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L’altra fede: Quando non credere è pur sempre credere.


Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.

Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza.
Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.

E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.

Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.

L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!

Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…

Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.

La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!

Si può credere senza mettere un uomo al posto di Dio?


Ho appena letto un testo sul web e mentre lo facevo, quelle parole mi ronzavano nella mente, come un contrappunto necessario. 

Perché è vero, si possono tracciare percorsi, mappe antiche che mostrano come gli uomini abbiano da sempre cercato di avvicinarsi al mistero che chiamano Dio, già… percorsi di meraviglia davanti al creato, di ascesi e lotta tra carne e spirito, cambiamento morale, rito comunitario, tutto… sì affascinante, storico, comprensibile…

Ma è proprio qui che la riflessione si fa tagliente, come d’altronde dovrebbe essere. Tutte queste strade, per quanto affascinanti, sono – di fatto – strade umane, tentativi, linguaggi, balbettii di creature finite che cercano l’infinito. Il punto irrinunciabile, il cardine su cui tutto deve girare, è che: nessuna di queste strade può mai portare a confondere la creatura con il “Creatore”!

Nessun uomo, per quanto santo, illuminato o carismatico, può essere elevato a quel livello. E mi fermo qui, su questo concetto netto: non esiste alcun essere animale, spirituale o di qualsiasi altra natura, che non sia venuto all’esistenza attraverso una nascita, sia essa naturale o aiutata dalla scienza. 

Tutto il resto, tutto quel castello di speculazioni, dogmi e narrazioni costruite ad arte per collocare un uomo particolare nella sfera del divino, è roba per chi ha deciso di abdicare al pensiero, per chi preferisce vedere il mondo attraverso le rassicuranti “fette di prosciutto sugli occhi”.

Questo non è un attacco alla fede personale, sia chiaro. Credere o non credere è una scelta radicalmente intima, forse la più intima che ci sia. Ognuno può, deve, percorrere la strada che sente più consona alla propria sete di significato, che sia una strada o un dedalo di sentieri. 

Essere fedeli significa proprio questo: aderire con tutto sé stessi a ciò che si sente vero, a una religione, a un profeta, a un ideale che ci rappresenta. Anche pregare, del resto, non è un ripetere a pappagallo dottrine imparate, ma è porsi le domande scottanti, quelle che bruciano l’anima. È un dialogo, non un monologo ricevuto!

E allora cosa significa, oggi, inginocchiarsi? Cosa si pensa davvero quando ci si inchina, prosterna, piega verso una direzione oppure davanti a un crocifisso o mentre si fissa un altare? Si crede forse che quell’uomo o colui che oggi ne riveste i panni sulla terra, sia davvero Dio in persona sceso tra noi? Perché qui il salto è enorme, e farlo a cuor leggero è estremamente pericoloso. 

Credere non è un gesto scaramantico, non è un tic sociale. Non è pregare purificarsi, alzare le mani oppure farsi il segno della croce dopo un gol, come ho visto fare guardando la partita Verona-Bologna, quasi che da lassù ci sia un interesse per il calcio, o epr una squadra del cuore da tifare, già… perché ridurre la fede a questo è svuotarla di ogni senso, è trasformarla in una superstizione folkloristica.

Il vero nodo, allora, mentre si leggono queste antiche “quattro strade”, mi pare un altro. È il divario abissale tra la complessità, la profondità a volte vertiginosa di quelle ricerche spirituali, e la piatta, spesso ipocrita, staticità di un certo credere moderno. Da una parte padri del deserto, dispute teologiche che scavavano nell’essere, mistici che bruciavano di un fuoco interiore, dall’altra, oggi, troviamo un manuale da seguire, una dottrina da ripetere, corretta nei termini ma fredda, incapace di parlare al tumulto dei sentimenti, alle ansie, alle vere domande della gente.

La vita delle persone è immersa in un mondo che ha altri ritmi, altri linguaggi, altre sintesi. E il cuore della questione, forse, è proprio lì dove il testo originale lo accenna: nel cambiamento morale. Non un cambiamento fatto di divieti esteriori o di adesioni formali, ma una trasformazione interiore che nasce da una scelta autentica. Una vita sobria, attenta, grata. Questo potrebbe essere un faro, un modo per vivere nella modernità senza esserne semplicemente un calco, senza omologarsi al rumore di fondo.

Forse, alla fine, la speranza è proprio che si torni a questa sostanza nuda e cruda. Lasciando perdere le dispute organizzative, gli apparati, le legiferazioni infinite. Tornare alla domanda semplice e tremendamente complicata: in cosa credi davvero? E soprattutto, ricordando sempre che, tra il cielo e la terra, nessun uomo può mai essere posto sul trono dell’assoluto. Quel posto, se c’è, è vuoto, o è occupato da un mistero che nessuna strada umana potrà mai completamente racchiudere.