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Polizze ” key man”: convenienza fiscale o zona grigia? Attenti alla sostanza.


Quanto sto per descrivere oggi tocca un argomento alquanto particolare, e quasi mi dispiace dover scoprire – anno dopo anno – come il sottoscritto sia capace di individuare circostanze che altri, sì tutti coloro che sono di fatto pagati per scoprirle, non hanno il più delle volte neppure sentore di cosa possa trattarsi. E quindi, per l’ennesima volta, da questo mio blog, evidenzio l’ennesimo paradosso di ciò che è quasi al limite, ma che potrebbe rappresentare una forma di elusione fiscale.

Perché il punto non è la violazione palese, ma quel sottile scarto tra ciò che la norma consente e ciò che il legislatore ha realmente voluto disincentivare. E qui, come spesso accade, chi applica la legge si ferma alla superficie, mentre il meccanismo scorre sotto traccia, inappuntabile nella forma ma sostanzialmente eversivo rispetto allo spirito della disciplina. Un paradosso che, a conti fatti, rende l’elusione non un’eccezione, ma quasi una logica conseguenza di una vigilanza che guarda altrove.

E sì, perché la risposta che ne consegue, in termini tecnici, è che ci troviamo di fronte a una struttura che opera proprio sul confine dell’elusione, e la sua legittimità non è affatto assoluta, ma dipende strettamente dal rispetto di condizioni sostanziali – e quindi non solo formali – che un certo “articolo”, seppur citandolo, tenderebbe a presentare quest’ultima come una “ricetta” infallibile.

Peccato che, una volta verificata nella pratica, quella ricetta si scomponga in un insieme di eccezioni e interpretazioni difformi, perché l’elusione non si giudica dalla lettera ma dall’esito concreto dell’operazione. Così il rinvio all’articolo diventa un escamotage retorico, non una garanzia, e la legittimità resta sospesa a un equilibrio instabile che solo il caso singolo può confermare o smentire. In fondo, ciò che l’articolo tace è più rilevante di ciò che scrive.

Ma andiamo con ordine, perché la materia è delicata e merita di essere affrontata con la giusta profondità.

Partiamo dal principio di deducibilità, perché è lì che spesso si annida il primo equivoco. L’articolo in questione cita correttamente la sentenza della Cassazione n. 17367/2020 e la Risoluzione 124/E/2017. Fin qui nulla da eccepire. Tuttavia, quello che omette di sottolineare con sufficiente forza è il principio fondamentale che guida l’Agenzia delle Entrate e la giurisprudenza: la deducibilità del costo, cioè del premio versato, è subordinata alla sussistenza di un effettivo interesse aziendale e al rispetto del principio di competenza economica. 

Non basta, insomma, avere un pezzo di carta firmato. La Risoluzione 124/E/2017, che pure viene evocata, chiarisce infatti che l’accantonamento per il trattamento di fine mandato e i relativi premi assicurativi sono deducibili a due condizioni: che siano previsti da una delibera con data certa anteriore all’inizio del rapporto, e che siano determinati secondo criteri di ragionevolezza e congruità rispetto alla realtà economica dell’impresa. 

Ed è proprio su quest’ultimo punto che si gioca la partita. Se l’importo del premio, e quindi dell’accantonamento, è sproporzionato rispetto al valore economico che il cosiddetto “key man” ha per l’azienda, o rispetto ai parametri retributivi normalmente previsti per figure analoghe, l’Agenzia delle Entrate può tranquillamente disconoscere la deducibilità, qualificando quel costo come non inerente o, peggio, come una mera operazione di accumulo di capitale a fini personali. E qui già emergono i primi, seri, grattacapi.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo che rende questa struttura potenzialmente elusiva, e riguarda la sua stessa architettura. L’elusione fiscale, che nel nostro ordinamento si configura come abuso del diritto, ricorre quando vengono realizzate operazioni prive di sostanza economica, il cui obiettivo primario è ottenere un vantaggio fiscale indebito. 

Ora, osserviamo bene la “doppia linea” di beneficiario descritta in quella polizza: se il manager muore, il capitale, sia la parte rischio che quella risparmio, va all’azienda; se invece non muore, la parte risparmio viene corrisposta al manager come trattamento di fine mandato. Il meccanismo, in apparenza simmetrico, cela una realtà sorprendente: l’azienda versa premi interamente deducibili anno dopo anno, ma è certo che, salvo il verificarsi dell’evento morte, non rientrerà mai in possesso del capitale accumulato. Quel capitale, invece, confluirà al manager dopo qualche anno, senza che questi abbia subito alcuna tassazione in corso d’opera, e beneficiando per giunta di una tassazione separata, e quindi agevolata, alla fine. 

