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Il carcere senza mura: Sessantasette cellulari in un solo carcere e il silenzio assordante delle istituzioni!


Stamane, nel carcere di Cavadonna a Siracusa, un blitz della Polizia penitenziaria ha portato al sequestro di sessantasette telefoni cellulari e di diverse dosi di stupefacenti. Tremila agenti, giunti anche da altri istituti siciliani, hanno passato al setaccio la struttura. La Procura ha già aperto un’inchiesta, e si parla di possibili trasferimenti di detenuti. 

Il sindacato, intanto, richiama il tema del sovraffollamento: il carcere di Siracusa ospita attualmente circa seicencinquanta detenuti, e la Uilpa Polizia Penitenziaria Sicilia punta il dito sulla carenza di organici, con oltre mille agenti mancanti all’appello in tutta l’isola.

È l’ennesima conferma di un problema che denuncio da tempo, e che troppo spesso viene sottovalutato: la presenza di cellulari nelle carceri italiane. Già il 28 giugno dello scorso anno, in un post che potete trovare al link che vi lascerò, avevo affrontato questa questione, parlando della superficialità con cui viene gestita. 

E il 28 luglio, commentando un video del procuratore di Napoli Nicola Gratteri pubblicato su TikTok da “antimafiaduemila”, avevo riportato le sue parole drammatiche. “Una situazione veramente drammatica”, diceva Gratteri, “e non pensate che col palliativo di ieri risolviamo il problema delle carceri”. 

Nel corso della presentazione del suo libro “Il grifone”, scritto con Antonio Nicaso, il procuratore aveva spiegato che mediamente in ogni carcere funzionano duecento telefonini. E aveva raccontato di una riunione alla Procura Nazionale dell’Antimafia, con tutte le procure distrettuali d’Italia e il direttore Basentini, in cui lui propose di installare dei disturbatori di frequenza, i cosiddetti jammer, almeno per le carceri più grandi e quelle d’alta sicurezza come Rebibbia e Milano Opera. Gli risposero che non era possibile perché, se funziona il jammer, come fa la polizia penitenziaria a comunicare?

Una risposta che, lo scrivevo il 21 febbraio di quest’anno, lascia quantomeno perplessi. I telefoni fissi, forse, sono stati eliminati? Ed è evidente che la maggior parte degli addetti ai lavori utilizza i cellulari non tanto per emergenze, ma per connettersi ai social network, giocare online e quindi probabilmente per distrarsi dal proprio compito. Gratteri, in quel video, spiegava che dal carcere si danno ordini di morte, si vende droga, si chiedono estorsioni. “Non c’è indagine che noi facciamo per associazione di stampo mafioso, traffico di droga o altro dove poi non emerga che sentiamo tre, quattro, cinque, dieci telefonini che sono in carcere e comunicano con l’esterno. Questo è lo stato dell’arte”. 

E io aggiungevo, con amarezza: cosa vogliamo, con una politica che dimostra di essere collusa con la criminalità organizzata attraverso il ben noto scambio di voti? È un vero schifo, e la circostanza peggiore è che a fare in modo che tutto ciò accada sono proprio coloro che ci stanno governando, gli stessi che realizzano leggi inconcludenti e sterili per poi utilizzarle come scudo, evitando di rimanere coinvolti in quelle inchieste giudiziarie di cui ogni giorno ahimè udiamo.

Il 6 agosto dello scorso anno tornavo ancora sul tema, partendo da un altro video, questa volta Gratteri ribadiva la presenza di cellulari, droga e alcol nelle carceri. A dare conferma, scrivevo, ci avevano pensato direttamente alcuni detenuti “trapper” dal carcere di Torino, riprendendosi con il cellulare davanti a uno sfondo di celle, cantando, salutando, mostrando i loro corpi tatuati senza alcun timore e accompagnando il video con uno spinello. Migliaia di follower su Instagram seguivano quelle immagini. E io, pur sconfortato nell’osservare come quotidianamente l’illegalità prevalga sulla legalità, dicevo di apprezzare in un certo senso quell’idea: essa rappresenta il perfetto viatico per intraprendere una carriera da cantante, ben venga ogni forma di pubblicità pur di giungere a un contratto discografico e a un inaspettato successo appena usciti da quel penitenziario

Il pensiero che attraverso la musica ci si possa allontanare da quell’ambiente insano non mi dispiace, anche se ci credo poco. Ma quanto accaduto a Torino, e non solo, ha riproposto il tema difficile delle carceri italiane: il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie, il degrado di strutture fatiscenti, la difficile convivenza tra gruppi criminali contrapposti a cui si sommano persone di colore, etnia o religioni diverse. Un racconto che viene perfettamente riportato nei testi di quelle canzoni, dove si racconta l’esperienza di vita precedente all’arresto e ciò che si vive dentro.

