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Banche, profitti e signoraggio: quando chi crea denaro decide anche come usarlo.


Visto quanto avevo scritto qualche giorno fa sulle banche, oggi vorrei approfondire un aspetto che raramente viene affrontato con la schiettezza che meriterebbe: il potere che le banche commerciali hanno di creare denaro dal nulla, e di trarre profitto da questa capacità quasi divina.

Perché sì, quando una banca concede un mutuo o un prestito, non sta prestando i soldi di qualcun altro, bensì sta creando dal nulla nuova moneta, che compare sotto forma di deposito sul conto del mutuatario. È un’operazione che avviene con un semplice giro di scritture contabili, senza che nessun risparmiatore abbia dovuto rinunciare a un euro.

Questo potere si chiama “signoraggio“, ed è storicamente appartenuto ai governi e alle banche centrali. Si tratta del diritto di coniare moneta, di trarre risorse reali dall’economia attraverso il monopolio della creazione monetaria. Quando lo stato emette banconote, la differenza tra il valore nominale e il costo di produzione costituisce un guadagno che viene poi utilizzato per finanziare la spesa pubblica.

E cosa centra con le banche commerciali? Loro fanno esattamente la stessa cosa, solo in modo meno visibile. Creano denaro sotto forma di depositi, e su quel denaro che hanno creato con un un clic, applicano interessi. Interessi che non remunerano alcun risparmio preesistente, ma che costituiscono puro signoraggio bancario.

Un interessante studio sull’argomento, ha calcolato che nel solo Regno Unito, il signoraggio bancario ha rappresentato in media più del dieci per cento delle entrate fiscali del paese. Una cifra enorme, che fa capire quanto sia rilevante questa forma di tassazione occulta, di cui i cittadini non hanno quasi mai piena coscienza.

Il punto è che le banche hanno imparato a massimizzare questo signoraggio attraverso tre leve fondamentali. La prima è la capacità di attrarre depositi a basso costo, grazie alla liquidità che offrono e alla fiducia del pubblico. La seconda è la scala operativa: più una banca è grande, più riesce a economizzare sull’uso delle riserve necessarie per regolare i pagamenti. La terza è il potere di mercato, quel quasi-monopolio che consente loro di imporre tassi e condizioni senza temere realmente la concorrenza.

Ecco perché un sistema bancario concentrato, con poche grandi banche che dominano il mercato, è così redditizio. Non perché offra servizi migliori, ma perché può estrarre maggiori rendite da un potere che le norme e le regole del sistema contribuiscono a preservare.

La rivoluzione digitale ha ulteriormente accentuato questo squilibrio. I clienti oggi fanno da soli, tramite home banking, operazioni che un tempo richiedevano personale e filiali. Eppure pagano, e spesso pagano di più, per un servizio che in gran parte si autoalimenta. Si potrebbe dire che fanno il lavoro dei dipendenti bancari stando comodamente a casa, ma pagando la banca per questo privilegio. Una situazione paradossale che merita almeno una riflessione.

Qualcuno potrebbe obiettare che le banche sostengono costi e rischi, che devono mantenere riserve e rispettare regole severe. È vero, ma queste regole vengono spesso aggirate o indebolite, come dimostrano i salvataggi pubblici che hanno puntualmente ripagato le banche in difficoltà, trasferendo poi i costi sui contribuenti.

Forse, invece di limitarci a indignarci per i profitti record, dovremmo interrogarci sulla natura stessa di questi profitti. Se le banche creano denaro, e su quel denaro guadagnano interessi, stanno di fatto sottraendo risorse all’economia reale per alimentare la propria crescita. È questa la domanda che dovremmo porci, con la stessa urgenza con cui ci interroghiamo sulle politiche fiscali o sulla spesa pubblica.

Ecco perché la risposta, per quanto complessa, meriterebbe di essere cercata, perché il denaro è troppo importante per lasciare che il suo controllo e il suo frutto restino nelle mani di pochi, senza che il resto di noi abbia voce in capitolo!

Ed allora cosa possiamo fare? Io alcune soluzioni pronte le ho preparate:

1. Riprendere il controllo della creazione monetaria affidandola esclusivamente alla Banca Centrale o al Tesoro. Le banche commerciali diventerebbero semplici intermediari, non creatori di moneta. Il signoraggio tornerebbe allo Stato e verrebbe usato per finanziare servizi pubblici o ridurre le tasse.

2. Creare valute locali o digitali (es. complementari) che non passano attraverso le banche commerciali e che circolano all’interno di comunità ristrette, sottraendo potere al sistema bancario tradizionale.

