Archivi tag: gerarchia

La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora. Non mischiate le cose… perché tanto sempre da me devono tutti passare!


Buongiorno e benvenuti nuovamente in questo spazio di riflessione, dove in questi giorni ho cercato di affrontare tematiche che guardano oltre la superficie delle cose, già… per cogliere un disegno più ampio, internazionale, le cui leggi non scritte, governano tutto.

Ed allora, dopo aver riportato quanto avviene nel mondo, ho deciso di rientrare per affrontare quello che rappresenta da sempre il tema più importante che mi ha spinto sedici anni fa a realizzare questo Blog, a raccontare senza censura ciò che accade nelle pieghe dell’illegalità e che rivela una verità antica, sempre attuale e cioè che esiste un centro, un punto di osservazione e di comando dal quale tutto dipende e al quale tutto deve fare ritorno. 

Le carte del recente provvedimento dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato al fermo di alcuni soggetti, tra cui spiccano due fratelli, ci offrono uno spaccato vivido di questa dinamica; non è la storia di un semplice gruppo di malviventi, ma la fotografia di un’organizzazione che respira, che pensa, che si struttura come un organismo complesso, dove ogni cellula sa di dover rispondere a un unico principio ordinatore, e quel principio, come emerge con chiarezza dalle conversazioni captate, è la volontà di un uomo che si pone come l’asse attorno a cui tutto ruota, colui dal quale ogni decisione deve necessariamente passare, quasi fosse un filtro obbligato per qualsiasi azione, pensiero o progetto.

Le intercettazioni, che coprono un arco temporale recente, ci mostrano una macchina che non si è fermata, nonostante le avversità e le inevitabili frizioni interne, si parla di denaro, certo, e del suo flusso costante verso le famiglie di chi si trova in carcere, un gesto che non è solo assistenza ma un vero e proprio collante, un modo per dire “non siete soli, facciamo ancora parte dello stesso corpo“, e poi c’è il territorio, quel lembo di terra e di affari che va gestito con cura maniacale, perché da lì provengono le risorse e il potere, ma in mezzo a tutto questo, emerge prepotente la figura di chi rivendica con forza la propria centralità. In un dialogo che sembra quasi una lezione di metodo, si sente ammonire: “La strada è una cosa, la guardiania ne è un’altra, il lavoro è un altro ancora, non mischiate le cose“, non è un semplice consiglio, è un dettame, una linea di confine tracciata per evitare che il caos prenda il sopravvento, eppure, dietro questa apparente suddivisione in compartimenti stagni, si cela la verità più profonda: che a decidere come e quando mescolare queste cose, o se lasciarle rigorosamente separate, è sempre e solo un unico arbitro, perché, come lui stesso ribadisce senza mezzi termini, tutti devono passare da lui.

Questo richiamo alla propria autorità riecheggia come un ritornello in diverse conversazioni, un modo per ricordare a fedelissimi e gregari che qualsiasi progetto, qualsiasi mossa, anche la più piccola, deve ottenere il suo consenso, si parla di affari, di appalti, di gestioni economiche, e in ogni parola traspare la volontà di non lasciare spazio a iniziative autonome, ricordate: “non fate progetti senza parlare con me“, è l’ordine che risuona, un monito che spegne sul nascere qualsiasi velleità di indipendenza, e anche quando si allarga lo sguardo ai rapporti con altri gruppi, con altre figure di spicco del panorama criminale, la musica non cambia, perché anche in quel caso, è lui il referente designato, colui che deve essere cercato e interpellato per questioni delicate, come quelle legate al traffico di sostanze stupefacenti, si racconta di un incontro con un altro soggetto, un nome noto alle cronache, e subito si precisa che il colloquio è stato con lui, perché i “giovani” non sono ritenuti all’altezza di certi discorsi, ed è ancora una volta la conferma di una gerarchia che si vuole ferrea, dove l’esperienza e il rango siedono al tavolo delle grandi decisioni, mentre gli altri eseguono, osservano e attendono.

