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In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte!


Buongiorno e benvenuti nello spettacolo più triste e grottesco di questi anni, quello che va in scena ogni giorno, senza intervallo né repliche, davanti ai nostri occhi, ormai stanchi e rassegnati… 

Il titolo di questa mia riflessione, lo confesso, mi è venuto ascoltando l’ennesima “performance” in televisione, guardando quelle facce che si alternano sugli schermi come maschere di una commedia dell’arte che però non fa più ridere nessuno, perché la farsa, quando dura troppo, diventa semplicemente noiosa e, alla fine, persino offensiva. 

Sì, perché la verità è che in questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte, ma badate bene, non quelli che una volta, nei castelli, alleggerivano le noie del re con una battuta salace e una capriola; questi sono ben peggiori, perché hanno sostituito la capriola con la piroetta verbale, la battuta con il proclama, e la corte non è più un salone di danza ma un Parlamento di poltrone rosse imbottite, dove il mestiere più nobile sembra essere quello di imparare a stare seduti senza mai cadere, anche quando la sedia, per colpa loro, traballa pericolosamente.

E allora mi chiedo, e vi chiedo, come abbiamo fatto a ritrovarci in questa situazione, circondati da questi personaggi che sembrano usciti da un catalogo di figurine incompiute, privi di quella cosa che una volta si chiamava carattere, o più volgarmente, ma con efficacia, palle, perché la mancanza di spina dorsale è diventata un requisito per l’assunzione, una dote da esibire con orgoglio in ogni intervista. 

Osservo questi signori, e li vedo cresciuti, quei ragazzi e quelle ragazze che già all’adolescenza avevano imparato la lezione più importante: chinare il capo per non essere notati, annuire per essere premiati, tacere per essere scelti!

Li vedo oggi, nelle loro aule ovattate, e ritrovo in loro lo stesso gesto servile, solo che ora lo fanno non più verso il preside o il compagno più popolare, ma verso il potere, qualsiasi esso sia, purché tenga in mano un microfono o un’agenda piena di numeri utili, e così si sono costruiti una carriera sulle ginocchia, ma non per pregare, per salire.

Eppure, ciò che più mi ferisce, ciò che davvero mi indigna fino al midollo, non è tanto la loro presenza, quanto il loro operato, o meglio, il loro non-operato, perché questi sedicenti governanti, questi araldi del nulla, hanno trasformato il dibattito in un ronzio di sottofondo, un brusio continuo e insensato che somiglia in modo impressionante a quello delle cicale nelle sere d’estate. 

Ricordo, con un brivido di nostalgia intellettuale, come li chiamava la Fallaci, quella donna che sapeva guardare oltre, e li definiva “cicale e sciacalli”, e mai definizione fu più azzeccata, perché le cicale fanno solo rumore, un frastuono che riempie l’aria ma non lascia nulla, e gli sciacalli aspettano, annusano la carogna, si avvicinano quando il corpo è già esausto per strapparne un pezzo di carne, e questo è esattamente ciò che vedo ogni giorno: un Parlamento che ronza, che strepita, che si riempie la bocca di parole vuote mentre fuori il paese reale, quello che lavora e suda, quello che paga le tasse e si alza all’alba, aspetta invano un gesto, un’azione, un pensiero che non sia la solita, stanca, sterile litigata da bar dello sport.

E non fermiamoci al semplice sguardo, perché il teatro è più complesso, e la regia è affidata a un copione ben scritto che non viene dai banchi dell’opposizione o da quelli del governo, ma da un palco più alto e più oscuro, dove la politica e l’imprenditoria si stringono la mano in un patto che sa di tangente e di consenso artefatto. 

La propaganda mediatica, quella che ci inonda ogni mattina come una pioggia acida, non è altro che il megafono di questo sistema, una voce che non racconta la realtà ma la costruisce, pezzo dopo pezzo, servizio dopo servizio, twittata dopo twittata, e noi, poveri spettatori, siamo costretti a bere questo intruglio amaro credendo che sia l’unica verità possibile. 

I nostri giullari, in questo, sono maestri consumati, perché sanno dosare la menzogna con la mezza verità, la promessa con il rinvio, e lo fanno con una disinvoltura che solo chi ha venduto l’anima molto tempo fa può permettersi, e così si alternano sul palco, leggono il gobbo che qualcun altro ha scritto per loro, e noi li guardiamo, e in quel guardare perdiamo la capacità di distinguere il buffone dal re, il giullare dal consigliere, e alla fine il sospetto che siano tutti la stessa persona, in fondo, diventa una certezza che ci stringe lo stomaco.