3. Una soluzione tecnologica come Bitcoin e criptovalute decentralizzate che toglie alle banche il monopolio della creazione monetaria. L’offerta è limitata da protocolli matematici, non da decisioni discrezionali di banche centrali o commerciali.

4. Trasformare le banche in enti senza scopo di lucro o a partecipazione pubblica, dove il signoraggio viene redistribuito ai cittadini o reinvestito nell’economia reale.

5. Obbligare le banche alla trasparenza, ad esempio a rendicontare pubblicamente quanto denaro creano e su quali basi, con audit indipendenti. Creare organi di controllo dove cittadini e associazioni abbiano voce e partecipazione democratica, non solo gli azionisti.

6. Applicare una tassa sul signoraggio bancario, sì… sulla creazione di moneta da parte delle banche, in modo da redistribuire almeno una parte del profitto verso la collettività.

7. Pensare ad una educazione finanziaria e quindi ad una consapevolezza diffusa: Più i cittadini capiscono come funziona il sistema, più possono fare scelte consapevoli: spostare i propri risparmi verso banche etiche, sostenere iniziative di finanza alternativa, premere politicamente per riforme.

Certo so bene che nessuna soluzione è perfetta o quantomeno immediata, ma se non s’inizia non si arriva da nessuna parte. Ecco perché intanto io faccio il primo passo: parlarne, diffondere consapevolezza, porre le domande giuste è importante, perché si sa… senza consapevolezza collettiva, nessuna riforma sarà mai possibile!

BANCHE: Quel fastidioso equivoco tra profitti record e clienti dimenticati.


C’è un’ironia sottile, quasi crudele, nel modo in cui i giornali celebrano ogni anno i profitti stratosferici delle banche.

Titoli trionfali, cifre che abbagliano, un coro di approvazione che sembra coinvolgere tutti gli attori in gioco, tranne uno, già… quello che poi, paradossalmente, conta di più!

Gli azionisti si sfregano le mani, il governo e il fisco che provano a mettere le mani su quella torta miliardaria, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alle proteste di quei dipendenti che seppur hanno ottenuto un rinnovo contrattuale, ciò… non basterà però a consolare quanti perderanno il posto tra uscite previste e filiali che chiuderanno.

Sì… una festa insomma, con tanti invitati, ma a tavola mancava il commensale più importante.

Eppure, se si guardano i numeri, la verità è imbarazzante nella sua evidenza. Il margine di interesse dei cinque principali gruppi bancari è schizzato in alto, un balzo del quarantacinque per cento. Trentasette miliardi e mezzo di interessi, pagati per metà da chi ha visto il mutuo diventare improvvisamente insostenibile e per metà da chi, dall’altro lato, ha lasciato la propria liquidità in banca ricevendo in cambio un nulla di fatto che rasenta l’oltraggio.

Una forbice dei tassi che si è divaricata come forse mai nella storia recente, mentre l’intero sistema bancario resisteva con ostinazione a ogni pressione, persino a quella del Governatore di Bankitalia, per alzare almeno parzialmente la remunerazione dei depositi, già… quello zero virgola zero, che se lasciati bloccati, giunge in taluni casi al 3% lordo, una scelta ridicola o quantomeno che fa riflettere.

E poi ci sono le commissioni, l’altra grande voce di ricavo. Quelle per i servizi, per i pagamenti, per la consulenza che solo nel 2023, per la prima volta dopo tanti anni, hanno segnato un calo. Ma è un dato che solleva più domande di quante ne risolva. Perché se il margine d’interesse galoppa mentre le commissioni arretrano, il sospetto che aleggia è che le banche abbiano dedicato più energie a ritoccare i tassi attivi che a migliorare la qualità dei servizi offerti. Più tempo a far cassa che a innovare.

Sì… qualcuno come me, ha avuto il coraggio di scrivere ciò che molti pensano, ma che nessuna dice: “Il rimbalzo dei profitti ha una spiegazione nella forza contrattuale delle banche, che ha consentito di aumentare i tassi attivi molto più di quelli passivi“. In pratica, quando i tassi salgono, i tassi attivi volano immediatamente verso l’alto. Quando scendono, invece, succede il contrario. È sempre stato così, una legge non scritta che favorisce sempre e comunque chi sta dall’altra parte del bancone.