Ci troviamo così di fronte a una evidente asimmetria fiscale: l’azienda deduce l’intero premio in ciascun esercizio, mentre il manager, che è il vero destinatario finale della ricchezza accumulata, non paga imposte anno per anno. Questo differimento, questa trasformazione di un costo aziendale deducibile in reddito del manager tassato in modo agevolato, rappresenta esattamente il tipo di meccanismo che l’Agenzia delle Entrate guarda con il massimo sospetto, soprattutto quando manca una vera logica di rischio a giustificarlo.

E veniamo proprio alla funzione del rischio, che viene utilizzata per tentare di legittimare la deducibilità della parte risparmio. L’argomento è che l’azienda riprende quella somma solo in caso di morte. Ma ragioniamo un attimo: se la probabilità attuariale di morte è bassa, come accade per manager in attività, l’operazione si configura sostanzialmente come un fondo di previdenza integrativa parallelo. La differenza, però, è che mentre un fondo pensione ha regole fiscali chiare, con deducibilità limitata per l’azienda e tassazione ordinaria in capo al dipendente, qui si cerca di ottenere una deducibilità piena per l’azienda e una tassazione finale agevolata per il manager, scavalcando di fatto i limiti imposti dalla legge. 

L’articolo stesso, d’altronde, rivela la sua fragilità quando afferma che “la misura degli accantonamenti è parametrata e stimata in base allo scopo primario della polizza, che è quello di coprire il rischio per la perdita del key man”. Ma se l’accantonamento è sproporzionato rispetto a quel rischio, cioè se rappresenta una somma molto elevata che ha poco a che fare con un eventuale danno aziendale e molto a che fare con l’accumulo di capitale per il manager, allora lo scopo primario viene meno, e l’operazione scivola inevitabilmente verso l’elusione.

C’è poi un’ultima considerazione, che condivido pienamente, e che riguarda la qualità soggettiva del cosiddetto “key man”. Perché una cosa va detta con chiarezza: la definizione di uomo chiave non è un’etichetta che si applica a piacere, ma deve essere sostanziata. Un vero key man è un soggetto la cui improvvisa perdita, per morte o infermità, causerebbe un danno economico concreto, diretto e misurabile all’azienda: la perdita di clienti strategici, l’interruzione di progetti fondamentali, l’impossibilità di accedere a finanziamenti, il crollo del valore stesso dell’impresa

Per cui, un dipendente con una retribuzione modesta, privo di poteri decisionali, di partecipazione al capitale o di rapporti critici con gli stakeholder, non può essere qualificato come “key man”, per quanto lo si voglia chiamare. E in caso di verifica, l’Agenzia delle Entrate non avrebbe alcuna difficoltà a disconoscere la deducibilità dei premi, ritenendo l’operazione priva di inerenza. Non solo: qualificherebbe le somme versate come compenso in natura per il dipendente, con conseguente obbligo per l’azienda di applicare contributi previdenziali e ritenute Irpef anno per anno, oltre a sanzioni. Insomma, un rischio concreto e tutt’altro che remoto.

Alla fine quindi cosa possiamo concludere? Quanto descritto nell’articolo non è, di per sé, illegittimo. Rappresenta però un’operazione di pianificazione fiscale decisamente aggressiva, che si colloca in quella zona grigia dove il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è diventa labile. Non si tratta di una defraudazione palese, perché formalmente vengono rispettate alcune condizioni come il contraente bloccato, il beneficiario bloccato e il divieto di riscatto. 

Tuttavia, per non scivolare nell’elusione, è indispensabile che il key man lo sia davvero nella sostanza, rivestendo un ruolo dirigenziale di primo piano con poteri e responsabilità tali che la sua perdita rappresenti un rischio oggettivo per la continuità aziendale. È altrettanto indispensabile che l’importo del premio, e quindi del trattamento di fine mandato, sia congruo e proporzionato, parametrato a un’analisi economica seria del danno potenziale patito dall’azienda, e non a una somma forfettaria decisa privatamente. 

Ma non solo, non deve esserci alcun accordo preventivo e occulto: l’accordo deve essere trasparente, deliberato prima dell’inizio del rapporto, e non deve nascondere l’intento principale di sterilizzare fiscalmente un’ingente somma destinata al manager.

