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Banche, profitti e signoraggio: quando chi crea denaro decide anche come usarlo.


Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.

Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un’operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.

Questo potere si chiama “signoraggio“, ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall’economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.

E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.

Un interessante studio sull’argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.

Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull’uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.

Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.

La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.

Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all’economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.

Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!

Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:

1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.

2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all’interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.

3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L’offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.

4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell’economia reale.

5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.

6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì… sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.

7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.

Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s’inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa… senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!

BANCHE: Quel fastidioso equivoco tra profitti record e clienti dimenticati.


C’è un’ironia sottile, quasi crudele, nel modo in cui i giornali celebrano ogni anno i profitti stratosferici delle banche.

Titoli trionfali, cifre che abbagliano, un coro di approvazione che sembra coinvolgere tutti gli attori in gioco, tranne uno, già… quello che poi, paradossalmente, conta di più!

Gli azionisti si sfregano le mani, il governo e il fisco che provano a mettere le mani su quella torta miliardaria, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alle proteste di quei dipendenti che seppur hanno ottenuto un rinnovo contrattuale, ciò… non basterà però a consolare quanti perderanno il posto tra uscite previste e filiali che chiuderanno.

Sì… una festa insomma, con tanti invitati, ma a tavola mancava il commensale più importante.

Eppure, se si guardano i numeri, la verità è imbarazzante nella sua evidenza. Il margine di interesse dei cinque principali gruppi bancari è schizzato in alto, un balzo del quarantacinque per cento. Trentasette miliardi e mezzo di interessi, pagati per metà da chi ha visto il mutuo diventare improvvisamente insostenibile e per metà da chi, dall’altro lato, ha lasciato la propria liquidità in banca ricevendo in cambio un nulla di fatto che rasenta l’oltraggio.

Una forbice dei tassi che si è divaricata come forse mai nella storia recente, mentre l’intero sistema bancario resisteva con ostinazione a ogni pressione, persino a quella del Governatore di Bankitalia, per alzare almeno parzialmente la remunerazione dei depositi, già… quello zero virgola zero, che se lasciati bloccati, giunge in taluni casi al 3% lordo, una scelta ridicola o quantomeno che fa riflettere.

E poi ci sono le commissioni, l’altra grande voce di ricavo. Quelle per i servizi, per i pagamenti, per la consulenza che solo nel 2023, per la prima volta dopo tanti anni, hanno segnato un calo. Ma è un dato che solleva più domande di quante ne risolva. Perché se il margine d’interesse galoppa mentre le commissioni arretrano, il sospetto che aleggia è che le banche abbiano dedicato più energie a ritoccare i tassi attivi che a migliorare la qualità dei servizi offerti. Più tempo a far cassa che a innovare.

Sì… qualcuno come me, ha avuto il coraggio di scrivere ciò che molti pensano, ma che nessuna dice: “Il rimbalzo dei profitti ha una spiegazione nella forza contrattuale delle banche, che ha consentito di aumentare i tassi attivi molto più di quelli passivi“. In pratica, quando i tassi salgono, i tassi attivi volano immediatamente verso l’alto. Quando scendono, invece, succede il contrario. È sempre stato così, una legge non scritta che favorisce sempre e comunque chi sta dall’altra parte del bancone.

Ma il mondo è fatto anche di piccole contraddizioni. Alcuni imprenditori, magari quelli di maggiori dimensioni, hanno fatto esattamente la stessa cosa: alzare i listini cavalcando l’inflazione e i costi dell’energia. Eppure le microimprese e i privati, il cosiddetto gregge, restano con l’amaro in bocca e l’impressione di essere stati prede facili di un sistema che difficilmente pagherà lo scotto della loro insoddisfazione.

Perché nel rapporto tra banche e clienti c’è uno squilibrio di potere che in qualsiasi altro settore sarebbe segnale di pericolo imminente. Se un’azienda di telefonia o un supermercato perdessero la fiducia dei loro clienti, sarebbero guai seri. Per le banche, no. Hanno una loro bilancia personale, un loro modo di pesare l’importanza della clientela che ammette un margine di tolleranza al malcontento.

Qualcosa, però, sta cambiando. Il popolo silenzioso dei clienti sviluppa ora ostilità verso i costi dei servizi, aumentati non poco, e verso l’opacità di alcune commissioni. Cresce quindi la propensione al cambiamento, sì… in un paese che ha sempre mostrato una vischiosità quasi patologica nell’abbandonare la propria banca.

E poi ci sono le difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese, che si fanno sempre più acute in concomitanza con la riduzione delle garanzie statali. Quelle stesse garanzie concesse con scarsa selettività durante la pandemia e che ora, nella fase del recupero, rivelano tempi ed esiti imprevisti.

