Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.
Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza. Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.
E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.
Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.
L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!
Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…
Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.
La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!
Stamani vorrei riprendere un discorso che ho ascoltato l’altra sera, su una pagina Facebook, e che mi ha fatto subito venire voglia di rispondere. A parlare era il Sindaco del Comune di Castel di Iudica, Ruggero Strano, e consentitemi di aggiungere: un amico.
Ascoltandolo, ho potuto constatare come egli abbia spaziato tra tanti argomenti, ma quello che mi ha spinto a scrivere è stato un passaggio preciso, quando ha iniziato a parlare di turismo.
Ha chiesto ai presenti – quasi tutti residenti – se ricordassero quando, nel 2012/13, correvano voci su investitori stranieri pronti ad arrivare. Arabi, cinesi, giapponesi. Notizie acclamate a gran voce.
Poi si è rivolto ancora a loro, con una domanda diretta: chiedete a un cittadino di Catania– e ne vengono parecchi – perché viene a Castel di Iudica?Cosa dovrebbe vedere, qui?
Per chi ci è nato – ha aggiunto – questo, insieme a Cinquegrana, Franchetto, Giumarra e Carrubbo, è il posto più bello del mondo. E lì mi ha colpito, perché mi sembrava di ascoltare mio padre quando parlava del suo paese. Mi è venuta in mente “Le ricordanze” di Giacomo Leopardi, quel luogo che conserva ancora intatti i momenti idilliaci dell’infanzia, il ricordo degli amici con cui si è cresciuti. Un legame che il lavoro ha talvolta disperso, ma che resta dentro ognuno, silenzioso e vivo, pronto a riaccendersi a ogni ritorno.
Ma la domanda, alla fine, coinvolgeva anche me. Direttamente. Perché dovrebbero venire a Castel di Iudica? E allora consentitemi di rispondere.
Io ci sono giunto la prima volta nel 2006. Ero appena rientrato dopo dieci anni di lavoro nel Nord Italia. Un’impresa di costruzioni, tra le più importanti della Sicilia, aveva bisogno di un tecnico per la sicurezza nei cantieri, e così iniziò una collaborazione che è durata dieci anni. Mi dividevo tra i cantieri, la sede legale di Catania e quella operativa di Castel di Iudica. Poi quell’esperienza finì, partii di nuovo, e tornai in Sicilia nel giugno del 2024. Avevo già ricevuto offerte per seguire cantieri a Catania, ma ho scelto di seguire un “Consorzio” perché conoscevo personalmente l’amministratore e i soci. Così, in questi quasi due anni, sono diventato una specie di pendolare: ogni mattina arrivo a Castel di Iudica da Franchetto, e ogni sera torno a Catania.
E allora, rispondendo al Sindaco: perché si dovrebbe venire a Castel di Iudica? Io posso dirlo prendendo in prestito una vecchia pubblicità di quella pasta: “dove c’è lavoro, c’è casa”. Ma lasciatemi aggiungere altro.
In questi anni ho potuto conoscere molti dei suoi cittadini. Non dico tutti, ma credo che ormai la maggior parte di loro conosca perfettamente me. Nella mia vita, fin dall’infanzia, ho girato mezzo mondo, e ripeto spesso alle mie figlie: chi semina bene, col tempo raccoglie, chi semina male, raccoglie gramigna.
In tutti i luoghi dove sono stato, mi ricordano con affetto, mi telefonano per gli auguri, mi chiedono di tornare. E lo stesso accade qui. Qui la gente capisce l’educazione che trasmetti, valuta che i tuoi gesti sono spontanei e non calcolati, sa che di te ci si può fidare, che non sei né un truffaldino né un imbroglione.
Comprende che lasci una parte del tuo compenso nelle loro attività, ristoranti, negozi. E poi c’è la qualità dei prodotti: le carni, i formaggi, i salumi, gli agrumi sono ancora biologici, non trattati. Forse è per questo che in questo circondario si vive meglio, e anche più a lungo.
C’è poi la cortesia. Ogni giorno qualcuno mi offre un caffè, si ferma per salutarmi, per scambiare quattro parole. C’è chi mi chiede dove sono stato, solo perché non mi ha visto acquistare da lui per qualche giorno, e pur sospettando che sia andato dalla concorrenza, senza mai farmelo pesare, evidenzia sempre grande disponibilità, la stessa che nasce da quel loro carattere mite.
Pensate che, in questi mesi, con il gasolio alle stelle per via del conflitto in Medio Oriente, ho persino pensato di prendere in affitto un appartamento qui. E questo pensiero non l’ho ancora escluso.
