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Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?

Una favola per adulti: La livella dell’indifferenza.


Sì… stasera ho voglia di ridere, ed è proprio per questo che ho deciso di scrivere in maniera leggera, estemporanea, perché in fondo, di cosa dovrebbe ridere l’umanità se non di sé stessa, delle sue certezze traballanti e di tutte quelle favole che ogni giorno si racconta per non sentire il rumore del vuoto che la circonda?

Dai… siamo onesti, guardiamoci intorno per un secondo. Miliardi di persone, milioni d’individui che ripongono la loro intera esistenza in un racconto, in una favola. Perché diciamocelo, che cos’è la religione se non l’incredibile capacità di credere alle storie più fantasiose, raccontate con tono solenne da qualcuno che, guarda caso, si propone come nostro intermediario diretto con l’universo? Un universo che – per puro caso – gli conferisce anche una certa autorità su di noi.

Sono storie affascinanti, per carità, tentano di dare un senso al caos, di imbrigliare l’animo umano in un codice di regole e di proiettarci verso un potere più alto. Ma la verità, quella nuda e cruda, è molto più semplice e molto più spaventosa: non c’è nulla. Non qua sotto, e certamente non in un “altrove”. E d’altronde, chi potrebbe mai smentirmi? Da vivo non può, da morto… beh, ancor meno, e se anche potesse, chi lo ascolterebbe?

Nella mia vita ne ho sentite di tutti i colori. Storie bellissime, entusiasmanti…

Ricordo un tizio che mi raccontò di un incidente in motorino da ragazzino. Lui era lì, svenuto sull’asfalto, eppure, con la precisione di un drone, “vedeva” tutto dall’alto: le sue gambe storte, la gente che gli correva intorno, l’ambulanza che arrivava. Poi, immancabile, il tunnel e quella luce abbagliante in fondo. Lui ci si infilava, sereno, diretto verso questo fantastico chiarore, quando una voce tonante lo blocca: “Fermo! Non è il tuo momento! Torna indietro“. E zac, si sveglia in ambulanza. Un film già visto, no?

Poi c’è il classico racconto di chi è clinicamente morto per qualche minuto. Parametri piatti, la scienza che alza bandiera bianca, e invece no, il soggetto si risveglia e racconta di una presenza, una voce, un’entità che lo ha riportato indietro. Un salvataggio dall’aldilà in extremis.

Basta fare un giro in rete per trovare migliaia di queste perle. Resuscitati, miracolati, viaggiatori dell’aldilà. Ma cosa sono, in realtà, se non l’ultimo, disperato, magnifico tentativo del nostro corpo, e soprattutto della nostra mente, di non arrendersi? 

L’organismo, messo all’angolo, tira fuori l’ultima carta a disposizione: l’anestesia totale. Si auto-induce uno stato di protezione, una fantasia potente quanto la vita stessa, per addolcire la pillola. È lo stesso meccanismo, in fondo, di chi resta in coma per anni, sospeso in un suo mondo parallelo.

Perché alla fine, quando il sipario cala per davvero, cala e basta. Niente paradiso, niente inferno, e men che meno quel noioso posto di passaggio che chiamano Purgatorio. Non abbiamo nulla da farci perdonare da un’entità cosmica, e nessuno verrà a giudicarci con in mano la lista delle nostre marachelle. Niente vergini per gli uomini, niente stalloni per le donne, niente feste celesti con esseri alati. Niente. Nemmeno un po’ di polvere cosmica con il nostro nome sopra.

Finiremo tutti nell’oblio, sì… dimenticati. Di noi, che si sia stati giganti della storia o semplici comparse, non rimarrà nulla, nemmeno il nome. Saremo tutti lì, in quella stessa identica livella dell’indifferenza universale, a marcire come un fico o a dissolverci come polvere al vento… 

Perché in fondo, siamo solo esseri viventi, niente di più, niente di meno. E riderci su, ogni tanto, è l’unica vera rivolta che ci rimane.

