Archivi tag: discrezionalità

Tra protocolli di legalità che non funzionano e comunità che si sfilacciano.


Ho letto, diverso tempo fa, l’intervista a un ex magistrato che rifletteva sul ruolo degli intellettuali e sulla legalità. 

Sosteneva che l’idea che gli intellettuali abbiano su taluni specifici compiti sociali sia ormai superata, ed ancora, che non sia nemmeno vero che manchi un reale interesse sui temi della legalità e del malcostume: anzi, nell’enorme numero di libri che si pubblicano, l’umore dominante è proprio quello di indicare al lettore tutti gli strappi, veri o presunti, che si producono nei confronti della legalità. Ma voler praticare concretamente i valori della legalità è certamente affare ben diverso dal semplice proclamarli, facendo difatti della proclamazione, l’elemento caratterizzante di una poetica narrativa.

Quel magistrato diceva anche che il problema della corruzione non può essere risolto solo con la legge penale, con magistrati severi, con indagini a tappeto. Poiché il reato di corruzione è tipico dei pubblici funzionari, lo strumento per prevenirlo è il diritto amministrativo: norme che azzerino o quasi la discrezionalità, costringendo alla trasparenza e a procedure non truccabili

Il resto è “saponata“, come dicevano i barbieri di un tempo. E occorre anche informarsi: nessuna delle fonti continuamente citate sulle dimensioni della corruzione italiana ha basi scientifiche. L’unica fonte con solide basi tecniche ci pone, dal punto di vista della corruzione, nella media europea.

Ma chi deve educare il cittadino alla cultura della legalità? Non è compito dell’intellettuale, rispondeva quell’ex magistrato. È compito della famiglia e della scuola. Sono loro a doversi fare carico di portare la legalità tra i valori basilari della società. La questione fondamentale è far comprendere che tra legalità e illegalità non è possibile alcun compromesso, mentre nella vita quotidiana il compromesso è diffuso, endemico. 

Qualsiasi transazione su quell’antinomia è diseducativa, e costituisce l’esempio vizioso intorno al quale attecchiscono i semi della corruzione morale. Nemmeno magistrati e giudici hanno il compito di educare: loro hanno un solo compito, di altissimo valore sociale, applicare la legge secondo scienza e coscienza. Il Paese non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che quotidianamente compiano il proprio dovere, quello stabilito dalla legge.

Ho pensato molto anche agli strumenti messi in campo per contrastare le infiltrazioni criminali negli appalti, quei cosiddetti protocolli di legalità. L’esperienza di questi anni ne rivela limiti e incertezze. Spesso sono stati vissuti solo come un fastidioso passaggio burocratico per sbloccare risorse, anziché come veri strumenti di contrasto.

La domanda prioritaria quindi è se siano davvero idonei a contrastare la criminalità organizzata in questo campo. La risposta purtroppo non è positiva. L’impresa mafiosa possiede una storia, e si è evoluta nel tempo, nei rapporti umani e nelle relazioni territoriali. Ha alle spalle appalti pubblici e privati, partecipazioni in associazioni temporanee. Questo rende difficile, se non impossibile, il lavoro di chi deve individuare un’eventuale impresa mafiosa.

Per questo è necessario che forze sociali e istituzioni, pur con compiti distinti, trovino un luogo di incontro, monitoraggio e riflessione. Il protocollo di legalità può e deve essere quel luogo, accompagnato da prescrizioni precise, diventando lo strumento che pianifica la prevenzione. E occorre prestare attenzione al sistema delle forniture e subforniture, che è il passaggio più esposto alle infiltrazioni, proprio perché privo di controlli. 

Bisogna rompere quelle situazioni di monopolio tipiche della programmazione mafiosa dell’economia. L’esperienza suggerisce anche di istituire colloqui informali con le forze dell’ordine, a cui imprenditori e forze sociali possano rivolgersi per segnalare, al di fuori dell’ufficialità e dei rischi che essa comporta, eventuali fenomeni di infiltrazione.

Emerge poi un problema inverso: a volte, con la scusa della legalità, si bloccano grandi opere infrastrutturali e si assegnano i lavori a imprese di altre regioni, che poi subappaltano a prezzi fuori mercato alle imprese locali. Da un lato si vuole sviluppo e ricchezza attraverso le imprese del territorio, dall’altro si permette che i profitti vengano portati altrove.

Ho sentito ripetere spesso, in questi giorni, una frase: “Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”. Ma quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando solo buone intenzioni e progetti abbandonati? Si parla giustamente di comunità che non si arrendono all’omertà, di scelte coraggiose a favore della legalità. Eppure, per esperienza, mi tornano in mente quei negozianti che dopo aver firmato con entusiasmo l’adesione a certe associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, già, dopo la prima minaccia ricevuta. Perché la legalità non è una semplice firma su un foglio: è un impegno che ti segue ovunque, che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice “non farlo”.

Apprezzo il coraggio di chi ha deciso di portare avanti la propria scelta, di chi parla di forza del gruppo, di solidarietà come scudo. Ma sappiamo bene come la criminalità organizzata non attacchi il gruppo: attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, un furto, un incendio, una finestra rotta all’alba. Ho visto troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce. La domanda non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro?