Ma il mondo è fatto anche di piccole contraddizioni. Alcuni imprenditori, magari quelli di maggiori dimensioni, hanno fatto esattamente la stessa cosa: alzare i listini cavalcando l’inflazione e i costi dell’energia. Eppure le microimprese e i privati, il cosiddetto gregge, restano con l’amaro in bocca e l’impressione di essere stati prede facili di un sistema che difficilmente pagherà lo scotto della loro insoddisfazione.

Perché nel rapporto tra banche e clienti c’è uno squilibrio di potere che in qualsiasi altro settore sarebbe segnale di pericolo imminente. Se un’azienda di telefonia o un supermercato perdessero la fiducia dei loro clienti, sarebbero guai seri. Per le banche, no. Hanno una loro bilancia personale, un loro modo di pesare l’importanza della clientela che ammette un margine di tolleranza al malcontento.

Qualcosa, però, sta cambiando. Il popolo silenzioso dei clienti sviluppa ora ostilità verso i costi dei servizi, aumentati non poco, e verso l’opacità di alcune commissioni. Cresce quindi la propensione al cambiamento, sì… in un paese che ha sempre mostrato una vischiosità quasi patologica nell’abbandonare la propria banca.

E poi ci sono le difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese, che si fanno sempre più acute in concomitanza con la riduzione delle garanzie statali. Quelle stesse garanzie concesse con scarsa selettività durante la pandemia e che ora, nella fase del recupero, rivelano tempi ed esiti imprevisti.

Preferisco chiudere con una nota di ottimismo, perché se è vero che come ho letto “le banche non hanno clienti, ma prigionieri“, forse la parte dei maxi profitti che non verrà distribuita sarà finalmente canalizzata verso progetti che mettano il cliente al centro. In questo l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare, se usata con intelligenza appunto.

Guardate ad esempio cosa sta succedendo in Gran Bretagna, dove alcune banche digitali come Monzo e Starling hanno letteralmente rivoluzionato il mercato. In pochi anni hanno raggiunto milioni di clienti, sottraendoli alle banche tradizionali in un flusso costante che dimostra una verità semplice: la soddisfazione paga, e chi la ignora finisce per pagare il conto più salato di tutti!

Gravi rischi per chi viola le normative sul subappalto

Molti imprenditori ignorano, o fingono di ignorare, che violare le norme nell’esecuzione dei lavori può comportare conseguenze penali significative. Questo articolo intende chiarire i principali aspetti relativi al subappalto, sia autorizzato che non autorizzato, analizzando le condizioni necessarie per la conformità normativa e le relative conseguenze in caso di violazione.

Partiamo dal subappalto autorizzato. Per ottenere l’autorizzazione, occorre rispettare le seguenti condizioni:

Dichiarazione di subappalto all’atto dell’offerta: Il concorrente deve indicare con precisione i lavori, i servizi o le forniture che intende subappaltare.

Deposito del contratto di subappalto: L’affidatario deve presentare una copia del contratto alla stazione appaltante almeno 20 giorni prima dell’inizio delle prestazioni.

Requisiti di qualificazione: Contestualmente al deposito del contratto, è obbligatorio produrre la documentazione attestante la qualificazione del subappaltatore e il possesso dei requisiti generali previsti dall’art. 38 del D.Lgs. 163/2006.

La normativa sul subappalto, disciplinata dall’art. 118 del D.Lgs. 163/2006, integra i principi delle direttive europee 2004/17/CE e 2004/18/CE. Secondo questa normativa, qualsiasi contratto tra l’appaltatore e terzi, che preveda l’esecuzione di una parte delle prestazioni, è considerato subappalto. Tale contratto è soggetto all’obbligo di qualificazione dei soggetti coinvolti e al rispetto della disciplina antimafia.

Viceversa il subappalto senza autorizzazione comporta conseguenze civili e penali gravi:

Nullità del contratto: Un contratto stipulato senza autorizzazione è nullo per violazione di norme imperative, mentre l’eccedenza oltre le percentuali consentite è nulla per la parte eccedente.

Sanzioni penali: L’art. 21 della legge 646/1982 prevede per l’appaltatore e il subappaltatore l’arresto da sei mesi a un anno e ammende significative. Per i funzionari coinvolti, le pene possono arrivare fino a quattro anni di reclusione.

Sospensione dei pagamenti e risoluzione contrattuale: La stazione appaltante può sospendere i pagamenti e chiedere la risoluzione del contratto per inadempimento, con rottura del rapporto fiduciario.

