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Inchieste giudiziarie? Le facce di bronzo degli indagati.


Li vediamo, seduti ai loro posti, mentre i notiziari scandiscono i capi d’imputazione, eppure non un gesto di ritrosia, non un’incertezza nello sguardo. Restano immobili, come se la gravità delle accuse non riuscisse a sfiorarli, come se il tempo si fosse fermato intorno a loro e la realtà non avesse il diritto di bussare troppo forte. È una scena che non sorprende più, eppure ogni volta provoca lo stesso disagio: non per la novità, ma per la sua terribile familiarità.

C’è una logica, in tutto ciò, ma non è la logica del diritto o della responsabilità. È quella del possesso: il potere non è più inteso come mandato revocabile, ma come proprietà acquisita, quasi ereditaria. Non è un compito che ti affidano: è una cosa che si sono presi e non mollano più. E allora l’indagine non è un invito a chiarire, ma un’aggressione personale, un colpo basso da respingere con ogni risorsa, legale o meno. Si attivano difese non per dimostrare la propria innocenza, ma per difendere il posto. Come se la dignità potesse sopravvivere in assenza di ogni pudore.

Ci si potrebbe indignare, eppure l’indignazione si è fatta stanca, logorata da una ripetizione che sembra non avere fine. Non è più lo scandalo a colpire, ma l’assenza di scandalo. Si è normalizzato l’insostenibile, e in questa normalizzazione si annida il vero danno: non tanto l’atto illecito in sé, quanto la sua accettazione silenziosa, come se fosse inevitabile, come se l’Italia non avesse mai conosciuto altro. Eppure basterebbe ricordare, anche solo per un istante, che c’è stato un tempo in cui un solo sospetto bastava a far vacillare una carriera. Non per moralismo, ma per un semplice senso di decoro, ormai smarrito.

Allora viene da chiedersi: perché stupirsi? Non basta guardare con attenzione per capire di quale materia siano fatti certi individui. Non è mancanza di vergogna, è assenza totale di ogni senso di appartenenza a una comunità. Non è resistenza, è pura e semplice adesione a una logica che pone l’interesse personale ben al di sopra del bene comune. Non c’è neppure un briciolo di dignità, perché la dignità presuppone un limite interiore, un confine oltre il quale non si è disposti a scendere, e qui quel confine è stato rimosso da tempo.

Forse servirebbe un patto nuovo, non scritto ma condiviso: la sola ombra di un sospetto grave dovrebbe spingere a un passo indietro, non per punizione, ma per rispetto. Per rispetto verso chi ogni giorno paga le tasse, verso chi crede ancora che le istituzioni possano funzionare, verso il semplice atto di fiducia che ogni cittadino concede ogni volta che si rivolge a un ufficio pubblico.

Invece assistiamo a una commedia stanca, recitata da attori che rifiutano di abbandonare il palco anche quando le luci si sono spente da un pezzo. Restano lì, aggrappati non al ruolo, ma al simbolo del ruolo, come se la legittimità potesse reggersi su un titolo e non sulla credibilità che, giorno dopo giorno, si logora in silenzio, fino a dissolversi del tutto.

E intanto, fuori, il paese continua a camminare in punta di piedi, come se temesse di svegliare qualcosa che, in realtà, non dorme affatto, anzi, aspetta solo il momento giusto per tornare a sedersi, ancora una volta, al suo posto, tanto d’aver già prenotato il catering per la prossima inaugurazione.

Il condominio tradito: malagestione, collusioni, giustizia che tarda!


Riprendo stamani a parlare di un tema che, pur essendo quotidiano per molti, viene spesso taciuto finché non diventa insostenibile.

Mi riferisco alla gestione dei condomini, un ambito che dovrebbe garantire tranquillità e sicurezza e che invece troppo spesso si trasforma in una trappola silenziosa, dove chi paga regolarmente finisce per accollarsi debiti a tre zeri, cifre che mai avrebbe immaginato di dover sostenere.

Già… perché quanto accade il più delle volte non sono errori contabili banali, ma veri e propri buchi neri creati con metodo sofisticato: bilanci infedeli, oneri fiscali mai versati, decreti ingiuntivi occultati, spese senza giustificazione alcuna, registri compilati in modo da rendere impossibile qualsiasi verifica. Tutto avviene nell’ombra, fino a quando non è troppo tardi.

Ecco che così la casa, questo rifugio intimo, si svela all’improvviso un campo minato. Chi si è sempre comportato con correttezza si trova a dover pagare per gli altri, non solo i morosi – che pure esistono – ma soprattutto per chi, pur ricevendo regolarmente i contributi di tutti, li ha dirottati altrove. Non è una svista, non è una distrazione: è una strategia!

Si gonfiano le fatture, si pilotano gli appalti per le manutenzioni, si incassano somme in contanti, si usano i beni comuni per servizi privati, si baratta quella gestione – in particolare quando le proprietà si trovano in località turistiche note, di montagna o di mare – con favori ad amici, funzionari, dirigenti, talvolta persino forze dell’ordine, affinché possano godersi, insieme ai propri cari, periodi gratuiti di villeggiatura, in cambio di silenzi compiacenti.

E quando i conti non tornano, la colpa come sempre ricade sempre sui condomini: “non avete controllato”, “non avete partecipato all’assemblea”, “non avete chiesto copie”, come se aver fiducia fosse un reato.

Ed è qui che inizia la seconda fase, quella ancora più amara. Quando qualcuno prende coraggio, presenta un esposto, denuncia, chiede l’intervento delle autorità, si scontra con un sistema che sembra progettato per logorare la pazienza, la salute, le risorse. Gli anni passano, le udienze vengono rinviate per motivi futili, gli incartamenti giacciono in attesa di essere letti – e nel frattempo, chi ha commesso gli atti non è sospeso, non è allontanato, i suoi beni (e quelli dei familiari) non vengono sequestrati. Tutto continua a operare, magari con un nuovo nome, un parente, un prestanome, un socio di comodo.

Sono veri e propri esperti: sfruttano i vuoti normativi, come l’assenza di limiti chiari sui movimenti tra conti condominiali, e creano un caos tale che persino il successore, per tentare di ricostruire i conti, deve affidarsi a un revisore esterno. Eppure, di fronte a spostamenti di centinaia di migliaia di euro, a conti ridotti a otto euro nonostante i pagamenti regolari di tutti, la reazione istituzionale è spesso un silenzio assordante.

Perché dietro quelle cifre non c’è solo un’amministrazione negligente, ma vere truffe – specie quando si inseriscono voci fittizie per indurre in errore e ottenere un profitto illecito. C’è appropriazione indebita, ogni volta che si utilizza il denaro comune come se fosse proprio. C’è danno all’erario, quando si omettono versamenti obbligatori sperando nella prescrizione o in una futura sanatoria. C’è bancarotta fraudolenta, quando si crea un buco deliberato per trarne vantaggio personale.

E in casi estremi, quando l’organizzazione è ramificata e coinvolge più soggetti, emergono elementi che configurano vere e proprie associazioni a delinquere – specie se a fare da sfondo sono meccanismi di riciclaggio, estorsione, o tentativi di accedere a fondi pubblici con documenti falsi. In questo contesto si innesta una gravissima circostanza di cui nessuno vuole parlare: molti di quegli immobili, in particolare quando si trovano in località isolate e soprattutto nei periodi “fuori stagione”, cioè quando non sono utilizzati dai proprietari e molte volte restano in mano all’amministratore per la gestione insieme ai cosiddetti “beni comuni”, probabilmente questi sono stati utilizzati dalla criminalità organizzata per celare chissà… anche “latitanti”.

Eppure, il cittadino che denuncia viene spesso isolato, ridicolizzato, talvolta minacciato. Vi sono assemblee che degenerano in aggressioni fisiche. Vi sono amministratori che, anziché consegnare i registri all’amministratore giudiziario nominato dal Tribunale, li affidano a terzi o li fanno sparire, denunciandone il furto – rendendo così impossibile qualsiasi transizione legale.

E non solo: vi sono uffici delle autorità competenti – per fortuna non tutti; tra essi vi è anche chi opera in maniera puntuale e corretta – che, pur ricevendo esposti dettagliati e documentati, li archiviano come “beghe condominiali”, come se non sapessero che un condominio con un migliaio di unità ha un bilancio superiore a quello di molti comuni. Come se non dovessero sapere che, in assenza di trasparenza, ogni assemblea può diventare un teatro di coercizione, ogni convocazione un atto di potere.

Quindi, non basta dire che servono figure professionali riconosciute; serve a poco ipotizzare un elenco nazionale, se non si parte da un filtro reale: carichi pendenti puliti, casellari giudiziari verificabili, obblighi societari applicati con la stessa severità di qualsiasi altra impresa. Un condominio non è un’entità astratta: è una comunità, è un patrimonio collettivo, è spesso una piccola società con entrate, spese, dipendenti, fornitori, obblighi fiscali. E come tale va trattato, con regole chiare, controlli efficaci, sanzioni certe.

La legge offre strumenti – il diritto d’accesso ai documenti, la revoca giudiziaria, la querela per truffa, la nomina di un revisore – ma sono inutili se non si accompagna a un cambio di mentalità. Se non si smette di considerare legittimo ogni silenzio, ogni delega in bianco o falsificata, ogni voto espresso per compiacere chi ha fatto un favore. Se non si accetta che il diritto di critica, anche aspro, è un dovere, non un’aggressione. Se non si capisce che una convocazione infilata sotto la porta non ha valore, che un amministratore che non consegna i registri commette un reato, che ogni condomino ha il diritto di sapere, di chiedere, di opporsi.

Alla fine, il problema non è la complessità della norma, ma la facilità con cui si accetta che la legge valga solo per chi non ha potere. E finché sarà così, la casa non sarà mai davvero un rifugio. Sarà solo il luogo in cui ci si sente in trappola – e dove chi ha le mani in pasta, come dice un vecchio detto, “non pinia”.

Confiscare sì, ma senza dimenticare chi ha pagato per farlo!


Da anni si parla di confisca come di qualcosa di simbolico, un gesto pubblico che rappresenta una sorta di rito laico della giustizia, in cui beni vengono sottratti a chi li ha accumulati con l’inganno, i raggiri, le truffe, ma anche le complicità silenziose di referenti istituzionali corrotti e di esponenti della classe politica, cui si aggiungono, in taluni casi, referenti criminali che, con metodi coercitivi, hanno alterato la libera concorrenza, il tutto per consegnare idealmente alla collettività – come se la restituzione fosse già avvenuta solo perché un cancello è stato riaperto e una targa cambiata – una società insediata al posto di un sistema criminale.