Quindi motivi per venire ce ne sono eccome. E poi ci sono anche le ragioni della storia, quelle che uno può cercare su una guida o su un sito. Per esempio, che sul monte Judica ci sono resti dell’età greca, e che in epoca saracena si chiamava Zotica, che il comune è nato solo nel 1934, staccandosi da Ramacca, e che il monte essendo posto in una posizione fortificata, scoscesa, a tratti precipitosa, non poteva restare fuori dagli avvenimenti storici dell’isola fin dalla preistoria. Alcuni studiosi parlano di una città greco-indigena già nell’VIII secolo a.C., vissuta poi in epoca romana, bizantina, araba, normanna.
Castel di Iudica inoltre fa parte (dal 2022) del Primo parco mondiale dello stile di vita mediterraneo, insieme ad altre cento città del centro Sicilia. C’è un turismo contadino qui, che si tocca con mano: tutto, dall’archeologia alla gastronomia, dai musei alle escursioni, riconduce alla matrice contadina della comunità. Sul monte Iudica si vedono ancora tracce di un abitato arcaico, e sul monte Turcisi resti preistorici e la chiesetta di San Michele Arcangelo, del Seicento, rimane solo nel suo campanile, il Campanaro. E poi c’è la leggenda del Salto della Vecchia: una giovane di nome Margiana, o Emidia, si travestì da vecchia per ingannare i Saraceni, ma la scoprirono e la gettarono nel dirupo. Il suo sacrificio permise ai Normanni di conquistare il castello.
Oggi, in paese, si può visitare il Museo Civico Archeologico “Prospero Grasso”, dove custodiscono un sarcofago e lo scheletro di una donna con bambino del V secolo a.C., e grandi pithoi d’epoca classica. C’è anche un allestimento che racconta il carattere rurale di questa comunità, la sua cultura del lavoro, le bellezze naturali che la circondano. La Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria delle Grazie, domina la vallata con la sua facciata a due ordini e la navata unica, dove si trovano pregevoli statue lignee. A maggio c’è la Mostra-Mercato dell’Agricoltura, ad agosto la festa patronale, e in aprile a Franchetto la sagra del pecorino pepato. E poi, da poco, hanno iniziato a piantare seimila alberi per fare un vero e proprio bosco, perché il sindaco dice che è un sogno che diventa realtà.
Insomma, Castel di Iudica è un luogo dove si può venire tutto l’anno, ma forse il periodo migliore per visitarla è quello durante una delle sue feste, quando i colori, i sapori e le tradizioni si vivono appieno. È un paese pulito, facile da raggiungere, con ottime accoglienze gestite da abitanti calorosi.
Per chi cerca un soggiorno tranquillo e sereno, anche soltanto estivo, per chi ama camminare tra storia e natura, per chi vuole sentirsi accolto non come un cliente, ma come qualcuno che, piano piano, diventa di casa…
Sì… credo – senza volermi prendere meriti – che per la maggior parte delle persone che hanno avuto modo di conoscermi, io sia stato per loro una luce, certamente positiva, di crescita individuale e morale, ma non solo, di ricerca dei valori d’umanità e di correttezza. Certo, in molti avrebbero voluto avere (con me…) un finale diverso, ma ho sempre pensato che la vita non va mai inseguita, ma accettata per come viene, senza recriminazioni o pentimenti.
Ecco perché la mia vita scorre accanto a quelle di John Edwin, Tom, Lea, Saadphatan, Natalya, Syed, tutte persone che come dici tu, magari non incontreremo mai dal vivo, eppure eccole lì, presenti ogni giorno nei commenti, nelle letture incrociate, in quel “seguo i loro articoli quando il lavoro me lo permette” che è una delle frasi più autentiche che si possano scrivere.
Perché significa che la scrittura non è un lusso del tempo libero, ma una necessità che si ritaglia spazi persino nella stanchezza, e chi scrive, ad esempio come me, lo fa per passione, mai per ricevere un solo euro, sì… grazie a follower e/o pubblicità.
Difatti, leggendo il tuo commento posso confermare che hai pienamente ragione: non stiamo solo scrivendo, stiamo costruendo qualcosa che assomiglia a una piazza, ma senza muri, senza orari, senza l’obbligo di indossare una maschera. E “Medium” in questo è solo il palco, il vero spettacolo è altrove: è nella costanza di chi torna, nella gentilezza di chi risponde, nella curiosità di chi legge qualcuno che vive dall’altra parte del mondo e scopre che il mondo, in fondo, non è poi così largo.
Quindi grazie a te, Giuseppe. Non solo per la menzione, che pure mi ha fatto un piacere enorme, ma per aver ricordato a tutti noi che il valore più grande, alla fine, non è quanto si scrive, ma quante connessioni si riescono ad accendere. E tu, senza fare rumore, ne hai accese tante.