Eppure, tutto questo conferma come queste cosiddette “case di pena” non agevolino minimamente quel principio per cui la detenzione dovrebbe in qualche modo rieducare il condannato, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Sappiamo bene che, il più delle volte, quando un detenuto viene inserito in quell’ambiente, eleva negli anni il proprio livello di pericolosità, proprio perché si lega ed entra a far parte di un gruppo ancor più criminale. Basti osservare quelle serie TV sull’argomento, come “Il Re” con Luca Zingaretti, che mostrano con crudo realismo le dinamiche di potere, le violenze e le difficoltà della vita carceraria, non solo per i detenuti ma anche per il personale penitenziario. Scene girate all’interno di veri istituti di detenzione, ora dismessi, che mostrano una realtà drammaticamente vicina alla finzione.

In questo contesto, le dichiarazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia lasciano ancora più interrogativi. Alla domanda sulle responsabilità della polizia penitenziaria, rispose: «Al momento non risultano responsabilità»Ma allora cosa non ha funzionato? Secondo De Lucia, la responsabilità è da attribuire a una «sciagurata scelta di gestione». Con il pretesto del sovraffollamento carcerario, si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, permettendo ai detenuti più pericolosi di circolare liberamente e di assumere il controllo dei penitenziari. Una scelta che non solo ha compromesso la sicurezza, ma ha anche portato a un’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi tra i detenuti più deboli. Il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita, così come Gratteri, ha recentemente riportato l’attenzione su questo problema: «Un telefono in mano a un boss in carcere è il mezzo con cui si ordina un omicidio». Una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi.

Le carceri italiane sono ormai il simbolo di una gestione pubblica disastrosa, caratterizzata da scelte politiche e amministrative che hanno prodotto conseguenze devastanti. Le circolari ministeriali e le disposizioni adottate negli ultimi anni hanno generato un effetto a catena di reati, aggressioni e rivolte, mentre il governo delle strutture detentive appare sempre più condizionato dagli interessi mafiosi. Il danno economico derivante da questa situazione è incalcolabile: miliardi di euro dispersi tra inefficienze, costi di riparazione e spese straordinarie legate alla gestione delle emergenze. Eppure, nonostante la gravità del problema, le responsabilità contabili, civili e forse anche penali non sono mai state adeguatamente approfondite. Nel frattempo, gli agenti penitenziari, stremati da un sistema che li abbandona, non hanno strumenti efficaci per impedire che le mafie controllino l’interno delle carceri.

Per spezzare questo ciclo vizioso, è necessario riscrivere le regole, costruendo un modello basato sulla civiltà e sulla speranza per i detenuti. Tuttavia, ciò non può significare concedere ulteriore spazio ai gruppi criminali più pericolosi, che oggi approfittano della debolezza delle istituzioni per rafforzare il loro controllo. Occorre impedire a una minoranza mafiosa di dettare legge e vietare qualsiasi forma di autogestione degli spazi condivisi, che di fatto trasforma le sezioni detentive in vere e proprie roccaforti della criminalità organizzata. 

Oggi, persino le sezioni di alta sicurezza non riescono più a garantire un controllo adeguato: i boss mafiosi possono continuare a comandare e a reclutare nuovi adepti, trasformando il carcere in un centro operativo per le loro attività criminali. L’unico regime che ancora riesce a contrastare questo fenomeno è il 41bis, che limita drasticamente i contatti con l’esterno e impedisce il controllo mafioso sugli spazi comuni. Tuttavia, anche questa misura sembra destinata a essere smantellata nel tempo, rendendo il carcere sempre più irrilevante rispetto alle sue due funzioni principali: garantire la sicurezza dei cittadini e rieducare i condannati.

Mettere i jammer? Sì, sarebbe in parte una buona soluzione, ma io ritengo che non sia solo così che si potrà risolvere questo difficile problema. Per invertire questa deriva serve una classe dirigente preparata e determinata, capace di interrompere il binomio retorica-incompetenza che da anni grava sulle scelte politiche in materia carceraria. Ma prima ancora, è necessaria una presa di coscienza collettiva sugli errori commessi, sulle inefficienze del sistema e sulle conseguenze di un approccio sempre più permissivo nei confronti della criminalità organizzata. Il carcere non deve diventare un luogo di tortura, ma nemmeno un territorio senza regole in cui la mafia continua a dettare legge. 

Ripristinare un sistema sicuro e funzionante è un dovere verso le vittime della criminalità, verso gli agenti penitenziari che ogni giorno rischiano la vita e verso tutti i cittadini che meritano uno Stato forte e credibile. La posta in gioco è troppo alta: la sicurezza dello Stato e la credibilità delle sue istituzioni.

Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra: uno per tutti, tutti per uno!

Già… sembra che ormai, anche le organizzazioni criminali si siano date all’antica lingua latina: Unus pro omnibus, omnes pro uno: Tutti per uno, uno per tutti!

Un motto da romanzo cavalleresco, da eroi senza macchia. E invece no. Oggi è il mantra di chi eroico non ha nulla, ma di strategico ha tutto!