Errori nella dichiarazione di subappalto

Se in fase di gara il concorrente non dichiara l’intenzione di ricorrere al subappalto o se la dichiarazione è generica, ciò non comporta l’esclusione dalla gara, ma preclude l’utilizzo del subappalto (Cons. Stato, Sez. V, 23 giugno 1999, n. 438). È fondamentale specificare con esattezza i lavori da subappaltare, pena l’invalidità della dichiarazione.

In alcuni casi, il bando di gara può escludere il subappalto per ragioni tecniche. Una dichiarazione in contrasto con tale esclusione può portare all’esclusione del concorrente, poiché l’offerta risulterebbe non conforme alla lex specialis (Cons. Stato, Sez. V, 21 novembre 2007, n. 5906).

Per cui, il subappalto, pur essendo uno strumento utile per la gestione delle commesse, è regolato da norme stringenti che impongono agli imprenditori un’attenzione particolare.

Le violazioni non solo minano la fiducia della stazione appaltante, ma espongono le imprese a pesanti sanzioni, mettendo a rischio la continuità operativa.

Depuratori e acque reflue: è giunto il tempo di dare in gestione alle società private (preferibilmente estere) gli impianti presenti su tutto il territorio nazionale!!!

Desideravo stamani scrivere su un grave problema relativo alle acque reflue, sulla gestione dei depuratori e soprattutto su chi dovrebbe effettuare i controlli, per non parlare di tutte quelle commissioni infinite che si occupano di depurazione, dei loro servizi e di quei funzionari che dovrebbero rendere efficienti ed  efficaci le procedure previste, ma che se ne f… ampiamente!!! 

Nella sola Sicilia sono ben otto i depuratore in procedura di infrazione perché non depurano l’acqua dei propri cittadini e delle aziende in maniera corretta e le criticità vanno ben oltre le procedure di infrazione in atto. 

Ho letto su un quotidiano web un commento di un lettore che desidero riproporre perché rappresenta perfettamente il mio pensiero ed è quanto vado costantemente ripetendo in questo mio blog: “Ah… se ciascuno facesse onestamente il proprio lavoro (soprattutto chi è predisposto ai controlli contro azioni così vandaliche e criminose) senza “chiudere gli occhi” volutamente, senza farsi corrompere, con spirito di giustizia e di servizio! Quanto altro è sotto gli occhi di ciascuno di noi, ma  nessuno denuncia e, se qualcuno segnala, nessuno interviene. Un esempio: è stato più volte segnalato il cattivo odore di plastica/gomma bruciata che si spande da anni nelle zone Uditore, Viale Regione Siciliana, dannoso alla salute pubblica e che costringe a chiudere tutti gli infissi. Potete verificare anche in internet. Chi  è intervenuto? Nessuno ha la competenza, ma scherziamo? Un cosi grave problema per la salute pubblica! È solo un esempio! Chi lavora oggi con coscienza? Giocano solo a “scarica  barile” in tutti i settori. È una vergogna! Ogni tanto un articolo sul giornale, solo parole, mai fatti e il tutto si spegne senza soluzione in un paio di giorni.

Ed ancora: Mah che strano! Se ne sono accorti solo ora! Nessuno lo sapeva. I nostri politici locali, regionale, nazionali, i nostri amministratori locali e regionali dopo diversi decenni probabilmente se ne stanno accorgendo ora grazie alla Commissione Ecomafie (anch’essa se n’è accorta ora…). Boh !!

Cosa aggiungere, questo è il sistema che si vuole e quelle esigue persone oneste che provano a contrastare quel meccanismo corruttivo e clientelare, vengono come vediamo, allontanati o zittiti… 

Ma non è facile zittire tutti, c’è chi non si piega e come il sottoscritto denuncia apertamente il fango di questa indegna realtà!!!  

Ma se anche i giudici sono corrotti… dove andremo a finire???

Sembra incredibile a dirsi… eppure è così!!!