Ecco perché stasera ho scritto questo post che troverai pubblicato nel mio blog domattina: perché volevo dirtelo sin da ora, mentre l’emozione è ancora fresca: È bello potermi definire anch’io un tuo lettore, ed è ancor più bello poterti chiamare amico…
Thank You
Oggi non parlerò di finanza o opportunità di investimento.
Oggi voglio solo ringraziare i miei lettori.
A coloro che, dopo aver letto i miei articoli, si fermano a scambiare idee, commentare e partecipare alla discussione. Sono felice, perché non mi aspettavo tanta interazione con gli altri. Non sono una persona molto socievole, ma sta succedendo qualcosa di bello.
La cosa più bella è che stanno nascendo delle vere amicizie.
Con persone vicine, come Nicola Costanzo, che scrive delle diverse problematiche che affliggono il nostro Paese, l’Italia, e in particolare la nostra regione, la Sicilia. Una voce chiara, autentica e soprattutto che si distingue dalla massa. Nutro profondo rispetto per il coraggio che dimostra nel rappresentare tutto ciò, sempre con eleganza e spirito critico costruttivo.
Ma è ancora più bello stringere amicizie e scambiare idee con persone di altri paesi: John Edwin, Tom, Lea, Saadphatan, Natalya, Syed e molti altri, non meno importanti. Non li elenco tutti per evitare che questo articolo diventi un lungo elenco.
Li seguo ogni volta che il lavoro me lo permette, leggo i loro articoli e condivido con loro i miei pensieri. E questo è il valore più grande di tutti.
Un enorme grazie a tutti voi.
E grazie anche a Medium, che mi dà l’opportunità di esprimermi in modo spontaneo e di conoscere tante persone con le loro idee e i loro articoli.
Perché in fin dei conti non stiamo solo scrivendo.
Sì… come dice quel testo della canzone che ho scritto nei giorni scorsi: c’è chi vive per la fortuna, chi per la fama, chi per il potere o per il gioco, come se la vita fosse un tavolo da poker in cui ogni gesto sia calcolato per vincere qualcosa di visibile, di misurabile, di esponibile.
Già… c’è chi pensa, ad esempio, che la ricchezza del cuore si possa sostituire con oggetti: l’ultimo modello di cellulare, un orologio firmato, un accessorio che urla status prima ancora di essere indossato, simboli esteriori di un successo che non ha mai chiesto permesso a nessuno prima di imporsi.
Stamani, ero seduto con un amico in un bar prendendo un aperitivo, quando all’improvviso, si sono uniti a noi dei suoi conoscenti e così – mio malgrado – mi sono ritrovato a dover ascoltare quei loro dialoghi banali.
Per me, erano semplici estranei, con cui scambiare al massimo un cenno del capo, presenze dalle quali comprendevo, almeno in quel frangente, una limitata preparazione, quantomeno le loro argomentazioni, basate su esposizioni riduttive e circoscritte.
Uno di essi, faceva pesare l’ultimo modello di telefono appena acquistato, posandolo sul tavolo con la delicatezza di chi espone una reliquia, l’altro, viceversa, quasi per ribattere a quel silenzioso vanto, si aggiustava il proprio piumino bianco firmato, sfiorandone il logo con una punta di dita orgogliosa.
E la cosa più assurda è che ridevano a crepapelle di quel rituale sociale dove “vale di più chi mostra di più” e così, mentre l’aria si faceva pesante di una scialba competizione, fatta di sigle e di marchi, io rimanevo in silenzio ad osservarli, e dentro me non potevo fare a meno di sorridere.
Sì… in quel particolare momento, mi sono ricordato di un gesto che avevo compiuto alcuni giorni fa e cioè: firmare la suola della mia scarpa.
Ovviamente quanto avevo realizzato per scherzo, non rappresenta un’opera d’arte e non deve evidenziare alcuna ricerca di autenticità. Già… si potrebbe definire una “presa per il culo”, elegante, silenziosa, eppure ferocemente chiara, dedicata a tutti coloro che nel marchio cercano uno specchio in cui riflettersi.
Quella firma ha uno scopo: preparare la risposta perfetta per quando qualcuno, con quel tono sospeso tra la curiosità e la valutazione, mi chiederà: “Belle quelle scarpe… di chi sono?”, intendendo naturalmente a quale griffe, a quale stilista, casa di moda, già… a quale divinità commerciale appartengano.
E io, con tutta la calma del mondo, potrò rispondere: “di Nicola Costanzo”! E se lo sguardo (come solitamente accade) dovesse restare vuoto, perplesso, allora… ecco che alzerò semplicemente la suola e mostrerò la mia firma blu, nitida sulla gomma consumata.
