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Tra Giustizia, Legge e i volti di Agosta, Bologna e Bellissima: lo sguardo di un ragazzo in cerca di onestà.


Ieri ho scattato questa fotografia…

È l’immagine del cavalcavia all’uscita di Gravina di Catania, dove i murales restituiscono volti e storie che non dovremmo mai dimenticare: Alfredo Agosta, Salvatore Bologna, Giovanni Bellissima.

Uomini che hanno indossato una divisa e che, per quella divisa e per ciò che rappresentava, hanno pagato il prezzo più alto.

Accanto a loro, un libro aperto su cui campeggiano le parole “giustizia” e “legge“. Ma ciò che mi ha colpito guardando quella parete dipinta, è la figura di un adolescente che li osserva. Il suo sguardo non è distratto, né frettoloso, già… sembra quasi cercare qualcosa: forse un insegnamento, forse un esempio, forse quei princìpi di legalità che quegli uomini hanno incarnato fino all’ultimo respiro, e che oggi, in un mondo che corre troppo veloce, rischiamo di perdere di vista.

Ecco, partendo da questa immagine, non posso fare a meno di ritornare con la mente a un vecchio ragionamento che avevo affidato a questo blog, un ragionamento che nasceva da una definizione asettica, quasi burocratica: quella di “vittima della mafia” che si trova su Wikipedia.

Una definizione che, con la sua freddezza, escludeva di fatto tutti coloro che, in qualche modo, avevano scelto o subito un compromesso con il sistema criminale. Ma è proprio lì che il discorso si fa spinoso, perché esiste un abisso tra chi subisce la violenza della mafia e chi, invece, decide di andarle a braccetto, magari giustificandosi con la crisi, con la disperazione, con la necessità di salvare l’azienda o il posto di lavoro.

Quanti imprenditori, quanti cittadini, si sono nascosti dietro queste scuse? Quanti hanno finora preferito il “sistema” allo Stato, perché con il sistema “si mangia”, mentre con lo Stato, almeno a parole, si rischia di morir di fame? La crisi è stata ed è il terreno fertile su cui la mafia ha gettato i suoi semi, e noi, siciliani, lo sappiamo fin troppo bene. La disoccupazione genera disperazione, e la disperazione, talvolta, genera complicità.

Allora mi sono chiesto, e lo chiedo ancora oggi: dove collochiamo tutti quei soggetti che, nel pubblico e nel privato, si sono trovati, magari senza volerlo, a dover assecondare le richieste dell’imprenditore di un’azienda collusa? Che hanno accettato, magari per paura o, diciamolo pure, per necessità, di essere ingranaggi di un sistema più grande? Ditemi… sono vittime o sono complici? Hanno forse salvaguardato il loro posto di lavoro o forse hanno ricevuto del denaro sottobanco, oppure hanno sperato in un favore per un proprio familiare o per ricevere un sostegno alla propria carriera professionale. Sì… ma a quale prezzo?

È facile, troppo facile, parlare di “vittime della mafia” quando si conosce quel sistema solo per sentito dire, per sceneggiati televisivi o per articoli letti distrattamente sul web. Tutti si improvvisano divulgatori, ma pochi hanno il coraggio di denunciare, di opporsi, di metterci la faccia. Soltanto in pochi hanno dato segno di essere davvero contrari e, soprattutto, non compromessi. Eppure sono in molti a ergersi a giudici, a paladini di una giustizia che – posso affermare con assoluta certezza – non hanno mai praticato.

Ma allora, come chiamiamo coloro che invece hanno scelto l’altra strada? Quelli che hanno detto no, che non hanno partecipato, che non hanno tratto vantaggi, che non si sono mai piegati al sistema clientelare? Quelli che viceversa hanno denunciato, che hanno fatto il loro dovere fino in fondo, sacrificando, a volte, persino la propria vita? Ecco, consentitemi di dire: sono queste le vere vittime.