Alcuni giorni fa ho ascoltato l’ennesima inchiesta condotta da una delle direzioni delle Procure della Repubblica, nel caso specifico quella di Foggia, che in collaborazione con i militari del Gruppo Tutela Spesa Pubblica/Sezione Anticorruzione del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari e con l’ausilio di personale della Sezione di pg GDF di Foggia, ha dato esecuzione all’ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale nei confronti di 13 misure cautelari personali, di cui 10 misure domiciliari e 3 interdittive…
I reati contestati agli indagati, sono stati emessi ad alcuni giudici tributari, funzionari delle Commissioni Tributarie Regionale e Provinciale di Foggia, commercialisti, legali, ed ovviamente quegli abituali imprenditori che, per evitare il pagamento dei contributi ricevuti, si sono macchiati di corruzione in atti giudiziari, falso e truffa in concorso…
L’indagine ha permesso di accertare come alcuni di quei soggetti delle Commissioni Tributarie Provinciale di Foggia e Regionale, hanno fatto da riferimento per un lungo periodo, ad alcuni studi legali, nei quali operavano difensori per nome e conto di quegli imprenditori,  per l’appunto contribuenti di quel territorio…
Questi “consulenti” della giustizia, per evitare che i loro clienti pagassero allo Stato le imposte dovute, hanno preferito come veri e propri “azzeccagarbugli”, versare somme di denaro in forma di tangenti, a quei funzionari amministrativi delle commissioni o ad alcuni giudici di quelle stesse procedure amministrative, in cambio ovviamente di giudizi favorevoli nei contenziosi tributari…

Quanto sopra naturalmente determinava per i contribuenti un grande vantaggio patrimoniale ed ovviamente per quei difensori, prestigio e guadagni nell’ambiente tributario…

Un vero e proprio sistema fraudolento, l’hanno difatti definita “giustizia privata“, che a causa di quelle sentenze favorevoli per i contribuenti, determinavano per lo Stato un ammanco non indifferente, dove proprio l’Agenzia delle Entrate, vedeva andare in fumo ovviamente, molti di quei contenziosi…
Potremmo definirlo “uno Stato contro lo Stato” poiché, è proprio grazie a quei suoi uomini, che si sono potute compiere tutte quelle pluralità di condotte illecite…
Il sistema era semplice: alcuni funzionari amministrativi in cambio di denaro (o altri benefici…) pilotavano le cause sui giudici compiacenti; questi magistrati emettevano decisioni favorevoli al contribuente in cambio ovviamente di somme di denaro; altri, pur in mancanza di una vera e propria utilità personale, frodavano l’amministrazione tributaria delegando completamente di fatto, la giurisdizione a funzionari che deliberavano secondo il proprio tornaconto personale (tangenti o altri vantaggi), limitandosi alla sola firma della sentenza con introito delle indennità previste per l’attività decisoria!!!

Vi starete chiedendo ma a quanto ammontavano in euro tutti quei giudizi favorevoli emessi…???

State pensate forse a 10.000, 50.000, 100.000 euro… no, vi sbagliate… erano soltanto 500-1000 euro a sentenza…
Mi chiedo, ma come fa un magistrato (che già percepisce un compenso interessante per quel proprio incarico…) a svendersi per poche centinaia di euro???     
Potrei ancora comprendere i difensori e/o i commercialisti, che senza alcun concetto di morale operano sul nostro territorio… d’altronde proprio una grossa fetta di questi consulenti, si scopre essere quotidianamente in combutta con procedimenti e condotte svolte al limite della legalità… oppure gli stessi dimostrano di essere, attraverso quei propri studi… vere e proprie sedi d’incontri per referenti della criminalità organizzata …
Ma un giudice, un magistrato che ha prestato giuramento alla costituzione, come può violarla così facilmente???
Per cosa poi… per cento o duecento euro!!! Ma non si fanno schifo…??? 
Ed ancora, come fanno taluni funzionari ad alzarsi la mattina per andare a lavoro, sapendo d’esser nei libri paga mensili di soggetti terzi, personaggi collusi per i quali dovranno svolgere quegli incarichi richiesti, ma per cosa poi… per ricevere quell’esigua somma di 400.00 € al mese…???
E’ stato calcolato che il sistema illecito ha fruttato circa 60.000 euro… sì, sono queste le somme complessive accertate come prezzo di quei reati corruttivi… fuorviando un sistema giudiziario, per esclusivi interessi di qualche privato corruttore…
Ora, da un lato quindi, la trasformazione della funzione pubblica giudiziaria in una sorta di “giustizia privata”, dall’altro, il lavoro perfetto svolto dagli inquirenti, compiuto attraverso intercettazioni telefoniche, ambientali, nonché perquisizioni e sequestri di documenti e personal computer!!!
La verità, è che bisogna ripristinare totalmente la giustizia, ristabilire nuove regole e soprattutto colpire in maniera decisa tutti coloro che all’interno di quel sistema chiamato “Stato”, si vendono come prostitute, per il vile denaro o per interessi personali o familiari!!!
Bisogna finalmente applicare le pene con la massima severità, in particolare proprio su quanti violano quotidianamente quei propri compiti ufficiali, perché soltanto così, si potrà tornare ad avere una giustizia equa e giusta, altrimenti ciascuno di noi cittadini, si sentirà in diritto di poter fare ciò che più gli passa per la testa… sapendo d’altronde, di poter contare sempre, sulla disponibilità di qualche magistrato “allineato” ad accogliere le richieste del nostro legale e discolpandoci quindi, da quelle eventuali azioni illegali commesse!!!

