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Ebrei: quando il rumore dei social copre la vera storia!


Sì… è da questo mio titolo che vorrei partire, perché in questi giorni se ne parla, forse persino troppo, ma ditemi: parlare tanto è forse la stessa cosa che conoscere? Oppure quanto di ciò che ascoltiamo non ha nulla di davvero fondato?

E difatti… ne parlano i social, le piazze, i mezzi d’informazione, ma ho come l’impressione che tutto questo rumore assordante finisca alla fine per allontanarci da un ascolto vero, da quella conoscenza autentica e così, mentre il mondo riversa fiumi di parole, di post, di dichiarazioni infiammate, gli ebrei restano per molti versi ancora degli sconosciuti.

Ed allora, nell’iniziare da questa contraddizione, mi sono chiesto: quanto di ciò che ascoltiamo è davvero fondato? Quanto di ciò che sentiamo gridare a gran voce è vero e quanto viceversa è falso? Quanti di coloro che si ergono ora a paladini, conoscono realmente la storia del popolo ebraico, non per averla sentita, ma per averne approfondito l’argomento, attraverso la lettura di testi o anche attraverso immagini e video, a volte – ahimè – disumane e raccapriccianti? Ecco… forse è il momento di fermarci tutti e provare a comprendere.

Della loro storia, nel sentire comune, emerge quasi sempre il lato più doloroso: le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. le persecuzioni, i ghetti, le deportazioni. Sono stati il capro espiatorio per eccellenza, è vero, ma sarebbe riduttivo e ingiusto fermarsi a questa immagine. Perché accanto all’odio, spesso feroce, terribile, vergognoso, vi sono state anche ondate di solidarietà, di vicinanza e aiuto concreto, senza il quale, quel popolo non sarebbe sopravvissuto.

Ed è proprio in questo paradosso che si nasconde la complessità della loro vicenda, una complessità che dovrebbe spingerci a chiederci: qual è, allora, la vera storia, e come mai il pregiudizio contro di loro è un fenomeno così profondamente europeo?

Nel tentativo di rispondere, posso aggiungere che nei miei anni, da semplice autodidatta, mi sono imbattuto nel lavoro di chi ha scelto di ripercorrere le origini di quei luoghi comuni che da secoli avvolgono il popolo ebraico, scavando nelle matrici teologiche e filosofiche di chi li ha generati e alimentati.

Un viaggio affascinante e nello stesso tempo inquietante, che si snoda attraverso i secoli e le diverse aree del continente, e che ci restituisce non solo le sofferenze di un popolo, ma anche le contraddizioni profonde dell’intera civiltà europea. La mia è stata un’indagine rigorosamente laica, fondata solo su argomenti storici e filologici, nulla di personale, nulla che avesse a che fare con simpatie o antipatie verso un popolo, né tantomeno con la politica o con il religioso, in particolare su una delle questioni più drammatiche del nostro passato: la lotta, spesso tragica, che il cristianesimo ha ingaggiato con l’ebraismo per il possesso esclusivo della verità rivelata.

Questa ideologia, fatta di credenze coerenti e raramente messe in discussione, ha rappresentato per secoli il paradigma dei rapporti tra cristiani ed ebrei, dall’antichità fino al Medioevo e all’epoca moderna, e ha trovato una svolta solo nel 1965 con la dichiarazione conciliare “Nostra Aetate“, voluta da Giovanni XXIII.

Ma la riflessione non può fermarsi qui. Ho trovato particolarmente stimolante leggere in questi giorni l’approccio di chi, come padre e figlio in una famiglia dell’alta società europea dei primi anni del Novecento, si fosse interrogato sulle radici più profonde dell’antisemitismo. Parlo di raffinati liberali, scettici, intrisi di pensiero schopenhaueriano e nietzschiano, che vedevano nel monoteismo e nella morale del risentimento gli ostacoli principali a un’autentica tolleranza religiosa.

Quelle loro analisi, basate su fonti cristiane e attente anche al mondo ebraico extra-europeo, mi hanno offerto uno spaccato unico per comprendere come certe idee abbiano potuto attecchire e trasformarsi, fino a generare il mostro dell’antisemitismo nazista. È un monito potente: quello che chiamiamo antisemitismo non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in un terreno culturale e religioso che ne ha favorito la crescita.