Preferisco chiudere con una nota di ottimismo, perché se è vero che come ho letto “le banche non hanno clienti, ma prigionieri“, forse la parte dei maxi profitti che non verrà distribuita sarà finalmente canalizzata verso progetti che mettano il cliente al centro. In questo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare, se usata con intelligenza appunto.

Guardate ad esempio cosa sta succedendo in Gran Bretagna, dove alcune banche digitali come Monzo e Starling hanno letteralmente rivoluzionato il mercato. In pochi anni hanno raggiunto milioni di clienti, sottraendoli alle banche tradizionali in un flusso costante che dimostra una verità semplice: la soddisfazione paga, e chi la ignora finisce per pagare il conto più salato di tutti!

La mafia in Sicilia si dedica all'agroalimentare e alla pastorizia…

Da sempre in quest’isola vi è stata una particolare predisposizione dei siciliani verso il proprio territorio soprattutto verso quelle attività agroalimentare e pastorali che producono non solo sostentamento ma anche benessere e lauti profitti…

E difatti, avendo scoperto quest’escamotage e cioè di ottenenere guadagni illeciti attraverso i contributi di sostegno concessi per lo sviluppo rurale da parte dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura che taluni soggetti, legati alla criminalità organizzata, si sono infiltrati per ottenere l’accaparramento di terreni agricoli, sì… per farle diventare vere e proprie aziende “mafiose”.

Secondo la Dia infatti, nel nostro territorio siciliano il comparto agropastorale rappresenta il settore di traino per l’economia che di conseguenza attira l’interesse delle consorterie mafiose affiancate da prestanomi e professionisti compiacenti. 

Difatti, in questo ambito le indagini hanno evidenziato il coinvolgimento di parecchi soggetti incensurati e quindi non legati direttamente a quelle organizzazioni criminali che hanno di fatto negli anni cercato di accaparrarsi una serie d’ingiusti profitti attraverso false attestazioni o certamente a seguito di condotte fraudolenti.

Ovviamente nessuno di loro porta l’abito del pastore, quel tempo è ormai finito da un bel pezzo, ora viceversa ciascuno di essi si è adeguato ai cambiamenti e alle nuove modalità operative, intuendo ogni variazione per trarne il massimo beneficio. 

D’altronde la mafia siciliana, approfittando dell’ingente disponibilità fnanziaria realizzata dalle tradizionali attività illecite, può ora cogliere le opportunità offerte dai fondi dell’Unione Europea, ma non solo, ciò le permette di avere il controllo del territorio perpetrato non più – per come avveniva in passato – attraverso il ricorso di attività recrudescenti, bensì orientando le proprie attività negli appalti pubblici, grazie alle colluzioni presenti politicamente e amministrativamente nei processi decisionali degli enti locali, gli stessi soggetti che poi beneficeranno di queste società per favori personali, in particolare per accrescere il proprio consenso (con lo scambio di voto) tra la popolazione…

Quanti di quei fondi del PNRR stanno andando nelle mani di “cosa nostra” è difficile oggi a dirsi, sono certo comunque che tra qsicuramente tra qualche anno si scoprirà il buco economico e finanziario che è stato ahimè determinato…

Cosa sta accadendo nella Sicilia orientale…

Contrariamente a quanto sta accadendo nella Sicilia occidentale, l’organizzazione della criminalità organizzata – se così si può chiamare – in questa parte dell’isola orientale sta presentando una sua diversa operatività.

Le investigazioni hanno infatti permesso non solo di ricostruire gli organigrammi delle attività illegali svolte dai gruppi mafiosi, ma soprattutto che è il riciclaggio del denaro sporco, proveniente da quelle fiorenti attività a preoccupare, in quanto queste incidono e condizionano il tessuto economico sociale, attraverso la gestione di società costituite ad hoc, grazie alla consapevole partecipazione di pseudo “imprenditori” (dal pedigree limpido), vere e proprie teste di legno che permettono e favoriscono il conseguimento di quelle molteplici attività illecite.

Ecco quindi che i ricavi provenienti della vendita di stupefacenti, estorsioni, prostituzione, ricettazione, etc… diventano denaro da investirsi in nuove imprese e/o attività commerciali le quali vanno ad inserirsi in quei particolari settori in cui vi è una consistente richiesta.

Ecco quindi il venir fuori come funghi imprese di costruzioni, società di servizi, attività commerciali, imprese di trasporto, vendita di prodotti ortofrutticoli, concessionarie d’auto e mezzi d’opera, compro oro, noleggi, ristoranti, alberghi, sale giochi e scommesse, lidi balneari, ciascuna di queste attività ( ed altre presenti ma non riportate in questa sede) dimostrano di utilizzare quella protezione (mafiosa) per imporsi su una (eventuale… sì perché ormai non esiste più da tempo) concorrenza, ma soprattutto necessaria per ampliarsi e concludere nuovi affari. 