Ma, consentitemi di dire che tra quel simbolo e la vita reale c’è una distanza abissale, fatta di scartoffie, di silenzi burocratici, di procedure che avanzano con la lentezza di chi non ha fretta, di chi purtroppo ha paura o teme ritorsioni personali e familiari nel dover gestire quei beni, pur sapendo che non è lui a dover rischiare di non pagare l’affitto, di non poter curare i propri dipendenti, di dover spiegare ai propri cari perché il lavoro che credeva stabile è svanito insieme a tutti i benefici finora ricevuti.

Perché lui è lo “Stato”, ed è stato messo lì per gestire gli altrui beni, e poco importa se la procedura sia legittima o meno: saranno i successivi gradi di giudizio a stabilirlo. Il suo unico compito è fare in modo che quei beni vengano gestiti, e poco importa se l’impresa riuscirà ad andare avanti, perché fintanto che esiste qualcosa da prendere, da spartire, da affidare, ben vengano sequestri e confische: sono garanzia di attività per molti professionisti, ciascuno legato a filo diretto con quel Tribunale che si occupa della gestione di quei beni – mi riferisco a figure come magistrati, custodi giudiziari, amministratori nominati e via dicendo.

Abbiamo letto, in questi anni, quanto accaduto a Palermo con l’inchiesta sull’ex Presidente dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati, anche se va detto che l’ultima sentenza, del 19 ottobre scorso, della sesta sezione penale della Cassazione ha cancellato quasi una ventina di capi d’imputazione relativi a quel presunto Sistema, ovvero a quel giro di mazzette e favori legato all’affidamento delle amministrazioni giudiziarie dei beni confiscati alla mafia. Al momento è impossibile dare una risposta definitiva, perché mancano ancora le motivazioni della decisione della Suprema Corte, ma un dato è evidente: dei 74 capi d’imputazione inizialmente contestati all’ormai ex magistrato, ne sono sostanzialmente rimasti in piedi tre, per corruzione e concussione.

Permettetemi, tra l’altro, di aggiungere quanto ho letto stamani su un amministratore giudiziario coinvolto in un’inchiesta nella provincia di Messina, attualmente ai domiciliari con braccialetto elettronico, dopo che la Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando il quadro indiziario e mantenendo invariata la misura cautelare.

Da quanto sopra emerge con chiarezza che la gestione da parte dei Tribunali dei beni sequestrati e successivamente confiscati è stata, di fatto, fallimentare sotto tutti i punti di vista: non sto qui a elencarli, sebbene li conosca perfettamente.

Difatti, proprio il sottoscritto – che ha denunciato, che ha insistito, che ha anticipato le spese per una procedura fallimentare che nessuno voleva avviare, perché, a dir di molti, tanto sarebbe finita male comunque – ancora oggi, incredibilmente (ma non sorprendentemente… in un sistema clientelare e mafioso), si ritrova in una posizione grottesca: sono un creditore privilegiato, sì, ma privilegiato solo sulla carta, perché quel riconoscimento non è riuscito finora a farmi ricevere quanto mi è dovuto – seppure è proprio grazie al sottoscritto che si è riusciti a recuperare quasi 500.000 euro tra fatture a suo tempo non pagate e beni venduti nel corso della procedura. 

A tal proposito però desidero rendere un doveroso plauso al curatore fallimentare, per il lavoro svolto fin qui: auspicando che porti a termine la sua attività con la stessa professionalità e correttezza dimostrate sino ad ora – tanto che, una volta conclusa la vicenda, farò in modo che il suo operato sia conosciuto, anche attraverso il mio blog, citando espressamente il nome dell’avvocato che sta seguendo la procedura. Mi sento di farlo perché, rispetto a quello che abbiamo purtroppo constatato negli anni – troppi suoi colleghi, infatti, hanno finito per lasciare alle spalle solo vuoti e silenzi, quando non qualcosa di peggio – questa volta la gestione appare diversa, concreta e soprattutto trasparente.

Desidero però riconoscere anche il ruolo che ho avuto personalmente in questa vicenda: senza la mia iniziativa, senza le denunce presentate a mie spese, senza la tenacia – solitaria, ma mai rassegnata – di chi ha scelto, da sempre, di non voltarsi dall’altra parte, è lecito affermare con certezza che molte di quelle confische non sarebbero neppure state avviate, molti di quei patrimoni sarebbero rimasti intoccati, e la maggior parte di quelle condanne non avrebbero avuto neppure un fascicolo d’archivio.

Va detto che la Cassazione, con la sentenza 37200 del 14 novembre scorso, ha provato a correggere un difetto strutturale: non basta che il credito nasca prima del sequestro, serve che sia accertato in tempi utili, e questo accertamento non può dipendere solo dalla rapidità di un avvocato o dalla disponibilità economica di un cittadino.

Ma la sentenza, per quanto importante, non risolve il problema di fondo, che non è giuridico, ma culturale: finché resterà implicito, in molti uffici, in molte stanze dove si decidono le destinazioni dei beni, che chi si espone è un ingenuo, che chi denuncia è un rompiscatole, che chi pretende giustizia è un problema da gestire più che un diritto da tutelare, allora non cambierà nulla, neanche con cento sentenze.

Perché la confisca, quando funziona davvero, non è solo la sottrazione di un bene, ma il riconoscimento di un torto, la restituzione di un’opportunità, la riammissione di una persona alla dignità di chi ha fatto la sua parte e merita di vederne il frutto.

Invece, ancora oggi, chi ha pagato di persona, chi ha rischiato sul serio, chi ha messo in gioco non solo la propria professione ma anche la propria credibilità, si sente dire che deve aspettare, che deve capire, che ci sono procedure, che bisogna rispettare le priorità, come se la priorità non fosse mai stata, fin dall’inizio, la sua voce, il suo coraggio, la sua scelta di non tacere.

E intanto i beni confiscati entrano in circuiti dove, talvolta, si annidano nuove forme di opacità: consulenze vengono affidate non per competenza ma per vicinanza, le liste dei beneficiari assomigliano più a un elenco di fedeltà che a un piano di riuso sociale, e chi ha denunciato si trova ad attendere invano – non perché non abbia diritto, ma perché, pur avendolo per primo, essendo stato l’unico e il solo ad esporsi in prima persona, viene scavalcato da chi ha atteso, da chi faceva parte — e poi si è celato — direttamente o indirettamente, di quell’orticello, e che dunque dovrebbe attendere, o quantomeno trovarsi in fondo alla fila, nell’equa suddivisione che tanto si invoca.

Non si tratta di dover veder riconosciuti meriti, ancor meno riconoscimenti pubblici – finora, per quanto compiuto, non ne ho mai ricevuti, a eccezione di qualche nota di merito che ricorre, quasi a ogni piè sospinto, nelle sentenze – ma si tratta, semplicemente, di essere coerenti: se lo Stato usa lo strumento della confisca per affermare che la legalità ha un valore reale, allora quel valore deve valere anche per chi ne è stato il primo custode, non solo per chi ne gestisce le conseguenze una volta che il rischio è passato.

Altrimenti, e lo sappiamo bene, la confisca resta propaganda, una cerimonia, un’immagine da cartolina, mentre la giustizia resta fuori, in attesa, con le tasche vuote e la pazienza logorata da cinque anni di silenzi che non sono casuali, ma strutturali.

Perché il vero fallimento, oggi – e lo confermano le sentenze del Tribunale – è quello del sistema che continua a premiare chi si muove dentro le sue maglie e a punire chi prova a rammendarle.

E ogni volta che un creditore come me rimane in attesa, non è solo una pratica in sospeso: è un segnale che arriva chiaro a chi vorrebbe fare lo stesso e si ferma un attimo prima, perché sa già come va a finire.

Forse, allora, la prossima riforma non riguarderà solo le tempistiche delle ammissioni al passivo, ma qualcosa di più delicato: la fiducia.

Perché quella che si è persa in cinque anni di attesa – e che nessuna sentenza, per quanto giusta, potrà mai restituire – è la fiducia in questo Stato e nelle sue Istituzioni. Ed è il motivo per cui non mi sento più di dover collaborare con chi richiede al sottoscritto informazioni, documenti protocollati, ma ahimè andati persi all’interno di quei palazzi: gli stessi documenti che, se invece di essere insabbiati nell’ultimo cassetto fossero stati portati alla luce, avrebbero reso inutili molte di quelle inchieste oggi condotte da talune procure nazionali.

Ma chissà… forse lo Stato – soprattutto chi lo rappresenta – non teme le voci, ma il loro contrario: vuole che quei pochi cittadini ancora onesti, col tempo, imparino a tacere. Già… proprio come tutti gli altri!

Quel filo che tiene insieme tutta la tela…


La sera scende mentre percorro la tangenziale di Catania, e l’asfalto sotto le ruote sembra cedere non per l’acqua, ma per qualcosa di più sottile, più tenace: la fatica delle promesse mai mantenute.

Ogni chilometro racconta la stessa storia, solo con nomi diversi e date aggiornate. Quella scuola con il tetto che minaccia di crollare, quell’ambulanza ferma da mesi in officina, quella strada che ogni inverno torna a essere sterrata, sono frammenti di un racconto che non smette di ripetersi, come se il tempo fosse un nastro che gira su se stesso, senza mai registrare niente di nuovo.

Eppure, non si tratta di un episodio isolato, né di un’anomalia. È il respiro regolare di un sistema che funziona grazie ai silenzi compiacenti, agli sguardi che si abbassano appena in tempo, alle strette di mano che durano un secondo di troppo.

In cima, c’è sempre qualcuno che firma, non perché ha scelto, ma perché è stato scelto. Più in basso, ci sono quelli che preparano la penna, regolano la sedia, tengono la porta aperta. Ognuno con un ruolo preciso, ognuno con un prezzo concordato in anticipo, anche se nessuno lo ha mai messo per iscritto. Non serve: basta saperlo.

Negli ultimi giorni, nuove inchieste hanno fatto tremare le stanze della politica regionale. Una mozione di sfiducia, presentata con urgenza, ha raccolto ventitré firme tra deputati di diversi gruppi. Non è tanto il numero a impressionare, quanto il motivo: un’onda lunga di indagini che hanno coinvolto esponenti della maggioranza, membri del governo regionale, dirigenti nominati in sanità, enti, uffici tecnici. 

Alcuni hanno ammesso, davanti ai magistrati, condotte che definire corruttive è un eufemismo, altri viceversa sono stati travolti da inchieste che risalgono a anni fa, ma che risuonano ora con straordinaria attualità. Eppure, nessuna verifica seria è stata avviata su chi, pur non indagato, occupa posizioni decisive, né su chi è stato messo lì da partiti ormai fuori dal governo, come se la rimozione di un assessore bastasse a ripulire un intero sistema.