Proseguendo nella riflessione, mi sembra ormai chiaro quanto sia riduttivo e fuorviante continuare a separare nettamente l’antigiudaismo religioso dall’antisemitismo razzista come se fossero fenomeni incomparabili. Sono invece due facce della stessa medaglia, accomunate da forti implicazioni politiche e da una medesima funzione: la costruzione dell’identità di un gruppo attraverso la contrapposizione a un altro, percepito come diverso e quindi pericoloso. Questi meccanismi, queste paure, si sono acuiti nei momenti di crisi e di insicurezza sociale, e l’antigiudaismo non solo cristiano, coltivato per secoli sul suolo europeo, si è riversato senza troppi ostacoli nell’antisemitismo moderno. Lo stesso che poi, rivestito di pseudoscientifiche suggestioni biologiche e razziali, ha preparato il terreno per la tragedia indicibile della Shoah.

Certo, non possiamo ignorare quanto sta accadendo in questi anni in Palestina, nella Striscia di Gaza, e da alcuni mesi anche nel Libano. Sono terre che sanguinano, e le immagini che ci arrivano ogni giorno non possono lasciare indifferenti. È inevitabile che tutto questo alimenti una grande ostilità da parte del popolo arabo, che vede in Israele un nemico da combattere. L’ira che in questo momento si respira nel mondo arabo è palpabile, e ha trovato talvolta espressione anche attraverso le parole dell’ex leader supremo e capo religioso dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio di quest’anno in un attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele. Egli, nel corso di questi lunghi anni, non ha mai perso occasione per attizzare il fuoco dell’odio nei confronti di Israele e, di conseguenza, verso quella parte del popolo ebraico che riconosce in Benjamin Netanyahu il proprio leader, sebbene – va detto – come una grossa fetta della popolazione israeliana, abbia preso le distanze dalle sue scelte politiche e soprattutto militari.

Ma è qui che il cortocircuito si fa più drammatico. Dal mondo intero, ora, molti gridano allo scandalo. E lo fanno con una domanda che risuona come un’accusa: “Come possono fare agli altri, uomini, donne e bambini, ciò che loro stessi hanno subito nel corso della storia?“. Una domanda che sembra legittima, eppure nasconde una semplificazione pericolosa, perché riduce una vicenda complessa e dolorosa a un banale gioco di specchi, dove la sofferenza di un popolo verrebbe automaticamente a giustificare o a negare quella dell’altro. Ed ecco che, mentre il dibattito si infiamma e le posizioni si radicalizzano, ovunque volgiamo lo sguardo vediamo riaffiorare quei comportamenti e quelle azioni che ricordano gli anni bui del nazismo e del fascismo, la stessa ombra che – ahimè – oggi torna a farsi minacciosa.

Infatti basta ascoltare i telegiornali per apprendere con sgomento di ebrei uccisi o costretti a lasciare la Francia, oppure che in Germania vi sono zone in cui non sono graditi, che i loro simboli scompaiono in Olanda e Belgio, che bombe molotov vengono lanciate contro le loro scuole in Svezia. È la triste realtà di un odio che è tornato a infuriare, alimentato da nuovi estremismi e da un islamismo militante, ma anche da vecchi pregiudizi mai sopiti.

Di fronte a questo scenario, la domanda che sorge spontanea è: gli ebrei hanno ancora un futuro in questa Europa che tanto deve loro, ma che ahimè è stata anche il teatro del loro sterminio?

Certo, è una domanda che richiede coraggio, e per provare a rispondervi ho cercato attraverso fonti sull’argomento, tutte le voci di quegli storici, scrittori, intellettuali, attivisti, che dalla Francia alla Svezia, passando per l’Olanda e la Germania, hanno raccontato una realtà quotidiana, fatta di insidie e paure.

Una cosa, però, mi appare sempre più chiara: senza gli ebrei – ma lo stesso vale per tutte le comunità attualmente presenti nel nostro vecchio continente, come arabi, cinesi, russi, africani, latini e quanti altri hanno scelto o sono stati costretti a fare dell’Europa la loro casa – beh… senza di loro, questa terra che conosciamo e che portiamo nel cuore non sarà più la stessa. Perché l’Europa non è mai stata un monolito omogeneo, ma un crogiolo di culture, di lingue, di storie che si sono intrecciate e arricchite vicendevolmente nel corso dei secoli.