Gare d'appalto perse nei meandri della burocrazia…

Siamo in Sicilia!!!

Parliamo di gare d’appalti pubblici… di bandi per l’affidamento, di soldi che non vengono utilizzati… 
E’ quanto emerge dai dati dello scorso anno, dove su circa 300 gare indette… soltanto la metà di queste sono state espletate…
Milioni di euro, sono circa 350… che a causa della nostra burocrazia, non riescono ad essere utilizzati 
Un dedalo di procedure, uffici, responsabili, un andirivieni di carte che salgono e scendono, autorizzazioni, riunioni, firme e quant’altro possa servire per far si, che si giunga alla loro definizione…
Se poi si somma che il più delle volte… i rallentamenti sono causati da comportamenti alquanto discutibili, vedasi ad esempio lo spropositato numero discrezionale che provoca di fatto, la presentazione a ricorsi. che bloccano così le aggiudicazioni definitive… 
C’è poi la questione legata alle riunioni da parte delle commissioni, sempre più rare, a causa anche delle riduzioni del gettone, che influisce negativamente sotto il profilo della presenza… 
La verità che ormai tutto è diventato “business” e a nessuno frega più di fare il proprio dovere…
Quindi ecco uscire fuori, interpretazioni soggettiva delle norme, che non producono altro che ritardi o ricorsi al Tar, con l’ovvia conseguenza di una estensione a tempo indeterminato, della definizione procedurale…
Anche l’Ance Sicilia, ha informato di quanto emerso, sia il presidente della Regione Rosario Crocetta, che l’assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pistorio…
Il presidente (facente funzioni) dell’Ance Sicilia, Santo Cutrone ha domandato: a che serve annunciare roboanti piani di finanziamento di nuove infrastrutture se poi in Sicilia più della metà delle gare bandite non viene aggiudicata, anzi se ne perdono le tracce per sempre, e ciò accade sin dal 2007?
In questi 8 anni e cioè dal 2007, è stato fatto osservare come, la media delle gare d’appalto andate perdute sia stata quasi del 40-50% , se pur nello stesso periodo, il numero degli incanti si sia ridotto di quasi un quarto ed il personale per tale espletamento, è stato di contro, aumentato…
Qualcosa che non va c’è… ed il problema è da ricercarsi, non soltanto sulla mancata presenza costante del personale incaricato, ma soprattutto sulla professionalità che questi manifestano nel ridurre i tempi d’espletamento…
Il problema infatti è che quest’ultimi, non hanno di per se, alcun interesse reale affinché si possa addivenire a ridurre quei tempi… anzi, una estensione dilatata, permette loro, sia una riduzione del carico giornaliero di lavoro per le pratiche in corso e soprattutto permette di rallentare quelle nuove procedure, giunte “disgraziatamente” sulla loro scrivania… 
E’ il solito problema degli uffici pubblici, nessun controllo sulla produttività, badge controfirmati da colleghi compiacenti, nessun incentivo per quanti dimostrano nei fatti di essere meritevoli, senza considerare quanto sta emergendo dalle tante inchieste, che dimostra come senza “oliare” quel meccanismo s’inceppa…    
Se a quanto sopra inoltre, si aggiunge la pretestuosa interpretazione dei criteri di valutazione dei calcoli delle medie per l’esclusione delle offerte… allora capirete bene, come da questa situazione non se ne esce…
E dire che di questi appalti – se pur ridotti – le nostre imprese di costruzioni avrebbero tanto bisogno, vista la crisi finanziaria che ancora le attanaglia e che di fatto non permette ad esse, la ripresa del mercato immobiliare, la certezza di risoluzione al problema legato alla concorrenza sleale, la stretta da parte degli istituti di credito, le troppe tasse sulla casa, e soprattutto, una crisi economica sullo sfondo che non permette quel possibile sviluppo d’investimento sul mattone… 
Se poi si aggiunge il forte calo occupazionale che ha ridotto il comparto ai minimi storici (con un numero di famiglie sempre più piegato dalla crisi) e l’indebitamento delle aziende, ecco che il fallimento è certo…
Non ci resta che augurarci che le cose vadano già con l’anno in arrivo meglio, ma come si dice…  a volte, avere delle speranze, significa illudersi e illudersi significa andare incontro il più delle volte… a delusioni!!!

