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Il fiume Litani e la grande distrazione dello Stretto di Hormuz: perché Trump ha vinto e nessuno l’ha capito.


Sì… potevo iniziare il post con questo titolo: Quando il fallimento diventa strategia. L’obiettivo nascosto di Washington e Tel Aviv!

E forse, in fondo, è proprio così che dovrei intitolare ogni riflessione su questi mesi di politica estera americana, perché c’è una verità che sfugge a tutti, o forse a troppi. Ogni giorno, aprendo i social o leggendo i commenti dei sedicenti esperti di geopolitica, mi imbatto nella stessa, stanca narrazione: Trump umiliato, Trump sconfitto, Trump costretto a piegarsi davanti all’Iran. 

Il blocco dello Stretto di Hormuz, la pressione militare, i miliardi di dollari congelati restituiti a Teheran in cambio di una tregua sul nucleare. E poi le risate, i meme, i thread trionfanti su come il presidente americano abbia fallito miseramente il confronto con i pasdaran.

E io, ogni volta, li guardo e penso: non hanno capito un cazzo!

Non lo dico con supponenza, ve lo assicuro. Lo dico con la certezza di chi ha seguito il filo nascosto degli eventi, di chi ha letto tra le righe di una partita che si giocava su una scacchiera molto più ampia di quella che tutti osservavano. Perché il vero obiettivo di Trump, dei suoi consiglieri e dei suoi amici israeliani, a cominciare da quel Benjamin Netanyahu con cui condivide più di una strategia militare, non era mai stato Teheran. Il vero obiettivo era il Libano. O meglio: quella striscia di terra che Israele sogna da decenni, quella che porta i propri confini a ridosso del fiume Litani.

Io stesso l’ho scritto più volte, in questi mesi, anticipando quello che poi è puntualmente accaduto.

Dicevo che l’operazione era chiara: creare le condizioni affinché Israele potesse invadere il Sud del Libano senza apparire l’aggressore. Serviva una scusa, una motivazione credibile, una narrazione che reggesse il peso di un’offensiva militare su larga scala

E quale scusa migliore di un attacco subito? Non un attacco qualsiasi, ma quello di Hezbollah, i terroristi che da anni l’Iran foraggia e arma con missili e sostegno politico.

E qui arriva il genio, o se preferite la follia calcolata, della strategia di Trump. Si scatena il conflitto con l’Iran, si alza la tensione fino al punto di rottura, si gioca la carta dello Stretto di Hormuz come un’arma di distrazione di massa. E puntualmente, come un orologio svizzero, il governo iraniano inizia a inviare missili su Israele e sui paesi arabi che collaborano con gli Stati Uniti concedendo le proprie basi aeree. 

Nel contempo, Hezbollah, fedele al suo ruolo di longa manus di Teheran, comincia a lanciare razzi verso il nord di Israele. Alcuni di quei missili, ne sono certo, non sono stati intercettati apposta. Perché serviva che qualcuno si facesse male, che qualche razzo colpisse il bersaglio, che si potesse finalmente dire: “Hanno attaccato, ora rispondiamo“.

Ed ecco compiersi il disegno. Mentre il mondo intero, i giornali, i social, gli intellettuali da salotto, continuano a parlare del presunto fallimento americano in Iran, a ridere delle concessioni di Trump, a discutere di miliardi e di uranio, Israele invade il Libano! Avanza lungo più assi, taglia le linee di rifornimento di Hezbollah, crea quella fascia di sicurezza che da sempre era il vero premio. I confini si spostano. La geografia cambia. Il fiume Litani diventa, finalmente, il nuovo limite meridionale dello Stato ebraico.

E allora ditemi: dove sarebbe il fallimento? Trump ha ottenuto esattamente quello che voleva, o forse anche di più. Ha tenuto impegnato l’Iran su un fronte secondario, ha dato a Israele la copertura necessaria per realizzare il suo piano strategico, e ha fatto tutto questo mentre l’opinione pubblica mondiale continuava a parlare della sua débâcle. È geniale, nella sua brutalità. O forse è solo cinico. Ma certo non è un perdente.