Religioni? Principi? Fedeli? L’eterno inganno: come le religioni hanno costruito speranze su fondamenta di sabbia!


È da anni che mi sono appassionato a studiare le religioni. Già… le osservo come si osserva un edificio antico, provando a capire con quali mattoni è stato costruito e quali sistemi riescono a tenere in piedi le sue volte.

Premetto che non lo faccio per giudicare, criticare e ancor meno per essere di parte. Difatti, non ho una religione nel cuore da difendere, né una da attaccare, come d’altronde non credo che una valga più dell’altra, ma ciò che vorrei far comprendere in maniera chiara è quali meccanismi e quali precetti – calati dall’alto come fossero una rivelazione – siano finiti per modellare così profondamente la vita terrena di milioni di persone. 

Ed allora, ho deciso – ancora una volta – di riprendere l’argomento, elencando, quasi fosse un inventario, gli obblighi e le ricompense che ciascuna fede pone e promette ai suoi fedeli.

Iniziamo con l’Islam. Ho avuto modo di comprendere, grazie ad alcuni amici musulmani praticanti, quel loro modo di seguire il percorso di vita in maniera precisa, sì… scandito da taluni obblighi. Ad esempio, deve pregare cinque volte al giorno rivolto verso la Mecca, un gesto che orienta non solo lo spirito ma anche il corpo e il tempo quotidiano. Deve digiunare durante il mese di Ramadan dall’alba al tramonto, facendo esperienza della fame e della sete per comprendere la privazione e purificarsi. Deve astenersi dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, e in molte interpretazioni osservare regole precise anche all’interno della vita coniugale. Non deve rubare, non deve uccidere, non deve mentire, e deve astenersi dal consumo di alcol e carne di maiale. Deve inoltre praticare l’elemosina legale, la zakat, che è un obbligo preciso, una percentuale dei propri beni da destinare ai poveri. Deve, se ne ha la possibilità fisica ed economica, compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio alla Mecca. E poi c’è la promessa: vivere secondo queste regole non è solo un modo per guadagnarsi il favore divino in terra, ma apre le porte di un aldilà descritto con straordinaria ricchezza di particolari. Il paradiso coranico è un luogo di giardini e ruscelli, dove i giusti godranno di ogni delizia. E per il martire, per colui che cade combattendo per la fede, la ricompensa è ancora più alta: settantadue vergini lo attendono! Un’immagine quest’ultima che ha affascinato e turbato generazioni di credenti e non solo.

Ed ora passiamo al cristianesimo. Qui l’architettura dottrinale è altrettanto complessa e affonda le radici nel mistero della Trinità: Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone distinte ma un’unica sostanza. Il cristiano si fonda sui Vangeli, quei quattro racconti che narrano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù, il Cristo (gli altri, sono stati considerati “apocrifi” e non sono stati inclusi nel canone ufficiale del Nuovo Testamento, forse perché mettevano in discussione quei principi…). I suoi fedeli venerano Maria come madre di Dio, figura di intercessione e di purezza assoluta. I precetti di vita sono quelli tramandati dai Dieci Comandamenti e dal messaggio evangelico: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi. Non uccidere, non commettere atti impuri, non rubare, non dire falsa testimonianza, onorare il padre e la madre. Ma anche, in molte confessioni, osservare i sacramenti, confessare i propri peccati, partecipare alla messa domenicale, accostarsi all’eucaristia. La vita del buon cristiano è una via che conosce prove e cadute, ma anche la possibilità del pentimento. E poi vi è la ricompensa o la punizione. Oltre la morte, si spalanca il trinomio di possibilità: il Paradiso per i giusti e i pentiti, la beatitudine eterna nella visione di Dio. Il Purgatorio per quelle anime che, morte in grazia di Dio, necessitano ancora di una purificazione prima di accedere alla gioia perfetta. E l’Inferno per i dannati, per coloro che hanno rifiutato consapevolmente l’amore divino, condannandosi a una sofferenza eterna.