Per questo, chi nutre ora – leggendo questo mio post – i miei dubbi, fa bene a esserne consapevole, perché se questa struttura viene applicata a soggetti che “keyman” non sono (con importi sproporzionati), diventa a tutti gli effetti una pratica elusiva, che prima o poi verrebbe disconosciuta dall’Amministrazione Finanziaria, con conseguenze fiscali e sanzionatorie rilevanti sia per l’azienda che per il manager.

E in materia fiscale, si sa, la sostanza finisce sempre per prevalere sulla forma!

Ad honorem, ma non ad onorem!


Buongiorno, ho letto in queste ore di una vicenda che mi porta a riflettere sulla grettezza dell’animo umano e che – pur non volendo – continua a tornarmi in mente.

Si parla di professori universitari, di ricercatori, di persone che hanno dedicato anni della loro vita allo studio, a conseguire titoli, a scalare quelle cosiddette “gerarchie del sapere“, eppure, secondo l’inchiesta giudiziaria di cui sono accusati, ci sarebbero fondi europei per ricerche mai fatte, per materiali mai utilizzati, per etichette staccate da una scatola e incollate su un’altra, il tutto per far sembrare vero ciò che non era.

Parliamo di ben quattro milioni di euro, dal 2018 al 2024, una cifra non indifferente che gira di mano in mano, che viene spostata da un progetto all’altro, mentre poi alla fine la sostanza resta invariata e cioè che la ricerca, e quindi il lavoro reale, non c’è.

Ma ciò che maggiormente mi colpisce non è tanto la truffa in sé, pur grave, è il profilo di chi è stato accusato. Parliamo di soggetti non certo analfabeti, non fanno parte di quelle persone senza istruzione e ancor meno senza alcuna professione. Sono docenti ordinari, associati, ricercatori con contratti e pubblicazioni. Hanno lauree, specializzazioni, curriculum.

Eppure, secondo la procura europea, avrebbero messo in piedi un sistema per far arrivare soldi su carte intestate a progetti fantasma. Un imprenditore avrebbe pagato consulenze mai realizzate al figlio di un professore, per ottenere favori. Un’associazione avrebbe partecipato a bandi senza avere i requisiti. Ed ora la Guardia di finanza parla di fondi per ricerche inesistenti.

La difesa, naturalmente, replica: i progetti erano reali, i risultati sono stati presentati in più occasioni. E il giudice, pur riconoscendo gravi indizi, ha rigettato le misure cautelari, anche per il carico di lavoro arretrato. Ovviamente restiamo tutti in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Ma io, perdonatemi, voglio tornare al punto che mi fa impazzire. In questa vicenda non c’è il ladro di bassa scolarità, non stiamo parlando di un soggetto ignorante, un individuo che presenta una grave povertà culturale, no. Qui parliamo di disonestà, e la disonestà non ha bisogno di diplomi o di analfabetismo per manifestarsi.

Anzi, a volte, come nel caso di cui sopra, sono i più istruiti ad aver affinato la capacità di costruire una menzogna credibile, di aggirare le regole, di far sembrare regolare ciò che regolare non è. Ma d’altronde, come ripeto spesso, i titoli di studio acquisiti non immunizzano dall’abiezione!

E la prova è qui: davanti a noi ci sono persone che hanno dedicato la vita allo studio, e che ora si trovano indagate per aver tradito proprio quello spirito di ricerca che avrebbero dovuto difendere.

Insisto nel ricordarlo, perché spesso si tende a pensare che la mancanza di onestà sia figlia della mancanza di istruzione, ma la verità è che non è così. L’onestà è un’altra cosa, è una scelta che si fa indipendentemente dai libri letti o dagli esami superati. Si può essere colti e disonesti. Si può essere analfabeti e integerrimi.

La cultura aiuta sì a capire il mondo, ma non ti rende automaticamente una persona perbene. E quando leggo notizie come questa, non posso fare a meno di pensare che la vera differenza non la fa il titolo appeso al muro, ma la sostanza di chi sei!

Si può credere senza mettere un uomo al posto di Dio?


Ho appena letto un testo sul web e mentre lo facevo, quelle parole mi ronzavano nella mente, come un contrappunto necessario. 