Oggi, mentre scrivo, le truppe israeliane sono a ridosso del Litani. Hezbollah resiste, certo, ma il territorio è cambiato per sempre. E Trump può tranquillamente dire di aver mediato, di aver ottenuto una sospensione sul nucleare, di aver riaperto un canale con Teheran. Ma il prezzo che ha pagato, quei miliardi sbloccati, non è una resa: è il pedaggio per aver distolto lo sguardo del mondo dalla vera partita, quella che si giocava in Libano.

Poveri idioti e incompetenti, come li chiamo io… con quella loro competenza improvvisata, continuano a non vedere che il fallimento, a volte, è solo la maschera di un’altra vittoria. Più sporca, certo. Più nascosta. Ma non per questo meno reale. Perché la storia, si sa, non la scrivono quelli che guardano i titoli dei giornali, la scrivono quelli che sanno leggere tra le righe.

E oggi, tra il Litani e Hormuz, la lezione è chiara: quando tutti guardano da una parte, qualcuno sta già vincendo dall’altra

Trump – Meloni. Tra realtà, propaganda e favole: ciò che i video mostrano e i media non dicono.


L’inseguimento e la distanza: quando le immagini dicono più delle parole. E poi c’è quel dito puntato, quel gesto che è stato letto come un atto di sfida, ma che forse – anzi, sono certo – non era ciò che sembrava. Iniziamo da qui, perché è da qui che tutto prende senso…

C’è un filo sottile che attraversa ogni mossa di Donald Trump, un filo che molti non vogliono vedere o, forse, fingono di non scorgere per non doverne fare i conti. A lui si può dire tutto, si può accusarlo di narcisismo, di essere antipatico, di mancare di quella forma di garbo che la politica internazionale richiederebbe, ma c’è una cosa che non si può fare: mettere in dubbio la sua onestà nel dire ciò che pensa. Trump dice quello che gli passa per la testa, senza filtri, senza mediazioni, senza quel calcolo ipocrita che caratterizza tanti altri leader. E questa, paradossalmente, è la sua forza. Se ne frega del giudizio altrui, va avanti per la sua strada, e costringe tutti – amici, alleati, avversari – a piegarsi alle sue logiche. Che siano giuste o sbagliate, questo è un altro discorso, ma il punto è che lui non tradisce mai se stesso.

Eppure, nel nostro Paese, i media e alcune figure istituzionali sembrano aver scelto una narrazione diversa. Si preferisce parlare a sproposito, costruire teorie fantasiose, ignorare l’evidenza dei fatti. E i fatti, in questo caso, sono sotto gli occhi di tutti. Basta guardare i video della riunione internazionale a cui ha preso parte anche Giorgia Meloni per capire cosa sia realmente accaduto. 

Si vede chiaramente Trump mantenere le distanze dalla premier italiana. Non è un dettaglio, è un gesto che parla da solo. E lei, dal canto suo, fa di tutto per avvicinarsi: rallenta il passo quando lui si avvicina con gli altri statisti, cerca di porsi accanto a lui, tenta addirittura di parlargli mentre lui prosegue senza degnarla di uno sguardo. C’è un momento, sì, in cui si scambiano due parole, ma nessuno può sapere cosa si siano detti. Eppure, qualcuno del suo schieramento ha già provato a inventarsi la solita storiella, quella che fa comodo per i propri elettori. Io, invece, sono convinto che in quell’unico breve scambio Meloni abbia fatto di tutto per rientrare nelle grazie del presidente americano.

Ma torniamo a quel dito puntato. La scena in cui lei punta il dito contro Trump, quasi a volerlo ammonire per un comportamento offensivo nei suoi riguardi, è a mio avviso una messa in scena studiata a tavolino. Una strategia pensata per far credere al mondo che lei, la leader italiana, non si lascia intimidire. Ma è solo fumo negli occhi. La verità è che Meloni è in discesa, e la sua popolarità, ne sono certo, continuerà a scemare. Non mi sorprenderebbe nemmeno se, prima delle prossime elezioni, venisse fuori un dossier simile a quello che ha colpito la moglie del presidente spagnolo Sanchez, capace di condizionare l’intero governo.