Mi capita spesso, negli ultimi giorni, di parlare con amici, conoscenti, sconosciuti incontrati per strada o al bar. Nessuno si stupisce. Anzi: “Nicola, è sempre stato così. E sarà sempre così. Perché ti meravigli?”. Lo dicono con un tono quasi rassegnato, come se la sorpresa fosse un lusso che non possiamo più permetterci. Ma la rassegnazione, col tempo, smette di essere una reazione e diventa una scelta. Una complicità silenziosa. E la complicità – non la corruzione, non l’errore – è ciò che tiene in piedi l’intera architettura del malaffare.

Perché oggi non si tratta più di bustarelle al bar o di nomi scritti su foglietti. Quel tempo è passato. Oggi l’illegalità ha cambiato pelle: è fluida, si adatta, si mimetizza. Si veste di efficienza, si presenta come pragmatismo, si giustifica con “come si fa qui da noi”. 

Intanto, i reparti ospedalieri si svuotano, i cantieri si fermano senza che nessuno ne chieda conto, i pagamenti slittano all’infinito, i controlli si riducono a timbri su scartoffie mai lette, ed ancora, i fondi europei evaporano in consulenze che non producono un solo documento utile, un solo dato verificabile, un solo intervento tangibile. Tutto scorre, tutto è plausibile, e proprio per questo, niente viene mai davvero messo in discussione.

Tra chi decide e chi esegue, c’è un’intera schiera di figure invisibili. L’autista che sa dove andare senza chiedere. Il consulente che non scrive relazioni, ma costruisce ponti dove non ci sono fiumi. Il “facilitatore” che sa quando chiamare, come dire, e soprattutto quando tacere. Sono loro, più di altri, a rendere il meccanismo così resistente: non perché comandano, ma perché rendono il comando possibile, senza mai comparire. Operano nel grigio, dove la legge non viene rotta, ma piegata con cura, come una lettera che contiene una minaccia scritta in un italiano impeccabile, così forbito che nessuno osa chiamarla tale.

E così, mentre si annunciano nuove task force, nuovi protocolli, nuovi osservatori – tutti destinati a durare fino alla prossima emergenza – le stesse mani continuano a passarsi la stessa palla. Solo che ora lo fanno con guanti bianchi, davanti a telecamere accese e microfoni spalancati. E questa terra – la stessa che trema quando piove troppo, che scivola quando nessuno la sorregge – resta lì, in attesa.

In attesa non di un eroe, né di una denuncia clamorosa, ma di qualcuno che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non corruzione. Non inefficienza. Non malgoverno. Ma collusione strutturale: una condizione in cui l’illegalità non è un incidente, ma la regola non scritta che tiene insieme ciò che, altrimenti, andrebbe in frantumi.

Forse, solo quando smetteremo di parlare di “questione meridionale”, già… come se fosse un male locale, curabile con un po’ di attenzione in più, e cominceremo a riconoscerla per ciò che è, una “questione italiana“, allora potremo finalmente guardare il filo, sì… quello che tiene insieme tutta la tela: Senza distogliere lo sguardo. Senza fingere di non vederlo.

Non è la mafia che ci definisce, ma quello che tolleriamo in silenzio!


In questi giorni percorro di mattina una strada di campagna e mentre il sole inizia a salire lentamente dall’orizzonte, mi sono chiesto se sia proprio la bellezza a renderci più fragili o se, al contrario, sia la consapevolezza di possedere qualcosa di raro da farci dimenticare che la cura, più del possesso, è ciò che conta davvero.
La Sicilia difatti non ha bisogno di essere raccontata: basta guardarla per capire che ogni parola su di lei è già stata scritta, forse da Goethe, forse da un pescatore che, senza alcun bisogno di citare i classici, ci ricorda come il vento di scirocco ha portato con sé non solo la sabbia dell’Africa, ma anche il peso di quelle invasioni, già… di incontri mancati e di promesse mai mantenute.

Qui ogni pietra racconta di un impero caduto, ogni porto… una partenza che non è mai stata un vero addio, ogni tempio un’alleanza tra fede e potere, autorità e consenso.

Migliaia e migliaia di anni in cui qualcuno arriva, costruisce, comanda, poi se ne va… e lascia dietro di sé non solo monumenti, ma anche una consuetudine: quella di tramandare un’attesa, sì… aspettare sempre che giunga qualcuno da fuori per decidere del nostro destino!

E difatti lo stesso accade ai nostri giorni, eppure non è colpa degli invasori, di quelli che vengono e se ne vanno, no… se ci guardiamo intorno vediamo sempre lo stesso vuoto – non di risorse, non di talenti, non di volontà – ma di fiducia, già… fiducia nel fatto che fare la cosa giusta, senza chiedere niente in cambio, possa bastare.

Perché la verità, quella che si tende a non dire a voce alta, è che molti di noi – per come veniamo descritti nel mondo – non sono mafiosi, e neppure complici, ma purtroppo sono molti i miei conterranei a non sentirsi obbligati a contrastare chi lo è!

Non sempre per paura: spesso semplicemente perché non ne vale la pena. Si sa… bloccare un torto non dà vantaggi immediati, segnalare un appalto truccato non garantisce un posto di lavoro, anzi, tutto ciò mette in cattiva luce ed allontana da quel “sistema” in cui tutti sanno come funziona, ma nessuno lo ammette ad alta voce…

Ed è il motivo per cui sanno che, denunciare un abuso edilizio, non riporta indietro il paesaggio perduto, ma li rende scomodi, e così scelgono di abbassare lo sguardo. Si chiama “realismo”, si chiama “prudenza”; a volte si usa una parola che suona quasi nobile: omertà. Ma non è silenzio per proteggere qualcun altro: è silenzio per proteggere se stessi!

Ed è proprio lì, in quel gesto quotidiano — ripetuto decine di volte al giorno — che si annida quel che davvero mina questa terra: non la forza della mafia, ma la debolezza della sua opposizione! Un permesso firmato senza leggerlo. Un visto rilasciato senza controllare. Un appalto assegnato con la giustificazione più insidiosa: “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun altro”.

Non serve essere un boss per alimentare questo sistema. Basta essere un professionista che chiude un occhio, un impiegato che fa una copia in più, un sindaco che sceglie di non accorgersi, oppure un cittadino che vota non per un programma, ma per un pacco alimentare distribuito la settimana prima.

Non stiamo parlando di personaggi da film: questi nuovi soggetti, non indossano doppiopetto, non parlano in codice e non hanno soprannomi. Sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, ahimè… i nostri parenti: hanno figli che studiano in atenei privati, possiedono case dotate di ogni comfort, macchine lussuose e conti in banca (che appaiano) regolari…

Eppure, ogni volta che scelgono il tornaconto anziché ciò che è giusto, non commettono solo un illecito: insegnano qualcosa, sì… ai loro figli, ai loro collaboratori, a chi li osserva e cioè che il rispetto delle regole è un optional, che l’onestà è un difetto di forma, non di sostanza e soprattutto che il sistema non si cambia, si aggira e chi non lo aggira, è semplicemente fesso o quantomeno, meno furbo.

Allora ti domandi: dov’è finita quella Sicilia che si ribellava? Quella dei contadini che nel 1893 fondarono i Fasci, quella dei sindacalisti uccisi in piazza, quella dei magistrati che non esitarono un istante?

La verità è che non è scomparsa: è stata ridotta a monumento. Già… onorata in pubblico, archiviata in privato. Ed ecco che si intitola una strada a Falcone, una piazza a Borsellino, poi si affida la gestione di un bene confiscato di quella impresa che nessuno ha mai controllato, con procedure che, in alcuni casi, abbiamo visto, si sono rivelate persino più opache di quelle messe in pratica dagli stessi indagati.

Già… si celebra la memoria, ma non si pratica il coraggio!

Perché il punto non è se la mafia sia ancora potente, perché lo è… finché qualcuno la alimenta. Il punto è che noi, oggi, non siamo più costretti a subirla. Siamo liberi di scegliere. Eppure, dall’osservazione quotidiana dei comportamenti di molti miei conterranei, vedo una scelta precisa: non scegliere affatto.

Aspettare sempre che sia un altro ad agire, pensare che la corruzione sia un problema del “sistema”, come se il sistema non fossimo noi, come se non fosse fatto di scelte individuali, ripetute, quotidiane.

La Sicilia è bellissima, sì… lo è ancora, nonostante tutto. Ma nessuna bellezza regge a lungo se chi la abita smette di chiedersi cosa significhi curarla: non solo con le parole, non solo con la nostalgia, ma con atti concreti, ripetuti, noiosi, scomodi. Con la fatica di chi rifiuta un favore, con la pazienza di chi legge fino in fondo un progetto, con la dignità di chi, guardando dritto negli occhi, dice: No… non questa volta, e neppure la prossima.

Ecco, forse solo allora smetteremo di essere famosi per ciò che tolleriamo e torneremo a essere riconosciuti per ciò che costruiamo.

Disparità giudiziarie e opacità amministrative condominiali: il potere di chi sceglie di non tacere!


Mi è capitato (ahimè) in questi ultimi anni, di osservare con crescente amarezza come, in certi contesti giudiziari, il sistema si muova con la prontezza di una “Formula 1”, mentre altrove, di fronte a vicende ben più gravi, ho assistito a un’inerzia sconcertante, se non a una vera e propria indulgenza strutturale.
Prendete il caso di Palermo: un ex amministratore di condominio, responsabile di oltre trenta stabili, finisce agli arresti domiciliari e il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, dispone immediatamente il sequestro preventivo di quasi duecentomila euro, presunto profitto dei reati contestati: appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Le indagini, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e guidate dal colonnello Antonio Campo, nascono da cinque querele presentate da altrettanti rappresentanti di condomini, insospettiti da ammanchi emersi nel passaggio tra vecchio e nuovo amministratore.

Secondo le indagini non si tratta di sviste contabili, ma di un meccanismo organizzato: rendiconti falsificati, surplus creati ad arte, somme convogliate su conti personali, poi suddivise tra carte prepagate intestate all’indagato e alla moglie, infine spese su piattaforme di gioco online – una a Malta, l’altra in Italia. L’analisi dei flussi finanziari ha ricostruito con chiarezza il percorso del denaro, come un filo che non si spezza, ma si attorciglia intorno a scelte precise, calcolate.

Eppure, proprio mentre leggevo il comunicato stampa di questa operazione – tanto esemplare quanto rara nella sua efficienza – non ho potuto fare a meno di confrontarla con quanto accade altrove: inchieste pendenti che sono durate anni, beni mai sequestrati, professionisti coinvolti in condotte amministrative e finanziarie gravissime, eppure mai sottoposti a misure analoghe, nemmeno lontanamente paragonabili.

Alcuni di quei casi hanno visto addirittura il Tribunale competente nominare un amministratore giudiziario – segno inequivocabile del livello di gravità raggiunto – eppure, al di là della forma giuridica, la sostanza si dissolve in una gestione opaca, dove le responsabilità si smorzano, le sanzioni si annacquano, e ciò che dovrebbe apparire intollerabile finisce per essere tollerato, quasi normalizzato.