Perché quando cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra decidono di fare squadra, il business non è più una guerra tra clan: è un consorzio: Un sistema “lombardo“, perfettamente oliato, che tra Milano e Varese riscrive le regole del potere criminale.

E così nell’aula bunker di Opera, i nomi che leggeremo non saranno solo siciliani, calabresi o campani, ma saranno ibridi. Mandamenti del Sud che vanno a braccetto con cosche del Nord, tutti imputati per lo stesso reato: associazione mafiosa come “consorzio delle tre mafie“. 

Un anno fa, il Tribunale del Riesame e la Cassazione avevano condotto in carcere 41 indagati, ma la verità è che il processo più grande è già scritto: l’unione fa la forza e soprattutto il profitto.

Sì… una volta, al Nord, si ammazzavano per un porto, un appalto, una chilo di coca, oggi no! Hanno capito che il sangue costa, mentre i soldi stanno nelle mani giunte. E allora via alle “joint-venture“: la droga viaggia sulle stesse rotte, il riciclaggio usa gli stessi professionisti, i territori si spartiscono come azioni di una “S.p.A.”, sì… criminale!

Unus pro omnibus“, ovvero… ogni membro, ogni clan, è un tassello di un mosaico che vale più della somma delle parti. Se la ‘ndrangheta domina i rapporti con la Svizzera, i siciliani gestiscono i contatti con gli emiri, i campani il controllo delle periferie. E tutti si coprono le spalle, perché il nemico non è più l’altro clan, ma lo Stato!

E così, ironia della sorte, mentre la politica fatica a trovare alleanze, le mafie hanno fatto l’accordo di governo perfetto. 

Niente più faide, solo dividendi. E quel motto dei Tre Moschettieri? È la loro arma più moderna: fiducia. 

Perché quando un picciotto sa che può contare su un avvocato calabrese, un prestanome milanese e un corriere napoletano, il mercato è infinito.

E lo Stato viceversa cosa fa? Nulla… resta a guardare, a processare, a sperare che le condanne facciano il loro effetto, ma nel frattempo, loro, quelle mafie ora unite, hanno già cambiato gioco…

Dai grandi affari agli 'zingari': la mafia tradizionale contro le nuove generazioni!

Dopo essermi preso ieri un giorno per dedicare a mia figlia un post, un tributo a quel sentimento puro e incondizionato che solo l’amore di un genitore può comprendere, ho voluto celebrare la bellezza delle relazioni autentiche e ricordare quanto sia importante nutrire i legami che danno senso alla nostra vita. Gesti così profondi e sinceri mi hanno ricordato perché vale la pena lottare ogni giorno per una terra migliore.

Oggi quindi ritorno a parlare di tutti quei temi che viceversa offendono la vita civile e sociale di tutti noi. 

Riprendo quindi i contenuti che solitamente affronto nel mio blog, concentrandomi su tutte quelle situazioni che minacciano i valori fondamentali della democrazia, della legalità e della giustizia.

Sappiamo come purtroppo viviamo un periodo in cui fare la cosa giusta sembra spesso difficile, eppure ci sono ancora persone che, come il sottoscritto, ogni giorno si impegnano per garantire un futuro migliore, mi riferisco a quelle persone che, senza alcun timore, lottano per mantenere vivi i principi su cui si fonda una società equa e rispettosa. 

Ma quanto sopra da solo non basta; già… ci troviamo costantemente a dover affrontare realtà che mettono a dura prova questi ideali: ingiustizie, disuguaglianze, mancanza di trasparenza e, talvolta, persino la violazione dei diritti fondamentali.

Ed è proprio in questi momenti che dobbiamo ricordare l’importanza di non arrenderci, di continuare a credere nel potere della collettività, nel valore della partecipazione e nella forza delle idee. 

Perché è solo attraverso l’impegno di ciascuno di noi che possiamo pernsare di costruire un mondo in cui la democrazia e la legalità non siano solo parole, ma pilastri concreti su cui fondare il nostro vivere comune.

Questa mattina affronto un tema di grande rilevanza: le rivelazioni confidenziali fornite da alcuni affiliati di una nota associazione criminale, da tempo protagonista di un sistema che opprime il Paese e, in particolare, la mia isola… 

Le loro dichiarazioni gettano luce su dinamiche preoccupanti, che confermano quanto il fenomeno mafioso continui a soffocare lo sviluppo e la libertà delle comunità colpite.

La verità, sapete qual è? Oggi il livello della mafia è basso!!!

Con queste parole definiscono “Cosa Nostra” i boss, mentre vengono intercettati!!!

Tra di essi vi è persino chi manifesta nostalgia per gli uomini di un tempo, molti dei quali ora sostituiti dalle nuove leve: “E cosa dire del business di una volta… siamo scesi in basso, e non parliamo dei pentiti, basta che si viene arrestati e iniziano a parlare, parlare, parlare, per non finirla più!!!”.