Non solo per lo Stato, ma soprattutto per l’opinione pubblica. Sono loro, e soltanto loro, che meritano quel titolo. Per tutti gli altri, per favore, troviamo ad essi un altro nome, io ne avrei uno in dialetto siciliano: “Pisciabrodi“!

E in questo flusso di pensieri, il mio cuore e la mia mente tornano sempre a lui, ad Alfredo Agosta, a quel 18 marzo del 1982 quando veniva ucciso barbaramente. La sua storia, come quella di Bologna e di Bellissima, rappresentano una testimonianza irrinunciabile di impegno civile e deontologico. Come ripeto spesso non dovremmo aver bisogno di “Giornate della Memoria” per ricordarli: dovremmo portarli con noi ogni giorno, in ogni nostra azione.

Loro, in un periodo storico violentissimo, non hanno cercato la gloria. Hanno semplicemente fatto il loro dovere, e lo hanno fatto andando oltre, vedendo ciò che altri non volevano vedere, collegando fatti a nomi in un’epoca di omertà e di silenzio. Hanno fatto della loro professione una missione, animati da una passione civile e sociale che oggi fatichiamo a trasmettere ai nostri ragazzi, troppo presi da modelli vuoti e insignificanti.

Proprio per questo, sono onorato di far parte dell’Associazione a lui intitolata, e di aver avuto il privilegio di condividere alcune inchieste con i suoi figli. Condivido pienamente le parole di Giuseppe Agosta, quando afferma che celebrare la ricorrenza è un impegno che va oltre l’ambito personale, e che l’insegnamento del padre è stato quello di stare in questa terra con lealtà.

Un insegnamento che ho fatto mio e che cerco di trasmettere, ogni giorno, a chi mi sta accanto e che ritrovo, vivido, nelle iniziative dell’Associazione, momenti in cui la memoria si fa azione, in cui i giovani vengono messi di fronte a scelte decisive, perché il futuro è nelle loro mani, e sta a loro capire che non si può essere onesti verso gli altri, se prima non lo si è con se stessi.

Rivedo, in quell’adolescente del murales, il simbolo di una speranza. Lui guarda quei carabinieri, quei libri, quelle parole e forse, senza saperlo, sta già compiendo quella scelta che Giuseppe Agosta e tanti altri indicano come l’unica possibile: quella di decidere da che parte stare.

Perché la vita – prima o poi – metterà davanti quei giovani a pressioni, a difficoltà, a momenti in cui sarà più facile piegarsi. Ma come mi disse, quand’ero bambino, un uomo che posò la mano sul mio capo: “Non importa quanto sarai buono o monello, l’importante è che tu sia sempre onesto“.

Era Aldo Moro. E quelle parole, oggi più che mai, risuonano come un’eredità preziosa. Perché l’onestà, la coerenza, la scelta della legalità, non sono concetti astratti. Sono l’unica musica che può accompagnarci attraverso la vita, rendendola degna di essere vissuta, e degna di essere ricordata.

Come loro, Alfredo, Salvatore e Giovanni, ci hanno insegnato…

La lezione del Prof. Giovanni Molari: quando l’università dice no alla militarizzazione della cultura!


Con questo post desidero continuare quanto scritto ieri e riprendere alcuni temi che proprio in queste ore sono stati messi in rilievo, anche se, come spesso accade, poco o nulla di essi è stato riportato dai media nazionali e, ancor meno da quei loro interpreti, che come ormai sappiamo, si dimostrano perfettamente allineati agli ordini editoriali imposti e soprattutto alla propaganda della classe politica attualmente al governo.

Dunque, quanto sto per scrivere, va preso come un piccolo gesto di resistenza civile, un tentativo di ridare voce a ciò che volutamente è stato oscurato.