Intanto, sento parlare di “orgoglio nazionale” da parte del presidente del Consiglio e dei suoi alleati. Ma nessuno ha mai messo in dubbio l’orgoglio dell’Italia, così come nessuno mette in discussione il legame storico che ci unisce agli Stati Uniti. Il problema è un altro: è quella propaganda televisiva incessante, portata avanti dalle solite “cicale” sottomesse alla loro regina, che continua a raccontarci frottole. Eccoli lì, sempre pronti a dipingere un quadro che non corrisponde alla realtà.

Ho ascoltato con attenzione il video che Giorgia Meloni ha pubblicato su Instagram, in cui dichiara: “Io e l’Italia non imploriamo mai“. Ma io mi chiedo: perché mettere il nostro Paese in mezzo? La brutta figura, in questa vicenda, l’ha fatta solo lei. L’Italia non è stata offesa da Trump, è stata offesa solo lei. E la sua reazione, per quanto veemente, non fa che confermare una fragilità che ormai è sotto gli occhi di tutti.

Poi, certo, c’è la solidarietà bipartisan che le è piovuta addosso. Mattarella l’ha chiamata, Tajani ha annullato la missione a Miami, Crosetto ha parlato di “caduta di stile“. Persino le opposizioni, con Conte e Schlein, si sono schierate dalla sua parte. Ma tutto questo non cambia la sostanza delle cose. Trump ha detto quello che pensa, come sempre, e lo ha fatto senza mezzi termini. Ha parlato di Meloni come di una che “implorava” per una foto, che gli faceva “pena“. Parole dure, certo, ma che arrivano dritte al cuore della questione: chi è abituato a giocare con le parole e le apparenze, prima o poi si trova nudo di fronte alla realtà.

E la realtà, per chi ha occhi per vedere, è che Trump non dimenticaNon ha dimenticato che, sulla questione dello Stretto di Hormuz, l’Italia non c’era. E lo ha ribadito con la consueta franchezza. La sua critica non è solo a Meloni, ma all’Europa intera, che a suo dire ha sbagliato tutto su immigrazione ed energia. 

Ma qui, da noi, si preferisce parlare di “uragani” e di “rotture diplomatiche“, quando forse basterebbe fermarsi un attimo e guardare i video con onestà intellettuale. Perché le immagini non mentono mai. E mostrano una Meloni che insegue, che rallenta, che cerca disperatamente un contatto che Trump non le concede. Il resto, come sempre, è solo fumo negli occhi, per i soliti italiani che, davanti all’evidenza, preferiscono abbassare lo sguardo e credere alle solite favole

Mpare… comu veni si cunta!


Mpare… sediamoci un attimo a parlare, sì… su questa cosa: “Comu venu si cunta”…

Quante volte l’abbiamo sentito e quante volte l’abbiamo pronunciato, magari alzando le spalle con quel nostro mezzo sorriso che sa di sfottò o di prendere le distanze.

È vero, c’è una profonda saggezza in queste parole, una specie di pazienza antica che profuma di questa terra e di questo mare. Il voler accettare le cose come vengono, raccontarle poi per come sono state, senza provare a indorarle troppo… 

C’è quasi una dignità in questo, una forza tranquilla che sembra dire: il mondo gira, e noi con lui, ed urlare… non è necessario.

Però, mpare, a volte mi fermo a pensare e mi chiedo se quel bellissimo “lasciar scorrere”, non si sia col tempo, un po’ troppo assopito. Già… se non si sia trasformato in una coperta di lana o una comoda poltrona dove aspettare che le cose semplicemente accadano. La filosofia diventa allora un pretesto, il “carpe diem siculo” si svuota del suo coraggio e si riempie di una strana inerzia. 

Si aspetta l’evento ineluttabile, si osserva da lontano, si spera solo di sopravvivere per poterlo un giorno raccontare. “Mancia, vive e sinni futte”, si dice. E mentre si vive e si fugge, il mondo intorno prende le sue forme, spesso senza di noi, mpare… è questo che mi lascia perplesso… 

La nostra terra è un miracolo continuo, un crocevia di storia e di coraggio che ha sfidato imperi, eppure, a volte, sembriamo aver ereditato solo la pazienza del contadino che aspetta la pioggia e non la sua capacità di costruire un sistema di raccolta di acque piovane per quando la pioggia non arriva.