Per questo, a differenza del motto di “remigrazione” tanto inneggiato in questi giorni da una nuova parte politica del nostro Paese, io ritengo che perdere oggi la loro presenza, il loro pensiero, il loro contributo, significherebbe perdere una parte irrinunciabile della nostra stessa identità. Non si tratta di ideologia, ma di semplice consapevolezza storica: ciò che siamo oggi lo dobbiamo anche a loro, a tutti loro.

E così, mentre il rumore di fondo continua a crescere, forse il compito di noi tutti è proprio questo: tornare ad ascoltare, a far conoscere, a formare i nostri giovani, ma soprattutto a ricordare, sì… prima che sia – nuovamente – troppo tardi.

Concludo con due citazioni celebri che risultano perfette per quanto sta accadendo. La prima è di Johann Wolfgang von Goethe: “Niente è più terribile dell’ignoranza in azione“. La seconda, attribuita al filosofo greco Socrate, ci ricorda che “Esiste un solo bene, la conoscenza; ed un solo male, l’ignoranza“. 

Forse, allora, la strada da percorrere è proprio questa: sostituire il rumore con il silenzio che ascolta, e l’ignoranza con la fatica di conoscere…

Papa Leone XIV, non ripetere gli errori dei tuoi predecessori!

Secondo il sottoscritto, quanto affermato dal rabbino Eliezer Simcha Weisz è corretto, perché non si dovrebbe mai fare differenza tra popolazioni che, purtroppo, oggi soffrono per motivi diversi, ma ugualmente devastanti.
Chi subisce le conseguenze della violenza non può essere diviso in categorie, né tanto meno dimenticato, come sembra aver fatto Papa Leone XIV equiparando le vittime di Gaza a quelle ucraine senza riconoscere le specificità morali e storiche di ciascun conflitto.

Già… questo non può essere il messaggio che ci si aspetterebbe dal “vicario di Cristo”, il quale dovrebbe invece operare con maggiore discernimento, evitando di appiattire realtà complesse in una generica condanna della sofferenza.

Ha perfettamente ragione il rabbino Weisz (membro del Gran Rabbinato d’Israele), quando ha espresso il suo disappunto in una lettera al Papa, sottolineando come l’equiparazione tra le vittime palestinesi e quelle ucraine, senza alcun riferimento agli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, abbia ferito profondamente la comunità ebraica: “Tutte le persone che soffrono meritano preghiere, ma non tutte le sofferenze sono causate dalle stesse mani”, ha ribadito Weisz, criticando una narrazione che ignora le responsabilità di Hamas nel conflitto e la legittima difesa di Israele.

Questa non è la prima volta che Weisz contesta le posizioni del Vaticano. Già a gennaio aveva accusato Papa Francesco di alimentare l’antisemitismo moderno attraverso un approccio sbilanciato, equiparando una democrazia come Israele a un’organizzazione terroristica come Hamas. “Avete tracciato una falsa equivalenza morale”, scriveva allora, denunciando una distorsione della realtà che rischia di riaccendere antichi pregiudizi.

Dietro queste dichiarazioni e gli incontri che seguiranno, però, si nasconde una questione più ampia: la spartizione del mondo e dei territori che interessano alle grandi potenze. Il dialogo tra Vaticano e leader religiosi ebraici non è solo una questione teologica, ma un riflesso di dinamiche geopolitiche in cui le sofferenze delle popolazioni diventano meri strumenti di negoziazione.

Quando il Papa incontra rappresentanti del regime iraniano, che apertamente invoca la distruzione di Israele, o quando accoglie presepe con simboli palestinesi, invia messaggi che vanno ben oltre la spiritualità, toccando nervi scoperti della politica internazionale.

Il rischio è che, in questo gioco di equilibri, le vittime reali vengano dimenticate, ridotte a numeri in una contabilità di guerra…

E così, mentre i leader discutono di alleanze e confini, migliaia di civili continuano a morire, e la loro sofferenza viene strumentalizzata per giustificare ulteriore violenza.

Ecco, forse, invece di cercare colpevoli o stabilire gerarchie del dolore, sarebbe più utile chiedersi come fermare tutto questo prima che sia troppo tardi. Ma ho l’impressione che chi oggi potrebbe rappresentare la differenza, costituendo di per sé la parte sana e moralmente giusta, preferisca – come scrivevo alcuni mesi fa nel mio articolo “Il potere di un gesto: da Ponzio Pilato…” link: https://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/06/il-potere-di-un-gesto-da-ponzio-pilato.html – proseguire con quelle stesse azioni, sì… con quel lavarsi le mani.