Vediamo ora l’ebraismo, che potremmo definire la radice da cui nascono le altre due. Ha un’impostazione in parte diversa, più incentrata sul popolo e sull’alleanza che sul singolo individuo. Il fedele osserva la “Torah”, la legge rivelata, che comprende precetti numerosissimi, come il riposo assoluto durante lo Shabbat, dal venerdì sera al sabato sera. Segue le regole alimentari della kasherut, che distinguono gli animali puri da quelli impuri e vietano di mescolare carne e latte. Pratica la circoncisione come segno dell’alleanza con Dio. La vita è scandita da feste che ricordano la storia della salvezza del popolo ebraico, come la Pasqua, che celebra l’uscita dall’Egitto. La ricompensa, nell’ebraismo, è spesso terrena e collettiva: la venuta del Messia, la pace per Israele, la giustizia nel mondo. Quanto all’aldilà, le visioni sono meno definite e variegate, con l’idea di uno “Sheol”, un luogo ombroso dove i morti attendono, e in alcune correnti, la speranza nella resurrezione dei corpi alla fine dei tempi.

Se poi ci spostiamo verso Oriente, l’induismo offre ad esempio un panorama totalmente complesso e stratificato. Il fedele induista vive secondo il proprio “dharma“, il dovere specifico legato alla casta di appartenenza e alla fase della vita. I precetti variano enormemente, ma includono la purezza rituale, il rispetto per tutte le forme di vita, che si traduce spesso nell’esser vegetariani e nella venerazione di migliaia di divinità, con pratiche che vanno dalla semplice preghiera domestica, ai complessi rituali templari. Il cuore della promessa induista è il ciclo delle reincarnazioni, il “samsara”. Ogni azione, ogni pensiero, ogni parola produce un karma, un frutto che determinerà la qualità della prossima vita. Si può rinascere in una casta superiore o inferiore, o addirittura come animale o insetto. La meta ultima, il moksha, è la liberazione da questo ciclo, l’uscita dalla ruota delle rinascite, il ricongiungersi con l’assoluto, il “Brahman“.

E poi ci sono le tante ramificazioni, le tante interpretazioni che hanno dato vita a confessioni diverse. I Protestanti, nati dalla riforma di Lutero, che rifiutano l’autorità del Papa, riducono i sacramenti a due, battesimo ed eucaristia, e pongono la sacra scrittura come unica fonte di autorità, sostenendo la dottrina della giustificazione per sola fede. La salvezza non si guadagna con le opere, ma è un dono gratuito di Dio, accolto appunto attraverso la fede.

I Calvinisti, che dalla Riforma protestante ereditano molto ma aggiungono un tassello teologico tra i più radicali e affascinanti da analizzare. Anche loro, come i luterani, riconoscono la Scrittura come unica regola di fede e rifiutano gran parte dei sacramenti, conservando solo battesimo e cena eucaristica, quest’ultima intesa però in senso puramente simbolico, senza alcuna presenza reale di Cristo. Ma il cuore della loro dottrina, ciò che rende il calvinismo un unico nel panorama delle fedi cristiane, è la doppia predestinazione. Secondo questa visione, Dio, nella sua assoluta sovranità e onnipotenza, ha stabilito dall’eternità chi sarà salvato e chi sarà dannato. Gli eletti, coloro che sono destinati alla gloria eterna, non lo sono per merito, per le opere compiute o per la fede professata, ma per un decreto divino insondabile, precedente a qualsiasi azione umana. Il fedele calvinista vive quindi sulla terra senza la certezza della propria sorte, ma cerca nel successo terreno, nella prosperità del lavoro, nella disciplina e nella condotta morale irreprensibile un segno, un indizio della propria elezione: Il lavoro diventa vocazione, l’impegno civile un dovere, la sobrietà uno stile di vita. Ecco che allora, paradossalmente, una dottrina che sembrerebbe togliere ogni spazio alla libertà umana diventa il motore di un’etica operosa e disciplinata, la ricompensa quindi non si guadagna, ma la si riconosce nei frutti terreni della propria esistenza, in attesa del giudizio eterno già scritto.