Ho espresso più volte, anche in esposti ufficiali, il mio profondo disagio di fronte a certe leggerezze operative – a decisioni prese come se stessimo parlando di bollette dimenticate, non di risorse sottratte a comunità, spesso fragili, di persone che pagano regolarmente per vedersi poi private dei servizi essenziali.

Non credo più – per esperienza diretta – che si tratti soltanto di differenze procedurali o di carichi di lavoro diseguali. C’è qualcosa di più profondo: una sorta di geografia morale dei tribunali, dove la pressione politica, le infiltrazioni mafiose, e talvolta anche la presenza discreta ma capillare di logge massoniche, finiscono per piegare l’applicazione della legge verso esiti divergenti.

Lo dico senza enfasi polemica, ma con la lucidità di chi osserva da anni, da una posizione non comoda – quella di delegato in associazioni di legalità – e che ha la responsabilità, giorno dopo giorno, di tenere accesa l’attenzione su quei passaggi silenziosi in cui la giustizia, invece di essere uguale per tutti, diventa un bene distribuito a dosi diseguali.

Questo caso a Palermo, per quanto limitato nella sua dimensione, è importante non perché sia eccezionale, ma perché è coerente: dimostra che quando ci sono volontà, competenza e autonomia, si può intervenire con tempestività, tutelando i cittadini e restituendo dignità a un sistema che spesso sembra averla smarrita.

Mi auguro – lo dico sinceramente, senza alcuna ironia – che non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi, per ciascun Tribunale siciliano (evito di fare nomi – per il momento…), un modello replicabile, anche perché, finché resteremo in questa condizione di duplice standard, sarà difficile chiedere ai cittadini di continuare a credere, non tanto nelle leggi – sì… quelle ci sono – quanto in chi le applica.

Per cui, se leggete queste righe e vi riconoscete in una situazione simile – un rendiconto poco chiaro, spese gonfiate, un cambio di amministratore con ammanchi inspiegabili – non chiudete il post e lasciate che tutto scorra via. Fermatevi, raccogliete i documenti che avete (verbali, estratti conto, fatture, comunicazioni) e confrontatevi con altri condomini e se i dubbi diventano certezze, non abbiate paura di agire.

Basta un esposto scritto, ben argomentato, inviata alla Procura della Repubblica competente per territorio, o alla locale Sezione della Guardia di Finanza. Già… non serve essere esperti: serve essere precisi. Indicate, nomi, date, somme e discrepanze.

Ed ancora, se il vostro condominio ha beneficiato di incentivi statali – bonus facciate, sismabonus, ristrutturazioni con cessione del credito – potete anche verificare se gli interventi risultano tracciati (vedasi il portale di Openpolis che monitora i cantieri finanziati con fondi pubblici) o se le procedure di affidamento sono registrate nel sistema ANAC. Spesso, una semplice incongruenza visibile in rete – un importo dichiarato di 50.000 euro che in banca diventano 80.000 – è già un campanello d’allarme.

Io, come delegato per la legalità, e insieme a chi ogni giorno lavora per rendere trasparente ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra, sono a disposizione per aiutarvi a formulare una segnalazione efficace. Non vi chiedo di fare da soli ciò che il sistema dovrebbe garantirvi per diritto: vi chiedo solo di non tacere. Perché ogni silenzio, anche il più breve, è un segnale di assenso.

Scrivetemi, condividete, verificate: Agite!

Insieme, possiamo trasformare l’amarezza in responsabilità, e la responsabilità in cambiamento.

Resto – come faccio da anni – in ascolto.

L’altra faccia dei fondi agevolati: “aiuti alle imprese” o “occasione di corruzione”?


Non so voi, ma io sono stanco di leggere di frodi costruite intorno ai fondi della L.R. 38/1976, le cosiddette “Agevolazioni finanziarie alle commesse”. Nate per sostenere le imprese, sono diventate un labirinto di carte e silenzi.

Non sono casi isolati: è il sintomo di un sistema che, ad ogni nuova speranza di rilancio, lascia aperta una porta di servizio per chi sa muoversi nell’ombra.

Quanti altri fondi, concepiti con intenti nobili, sono diventati terreno di caccia? L’articolo 60 della L.R. 32/2000 (Fondo Regionale per il Commercio) e l’articolo 11 della L.R. 51/1957 (Mutuo industriale) sono solo due esempi di un meccanismo perverso. Il solito patto oscuro: funzionari che chiudono un occhio, imprese con progetti fittizi, favori in cambio di vantaggi.

Cosa spinge a rischiare tutto per queste risorse? Non è solo necessità. È una mentalità che ha smesso di vedere la legalità come un confine, trasformandola in un ostacolo da aggirare. Per alcuni, l’obiettivo non è far crescere un’impresa, ma svuotare il sistema. Quando il guadagno immediato diventa l’unica bussola, la corruzione non è più un reato, ma un metodo.

Basta guardarsi intorno: imprese serie faticano per un’autorizzazione, mentre altre, con progetti sospetti, ottengono finanziamenti in tempi record. È un sistema che premia l’opacità. E alla fine, chi paga? I cittadini, le piccole attività, chi crede ancora nella trasparenza.

Ma il problema vero non è solo chi ruba. È chi permette che si rubi. È quella cultura dell’impunità che si nutre di silenzi e complicità. Qui l’impunità nasce dalla lentezza, dalla complessità, dal fatto che denunciare costa più che tacere. Chi dovrebbe vigilare diventa parte del problema.

Questo è il tradimento. Non il singolo furto, ma la sua normalizzazione. Quei fondi non sono più strumenti di sviluppo: sono trofei per chi aggira le regole. Mentre le imprese oneste pagano il prezzo più alto.

Non so più come ripeterlo, a volte mi sembra di parlare da solo, anche se ad alta voce: bisogna spezzare questo circolo vizioso e sì… non bastano le leggi (fatte tra l’altro in maniera ridicola, come non bastano i controlli, serve una rivoluzione culturaleconvincere chi lavora nel pubblico che ogni firma è una responsabilità, non un favore; insegnare alle imprese che la legalità non è un costo, ma un investimento; ricordare ai cittadini che denunciare non è un rischio, ma un dovere.

Perché finché permetteremo che i fondi diventino bottino, finché lasceremo che la corruzione sia una pratica quotidiana, non ricostruiremo mai la fiducia e senza fiducia, non c’è economia, non c’è progresso, non c’è futuro!

Oggi, mentre scrivo queste righe, penso a quanti hanno smesso da tempo di credere che le cose in questo Paese possano cambiare. Ma come ripeto spesso, la speranza non è nella rassegnazione, ma nel gesto concreto, perché la legalità non è un ideale lontano, ma una semplice scelta quotidiana. Ed ogni volta che la facciamo, anche se nessuno lo vede, è un seme che piantiamo nell’arido terreno dell’indifferenza, è una piccola luce che accendiamo nel buio della rassegnazione.

Sistema Sicilia…


La storia sembra ripetersi, come se in questa terra il tempo non scorresse… ma girasse in tondo, lasciando impronte sempre uguali ma su strade diverse, quasi a volerci ricordare che nulla cambia veramente.

Già… proprio come in passato, oggi ritroviamo nuovamente Totò Cuffaro al centro di un nuovo scandalo – interrogato dal Gip con accuse pesanti quali: associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Ho letto che mentre si presentava in Tribunale avrebbe detto ai giornalisti di avere “fiducia nella giustizia“.

Una frase che suona come un ritornello familiare, il refrain di un sistema che non ha mai davvero cambiato pelle. Come sapete non condivido nulla di quel sistema che da sempre condanno con tutte le mie forze, ma resto altresì convinto che le sue dimissioni da segretario della Dc e la rimozione degli assessori a lui vicini, siano solo la punta dell’iceberg, sì… le prime onde di uno scandalo che scuote il palazzo, ma non ne mina le fondamenta.

Perché il sistema, quello vero, è molto più grande di un solo uomo. Dietro l’ex Presidente della regione, si nasconde una rete di relazioni che si estende in ogni angolo dell’isola fino a giungere a Roma, coinvolgendo figure istituzionali come ex ministri e attuali deputati. 

Ho letto inoltre di consorzi di imprese che esistono più nei documenti che nei cantieri, già… quest’ultimi sono riusciti a ottenere decine di appalti pubblici grazie a quelle relazioni giuste. Come sapete, non entro nel merito dei nomi specifici – non m’interessano né quelli e ancor meno i cognomi dei loro referenti – ma è evidente come queste entità, muovendosi con sorprendente agilità tra commesse milionarie e relazioni politiche di alto livello, abbiano costruito imperi che ora rischiano di sgretolarsi, come molti di quelli che abbiamo visto in questi anni crollare su se stessi, sì… credo che sia solo questione di tempo!

E cosa dire della sanità, di quel settore che dovrebbe essere sacro e invece è diventata la cassaforte della corruzione, il luogo dove si decidono destini e fortune? Gare pilotate, concorsi truccati, punteggi modificati in silenzio, tutto avviene alla luce del sole, senza vergogna, come se fosse la norma. La novità, come riportavo alcuni giorni fa, è che oggi la corruzione non si manifesta più solo attraverso le classiche buste marroni con mazzette di banconote, ma attraverso scambi di utilità più sottili, già… più socialmente accettabili, che creano dipendenze destinate a riproporsi nel tempo.

Non è più solo il denaro, ma la capacità di distribuire opportunità, di creare reti di potere, di controllare la burocrazia. Mentre i cittadini comuni faticano a ottenere un visto, un permesso, un servizio pubblico, chi sa muoversi tra le pieghe dell’opacità ottiene tutto con una semplice telefonata e di queste telefonate, ogni giorno, se solo potessimo ascoltarle, ve ne sono a centinaia… 

Già, ciascuna di esse potrebbe realizzare quella storica pubblicità della “SIP” con protagonista l’attore Massimo Lopez e quel celebre slogan: “il telefono allunga la vita“, aggiungendo oggi: “non solo quella, ma anche il potere“.

Sì, il denaro non conta più nulla, ciò a cui tutti ambiscono è la promessa di un posto di lavoro, l’aggiustamento di un punteggio, la nomina a un incarico prestigioso, quello scambio silenzioso tra un politico e un imprenditore, tra un funzionario e un professionista, tra una personalità istituzionale che ha il potere e chi lo cerca.

E così, mentre la politica regionale cerca di assestarsi dopo questo terremoto, con vertici di maggioranza rinviati e nomine bloccate, ciò che resta è la sensazione amara che alla fine, nulla cambi veramente. La nostra Regione Siciliana è tornata a essere un luogo di mera intermediazione, dove tutto si fa “alla luce del sole, senza vergogna“.