E in quel gesto, che è un ribaltamento, vi è tutto: l’assurdità sublime di aver firmato la parte che calpesta la polvere, la beffa verso chi crede che il valore vada indossato all’esterno, la dichiarazione che io non ho bisogno di elevarmi indossando la firma di un altro.
Perché è questo il punto, no? La maggior parte brilla di luce riflessa, riverberi pallidi di un prestigio preso in prestito. Io, con questa sciocca, meravigliosa firma sulla suola, brillo di luce propria! È una certezza, non una possibilità.
Una luce che non chiede permesso a nessun marchio, che non si accende per il riflesso di un logo, ma che emana beffardo, il deliberato atto di rivendicare se stessi come unica firma necessaria. È dire, senza bisogno di alzare la voce, che la mia unica griffe accettabile è il mio nome, e che lo metto dove voglio, soprattutto dove nessuno, nella sua ossessione per le apparenze, penserebbe mai di cercarlo.
E se qualcuno rimane perplesso, se non capisce il contenuto o le motivazioni di questa mia piccola follia, forse è proprio quello il segno che ho centrato il bersaglio!
Oggi non ho voglia – come solitamente accade nel mio blog – di parlare di legalità, inchieste giudiziarie, arresti, truffe, raggiri e quant’altro apparso stamani nei quotidiani. No, oggi voglio parlare d’amore, quello vero, quello che resta per sempre e non finisce mai.
Ho ascoltato una canzone poco fa su TikTok, “If I Ain’t Got You” di Alicia Keys, cantata da una ragazza per le strade di New York – https://vm.tiktok.com/ZNRLjneaK/ – una di quelle che ti bloccano, sì… come un semaforo che scatta rosso all’improvviso.
Le parole del testo, in inglese, mentre scorrevano intonate da una voce bellissima, mi hanno ricordato che esiste qualcosa di più profondo delle denunce, dei verbali, delle promesse non mantenute. Mi hanno fatto sentire, con una chiarezza dolorosa, quanto io sia lontano – anni luce – dalla maggior parte dei miei connazionali, dal loro modo di vivere così banale, per non dire superficiale.
Già… come dice quel testo, c’è chi vive per la fortuna, chi per la fama, chi per il potere o per il gioco, come se la vita fosse un tavolo da poker in cui ogni gesto è calcolato per vincere qualcosa di visibile, di misurabile, di esponibile.
C’è chi pensa che la ricchezza del cuore si possa sostituire con oggetti: l’ultimo modello di cellulare, un orologio firmato, un accessorio che urla status prima ancora di essere indossato, simboli esteriori di un successo che non ha mai chiesto permesso a nessuno prima di imporsi.
Eppure c’è un momento – lo conosciamo tutti, anche se spesso lo nascondiamo – in cui quel rumore si spegne. Ti ritrovi solo davanti allo specchio di una stanza silenziosa, e ti chiedi: quello che ho costruito ha davvero un cuore che batte?
Io ci sono già stato, dice la voce nella canzone. E quante volte l’abbiamo pensato anche noi, guardando fuori dal finestrino di un aereo o di un treno che corre verso chissà dove, mentre le città scorrono come fotogrammi di una storia che non ci appartiene più del tutto?
La vita può essere una noia terribile quando è fatta solo di superficie, quando ogni gesto è una recita, ogni parola un’arma da affilare, ogni incontro un’occasione per calcolarne il vantaggio. E invece basterebbe poco: uno sguardo sincero, un silenzio condiviso, la mano di qualcuno che non ti chiede cosa fai, ma semplicemente come stai.
C’è chi desidera anelli di diamanti, chi fiori a dozzine, chi una fontana che prometta eterna giovinezza, come se la bellezza potesse stare dentro un contenitore di vetro, e non fosse invece il riflesso di un’anima che si sente riconosciuta.
Ma che ne faremmo del mondo, messo su un piatto d’argento, se non avessimo accanto qualcuno con cui dividerne il peso, la meraviglia, la fragilità? A cosa servirebbe tutta quella luce, se non ci fosse una persona capace di guardarci negli occhi e dirci: sei qui, e questo basta…
Perché alla fine, tutto quello che chiediamo – senza ammetterlo apertamente, per pudore o paura di sembrare ingenui – è di non essere soli nella nostra verità, di non dover fingere di essere invincibili, di poter dire non ce la faccio e trovare una mano tesa, invece di un consiglio già pronto.
E forse è proprio in questo gesto semplice, quotidiano, imperfetto, che l’amore smette di essere una parola da canzone e diventa qualcosa di vivo: una scelta, ripetuta ogni giorno, di restare presenti l’uno per l’altro, anche quando il mondo fuori brucia di fretta e di rabbia.
Alcune persone vogliono tutto. Ma io non voglio niente, se non sei tu.