Già… iniziando da quei cavalli scappati dai preparativi della parata (spaventati dai botti sparati da un vigile urbano) quasi a voler fuggire da una celebrazione che non li riguarda, mi hanno fatto pensare a una domanda più radicale: e se quella fuga non fosse altro che la metafora perfetta di ciò che molti cittadini provano davanti a un cerimoniale che non sentono più come proprio?

Chissà che discorsi geniali sanno fare i cavalli”, ha scritto qualcuno. Già… cosa penserebbero assistendo alla nostra ossessione per le divise e il passo cadenzato, mentre il mondo brucia e il nostro Paese continua a spendere cifre folli in armamenti?

Ed ancora, cosa direbbe oggi don Milani, lui che dall’articolo 11 aveva tratto una lezione dirompente: “È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora”. Quel buttare tutto all’aria che significa comprendere come l’esercito non abbia mai rappresentato la Patria nella sua totalità. Ecco perché oggi, invece della “nazione armata”, in molti vorrebbe vedere sfilare la Repubblica disarmata, con i medici, gli insegnanti, i volontari e persino i diplomatici: Sì… la pace come pratica quotidiana, non come retorica da sfilata.

E proprio su questo crinale tra “cultura della pace” e “nazione armata” si innesta la vicenda del professor Giovanni Molari, il rettore dell’Università di Bologna che non ha potuto esimersi dal prendere una posizione che, sebbene indiretta, suona come uno schiaffo alla retorica militarista. Non si è trattato, è vero, di una contestazione alla parata del 2 giugno. La vicenda è più sottile, e proprio per questo più significativa.

Qualche mese fa, l’Esercito Italiano ha chiesto all’Ateneo di attivare un corso di laurea in Filosofia dedicato esclusivamente a quindici giovani ufficiali dell’Accademia di Modena. L’obiettivo dichiarato dal Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, era nobile sulla carta: “creare un pensiero laterale nell’esercito, uscire dallo stereotipo”. Eppure, il Dipartimento di Filosofia, in un atto di autonomia che i cronisti hanno faticosamente ricondotto alla responsabilità del rettore Molari, ha detto: NO!

La motivazione ufficiale parlava di sostenibilità didattica e di risorse, ma nell’aria aleggiava il timore di una “militarizzazione” della cultura. Come scrivono le cronache, si temeva che quel corso, tenuto interamente in caserma, rischiasse di trasformare la filosofia in una semplice “competenza tecnica” per la guerra, invece che in uno strumento di libero pensiero e di critica radicale. E nonostante Molari abbia poi dichiarato di essere “costantemente aperti al dialogo”, il dado era tratto.

La reazione del Governo è stata feroce, e la trovo rivelatrice. La Premier Giorgia Meloni ha parlato di “atto incomprensibile e gravemente sbagliato”, accusando l’Ateneo di essere “lesivo dei doveri costituzionali”. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tuonato: quei professori possono stare tranquilli, perché gli ufficiali che oggi rifiutano saranno pronti a difenderli domani. Davvero sorprendente: secondo il governo, negare un corso di filosofia è una violazione della Costituzione, mentre trasformare la nostra festa più importante in una esposizione di carri armati e Frecce Tricolori sarebbe perfettamente normale

Eppure, è proprio l’articolo 11 della nostra Carta, quello che secondo il professore andrebbe letto nelle piazze invece di far sfilare i cannoni, a ricordarci che “l’Italia ripudia la guerra”: Lo ripudia, non lo celebra!

La scelta di Molari, nel suo piccolo, difende un principio sacrosanto: l’università non è un campo di addestramento, la cultura non deve piegarsi alla logica della caserma, e la filosofia non può diventare ancella della strategia militare. E così… mentre i cavalli scappano via spaventati, il rettore di Bologna ha cercato di dire “no” a una deriva che vorrebbe trasformare ogni spazio sociale, persino quello della riflessione pura, in una trincea.

E mentre il Governo si infuria per un corso di filosofia negato, continua a spendere miliardi in armamenti!