Quanti stanno in disparte, come se la storia fosse uno spettacolo a cui si assiste, e non una casa che si costruisce mattone dopo mattone?
 La maggior parte aspetta che qualcun altro risolva, che l’evento “vena” da sé, che il finale si scriva da solo e nell’attesa, si commenta, si racconta, ci si arrangia…

Ma “comu venu si cunta” non era questo, non doveva essere questo. Il raccontare, alla fine, era il sigillo sull’azione compiuta, non il surrogato dell’azione mai intrapresa! Era il vecchio marinaio che narrava la tempesta superata, non quello che dalla riva descriveva le onde che vedeva all’orizzonte. 

La bellezza sta nell’affrontare, nel prendere quel “comu venu” e maneggiarlo, dargli una forma con le proprie mani, anche solo per spostarlo di un centimetro. E poi, sì, allora, raccontare. Perché la storia che vale la pena di raccontare è quella in cui ci si è immersi, rischiando la pelle, non quella che si è solo osservata da una comoda ombra.

Mpare, è ora di riprenderci la parte coraggiosa del proverbio e di ricordare a tutti i nostri conterranei che prima di “si cunta” viene “veni”, che non siamo spettatori di quel che viene, ma che siamo noi, con le nostre mani e soprattutto le nostre scelte, a farlo “venire”!

Altrimenti il rischio è che la storia la raccontino sempre gli stessi, quei pochi temerari, sì… come noi. E agli altri, ai troppi, resti il ruolo di comparse di quello stesso racconto. E questo, credimi, non è un bell’epitaffio per un popolo che ha il mare negli occhi e il fuoco della storia sotto i piedi!

“La guerra è finita”: il paradosso del Cardinale Pizzaballa in un conflitto che continua.


Già il 17 novembre scorso mi interrogavo, e vi interrogavo, su una sensazione inquieta. Parlando dell’appello del cardinale Pizzaballa e del Custode di Terra Santa per riportare i pellegrini in Terrasanta, mi chiedevo se non fossimo di fronte, più che a un desiderio puramente spirituale, alla pressante necessità di rianimare un business miliardario.

Scrivevo che forse, a Gesù, poco importa di code davanti a un presunto luogo sacro. Ciò che conta è che il suo messaggio circoli nei cuori, ovunque essi siano. Quel dubbio, quel fastidio per una fede trasformata in “commodity“, non mi ha mai abbandonato.

Oggi quel sospetto ritorna, acuito, e si trasforma in uno sconcertante senso di frattura. Perché leggo quanto il cardinale, di ritorno da Gaza, ha dichiarato: “La guerra è finita, ma Gaza resta un simbolo del conflitto e della tentazione di fuggire”. Descrive che non c’è più la guerra, ma restano povertà, tende allagate e bambini senza scuola. Sostiene che gli aiuti entrano, soprattutto quelli commerciali, anche se Gaza resta simbolo del conflitto e della fatica di restare. Pur riconoscendo le enormi difficoltà, la sua affermazione cardinale resta dunque quella: la guerra è finita. Una riflessione alta, pacata, che invita a una testimonianza di presenza.

Poi, quasi nello stesso respiro, apro i notiziari. Raid aerei israeliani su Gaza City e Rafah nella notte. Attacchi con droni nel sud del Libano, miliziani uccisi. Il ministro della Difesa israeliano parla di istituire avamposti militari nel nord di Gaza. Persino Vatican News, organo di Santa Sede, titola senza mezzi termini: “Israele, nuovi raid dell’aviazione su Gaza e Rafah”. Notizie di ieri, di oggi, in un flusso continuo che parla non di pace, ma di un conflitto che si ramifica, si intensifica, muta forma ma non sostanza.