Passiamo quindi ai Testimoni di Geova, che non amano definirsi una confessione cristiana ma piuttosto un ritorno al cristianesimo delle origini, rifiutano la Trinità, non festeggiano compleanni e natale perché li ritengono di origine pagana, rifiutano le trasfusioni di sangue basandosi su un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici, e non prestano servizio militare. La loro speranza è vivere per sempre su una terra paradisiaca, ricreata dopo la battaglia di Armageddon, e non in cielo, dove andranno solo un numero limitato di eletti, i 144.000!

I Mormoni, o Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, aggiungono ai testi biblici il “Libro di Mormon”, che racconterebbe la visita di Gesù alle Americhe dopo la resurrezione. Praticano il battesimo dei morti, offrendo la salvezza anche agli antenati, e in alcuni periodi storici hanno praticato la poligamia. Credono in una vita eterna che è una progressione continua, dove gli uomini più giusti possono diventare a loro volta dèi e governare su propri mondi.

E potrei continuare con i buddhisti, che pure non parlano di un dio creatore, ma di un percorso di illuminazione e di distacco dalla sofferenza attraverso l’ottuplice sentiero, con la meta finale del nirvana, l’estinzione del desiderio e quindi del ciclo delle rinascite. Oppure con gli scintoisti giapponesi, che rappresentano un caso a sé nel panorama delle fedi mondiali. Lo shintoismo è la via dei kami, gli dèi-spiriti che abitano ogni cosa: non un dio unico e lontano, ma una miriade di presenze che risiedono negli alberi secolari, nelle montagne, nei fiumi, nelle rocce, persino negli oggetti e negli antenati illustri divinizzati dopo la morte. Il fedele scintoista non segue un libro sacro né un codice morale scritto, perché la virtù si presume naturale nel popolo giapponese. Ciò che conta è la purezza, intesa come assenza di contaminazione, da ottenere attraverso riti di purificazione con acqua o con rami di sakaki agitati dai sacerdoti. I precetti non sono comandi da osservare, ma uno stato da mantenere: evitare ciò che sporca, ciò che offende i kami. Le feste, i matsuri, scandiscono l’anno agricolo e servono a ringraziare per il raccolto, a invocare la fertilità, a mantenere l’armonia tra il mondo umano e quello divino. Quanto all’aldilà, lo shintoismo non promette paradisi né inferni, non minaccia pene eterne né ricompense ultraterrene. I morti dimorano nella terra di Yomi, un luogo ombroso e indefinito separato dal mondo dei vivi da un basso colle. La vera ricompensa è qui, sulla terra: la protezione dei kami, la fertilità dei campi, la serenità della comunità. Un meccanismo questo che funziona al contrario delle religioni abramitiche: non si obbedisce per guadagnarsi l’aldilà, ma si celebrano i riti per preservare l’equilibrio del mondo in cui già si vive.

E poi ci sono i sikh, che dal crogiolo indiano emergono con una fede giovane e decisa, nata cinquecento anni fa dall’insegnamento di dieci guru. Per loro Dio è uno, senza forma, e si raggiunge attraverso la meditazione e il servizio disinteressato. Il fedele porta con sé i cinque simboli distintivi, i cosiddetti cinque K: i capelli lunghi mai tagliati, raccolti sotto il turbante; il pettine di legno; il bracciale d’acciaio; il pugnale cerimoniale; e i pantaloni particolari, segno di prontezza a difendere i deboli . Il loro tempio, il “gurdwara”, è aperto a tutti senza distinzione di casta o credo, e lì si consuma insieme il pasto sacro, il “langar”, preparato e offerto dai fedeli stessi in segno di uguaglianza. La ricompensa è la fusione dell’anima con Dio, come una goccia che torna all’oceano, dopo aver vissuto una vita onesta e laboriosa.