Non per possesso, non per dipendenza, ma perché con te, persino il silenzio ha un senso e il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma da attraversare insieme, passo dopo passo, senza fretta di arrivare.
Se non ti ho con me, non ho niente in questo vasto mondo. Ed è questa – da sempre – la sola cosa di cui ho avuto bisogno.
Testo tradotto di: If I ain’t got you…
Se non ti ho…
Alcune persone vivono per la fortuna,
alcune persone vivono solo per la fama,
alcune persone vivono per il potere, sì,
alcune persone vivono solo per giocare.
Alcune persone pensano
che le cose fisiche
definiscano ciò che è dentro
e io ci sono già stato,
che la vita è una noia,
così piena di superficialità.
Alcune persone vogliono tutto
Ma io non voglio niente
Se non sei tu, tesoro
Se non ti ho, tesoro
Alcune persone vogliono anelli di diamanti,
altre vogliono solo tutto
ma tutto non significa niente.
Se non ti ho, sì.
Alcune persone cercano una fontana
che promette eterna giovinezza.
Alcune persone hanno bisogno di tre dozzine di rose.
E questo è l’unico modo per dimostrare loro che le ami.
Dammi il mondo
su un piatto d’argento
e a cosa servirebbe?
Senza nessuno con cui condividerlo,
senza nessuno che si prenda veramente cura di me?
Alcune persone vogliono tutto
Ma io non voglio niente
Se non sei tu, tesoro
Se non ti ho, tesoro
Alcune persone vogliono anelli di diamanti,
altre vogliono solo tutto
ma tutto non significa niente
se non ho te, te, te
Alcune persone vogliono tutto
Ma io non voglio niente
Se non sei tu, tesoro
Se non ti ho, tesoro
Alcune persone vogliono anelli di diamanti,
altre vogliono solo tutto
ma tutto non significa niente.
Se non ti ho, sì.
Se non ti ho con me, tesoro
Oh, whoo-ooh
Non ho detto niente in questo vasto mondo, non significa niente
Negli ultimi decenni, la pubblicità e il mondo dei commentatori (sportivi, politici, cronaca, etc…) hanno sempre più spesso puntato su testimonial famosi: attori, cantanti, influencer, ex atleti e volti noti dello spettacolo.
Una scelta che, se da un lato sembra garantire maggiore visibilità e appeal, dall’altro solleva una serie di interrogativi etici, sociali ed economici.
Già… perché continuare a investire cifre esorbitanti in individui già benestanti, quando ci sarebbero migliaia di cittadini comuni in grado di svolgere quello stesso ruolo, spesso con maggiore autenticità e a costi decisamente inferiori? E, soprattutto, quali sarebbero i benefici sociali ed economici di una scelta diversa?
Partiamo da un dato di fatto: i personaggi famosi funzionano. Sono riconoscibili, trasmettono un’immagine di successo e, in molti casi, riescono a catturare l’attenzione del pubblico più rapidamente di un volto sconosciuto.
Come mi spiegava mia figlia Alessia, quasi tutte le ricerche sull’efficacia dei testimonial celebri cercano di definire le caratteristiche dell’endorser “perfetto”, indipendentemente dal prodotto. Questi studi si dividono in due scuole di pensiero: chi punta tutto sulla credibilità del personaggio (competenza e affidabilità) e chi invece guarda all’attrattività (familiarità, fascino ed empatia). Peccato che la realtà sia più complessa: quando un vip è pagato per fare pubblicità, il pubblico fiuta subito l’inganno e dubita della sua sincerità. Qualcuno propone soluzioni come il “two-side appeal“, dove si mostrano anche i difetti del prodotto, ma resta il fatto che difficilmente crederemo mai davvero a un testimonial stipendiato.
E poi c’è il discorso attrattività: certo, un volto famoso cattura l’attenzione, ma secondo me rischia di fare il contrario. Quando la celebrità è troppo “perfetta” o il prodotto troppo luccicante, scatta un rigetto. Non ci riconosciamo in quel mondo patinato, e finiamo per diffidare sia del prodotto che dello stesso testimonial. Forse è per questo che sempre più persone, come me, preferiscono volti normali e messaggi più autentici. Perché alla fine, tra un divo che recita copioni e una persona reale che ci somiglia, la scelta è semplice…
Peraltro, questo sistema ha creato un circolo vizioso dove soldi e visibilità vanno sempre agli stessi, lasciando fuori chi non entra nei giri giusti. Eppure ci sono migliaia di persone normali che, date le stesse opportunità, comunicherebbero messaggi pubblicitari o commenterebbero eventi con più autenticità – spesso meglio dei vip. Basti pensare a quanti spot con attori famosi suonano falsi, mentre una persona reale con una storia vera potrebbe risultare molto più credibile e vicina alla gente.