Mentre il “sistema” Sicilia continua ad essere un intreccio inestricabile di potere, affari e silenzi, che prospera nell’ombra, resistente a ogni scandalo, a ogni inchiesta, a ogni promessa di cambiamento. La mafia, pur non essendo più il regista, rimane comunque la prima beneficiaria collaterale, sempre pronta a intercettare gli effetti economici di quei flussi illeciti. E sì, perché nonostante tutto, nonostante le inchieste, nonostante gli arresti, quell’infezione continua a diffondersi, silenziosa, implacabile, inevitabile. Perché la corruzione, quando diventa “Sistema”, non conosce fine!!!

E forse, proprio per questo, non conoscerà mai fine, perché in questa terra, dove la linea tra legale e illegale è così sottile da diventare invisibile; chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi decide chi deve restare e chi deve andare? Chi decide chi merita una seconda possibilità e chi no?

Nello scrivere queste parole ho ripensato alla fiction “Il Capo dei capi” interpretata dal bravissimo attore Claudio Gioè, nella parte del boss di “cosa nostra” Toto Riina, mentre discute con l’amico di sempre Binnu (Bernardo Provenzano): “I Corleonesi nunn’ hanno bisogno ru stato! Ave trent’anni che mettiamo le leggi senza bisogno di scriverle e siamo noi che le facciamo rispettare, siamo noi che decidiamo qua va a crepare e qua va a vivere, qua va a pigliare gli appalti e chu resta morto de fame, chi se ne deve andare a Roma e chu resta cu u’ culo pe’ terra… hann’a trattare cu’ mia, Binno! Qui lo stato sono io!”

Consentitemi di uscire per un istante dalla serietà di questo post, aggiungendo come a tal proposito – senza togliere meriti all’interpretazione di Gioè – molti miei amici che hanno potuto osservare alcuni anni fa, quella stessa parte realizzata (ovviamente per scherzo) dal sottoscritto, con la collaborazione di una delle mie figlie – un video modificato attraverso un filtro se non ricordo male del social “Tik Tok” – dichiaravano che ero da Oscar…

Riprendendo per concludere: la risposta è semplice… sono sempre loro, quelli che siedono ai tavoli del potere, quelli che controllano le chiavi del sistema. E finché non cambierà questo “sistema“, ogni inchiesta, ogni arresto, ogni dimissione, non sarà che l’ennesima goccia nel mare di un male che, come ripeto e scrivo da 15 anni in questo Blog: è diventato “cosa nostra“, di conseguenza parte del Dna di questa terra!

Il mio incontro con i ‘paladini della legalità’: perché scappano davanti alla mie proposte concrete? Il motivo (celato) è che minaccia il loro sistema di potere!


E allora mi ritrovo a pensare a questi ultimi anni, a tutti quegli incontri con i cosiddetti “paladini della legalità”: candidati alla Regione, ex Presidenti, Sindaci, dirigenti pubblici e persino quei professionisti a cui i Tribunali hanno affidato incarichi di fiducia. 

Li avvicinavo dopo i loro comizi, durante convegni i cui resoconti avrete letto sicuramente nei giornali e/o sui social, e all’inizio mi illudevo, sì… ascoltavo le loro parole roboanti contro le ingiustizie, la loro curiosità quasi affamata per le inchieste in corso, e credevo di aver trovato degli alleati.

Insieme ad essi analizzavo l’ombra lunga che avvolge la mia Sicilia, un’oscurità che si insinua tra i corridoi dei palazzi, tra i documenti fatti sparire, ma pensavo fosse colpa della solita torpida burocrazia, la carta che ammuffisce, un problema di inefficienza e non di male organizzato.

Poi, con il passare del tempo, qualcosa si rompeva. Gli stessi soggetti, così cortesi e disponibili sin dal primo incontro, alzavano un muro di gomma alle mie proposte più concrete. Li rivedevo e sentivo un’ostilità improvvisa, un fastidio persino per la mia presenza; restavo lì, muto, a chiedermi dove avessi sbagliato, cosa avessi detto di errato, ma non mi veniva in mente nulla.

Erano loro che cambiavano registro, che si ritraevano, che fingevano di non riconoscermi e io, ingenuamente, continuavo a credere che fosse un malinteso, un incidente di percorso, non il sintomo inequivocabile di un sistema che si stava proteggendo.

Gli anni passano, e la verità affiora con la pazienza cinica di chi sa aspettare. Quegli stessi soggetti, spariti per un po’ – magari per una qualche indagine che li ha lambiti – magicamente ritornano. E non ritornano da soli, già… scopro che tutti quei nomi, insieme a molti degli indagati di cui erano a conoscenza per i loro incarichi, non erano affatto sconnessi, ma anzi, perfettamente intrecciati in una tela che unisce politica, affari e persino le loro stesse famiglie.

Come si dice a Catania: “nenti fari, ca tuttu si sapi”. Ed è così che vengo a scoprire come i familiari di alcuni di loro abbiano svolto, e ancora svolgano, incarichi lucrosi per gli amici degli altri. Professionisti che sulla carta dovrebbero colpire gli illeciti, siedono invece allo stesso tavolo con gli indagati, e tutti insieme banchettano in un silenzio complice che sa di tradimento.

Che schifo, mi viene il disgusto solo a ripensarci, ed hanno avuto il coraggio di parlare con il sottoscritto di legalità. Se solo questa parola potesse trasformarsi in una pandemia, contagiare tutti quelli che la pronunciano a denti stretti senza mai metterla in pratica, allora forse qualcosa cambierebbe.

Purtroppo il mio auspicio non si è realizzato. Quel sistema, per quanto infetto, non miete vittime tra i suoi custodi, anzi, prosegue impeccabile, ben oliato, come un orologio che segna sempre l’ora del favore, della raccomandazione, della mazzetta che passa di mano in mano fino ai piani più alti. E nessuno ferma nulla, né la magistratura né le forze dell’ordine, perché l’infezione è ormai sistemica, capillare, persino rispettabile nelle sue forme più subdole.

Mi rifugio allora nelle parole antiche, in quella giustizia divina che non ammette ambiguità. “Chi pecca morirà”, dice il profeta Ezechiele. E se il giusto si volta e commette il male, è per quel male che morirà. Non è una minaccia, è una legge di armonia, un richiamo alla coerenza che l’uomo moderno ha dimenticato. L’Epistola ai Romani lo ricorda: non dobbiamo prestare le nostre membra, le nostre mani, i nostri occhi, come strumenti d’iniquità.Tutto deve essere in armonia con la giustizia.

E così, quando vedo quelle persone che parlano di legalità mentre le loro azioni servono solo a perpetuare il male, penso che forse, solo un Giudizio così radicale e senza appello potrebbe purificare questa terra martoriata.

Ed allora, forse, è tempo che io riprenda a pregare…

Quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo…


Non è facile raccontare ciò che si ascolta senza mai sentirsi veramente sicuri di averlo compreso fino in fondo, perché qui, in questa terra che continua a nutrire sogni e disillusioni con uguale generosità, il male non arriva avvisandoti con i passi pesanti di chi vuole farsi notare, ma con quelli attutiti di chi sa già di essere atteso. 

È un andare e venire silenzioso, quasi familiare, tra uffici, incontri al bar, corridoi di palazzi dove nessun cartello indica la giusta direzione, ma tutti – incredibilmente – sanno dove devono voltarsi, e così, mentre fuori la giornata inizia a prendere forma ed il sole batte su quelle nostre strade dissestate, qualcuno da dentro quell’ufficio sta firmando qualche documento, qualcun altro viceversa sta tacendo, e un terzo sta preparando il conto da presentare a chi di dovere… 

Si potrebbe pensare che i numeri siano freddi, distanti, quasi rassicuranti nella loro impersonalità, eppure quei duecentocinquanta nomi all’interno di quei fascicoli d’inchiesta aperti tra il 2020 e oggi, sono di fatto persone reali, non solo volti sfocati di foto segnaletiche, ma dirigenti e funzionari che incontravi ogni giorno, anche di domenica al supermercato, parliamo di professionisti, di politici, di assessori che sorridevano alla festa del quartiere, mentre quelle ruspe scavavano il terreno per un appalto che nessuno aveva richiesto.

Eppure i dati parlano chiaro: cinque inchieste su quarantotto in un solo anno, ottantadue persone indagate su poco meno di seicento in tutta Italia, un tasso che non si spiega con la sfortuna, né con la geografia, ma con una logica profonda, sedimentata, quasi istituzionalizzata. 

La Sicilia tra l’altro non rappresenta un’eccezione, anzi… è un vero e proprio laboratorio, un luogo dove si osserva (ahimè… con una certa tragicità) come la corruzione non sia mai stata solo un reato, ma una forma di governo parallelo, una grammatica condivisa tra chi sa e chi non chiede.

E non è neppure una questione di mancanza di controlli, di leggi troppo deboli o di una magistratura troppo lenta a causa di una burocrazia che riempie costantemente di faldoni quelle loro scrivanie, no…  è che il sistema, nel tempo, ha imparato a vestirsi meglio, a togliersi la cravatta sporca e a indossare un completo sobrio, a sostituire la busta con la stretta di mano, il favore con la raccomandazione “tecnica”, la tangente con la consulenza “strategica”. 

Non è più questione di chi prende, ma di chi permette, di chi interpreta, di chi tace sapendo che quel silenzio ha un prezzo e di conseguenza… un ritorno. Le relazioni opache, di cui ho sentito pronunciare in queste ore dal generale Napolitano – nuovo comandante della Guardia di finanza di Palermo – non sono un difetto del sistema, sono il sistema stesso: non un cancro da estirpare, ma un tessuto che si rigenera perché continua a essere nutrito, ogni giorno, da chi preferisce non guardare troppo da vicino per non dover poi scegliere da che parte stare.

Mi chiedo… non tanto come sia possibile che accada ancora, ma come sia possibile che, nonostante tutto, qualcuno si continui a stupirsene. Perché non è la corruzione a essere eccezionale, qui: è l’onestà a esserlo.

È quell’impiegato che rifiuta, l’imprenditore che non abbassa lo sguardo, il funzionario che scrive una relazione senza omettere quel dettaglio scomodo, a sembrare fuori posto, già… a rischiare di essere considerato un ingenuo, o peggio, un traditore. Eppure, sono loro, forse, a tenere ancora accesa una possibilità: non quella di una rivoluzione improvvisa, ma quella di una resistenza quotidiana, minuta, fatta di scelte che non finiranno mai sui giornali, di documenti consegnati in tempo, di firme messe senza guardare da che parte spirava il vento.

Perché alla fine, non si tratta di sconfiggere un nemico lontano, ma di riconoscere che quel filo del potere illegittimo non si spezza da solo: si spezza ogni volta che qualcuno decide di non passarlo oltre.

E forse, è proprio lì – in quel preciso momento tra esitazione, silenzio e soprattutto scelta – che sta ancora, incredibilmente, la speranza. Non quella retorica, da discorso ufficiale, ma quella più vera, più fragile: quella che si esercita quando nessuno ti vede, quella che finalmente hai deciso lo stesso di compiere!