Ed allora, provando attraverso questo mio blog a rivolgermi direttamente al Presidente Mattarella, vorrei dirgli questo: se proprio il 2 giugno deve essere davvero una festa di tutti, allora la prossima volta aspetto con ansia di vedere sfilare ricercatori, scrittori, poeti, infermieri

Persone semplici. Persone che difendono il Paese non con le armi, ma con le idee e con la cura. Già… persone che, proprio come quei cavalli, hanno ancora la forza di fuggire dalla guerra.

Votare… secondo le indicazioni del partito!!!

Quanta limitatezza vi è in questa affermazione…
L’ho ascoltata in Tv questa mattina… ed è la risposta data ad una esplicita domanda…
Vi starete chiedendo a chi….???
Beh… la domanda è stata posta al nostro ex presidente del consiglio, Massimo D’Alema… il quale ha pure aggiunto (tanto per completare quella già sua povera… indipendenza morale) “per come ho sempre fatto“…
Mi fa quasi tenerezza… è rimasto hai tempi di Lenin!!!
Il Pd non vuole comprendere… o meglio il suo attuale segretario di partito, Matteo Renzi, non ha ben compreso che i tempi degli #hastag sono finiti… e avrebbe dovuto iniziare (per come aveva dichiarato durante la propria propaganda personale) a rottamare… 
Sì… a cominciare con tutti questi signori del suo partito che da trent’anni sono seduti in quelle poltrone ed hanno distrutto questo nostro paese: sia quando sono stati al governo che quando si sono trovati all’opposizione, a causa di quel loro modo di ragionare… meglio conosciuto col nome di “coesione istituzionale”. 
Fintanto che i privilegi sono rimasti inalterati… la politica sarà considerata dai cittadini come qualcosa lontano anni luce, e difatti hanno dato per l’ennesima volta un segnale importante e cioè quello di non andare a votare…
Difatti, soltanto un cittadino su tre si è recato al seggio e propriamente per far vincere il M5Stelle e/o qualche esponente di centro destra…
Per il resto caro Matteo… il “PIANO MARSHALL ” del Pd è stato un completo fallimento e credo che a breve (sto pensando al prossimo referendum d’Ottobre) la disfatta sarà completa!!!
Caro Presidente… da “salvatore della patria”, vedrà… finirà cacciato e quei suoi diktat, a modello ricatti “o con me o senza di me“, finiranno per colpirla come un boomerang amaramente!!! 
Vede, a proposito dei 5Stelle, cambiamento significa movimento… e movimento significa frizione. 
Il movimento (o il cambiamento) senza frizioni (o conflitti) appartiene solamente al “vuoto” perfettamente rappresentato in un mondo astratto che di fatto non esiste…
Vedere difatti come, la Raggi a Roma, l’Appendino a Torino, a Napoli De Magistris, a Trieste Dipiazza e poi Isernia, Pordenone, Carbonia, Olbia, Savona, Crotone, Caserta, Grosseto… abbiano vinto… è la dimostrazione esaustiva di come questo cambiamento sia in atto e di come questo centro-sinistra abbia esclusivamente perso!!!
Ho letto che il Pd ha ammesso la sconfitta senza attenuanti… ma nel contempo ha rivendica una vittoria chiara e forte nelle città di Milano e Bologna…
Mi viene da ridere… a Bologna una città da sempre “rossa” sin dai tempi di “Peppone e Don Camillo”, ed ora si vorrebbe premiare questo risultato… ci mancava pure che perdessero lì ed allora sì che il premier Renzi poteva scapparsene dal Pd…
Vorrei comunque aggiungere che per il centro-sinistra questo risultato rappresenta una disfatta… soprattutto morale… in quanto l’antagonista del centro-destra è riuscita a raggiungere il 45.3% dei consensi, che rappresenta per questa città… un dato incredibile!!!
Inoltre non bisogna dimenticare che la fortuna del Pd… è stata quella di non avere avuto al ballottaggio un esponente del M5Stelle… perché in quel caso, si sarebbe ripetuto quanto accaduto a Roma… dove i voti del centro-destra, sarebbero andati ad sommarsi a quelli del movimento ed allora sì… che avremmo visto la capitolazione della mia città o meglio quella che mi ha dato i natali…
Ed infine Milano, analoga situazione di sopra… Sala è riuscito ad avere la meglio su Parisi… perché gli elettori “liberi moralmente” del M5Stelle hanno preferito astenersi… mentre se fosse stato al contrario… (con un esponente del M5Stelle al ballottaggio…) anche Milano sarebbe stata assoggettata!!!
Comunque una cosa è certa… perdono tutti i partiti!!!
Dal Pd… alla Lega di Salvini, dal Cavaliere a tutte quelle coalizioni nelle quali si sono celati (all’interno di liste civiche e quant’altro…) i soliti mediocri personaggi, tutti ex appartenenti a quei vecchi partiti della dc, ulivo, margherita, alleanza nazionale, comunisti e socialisti e con l’aggiunta di quelle finte destre più ad uso portaborse che altro… per sostenere i voti nelle campagne elettorali nazionali!!!
E’ finito il tempo di questi sciacalli… adesso è il momento di cambiare aria, perché ormai gli italiani sono stanchi di sentire cazzate e di essere sommersi da questo putrido odore malsano, compostaggio di corruzione e illegalità…
Gli Italiani non hanno bisogno degli 80,00 euro… o dei 500,00 donati per incentivare l’acquisti… ora è tempo di persone oneste e perbene e non vi è più spazio per falsi moralisti che poi… appena siedono in quelle poltrone, pensano esclusivamente i propri interessi!!!
Sono certo che adesso, grazie a questi nuovi sindaci, s’inizierà innanzitutto a fare pulizia… e difatti, sin d’ora sono certo che nei giorni avvenire… ne sentiremo delle belle, grazie all’operato delle procure, in particolare penso a quelle di Roma e di Torino!!!