Sì… qualcuno dice che la speranza è nel futuro, tutti noi speriamo nel futuro, in particolare per Palermo, ma ditemi: chi sarà mai questo giovane che potrà cambiare questo stato di fatto?

Avete dimenticato cosa dicevamo un tempo ai nostri novizi: A scuola te ne devi andare…

Vero… un tempo “Cosa Nostra” contava, ma di allora non è rimasto più nulla, né gesti criminali, ancor meno prestigio, e non parliamo dell’organizzazione, quella da tempo non esiste più!!!

Ricordo – dice un boss – quando, rivolgendomi a un caruso, dicevo: Conoscerai dottori, avvocati, quelli che hanno comandato l’Italia e l’Europa. Ti basterà guardare “Il Padrino” per capire come egli non fosse il capo assoluto, ma fosse particolarmente influente per il potere che si era costruito a livello politico, in quei grossi ambienti…

Oggi, viceversa, siamo solo “zingari“!!!

“Campiamo – prosegue il boss intercettato – con la panetta di fumo. Ma ditemi una cosa: le persone di una volta, quelli che disgraziatamente sono andati a finire in carcere per tutta la vita… ma che parlavano della panetta di fumo?”.

Infatti, allora… se proprio quei boss dovevano parlare di fumo, il discorso… te lo facevano, ma solo perché doveva arrivare una nave piena di fumo!!!

“Se tu parli oggi con quelli che detengono il business, sai cosa fanno? Ci ridono in faccia. Siamo troppo bassi per loro… siamo a terra. Noi ci illudiamo che siamo quì a fare il business, ma la verità è che sono altri a decidere”.

“Già… un tempo eravamo noi, oggi lo fanno altri, e noi siamo soltanto gli zingari!!!”.

Come la reclusione può scardinare il sistema del silenzio.

La detenzione, soprattutto se improvvisa, rappresenta uno spartiacque nella vita di chi, abituato al comfort del proprio status, si ritrova catapultato in una realtà completamente estranea. 

Pentirsi, raccontare ciò che è accaduto nel corso della propria carriera, elencare i nomi e le dinamiche di un sistema che ha permesso l’ascesa e garantito privilegi: tutto questo diventa un’opzione concreta. Un’opzione dettata non solo dal desiderio di alleggerire la propria posizione giudiziaria, ma anche dalla necessità di ritrovare una libertà che ora appare lontana, irraggiungibile.

La privazione della libertà personale colpisce tutti, ma in maniera più acuta chi non ha mai vissuto a contatto con il crimine o con contesti degradati. 

E quindi, per chi è abituato a una vita fatta di certezze e privilegi, il carcere è un mondo alieno, fatto di spazi limitati, rigide regole e costante esposizione a uno stress emotivo senza precedenti.

Ditfatti, è proprio in questo ambiente, dove la fragilità umana viene messa a nudo, che nasce un bisogno primordiale: uscire!!!

E spesso, il prezzo di questa libertà è la collaborazione. Collaborare significa trasformare il peso della reclusione in una spinta a raccontare, a svelare i retroscena di un sistema che, fino a poco prima, veniva vissuto come normale.

Però… a differenza del delinquente abituale, che vede il carcere quasi come una tappa ciclica della propria esistenza, il “colletto bianco” si sente ingiustamente perseguitato, negando inizialmente ogni responsabilità. Ma con il passare dei giorni, tra il peso delle accuse, la solitudine e il pensiero costante rivolto ai propri cari, si fa strada una nuova consapevolezza. La paura interiore cresce, insieme alla pressione esterna.

Ogni ora trascorsa in prigione diventa un momento di riflessione forzata: le cause che hanno condotto a quella situazione, le dinamiche professionali, i compromessi morali accettati per ottenere vantaggi. Tutto riaffiora con prepotenza, mettendo a nudo non solo le azioni passate, ma anche le fragilità emotive e relazionali di chi si trova a confrontarsi con un ambiente spietato.

E così, da quel conflitto interiore nasce una decisione: collaborare. Non per eroismo o redenzione, ma per necessità. Perché solo attraverso la verità, o una sua versione negoziabile, si può sperare di barattare la reclusione con una via d’uscita. Ed è in quel momento che il sistema trova la sua leva più potente.

E se fosse proprio in quel baratto che si cela l’inizio della fine per i grandi meccanismi di malaffare? Quando un singolo pezzo decide di parlare, il castello, per quanto imponente, può iniziare a vacillare. Ma c’è un’altra faccia della medaglia.

Non tutti, infatti, scelgono di collaborare. Per alcuni, la paura di perdere la posizione privilegiata raggiunta è troppo forte, ma ancor più lo è il terrore di trovarsi invischiati in dinamiche ben più grandi di loro. Collaborare significherebbe esporsi non solo a ripercussioni personali, ma anche a rischi per i propri familiari. Quella scelta, apparentemente salvifica, potrebbe trasformarsi in un pericolo imminente, un passo verso una spirale di minacce e pressioni che mettono a repentaglio tutto ciò che hanno di più caro.