La corruzione non ha più confini: Quando la talpa indossa la divisa!


In questi giorni mi sono trovato a leggere pagine di una storia che purtroppo ha il sapore amaro di chi vorrebbe che certe circostanze non accadessero mai, già… una di quelle vicende che ci fanno riflettere su quanto il male possa infiltrarsi persino laddove dovremmo sentirci più al sicuro.
La notizia peggiore parla di un alto ufficiale, un uomo che indossa una divisa simbolo di onore, e che invece viene accusato di averne tradito il giuramento, sussurrando segreti dell’istituzione a chi quelle indagini avrebbe voluto eluderle.

Sì… l’immagine di una talpa che, invece di scavare nella terra, scava nell’archivio sacro della giustizia, avvisando un uomo già condannato in passato e i suoi alleati che l’occhio della legge si stava posando nuovamente su di loro.

Ciò che lascia sgomenti non è solo l’atto in sé, ma il contesto in cui si inserisce, un quadro fosco che sembra ripetersi con una sconcertante regolarità. A distanza di molti anni, lo stesso personaggio sembra poter ancora contare su qualcuno pronto a macchiare quella divisa in cambio di cosa, forse di un favore, di una raccomandazione, di un posto di lavoro per una persona cara.

È l’abituale logica del baratto che sostituisce quella del dovere, la stessa che trasforma un presidio di legalità in una stanza dei bottoni occulta. I magistrati parlano di un comitato d’affari che si muove nell’ombra, capace di infiltrarsi e deviare la macchina amministrativa, una trama che sembra riavvolgere il nastro fino ai giorni delle talpe di un lontano passato.

Emerge così il racconto di un incontro clandestino, organizzato nello studio di un legale, dove le parole sussurrate valgono più di qualsiasi documento ufficiale. L’ex governatore, attraverso un amico, viene a sapere che un colonnello vuole vederlo per questioni delicate, e il sospetto che si tratti di informazioni riservate sulle indagini a suo carico diventa rapidamente certezza.

L’unica soluzione è incontrarlo, guardarlo negli occhi e ascoltare. Le telecamere di sorveglianza catturano i volti, i tabulati confermano gli spostamenti e il quadro diventa sempre più nitido e desolante. Quel faccia a faccia non era una cortesia tra conoscenti, era il luogo dove la riservatezza delle indagini veniva mercificata.

Poco dopo, in una conversazione intercettata, l’ex governatore racconta al suo braccio destro il contenuto di quell’incontro. Il consiglio era di fare attenzione, di vigilare sulle proprie parole e su quelle di chi li circonda, un monito che suona più come un’ammissione di complicità che come un generico avvertimento.

Ma il punto cruciale, quello che trasforma una rivelazione in un patto osceno, arriva dopo. Le informazioni preziose, quelle che potrebbero scongiurare guai giudiziari, avevano un prezzo non detto ma chiarissimo. In cambio delle notizie riservate, si chiedeva un posto di lavoro per la moglie in un programma di microcredito. È questo il baratto, lo scambio che umilia la divisa e tradisce la fiducia di tutti noi.

E così, mentre leggevo su questa notizia mi chiedevo: dove è il limite, dove finisca l’errore e inizia la corruzione sistemica? Cosa fare quando chi dovrebbe essere il baluardo della trasparenza diventa egli stesso una falla?

Una cosa è certa… non ci sono più alibi, quanto accade è un male che non conosce confini, che non si ferma davanti a nessun simbolo di autorità e che macchia in modo indelebile non solo le persone, ma l’idea stessa di giustizia che faticosamente cerchiamo di preservare.

Sì… oggi è toccato a loro, a quei nomi che deliberatamente scelgo di non riportare perché non meritano l’attenzione di queste pagine, ma domani chissà. La riflessione che mi porto a casa è amara, ma necessaria. La vigilanza deve essere costante, perché l’integrità è un bene fragile, e la sua difesa non ammette pause.

Catania: la prossima pagina dell’inchiesta!


C’è un momento, prima che la notizia si adagi come fosse polvere su una scrivania dimenticata, in cui essa vibra, non come fatto, ma come segnale. Già… proprio come un avviso scritto in una lingua che conosciamo bene, anche se facciamo finta di non capirla.

Ora quel segnale non è solo l’eco di una sentenza né il rilancio di un comunicato stampa: è il peso specifico di ottantamila euro in contanti, gli ennesimi soldi a nero che circolano in questo Paese, e lasciatemi ricordare come, in tutti questi anni, nessun governo nazionale ha mai voluto adottare provvedimenti veri contro il riciclaggio e i pagamenti in nero, trovati chiusi nell’ennesima cassaforte, nascosta tra le mura di una casa in città o in una tenuta fuori mano.

Non è tanto la cifra a colpire – ormai sappiamo che i numeri si gonfiano, si riducono, si mimetizzano – quanto il gesto di nasconderla, di tenerla lì, ferma, come un’assicurazione silenziosa, un pegno in attesa di essere riscattato o di corrompere chiunque si mostri disposto a farsi infettare.

È la conferma che, contrariamente a quanto dichiarato ieri dal Presidente Mattarella – «la mafia tracotante che fu sconfitta» – la sua totale distruzione non è mai avvenuta. Anzi, quel sistema non è in crisi: funziona benissimo, più florido che mai.

Certo, funziona per pochi (infetti) e contro tutti: appalti, sanità, assunzioni, gare che si aprono e chiudono con la stessa facilità di una saracinesca. Un sistema criminale «pubblico», non per servire, ma per selezionare, per garantire che quella casta sopravviva, che il cerchio resti chiuso, che le mani che stringono siano sempre le stesse, anche se i volti cambiano, le generazioni si susseguono e le etichette politiche si rinnovano.

Non è corruzione occasionale, non è una deviazione momentanea: è un metodo consolidato, oliato, che si ripete, si perfeziona, si trasmette. Un linguaggio condiviso, fatto di pressioni discrete, rinvii strategici, punteggi modificati in silenzio, commissioni che decidono non per quello che vedono, ma per ciò che gli viene suggerito.

E chi credeva che tutto questo fosse circoscritto a un ufficio, a una provincia, si sbagliava. Il contagio non rispetta i confini amministrativi: segue le relazioni, i favori, i debiti non scritti, dalla costa occidentale fino alle pendici dell’Etna, lungo strade secondarie che non compaiono sulle mappe, ma solo sulle agende private.

Non sono più solo le parole intercettate a raccontare questa storia: sono i corpi che si irrigidiscono al suono di un telefono, le dimissioni annunciate con ritardo, i sit-in silenziosi davanti ai palazzi, con striscioni che non gridano rivoluzione, ma chiedono una cosa sola: rispetto. Ma rispetto di cosa? Per chi lavora onestamente, per chi aspetta un’assunzione meritata, una strada riparata non per grazia ricevuta, ma per diritto?

Mentre alcuni sperano che l’inchiesta si esaurisca tra verbali e interrogatori programmati per venerdì, qualcosa già si muove più a est. Sì… Catania non è un’ipotesi: è una direzione. Lo sento nell’aria, nel modo in cui certe telefonate si interrompono prima del previsto, nelle carte ricontrollate all’improvviso, nei nomi cancellati da liste e protocolli.

Non è fantasia: quando un sistema viene scosso davvero, non crolla pezzo a pezzo, ma tutto insieme. E saranno in molti a dover piangere. Chi ha costruito la propria fortuna su fondamenta marce non può non tremare, soprattutto chi, insieme alla sua famiglia, ha goduto di un «improvviso» benessere senza mai chiedersi da dove venisse..

Perché questa volta non si tratta di coprire, archiviare o attendere che il tempo cancelli tutto. Questa volta, la luce entra da più finestre. E anche se qualcuno spera che il clamore si spenga, ciò che è stato commesso – l’infamia con cui si sono macchiati – non svanirà!

Perché lì, nell’asettico mondo virtuale, nulla viene cancellato. I nomi, i cognomi, le date resteranno per sempre, scolpiti nella memoria digitale che non perdona. E quando qualcuno proverà a dimenticare, basterà un click per ricordare chi ha tradito, come ha tradito, e a chi è costato. Perché la verità, una volta esposta, non torna più nell’ombra.

“Enjoy” si è fermata a Eboli? No… a Castel di Iudica!


Già… in questo nostro Paese, il più delle volte ci si gira dall’altra parte, come se voltare lo sguardo bastasse a cancellare i problemi. 

Viceversa il sottoscritto – proprio due settimane fa – mentre tornavo a casa lungo una strada desolata che da Castel di Iudica conduce verso l’autostrada A19 (Catania-Palermo), non ha potuto che notare un’auto: nuova, bella, rossa, con il logo “Enjoy” stampato sulla carrozzeria, come un ironico slogan pubblicitario, abbandonata lì… in mezzo al nulla.

All’inizio sembrava solo parcheggiata in modo strano, forse dovuto a un problema meccanico o chissà a un errore di qualcuno che in maniera celere l’avesse abbandonata, ma poi, giorno dopo giorno, ho visto i pneumatici sparire, i cerchioni strappati e via via, sembra apparire come ossa da uno scheletro, mentre i ladri – o forse qualcuno in cerca di ricambi per la stessa marca – inizia a smontare pezzo a pezzo, quel relitto sotto il naso di tutti.

Pensavo altresì ai possibili rischi, già… a ragazzini che per gioco potrebbero lanciare sassi contro quei finestrini e ai poveri ciclisti che rischierebbero di finire in mezzo ai vetri divelti, eppure vedendo quell’auto mi son chiesto come mai finora nessuno avesse mosso un dito? Le forze dell’ordine, secondo quanto riportato al bar la scorsa settimana – dove avevo preso un caffè – erano passate a controllare.

Ed allora pensavo: ma c’è qualcuno a cui interessa? Perché nessuno ha chiamato un carro attrezzi? Ed allora stamani ho rallentato e l’ho fotografata nuovamente e mi sono chiesto se non fosse il caso di segnalarla anche attraverso questo blog, ripensando ai rischi che quell’auto possa – in quelle condizioni – provocare, soprattutto di notte, quando l’area è così fitta che sembra di camminare a occhi chiusi.

Eppure si tratta di una vettura a noleggio, non un relitto di proprietà privata. La società dovrebbe sapere dov’è, no? O forse no. Forse il sistema di tracciamento è stato disattivato, forse è stata rubata, forse il cliente l’ha lasciata lì dopo un guasto e tornato a riprenderla ma viste le sue condizioni, ha deciso di fare diversamente… 

Ma la vera beffa è che “Enjoy” (che significa godimento, in inglese) è diventata il nome di un monumento all’indifferenza.