C’è poi il discorso costi: ingaggiare un personaggio famoso significa spendere cifre folli che poi paghiamo noi nei prezzi dei prodotti. Scegliere gente comune invece permetterebbe non solo di risparmiare (parliamo di stipendi normali, tipo 2.000€ al mese), ma anche di ridistribuire meglio la ricchezza, con benefici per tutta l’economia e la società. Due piccioni con una fava: più verità nei messaggi e più equità nei conti.
Lo stesso discorso vale per i commentatori, soprattutto in ambito sportivo. Quante volte ci capita di ascoltare ex calciatori o ex allenatori che, pur avendo avuto una carriera di successo, non brillano per capacità comunicative o approfondimento tecnico? Eppure, ci sono tantissimi esperti, magari meno noti, che potrebbero offrire analisi più interessanti e competenti. Dare spazio a queste figure non solo migliorerebbe la qualità dei contenuti, ma aprirebbe anche nuove opportunità di lavoro e carriera per chi non ha avuto la fortuna di diventare una star.
C’è poi una questione più ampia, che riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Continuare a puntare sui personaggi famosi rischia di alimentare un sistema in cui la fama e il successo sono visti come gli unici obiettivi da raggiungere, spesso a discapito di valori come l’autenticità, la diversità e l’inclusione. Al contrario, scegliere di dare spazio ai cittadini comuni potrebbe promuovere nuova occupazione e, al tempo stesso, costituire un vero e proprio cambiamento culturale. Un cambiamento in cui si valorizzano le storie reali, le competenze e il talento di chi non ha avuto la possibilità di emergere.
Certo, non vorrei che qualcuno pensasse che i personaggi famosi debbano scomparire del tutto dalla pubblicità o dai media. Forse, però, è arrivato il momento di ripensare il modo in cui vengono utilizzati, magari integrandoli con volti nuovi e storie diverse. Immaginiamo, ad esempio, campagne pubblicitarie che uniscano la visibilità di un volto noto all’autenticità di un cittadino comune, o programmi televisivi che diano spazio a esperti competenti, anche se meno conosciuti. E ancora, perché non creare piattaforme che permettano a chiunque di partecipare a casting o selezioni, offrendo così opportunità a chi non ha avuto accesso ai circuiti tradizionali?
In fondo, la pubblicità e i media non sono solo strumenti di marketing o intrattenimento: hanno anche un impatto sociale ed economico. Scegliere di dare spazio ai cittadini comuni non sarebbe quindi solo una questione di risparmio o di qualità, ma un modo per creare una società più equa, inclusiva e ricca di opportunità per tutti. E forse, per non dire sicuramente, è proprio questo il messaggio più importante che si dovrebbe trasmettere!
Il sottoscritto, da tempo, ha scelto di evitare l’acquisto di prodotti “ossessivamente” pubblicizzati da personaggi noti, così come ha eliminato dalle proprie preferenze tutte quelle trasmissioni dominate da soliti volti famosi. Niente più programmi politici urlati, né servizi di cronaca nera che sfiorano il morboso. Lo stesso vale per lo sport: perché ascoltare commentatori che, pur avendo indossato maglie prestigiose, in campo non hanno mai brillato? Anzi, spesso si sono rivelati atleti mediocri – per usare un eufemismo.
E allora la domanda sorge spontanea: perché dovremmo dare credito a chi non ha titoli per parlare? La soluzione è semplice: boicottiamo i prodotti reclamizzati a reti unificate, cambiamo canale quando compaiono i soliti noti. Vedrete: quando gli ascolti caleranno e le vendite crolleranno, qualcosa comincerà davvero a cambiare. Perché nel mondo dei media e del marketing, solo il portafoglio del consumatore ha un vero potere di veto!
Simone Cristicchi ha una capacità straordinaria di toccare le corde più profonde dell’anima con parole semplici ma cariche di significato.
La sua canzone, dedicata alle madre e alla sua malattia, è un inno all’amore, alla cura e alla memoria, temi universali che risuonano in chiunque abbia vissuto o stia vivendo un’esperienza simile.
La delicatezza con cui affronta il tema del tempo che passa, della memoria che sfuma e dell’amore che resiste è davvero commovente.
Ora, passando ai possibili finalisti di Sanremo 2025, è interessante notare come il sottoscritto abbia analizzato ogni artista con un occhio critico, ma rispettoso, ed alla fine dopo non poche riflessioni, ho pensato che gli artisti che seguono potrebbero far parte dei vicitori:
Simone Cristicchi: La sua canzone è bellissima ma potrebbe non vincere. Spesso a Sanremo non è solo la qualità della canzone a determinare la vittoria, ma anche l’interpretazione, il carisma dell’artista e il momento giusto. Se cantata da un interprete più “tradizionalmente” potente come Ranieri o Jovanotti, avrebbe forse avuto un impatto diverso, ma Cristicchi ha il merito di essere autentico e sincero, e questo è un valore aggiunto.