Ed è qui che il silenzio diventa la loro unica arma di difesa. Un silenzio che, spesso, non è una decisione autonoma, ma il frutto di un sistema che, dall’esterno, fa di tutto per proteggerli. Non tanto per l’interesse verso la loro persona, quanto per salvaguardare il proprio equilibrio, garantendo che nessun dettaglio trapeli, che nessuna parola sveli le crepe di un’organizzazione costruita su connivenze e segreti.

La realtà del “non detto” si intreccia così con quella del carcere: un luogo dove il prezzo della verità e quello del silenzio convivono, separati solo dal coraggio o dalla paura di chi si trova a decidere. Alla fine, la vera domanda rimane: quanto siamo disposti a tollerare un sistema che si alimenta del silenzio, e quanto, invece, siamo pronti a lottare per rompere il muro che lo protegge?

Il boss prepara la fuga…

L’evasione dal carcere è riuscita prima dell’alba!!!

Erano le tre e quaranta quando una dozzina di uomini travestiti da poliziotti e carabinieri, armati di fucili e pistole, si sono presentati in carcere motivando che vi fosse il grave rischio di una fuga e che quel detenuto così importante, andasse immediatamente trasferito verso una località più sicura…  

Il commando si è così infiltrato nel penitenziario e dopo essersi fatti indicare la cella dov’era rinchiuso il boss, l’hanno prelevato senza dover immobilizzare le guardie carcerarie, le quali hanno creduto che si stesse trattando di un’operazione autorizzata… 

E così, senza colpo ferire, sono usciti dal carcere e giunti in adiacenza dell’autostrada hanno abbandonato e dato a fuoco quel furgone cellulare – ad uso solitamente della Polizia Penitenziaria per il trasporto dei detenuti – e incendiando unitamente un altro autocarro posto dai rapitori nella corsia autostradale opposta. 


A bordo quindi di alcuni Suv di grossa cilindrata si sono dileguati ed hanno così fatto perdere le loro tracce.

Immediatamente appena compreso quanto accaduto, sono stati istituiti posti di blocco e controlli in tutte le uscite autostradali e nel contempo è stata rafforzata la vigilanza ai confini, nell’ipotesi che il boss provasse a scappare all’estero in auto o attraverso un fuoribordo.

Certo, nessuno si sarebbe mai immaginato un blitz come quelli che si vedono abitualmente nei film, anche se parliamo di un personaggio importante, al centro come sappiamo di numerosi fatti criminali e quindi se pur erano state prese misure stringenti di sicurezza, mai e poi mai, si sarebbe potuta prevedere un’azione così intrepida… 

Ora a fatti compiuti si stanno cercando le falle del sistema posto a protezione, ma non solo, si cercano eventuali complici che hanno partecipato o chi ha permesso che ciò potesse accadere, ed ancora, chi ha dato a quei falsi militari i necessari documenti e le autorizzazione per quel improvvisato trasferimento…

Anche la procura ha disposto un’immediata inchiesta per accertare eventuali responsabilità, certo non sarà semplice giungere ad una celere soluzione e ancor meno trovare quella banda criminale che ha compiuto l’evasione…

Il sottoscritto appresa la notizia è rimasto basito, tanto da aver pensato che era il momento di recarmi immediatamente in quei luoghi e dare il mio personale contributo, anche se nello stesso momento in cui stessi pensando ciò, mi sono detto: scusa Nicola, ma cosa cazz… centri tu con tutta questa storia?

E difatti, ecco aprire gli occhi e comprendere che stavo sognando, ma appena destato e passati pochi minuti, un pensiero bizzarro e una forte angoscia mi ha assalito: non è che forse quell’organizzazione criminale o anche parte di quello stato deviato che finora l’ha protetto, stia realmente preparando la fuga di quel boss prima che possa iniziare a parlare coi magistrati???   

Spero comunque che questo pensiero – osservando ahimè quanto accade ogni giorno in questo paese – resti soltanto un sogno!!!

Berlusconi? Non dimentichiamo che Dell’Utri è in galera”!!!