In questo quadro, gli investigatori leggono la persistenza di una struttura mafiosa che, nonostante le schermaglie e le lacerazioni, conserva intatta la sua capacità di incidere e di governare, la figura del capo si staglia come un baluardo, un punto di riferimento che tiene insieme i fili di una trama che altrimenti si sfalderebbe, le intercettazioni diventano così la testimonianza di un potere che si esercita attraverso il denaro, la paura e la promessa di protezione, ma soprattutto attraverso la convinzione incrollabile che tutto debba convergere verso un unico centro decisionale, e in questo gioco di specchi, dove la strada è una cosa, la guardiania un’altra e il lavoro ancora un’altra, la sostanza non cambia, perché tanto, sempre da lui devono tutti passare, è questa, in fondo, la lezione più amara che emerge da queste pagine di cronaca: che il comando non si discute, si impone, e che la sua ombra lunga si allunga su ogni aspetto della vita, rendendo vano qualsiasi tentativo di sottrarsi al suo giudizio o alla sua autorità

Ecco perché quando sento parlare di “sicurezza e di controllo del territorio, il nostro ministro degli interni, Matteo Piantedosi, ma anche il suo omonimo Matteo (Salvini) – ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – che per l’appunto in questi mesi ha proposto un decreto sicurezza predisponendo una bozza di decreto legge con “disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”, beh… non so cosa fare.

Già… se iniziare a ridere o pensare che forse è meglio che ritorni ad occuparmi nuovamente dei problemi esteri…

La messa in scena del potere: Perché baciare l’anello è l’antitesi dell’umiltà.


C’è un gesto che da sempre mi ripugna…

Antico, superato, apparentemente silenzioso, eppure carico di un intero universo di significati non detti. Mi riferisco al momento in cui qualcuno si china per baciare l’anello di un Papa, vescovo o di un cardinale.

Osservandolo, al di là della devozione che pretende di esprimere, non posso fare a meno di sentire il peso strisciante della storia: l’eco potente di troni e imperi che credevamo ormai sopiti.

Quel gesto non è nato in una sacrestia, è un reperto archeologico, un fossile vivente importato direttamente dalla corte bizantina. A Costantinopoli, i sudditi praticavano la “proskynesis”: si prostravano fino a toccare la terra con la fronte davanti all’imperatore, considerato vicario di Cristo sulla Terra. Non era un atto d’amore fraterno, ma di sottomissione assoluta, un rito che sanciva una distanza abissale tra il divino-autoritario e l’umano-suddito.

La Chiesa di Roma, erede politica di un impero in rovina, non si limitò a raccoglierne l’eredità spirituale: ne assorbì anche i codici del potere. L’anello con il sigillo, un tempo strumento di comando imperiale, divenne l’anello episcopale. E il bacio, un tempo rivolto al Cesare, fu trasferito al principe della Chiesa.

E qui sorge la domanda più scomoda, quella che risuona da secoli: come può un’istituzione che predica l’umiltà del Figlio dell’Uomo, che lava i piedi ai discepoli in un gesto di commovente servizio, permettere – anzi, talvolta esigere – un atto che ne è l’esatto contrario?

La risposta è amara, ma chiara: il lavacro dei piedi è il prodotto da esporre al gregge, il sublime esempio di come dovrebbe essere il rapporto tra gli uomini!

Il bacio dell’anello, invece, è l’istruzione non verbale sul posto che il gregge occupa nella realtà. È un meccanismo perfetto: non devi obbedire perché minacciato, ma perché ti è stato fatto credere che la tua sottomissione sia una forma elevata di devozione. Ti vendono umiltà… e tu compri auto-annichilimento.

Ricordiamocelo con forza: l’uomo che indossa quell’anello è un uomo. Punto!
Con le sue paure, le sue fragilità, i suoi dubbi, i suoi peccati – forse anche più gravi dei nostri, perché nascosti sotto la maestosità di una toga e il peso di una responsabilità che ha scelto di portare.

Non possiede virtù sovrannaturali. Non è stato toccato da una grazia speciale che lo renda intrinsecamente superiore. Ha studiato, ha fatto una scelta di vita, forse nobile, forse no, ma rimane, in fondo, un uomo che cammina, che cade, e che, come tutti noi, dovrà un giorno rendere conto della propria coscienza.

Quel gesto di inchino, dunque, non è solo un retaggio imbarazzante. È la perpetuazione di una menzogna antropologica: che esista una categoria di esseri umani che, per il solo fatto di ricoprire un ruolo, meriti di essere simbolicamente innalzata, e di conseguenza, di abbassare gli altri.

È l’antitesi di ogni autentica comunità fraterna, dove ci si guarda negli occhi da pari a pari, nella consapevolezza condivisa della nostra comune, magnifica e miserabile umanità.

Smascheriamo dunque questo gesto per quello che è: non devozione, ma psicologia del potere applicata. E rifiutare quella logica non è mancanza di fede.

Al contrario: forse, il primo, autentico atto di umiltà è riconoscere che davanti all’Assoluto, siamo tutti — papi, vescovi e fedeli — nudi e uguali.

