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BOLOGNA. Il conformismo della massa non è un’astrazione politica, ma un fenomeno quotidiano: le passioni travolgono la moltitudine spesso contro i propri interessi e trascinano nel loro vortice il saggio e il filosofo insieme a tutti gli altri.


Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna, scrisse queste parole osservando la folla parigina dagli alti finestroni del suo laboratorio, negli anni incandescenti della Rivoluzione. 

Era uno scienziato abituato a pesare, misurare, calcolare. Credeva che la ragione fosse una bilancia infallibile. Ma ciò che vide dalle vetrate lo turbò profondamente: uomini e donne che si radunavano in piazza perdevano la capacità di discernere, si lasciavano trascinare da un’emotività collettiva che travolgeva ogni logica, persino quella dei più colti

Pochi anni dopo, quella stessa folla lo avrebbe condotto al patibolo. La storia, si sa, ama le ironie tragiche.

Il ragionamento di Lavoisier poggia su due pilastri che oggi, a distanza di secoli, ci appaiono inquietantemente attuali. Il primo è il conformismo della massa: quando gli individui si uniscono in grandi assemblee, tendono ad omologarsi, a perdere la propria singolarità per farsi assorbire da un unico corpo collettivoIl secondo è la perdita di razionalità: in quei contesti, l’entusiasmo e l’emotività prendono il sopravvento sulla logica, e persino le persone più sagge e riflessive si ritrovano impotenti, risucchiate in un vortice che non riescono più a governare. Non è un’astrazione politica, è un fenomeno quotidiano. E si manifesta ogni volta che la piazza diventa arena, ogni volta che il dolore si trasforma in rabbia e la rabbia in distruzione.

Proprio in questi giorni, purtroppo, ne abbiamo avuto una dimostrazione drammatica. Bologna si è svegliata con il volto deturpato: strade prese d’assalto, automobili trasformate in torce, l’arredo urbano ridotto a un campo di battaglia. Non era una manifestazione, era qualcosa di più cieco e furioso. Era il momento in cui la protesta smette di chiedere e comincia a distruggere, in cui la rabbia si fa fine a se stessa. Il tutto a pochi passi dal cuore rinascimentale della città, quasi a voler colpire non le istituzioni, ma il simbolo stesso della civiltà. E come spesso accade, a scaldare ancora di più gli animi ci ha pensato la politica, trasformando il lutto in un ring, la richiesta di verità in una trincea.

Tutto è partito dalla morte di un uomo di quarantadue anni deceduto durante un’operazione di polizia nel quartiere del Pilastro. Una vicenda ancora avvolta nel mistero, su cui il presidente del 118 ha detto una frase pesantissima: se un medico fosse intervenuto subito, forse si sarebbe potuto salvarlo. Una frase che getta un’ombra inquietante su quanto accaduto domenica pomeriggio. Eppure, da quel dolore legittimo, da quella richiesta di verità che la famiglia e la città hanno il diritto di avanzare, si è generato un cortocircuito. La piazza pacifica del lunedì sera si è trasformata, nel giro di poche ore, in guerriglia. Due piazze, due anime, due destini: una che chiedeva giustizia, l’altra che ha scelto la violenza come unica risposta.

La premier Giorgia Meloni ha parlato di violenza inaccettabile contro le forze dell’ordine, definendo irresponsabili coloro che hanno alimentato il clima d’odio verso un corpo dello Stato. Ha chiesto che vengano accertate con il massimo rigore eventuali responsabilità sulla morte dell’uomo, ma ha anche sottolineato che nulla può giustificare quanto accaduto nella notte bolognese. Il centrodestra e i sindacati delle forze dell’ordine hanno addirittura chiesto le dimissioni del sindaco dem, considerato il principale responsabile di aver chiamato la città a un momento di raccoglimento in piazza del Nettuno. Dall’altra parte, la segretaria del Pd ha ribadito che quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, lo Stato ha fallito, e che proprio lo Stato deve fare piena luce, senza che la politica si trasformi in un tribunale preventivo.

In mezzo, le vittime di questa spirale di violenza. Una cinquantina di agenti feriti, alcuni in modo serio. Un cronista rimasto contuso. Ragazzi giovanissimi fermati e poi rilasciati, molti altri destinati a finire nei guai con la giustizia. E poi i due agenti direttamente coinvolti nell’operazione che è costata la vita a quella vittima, due ventenni descritti come “sconvolti e addolorati” e che al momento non sono rientrati in servizio. L’immagine che rimane è quella di una città che si ritrova a fare i conti con le proprie macerie, materiali e morali, senza avere ancora le risposte che chiedeva. Un bilancio pesantissimo, che lascia intravedere il volto più oscuro della protesta: quello che non cerca giustizia, ma distruzione; che non chiede verità, ma pretende scontro.