Perché è vero, si possono tracciare percorsi, mappe antiche che mostrano come gli uomini abbiano da sempre cercato di avvicinarsi al mistero che chiamano Dio, già… percorsi di meraviglia davanti al creato, di ascesi e lotta tra carne e spirito, cambiamento morale, rito comunitario, tutto… sì affascinante, storico, comprensibile…

Ma è proprio qui che la riflessione si fa tagliente, come d’altronde dovrebbe essere. Tutte queste strade, per quanto affascinanti, sono – di fatto – strade umane, tentativi, linguaggi, balbettii di creature finite che cercano l’infinito. Il punto irrinunciabile, il cardine su cui tutto deve girare, è che: nessuna di queste strade può mai portare a confondere la creatura con il “Creatore”!

Nessun uomo, per quanto santo, illuminato o carismatico, può essere elevato a quel livello. E mi fermo qui, su questo concetto netto: non esiste alcun essere animale, spirituale o di qualsiasi altra natura, che non sia venuto all’esistenza attraverso una nascita, sia essa naturale o aiutata dalla scienza. 

Tutto il resto, tutto quel castello di speculazioni, dogmi e narrazioni costruite ad arte per collocare un uomo particolare nella sfera del divino, è roba per chi ha deciso di abdicare al pensiero, per chi preferisce vedere il mondo attraverso le rassicuranti “fette di prosciutto sugli occhi”.

Questo non è un attacco alla fede personale, sia chiaro. Credere o non credere è una scelta radicalmente intima, forse la più intima che ci sia. Ognuno può, deve, percorrere la strada che sente più consona alla propria sete di significato, che sia una strada o un dedalo di sentieri. 

Essere fedeli significa proprio questo: aderire con tutto sé stessi a ciò che si sente vero, a una religione, a un profeta, a un ideale che ci rappresenta. Anche pregare, del resto, non è un ripetere a pappagallo dottrine imparate, ma è porsi le domande scottanti, quelle che bruciano l’anima. È un dialogo, non un monologo ricevuto!

E allora cosa significa, oggi, inginocchiarsi? Cosa si pensa davvero quando ci si inchina, prosterna, piega verso una direzione oppure davanti a un crocifisso o mentre si fissa un altare? Si crede forse che quell’uomo o colui che oggi ne riveste i panni sulla terra, sia davvero Dio in persona sceso tra noi? Perché qui il salto è enorme, e farlo a cuor leggero è estremamente pericoloso. 

Credere non è un gesto scaramantico, non è un tic sociale. Non è pregare purificarsi, alzare le mani oppure farsi il segno della croce dopo un gol, come ho visto fare guardando la partita Verona-Bologna, quasi che da lassù ci sia un interesse per il calcio, o epr una squadra del cuore da tifare, già… perché ridurre la fede a questo è svuotarla di ogni senso, è trasformarla in una superstizione folkloristica.

Il vero nodo, allora, mentre si leggono queste antiche “quattro strade”, mi pare un altro. È il divario abissale tra la complessità, la profondità a volte vertiginosa di quelle ricerche spirituali, e la piatta, spesso ipocrita, staticità di un certo credere moderno. Da una parte padri del deserto, dispute teologiche che scavavano nell’essere, mistici che bruciavano di un fuoco interiore, dall’altra, oggi, troviamo un manuale da seguire, una dottrina da ripetere, corretta nei termini ma fredda, incapace di parlare al tumulto dei sentimenti, alle ansie, alle vere domande della gente.

La vita delle persone è immersa in un mondo che ha altri ritmi, altri linguaggi, altre sintesi. E il cuore della questione, forse, è proprio lì dove il testo originale lo accenna: nel cambiamento morale. Non un cambiamento fatto di divieti esteriori o di adesioni formali, ma una trasformazione interiore che nasce da una scelta autentica. Una vita sobria, attenta, grata. Questo potrebbe essere un faro, un modo per vivere nella modernità senza esserne semplicemente un calco, senza omologarsi al rumore di fondo.

Forse, alla fine, la speranza è proprio che si torni a questa sostanza nuda e cruda. Lasciando perdere le dispute organizzative, gli apparati, le legiferazioni infinite. Tornare alla domanda semplice e tremendamente complicata: in cosa credi davvero? E soprattutto, ricordando sempre che, tra il cielo e la terra, nessun uomo può mai essere posto sul trono dell’assoluto. Quel posto, se c’è, è vuoto, o è occupato da un mistero che nessuna strada umana potrà mai completamente racchiudere.