Nell’osservare infatti quanto sta accadendo si evidenzia una chiara collusione tra quegli esponenti o affiliati mafiosi e quei cosiddetti “imprenditori” i quali, quest’ultimi, dimostrano esser perfettamente a conoscenza delle dinamiche mafiose e degli equilibri che bisogna garantire agli altri Clan, dando luogo così a vere e proprie collaborazioni indispensabili per non alimentare rappresaglie, ma soprattutto necessarie per non incrinare gli affari.

Difatti in questo loro agire si potrà osservare come quelle società s’impegnino a ricercare nuovi canali di finanziamento per potersene appropriare; si veda ad esempio tutte le truffe perpetrate ai danni di Inps o dell’Ue, fondi ricevuti per milioni e milioni di euro, grazie a una rete di società compiacenti, consulenti del lavoro disponibili e soprattutto di soggetti che si prestano a predisporre quella necessaria documentazione.

Purtroppo come sempre accade, da quelle attività illegali emergeranno abituali reati di evasione fiscale, truffa aggravata, trasferimento di cospicue somme di denaro in paradisi fiscali ed ancora, acquisizione di beni immobili e mobili, attività commerciali e quant’altro possa loro permettere loro di riciclare quel denaro di provenienza illecita.

Quindi, se da una parte c’è chi sembra restare legato al proprio territorio e quindi a quella sua terra e di conseguenza punta tutto su di essa anche sui prodotti derivati, dall’altra parte della stessa isola c’è chi guarda a nuovi orizzonti; già… a nuove realtà diverse e soprattutto lontane, le quali risultano essere non solo proficue ma soprattutto poco controllate, il che permetterà a quei nuovi imprenditori, investimenti interessanti senza ricevere mai da quelle presenti forze dell’ordine, troppe domande.   

Pio la Torre: se dovessimo applicare in modo analitico quella sua legge, molti suoi connazionali oggi starebbero in carcere!!!

Era il 30 Aprile 1982 quando il segretario del “Partito Comunista Italiano” in Sicilia, Pio la Torre, veniva ucciso dalla mafia.

Fu lui a introdurre nel codice penale la previsione del reato di “associazione di tipo mafioso” e la confisca dei beni, una legge che permise di colpire la mafia su ciò che egli riteneva più importante e cioè il denaro.

Era il disegno di legge 1581, “Norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e di controllo” nella quale veniva definita l’associazione di tipo mafioso quando, coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

Ed allora leggendo quanto sopra, ma soprattutto, osservando ciò che accade quotidianamente, la sensazione ahimè avvertita dal sottoscritto e che egli (insieme alle altre vittime di mafia) sia morto invano!!!

Mi dispiace dover manifestare questo pensiero, ma purtroppo la realtà ha evidenziato come questo Stato e ancor più le Istituzioni, abbiano concretamente realizzato sì quella legge, ma nel metterla in pratica, ci si è appositamente dimenticati di colpire coloro che pur non legati a quel cosiddetto vincolo “mafioso” sono perennemente predisposti nel compiere, insieme ad altri loro colleghi, quella gestione controllo di molte attività economiche, in cui vi è la necessità di ottenere concessioni, autorizzazioni, assegnazione di appalti o di servizi pubblici con la conseguenza di realizzare ovviamente profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri legati proprio a quella forma di vincolo associativo. 

D’altronde vorrei ricordare come l’articolo 416 bis del codice penale stabilisce che chiunque fa parte di un’associazione (non solo di tipo mafioso) formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da dieci a quindici anni e coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione siano puniti con la reclusione da dodici a diciotto anni, a cui segue in entrambi i casi la confisca dei beni!!!

Ora ditemi, ad esclusioni dei mafiosi chi sono coloro che hanno in questi lunghi anno pagato??? 

Mi riferisco a quelle migliaia di soggetti tra uomini/donne dello Stato, a quanti tra essi svolgono la funzione di parlamentari o rappresentano un qualsivoglia organo esecutivo territoriale locale, ad esempio regionali, provinciali o anche comunale e cosa dire di quegli amministratori giudiziari, dei dirigenti di Enti e di tutti quei funzionari o semplici dipendenti delle pubbliche amministrazioni??? 

Ecco se a questi poi sommiamo coloro che operano in altri settori  pubblici importanti come la Sanità, l’Università, la Scuola, gli Enti previdenziali, i Consorzi, le Partecipate etc… è emerso come dalle numerose inchieste giudiziarie e da un approfondimento dettagliato di quei soggetti, il numero di quanti appartengono a quel “vincolo associativo” sia non solo numeroso ma consistente, rappresentando l’infezione più grave a cui questo nostro Paese dovrebbe porre da sempre rimedio!!! 

