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CATANIA: A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca.


Lo dico sempre, e forse è uno dei pochi pensieri che non mi abbandona mai, nemmeno quando vorrei essere più indulgente. 

Già… una di quelle frasi che ti ritrovi a mormorare tra te e te, quando vivi in una terra come la nostra, dove la realtà supera sempre la fantasia e dove i fatti, prima o poi, finiscono per dare ragione ai sospetti.

Quante volte, ad esempio come me, vi siete trovati a guardare una persona, a sentirla parlare, a osservare i suoi gesti, e pensare: “qualcosa non torna…“. È un istinto, una sensazione che arriva senza preavviso, come quando al telegiornale mostrano il volto di un presunto colpevole e tu, senza sapere niente, sei già convinto che sia stato lui. Poi come sempre accade, arriva il film, il thriller di turno, e il mio occhio cade su ciò che non si vede, su quello che parla poco, e così alla fine scopro che il vero colpevole è proprio quello che avevo ipotizzato, e resto lì a chiedermi come abbia fatto ancora una volta ad indovinare.

Ma la vita, si sa, non è un film. E Catania, la mia città, non è certo un set cinematografico. Certo, devo dire che quando qualcuno ha avuto il buon gusto di trasformarla in uno scenario per le serie tv, lo spettacolo è stato assicurato. Mi è capitato di guardare con occhio diverso le immagini di “Vanina – Un vicequestore a Catania” e di ritrovare, tra le inquadrature, quella luce particolare che solo la nostra città sa regalare. Le scenografie, i fondali, le piazze, i palazzi di pietra lavica che diventano protagonisti silenziosi di storie di cronaca e di passione. E poi come non ricordare il “Gattopardo“, con quella Sicilia evocativa e sognante che ha fatto sognare generazioni, oppure “Squadra Antimafia“, che ha raccontato, grazie a Rosy Abate, la lotta dello Stato contro il malaffare.

Sì, in quei casi la macchina da presa ha saputo esaltare la bellezza, ha saputo catturare l’anima di una città che, nonostante tutto, resta magnifica. Ma quando spengo il televisore e torno a osservare certi meccanismi, scopro come la realtà sia un’altra cosa. Perché i segni che contano spesso non sono quelli evidenti, ma quelli nascosti, quei dettagli che sembrano secondari e che invece rivelano tutto.

La mia credo sia una dote, di quelle che si hanno o non si hanno, come riuscire a leggere gli altri. E non mi è servito, come sta facendo mia figlia a completamento del suo programma universitario, studiare psicologia per capire quando qualcuno, a modo suo, vorrebbe farsi passare per ciò che non è. A me basta poco: osservare gli occhi, stare attento ai gesti, ascoltare le parole che non vengono dette, cogliere le omissioni, quelle che puzzano di omertà e di silenzi compiacenti.

E allora mi chiedo: perché è così difficile ottenere risposte chiare? Perché quando chiedi spiegazioni, ti ritrovi davanti a un muro di gomma, a mezze verità che allontanano i dubbi senza però eliminarli? È come se ci fosse un patto non scritto per cui nessuno vuole davvero chiarire, nessuno vuole mettere in discussione lo status quo. E intanto il dubbio cresce, si insinua, e alla fine, con rammarico, scopri che avevi ragione. Che quella sensazione iniziale non era solo un vezzo, ma la verità. E non è una bella sensazione, perché vorresti esserti sbagliato, vorresti che le persone che hai davanti fossero più oneste, ma purtroppo, troppo spesso, la realtà è diversa.

Lo vedo tutti i giorni, qui in Sicilia, in questa terra che amo e che mi fa arrabbiare con la stessa intensità. La corruzione, l’illegalità, quel sistema di favori e di scambi che avvelena ogni cosa. Mi capita di pensare ai nostri politici, a quelli che ci chiedono pazienza e sacrifici mentre loro continuano a godere dei privilegi di sempre. È come se vivessero in un mondo parallelo, dove le regole sono diverse, dove possono assentarsi, dove possono approfittare di ogni piccola scappatoia. E poi ci sono i giornalisti coraggiosi, i servizi di denuncia, i presidenti di associazioni per la legalità che chiedono nuovi controlli. Ma quanto durerà? Fino a quando la notizia verrà dimenticata, e poi si ricomincerà come prima.