C’è poi un dubbio che mi assilla: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica, e quante sono frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono, magari a causa di una crescita imprenditoriale, o peggio, di intimidazioni mai rivelate? Ho notato, in tanti anni, come certe iniziative antimafia siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta” senza mai sporcarsi le mani. Si leggono di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani che condividono post senza mai mettere piede in una riunione dove si affrontano davvero i temi della legalità.

Quel che si prova a realizzare senza mai esporsi personalmente, senza denunciare, senza entrare in un ufficio di polizia giudiziaria, diventa quasi un accessorio da sfoggiare: un selfie dietro uno striscione, con alle spalle l’immagine di due giudici eroi. Conosco bene certi comportamenti: eccoli nelle fiaccolate per le strade, indignati dopo l’ultima estorsione, che gridano slogan contro la criminalità. Poi, col passare del tempo, il silenzio. Le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”.

Forse un giorno tutto sarà diverso, quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diventeranno sentinelle attive. Quando racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, quando interverranno sentendo qualcuno dire “è meglio stare zitti”. 

La decisione più importante non è essere soci iscritti, ma essere portatori di legalità. Servono azioni concrete: controlli incrociati, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La criminalità organizzata non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente, che non molli quando il clamore inizia a spegnersi.

Per questo, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quelle logiche, non posso nascondere il mio scetticismo. Non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. Quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza di negozianti e imprenditori? Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e subappalti sospetti? 

La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo. Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, già… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!

L'interpretazione della legge all'interno dei Tribunali??? Ho come l'impressione ( per non dire la certezza… ) di come taluni magistrati deviano appositamente, da quelle che sono le norme scritte del legislatore!!!

Ho l’impressione ultimamente che alcuni uomini dello Stato all’interno di quei Tribunali, nell’applicare la legge attribuiscano un senso diverso dal palese significato delle parole, secondo connessioni diverse da quelle che sono le reali intenzioni del legislatore…
Ad esempio la truffa… rappresenta il tipico reato che si concretizza non attraverso la cooperazione della vittima, in quanto manca di fatto il consenso, ma nasce dall’errore derivante dall’inganno perpetrato dal soggetto attivo del reato…
Di una cosa sono ormai certo e cioè sul diverso modo da parte dei giudici d’interpretare una norma giuridica e scoprire di come, nel nostro sistema giuridico, la stessa norma venga interpretata in “cento” modi diversi!!!
Certo, il numero indicato potrebbe sembrare un’esagerazione o un classico comune modo di dire, ma da qualche parte ricordo d’aver letto che esisterebbero “144 modi diversi d’interpretare una norma giuridica”…
Ciò che non riesco a comprendere e se ci sia da parte di quegli uomini di legge, la volontà a interpretare in modo corretto o del tutto arbitrario, quanto viene loro portato a conoscenza…
Non voglio entrare nel merito soggettivo, se pur in quest’ultimo periodo, abbiamo assistendo a pericolosi livelli di corruzione, compiuti proprio all’interno di quegli uffici, che hanno visto quali indagati, proprio alcuni di quei signori togati…   
Lungi naturalmente da me attribuire quelle decisioni quasi fossero valutazione inesperte o causa di una inadeguata preparazione, oppure di chi non sa vedere il testo della norma inserito in un sistema coordinato, ma quanto sopra lo ritengo impossibile, in quanto parliamo di soggetti che conoscono perfettamente le norme giuridiche…
Ecco perché ai giudici è assegnato il preciso ruolo di applicare la legge per risolvere le controversie sottoposte al loro giudizio, ma devono altresì non alterare… quel quadro d’insieme!!!
Spesso, pur essendo ogni giudice libero di interpretare la legge, prende solitamente in considerazione il “precedente orientamento”, sia per motivare le ragioni di una pronuncia non conforme o per aderirvi con locuzioni del tipo dottrinale, giurisprudenziale e autentica…
Può però accadere, che il magistrato, pur ricorrendo ai criteri sopra enunciati, non trovi una norma che disciplini o si adatti perfettamente al caso concreto, ed allora non potendosi sostituire, almeno nel nostro sistema al legislatore per creare una norma ad hoc, può applicare la disciplina legislativa prevista per fattispecie simili…
Teorie a parte, ciò che interessa comprendere è quale “logica razionale” segua il legislatore nell’ambito di quella sua discrezionalità, perché ultimamente ho come l’impressione che in alcuni Tribunali della nostra isola (ad esempio… Messina e/o Siracusa…), si segua una strada poco incline alla giustizia, ma bensì vi è la volontà ad assecondare o ancor peggio a insabbiare quei rapporti presentati che forse ormai da troppo tempo, sono rimasti lì inoperosi… a prendere polvere su quelle loro scrivanie.
E sì… sarebbe veramente increscioso doversi rivolgere altrove, ad esempio anticipare le notizie sui media, affinché si possa riuscire ad ottenere quel naturale impegno da parte di taluni “ambigui” magistrati… 
Ma quando c’è la necessita di far prevalere la “giustizia”, qualunque strada deve essere intrapresa, perché può essere quella giusta per far emergere definitivamente quella spiacevole verità!!!
Diceva Aldo Moro: Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante e ci aiuta ad essere coraggiosi.