e poi ci troveremo al Roxy Bar….

Una vero e proprio scempio questo è quanto sta accadendo ai ns. commercianti…
In questi ultimo cinque anni i negozi chiusi ammonteranno a circa 300.000  ed a questi ovviamente fanno seguito tutti quei titolari/dipendenti e collaboratori che oggi purtroppo si trovano a spasso…
Ogni giorno secondo la Conf-Commercio chiudono cinque negozi di ortofrutta, quattro macellerie, quarantadue negozi di abbigliamento, quarantatre ristoranti e quaranta pubblici esercizi. 
A questi purtroppo non è rimasto escluso il Roxy Bar!!!
Già, chiude il mitico Bar tanto decantato da Vasco Rossi in Vita spericolata…
Salvatore Giovinazzo, titolare del bar, ha annunciato nel Resto del Carlino, che purtroppo ha dovuto decidere di chiudere il locale perché ormai non riesce più a bilanciare i conti…, una pressione fiscale eccessiva,  in più l’aumento degli affitti, dell’Iva, tasse comunali e sanzioni abnormi da parte di Equitalia, non permettono più ai commercianti di proseguire…
Come diceva…“e poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy bar o forse non c’incontreremo mai ognuno a rincorrere i suoi guai,  ognuno col suo viaggio,  ognuno diverso e ognuno in fondo perso dentro i cazzi suoi ”… già…
Chi l’avrebbe detto che sarebbe finita così… ed intanto lo storico locale abbassa le serrande…
Chissà se forse, proprio quanti in quel bar si sono esibiti, oggi divenute famose Rock Star, possano decidere 
di acquisire loro il locale, per farlo ritornare agli splendori di una volta…
Credo che provarci sia oltre che nobile, anche e soprattutto giusto