E non parlo solo dei grandi palazzi della politica, ma della vita di tutti i giorni, di quei piccoli episodi che raccontano un sistema malato. Penso a quando si parla di appalti, di concessioni edilizie, di rifiuti, di ricostruzioni dopo frane e alluvioni. Lì, dove il denaro pubblico si mescola con gli interessi privati, dove la richiesta di una tangente diventa quasi naturale, come se fosse l’unico modo per far funzionare le cose. E intanto il territorio viene deturpato, l’ambiente distrutto, e i controlli arrivano sempre dopo, quando il danno è ormai fatto.

Si dice che la corruzione sia solo un affare di politici e amministratori, ma non è vero. A pensar male, ci si azzecca, e i numeri parlano chiaro: milioni di cittadini coinvolti, la Sicilia conta 4.769.423 abitanti, dato aggiornato al 30 aprile 2026, e decine di miliardi di euro vengono sottratti ogni anno al bilancio pubblico. È una tassa occulta che paghiamo tutti, una zavorra che impoverisce il paese e che alimenta quella sfiducia generale verso le istituzioni. E poi c’è la “zona grigia“, quella dei professionisti, dei dirigenti, degli impiegati che con il loro comportamento infedele rendono possibile tutto questo. Sono loro, i colletti bianchi, che fanno scorrere gli ingranaggi, che tengono in piedi un meccanismo perverso in cui il dare e l’avere diventano l’unica legge.

In tutto questo, la mia città, Catania, è uno specchio amplificato. Ogni angolo racconta una storia di abusi, di opportunismi, di silenzi. Eppure, nonostante tutto, continuo a guardare avanti, a credere che si possa cambiare. Ma so che il tempo delle chiacchiere è finito. Non basta lamentarsi, non basta indignarsi sui social. Servono fatti, servono leggi severe e controlli rigorosi. Sì, tutte queste nuove leggi su sicurezza e anti-corruzione sono un passo avanti, ma so bene come molti studi legali siano pronti a difendere i loro assistiti e quindi, fatta la legge, troveranno sempre il modo di aggirarla.

Io però non cerco giustificazioni. E quindi, anche se a pensar male si fa peccato, anche se molti mi dicono che bisogna essere più misurati, più ragionevoli, io non posso fare a meno di seguire il mio istinto. Perché quando guardo la mia terra, quando vedo cosa sta diventando, sento che quella voce interiore non mi sta ingannando. E se questa è una battaglia, anche piccola, contro l’ingiustizia, allora sono contento di combatterla. Passo dopo passo, senza mai perdere la speranza di raggiungere quella meta giusta che tutti, quantomeno quanti ancora si possono definire onesti, meritiamo.

Dal 2016 al 2026: una vittoria netta e un cerchio che si chiude. Quello che pensavo allora, oggi è realtà!


Ieri, con il Referendum Giustizia 2026, è accaduto qualcosa che mi ha riportato con la mente a un’altra data, a un’altra campagna referendaria. Il 19 luglio 2016, scrivevo un post dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “NO… alla ‘manomissione’ della Costituzione!!!”. 

Ero convinto allora, come lo sono oggi, che ci fossero battaglie per cui vale la pena lottare fino in fondo, perché toccano il fondamento stesso di ciò che siamo come comunità. Per fortuna, quella convinzione ha trovato conferma nelle urne di queste giornate del 22 e 23.

I risultati dello spoglio sono chiari: il No ha vinto con il 53,2%, e c’è un dato che risalta in modo particolare, quasi a volerci restituire un po’ di fiducia. Sono stati i più giovani a fare la differenza. La generazione Z, quella tra i diciotto e i ventotto anni, ha raggiunto una partecipazione del 67%, e al suo interno il No ha toccato il 58,5%. Una generazione che spesso viene descritta come disincantata, ma che quando è stata chiamata a esprimersi su una questione cruciale ha scelto di esserci, e con una nettezza straordinaria.

Il quadro generale, però, è più complesso e non privo di ombre. L’affluenza è stata importante: il 58,9% indica un’attenzione elevata, anche se è difficile credere che questa attenzione fosse interamente focalizzata sui contenuti tecnici della riforma. Più probabilmente, a muovere gli elettori sono stati i risvolti politici, in una campagna referendaria che si è inevitabilmente politicizzata. Del resto, la complessità del tema era tale che molti, all’inizio, dichiaravano addirittura l’intenzione di astenersi, spaventati dalla difficoltà di comprendere fino in fondo le implicazioni. E allora la scelta di giocare la partita su un terreno più marcatamente politico è diventata quasi obbligata.