E nessun anello d’oro potrà mai cambiare questa verità!

Meno si parla di mafia… e più la mafia fa affari!!!

Sì… sembrerà strano, ma la morte del “capo dei capi” rappresenta per questa attuale associazione criminale ed il suo capo, un vera e propria liberazione, in quanto quella figura era diventata per cosa-nostra troppo ingombrante…

Abbiamo visto come in questi lunghi anni (nei quali i boss di Corleone sono stati sottoposti al 41 bis), l’allora mafia aggressiva e bellicosa, ha lasciato il posto ad una nuova strategia… quella dell’immersione!!!
Il nuovo gruppo dirigente, con a capo (per quanto finora è stato riportato dai media…) Messina Denaro, ha imposto la regola del silenzio: meno si parla di mafia e maggiori saranno per questa, le possibilità di compiere affari illegali… 
Si tratta cioè di mettere in pratica, tutte quelle azioni affinché i principi corruttivi abbiano effetto… 
D’altronde, quell’associazione malavitosa sa benissimo di poter contare su tutta una serie di soggetti esterni, che nulla centrano con i propri affiliati; persone che a prima vista si possono definire autorevoli, perbene, slegati da eventuali meccanismi perversi e corruttivi, d’altronde molti di loro svolgono i loro incarichi all’interno delle pubbliche amministrazioni, altri ancora sono interconnessi con la politica, alcuni di essi ne fanno proprio parte nella veste di rappresentanti e poi vi sono tutta quella schiera dei professionisti, da tempo “ammaestrati”, che sanno di dover sottostare a quel sistema, poiché in caso contrario vengono totalmente estraniati…
Sono i cosiddetti “colletti bianchi”, quelli che il sottoscritto preferisce definire “grigi”, appartengono a quel “mondo di mezzo”, una zona che negli anni, ha fatto in modo da rendersi invisibile, rendendosi disponibile a collaborare con questi nuovi uomini al comando di quel mondo criminale…
Uomini che seppur al comando, non hanno potuto avere in questi anni, una vera e propria legittima ufficialità sia da parte dei loro boss (da tempo colpiti dai provvedimenti giudiziari), che da quella cosiddetta “commissione” interprovinciale, che non ha dato quella necessaria autorizzazione, essendo ancora in vita (seppur in carcere) il capo indiscusso… 
Ecco quindi che, all’interno di quella gerarchia, tra vecchia mafia che resiste al comando e nuova che prova ad appropriarsi di quei posti scoperti, si è creato sicuramente uno scontento, con problemi che minano l’assetto di quelle posizioni ai tempi stabilite…
Ecco perché c’era bisogno all’interno di cosa-nostra di rinnovare, ma per far ciò, era necessario che Totò Riina… non ci fosse più!!! 
Ecco perché finalmente ora la morte del boss permette… anzi libera l’offensiva alla nuova classe dirigente, di quell’associazione mafiosa…
Va inoltre aggiunto che, molti di quegli uomini (che avevano per altro collaborato nel passato con quel boss…) sono rimasti in questi anni in disparte, senza fidarsi di nessuno, in particolare di nuovi pseudo padrini, che avevano provveduto per l’appunto, attraverso propri emissari, ad informarli sulle variazioni sopraggiunte, … 
Ciascuno di essi difatti, ha preferito conservare la propria autonomia, avendo quale arma di baratto, segreti di cui si è stati partecipi o quantomeno portatori…
Ora finalmente, per molti all’interno di quel mondo criminale si aprirà una autostrada!!!
Già, non è escluso che si possa determinare una nuova rivalsa per definire l’assetto piramidale, in particolare proprio da chi considera oggi, quel posto come “vacante” e non riconosce di fatto alcun padrino e/o gruppo di comando, ritenuto nella sostanza… abusivo!!!
Cosa accadrà lo vedremo a breve: se ci sarà silenzio, allora la cupola avrà deciso per tutti, imponendo di proseguire con l’attuale vertice di comando e preferendo così, gli affari all’egoismo dei suoi affiliati (ed allora, nessuno di noi, s’accorgerà di nulla…); viceversa, se i media, inizieranno a parlare di scontri a fuoco, vittime e quant’altro, allora prepariamoci a rivivere nuovamente, una possibile “terza” guerra di mafia…
Ovviamente, nei due casi sopra esposti, incrociamo le dita e speriamo che le nostre Forze dell’ordine…intervengano prima che entrambe possano avverarsi!!!