliazione, le divisioni confessionali perdono importanza. Quel che conta è la forza morale di chi, avendo autorità, sceglie di usarla per unire anziché dividere, per sanare anziché ferire.

Basterebbe semplicemente una parola chiara, un appello inequivocabile alla pace, un rifiuto categorico di ogni violenza. Invece, troppo spesso, si preferisce il linguaggio cauto della diplomazia. Ma la storia non perdona i tentennamenti.

Pilato è passato alla storia non per ciò che fece dopo, ma per quell’unico gesto di codardia. Tra mille anni, quando si guarderà al nostro tempo, cosa si dirà di chi, pur avendo il potere di fermare le guerre, ha scelto di non usarlo fino in fondo?

La lezione è chiara: chi ha autorità non può nascondersi dietro le circostanze. Perché anche il silenzio, a volte, è una scelta. E il mondo ne paga le conseguenze.