È stato uno scontro aspro, con dichiarazioni fuori misura, e alla fine ha prodotto una mobilitazione particolare. Da un lato, si è attivato in modo determinante l’elettorato di centrodestra, inizialmente meno ingaggiato. Dall’altro, si è ridotta in modo significativo la quota di quegli elettori dell’opposizione che sembravano orientati al Sì. Ma il fenomeno forse più interessante è un altro: una parte di chi si era astenuto alle Politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha scelto stavolta di andare a votare. E in larga misura, questa porzione di elettorato “recuperato” ha scelto il No. Più di un terzo di chi non votò due anni fa è tornato alle urne.

La partecipazione, però, non è mai uguale per tutti. È un comportamento che ancora una volta si rivela profondamente segmentato in base alla condizione socioeconomica. Hanno votato di più chi ha titoli di studio alti e chi gode di una condizione economica agiata. Al contrario, i livelli più bassi di partecipazione si registrano tra i ceti più disagiati, tra chi ha una bassa istruzione e vive in difficoltà economica. Imprenditori, professionisti, ceti medi si sono mobilitati di più; disoccupati, casalinghe e, in parte, operai, molto meno. Un dato, questo, che non possiamo permetterci di ignorare perché racconta di una partecipazione che ancora oggi rischia di essere strutturalmente diseguale.

E poi c’è l’altra faccia della generazione Z. Se i giovanissimi hanno risposto con entusiasmo, chi si trova nella fascia successiva, quella tra i 29 e i 44 anni – la cosiddetta generazione Y – ha invece fatto registrare il livello più alto di astensionismo: il 47,5%. Un fenomeno preoccupante, se ci pensiamo: sono proprio loro, quelli che entrano nel mondo del lavoro, che costruiscono famiglie e affrontano il peso della quotidianità, a mostrarsi più distanti e disinteressati alla partecipazione politica. È un vuoto che pesa. Più in alto, tra i boomers e la generazione silenziosa, dagli anni in su, la partecipazione è tornata a essere leggermente sopra la media.

Se guardiamo all’appartenenza politica, lo scenario conferma questa polarizzazione. La mobilitazione ha coinvolto soprattutto le aree di sinistra e di centrosinistra, da un lato, e la destra dall’altro. Gli elettori di centro e di centrodestra sono apparsi meno coinvolti. Per l’opposizione, è stata una vera e propria chiamata alle armi contro il governo. Nella maggioranza, invece, a rispondere con più forza è stata l’area più radicale, mentre quella più moderata è rimasta più indietro, e il massimo dell’astensionismo tra gli elettori politicamente collocati si è raggiunto proprio nell’area centrista. Un dato prevedibile, ma non per questo meno significativo.

E i “tradimenti” elettorali? Sono emersi, seppur in misure diverse. Il Partito Democratico è stato l’unico a mostrare una dialettica interna apprezzabile: una quota ultra-minoritaria, ma non trascurabile, poco meno del 9%, ha scelto il Sì. La sorpresa più grande, però, arriva dall’elettorato del Movimento 5 Stelle. Nonostante un leader fortemente impegnato per il No, circa il 17% di chi dichiara di votare M5S si è espresso per il Sì (e qualche mese fa questa percentuale era addirittura al 24%). Nel centrodestra, qualche slittamento si rileva tra gli elettori della Lega e di Forza Italia, rispettivamente con il 12% e il 10% che hanno votato No. Tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, invece, il Sì ha raggiunto il 31%.

Tornando al profilo sociodemografico, troviamo che il No prevale con più forza proprio tra i segmenti che abbiamo visto essere più partecipanti: i ceti istruiti, le condizioni economiche medio-alte, i giovanissimi. Tra i laureati, il No arriva a oltre i due terzi; tra le persone con una condizione economica agiata, sfiora il 60%. Accade il contrario in situazioni meno floride: tra chi ha solo la licenza elementare e tra le casalinghe prevale il Sì, mentre gli operai si dividono quasi equamente.

La sconfitta dell’esecutivo, e in primo luogo della presidente del Consiglio, appare netta. Eppure Giorgia Meloni si era tenuta defilata per gran parte della campagna, facendosi vedere solo nelle ultime settimane. Ma il suo posizionamento, al di là del merito della riforma, ha finito per risentire di un contesto che negli ultimi mesi si è fatto sempre più complesso. Il quadro internazionale ha perso quella solidità che sembrava avere negli anni precedenti; la condizione economica del paese si è rivelata più difficile del previsto, con il rischio di non riuscire a uscire dalla procedura di infrazione europea; e la crisi energetica ha assunto una virulenza preoccupante, incidendo pesantemente sui costi quotidiani delle famiglie. 