Mi chiedo quindi: se chì commette quei delitti è le stesso che dovrebbe fare in modo che questi non si realizzino, come si può pensare di risolvere il problema quando la stessa legge “Rognoni-La Torre” non viene mai applicata a questi particolari soggetti, in quanto – se pur essi profondamente indegni – non risultano ahimè censiti all’interno di quelle note famiglie mafiose.

Già… come si dice: fatta la legge, trovato l’inganno!!!

Ong: ciò che non fa il nostro Governo, viene compiuto dalla Marina libica!!!

Che alcune di quelle Ong si fossero specializzate nel traffico internazionale di migranti è ormai una certezza e nessuno più si meraviglia di quelle complicità…

Infatti… nei giorni scorsi, molte di quelle imbarcazioni delle Ong, sono state allontanate dalla Marina Libica in quanto all’interno delle proprie acque territoriali… e difatti, a differenza dei giorni precedenti, molte di esse, sono rimaste in attesa di quei barconi che però alla fine, non sono mai giunti all’appuntamento… 
E’ ovvio, poiché determinare una piccola imbarcazione in un mare immenso, non è cosa semplice, se non si conosce perfettamente la posizione… o quantomeno se non si viene direttamente contattati dalla stessa…
La stessa Marina libica, ha difatti dichiarato di aver rilevato all’incirca una mezz’ora prima, delle trasmissioni tra alcune di quelle Ong e coloro che trasportavano i migranti… 
Ormai è certo… se la Marina libica inizia a fare il proprio dovere e soprattutto, se si destina una grossa fetta di quei milionari indennizzi Europei alla Libia, si vedrà diminuire in maniera drastica quei viaggi, e soprattutto si limiteranno definitivamente quei profitti dei trafficanti, derivanti principalmente dai continui viaggi, compiuti da quei poveri migranti…
Certo, non saranno in molti nel nostro paese ad essere felici di questa possibile soluzione… 
Milioni e milioni di euro che non entreranno più nel nostro paese o meglio nelle tasche di tutti coloro che finora ci hanno ben guadagnato con questo “vergognoso” business…
Non parlo della solita criminalità organizzata, ma di tutte quelle “associazioni” varie, camuffate da volontariato, che sono servite principalmente a creare contratti d’appalto, posti di lavoro, ed ovviamente voti da poter richiedere e destinare alle prossime elezioni!!!

Come superare la crisi…???

Innanzitutto bisogna esaminare gli aspetti globali che hanno condotto a questa crisi… 

Individuati questi, bisogna ovviamente capire come agire per superare il panico che si è creato, sia a livello di imprese che di famiglie, ricercare quelle rapidi soluzioni che possano contrastare e salvaguardare il nostro sistema finanziario, trovare quei giusti rimedi per modificare le logiche dei profitti facili, dando così  priorità ad una nuova flessibilità nella politica economica monetaria, che porti nuovamente a stabilizzare l’economia e che salvi nel contempo la produttività ed i posti di lavoro.
Diventa quindi di primaria importanza, la collaborazione tra tutte le parti coinvolte, per evitare che soltanto una parte si salvi, salvaguardando i propri interessi, a discapito invece di quanti a causa di ciò, sono costretti a soccombere…

Bisogna creare quel nuovo circolo virtuoso che permetta la ripresa, che coinvolga quanti fanno parte di questo sistema perché si induca nuovamente a produrre sviluppo… 

Creditori e debitori, debbono trovare quel giusto equilibrio, se desiderano migliorare il proprio e l’altrui business ed in questo, proprio le banche, dovrebbero modificare quel loro esclusivo atteggiamento di finanziatori, ma cominciare ad abbandonare quelle uniche logiche per loro possibili e cioè quelle del profitto e dell’interesse, ma iniziare a collaborare con gli imprenditori, affiancandosi nei rischi dell’impresa ( …valutandone ovviamente i vari casi ) e verificare le prospettive reali all’interno del mercato in cui l’impresa opera. 

Da parte loro invece le imprese, debbono programmarsi in maniera chiara, valutando le reali necessità finanziarie, producendo piani di risanamento, riducendo quei costi e quelle voci di spesa che risultano superflue, migliorare infine la produttività e contrastarne le criticità…

Le variabili coinvolte purtroppo sono tante e diverse, ma soltanto attraverso la disponibilità di tutti, si può giungere a definire quelle possibili soluzioni, che riportino ad una ripresa di sviluppo in maniera celere, in linea con un mercato di grande competitività e dove le nostre imprese sono rimaste indietro in tecnologia ed investimenti…  
Cambiare questo trend negativo è possibile, valorizzare il management, modificare le linee produttive, trasformare i nostri prodotti, individuare nuovi mercati, diversi da quelli con cui finora si è operato, potrebbe rappresentare l’inizio di quel necessario cambiamento, per poter nuovamente vedere competitive le nostre imprese…, un tempo famose in tutto il mondo!!!