Ma è proprio in questa ragnatela di chiacchiere inutili e di silenzi complici che io vedo il tradimento più grande, quello che non si consuma con un colpo di stato ma con un’assenza, giorno dopo giorno, una lenta erosione di ciò che significa vivere in una comunità, perché mentre loro discutono animatamente su chi abbia il diritto di parlare più a lungo, le scuole crollano, gli ospedali chiudono i reparti, i giovani scappano e gli anziani muoiono in attesa di una visita che non arriverà mai. 

E il rumore di fondo, quel ronzio perpetuo di cicale affamate, copre il dolore reale, lo attutisce, lo rende un sordo sottofondo che quasi non si sente più, e così, in questa nebbia sonora, gli sciacalli fanno il loro lavoro, sbranano le risorse, si nutrono della nostra rassegnazione, e la maggior parte dei cittadini di questo paese, come un popolo di sonnambuli (come un popolo di pecore – sì, l’ho detto) applaudono alle loro uscite, perché la televisione ce le ha presentate come quella pubblicità… geniali, mentre i giornali li hanno descritti come necessari, e poi c’è il web, già… che ne ha fatto dei meme, e alla fine sono tutti lì, con un sorriso ebete, a chiedersi se forse non abbiamo esagerato a lamentarsi.

Eppure, in tutto questo carosello di marionette dai fili troppo visibili, c’è un filo di speranza, o forse è solo un riflesso della mia ingenuità, che mi fa credere che un giorno qualcuno si stanchi di questo circo, che la folla smetta di ridere alle battute dei giullari e cominci a guardare oltre il sipario, verso quelle quinte dove si nascondono i veri burattinai. 

Ma per fare questo, per scrollarci di dosso questa polvere di mediocrità che ci ricopre, dovremmo prima imparare a riconoscere la differenza tra chi parla per dire e chi tace per ascoltare, tra chi si siede per governare e chi si siede solo per godersi il panorama di una poltrona comoda, ma soprattutto bisogna eliminare dalla propria testa di aver bisogno di loro, affinché possano raccomandare i vostri figli a scuola, all’università per una materia o una lode, o peggio, per un’accelerazione burocratica. E poi ci sono i concorsi pubblici, il posto di lavoro, il ricovero ospedaliero che arriva solo se chiami il nome giusto, la deroga edilizia che si sblocca con una telefonata, l’appalto che si vince prima ancora di scrivere il preventivo, il finanziamento pubblico che profuma di favore. E ancora: l’influenza su una sentenza, la spinta mediatica, il contatto che apre una porta che per gli altri resta chiusa. E infine, per i più ambiziosi, un posto in una lista elettorale o in quegli enti di secondo livello che sono il parcheggio dorato di tante carriere senza merito.

Sì… perché il vero problema non sono solo quelli seduti nelle poltrone, bensì tutti quei miei connazionali, che ahimè… numerosi e anch’essi “buffoni e giullari di corte” hanno deciso da tempo da che parte stare! Già… perché chi chiede una raccomandazione, in fondo, sta giocando lo stesso gioco, alimentando lo stesso ingranaggio, la stessa illegalità, già… e poi – incredibilmente – dopo aver goduto del “favore” richiesto, eccoli lì… a parlare, a indignarsi di quanto accade in televisione.

Sono dei meri ipocriti e abietti, perché sono loro che hanno reso con quel circolo vizioso la nostra democrazia così fragile: un popolo che si lamenta dei raccomandati, ma che al primo ostacolo cerca disperatamente un politico da raccomandare! Mi viene il vomito e se lo scrivo, è perché a differenza loro, mi posso permettere di farlo! Visto che nel corso della mia vita, non ho mai avuto bisogno di nessuno!

E così… mentre ancora discuto con me stesso, alzo lo sguardo e rivedo le loro facce, le stesse di sempre, che si affacciano dai monitor e dai giornali, e capisco che il problema non sono solo loro, le maschere, ma anche tutti quelli che li applaudono, che li cercano, che li supplicano, che li rendono potenti con le loro richieste e poi, una volta ottenuto il favore, li rinnegano con la stessa ipocrisia con cui li avevano cercati. Perché senza quei mille supplicanti, quei giullari non sarebbero nessuno, sarebbero solo voci inascoltate in un Parlamento vuoto. Invece, il popolo li nutre, li alimenta, e poi si volta dall’altra parte fingendo di non sapere come funziona il mondo.

Ma io, da questa parte, resto a guardare. Non chiedo, non supplico, non piego la schiena. E forse questa mia solitudine, questa mia ostinata lontananza, è l’unico gesto che ancora mi distingue da loro. Perché loro, tutti loro – quelli seduti e quelli che chiedono – sono la stessa faccia della stessa medaglia, e io non voglio avere nulla a che fare con nessuna delle due.

Ecco perché resto qui, fuori dal gioco, a guardare questo spettacolo che ha smesso di essere divertente e che per me, per fortuna, non è mai stato il mio destino e farò in modo, un giorno – andando via nuovamente lontano da questo Paese – di non vedere più questo indegno spettacolo.

La possibilità del nulla: tra distruzione e nuovi valori.


Mi chiedo spesso se il nulla sia davvero il principio di tutte le cose, persino di Dio.

Questa idea non è solo un sussurro poetico, ma un’eco profondo che risuona in una delle correnti più buie del pensiero: il nichilismo russo dell’Ottocento, che vedeva nel vuoto cosmico una chiamata all’azione distruttiva.

Oggi, guardando al mondo che ci circonda, non posso fare a meno di notare quanto quella logica si sia trasformata in realtà concreta…

La violenza non è più un’estremizzazione ideologica, ma una pratica quotidiana, giustificata da narrazioni assolute che si ergono a unica verità mentre cancellano interi popoli sotto l’ombra di bandiere che dovrebbero proteggere, non coprire crimini.

L’impotenza dell’ONU, la normalizzazione delle stragi, la recrudescenza dei conflitti etnici e religiosi, la guerra che diventa spettacolo mediatico e tutto questo non è solo frutto di interessi geopolitici, ma anche di un vuoto esistenziale colmato con identità estreme, con la furia di chi non ha più nulla da perdere se non l’illusione di un senso.

Nietzsche, con lucidità spietata, ci aveva insegnato a distinguere due volti del nichilismo: uno passivo, che si arrende all’assurdo e annichilisce la volontà, l’altro attivo, che distrugge gli idoli non per restare nel deserto, ma per preparare il terreno a nuovi valori.

Eppure, oggi, questa distinzione si è offuscata: la distruzione non sembra più aprire spazi per qualcosa di nuovo, ma riprodurre soltanto caos su caos, come se l’umanità, incapace di sopportare il silenzio dell’universo, preferisse il rumore della guerra al terrore del vuoto.

Forse è proprio questo il cuore della crisi: la scoperta che nulla è necessario, che tutto è possibile e perciò profondamente ingiustificato.

Di fronte a un mondo senza fondamento, molti scelgono di costruire idoli fragili – la nazione, la razza, il mercato, la rivoluzione – pur di non restare soli con la domanda che brucia: “Perché?”.

Altri, invece, si ritirano in un silenzio rassegnato, convinti che ogni azione sia inutile, che ogni parola sia già stata svuotata di senso.

Ma il mio dubbio più grande rimane: siamo di fronte alla verità ultima dell’esistenza, o all’ultimo, tragico errore della nostra mente che, non trovando risposte, decide di adorare il vuoto che ha creato?

Forse la risposta non sta né nella resa né nella distruzione, ma nella capacità di abitare il dubbio senza cedere alla disperazione, di cercare nuovi valori sapendo che sono fragili, umani, imperfetti, e proprio per questo, autentici…

Sì… perché fintanto che l’uomo continuerà a porre domande – anche nel cuore del nulla – non sarà mai completamente perduto.

Verso una seconda “Nakba”? Il destino ineluttabile di Gaza…

Faccio seguito a quanto scritto ieri, puntualizzando i motivi che potrebbero portare in questi anni al totale esodo del popolo palestinese dalla Striscia di Gaza e, in seguito, dalla Cisgiordania, oltre alla fine del gruppo militare Hamas. 

La mia opinione è che si stia preparando un’operazione militare congiunta tra Stati Uniti e Israele, ufficialmente presentata come un’azione per liberare gli ostaggi israeliani ancora detenuti, ma con l’obiettivo più ampio di annientare definitivamente Hamas e svuotare quel territorio, forse per trasformarlo, come dichiarato da Trump tempo fa, in un luogo di villeggiatura.

Questa riflessione trova conferma in fonti ben informate che riferiscono come Hamas abbia già iniziato ad adottare misure drastiche per impedire qualsiasi infiltrazione israeliana nei luoghi dove sono nascosti gli ostaggi, vivi o morti che siano. Ogni movimento sospetto viene monitorato, e chiunque cerchi di individuare quei nascondigli viene considerato una spia al servizio di Israele. 

L’ordine è chiaro: giustiziare immediatamente chiunque si avvicini senza autorizzazione e, nel caso in cui le forze israeliane riescano a localizzare i prigionieri, ucciderli prima che possano essere liberati.

Dopo una temporanea sospensione di queste direttive durante la tregua dello scorso gennaio, ora sono state ripristinate con ancora maggiore severità. Hamas ha ribadito ai suoi membri che, in caso di estrema necessità, gli ostaggi dovranno essere eliminati. Israele, dal canto suo, ha avvertito che se non ci sarà una liberazione immediata, la situazione potrebbe degenerare rapidamente, lasciando spazio solo alla forza bruta e non più alla diplomazia.

Trump, intanto, spinge per una linea dura: niente tregua con Hamas. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che il gruppo non ha mostrato alcuna reale volontà di raggiungere un accordo, nonostante i ripetuti tentativi di mediazione, e che agisce in modo incoerente e senza buona fede. Di conseguenza, stanno valutando opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi, probabilmente attraverso un’escalation militare.

Il governo israeliano, invece, sembra ancora credere che Hamas sia interessato a un negoziato, ma sta giocando una partita al rialzo, chiedendo condizioni che Netanyahu ha definito “irrealistiche“. Questo atteggiamento ha creato tensioni persino all’interno della Striscia di Gaza, dove alcune fazioni più pragmatiche vorrebbero accelerare un accordo, mentre altre rifiutano qualsiasi compromesso.

Purtroppo, tutto questo non fa che avvicinare lo scenario che temo da tempo: una distruzione totale di Hamas, sì, ma al prezzo di un nuovo esodo forzato della popolazione palestinese, già stremata da anni di conflitto e ora sull’orlo della carestia. 

La comunità internazionale continua a discutere, ma le parole non bastano più. Senza un intervento concreto, ciò che resta di Gaza rischia di diventare solo un altro capitolo nella lunga storia di sofferenza di questo territorio.

Dai roghi di Alessandria ai missili di oggi: la cultura sempre sotto attacco.

Si racconta che Hitler abbia ordinato di risparmiare Oxford dai bombardamenti, forse per il suo valore come faro di conoscenza, forse perché sognava di farne il cuore del suo dominio europeo.
Quel che è certo è che, in quell’occasione, la guerra sembrò inchinarsi, seppur per un momento, davanti al peso sacro della cultura.

Oggi, invece, i missili non distinguono più tra caserme e biblioteche, tra soldati e studenti, tra laboratori e trincee. Volano ciechi, distruggono senza guardare, e quando colpiscono, è sempre la civiltà a perdere.

Proprio come Oxford, il “Weizmann Institute of Science di Rehovot” era un tempio del sapere, un luogo dove menti brillanti lavoravano alla frontiera della scienza: matematica, fisica, biologia, intelligenza artificiale.

Ma in questa guerra, nessun sapere è innocente. Le stesse scoperte che avrebbero potuto curare malattie o esplorare le stelle sono state piegate alla logica delle armi, trasformate in droni, laser, sistemi di difesa. E così, quando l’Iran ha risposto agli attacchi israeliani, ha preso di mira proprio quel simbolo, perché oggi la cultura non si protegge più, si usa come bersaglio.

Pochi ne hanno parlato. Le immagini dei danni sono svanite nel silenzio dei governi, come se la distruzione di un centro di ricerca fosse un dettaglio trascurabile, un effetto collaterale accettabile. Eppure, ogni volta che un missile cade su una biblioteca, un museo, un’università, è l’umanità intera a perdere qualcosa. Non solo muri e libri, ma secoli di progresso, di domande, di scoperte.

Forse è questo il paradosso più amaro: in un’epoca in cui la conoscenza è più accessibile che mai, continuiamo a bruciarla!

Già… siamo tornati ai tempi in cui il sapere era merce rara, custodita da pochi, negata ai molti. Solo che oggi non servono roghi o editti, basta un missile. E mentre le macerie fumano, ci illudiamo ancora di stare combattendo una guerra, quando in realtà stiamo solo scavando la nostra ignoranza!

Medioriente: solo chi non possiede un'adeguata competenza, può pensare di risolvere il problema con un banale colloquio!!!

Bisogna conoscere la storia di quel territorio, per poter comprendere perché si è arrivati oggi a questo punto!!!

Innanzitutto bisogna ripartire da una questione e cioè la creazione di una nazione che non esisteva, quantomeno non nel periodo storico che stiamo da poche generazioni vivendo…

Per la popolazione ebraica non esisteva alcuno Stato fino al 14 maggio 1948, quando il primo ministro David Ben Gurion proclamò ufficialmente la nascita dello Stato d’Israele!!!

Era più di duemila anni che quel popolo vagava per il mondo senza che mai alcuna comunità internazionale riconoscesse loro quel promesso territorio, già…  così esaltato in quel noto libro bibblico. 

La stessa circostanza però andrebbe fatta per il popolo palestinese, in quanto anch’essi – per che come abbiamo visto nel corso di questi secoli – sono stati ahimè esposti a continue dominazioni…

Da ciò possiamo comprendere quanto difficile sia per entrambi la costruzione di due Stati, ma non solo, bisogna fare in modo che queste due entità convivano tra loro in modo pacifico, ma nel far ciò ci si dimentica che l’esistenza di uno, mi riferisco allo Stato Israeliano, ha comportato (per l’altro popolo) di essere nel proprio territorio estranei, in quanto improvvisamente inglobati in quella emergente nazione ebraica, se pur, come riportato sopra, in quel preciso periodo non esisteva alcuna entità di nazione che identificasse come Stato il popolo palestinese.

Ovviamente un ignaro osservatore a prima vista potrebbe osservare come il diritto all’esistenza di una, precluda di fatto l’esistenza dell’altra, mentre qualcun’altro potrebbe presumere che solo con la cancellazione di una delle due parti, si potrebbe giungere finalmente a un assetto che riporti ordine e pace. 

Ed è ciò che sta accadendo in quel territorio da oltre mezzo secolo e cioè che non vi è un solo palestinese che vuol riconoscere la presenza d’Israele, in quanto ritiene quella sua presenza edl tutto intrusa!!!

Ecco perché ritengo che non vi sarà alcuna soluzione diplomatica che potrà nell’immediato risolvere questo problema, perché nessuno, né gli israeliani e ancor meno i palestinesi, vogliono convivere rinunciando alla propria identità di nazione autonoma e difatti avrete modo di vedere che, neppure l’eventuale creazione di due Stati limitrofi e indipendenti, porterà in quell’area una pace definitiva o come in molti confidano una possibile collaborazione… 

Non vi è alcuna risoluzione politica a questo dilemma ed una sua alternativa è talmente complessa da realizzarsi che difficilmente, seppur i propositi positivi internazionale posti in campo, si potrà risolvere in maniera celere la questione. 

Sì… mi dispiace dirlo, ma non credo che vi possano essere negoziati internazionali che porteranno ad una pace, anche perché gli interlocutori non sono dei semplici cittadini che provano a trovare una soluzione pacifica, bensì da entrambe le parti sono i militari a comandare, in particolare sono proprio alcune formazioni militari a non avere alcuna intenzione di trovare un accordo in quanto di essi (mi riferisco ad esempio alle milizie di Hamas ed Hezbollah) sono volontariamente lì per combattere e distruggere Israele e fintanto che resterà un solo ebreo in quel territorio, la loro missione di lotta armata andrà avanti, possa anche dover passare un altro secolo!!! 

Perché così è stato sin dal dopoguerra e così sarà per sempre!!!

Certo vorrei (come molti di voi) esprimere parole diverse, auspicare che improvvisamente questo conflitto possa terminare e comprendo quanto sia più agevole fantasticare una soluzione pacifica che continuare ad assistere ad una guerra ingiustificabile…

Ma auspicare che – dopo quanto accaduto a Gaza e nel sud del Libano – si possa ritornare come prima, è non voler ammettere la realtà o far finta – ipocritamente – che si possa arrivare a un disarmo celere in tutta quell’area mediorientale!!!

Difatti, pensare che Israele sospenda il proprio attacco è voler favoleggiare che quei contrari gruppi militari decidano improvvisamente di disarmarsi per giungere a una tregua; tutti sanno che un’eventuale pace “provvisoria” servirebbe esclusivamente a far riarmare le parti in causa, un breve sospensione che porterà nuovamente tra qualche anno ad un nuovo conflitto!!!