A tutto questo si sono aggiunti infortuni politici non secondari, l’ultimo dei quali legato alla vicenda del sottosegretario Delmastro e ai suoi rapporti con un esponente della malavita organizzata. È probabile che tutto questo avrà un effetto, almeno a breve, sugli orientamenti di voto. Lo vedremo nei prossimi giorni, nel consueto scenario politico mensile.

Ma torniamo al senso più profondo di questa vittoria. Per me, ieri si è chiuso un cerchio iniziato nel 2016. In quel post di luglio, raccontavo di una battaglia impari. Da un lato, c’era un governo con fondi illimitati, i migliori professionisti della persuasione, una larga parte della carta stampata e una pervasiva informazione sulle reti pubbliche. Dall’altro, un gruppo di volontari con grande forza ideale, ma con un impegno fisico quotidiano difficile da sostenere perché ognuno aveva comunque una vita, un lavoro, una famiglia. Eppure, quei volontari affluivano sempre più numerosi, ogni giorno nascevano due nuovi comitati locali. Era un fenomeno di partecipazione straordinario, che testimoniava quanto ci fosse ancora di sano nel paese.

La lotta era impari, lo scrivevo senza retorica. Non avevamo soldi per stampare materiali, per affittare spazi, per montare un palco. E dicevamo: se i nostri avversari suonano il loro piffero in Rai, noi dobbiamo almeno suonare le campane nelle piazze. Chiedevamo un sacrificio straordinario, idealmente 139 donatori, come gli articoli della Costituzione che volevamo salvare, che potessero sostenere quell’impegno. Perché in quelle ore decisive, sentivamo che le persone volevano fare cose straordinarie, per dimostrare, prima di tutto a se stesse, di non aver lasciato nulla di intentato. Si poteva vincere, si poteva perdere, ma quella generazione avrebbe comunque testimoniato la vitalità dei valori costituzionali.

E in quel post citavo Luigi Sturzo, che in un discorso del ’57 diceva: “La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà”.

Oggi quel terreno sodo, per un attimo, ci è sembrato di averlo ritrovato. O almeno, abbiamo visto una parte del paese – e in particolare i più giovani – scegliere di difenderlo. È di questo che volevo parlare.

Siamo certi che Pietro Taricone morì “per una manovra troppo rischiosa” oppure vi era qualcos’altro?


C’è una morte, quella di Pietro Taricone, che sin da subito non mi ha convinto e che ora, dopo tanti anni, torna a interrogarmi di nuovo.

In queste ore, ascoltando le dichiarazioni di Fabrizio Corona e ripensando a quelle inaspettate di Claudio Lippi dall’ospedale e alle tante voci che piano piano stanno emergendo, quel dubbio si è fatto in me nuovamente strada. 

Ricordo che allora il gip di Terni nel 2010 archiviò tutto, concludendo che fu una manovra troppo rischiosa, sì… un errore umano a venti metri dal suolo, a causare lo schianto. La Procura, difatti, dopo la perizia, escluse qualsiasi guasto al paracadute, e così la storia si chiuse lì. 

Eppure io ho sempre sospettato che qualcosa non tornasse, conoscendo l’alta professionalità con cui Taricone affrontava lo skydiving in generale. Quell’uomo, che tutti ricordano come “O Guerriero” per la sua esuberanza nel primo Grande Fratello, era in realtà un appassionato sì di quello sport estremo, ma nel farlo – a dire di tutti i suoi amici – era particolarmente metodico. 

Difatti, possedeva alle spalle centinaia di lanci e proprio quel giorno a Terni, stava frequentando un corso di sicurezza in volo di livello intermedio. Il primo salto era andato bene, viceversa durante il secondo lanciò, dopo aver aperto regolarmente il paracadute ad ali e iniziato la discesa – secondo la ricostruzione ufficiale – in quella fase finale, commise l’errore di eseguire la manovra di frenata ad un’altezza vietata, all’incirca una ventina di metri, con una tecnica ritenuta particolarmente pericolosa. Lo schianto fu violento e le lesioni gravissime, e dopo un’operazione di molte ore, non riprese mai conoscenza e la conclusione fu lapidaria: tragica fatalità!

Mi sono sempre chiesto perché un paracadutista esperto che sta seguendo un corso di sicurezza avrebbe dovuto compiere una manovra così folle e palesemente contraria a ogni norma. Ecco, questo è il nocciolo del mio dubbio, il primo tassello che non combacia, già chi dice che non abbia fatto proprio quella manovra, perché a causa di un problema presente – che soltanto lui stava in quel preciso istante sperimentando – abbia dovuto – per provare a salvarsi la vita – scendere così in basso?