Chi l’ha abbandonata? Un utente distratto che ha premuto “fine noleggio” senza accorgersi di aver lasciato l’auto in mezzo al deserto? Un dipendente troppo impegnato a compilare scartoffie per verificarne la posizione? O forse siamo tutti colpevoli, già… noi che passiamo e non facciamo niente, convinti che “tanto non è affar nostro”?

E così… mi torna in mente quel film, “Cristo si è fermato a Eboli”, dove la storia cerca di spiegare il mondo, guardando tra le sue pieghe più nascoste. Solo che qui, a Castel di Iudica, non è Cristo che si è fermato: è il senso civico!

È l’idea semplice che, se vedi un’auto abbandonata in una zona pericolosa, fai una telefonata. Che se sei delle istituzioni, non ti limiti a controllare e basta: agisci!

Invece, no… siamo qui a quasi due settimane di distanza, e nessuno ha chiamato un carro attrezzi. Già… si preferisce parlare al bar, lamentarsi tra un caffè e l’altro, e poi tornare a casa senza alzare lo sguardo e aspettare che quell’auto diventi prima o poi un problema.

Mi chiedo: quanto deve durare questa farsa? Quanti vetri devono andare in frantumi, quante altre altre parti meccaniche o di carrozzeria debbono esser trafugate, prima che qualcuno decida di muovere un dito?

Forse basterebbe una segnalazione, un messaggio alla società, auspico solo che non si preferisca – come sempre – che siano gli altri a risolvere i problemi. La vera tragedia infatti, non è l’auto abbandonata, è che nessuno si sente responsabile di rimetterla in carreggiata.

Spero quantomeno che questo post, con la targa ben visibile, arrivi a chi di dovere. Ma la domanda che mi porto dietro è un’altra: quando capiremo – noi cittadini – che la civiltà non è solo questione di leggi o di controlli, ma di guardare ciò che abbiamo davanti e non far finta di non vedere, ma fare sempre la nostra parte? 

INCREDIBILE: sono le 13.45 ed è successo. L’auto è stata ritirata con un carro attrezzi. Proprio adesso, dopo due settimane di abbandono, di cerchioni rubati, di vetri a rischio per i ciclisti, dopo tutti i caffè al bar in cui si parlava di “non è affar mio”, dopo le forze dell’ordine che hanno controllato e basta… è bastato scrivere un post, mostrare la targa, ricordare che la civiltà non è un optional.

Mi chiedo: se è successo così in fretta, perché non è accaduto prima? Perché ci voleva un cittadino che alza la voce, che non si gira dall’altra parte, per far muovere le cose? Forse perché a volte basta un granello di sana vergogna, un po’ di luce puntata su un angolo dimenticato, per smuovere ingranaggi che sembravano arrugginiti. O forse, semplicemente, qualcuno ha letto queste righe e ha deciso di fare la sua parte.

Non voglio esultare, non ancora. Perché la vera vittoria non è il carro attrezzi che se ne va con quel relitto, ma il fatto che, per una volta, qualcuno ha scelto di non voltare lo sguardo. La domanda resta: perché aspettare sempre che sia un post a risolvere ciò che dovrebbe essere normale? Perché lasciare che siano i cittadini a fare il lavoro che spetta ad altri?

Intanto, però, oggi auspico di avervi trasmesso una cosa: a volte, basta poco. Un click, una segnalazione, un “non mi va di tacere”. Non è molto, ma è già qualcosa. E se questa auto è finalmente sparita, spero che domani non ce ne sia un’altra al suo posto. Perché la civiltà non è questione di miracoli: è questione di non smettere mai di guardare!

Quel che resta da fare: Quando il cittadino entra in scena.


Dopo aver parlato del ritmo e del silenzio, resta ora da chiedersi: e noi?

Già… noi, non come denuncianti improvvisati, non come investigatori della domenica, ma come cittadini che camminano ogni giorno per strade costruite – o non costruite – da scelte che qualcuno ha fatto al posto nostro, spesso senza chiederci nulla.

Non si tratta di sostituirsi alle autorità, né di sostituire il sospetto alla fiducia: si tratta, più semplicemente, di non lasciare che la complessità diventi scusa per l’indifferenza.

Esistono oggi strumenti che, fino a pochi anni fa, sarebbero sembrati fantascienza. Ad esempio il portale “OpenCantieri”, mette a disposizione – in tempo reale e in formato aperto – dati su oltre 150.000 cantieri pubblici in tutta Italia: chi li ha vinti, a quanto, con quale procedura, se sono in ritardo e di quanto. Non è un archivio per esperti: basta inserire il nome del proprio comune e compariranno le voci di spesa, i soggetti aggiudicatari, le date di inizio e fine lavori. Certo, è uno specchio a volte impietoso, ma quantomeno veritiero.

Poi c’è l’Indice della Pubblica Amministrazione, gestito dall’ANAC, che permette di verificare, con pochi clic, se una stazione appaltante ha pubblicato i suoi bandi sul sito previsto dalla legge, se ha rispettato i tempi minimi di consultazione, se ha motivato le scelte tecniche con trasparenza.

Ed ancora, il Portale Unico dei Contratti Pubblici, dove ogni bando, ogni aggiudicazione, ogni variazione deve essere registrata – pena sanzioni amministrative. Non sempre lo si fa. Ma se qualcuno lo nota, e lo segnala – con calma, con precisione, senza clamore – qualcosa può cambiare.

Segnalare non significa per forza “accusare”, significa viceversa chiedere chiarimenti, inviare una PEC alla stazione appaltante per sapere perché un bando è stato pubblicato un lunedì con scadenza giovedì; significa, in alcuni casi, rivolgersi all’ufficio preposto all’accesso civico, previsto dalla legge 241/1990, per ottenere copia dei verbali di gara. Significa ahimè – quando i dubbi diventano troppo consistenti – scrivere all’ANAC, che ha un canale dedicato (segnalazioni@anticorruzione.it) che garantisce riservatezza a chi denuncia irregolarità. Non serve quindi essere avvocati, basta semplicemente essere precisi: citare il CIG del bando, la data di pubblicazione, il punto del capitolato che appare anomalo.

Ho visto piccole cose nascere da gesti altrettanto piccoli. Un lettore del mio blog, qualche anno fa, notò che lo stesso raggruppamento temporaneo si era aggiudicato quattro scuole in altrettanti comuni limitrofi, sempre con ribassi identici al 29,7%. Non scrisse un articolo. Non lanciò accuse. Mandò una mail all’ufficio trasparenza di uno dei comuni coinvolti, allegando i quattro bandi. La risposta arrivò dopo due settimane: la gara fu sospesa, avviata una verifica interna, e infine annullata. Nessuno finì sui giornali. Ma la scuola fu rifatta, da un’altra ditta.

Non sto dicendo che basti questo. Sto dicendo che, senza questo, non basta nient’altro…

Perché la corruzione non teme le leggi più severe – quelle… le ha già imparate e soprattutto le sa aggirare. Quello che teme di più, siamo noi, lo sguardo attento di chi è ostinatamente ordinario, di chi non ha potere, ma ha una forte memoria.

Già… di chi non alza la voce, ma non distoglie gli occhi, di chi sa che, talvolta, la prima crepa in un sistema opaco non è un’inchiesta, ma una domanda scritta in una mail, inviata un pomeriggio qualunque, mentre prendiamo all’interno di un bar una tazza di te, da una semplice scrivania improvvisata.

Il silenzio tra un appalto e l’altro: Quando la gara finisce prima di cominciare.


Il metodo forse più subdolo è quello che si nasconde dietro la formula dell’“offerta economicamente più vantaggiosa”. In teoria, un modo per premiare il valore tecnico. In pratica, a volte, un meccanismo perfetto per favorire gli amici.
Come si può pensare di pubblicare un bando da milioni di euro e concedere solo quindici giorni per presentare uno studio migliorativo? Un tempo così esiguo che non basta neppure per leggere e comprendere a fondo il progetto. Viene il sospetto che il capitolato sia stato disegnato su misura per qualcuno, che conosceva in anticipo i dettagli e ha potuto preparare l’offerta con calma.

Non è fantasia: la Corte dei Conti, nella sentenza n. 746 del 28 marzo 2024, ha annullato l’aggiudicazione di un intervento di messa in sicurezza idrogeologica in Calabria proprio per questo motivo – un bando pubblicato un venerdì sera, con scadenza di giovedì successivo, e un capitolato tecnico contenente requisiti così specifici da coincidere, quasi alla lettera, con le caratteristiche di una sola delle tre imprese partecipanti. La sentenza, consultabile nel registro ufficiale della Corte, parla chiaro: non si tratta di errore procedurale, ma di “alterazione della par condicio sostanziale”, una formula che, tradotta in parole semplici, significa che la gara non era una gara.

La caccia al bando stesso diventa una prima, ardua selezione. Documenti nascosti su siti inaccessibili, pubblicazioni fatte circolare in ritardo, gare indette a ridosso di festività. Sono tutti espedienti che, sommati, scoraggiano i concorrenti sgraditi e restringono il campo a pochi eletti. E se, nonostante tutto, vince un’impresa “sbagliata”, ecco che i tempi di avvio dei lavori si dilatano magicamente, fino a quando un intoppo burocratico non permette di ripiegare sulla seconda in graduatoria, che guarda caso è proprio l’impresa amica.

In questo panorama, persino l’ipotesi più fantasiosa, come quella di un accesso informatico illecito per conoscere le offerte degli altri pochi minuti prima della scadenza, lascia un dubbio amaro in gola.

Non è solo un dubbio, del resto. Il Rapporto 2024 della Direzione Nazionale Antimafia dedica un’intera sezione al “rischio informatico nei sistemi telematici degli appalti”, segnalando come, in almeno tre inchieste concluse negli ultimi diciotto mesi, sia emersa la pratica di accessi non autorizzati a piattaforme di gara da parte di consulenti esterni – figure apparentemente neutrali, spesso nominate con procedure semplificate, che avevano accesso simultaneo ai documenti delle stazioni appaltanti e alle bozze delle offerte.

Il rapporto, disponibile nel sito ufficiale della DNA , non parla di casi isolati, ma di un’evoluzione della collusione: non più bustarelle in contanti, ma intrusioni digitali, scambi di file criptati, tempi di risposta sospettosamente sovrapposti. È una corruzione che ha imparato a digitare.

Proprio in queste ore, la cronaca giudiziaria torna a occuparsi della materia, con inchieste che coinvolgono figure di alto livello nella pubblica amministrazione. La politica assicura massima attenzione e rigore, in attesa degli esiti dell’autorità giudiziaria. È un segnale che qualcosa, forse, potrebbe muoversi.

Ma la sensazione è che, senza una vigilanza costante e una volontà ferrea di cambiare le regole del gioco, questo meccanismo ben oliato sia destinato a riavviarsi, ciclo dopo ciclo, appalto dopo appalto.