Ecco cosa ha dichiarato alcuni giorni fa il pentito Gaspare Mutolo: “Io non immagino una politica senza mafia. Berlusconi? Non dimentichiamo che Dell’Utri è in galera
Gaspare Mutolo, ex mafioso, fedelissimo e autista personale di Salvatore Riina, è tra i pentiti più importanti della storia di Cosa nostra…..
Ricorda, “negli anni 70′ mi era stato detto insieme ad altri, di rapire Berlusconi, manco sapevo che si chiamava così, ci avevano detto è quello di Milano 2…
Eravamo in diciotto, c’era nel gruppo di commando anche Totuccio Contorno… 
Poi all’improvviso arrivò il contrordine dell’allora Capo Mafia, Gaetano Badalamenti… e così, per evitare che si potessero creare nuove iniziative personali, in particolare dai cosiddetti “canisciolti” di quella associazione criminale, si è pensato d’inserire tra i dipendenti del Cavaliere della sua Villa, un certo Mangano… si Vittorio Mangano, meglio conosciuto come lo “stalliere di Arcore”, lo stesso che secondo il pentito Gaetano Grado “portava fiumi di miliardi a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi”!!!
Riprendendo le dichiarazioni di Mutolo: “Riina era un uomo carismatico, per me è stato un papà. 
Siamo stati in galera insieme e lì è nata una profonda amicizia… 
Lui era un personaggio carismatico, non era prepotente, conquistava le persone con le belle parole… 
Non abbiamo mai litigato, solo che a un certo punto ognuno ha preso la sua strada”!!!
Nel giorno della morte di Toto Riina, il collaboratore di giustizia, ha voluto partecipare ad un incontro con alcuni corrispondenti della stampa estera.
Con il viso incappucciato, ha raccontato che dietro l’arresto di Luciano Liggio ci fosse proprio Totò Riina, in quanto se pur fino al 1973/74 era stato ai suoi ordini, Liggio aveva pensato di estrometterlo ed allora Riina, lo fece arrestare a Milano, prendendo il suo posto…
Secondo Mutolo, quel posto doveva andare a Provenzano, ma egli era diverso da Riina, era – sono le parole usate – un… “bonaccione“!!!
Quindi dà una sua personale interpretazione sulla guerra di mafia scatenata dallo stesso capo dei capi: “Riina, arrivò a costruire questo sistema che induceva le persone a lui affezionate, a tradire i loro capi. 
Lui ha fatto uccidere i suoi migliori amici perché a un certo punto era diventato pazzo e aveva sempre paura di essere tradito a sua volta”.
Eccolo infine entrare nel vivo dei rapporti mafia/politica. 
Dentro cosa-nostra, c’erano anche i cugini Salvo che con Salvo Lima detenevano le redini…. tutti sapevano quanto fossero amici  di Andreotti ed infatti, in quel periodo tutti i voti andavano verso la democrazia Cristiana, che con oltre il 40% deteneva  il potere e dominava l’isola… 
La mafia d’altronde era ben accettata, anche dai cittadini, poiché garantiva lavoro e benessere… il tutto ovviamente, finché non s’è messa contro il governo. 
In quella nostra terra, in ciascuno dei quei paesi d’altronde comandavano tre persone: il prete, il mafioso e il maresciallo. 
Ma il maresciallo si sa… non perseguitava il mafioso, perché egli non era un criminale come gli altri e così, quell’uomo d’onore era libero di circolare tranquillamente, anzi, influenzava con il suo carisma politico/dirigenziale i voti dei suoi concittadini e nel contempo, comandava i suoi “scaloppini” dando gli ordini da eseguire…
Ed ecco quindi che nel descrivere i rapporti recenti tra mafia e politica, il pentito Mutolo, tira in ballo anche Silvio Berlusconi: “Sì… anche Berlusconi, non dimentichiamoci per altro chi è l’amico intimo del Cavaliere, sì… il Sig. Dell’Utri, attualmente residente presso il penitenziario di Rebibbia, oppure vogliamo forse far scomparire anche questo? 
Ma di ciò… ho già scritto dettagliatamente nei miei precedenti post:

Fabrizio Corona: non tutti gli uomini sono uguali dinnanzi alla legge.