E allora, cosa resta da pensare? Mi ritrovo spaesato, come se vivessi in due dimensioni parallele che rifiutano di incontrarsi. Da un lato, la narrazione pastorale di una guerra conclusa, che invita a guardare oltre il dolore, a ricostruire, a restare. Dall’altro, la cronaca spietata di esplosioni, dichiarazioni di belligeranza, e una tensione internazionale che non accenna a placarsi. Due verità inconciliabili occupano lo stesso spazio, e una di esse sembra vivere in una sorta di bulbo protetto, isolato dal frastuono dei motori dei caccia e dal boato degli obici.

Mi chiedo, con amarezza, se non ci troviamo di fronte all’ultima, sofisticata evoluzione di quel “business del culto” di cui parlavamo a novembre. Forse, in questa fase, il prodotto da vendere non è più solo il pellegrinaggio sicuro, ma addirittura la narrazione di un conflitto terminato. Una narrazione necessaria per far ripartire i flussi, per rassicurare, per costruire un’immagine di normalità che è funzionale a tanti, tranne che a chi sotto quelle bombe ci vive ancora. È una spiritualità che rischia di diventare una forma di negazione, un rifugio in un contesto simbolico così elevato da perdere ogni contatto con la terra bruciata della realtà.

Il cardinale insiste: “Dio non cancella la notte, ma la illumina”. È un’immagine potente. Ma quando la notte è solcata dalle traccianti e illuminata a giorno dalle esplosioni, quella luce divina rischia di essere oscurata, o peggio, di essere strumentalizzata per far vedere qualcosa che, semplicemente, non c’è. La testimonianza di fede è un atto eroico, soprattutto in quelle terre martoriate. Ma perché non si accompagna, oggi, a un grido altrettanto forte che denunci l’abisso tra le parole di pace pronunciate in una sala e le guerre che continuano fuori dalla finestra?

Forse è questa la tentazione più grande: non quella di fuggire materialmente, ma di fuggire nella narrazione. Di costruire un recinto sacro di parole rassicuranti mentre fuori infuria la tempesta. Il vero coraggio, forse, non sarebbe solo quello di “restare”, ma di restare guardando in faccia tutta la contraddizione, chiamandola per nome, senza edulcorarla in un messaggio di pacificazione prematura. Perché se il business ha bisogno di normalità, la profezia ha il dovere di gridare l’anormalità, anche quando è scomoda, anche quando disturba il ritorno ai giri d’affari.

Quel grido, oggi, mi sembra dolorosamente assente. E in questo silenzio, rischia di perdersi non solo la credibilità di una parola, ma il significato stesso di una presenza.

Droni russi? Ma quando mai… è l’ennesima macchinazione della “NATO”! Sì… per farci credere di avere un nemico che non esiste.


Droni russi? In Polonia? Ma quando mai…

Si tratta dell’ennesima macchinazione orchestrata dalla “NATO” per destabilizzare l’opinione pubblica, plasmare il consenso e indirizzare l’ira collettiva verso un nemico già predefinito!

Già… quante volte ci hanno raccontato una verità che poi si è sgretolata sotto i colpi della realtà, eppure continuiamo a bere dalle stesse fonti, a fidarci degli stessi canali, come se la storia non avesse mai provato a metterci in guardia.

Mi chiedo spesso: chi decide cosa deve arrivare alle nostre orecchie? Chi stabilisce quale versione dei fatti deve prevalere, anche quando le prove sono fragili, contraddittorie o del tutto assenti?

Sembra quasi che esista una regia silenziosa, invisibile, capace di modellare la narrazione globale con la precisione di un orologiaio, mentre noi, spettatori inconsapevoli, annuiamo convinti di sapere la verità.

È difficile non notare come certi eventi siano costruiti ad arte per generare reazioni prevedibili: paura, rabbia, richieste di intervento. E ogni volta, puntualmente, il colpevole ha lo stesso volto, lo stesso accento, lo stesso simbolo sulla bandiera. 

La Russia, negli ultimi anni, è diventata quel fantasma che aleggia su ogni crisi, su ogni incidente internazionale, come se fosse l’unica nazione al mondo capace di agire nell’ombra. Ma davvero crediamo che sia così? O forse ci stanno semplicemente abituando a cercare il male sempre nello stesso luogo, perché così è più facile giustificare le scelte geopolitiche, i riarmi, le alleanze strategiche? 