Gettoni… per tutti!

E’ straordinario come ci s’inventa di tutto, pur di racimolare qualche euro in più!!!

Ormai mi sono convinto… ( e rappresenta difatti il principale motivo, per cui da sempre, non ho mai desiderato essere legato ad un partito o di volermi iscrivere per poter esporre quella “penosa” tessera, quasi fosse chissà quale oggetto del desiderio…, o ancor peggio, pensare di entrare in politica… per riceverne possibili vantaggi personali) – che la stra-maggioranza di quanti finora hanno fatto politica o sono in procinto di entrarvi a far parte, dipende esclusivamente da quella radicata convinzione che, grazie a quel possibile inserimento, si possa entrare in un meccanismo dal quale alla fine ci si guadagna sicuramente…
La disgrazia è che quanto sopra detto è vero… perché purtroppo in molti casi… è bastata la sola la partecipazione per ottenere gettoni di presenza… indennità, rimborsi mai controllati…, quasi sempre denaro pubblico sprecato, dato il più delle volte a persone incompetenti ed inutili…
Poi ovviamente quando partono le denunce ed i documenti del malaffare giungono sulle scrivanie delle Procure… ecco che allora in molti si scoprono essere sdegnati… 
Spese “anomale” per commissioni inutili che hanno quale unico obbiettivo, quello di aumentare l’assegnazione dei gettoni… ed è veramente “vergognoso” sapere che tra i comuni che non hanno risposto alla richiesta di accesso agli atti, ci siano proprio quelli di Palermo, Catania e Messina…
Per cui, con la scusa delle sedute di commissioni, con medie esagerate di circa 50/60 al mese, si dividevano mensilmente circa 80.000 euro!!!
Ovviamente… come si dice ” non bisogna fare di tutta l’erba un fascio” perché tra loro c’è stato certamente chi quei soldi… non li ha voluti…; chi??? si… un momento… lo stanno cercando…, come…??? non c’è nessuno tra loro che si sia dimostrato onesto… ma non può essere…, NESSUNO???
E dire che quei ligi consiglieri comunali si sono finora dimostrati dei grandi lavoratori, erano sempre presenti…, e poi per cosa… per quei miseri €. 2.180,00 circa… e non dimentichiamoci che sono lordi… 
Le chiamano riunioni di consiglio, commissione, conferenze dei capigruppo, e se teniamo conto, dell’alto numero di sedute e di partecipanti, di contro, le loro iniziative, per qualità, sono inversamente proporzionali alle partecipazioni… e soprattutto alle reali necessità che spingono a richiederle queste sedute…, che poi, il più delle volte, vengono subito abbandonate dopo aver posto la propria firma a dimostrazione dell’effettiva presenza fisica… che di fatto garantisce l’apparenza del consigliere, perché poi… soltanto di questo si tratta, dal momento che nella realtà non partecipa minimamente al dibattito!!! 
Fino a quando ci sarà la convinzione, che le casse dello Stato sono a loro completa disposizione,  fintanto che questi ( consiglieri, sindaci, assessori, ecc…) continueranno ad operare nei modi finora espletati e cioè per realizzare quei comportamenti truffaldini e disonesti, ma soprattutto, dimostrando l’inutilità del proprio lavoro “strabiliante”, ecco che allora credo che, difficilmente si potrà sperare, di ripulire questo nostro paese ed in particolare la nostra regione, da quel marcio dilagante che ormai, dimostra essere connesso ad ogni livello… è che risulta essere ogni giorno che passa, sempre più putrefatto!!!

Commissioni…, benedette o maledette???

In attesa che i nostri ” saggi ” si esprimano… non si capisce perché non si attui, quanto previsto dalla nostra Costituzione e cioè che si dia il via alle Commissioni!!!
Il fatto che oggi ci sia un problema di governabilità, e che i voti mancanti al Pd alla Camera del Senato, non permettono al partito di poter andare da solo e che, per quanto finora osservato, soltanto una coalizione a modello shaker per un cocktail “l’inciucik” con Pdl/ Lega, ed un goccio della Lista Civica del Prof. Monti,, ecco che alla fine, ciò che non si capisce è il perché si faccia riferimento ad un problema teorico, che nella pratica invece non esiste… 
Infatti, non c’è bisogno di avere 10 Saggi, basta leggersi la Costituzione o i regolamenti di Camera e Senato, per capire che in questi casi, si può iniziare a lavorare grazie alle commissioni…
E’ passato più di un mese dalle elezioni e noi siamo ancora qui ad avere un Governo Monti che nessun cittadino ha voluto e votato, ma la cosa assurda è che finora non si è operato…, come da sempre!!!
Il Presidente del Senato Pietro Grasso, dichiara che non si potranno convocare le commissioni, se prima non ci sarà la possibilità di distinguere tra maggioranza e opposizione e questo non è possibile fino a quando non ci sarà un governo, che ha la piena fiducia del Parlamento…
Ma a quanto sopra, è veramente interessante l’appello fatto da 29 deputati del Pd, che sollecitano la formazione delle commissioni parlamentari, anche in assenza del nuovo Governo…