Giorgia: Lei è una forza della natura, una delle voci più potenti e riconoscibili della musica italiana. Forse la canzone è un po’ troppo ripetitiva ed assomiglia – forse mi sbaglio – ad una nota canzone del grande Lucio Dalla; questo potrebbe rappresentare un limite, ma la sua classe e il suo carisma dovrebbero comunque portarla lontano. Arisa sarebbe stata un’ottima rivale, ma purtroppo non è in gara quest’anno…
Achille Lauro: Finalmente ha colto bene il suo percorso di crescita artistica. Dopo anni di provocazioni e sperimentazioni, sembra aver trovato un equilibrio, tra stile e sostanza. La sua eleganza e la maturità artistica potrebbero finalmente premiarlo, anche se il testo, avrebbe avuto bisogno di un ritocco in più.
Fedez: Il suo seguito tra i giovani è indiscutibile, e il televoto potrebbe favorirlo. Tuttavia, di presenza la canzone perde qualcosa, mentre viceversa ascoltata su “youtube” migliora molto, forse anche grazie all’uso di autotune e di alcuni effetti speciali che dal vivo non si percepiscono; ciò purtroppo limita e quindi distoglie l’attenzione dalle belle parole della canzone. Fedez ha il potenziale per vincere, ma deve convincere anche il pubblico più tradizionale.
Lucio Corsi: La sua canzone tocca un tema importante e delicato, e il coraggio di affrontarlo con sincerità è ammirevole.
Permettetemi di aprire una parentesi: la canzone e le parole sono toccanti e affrontano un grave problema tra i giovani; riprendono il comportamento meschino compiuto da taluni soggetti che si ritengono dei “leader” solo perché un gruppo di menomati, uniti sotto il nome di “branco”, si fanno forti quando sono insieme, viceversa, presi ciascuno da soli, si dimostrano dei codardi, evidenziando gravi problemi familiari e soprattutto personali.
Difatti, è solo attraverso la prevaricazione nei confronti dei propri coetanei o di soggetti fragili, che questi riescono a manifestare tutta la loro violenza fisica e verbale, che sappiamo bene viene caratterizzata con abituali molestie e aggressività di tipo minaccioso.
Corsi in questa sua canzone ha il coraggio di metterci la faccia e soprattutto la propria debolezza, senza nasconderla, esprimendo anche quel desiderio represso di “esser un duro“. La musica è leggera e segue senza pretese una perfetta linearità, proseguendo: come un gioco da ragazzi…
Vincere… non credo sarà facile, ma potrebbe essere certamente una sorpresa inaspettata e direi anche meritata!!!
Comunque, anche se potrebbe non vincere, il suo messaggio lascia un segno profondo, e questo è già una vittoria in sé.
In definitiva, Sanremo è sempre una sorpresa, e spesso la canzone che vince non è necessariamente la più bella, ma quella che riesce a catturare l’attenzione del pubblico e della giuria in quel preciso momento. Chissà, forse quest’anno ci potrebbe anche essere una sorpresa inaspettata…
E allora, nel riportare di seguito le bellissime parole del testo della poesia di Cristicchi, penso che alla fine uno degli artisti citati sopra potrebbe essere il nome del vincitore del Festival di Sanremo 2025.
Quando sarai piccola ti aiuterò a capire chi sei,
ti starò vicino come non ho fatto mai.
Rallenteremo il passo se camminerò veloce,
parlerò al posto tuo se ti si ferma la voce.
Giocheremo a ricordare quanti figli hai,
che sei nata il 20 marzo del ’46.
Se ti chiederai il perché di quell’anello al dito
ti dirò di mio padre ovvero tuo marito.
Ti insegnerò a stare in piedi da sola, a ritrovare la strada di casa.
Ti ripeterò il mio nome mille volte perché tanto te lo scorderai.
Eeee… è ancora un altro giorno insieme a te,
per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato
e sorridere del tempo che non sembra mai passato.
Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono
a capire che tuo figlio è diventato un uomo.
Quando ti prenderò in braccio
e sembrerai leggera come una bambina sopra un’altalena.
Preparerò da mangiare per cena, io che so fare il caffè a malapena.
Ti ripeterò il tuo nome mille volte fino a quando lo ricorderai.
Rip. ritornello
per restituirti tutto, tutto il bene che mi hai dato.
E sconfiggere anche il tempo che per noi non è passato.
Acquistare un libro senza conoscere l’autore non è facile, anzi, si rischia, per eccesso di curiosità, di non vedere accendersi in noi quella luce, già… quel necessario entusiasmo.