Andando per concludere troviamo i giainisti, questi, portano all’estremo il principio della non violenza, l’ahimsa, al punto che i monaci più austeri camminano scoprendo il terreno davanti a sé con una scopa per evitare di schiacciare insetti, portano una mascherina per non uccidere microscopiche forme di vita nell’aria e bevono acqua filtrata. La loro dottrina insegna che ogni anima, ogni “jiva“, è potenzialmente divina e imprigionata nel ciclo delle rinascite a causa del karma, inteso qui come una sostanza sottile che aderisce all’anima per le azioni compiute. Liberarsene richiede un’ascesi estrema, un digiuno progressivo fino alla morte che alcuni monaci scelgono come atto supremo di distacco. La meta, il “moksha”, è la liberazione definitiva, la beatitudine eterna nella conoscenza perfetta, raggiunta solo da quelle anime che hanno spento ogni desiderio e ogni violenza.

Ed infine vi sono le religioni animistiche africane, quelle che i manuali chiamano spesso religioni tradizionali, come se il termine racchiudesse in sé qualcosa di primitivo o di superato. In realtà, sono sistemi complessi e profondi, dove il confine tra visibile e invisibile è labile, dove gli spiriti abitano gli alberi, gli animali, i luoghi sacri, e gli antenati non sono morti davvero ma vegliano sui discendenti da una dimensione parallela. Non c’è un dio unico e lontano, ma un dio creatore, spesso distaccato, e poi una miriade di divinità minori, di spiriti della natura, di forze con cui l’uomo deve imparare a convivere. I precetti sono tramandati oralmente, custoditi dagli anziani e dagli sciamani, e riguardano il rispetto per gli antenati, l’equilibrio con la natura, la purezza rituale da mantenere. Le offerte, i sacrifici, le danze non servono a guadagnarsi un paradiso futuro, ma a mantenere l’armonia qui e ora, a placare gli spiriti irati, a chiedere pioggia o fertilità. La ricompensa è immediata, concreta: la salute, il raccolto, la protezione della comunità. L’aldilà è un prolungamento sfumato della vita terrena, un mondo degli spiriti dove si continua a esistere, magari con meno peso, ma sempre in relazione con i vivi.

Quanto sopra, vuol far comprendere come, tra fedi e precetti, emerga la straordinaria varietà di risposte che l’umanità ha saputo darsi alle stesse domande e, allo stesso tempo, la sorprendente uniformità della struttura: da un lato un codice di comportamento, un insieme di regole da seguire quaggiù, dall’altro la promessa di una ricompensa, o la minaccia di una punizione, in un aldilà.

Nello scrivere questo post pensavo dentro me che, se ci fosse un extraterrestre a osservarci, direbbe di noi: una vera e propria architettura di bisogni e speranze quella degli umani, che, visti da fuori, rivelano tutta la loro terrena e misera umanità.

Sì… forse soltanto un definitivo contatto con quegli esseri, con qualcosa di così radicalmente diverso da noi e dalle nostre costruzioni mentali, potrà finalmente portare alla fine di tutte queste religioni. Sì… chissà se basterà la prova vivente di un’altra intelligenza, di un’altra forma di vita cosciente, per frantumare il millenario specchio in cui ci siamo guardati credendo di vedere il riflesso di un dio o chissà, se viceversa – e questa è l’ipotesi più amara – anche di fronte all’evidenza più lampante, l’essere umano troverebbe il modo di riplasmare la propria fede, integrando gli alieni nel proprio disegno divino. 

Sì… magari come angeli, come demoni, o come nuove anime da convertire, perché l’illusione, quando è così radicata, non muore davvero, si adatta, si trasforma, e continua a vivere.