Perché quando il male avanza e i potenti tacciono, non è mai per ignoranza. È per calcolo. E la storia, purtroppo, ci insegna che questo calcolo lo pagano sempre gli innocenti!

La Germania si prepara al "IV Reich!".

Alcuni sostenitori delle teorie del complotto vedono ora in questa nuova ascesa dell’ultradestra Afd un possibile ritorno a quella ideologia di estrema destra che ha avuto la propria massima diffusione in Europa nella prima metà del XX secolo e si caratterizzo per una visione nazionalista del socialismo radicale, populista, statalista, collettivista, razzista e totalitaria. 

D’altronde non bisogna dimenticare come esistono vari scritti al riguardo che hanno anticipato quali azioni e strategie politiche potrebbero un giorno far nuovamente avverare questa distopia…

Anche da noi – a causa delle continue notizie di cronaca riportate dai Tg a modello “propaganda” – si sta iniziando a generare quel sentimento di antisemitismo verso ciò che è diverso, in particolare nei confronti degli extracomunitari, ma anche nei confronti del popolo israeliano, con l’attenuante della guerra in corso contro Hamas e di conseguenza verso quelle azioni violente commesse nei confronti dei Palestinesi, costretti ora ad allontanarsi dalla “Striscia di Gaza”.

Peraltro, analoga circostanza è accaduta la settimana scorsa in Gran Bretagna, ma potrei continuare con quanto espresso negli Usa da uno dei contendenti durante un comizio per le elezioni presidenziali oppure potrei ricordare come in Francia, tutti i partiti, si sono uniti per non rischiare una eventuale vittoria della destra e quindi di Marine Le Pen!!!   

Ma ditemi, la circostanza per cui sia nuovamente la Germania ha dare lo spunto per quel ritorno al potere dell’ultradestra, già… a questa nuova forma di nazismo, perché dovrebbe meravigliarci??? Essa infatti ha perduto due guerre mondiali ma è ancora quì in Europa a rappresentare lo Stato predominante nell’Unione Europea, tanto che la loro stessa politica nazionalista di questi ultimi anni è stata definita dagli euroscettici come la “Politica del Quarto Reich“!!!

E quindi,  mentre i partiti di governo subiscono una pesante sconfitta, ecco che incredibilmente l’ultradestra tedesca Afd ottiene una vittoria schiacciante nelle elezioni regionali in Turingia, ed è testa a testa in Sassonia!!!

Siamo pronti ad assumere la responsabilità di Governo“, è quanto ha dichiarato il leader dell’ultradestra Björn Höcke; quest’ultimo infatti avrebbe intenzione di invitare gli altri partiti a dei colloqui per la formazione di un esecutivo regionale, d’altronde ha spiegato: È buona tradizione che il partito più forte inviti gli altri ai colloqui dopo una elezione!!! 

Peraltro, chi accusa l’UE di complotti mondiali (o quantomeno di debolezza e/o fragilità interna) trova ora, nei movimenti euroscettici, non soltanto un odio contro quell’entità, ma un vero e proprio scetticismo nei suoi confronti, già… una diffidenza in quelle politiche economiche attuate e nelle azioni intrapprese per l’immigrazione e le relazioni interculturali…

E’ difatti partendo dall’osservazione di quelle sterili e poco chiare politiche, che si sta consentendo a tutti quei movimenti di ultradestra di crescere, generare, gli stessi che presentano questa attuale democrazia come una forza destabilizzante poiché pone il potere nelle mani delle minoranze etniche, le stesse che tendono ad indebolire sempre più l’Europa e quindi, di conseguenza, gli Stati nazionali!!!

Il linguaggio di oggi è similare a quello a suo tempo riportato nel “Mein Kampf” da Adolf Hitler: «Se la nostra classe intellettuale non avesse ricevuto un’educazione così raffinata, e avesse imparato la boxe, si sarebbe impedito ai lenoni, ai disertori e a una tale gentaglia di fare una rivoluzione in Germania. Poiché la rivoluzione fu vittoriosa non per gli atti arditi, forti, coraggiosi di quelli che la facevano, ma per la vile, commiserevole indecisione di quelli che dirigevano lo Stato, e ne avevano la responsabilità.»

