Ebrei: quando il rumore dei social copre la vera storia!


Sì… è da questo mio titolo che vorrei partire, perché in questi giorni se ne parla, forse persino troppo, ma ditemi: parlare tanto è forse la stessa cosa che conoscere? Oppure quanto di ciò che ascoltiamo non ha nulla di davvero fondato?

E difatti… ne parlano i social, le piazze, i mezzi d’informazione, ma ho come l’impressione che tutto questo rumore assordante finisca alla fine per allontanarci da un ascolto vero, da quella conoscenza autentica e così, mentre il mondo riversa fiumi di parole, di post, di dichiarazioni infiammate, gli ebrei restano per molti versi ancora degli sconosciuti.

Ed allora, nell’iniziare da questa contraddizione, mi sono chiesto: quanto di ciò che ascoltiamo è davvero fondato? Quanto di ciò che sentiamo gridare a gran voce è vero e quanto viceversa è falso? Quanti di coloro che si ergono ora a paladini, conoscono realmente la storia del popolo ebraico, non per averla sentita, ma per averne approfondito l’argomento, attraverso la lettura di testi o anche attraverso immagini e video, a volte – ahimè – disumane e raccapriccianti? Ecco… forse è il momento di fermarci tutti e provare a comprendere.

Della loro storia, nel sentire comune, emerge quasi sempre il lato più doloroso: le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. Sono stati il capro espiatorio per eccellenza, è vero, ma sarebbe riduttivo e ingiusto fermarsi a questa immagine. Perché accanto all’odio, spesso feroce, terribile, vergognoso, vi sono state anche ondate di solidarietà, di vicinanza e aiuto concreto, senza il quale, quel popolo non sarebbe sopravvissuto.

Ed è proprio in questo paradosso che si nasconde la complessità della loro vicenda, una complessità che dovrebbe spingerci a chiederci: qual è, allora, la vera storia, e come mai il pregiudizio contro di loro è un fenomeno così profondamente europeo?

Nel tentativo di rispondere, posso aggiungere che nei miei anni, da semplice autodidatta, mi sono imbattuto nel lavoro di chi ha scelto di ripercorrere le origini di quei luoghi comuni che da secoli avvolgono il popolo ebraico, scavando nelle matrici teologiche e filosofiche di chi li ha generati e alimentati.

Un viaggio affascinante e nello stesso tempo inquietante, che si snoda attraverso i secoli e le diverse aree del continente, e che ci restituisce non solo le sofferenze di un popolo, ma anche le contraddizioni profonde dell’intera civiltà europea. La mia è stata un’indagine rigorosamente laica, fondata solo su argomenti storici e filologici, nulla di personale, nulla che avesse a che fare con simpatie o antipatie verso un popolo, né tantomeno con la politica o con il religioso, in particolare su una delle questioni più drammatiche del nostro passato: la lotta, spesso tragica, che il cristianesimo ha ingaggiato con l’ebraismo per il possesso esclusivo della verità rivelata.

Questa ideologia, fatta di credenze coerenti e raramente messe in discussione, ha rappresentato per secoli il paradigma dei rapporti tra cristiani ed ebrei, dall’antichità fino al Medioevo e all’epoca moderna, e ha trovato una svolta solo nel 1965 con la dichiarazione conciliare “Nostra Aetate“, voluta da Giovanni XXIII.

Ma la riflessione non può fermarsi qui. Ho trovato particolarmente stimolante leggere in questi giorni l’approccio di chi, come padre e figlio in una famiglia dell’alta società europea dei primi anni del Novecento, si fosse interrogato sulle radici più profonde dell’antisemitismo. Parlo di raffinati liberali, scettici, intrisi di pensiero schopenhaueriano e nietzschiano, che vedevano nel monoteismo e nella morale del risentimento gli ostacoli principali a un’autentica tolleranza religiosa.

Quelle loro analisi, basate su fonti cristiane e attente anche al mondo ebraico extra-europeo, mi hanno offerto uno spaccato unico per comprendere come certe idee abbiano potuto attecchire e trasformarsi, fino a generare il mostro dell’antisemitismo nazista. È un monito potente: quello che chiamiamo antisemitismo non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in un terreno culturale e religioso che ne ha favorito la crescita.

Proseguendo nella riflessione, mi sembra ormai chiaro quanto sia riduttivo e fuorviante continuare a separare nettamente l’antigiudaismo religioso dall’antisemitismo razzista come se fossero fenomeni incomparabili. Sono invece due facce della stessa medaglia, accomunate da forti implicazioni politiche e da una medesima funzione: la costruzione dell’identità di un gruppo attraverso la contrapposizione a un altro, percepito come diverso e quindi pericoloso. Questi meccanismi, queste paure, si sono acuiti nei momenti di crisi e di insicurezza sociale, e l’antigiudaismo non solo cristiano, coltivato per secoli sul suolo europeo, si è riversato senza troppi ostacoli nell’antisemitismo moderno. Lo stesso che poi, rivestito di pseudoscientifiche suggestioni biologiche e razziali, ha preparato il terreno per la tragedia indicibile della Shoah.