Esprimere il concetto di “due pesi due misure” è proprio l’esempio calzante di come la ns. giustizia valuta con metri di condanna fuori da ogni considerazione…, giudica cioè, in modo diverso persone e/o situazioni nei confronti delle quali occorrerebbe invece attribuire lo stesso peso e lo stesso metro di misura, ovvero di giudizio.
Ciò purtroppo è quanto è avvenuto per Fabrizio Corona, dove i reati contestati ( legittimi se concretizzati ) sono stati giudicati in maniera certamente severa, rispetto ad altri ben più gravi, dove sono stati contestati omicidi, sequestri, associazioni a delinquere, ecc… già, neanche su questo l’ingiustizia è uguale per tutti!!!
Assistiamo ogni giorno, a come criminali, assassini, godano di benefici sulle pene ( domiciliari o libertà vigilata con l’uso di braccialetti elettronici ) e poi si scopre che, appena liberi, questi abbiano continuato a commettere altri delitti, con similari modalità per i quali erano stati precedentemente condannati!!!
Ho letto che l’aumento della condanna a Corona è giustificata dalla “pericolosità sociale” del soggetto, ma di quale grave pericolosità sociale si parla…, neanche fosse capo della mafia, della camorra o della ndrangheta… ma chi sarà mai questo narcotrafficante pericolosissimo che gode degli appoggi dei cartelli del narcotraffico, tali da permettergli di controllare le spedizioni che viaggiano dalla Colombia o dalla Thailandia verso il ns. paese…
Nel dettaglio, si parla di frequentazioni criminali e atteggiamenti fastidiosamente inclini alla violazione di ogni regola civile di convivenza, a cui si sommano numerosi e cospicui precedenti penali…
Ma abbiamo scoperto come tanti ns. giocatori di calcio, abbiano avuto frequentazioni pericolose e vogliamo aggiungere allora i ns. onorevoli politici, banchieri, ministri ecc.. che proprio in questi giorni sono stati incriminati e condannati per le loro frequentazioni che, oltre ad essere ambigue si concretizzavano con personaggi sicuramente poco raccomandabili e quelli certamente sì…pericolosi!!!
Ed ancora, cosa dire di quelle frequentazioni a base di cocaina e dei relativi pagamenti ( soldi a nero quasi sempre di provenienza illecita ) per la compagnia di escort e/o transessuali, che appena scoperti e con le notizie che iniziavano a circolare sui quotidiani… ecco che all’improvviso sono state – visti i personaggi coinvolti – immediatamente rimosse ed insabbiate…
Mi sorge il dubbio che questa condanna a Fabrizio Corona, sia dovuta principalmente, per aver voluto colpire, personaggi ritenuti dal sistema “intoccabili” e chissà, forse perché nello svolgere il suo lavoro, certe documentazioni legittimamente acquistate ( video e fotografie), non dovevano essere portate a conoscenza dei più… e neppure si doveva pensare che potevano essere successivamente barattate con dei favori personali…
Ancor di più per non dire ancor peggio, se queste sono state utilizzate, per voler estorcere agli stessi protagonisti, coinvolti in ” particolari e imbarazzanti ” vicende… delle somme di denaro ( che si sarebbero egualmente ricevute – certamente in misura inferiore – se fossero state vendute a quei tanti giornali scandalistici/gossip, tanto in voga nel ns. paese – ( ovviamente se poi quest’ultimi le avrebbero pubblicate è tutto da dimostrare… non dobbiamo mai dimenticare, che in Italia le testate giornalistiche, sono quasi tutte nelle mani di quei “pochi  editori, e che in queste circostanze dimostrano sempre di essere molto legati).
Forse, ora che che è passato nel dimenticatoio ( mi sembra siano passati quasi una’anno e mezzo dal suo arresto ), gli verrà ridotta la pena, e chissà se potrà ricevere una condanna più mite, sicuramente più consona, con i reati lui contestati…
E’ un momento particolare per l’ex agente fotografico e lui questo lo sa bene… deve riuscire a vivere questi giorni che ancora mancano alla scarcerazione, quale momento di riflessione, con la convinzione che fuori c’è ancora una vita da vivere, emozioni importanti da cogliere, persone da selezionare ed altre, quelle false, da buttare nei rifiuti del cestino emozionale…
Si potrà sempre confortare… perché sono lì… le persone che gli hanno voluto bene, ad iniziare dai propri familiari e giungendo a quanti, amici e conoscenti, proprio in questo periodo, gli sono stati vicino… 
C’è un tempo per ogni cosa… ora forse è il tempo di riporre le armi…
Si dice che, amore e odio, costituiscano da sempre gli estremi della esistenza di un uomo e che proprio attraverso le avversità e le contraddizioni della vita, si può giungere ad avere un momento positivo, che incoraggia verso quella definitiva pace interiore… 
Concludo con una frase di William Shakespeare che molto si attiene con quanto a lui accaduto e che proprio le vicende – sulla giustizia – di questi giorni dimostrano: La legge non può rendere giustizia… quando colui che detiene il potere (esecutivo) tiene in mano anche la legge!!!
A presto Fabrizio…

Dio li fa…e fra di loro si accoppiano!!!