Del resto, il problema principale èda prendere in considerazione è quello che la storia non riesce a insegnarci nulla!!! 

L’attuale crisi mondiale dimostra per l’appunto come essa si ripeta in maniera costante, già… ma d’altra parte nessuno sembra interessarsi a comprenderla, in particolare i giovani che preferiscono farsi – diversamente dallo studiare e/o approfondire quanto ahimè finora accaduto – condizionare da tutti quegli incompetenti individui, sì… impreparati politici presi a modello di quei loro idoli, anch’essi profondamente ignoranti, comunemente chiamati “influencer“!!!

Diceva Noam Chomsky: L’istruzione non è memorizzare che Hitler ha ucciso sei milioni di Ebrei! L’istruzione è capire come è stato possibile che milioni di persone comuni fossero convinte che fosse necessario farlo. L’istruzione è anche imparare a riconoscere i segni della storia, se si ripete!

Gesù e quel suo essere ebreo!!!

Premesso che nessuno tra i suoi familiari ed anche tra i discepoli, avesse previsto che quel profeta morisse in quel modo e difatti furono tutti presi alla sprovvista da quell’azione celere dei romani, istigati come sappiamo dai sommi sacerdoti… 

Com’era possibile che quell’uomo indicato dalle scritture come il messia, discendente della stirpe di Davide, fosse morto in quel modo, già com’era possibile che Dio lo avesse permesso, dov’era Egli mentre suo figlio pativa la croce???

D’altronde, cosa aveva fatto di male quell’uomo con le sue parole e con le sue opere di taumaturgo, un uomo che aveva sempre rispettato le leggi della Torah: ricordiamoci sempre che Gesù fosse ebreo e non cristiano!!!

Basterebbe riflettere su quest’ultimo punto per comprendere come duemila anni d’efferati crimini compiuti sotto il nome di “Cristo”, non sarebbero dovuti neppure esistere; già… millenni di separazione e di allontanamento ostile tra giudaismo e cristianesimo hanno permesso di compiere agli uomini azioni brutali e spregevoli, tanto ignobili che viene difficile il solo pensiero di descriverli.

Gesù era ebreo!!! Questo non si può cancellare, anche se qualcuno nei secoli ci ha provato!!! 

Sì… da piccolo venne circonciso, leggeva la bibbia in ebraico, rispettava il giorno del Sabbath e si recava in pellegrinaggio tre volte l’anno a Gerusalemme (come prescritto dalla Torah…); osservava difatti a primavera la Pasqua ebraica, all’inizio dell’estate la festa delle primizie e in autunno era in città per la festa dei Tabernacoli; crebbe quindi in un mondo religioso e culturale impegnato a seguire quella parola di Mose e dei profeti, ed ancora, ciò che ci è stato successivamente riportato è stato compiuto esclusivamente per determinare quell’antisemitismo che fu alla base della formazione della prima cristianità, ma che incise profondamente nella coscienza di tutto l’occidente nei secoli a venire!!!

D’altro canto, quanto detto fino ad oggi manca totalmente di fondamento storico, ma ciò è stato dovuto affinché si giungesse a dividere quell’uomo dal suo contrassegno “ebreo“, lo stesso a cui sin dalla nascita egli apparteneva; d’altronde tutta la vita di Gesù è indirizzata affinché la sua missione fosse anticipata dai testi sacri, che preannunciavano l’arrivo di figure chiave nell’atteso ruolo di annunciare il regno di Dio…

Lo stesso Giovanni Battista è partecipe a quel compito di annunciatore e difatti quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme i sacerdoti ed i leviti ad interrogarlo presso la cittadina di Betània, al di là del fiume Giordano, dove Giovanni stava battezzando, alle domande: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo».  Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore; «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo». 

Da quanto sopra anche quindi suo cugino rispondeva attenendosi ai testi sacri e citando i profeti Iasaia e Malachia; vorrei difatti ricordare quanto sia sottile la linea che fa credere che una profezia predichi una certa sequenza di eventi ed il cercare in un qualche modo di pilotare quegli stessi eventi, in quanto già predetti nella profezia stessa!!!