Certo, non possiamo ignorare quanto sta accadendo in questi anni in Palestina, nella Striscia di Gaza, e da alcuni mesi anche nel Libano. Sono terre che sanguinano, e le immagini che ci arrivano ogni giorno non possono lasciare indifferenti. È inevitabile che tutto questo alimenti una grande ostilità da parte del popolo arabo, che vede in Israele un nemico da combattere. L’ira che in questo momento si respira nel mondo arabo è palpabile, e ha trovato talvolta espressione anche attraverso le parole dell’ex leader supremo e capo religioso dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio di quest’anno in un attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele. Egli, nel corso di questi lunghi anni, non ha mai perso occasione per attizzare il fuoco dell’odio nei confronti di Israele e, di conseguenza, verso quella parte del popolo ebraico che riconosce in Benjamin Netanyahu il proprio leader, sebbene – va detto – come una grossa fetta della popolazione israeliana, abbia preso le distanze dalle sue scelte politiche e soprattutto militari.

Ma è qui che il cortocircuito si fa più drammatico. Dal mondo intero, ora, molti gridano allo scandalo. E lo fanno con una domanda che risuona come un’accusa: “Come possono fare agli altri, uomini, donne e bambini, ciò che loro stessi hanno subito nel corso della storia?“. Una domanda che sembra legittima, eppure nasconde una semplificazione pericolosa, perché riduce una vicenda complessa e dolorosa a un banale gioco di specchi, dove la sofferenza di un popolo verrebbe automaticamente a giustificare o a negare quella dell’altro. Ed ecco che, mentre il dibattito si infiamma e le posizioni si radicalizzano, ovunque volgiamo lo sguardo vediamo riaffiorare quei comportamenti e quelle azioni che ricordano gli anni bui del nazismo e del fascismo, la stessa ombra che – ahimè – oggi torna a farsi minacciosa.

Infatti basta ascoltare i telegiornali per apprendere con sgomento di ebrei uccisi o costretti a lasciare la Francia, oppure che in Germania vi sono zone in cui non sono graditi, che i loro simboli scompaiono in Olanda e Belgio, che bombe molotov vengono lanciate contro le loro scuole in Svezia. È la triste realtà di un odio che è tornato a infuriare, alimentato da nuovi estremismi e da un islamismo militante, ma anche da vecchi pregiudizi mai sopiti.

Di fronte a questo scenario, la domanda che sorge spontanea è: gli ebrei hanno ancora un futuro in questa Europa che tanto deve loro, ma che ahimè è stata anche il teatro del loro sterminio?

Certo, è una domanda che richiede coraggio, e per provare a rispondervi ho cercato attraverso fonti sull’argomento, tutte le voci di quegli storici, scrittori, intellettuali, attivisti, che dalla Francia alla Svezia, passando per l’Olanda e la Germania, hanno raccontato una realtà quotidiana, fatta di insidie e paure.

Una cosa, però, mi appare sempre più chiara: senza gli ebrei – ma lo stesso vale per tutte le comunità attualmente presenti nel nostro vecchio continente, come arabi, cinesi, russi, africani, latini e quanti altri hanno scelto o sono stati costretti a fare dell’Europa la loro casa – beh… senza di loro, questa terra che conosciamo e che portiamo nel cuore non sarà più la stessa. Perché l’Europa non è mai stata un monolito omogeneo, ma un crogiolo di culture, di lingue, di storie che si sono intrecciate e arricchite vicendevolmente nel corso dei secoli.

Per questo, a differenza del motto di “remigrazione” tanto inneggiato in questi giorni da una nuova parte politica del nostro Paese, io ritengo che perdere oggi la loro presenza, il loro pensiero, il loro contributo, significherebbe perdere una parte irrinunciabile della nostra stessa identità. Non si tratta di ideologia, ma di semplice consapevolezza storica: ciò che siamo oggi lo dobbiamo anche a loro, a tutti loro.

E così, mentre il rumore di fondo continua a crescere, forse il compito di noi tutti è proprio questo: tornare ad ascoltare, a far conoscere, a formare i nostri giovani, ma soprattutto a ricordare, sì… prima che sia – nuovamente – troppo tardi.

Concludo con due citazioni celebri che risultano perfette per quanto sta accadendo. La prima è di Johann Wolfgang von Goethe: “Niente è più terribile dell’ignoranza in azione“. La seconda, attribuita al filosofo greco Socrate, ci ricorda che “Esiste un solo bene, la conoscenza; ed un solo male, l’ignoranza“. 

Forse, allora, la strada da percorrere è proprio questa: sostituire il rumore con il silenzio che ascolta, e l’ignoranza con la fatica di conoscere…

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