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Banche, profitti e signoraggio: quando chi crea denaro decide anche come usarlo.


Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.

Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un’operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.

Questo potere si chiama “signoraggio“, ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall’economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.

E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.

Un interessante studio sull’argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.

Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull’uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.

Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.

La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.

Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all’economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.

Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!

Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:

1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.

2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all’interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.

3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L’offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.

4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell’economia reale.

5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.

6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì… sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.

7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.

Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s’inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa… senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!

BANCHE: Quel fastidioso equivoco tra profitti record e clienti dimenticati.


C’è un’ironia sottile, quasi crudele, nel modo in cui i giornali celebrano ogni anno i profitti stratosferici delle banche.

Titoli trionfali, cifre che abbagliano, un coro di approvazione che sembra coinvolgere tutti gli attori in gioco, tranne uno, già… quello che poi, paradossalmente, conta di più!

Gli azionisti si sfregano le mani, il governo e il fisco che provano a mettere le mani su quella torta miliardaria, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alle proteste di quei dipendenti che seppur hanno ottenuto un rinnovo contrattuale, ciò… non basterà però a consolare quanti perderanno il posto tra uscite previste e filiali che chiuderanno.

Sì… una festa insomma, con tanti invitati, ma a tavola mancava il commensale più importante.

Eppure, se si guardano i numeri, la verità è imbarazzante nella sua evidenza. Il margine di interesse dei cinque principali gruppi bancari è schizzato in alto, un balzo del quarantacinque per cento. Trentasette miliardi e mezzo di interessi, pagati per metà da chi ha visto il mutuo diventare improvvisamente insostenibile e per metà da chi, dall’altro lato, ha lasciato la propria liquidità in banca ricevendo in cambio un nulla di fatto che rasenta l’oltraggio.

Una forbice dei tassi che si è divaricata come forse mai nella storia recente, mentre l’intero sistema bancario resisteva con ostinazione a ogni pressione, persino a quella del Governatore di Bankitalia, per alzare almeno parzialmente la remunerazione dei depositi, già… quello zero virgola zero, che se lasciati bloccati, giunge in taluni casi al 3% lordo, una scelta ridicola o quantomeno che fa riflettere.

E poi ci sono le commissioni, l’altra grande voce di ricavo. Quelle per i servizi, per i pagamenti, per la consulenza che solo nel 2023, per la prima volta dopo tanti anni, hanno segnato un calo. Ma è un dato che solleva più domande di quante ne risolva. Perché se il margine d’interesse galoppa mentre le commissioni arretrano, il sospetto che aleggia è che le banche abbiano dedicato più energie a ritoccare i tassi attivi che a migliorare la qualità dei servizi offerti. Più tempo a far cassa che a innovare.

Sì… qualcuno come me, ha avuto il coraggio di scrivere ciò che molti pensano, ma che nessuna dice: “Il rimbalzo dei profitti ha una spiegazione nella forza contrattuale delle banche, che ha consentito di aumentare i tassi attivi molto più di quelli passivi“. In pratica, quando i tassi salgono, i tassi attivi volano immediatamente verso l’alto. Quando scendono, invece, succede il contrario. È sempre stato così, una legge non scritta che favorisce sempre e comunque chi sta dall’altra parte del bancone.

Ma il mondo è fatto anche di piccole contraddizioni. Alcuni imprenditori, magari quelli di maggiori dimensioni, hanno fatto esattamente la stessa cosa: alzare i listini cavalcando l’inflazione e i costi dell’energia. Eppure le microimprese e i privati, il cosiddetto gregge, restano con l’amaro in bocca e l’impressione di essere stati prede facili di un sistema che difficilmente pagherà lo scotto della loro insoddisfazione.

Perché nel rapporto tra banche e clienti c’è uno squilibrio di potere che in qualsiasi altro settore sarebbe segnale di pericolo imminente. Se un’azienda di telefonia o un supermercato perdessero la fiducia dei loro clienti, sarebbero guai seri. Per le banche, no. Hanno una loro bilancia personale, un loro modo di pesare l’importanza della clientela che ammette un margine di tolleranza al malcontento.

Qualcosa, però, sta cambiando. Il popolo silenzioso dei clienti sviluppa ora ostilità verso i costi dei servizi, aumentati non poco, e verso l’opacità di alcune commissioni. Cresce quindi la propensione al cambiamento, sì… in un paese che ha sempre mostrato una vischiosità quasi patologica nell’abbandonare la propria banca.

E poi ci sono le difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese, che si fanno sempre più acute in concomitanza con la riduzione delle garanzie statali. Quelle stesse garanzie concesse con scarsa selettività durante la pandemia e che ora, nella fase del recupero, rivelano tempi ed esiti imprevisti.

Preferisco chiudere con una nota di ottimismo, perché se è vero che come ho letto “le banche non hanno clienti, ma prigionieri“, forse la parte dei maxi profitti che non verrà distribuita sarà finalmente canalizzata verso progetti che mettano il cliente al centro. In questo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare, se usata con intelligenza appunto.

Guardate ad esempio cosa sta succedendo in Gran Bretagna, dove alcune banche digitali come Monzo e Starling hanno letteralmente rivoluzionato il mercato. In pochi anni hanno raggiunto milioni di clienti, sottraendoli alle banche tradizionali in un flusso costante che dimostra una verità semplice: la soddisfazione paga, e chi la ignora finisce per pagare il conto più salato di tutti!