Eppure, in questo quadro fosco, c’è una voce che merita di essere ascoltata con attenzione. La nipote dell’uomo (Abderrahim Fakir) si è fatta avanti per dire, con commozione e dignità, che la famiglia si dissocia dalle violenze. Che Bologna non merita questo. Che ciò che chiedono non è odio, ma giustizia, verità e dignità. Le sue parole sono un baluardo di razionalità in un oceano di passioni travolgenti. Ci ricordano che il dolore non deve per forza tradursi in rabbia cieca, che la richiesta di verità può convivere con il rispetto delle regole e delle istituzioni. Ma siamo sicuri che questa voce fragile e saggia riuscirà a farsi sentire sopra il fragore della guerriglia?

Perché qui sta il nodo drammatico della questione, quello che Lavoisier aveva intuito con la lucidità del chimico: quando la moltitudine si lascia travolgere dalle passioni, anche il saggio e il filosofo vengono risucchiati. Non perché perdano la loro intelligenza, ma perché la corrente è troppo forte per essere contrastata da un singolo. Il sindaco ha cercato di governare la frustrazione e lo smarrimento della comunità, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste. Ma la spirale della violenza ha preso il sopravvento, alimentata da un clima di odio e polarizzazione che non aiuta la ricerca della verità e non fa bene a nessuno. La politica, da entrambe le parti, sembra più preoccupata di marcare il territorio che di spegnere gli incendi.

Forse, allora, dovremmo fermarci un attimo e chiederci: cosa cerchiamo veramente quando scendiamo in piazza? Cerchiamo giustizia o cerchiamo catarsi? Vogliamo verità o vogliamo che la nostra rabbia venga riconosciuta e legittimata? La folla che incendia e devasta non sta chiedendo giustizia: sta usando la morte come pretesto per scatenare un conflitto che covava da tempo. È il vortice di cui parlava Lavoisier, quello che travolge ogni ragione e trasforma il dolore in violenza fine a se stessa. E nel vortice, purtroppo, ci finiscono dentro tutti: i saggi e gli irrazionali, i manifestanti pacifici e gli antagonisti, i politici che cavalcano la protesta e le forze dell’ordine che cercano di contenerla.

Le accuse tra campo largo e centrodestra si rincorrono come in un teatrino grottesco. Da una parte si parla di “nipotini coltivati nei centri sociali“, dall’altra di “neofascismo” e “rappresaglia“. La premier prende le distanze ma chiede alla sinistra di fare altrettanto con le parole di un assessore del Pd. E nel frattempo, la verità su quanto tragicamente accaduto resta sospesa, i due agenti ventenni sono fuori servizio, e la città di Bologna conta i danni e cerca di ricucire le sue ferite. In questo quadro, la voce della nipote è come un’ancora di salvezza in mezzo alla tempesta: ci ricorda che la dignità esiste, che il lutto si può vivere senza odio, che la giustizia è possibile senza vendetta. Ma la sua è una voce che rischia di essere sommersa dal fragore degli scontri e dalle grida della politica.

E allora torno a Lavoisier. Il chimico che vide la folla dalle finestre del suo laboratorio e capì che la ragione, da sola, non basta. Capì che il conformismo della massa non è una debolezza intellettuale, ma una forza fisica, un vortice che risucchia tutto ciò che incontra. E capì, forse troppo tardi, che anche il saggio e il filosofo, per quanto illuminati, possono essere travolti.

La storia di Bologna in questi giorni è la prova che il vortice non è mai scomparso, che si annida nelle pieghe della nostra società e aspetta solo un pretesto per esplodere. La domanda che ci resta è: riusciremo a spezzare questo meccanismo, a trovare il coraggio di ascoltare le voci che chiedono giustizia senza violenza, o continueremo a lasciarci trascinare, come la moltitudine di Lavoisier, contro i nostri stessi interessi

Il 28 aprile si va all’INRiM: le risposte del Dott. Grassi che aspettavamo.


L’attesa è finita… e il Dott. Alfio Grassi, per come ha sempre fatto in passato ha risposto e lo ha fatto con quella schiettezza che ho imparato a riconoscergli, senza giri di parole, senza nascondersi dietro formule accomodanti. 

Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente. 

Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.

La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l’accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell’INRiM stesso

Una notizia importante, non c’è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire “lasciate perdere“, ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l’ostinazione di un geologo che non molla l’osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.

Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l’unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l’inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L’unico! 

Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall’altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell’incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.

La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel’ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel “mainstream” del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell’antitesi scientifica

Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera. 

Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull’emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.

Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.

Infine, l’ultima domanda, quella più personale. Gliel’ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all’INRiMQuella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.

Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.

Perché il bello di questo blog, ve l’ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme…