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Il miraggio dell’ideologia: Quando Hitler indossa la kefiah. E infine, un pensiero… e, soprattutto, una speranza.


Buongiorno… inizio stamani parlando di un’immagine riprodotta su un muro, perché a volte l’arte riesce a dire ciò che le parole, impigliate nella cortesia del dibattito, non osano proferire.

Qualche giorno fa, durante una manifestazione pro-Palestina, è apparso lungo il percorso del corteo un affresco dell’artista italiano AleXsandro Palombo, che raffigurava Adolf Hitler mentre applaudiva, con una kefiah palestinese annodata al collo e una fascia rossa al braccio su cui spiccava una sola parola: “HATE” (odio).

Ed allora mi sono chiesto: ma chi guarda quell’immagine, cosa sta realmente osservando? Perché nessuno tra i presenti, credo, potrebbe credere davvero che Hitler abbia indossato una kefiah. E quindi, si tratta di un’assurdità non solo visiva, ma soprattutto storica. Eppure in molti si sono fermati a guardare quell’immagine, che – ripeto – non rappresenta un fatto, bensì (ma solo… per alcuni) un miraggio.

Ma si sa… un miraggio non è altro che una bugia, qualcosa che appare reale solo finché restiamo a distanza, finché non proviamo a toccarla, prima di accorgerci quindi che non esiste.

Ed allora viene spontaneo chiedersi: che cosa sta davvero dicendo quella figura grottesca? Il miraggio dell’ideologia funziona esattamente così: ti promette una verità nitida, un nemico ben riconoscibile, una giustizia totale, ma appena ti avvicini scopri che l’acqua era solo sabbia e il senso di marcia un’illusione ottica.

Ed è qui difatti che il discorso si fa sottile, perché quella kefiah al collo di Hitler non è solo un oltraggio alla memoria, è il sintomo di una trasformazione più profonda. Quello che in molti chiamiamo “palestinismo“, infatti, non è il semplice e legittimo sostegno al popolo palestinese, ma un miraggio ideologico che ha trasformato in questi anni la Palestina e il suo popolo in un simbolo globale, una lente universale capace di interpretare ogni forma di oppressione come se fosse la stessa cosa.

Ed allora, imperialismo, capitalismo, razzismo sistemico, omofobia, ma non solo, anche odio interreligioso, tutto passa attraverso quella lente, tutto diventa declinabile nella stessa narrazione, tutto si appiattisce in un’unica, rassicurante contrapposizione tra oppressi e oppressori.

In Occidente, questo fenomeno viene spesso descritto come una “geopolitica sentimentale” o una postura morale, ma forse è più corretto chiamarlo con il suo nome: un miraggio intellettuale che promette profondità analitica, ma consegna solo semplificazione emotiva, una scorciatoia che evita la fatica di distinguere, di contestualizzare, di ammettere che il dolore non è mai uguale a se stesso e che usare una tragedia per spiegare tutte le altre è, in fondo, una forma di pigrizia morale travestita da militanza.

Certo, esiste anche una corrente più dura di questo “palestinismo“, quella che gli analisti storici definiscono come nazionalismo armato o ideologia religiosa che persegue la lotta armata e nega storicamente il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele.

E anche qui, il miraggio gioca la sua parte: l’idea che la violenza possa essere pura, che una causa giusta non abbia mai bisogno di compromessi, che la soluzione a due Stati sia un tradimento e la coesistenza una debolezza.

Ma è proprio questo il paradosso del miraggio: più ti convinci di camminare dritto verso la liberazione, più ti allontani dalla possibilità concreta della pace!

Perché l’ideologia, quando diventa totalizzante, quando non tollera sfumature né contraddizioni, finisce per alimentare proprio quel sistema che dice di voler abbattere. Produce propaganda, non soluzioni, influenza il dibattito pubblico, non la vita reale delle persone che dice di voler difendere. E così, mentre sventoliamo bandiere e ripetiamo slogan, il miraggio si fa spesso, e l’acqua della giustizia si rivela ancora una volta polvere e deserto.

E allora ritornando nuovamente a quell’affresco di Palombo, a quel Hitler con la kefiah che nessuno ha mai visto, se non nella fantasia di un artista, perché l’immagine si sa… non è realistica, è appunto un miraggio, ma un miraggio costruito con un intento preciso: smascherare la natura illusoria di certe derive ideologiche, mostrare come l’odio più atavico possa travestirsi da abito nuovo, come la memoria della Shoah possa essere non solo dimenticata ma strumentalizzata, piegata a una narrazione che la svuota di significato per riempirla di altro.

Ecco perché forse, l’unico modo per non cadere in questo inganno è imparare a distinguere, con pazienza e coraggio, tra sostenere un popolo e adorare un’ideologia, tra gridare giustizia e costruire pace, tra guardare il miraggio e chiedersi da dove provenga davvero la luce che lo genera.

E questo – me ne rendo conto mentre scrivo – è un esercizio faticoso, scomodo, poco adatto ai ritmi del dibattito contemporaneo. Ma forse è proprio questa fatica il prezzo da pagare per non ritrovarci, un giorno, ad applaudire convintamente senza nemmeno voltarci a guardare chi ci sta accanto, magari un fratello che abbiamo smesso di riconoscere, già… nel miraggio che abbiamo (forse anche senza volerlo) contribuito a creare.

Infine, un pensiero, e soprattutto, una speranza…

Credo che entrambi gli stati, quello palestinese e quello israeliano, meritino di trovare definitivamente un loro posto nel mondo. Ma soprattutto, devono ripartire insieme per costruire, in quella terra, un unico popolo che possa convivere, senza dimenticare che entrambi, sin dall’antichità, sono sempre stati legati in quanto fratelli e sorelle, discendenti da una stessa stirpe genetica, quella dei semiti. 

Le scoperte dell’archeogenetica hanno difatti confermato ciò che la tradizione biblica aveva già narrato: ebrei e palestinesi condividono gran parte del loro DNA, essendo entrambi eredi delle antiche popolazioni cananee che abitavano la Terra di Israele già tremila anni fa. 

Abramo non è padre di un solo popolo, ma di due: Ismaele e Isacco. Da Isacco discende Giacobbe, e da Giacobbe il popolo d’Israele. Da Ismaele discendono invece le popolazioni arabe. Due fratelli, separati da una storia che ha trasformato una parentela di sangue in una rivalità di secoli. 

Eppure, se si torna abbastanza indietro con lo sguardo, quella rivalità scompare. Non c’erano muri, non c’erano confini, non c’erano bandiere, c’erano solo famiglie che coltivavano la stessa terra, pregavano lo stesso Dio con nomi diversi, piangevano gli stessi morti. 

Già… la narrazione che vuole ebrei e arabi come nemici eterni è un’altra costruzione ideologica, un altro miraggio che serve solo chi ha interesse a mantenere aperta la ferita. Perché la verità, scomoda e bellissima insieme, è che non esiste un “noi” e un “loro” geneticamente separati, esiste soltanto un “noi” che ha dimenticato di essere tale. 

E forse, l’unico modo per uscire davvero da questa spirale di odio e propaganda è smettere di parlare di due popoli in guerra e cominciare a ricordare che sono sempre stati, prima di tutto, una sola famiglia che ha solo smarrito la strada di casa.

L’Egitto riaccende un sogno sepolto nella sabbia.

C’è qualcosa che si muove nel profondo del nostro immaginario collettivo quando pensiamo a un luogo dove l’uomo decide di cambiare il volto della Terra, come se in quegli atti estremi si celasse una parte della nostra anima più antica, quella che un tempo costruiva piramidi e sognava città perdute sotto le onde. 

È lo stesso brivido che oggi ci spinge a osservare con attenzione ciò che accade in Egitto, dove un’idea sepolta nel tempo sta riemergendo dalla sabbia con una forza inaspettata: quella di trasformare la depressione di Qattara, un’enorme conca nel deserto che scende a più di cento metri sotto il livello del mare, in un nuovo mare artificiale. 

L’idea è semplice, quasi elementare: scavare un canale di circa 50 km che colleghi il Mediterraneo a questa voragine e lasciare che l’acqua scorra, inevitabile, verso il basso, portando con sé energia, vita e un futuro diverso.

Per decenni questo progetto è rimasto confinato nei manuali di ingegneria visionaria, accantonato per i costi proibitivi e le incertezze tecniche, ma oggi qualcosa è cambiato. La crisi climatica, la carenza d’acqua, la corsa alle energie rinnovabili e la pressione demografica stanno ridisegnando le priorità, già… un oro liquido blu prezioso che scorre sempre più raramente, diventando il centro di ogni strategia. 

Così, quello che sembrava un sogno impossibile riprende corpo, non come fantasia, ma come possibile necessità. L’Egitto, terra di opere titaniche, sembra pronto a sfidare ancora una volta la natura, non per vanità, ma per sopravvivenza. Dopotutto, non è forse la stessa civiltà che ha domato il Nilo, scavato canali attraverso deserti e costruito città dove prima c’era solo silenzio?

C’è un precedente, silenzioso ma potente, che emerge dal deserto del Nord Africa e che non possiamo permetterci di dimenticare: il Grande Mare Fossile, l’enorme acquedotto sotterraneo voluto da Gheddafi in Libia, un’opera titanica che ancora oggi trasporta acqua dolce dalle antiche falde del Sahara, risalenti a migliaia di anni fa, fino alle città del Mediterraneo come Tripoli e Bengasi. 

Fu un progetto ambizioso, uno dei più grandi al mondo, capace di muovere milioni di metri cubi d’acqua al giorno attraverso migliaia di chilometri di tubi, come se il deserto stesso avesse un cuore pulsante nascosto sotto la sabbia. All’epoca fu definito il “Settimo Miracolo del Mondo” da chi lo celebrava, mentre altri lo vedevano come un atto di sperpero, un prelievo massiccio da riserve non rinnovabili che un giorno si sarebbero esaurite. 

Ma al di là del giudizio, quell’opera resta un monito e un esempio: dimostra che quando la necessità stringe, gli esseri umani sono capaci di progettare su scale inimmaginabili, di spostare l’acqua come se fosse sangue per un corpo assetato. E proprio per questo, oggi, mentre si parla di Qattara, non possiamo ignorare ciò che la Libia ci ha mostrato: che trasformare il deserto è possibile, ma che ogni goccia portata alla luce ha un costo, e che il tempo, spesso, è il giudice più spietato.

Eppure, dietro ogni grande cambiamento c’è un’ombra, una domanda che non può essere ignorata. Che cosa accadrà a quel deserto, così arido e apparentemente sterile, ma che in realtà nasconde un equilibrio delicato, un ecosistema unico che ha imparato a vivere con pochissimo? 

Alcuni temono che l’arrivo dell’acqua salata possa contaminare le falde sotterranee, l’unica fonte di vita per le oasi e le comunità che ancora resistono in quei luoghi remoti. E se l’evaporazione, inevitabile in un clima così caldo, lasciasse dietro di sé immense distese di sale tossico, come una cicatrice bianca che si allarga giorno dopo giorno? Non sarebbe allora un nuovo Mar d’Aral, quel lago scomparso che oggi è un monito per l’umanità intera?

Oltre il confine, in Israele e in altri paesi del Mediterraneo, questa prospettiva non suscita solo curiosità, ma preoccupazione. Non si tratta più solo di un progetto nazionale, ma di un’alterazione geografica che potrebbe avere ripercussioni su scala regionale, forse globale. Il dibattito cresce, acceso, tra chi vede in questa impresa una via di salvezza e chi invece teme un effetto domino irreversibile. 

E allora ci si chiede: chi decide per il destino di un intero ecosistema? Chi ha il diritto di trasformare un deserto in un mare, di giocare con forze così immense, con conseguenze che nessun modello può prevedere con certezza?

È in questo punto che il sogno si fa ambiguo, dove la speranza di un mondo migliore si intreccia con il rischio di un disastro annunciato. Perché dietro ogni grande realizzazione c’è sempre la stessa speranza: che l’uomo, con la sua intelligenza e la sua audacia, possa superare i limiti, migliorare le condizioni di vita, portare luce dove c’era solo aridità. 

Ma c’è anche il pericolo di dimenticare che ogni intervento lascia un segno, e che a volte il progresso assomiglia troppo a una fuga in avanti senza bussola. Eppure, non possiamo fermarci. Non possiamo rinunciare a immaginare, a provare, a cercare soluzioni dove sembra non essercene. 

Forse il vero valore di un progetto come quello di Qattara non è nemmeno nella sua realizzazione, ma nel fatto che ci costringe a pensare in grande, a confrontarci con domande scomode, a prendere sul serio la responsabilità che abbiamo verso il pianeta e verso chi verrà dopo di noi.

Ma d’altronde, davanti alle spese faraoniche per alimentare il complesso industriale-militare non si può non pensare a dove scorrono veramente i soldi. Molti di quei capitali, infatti, sono finiti in un settore i cui profitti sono cresciuti in modo spropositato proprio sulle vittime dei numerosi conflitti che insanguinano il mondo. 

Se poi aggiungiamo tutti i soldi buttati al vento per andare nello spazio, già… su Marte, sulla Luna, beh… credo che forse sia giunto il tempo di provare a realizzare quest’opera, sì… un nuovo mare artificiale che non sarà soltanto un lago di acqua salata in mezzo al deserto, ma rappresenterà uno specchio in cui tutta l’umanità potrà guardarsi, riflessa nella sua ambizione, nella sua paura, ma soprattutto nella sua inesausta voglia di ricominciare. 

Sì… forse, in quel riflesso, riusciremo a vedere non solo ciò che abbiamo fatto, ma ciò che potremmo ancora diventare…

Il punto fondamentale è riconoscere gli errori e correggerli al più presto possibile, prima che facciano troppo danno. Di conseguenza, l’unico peccato imperdonabile è nascondere un errore!

C’è una verità che ci sfugge con una certa regolarità, non perché sia nascosta, ma perché scegliamo di distogliere lo sguardo…
Ci dicono fin da piccoli che sbagliare è umano, e lo accettiamo come una specie di assoluzione universale, quasi un permesso a procedere senza troppi sensi di colpa, ma forse dimenticano di dirci tutta la verità: Sbagliare non è il problema, anzi, è spesso il primo passo verso qualcosa di più chiaro, di più vero.

Già… l’errore è un segnale, come una luce rossa che sul cruscotto ci avverte che qualcosa non va.

È un invito a fermarsi, a guardare, a capire…

Ma troppo spesso lo interpretiamo come una condanna, e allora reagiamo nel modo peggiore: fingiamo che la luce non ci sia, copriamo il cruscotto con un nastro o ancor peggio, stacchiamo il fusibile dell’auto che lo faceva accendere.

Eppure, nascondere non cancella! L’errore continua a esistere, anche se nessuno lo vede più, anche se si fa finta di niente e diventa più pesante col passare del tempo, perché si moltiplica in conseguenze che non avevamo previsto – ahimè – si trasforma in qualcosa di più grande di noi.

E alla fine, inevitabilmente, emerge. Non con un sussurro, ma con un tonfo! Quando accade, non è più solo un errore, è un crollo! E in quel momento, non si giudica più soltanto l’errore, ma la scelta di averlo tenuto nascosto. È lì che nasce la vera perdita di fiducia, non perché qualcuno ha sbagliato, ma perché ha preferito mentire al mondo e a se stesso.

C’è una sottile differenza tra chi cade e si rialza subito dicendo “ho perso l’equilibrio”, e chi cade e poi si affretta a dire “no… non sono caduto, è il pavimento che ha tremato”.

Perché nel primo caso, c’è dignità. Nel secondo, c’è paura. Sì… paura del giudizio, dell’immagine, della fragilità che ci rende umani. Ma è proprio in quella fragilità che si nasconde la forza.

Riconoscere un errore non ci rende deboli, ci rende presenti. Significa che stiamo ancora prestando attenzione, che non ci siamo arresi all’autoinganno. Significa che vogliamo ancora fare meglio. E forse, è l’unica vera misura dell’integrità: non quanto sei perfetto, ma quanto sei onesto con i tuoi limiti.

L’unico peccato imperdonabile, allora, non è l’errore. È il silenzio che lo segue…

Già… è la scelta di proteggere il proprio orgoglio invece che la verità. Perché quando nascondi un errore, non lo stai proteggendo solo tu, ma lo stai lasciato in agguato per qualcun altro. E prima o poi, qualcun altro inciamperà. E allora non sarà più solo il tuo errore, sarà anche la tua responsabilità.

Viceversa, se lo avessi mostrato subito, forse avresti evitato che qualcuno ci cascasse dentro.

Per cui, correggere un errore in tempo non è un segno di debolezza, ma un atto di rispetto, verso chi ti circonda, verso il tuo ruolo, verso te stesso…

È dire: sono qui, sono attento, e se ho sbagliato, lo dico.

Non per essere perdonato, ma per non tradire. Perché alla fine, non ci ricorderanno per non aver mai fallito, ma per non aver mai smesso di provare a fare la cosa giusta. E a volte, la cosa giusta è semplicemente ammettere che non lo abbiamo fatto bene.

Quel gesto, piccolo eppure enorme, è tutto ciò che serve per rimanere in rotta. Non la perfezione, che è un miraggio, ma la lucidità. E la lucidità comincia sempre con una sola frase, detta a bassa voce, ma con chiarezza: ho sbagliato…

Bisogna far ripartire i cantieri…

Poco… ma rispetto ai precedenti anni, qualcosa sta cambiando, siamo passati dai circa 18 miliardi di lavori messi in gara nel 2012 ai circa 25 miliardi dell’anno appena trascorso… 
Sappiamo bene come i lavori pubblici costituiscano un punto essenziale per la crescita del nostro paese e se i livelli di corruzione per questo settore fossero attraverso procedure “blindate” eliminati, certamente la crescita del nostro paese, sarebbe molto più celere e    
Ovviamente bisogna fare si che i bandi di gara abbiano una certa logicità… e non vengano realizzate opere per lo più inutili, che hanno quale unica motivazione, la realizzazione di un giro di spesa, necessario a certi comuni per sovvenzionare quanti operano al loro interno ( ed anche all’esterno ), per poi scoprire successivamente, grazie alle inchieste delle varie procure, che queste avessero quale scopo, quello di far girare le solite tangenti e bustarelle…
Poi ci sono opere, come quelle evidenziate nella trasmissione “Striscia la notizia”, cattedrali nel deserto che oltre ad essere rimaste incompiute, vengono solitamente abbandonate – distruggendo il più delle volte – quel meraviglioso patrimonio naturale e comportando costi esosi per la collettività!!! 
Bisogna che si trasformi quella consuetudine delle amministrazioni pubbliche di realizzare opere non necessarie in qualcosa di più utile, ad iniziarsi con i lavori di ristrutturazione e di sicurezza di quelle strutture già esistenti, come scuole, ospedali, uffici, ecc… e integrando successivamente quanto ancora resta in disponibilità finanziaria per la realizzazione di nuovi cantieri… 
L’intervento dell’Autorità nazionale anticorruzione, deve servire a valutarle anticipatamente quelle opere… per comprendere se il loro realizzo ha necessità di esistere o se la richiesta debba essere bocciata… dopotutto si tratta d’investimenti pubblici e non possono essere lasciati “arbitrariamente” ad uso e costume di pochi politici e dirigenti… 
Qui si tratta di colpire quei noti “mali” del tutto italiani, che scopriamo quotidianamente come vengono ripetuti e che ancora oggi è dimostrato essere difficili da eliminare in tempi rapidi…
Per fortuna qualcosa sta cambiando, grazie alla Legge di Stabilità, infatti si stanno programmando gli stanziamenti verso opere concrete, quali quelle infrastrutturali…
Ad iniziare dalla realizzazione e manutenzione di strade e ferrovie, per passare ai lavori causati da dissesti idrogeologici, la riqualificazione nelle città delle periferie, il patrimonio culturale e architettonico, l’edilizia scolastica, ecc…
Finalmente si punta verso opere coerenti con quanto necessario e soprattutto compatibile con le finanze pubbliche…
Inoltre, l’uscita dal patto di stabilità con il successivo pagamento degli arretrati dalle PA alle imprese affidatarie, sta permettendo di liberare risorse per nuovi investimenti… 
Il vero problema quindi, resta quello di progettare opere essenziali e allo stesso tempo pronte in tempi rapidi per trasformarsi in cantieri funzionali, dando priorità a quelle procedure di legalità e leale concorrenza, che sono di fatto le condizioni, che ahimè il più delle volte, sono venute propriamente a mancare…
Bisogna infine fare pulizia di tutte quelle imprese “prestanome”, le quali non hanno alcuna capacità imprenditoriale ma sono per lo più costituite da soggetti, che fanno riferimento alla criminalità organizzata…
Infatti queste fanno sì… d’aggiudicarsi i lavori (grazie alle certificazioni di cui sono “sulla carta” in possesso) per poi subappaltarli totalmente ad imprese “fittizie ed aleatorie” che non garantiscono minimamente quelle minime condizioni obbligatorie, come quelle relative agli adempimenti fiscali e assicurativi (il più delle volte queste società chiudono alla fine di ogni anno, per poi riaprire una nuova posizione a nome di un parente…) per continuare con i mancati adempimenti sulla normativa contrattuale e con quelle procedure previste per la sicurezza!!!
E dire… che tutte queste (affidatarie e sub-appaltatrici) hanno ancora oggi… la presunzione di definirsi “imprese di costruzione“.