Perché in fondo, la mia specie è fatta così: ha troppo bisogno di credere in qualcosa, anche a costo di credere in niente!

Se la Bibbia non è sacra, perché leggerla ancora?

Che senso ha leggere la Bibbia sapendo che essa non rappresenti altro che un libro e che in esso non vi sia contenuta alcuna parola di Dio?
Perdonate oggi l’argomento affrontato, ma questa domanda, così diretta, scuote da tempo le fondamenta a cui sin da bambino ero stato erroneamente plagiato, in quanto – se pur parliamo di un testo che nei millenni è stato considerato sacro – esso in se non rappresenta altro che una successione di eventi più o meno fantasiosi, certamente anche storici, ed è forse proprio per quest’ultimo punto che merita da parte del sottoscritto una pensiero sincero.

Tuttavia, sappiamo bene come la Bibbia, di fatto, sia un libro scritto da uomini, e come nei secoli sia stato modificato, alterato, a seconda delle circostanze storiche, dei poteri dominanti, delle interpretazioni umane, eppure, anche ammettendo questo, rimane nella buona o cattiva sorte, un testo che ha plasmato civiltà, ispirato arte, guidato filosofie, e continua a farlo ancora oggi.

Certo, nessuno toglie che essa offra spunti di riflessione e significato, che le storie raccontate, le parabole, se pur frutto di fantasia o di una rielaborazione culturale, rappresentino insegnamenti morali e riflessioni sull’esistenza umana che possono arricchire la vita di chi la legge, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose.

Forse quindi il valore non sta nell’origine divina del testo, ma nella sua capacità di parlare all’uomo, di interrogarlo, di metterlo di fronte a domande scomode e universali: cos’è il bene? Cos’è il male? Come dovremmo vivere?

Già… in questo forse la Bibbia può trovare un senso, non tanto per diventare specchio di Dio, ma bensì per noi stessi, per superare le nostre paure, le avversità della vita, dare un senso alle nostre speranze, e forse chissà, anche ai nostri errori.

E allora, forse, leggerla – per molti – può avere un senso, proprio perché conserva in se quel sentimento umano, sì… aggiungerei troppo umano…

Già… ricorda ai suoi lettori che la ricerca di significato, di giustizia, di redenzione, non è un’esclusiva della fede, ma un’esigenza profonda dell’animo umano.

Ecco quindi che alla fine poco importa se essa rappresenti storia, mito, o simbolo: già… ciò che conta è ciò che lascia ai suoi lettori, le domande che pone e soprattutto le risposte che costringe a cercare.

Il sottoscritto resta in fondo legato ai suoi concetti e cioè che – pur avendola letto tutte quelle pagine sia da fanciullo e da adulto – alla fine, ho raggiunto quella necessaria convinzione di non aver alcun bisogno della Bibbia e ancor meso di quei suoi precetti o insegnamenti, che d’altronde già di mio, metto ogni giorno in evidenza, sì… attraverso le mie azioni quotidiane.

Ecco… forse, il vero miracolo che manca (a quella parte di umanità che crede in quel libro in quanto fedele…) alla Bibbia, non è tanto quello di parlare con Dio, ma di riuscire a trasmettere in concreto qualcosa di positivo a quegli uomini o a quelle donne, che – per come vedo – continuano ahimè a comportarsi come sempre e cioè in maniera ignobile!

Ma, a ben pensarci, la Bibbia cos’altro fa se non parlare di noi, già… come al solito.

Perfetta metafora dell’arroganza umana: persino Dio, nella nostra fantasia, non può fare a meno di raccontare le nostre meschine storie, i nostri drammi da quattro soldi, le nostre ipocrisie placcate d’oro.

E noi, invece di vergognarci, ci specchiamo in quelle pagine come se fossero un’assoluzione divina. Comodo, no? La santità in copertina e il marcio nel cuore. Amen.