Gesù era morto e nessuno dei presenti era preparato a quell’evento!!! Necessitava quindi trovare immediatamente un sepolcro (temporaneo) per quel corpo affinché gli fosse risparmiato di restare solo su quella croce, abbandonato da tutti e con il rischio di venir divorato nella notte dagli animali, ma soprattutto evitando alla famiglia l’onta della vergogna!!!

Ed allora vediamo in quali modi si giunse a quella “temporanea” sepoltura e cosa accade (realmente o quantomeno sforzandosi di operare entro i parametri di una visione scientifica delle realtà…) al corpo di Gesù??? 

Preparateci, perché un’impervia salita vi aspetta…

Israele/Palestina: una volta, il mio caro amico arch. Renzo (di Omegna) mi disse: Nicola, quando due litigano, perdono entrambi!!! Con il tempo ho compreso quanto avesse ragione!!!

Non si può pensare di continuare in eterno così…

Israeliani e palestinesi devono raggiungere un accordo di pace definitivo, lo devono proprio per quel Dna che da sempre li vede fratelli…  

Già… come non ricordare ciò che unisce questi due popoli attraverso la stirpe di Abramo, quell’amore fraterno che dovrebbe di fatto unirli e non dividerli, esecrando quindi qualsiasi discriminazione e persecuzione, facendo viceversa riferimento a quel principio comune, come base indiscussa di uguaglianza e fratellanza…

Non vi è in essi alcuna legittima differenziazione, ne culturale e ancor meno da una diversa identità religiosa, non vi è nulla che delimita e separa le due parti da una diversa identità, né come prodotto di un travaglio distinto.

Certo, nessuno può contraddire il fatto che dal primo governo Netanyahu ad oggi, il crescente peso dei partiti appoggiati dai coloni abbia favorito sempre più una legislazione restrittiva del dissenso e la negazione della realtà dell’occupazione. 

Peraltro vorrei ricordare come in quegli anni, il capo dello Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele) mise in guardia sulla “tirannia incrementale” che minacciava la democrazia di Israele… 

E quindi, voler credere oggi che, il miglior servizio di sicurezza mondiale, in particolare nel campo della prevenzione e del contrasto al terrorismo, insieme ad Aman e Mossad, non abbia previsto quanto ora accaduto con l’attacco di Hamas, è come voler ammettere che le torri gemelle a New York, siano crollate a causa di due aeroplani!!!

Israele si stava preparando, anzi era già da tempo pronta a invadere la “Striscia di gaza”, aspettava soltanto il momento opportuno (come per gli Usa le torri gemelle…) e cioè, quell’azione terroristica condotta da parte del gruppo di Hamas, per dare il via alla propria escalation militare, la stessa che ora non si fermerà fintanto che tutta quell’area e sicuramente anche parte della Cisgiordania, non verrà rasa al suolo, per le nuove future esigenze…    

Ecco perché la comunità mondiale deve fare in modo che si torni presto ad una nuova volontà di dialogo, ad un impegno personale e collettivo che costruisca ponti fra quei due universi certamente differenti e per come abbiamo visto dalla storia, da sempre potenzialmente conflittuali…

In un momento storico come quello che stiamo assistendo, segnato sia a livello europeo, con la guerra in Ucraina, sia a livello mondiale, con quanto sta accadendo in queste ore nel territorio palestinese nella “Striscia di Gaza”, ecco che bisogna intervenire celermente per limitare la serie di fatti cruenti e luttuosi e che potrebbero provocare l’allargamento del conflitto stesso, a cui qualcuno, secondo il sottoscritto, si è già preparato!!!  

Vorrei inoltre evidenziare quanto sta accadendo in questi giorni accadendo in molte città europee, mi riferisco a tutta una serie di atti violenti nei confronti dei cittadini ebraici, che non fanno altro che alimentare nuovo odio e a indurre molti giovani a proselitismi in quella espressione nota come “antisemitismo”!!!

E’ tempo di fare tutti un passo indietro, rivedere le proprie posizioni, perché come diceva l’amico mio Arch. di Omegna, Renzo: quando due litigano, perdono entrambi!!! 

Nel concludere, permettetemi di ricordare la figura storica di Woodrow Wilson e le parole che pronunciò al Senato il 22 gennaio 1917: “Nessuna nazione cercherà di estendere la sua politica su ogni altra nazione o popolo […];  ogni popolo sarà libero di determinare la propria politica, dal più piccolo al più grande e potente”.