Quando sento parlare di droni russi abbattuti al confine con paesi NATO, non posso fare a meno di chiedermi: dove sono le prove concrete? Dove sono i dati accessibili, trasparenti, verificabili? Oppure assistiamo di nuovo a una sceneggiata mediatica, utile a tenere alta la tensione e a legittimare ulteriori pressioni?

Pensiamo al passato: quante volte ci hanno portato in guerra con argomentazioni fasulle? Ricordate le armi di distruzione di massa in Iraq? Un castello di bugie costruito su intelligence manipolata, dichiarazioni gonfiate, silenzi compiacenti. Milioni di persone sono morte per una menzogna che oggi nessuno osa più difendere. Eppure, all’epoca, tutti i media ripetevano lo stesso copione, come se fossero collegati allo stesso palcoscenico.

Oppure ricordiamo l’affondamento del Kursk: subito voci su incidenti provocati da sottomarini stranieri, teorie su collisioni con navi NATO. Poi, con il tempo, emerse che si trattava di un incidente interno, ma l’onda emotiva era già partita, e aveva già fatto il suo lavoro: creare sospetto, diffidenza, tensione. Anche in quel caso, la Russia fu dipinta come vittima di aggressioni occidentali, o come responsabile di disastri evitabili, a seconda delle convenienze narrative del momento.

E che dire del sabotaggio del gasdotto Nord Stream? All’inizio, ovviamente, la Russia fu indicata come principale sospettata. Una mossa logica, secondo la narrativa dominante: Putin vendica le sanzioni, colpisce l’Europa nel cuore energetico. Ma poi? Poi sono emerse tracce, analisi, testimonianze che hanno cominciato a puntare altrove. 

Giornalisti liberi e soprattutto coraggiosi, come Seymour Hersh, hanno tirato fuori documenti e fonti che indicavano un intervento diretto della NATO, con la complicità di governi europei. Non sono teorie complottiste, sono ricostruzioni basate su fonti militari e diplomatiche. Eppure, questi racconti sono stati marginalizzati, ridicolizzati, cancellati dai mainstream. Perché? Perché non si adattano alla storia che dev’essere raccontata. Perché smontare il nemico ufficiale significherebbe ammettere che il sistema ha mentito. E questo, evidentemente, non è contemplato.

Mi torna in mente anche la cosiddetta “invasione” della Georgia nel 2008. Fu la Russia a iniziare, dissero. Ma studi successivi, rapporti dell’Unione Europea, testimonianze di esperti neutrali, hanno mostrato che fu Tbilisi a scatenare le ostilità, con il sostegno esplicito di alcuni alleati occidentali.

 Ancora una volta, ecco che la Russia viene dipinta come l’aggressore, mentre in realtà quest’ultima intervenne dopo un attacco a una regione già in conflitto da anni. La stampa mondiale, però, non cambiò mai rotta. Il racconto rimase immutato: Mosca cattiva, Occidente buono. E così si costruiscono i mostri, non con la realtà, ma con la ripetizione costante di una versione dei fatti.

Tutto questo mi porta a un dubbio profondo, che non riesco a scrollarmi di dosso: siamo ancora liberi di pensare, o ci viene soltanto permesso di pensare entro limiti ben precisi? Dietro ogni notizia, dietro ogni emergenza internazionale, sembra esserci una mano che guida, che sceglie chi deve essere colpevolizzato, chi deve essere salvato, chi deve essere temuto. 

E quando questa mano appartiene a un blocco politico-militare come la NATO, che ha interessi economici, strategici e di potere da difendere, diventa ancora più urgente chiedersi: chi controlla la narrazione, controlla il mondo. 

E soprattutto… se continuiamo a credere ciecamente a ciò che ci viene servito ogni sera nei telegiornali, ahimè anche dai nostri governanti, sì… senza mai scavare oltre, senza mai domandarci chi trae vantaggio da quella specifica versione dei fatti, allora saremo sempre marionette, mossi da fili invisibili, applaudendo mentre il puparo cambia scena.

Ecco perché giunto il momento di smettere di guardare solo il palco, e iniziare a fissare l’ombra di chi sta dietro le quinte!!!