Le voci che riaffiorano oggi mi spingono a guardare oltre la semplice cronaca di quell’incidente, mi fanno pensare al personaggio pubblico che era Taricone, a come lui stesso, in vita, si fosse scontrato più volte con quel sistema che lo aveva reso noto ai telespettatori. Ma soprattutto lo fece ai “Telegatti” del 2001, quando lì, incredibilmente agli occhi di tutti, urlò le sue ragioni contro i meccanismi della televisione, in una scena che oggi, con il senno di poi, potrei definirla profetica. 

D’altronde come non ricordare ora le parole dell’amico e scrittore Roberto Saviano, suo compagno di liceo, che lo ricordò come un ragazzo carismatico e solare, ma anche come qualcuno che, pur venendo da una provincia difficile, aveva saputo prendersi il suo tempo e scegliere il suo percorso, senza farsi intrappolare dalla logica del successo fine a se stesso. 

Taricone non era un prodotto conforme, aveva una sua scomoda integrità e forse aveva visto qualcosa o qualcuno che lo disturbava, che voleva forse che svendesse se stesso, che si piegasse e quindi accettasse compromessi richiesti, ed è proprio questo che mi porta alla seconda, più ampia, riflessione.

Quello che mi chiedo oggi, ascoltando le dichiarazioni pubblicate e condivise sul web, non è tanto se ci sia stato un guasto materiale al paracadute, ma se ci sia stato un “guasto” in un meccanismo più grande di lui. Il sospetto – ma ormai per esperienza diretta di questo ne sono fortemente convinto – è che in questo Paese tutto opera attraverso il compromesso, il favore, la raccomandazione, affinché ciascuno possa beneficiare, per sé o per i propri cari, di quella visibilità oppure di quelle promozioni o di quelle “coperture” che mantengono l’ordine delle cose. 

Ed allora, quando una figura scomoda ha iniziato a gridare contro quel sistema, ecco che improvvisamente muore in circostanze così nette e definitive, che viene lecito domandarsi se la verità giudiziaria (ed in questi mesi di situazioni giudiziarie ambigue ne abbiamo viste tante, troppe…), per quanto tecnicamente ineccepibile, esaurisca tutta la storia o se, invece, dietro la fredda formula dell’“errore umano” si sia preferito archiviare, insieme al fascicolo, anche ogni domanda più scomoda.

La morte di Pietro Taricone, per come è stata ufficialmente raccontata, rimane un mistero nella sua apparente semplicità e credere che un esperto di volo potesse commettere un errore da principiante, mah, qualche dubbio resta. Chissà, forse è davvero così, forse il mio è solo il dubbio di chi fatica ad accettare l’assurdità del caso, ma forse no, forse quelle voci che oggi riemergono, come quelle di Corona che lo definisce una “grandissima persona” e un rappresentante dell’“anti-sistema”, stanno cercando di ricordarci che Taricone, in vita, era un guerriero anche in questo: in quella battaglia solitaria contro le ipocrisie di un mondo, quello televisivo e non solo, fondato sull’apparenza e sul quieto vivere.

La domanda che resta sospesa è se quella battaglia sia finita davvero con lui, quel giorno di giugno a Terni, o se in qualche modo, attraverso il silenzio che è seguito e le domande che oggi tornano, stia ancora continuando. E se il vero “errore umano” da indagare non sia, a volte, la nostra troppo facile rassegnazione a versioni dei fatti che, pur chiuse in un archivio, non riescono a chiudere una coscienza?

Il nostro Paese d’altronde ha dato evidenza di quanto preferisca non sapere, piuttosto che scendere in piazza e fare domande. Sì, perché fintanto che tutti resteranno lì aggrappati a quella briciola, a quella speranza di favore per sé o per i propri cari, fintanto che ciascuno di loro continuerà a prostrarsi e genuflettersi a quei loro amici, siano essi politici, dirigenti, imprenditori o anche mafiosi, beh, state certi che nulla cambierà, così è stato in questi ottant’anni e così continuerà ad essere per sempre, celando all’opinione pubblica i loro intrallazzi, ribaltando in ogni occasione l’unica verità e infangando in tutti i modi possibili chi prova a colpirli e quando non ci riescono, ahimè, usano le maniere forti. 

Già, non vorrei ora prevedere la notizia trasmessa dai nostri Tg, che annuncia di come al povero Fabrizio Corona sia venuto improvvisamente un infarto… e chissà se anche in questa occasione non si parlerà di: tragica fatalità!