Riporto di seguito quanto dichiarato dai deputati, ma ritengo che la coerenza espressa, nel voler uscire da quelle regole prestabilite dai partiti o dai loro segretari, rappresenti finalmente per la prima volta,  un nuovo concetto di espressione, libertà di comunicazione, equilibrio d’opinione, consapevolezza di quel radicale cambiamento che è ormai in corso e che non si può più arginare:
Ad oltre un mese dalle elezioni abbiamo ancora in carica il governo proveniente dalla precedente legislatura e il Parlamento, di fatto, non ha ancora cominciato la sua operatività. Questo perché non sono state ancora costituite le commissioni permanenti, vero e proprio motore politico e tecnico dell’attività legislativa. Pur consapevoli che la prassi vuole che le commissioni siano formate in seguito alla definizione della maggioranza e delle opposizioni parlamentari, riteniamo che il Parlamento e in particolare il nostro gruppo parlamentare non debbano rimanere inerti ma, anche con l’utilizzo di strumenti che “forzino” le consuetudini, si possano costituire da subito le commissioni.
Questo è in linea con lo sforzo fatto dal Presidente Napolitano che ha provato a risolvere un rebus tra i più complicati della storia repubblicana con un’innovazione intelligente, visto il contesto, ma certo non risolutiva. E’ evidente infatti che un governo è necessario, e dovrà farsi il prima possibile. E allo stesso modo, le leggi che investono il bilancio dello Stato hanno naturalmente bisogno di un’iniziativa governativa e quindi di una maggioranza certa. Occorre considerare però che la nostra Costituzione ha disegnato una forma di governo di tipo parlamentare a maglie larghe, in cui il rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo non è ingessato in rigidi schemi procedimentali. Il costituzionalista Leopoldo Elia parlava, in proposito, di norme a “fattispecie aperta”. Questa richiesta non vuole assecondare dunque velleitarie teorie costituzionali come quella del Parlamento senza governo, sia ben chiaro, ma rilanciare il ruolo della rappresentanza popolare e democratica in una fase estremamente complicata. La proposta punta a valorizzare l’iniziativa parlamentare, anche perché, mai come questa volta in Parlamento, a partire dalla Camera dei Deputati, il PD ha un gruppo parlamentare giovane, competente, rinnovato con le primarie e con il giusto mix di competenze. Non solo, alla Camera, l’alleanza Italia Bene Comune, ha una maggioranza talmente ampia che può procedere speditamente verso l’approvazione di leggi fondamentali per il Paese. In questo senso, infatti, va la richiesta anche del gruppo di SEL alla Camera dei Deputati. Partendo dunque dagli otto punti presentati da Bersani, ad esempio, possiamo subito approvare proposte di legge già depositate dal PD in questa legislatura.
Una strategia che se concordata tra le due Camere può portare il centrosinistra a presentare in Senato proposte di legge già approvate alla Camera, nel giro di poche settimane.
Ciò significherebbe mettere davanti alle proprie responsabilità al Senato, dove non c’è maggioranza, coloro che non hanno voluto accordare al centrosinistra una “fiducia in bianco”.
Significherebbe dare un segnale fuori dal “palazzo”. Altrimenti, in questa fase cosi complessa, non si comprenderebbe un ulteriore stallo delle Camere alimentando ulteriormente le spesso motivate battaglie anti-casta. Partiamo dunque dalla Camera e diamo al Paese le risposte che merita per uscire dalla crisi. 
Boccuzzi, Bonafè, Bragantini, Capozzolo, Carrozza, Civati, Cominelli, D’Ottavio, De Caro, Di Maio, Fiorio, Gandolfi, Ginefra, Giuliani, Gribaudo, Iori, Madia, Nardella, Nardelli, Orfini, Paris, Pastorino, Piccoli, Pini, Raciti, Rocchi, Rotta, Rughetti, Zampa.