Ecco perché preannuncio che questa situazione non porterà a nulla di buono, anzi viceversa penso che entrambi le parti potrebbero restare coinvolti in un conflitto talmente grave che alla fine tutti potrebbero pentirsi di aver solo cominciato, sì… una lotta che si potrebbe concludere ahimè con una preoccupante profezia e cioè la distruzione di entrambi i popoli!!!

Scriveva Geremia: «Ridurrò Gerusalemme un cumulo di rovine, rifugio di sciacalli; le città di Giuda ridurrò alla desolazione, senza abitanti. Chi è tanto saggio da comprendere questo? A chi la bocca del Signore ha parlato perché lo annunzi? Perché il paese è devastato, desolato come un deserto senza passanti?… Come siamo rovinati, come profondamente confusi, poiché dobbiamo abbandonare il paese, lasciare le nostre abitazioni. Udite, dunque, o donne, la parola del Signore; i vostri orecchi accolgano la parola della sua bocca. Insegnate alle vostre figlie il lamento, l’una all’altra un canto di lutto: La morte è entrata per le nostre finestre, si è introdotta nei nostri palazzi, abbattendo i fanciulli nella via e i giovani nelle piazze. I cadaveri degli uomini giacciono – dice il Signore – come letame sui campi, come covoni dietro il mietitore e nessuno li raccoglierà».


Zelensky, forse è tempo di sedersi al tavolo con il nemico: peraltro contìnuare… porterà solo morte e distruzione!!!

Presidente Zelensky la prego… è finito il tempo in cui interpretava il ruolo del professore che denunciando la corruzione della politica nazionale attraverso il web riusciva incredibilmente a diventare così popolare da venir eletto realmente Presidente dell’Ucraina!!!

Presidente… il tempo delle fiction è finito e Lei non è più dinnanzi ad una telecamera, quì a causa di decisioni e posizioni un po’ troppo intransigenti decise dal suo governo è scoppiata una guerra e questa purtroppo non finirà a seguito di un eventuale intervento armato straniero, d’altronde mi dica, quale potenza estera potrebbe mai decidere di venire in sua difesa o sarebbe capace di contrastare quella forza militare russa… no tutt’altro, la guerra finira solo dopo che sarete stati totalmnente occupati e sarete rientrati all’interno di quel loro controllo russo!!!

Ed allora, non ci vuole molto a capirlo, forse è meglio che Lei faccia un passo indietro, che si rimuova  – per amore dei suoi fratelli e sorelle – da quella posizione occupata, dalla quale ancora oggi incita i suoi connazionali a combattere, ma contro chi poi, già… dimentica come la Russia rappresenti una delle potenze attualmente più forti al mondo e che non si lascerà intimorire da nessuno, ancor più se dovesse sentirsi, per come sta attadendo, aggredità dal mondo intero!!!

Qui non si tratta di combattere Golia con la fionda, d’altronde Lei non è Davide e soprattutto dietro di Lei non vi è alcun Dio che la protegge, quindi l’unica cosa che può fare  è sedersi al tavolo dei negoziati, accettare la tregua e concedere le regioni richieste dalla Russia, che vanno dal Donbass fino alla Crimea, per poi riconciliarsi con quello che un tempo le era partner…

Certo ora i sentimenti sono fortemente discordanti, l’odio prevale sulla ragione, penserà che non vi è alcun motivo che la spinge a dover mediare, ma è proprio in queste circostanze che bisogna esser forti, proprio per non venir definitivamente sopraffatti e non far pagare le proprie incaute decisioni, ai suoi connazionali, in particolare a donne e bambini…

Vedrà, ci sarà tempo per far valere le proprie ragioni, non oggi e forse neppure tra un anno o più, ma verrà un giorno in cui le circostanze cambieranno e vedrà quel giorno qualcuno (forse anche al suo posto) riuscirà a far valere le ragioni dell’Ucraina e chissà allora si ritroverà nuovamente quella democrazia che oggi a causa della guerra state perdendo…

Viceversa, far distruggere la Sua nazione traslerà di parecchio quel passaggio ma non solo, farà contare ahimè migliaia e migliaia di vittime innocenti!!!

E’ tempo quindi di chiedere la pace e soltanto Lei può farlo, noi vedrà non lasceremo sola l’Ucraina, ma faremo di tutto per aiutare quanti oggi sono in fuga e soprattutto chi come Lei ha deciso di rimanere, ma ora la prego è tempo di fare un passo indietro, ripeto… non per viltà, ma proprio per amore della sua bellissima nazione!!!