Molto spesso infatti accade il contrario. Quei titoli finiscono per risultare sterili, pesanti nella lettura, con un inevitabile spreco di soldi.
Ecco perché ritengo fondamentale avere sempre un assaggio dello stile di un autore prima di impegnarsi in un acquisto, soprattutto quando si tratta di libri su argomenti impegnativi o poco familiari. Uno stile poco coinvolgente, infatti, può far sembrare il libro un investimento sprecato.
Si può provare a cercare estratti gratuiti su piattaforme come Google Play Libri, Amazon o persino sul sito dell’editore. Questi strumenti spesso offrono un’anteprima del contenuto, permettendo di capire se il modo di scrivere dell’autore risuona positivamente.
Tuttavia, non sempre è possibile trovare un’anteprima. In questi casi, si tenta di cercare sul web un estratto del libro o almeno una recensione che possa dare un’idea più chiara dello stile dell’autore. Purtroppo, il più delle volte quanto cerchiamo non è disponibile online..
Altre volte, ci imbattiamo in contenuti concepiti per propagandare il libro o l’autore. Informazioni che non rappresentano una lettura diretta di un estratto e che, spesso, non riescono nemmeno a trasmettere un’idea chiara dello stile o dei temi trattati.
È così che ci rendiamo conto di come molti giudizi siano pensati più per promuovere l’opera che per fornire una reale analisi. Capita difatti che chi scrive una recensione non abbia nemmeno letto il libro, limitandosi a rielaborare informazioni fornite dall’editore o dall’ufficio stampa. Questo è un fenomeno purtroppo comune, non solo nel nostro paese e non solo in ambito letterario…
Viviamo ahimè in una società in cui spesso si privilegia l’apparenza rispetto alla sostanza. Questo crea inevitabilmente un clima di scetticismo, soprattutto tra coloro che cercano genuinità e autenticità. Ecco perché, quando si vuole un parere sincero, è meglio rivolgersi a lettori comuni o cercare opinioni in forum e/o blog indipendenti. In questi spazi è più probabile trovare critiche oneste e non influenzate.
Proprio pochi giorni fa, per ottenere un quadro più autentico, ho esaminato le opinioni dei lettori sul web riguardo a un libro che mi interessava. Le recensioni indicavano un apprezzamento per lo stile coinvolgente e la profondità tematica del testo. Tuttavia, leggendo con attenzione, ho notato alcune criticità nei giudizi.
Ad esempio, una lettrice dichiarava apertamente la propria stima per l’autore prima ancora di esprimere il suo commento. Questo mi ha fato pensare a un giudizio poco obiettivo. Quando si parte con un’opinione favorevole sull’autore, è inevitabile che la valutazione risulti influenzata. Non sappiamo se abbia apprezzato il libro per il contenuto o per un senso di affinità personale con l’autore stesso.
Un altro lettore raccontava di aver letto il libro in soli due giorni. Questo potrebbe indicare che il libro fosse effettivamente scorrevole e coinvolgente, ma lascia anche il dubbio di una lettura troppo rapida per un reale approfondimento. Sì… potrebbe essere stata una giornata particolarmente vuota di impegni, oppure una lettura superficiale…
Infine, un terzo commento sembrava più interessante: la lettrice descriveva l’ambito del romanzo e accennava a una linea narrativa. Tuttavia, il suo commento era troppo generico. Un’osservazione così ampia potrebbe essere stata formulata leggendo una sinossi o una recensione, senza una reale lettura del libro.
Questi esempi mettono in luce uno degli aspetti più complessi delle recensioni personali: l’influenza di preconcetti, situazioni personali e il livello di approfondimento reale di chi scrive. Ecco perché, ripensando a quei giudizi, resto convinto che sia fondamentale approcciarsi con cautela a tali valutazioni.
Perdonate il mio scetticismo, ma da tempo ho imparato a non giustificare certi atteggiamenti, specialmente quando si tratta di commenti anonimi sul web o sui social. Spesso, dietro a quelle parole apparentemente entusiastiche, si nasconde una mancanza di lettura concreta che non permette di comprendere davvero cosa ci sia di valido o unico in un libro.
Ecco perché consiglio, prima di acquistare un libro, di recarsi in libreria. In alcune di queste ad esempio, nella mia città di Catania ad esempio, dove il sottoscritto è abbonato, i titolari sono cortesi da permettere a chiunque di sfogliare il libro prima dell’acquisto. Questo consente di valutare personalmente lo stile dell’autore e soprattutto il contenuto dell’opera.
Non mi resta quindi che augurare a tutti Voi una buona lettura, ricordando come un libro ben scelto può salvarci da qualsiasi cosa, persino da noi stessi…