Ovviamente, nel corso della nostra vita, c’è sempre un momento in cui si pensa di convolare a nozze e/o di convivere…, soprattutto avendo la certezza o quantomeno la speranza che il coniuge scelto, rappresenti quanto di meglio si possa desiderare, per poter condividere insieme gli anni a venire… 
Nel volersi congiungere, viene rappresentato un concetto fondamentale, che è quello, di accettare con i propri pregi e difetti il proprio partner, di aderire e appoggiare le altrui scelte e farle diventare scelte comuni, la passione dell’accoppiarsi non soltanto quale ricerca di un reciproco bisogno fisico, ma anche il conseguimento ove possibile della creazione di una prole, il dare continuità, il sostenersi a vicenda, unendo le proprie forze, ad uno scopo comune.
Questo a volte però non accade… o meglio il partner scelto non si dimostra per quello che si credeva anzi si trasforma come in Mister Hide, capace di ogni misfatto fino a rivoltarsi contro in maniera criminale…  
Questo è quello infatti che hanno fatto reciprocamente un marito ed una moglie…
Entrambi condannati con sentenza definitiva per l’omicidio del coniuge… si avete capito bene, a differenza di quanto avrebbero dovuto ” provvedere ” in qualità di coniugi, hanno invece ” provveduto ” ad eliminarli…
Francesca Brandoli, ( 38 anni di Modena  ) condannata all’ergastolo per aver ucciso insieme all’amante il marito ( Cristian Cavaletti ) e Luca Zambelli, elettricista ( 42enne di Sassuolo ), condannato a diciotto anni per l’assassinio della moglie Stefania Casolari… 
A cinque anni dai reciproci delitti ( questi avvennero nel 2006 ), i due assassini, detenuti al carcere della Dozza di Bologna, hanno deciso di sposarsi…; un’amore nato attraverso penna e calamaio, un continuo scriversi di lettere, all’interno della stessa casa circondariale, e finalmente il loro primo incontro, nella sala colloqui, appuntamento questo che è diventato mensile. 
Il Matrimonio è previsto in estate… ( forse sperano di superare, quanto in maniera inattesa e violenta, hanno concluso nelle loro precedenti relazioni sentimentali…), ed è soltanto un atto di forma; la sostanza e legata, sempre e comunque,  al dover trascorrere ancora, più di vent’anni di carcere!
Come sempre accade in questi momenti, i familiari delle vittime sentono riacutizzare il dolore per una ferita che è rimasta aperta e che non troverà mai pace…;  Ognuno di loro a perso un caro, per il quale nessuna pena potrà mai essere adeguata… e dove nessun perdono potrà mai essere concesso…; e anche vero comunque, che nel corso di questa vita, si possa pure sbagliare ed a volte dagli errori fatti e pagata la pena ( non entro nel merito se questa possa essere quella giusta… forse non ne esiste una adeguata…), quella minima possibilità di ricominciare, forse, può essere anche concessa, scrivo ovviamente, tenendo conto di quegli insegnamenti cristiani con cui sono stato cresciuto,  ma che, per le sopra citate circostanze… poco condivido!    

Dio li fa…e fra di loro si accoppiano!!!

Ovviamente, nel corso della nostra vita, c’è sempre un momento in cui si pensa di convolare a nozze e/o di convivere…, soprattutto avendo la certezza o quantomeno la speranza che il coniuge scelto, rappresenti quanto di meglio si possa desiderare, per poter condividere insieme gli anni a venire… 
Nel volersi congiungere, viene rappresentato un concetto fondamentale, che è quello, di accettare con i propri pregi e difetti il proprio partner, di aderire e appoggiare le altrui scelte e farle diventare scelte comuni, la passione dell’accoppiarsi non soltanto quale ricerca di un reciproco bisogno fisico, ma anche il conseguimento ove possibile della creazione di una prole, il dare continuità, il sostenersi a vicenda, unendo le proprie forze, ad uno scopo comune.
Questo a volte però non accade… o meglio il partner scelto non si dimostra per quello che si credeva anzi si trasforma come in Mister Hide, capace di ogni misfatto fino a rivoltarsi contro in maniera criminale…  
Questo è quello infatti che hanno fatto reciprocamente un marito ed una moglie…
Entrambi condannati con sentenza definitiva per l’omicidio del coniuge… si avete capito bene, a differenza di quanto avrebbero dovuto “ provvedere ” in qualità di coniugi, hanno invece “ provveduto ” ad eliminarli…
Francesca Brandoli, ( 38 anni di Modena  ) condannata all’ergastolo per aver ucciso insieme all’amante il marito ( Cristian Cavaletti ) e Luca Zambelli, elettricista ( 42enne di Sassuolo ), condannato a diciotto anni per l’assassinio della moglie Stefania Casolari… 
A cinque anni dai reciproci delitti ( questi avvennero nel 2006 ), i due assassini, detenuti al carcere della Dozza di Bologna, hanno deciso di sposarsi…; un’amore nato attraverso penna e calamaio, un continuo scriversi di lettere, all’interno della stessa casa circondariale, e finalmente il loro primo incontro, nella sala colloqui, appuntamento questo che è diventato mensile. 
Il Matrimonio è previsto in estate… ( forse sperano di superare, quanto in maniera inattesa e violenta, hanno concluso nelle loro precedenti relazioni sentimentali…), ed è soltanto un atto di forma; la sostanza e legata, sempre e comunque,  al dover trascorrere ancora, più di vent’anni di carcere!
Come sempre accade in questi momenti, i familiari delle vittime sentono riacutizzare il dolore per una ferita che è rimasta aperta e che non troverà mai pace…;  Ognuno di loro a perso un caro, per il quale nessuna pena potrà mai essere adeguata… e dove nessun perdono potrà mai essere concesso…; e anche vero comunque, che nel corso di questa vita, si possa pure sbagliare ed a volte dagli errori fatti e pagata la pena ( non entro nel merito se questa possa essere quella giusta… forse non ne esiste una adeguata…), quella minima possibilità di ricominciare, forse, può essere anche concessa, scrivo ovviamente, tenendo conto di quegli insegnamenti cristiani con cui sono stato cresciuto,  ma che, per le sopra citate circostanze… poco condivido!