Altro che “Epstein Files”. Già… se solo da noi, come negli Stati Uniti, si avesse il coraggio di mostrare quanto realmente accaduto in questi anni, senza sconti, senza depistaggi, senza quella cortina fumogena che sembra avvolgere ogni vicenda giudiziaria un po’ scomoda.


Ultimamente, sfogliando una rivista o ritrovandomi a seguire il ritorno di una qualche inchiesta giudiziaria, mi sorprendo a riflettere su quanto il nostro Paese sia, in fin dei conti, un luogo singolare. 

Già… un posto dove le notizie e le rivelazioni, per quanto poderose e fragorose, finiscono sempre – con il passar del tempo – per affievolirsi, ancor prima di giungere a un epilogo definitivo. 

Non è certo un fenomeno inedito, intendiamoci… è una dinamica che si ripete con una regolarità quasi matematica, una sorta di legge non scritta che sembra dettare il destino di certe scoperte. 

E non si tratta, badate bene, di ciò che affiora in superficie, si… non è la paura dell’autorità politica sterminata, né il timore reverenziale verso un potere economico-finanziario capace di annientare chiunque osi sfidarlo, no, il nodo è assai più sottile e, al tempo stesso più radicato.

È una questione di informazioni, sì, di quelle che certe persone, certi soggetti, custodiscono come se fossero un secondo scheletro nell’armadio. Uno di quegli armadi che, se solo spalancati, non rilascerebbero un po’ di polvere, ma un vero e proprio tsunami capace di travolgere governi, equilibri, alleanze e, soprattutto, tutte quelle facce che sfilano quotidianamente nei palazzi del potere.

Non posso quindi ora non pensare a certe casseforti lasciate appositamente incustodite dalle nostre forse dell’ordine, già… nei bunker di boss mafiosi,  che conservano sicuramente accordi, verbali, video di riunioni segrete in cui si è discusso di attentati da compiere ai danni di politici, magistrati e uomini dell’arma…

Poi ci sono quelli che detengono filmati compromettenti, scene hard in cui personaggi noti svendono la propria dignità ed anche chi, di quelle di quelle informazioni, ne ha fatto un vero e proprio business, vendendole o barattandole a seconda delle circostanze, al miglior offerente, magari dopo averle ottenute tramite un paparazzo pagato con cifre irrisorie. 

Ma non bisogna dimenticare il rovescio della medaglia, forse il più triste: tutti quei giovani, ragazze e ragazzi, anonimi e sconosciuti, che nel tentativo di emergere, di farsi notare, di ottenere quel famoso “grande salto” nel mondo dello spettacolo, della musica, della televisione o del cinema, finiscono per accettare compromessi moralmente “inaccettabili”.

Si sottomettono a richieste sessuali o economiche pur di compiacere a chi può aprire loro una porta, perché la fame di visibilità, si sa, è spesso più forte della dignità. E così, senza nemmeno rendersene conto, consegnano la propria immagine e la propria intimità nelle mani di chi, un domani, potrebbe usare tutto questo contro di loro. 

E poi, come dimenticare tutti quei professionisti del cyberspazio, che grazie a competenze raffinate riescono a intrufolarsi furtivamente in computer, tablet e cellulari di noti personaggi, clonando app o aggirando sistemi, per leggere mail, ascoltare conversazioni, guardare video, e via discorrendo.

Ciò che intendo dire è che una larga fetta di individui in questo Paese vive oggi sotto ricatto e se qualcuno prova a ribellarsi, già… come accade per “Willy il Coyote” nei cartoni della Warner, viene regolarmente schiacciato, fatto esplodere, investito o come nella sua scena più iconica, appiattito da un rullo compressore. 

Sì, perché è proprio così che finiscono tutti coloro che osano opporsi a quel giogo sottile e pervasivo, ed allora, pensando ora a questi soggetti, l’immagine che mi viene più spontanea è proprio quella dei cosiddetti “Epstein Files“, quell’archivio di segreti talmente ingombrante da rendere chiunque, in qualsiasi angolo del mondo, un pesce intrappolato in una rete dalle maglie strettissime.

Immaginate ora qualcosa di analogo, ma declinato secondo il nostro costume nazionale. Perché da noi, si sa, la faccenda si complica ulteriormente. Nessuno è veramente pronto ad accogliere quelle informazioni in maniera incondizionata e, particolare non secondario, distaccata…

Proviamo a chiederci il perché. La risposta, temo, sia scomoda ma piuttosto chiara: se quelle carte venissero al pettine, se quelle verità affiorassero senza filtri, senza mediazioni, senza i soliti distinguo all’italiana, molti di quelli che oggi se ne stanno comodi sulle poltrone che contano si ritroverebbero, loro malgrado, impigliati nella stessa rete che credevano di manovrare da dietro le quinte. Il coinvolgimento non sarebbe periferico o marginale, ma diretto, personale, inequivocabile.

Ecco perché le sentenze, da noi, hanno spesso quell’aria ambigua, quel vago sentore di incompiutezza, sì… perché talvolta, le motivazioni, appaiono scritte in un linguaggio cifrato, che non vuole essere decifrato, quasi a proteggere qualcosa che sta al di là della mera verità processuale. Si viene così a creare un meccanismo di difesa corale, una sorta di immunità di fatto che non ha nulla a che vedere con le prerogative costituzionali. 

È un patto non detto, una convenienza trasversale che attraversa gli schieramenti, perché chi oggi siede in cattedra a giudicare, potrebbe domani trovarsi dall’altra parte della barricata. Meglio allora che certe domande restino senza risposta, che certe piste restino inesplorate fino in fondo, sì… meglio un’ambiguità rassicurante che una verità dirompente!

E così si spiega, a mio avviso, il fenomeno più italiano tra tutti: quello di un’informazione che, di fronte allo scandalo, finisce per interrogarsi non tanto su ciò che è realmente accaduto, ma su chi abbia avuto l’ardire di raccontarlo. Sì, la prospettiva si capovolge. L’inchiesta diventa essa stessa oggetto di un’altra inchiesta, e il nocciolo della questione, il fatto nudo e crudo, viene smarrito per strada, sommerso da un dibattito che scivola via via verso la decostruzione mediatica, le presunte malafede, le intenzioni occulte. 

È un modo elegante, quasi involontario, per non guardare mai in faccia la realtà. È la paura, forse la più grande di tutte, di dover ammettere che le informazioni capaci di far cadere un governo sono le stesse che, in qualche modo, tengono in piedi l’intero sistema.

Un paradosso solo apparente, perché come ripeto spesso, in Italia, si sa, a volte la zavorra più pesante da sollevare non sono i segreti degli altri, ma la propria, inconfessabile, complicità!!!

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