Eppure, ogni volta che un funzionario sceglie di non voltarsi dall’altra parte, ogni volta che un cittadino chiede copia di un bando e ne verifica i termini, ogni volta che un giornalista ricostruisce una catena di aggiudicazioni che nessuno aveva collegato – in quei momenti, il silenzio tra un appalto e l’altro non è vuoto: Sì… è per fortuna lo spazio in cui, forse, può ancora nascere qualcosa di diverso.

Il ritmo che conosciamo: Quando il bando non è una gara.


Si torna a parlare di gare d’appalto, ed è come riaprire un libro di cui si conosce già il finale, ma la cui lettura continua a turbare. Mi riferisco a una sensazione che conosco bene, fatta di sospetti che si accumulano giorno dopo giorno, osservando la stessa scena ripetersi con una regolarità che ha del perturbante.
Basti guardare l’alta frequenza con cui certe imprese si aggiudicano i lavori, una ciclicità che sembra sfidare ogni legge statistica. Si presentano da sole, in temporanea associazione, o celate dietro il comodo paravento di un consorzio, e costantemente, come baciate da una fortuna insolitamente propizia, ottengono la vittoria. È un ritmo che fa riflettere, un ritmo che parla di meccanismi non proprio limpidi.

Certo, qualcuno obietterà che sia solo una coincidenza, che non si debba dar credito a ombre dove non ce ne sono. Eppure i numeri raccontano una storia diversa, fatta di episodi di corruzione che affiorano in continuazione, con la Sicilia purtroppo in testa a queste classifiche.

Il settore più a rischio rimane sempre quello dei lavori pubblici in genere, un mondo vasto che va dalle costruzioni al ciclo dei rifiuti, settori notoriamente sensibili eppure ancora così opachi. So bene che parliamo di un ambiente in cui, per operare, si dovrebbe essere inseriti in appositi elenchi di soggetti affidabili, ma a volte sembra che quei controlli ed i criteri applicati siano ben altri, o quantomeno evidenzino una scarsa attenzione al merito e alla dignità del servizio pubblico.

Si osserva poi una strategia quasi scientifica nella distribuzione degli appalti. Per le commesse più ricche, sembra prevalere un sistema di turnazione tra aziende, con ribassi d’asta così minimi da apparire coordinati. Per gli affidamenti di minore entità, invece, si scende più in basso nella scala amministrativa, coinvolgendo figure tecniche con promesse di contropartite in denaro, in prestazioni o in favori.

In cambio, le imprese ottengono una certa discrezionalità nell’esecuzione, alterando qualità e quantità, chiedendo varianti e risparmiando persino sulla sicurezza. Basterebbe blindare le procedure, verificare seriamente la reale consistenza di queste aziende, per scoprire che molte di loro, a guardarle bene, non sarebbero in grado di riparare neppure la tapparella di casa di mia nonna.

A volte i sospetti trovano conferma in modo così immediato da lasciare senza parole. Già: alcuni anni fa, dopo aver messo nero su bianco in un mio post queste considerazioni, un presidente dell’associazione dei costruttori lanciava pubblicamente l’allarme, parlando di sorteggi sospetti e rischi di una nuova Tangentopoli.

Non era un’allusione generica: pochi mesi prima, l’Autorità Nazionale Anticorruzione aveva dedicato un intero capitolo del suo Rapporto annuale 2024 proprio al fenomeno della “frequenza anomala di aggiudicazione”, un’espressione asettica che nascondeva un dato concreto — il 42% delle stazioni appaltanti con almeno un procedimento sanzionato per irregolarità gravi aveva visto prevalere sempre le stesse imprese in più del 70% dei bandi negli ultimi tre anni.

I casi analizzati includevano appalti per opere stradali, edilizia scolastica e gestione del ciclo idrico, tutti ambiti in cui la qualità dell’esecuzione non è una questione tecnica, ma di sicurezza collettiva. Il rapporto, disponibile integralmente sul sito ufficiale dell’ANAC, non parla di eccezioni: parla di pattern ricorrenti, di procedure formalmente corrette, ma sostanzialmente orientate.

È un richiamo sinistro a una storia ben documentata, non a un ricordo vago o lontano – come quella del cosiddetto “ministro dei Lavori Pubblici” di Cosa Nostra, un ruolo non ufficiale, ma reale: un uomo incaricato dall’organizzazione di decidere chi poteva vincere appalti milionari per le opere pubbliche, chi doveva restare fuori, e a quale prezzo. Un controllo esercitato non con le armi – almeno non sempre – ma con una rete di imprenditori, tecnici e funzionari collusi, capace di far vincere bandi già scritti a misura.

Quella vicenda ci ricorda che il meccanismo corruttivo rappresenta un’infezione che si è ormai normalizzata, diventando quasi ordinaria, e che ormai non affligge più solo alcuni territori ma, in forme diverse, l’intero Paese. Sono parole che confermavano ciò che si osserva ormai da troppo tempo: circostanze curiose nelle aggiudicazioni e un pericolo concreto per la trasparenza.

Cosa aggiungere? Domani proseguirò, seguendo il silenzio che cala tra un bando e l’altro, tra un’aggiudicazione sospetta e la successiva, tra ciò che si scrive nei capitolati e ciò che si decide fuori, già… in stanze dove il tempo sembra non passare mai.

Quando l’onestà paga: Stefano Milone.


Ci sono storie che meritano di essere raccontate non solo per i fatti in sé, ma per la luce che gettano su ciò che conta davvero.
Penso a quanto l’onestà possa sembrare, a volte, una strada in salita, un principio scomodo che mette alla prova il carattere di una persona.

Eppure, oggi voglio parlare di quando l’onestà paga, non in moneta sonante, ma in qualcosa di infinitamente più prezioso: la dignità.

Tutto prende forma nella notte del 17 agosto, in una stanza d’albergo, alla vigilia di una partita di calcio giovanile.

Un giovane arbitro, Stefano Milone, si trova di fronte a una scelta che ne avrebbe messo alla prova l’anima più che la competenza.

Due persone gli si presentano con un’offerta chiara e indecente: tremila euro per piegare il corso del gioco a un risultato prestabilito. È in quel preciso istante, in quel silenzio carico di implicazioni, che il mondo sembra fermarsi in attesa della sua risposta.

E la risposta di Stefano Milone arriva, netta e senza esitazione. È un no. Un rifiuto che non rimane confinato tra quelle quattro mura, ma che diventa subito denuncia, parola data al designatore, primo mattone di un’indagine che avrebbe svelato un sistema corrotto che minava le fondamenta dello sport più amato. Quel “NO” non è stato solo un gesto di rifiuto, è stato un atto di costruzione, la prova che una sola persona, con il suo coraggio, può diventare un argine.

Quel gesto di straordinaria lealtà ha avuto una risonanza che va ben oltre l’episodio di cronaca. Nelle scorse ore, a Roma, Stefano Milone è stato premiato con il riconoscimento “Rispetto e Legalità”, un tributo a chi dimostra che lo sport può e deve essere ancora una scuola di valori. La sua sezione, l’AIA di Reggio Calabria, ha espresso un orgoglio che va oltre l’appartenenza associativa, toccando il cuore di una comunità che ha ritrovato in lui un esempio di purezza morale.

Questa vicenda ci ricorda che la tentazione del silenzio è spesso più comoda, più facile da digerire. Ma ci mostra anche, con limpida chiarezza, che quando una persona sceglie di essere incorruttibile, alla fine non ha che da guadagnarne. Non in denaro, certo, ma in stima, in rispetto, in quella certezza interiore che è la sola vittoria che nessuno potrà mai contestare.

Il suo nome, Stefano Milone, brilla oggi come un promemoria necessario: la vera vittoria non è quella segnata sul tabellino, ma quella che si conquista ogni giorno difendendo i propri valori, senza sconti e senza compromessi.

Di Matteo contro il sistema che piega la giustizia.


Con un gesto carico di quella amarezza che solo le delusioni profonde sanno lasciare, Nino Di Matteo ha consegnato le sue dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati.
Questa decisione, maturata nel silenzio e nella riflessione, non è che l’epilogo di un disagio crescente, la presa d’atto che all’interno di quel consesso continuano a prevalere logiche correntizie e calcoli di opportunità politica, dinamiche che ha sempre rifiutato e contrastato persino da membro del Consiglio Superiore della Magistratura.
È un addio amaro, che parla di ideali traditi e di un’istituzione che, invece di essere baluardo di indipendenza, sembra aver smarrito la sua strada, piegandosi a quelle stesse influenze che dovrebbe combattere.

E così, mentre si accinge a proseguire la sua battaglia a titolo personale, come del resto ha sempre fatto anche quando l’Anm preferiva il silenzio, la sua voce si leva a denunciare il pericolo incarnato dalle riforme degli ultimi anni.

A partire dalla riforma Cartabia fino al più recente progetto sulla separazione delle carriere, questi interventi minano alle fondamenta l’indipendenza della magistratura, il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’efficacia della lotta alla criminalità.

La sua scelta non è una ritirata, ma un cambio di trincea, l’affermazione che certe battaglie per l’integrità dello Stato sono troppo importanti per essere confinate dentro un’associazione che sembra aver dimenticato la sua missione.

C’è un’amara ironia nel fatto che sia un magistrato simbolo della lotta alla mafia a dover constatare, quasi come una rivelazione tardiva, che la giustizia in questo Paese è da tempo fragile e profondamente compromessa.

È un sistema dove le logiche di potere e gli interessi forti, siano essi politici o imprenditoriali, hanno finito per infiltrarsi persino laddove dovrebbe vigere solo il rigore della legge.

La sua uscita non è un episodio isolato, ma un sintomo di un male antico, la testimonianza vivente di come la giustizia sia spesso costretta a subire il peso di giochi che nulla hanno a che fare con il suo compito di garantire verità e giustizia.

Questa presa di posizione arriva in un momento cruciale, mentre si avvicina la battaglia referendaria sulla giustizia, e rappresenta un colpo durissimo per la credibilità dell’associazione.

Dimostra, senza bisogno di ulteriori prove, come la giustizia in Italia mostri da troppo tempo i segni di una fragilità strutturale, dove l’indipendenza è continuamente erosa e le decisioni rischiano di essere condizionate da calcoli estranei al diritto.

La sua scelta è un monito severo, un atto d’accusa contro un sistema che sembra aver normalizzato la sua sottomissione alle logiche del potere, e che forse, proprio per questo, non merita più il nome di “giustizia”.

Ranucci, la bomba e la deriva dei programmi di “informazione”.


L’episodio gravissimo dell’attentato a Sigfrido Ranucci – con un chilo di esplosivo piazzato sotto la sua auto e fatto detonare poco dopo il suo rientro a casa – è un fatto che scuote le coscienze e riporta la memoria a pagine buie della nostra storia. Non si tratta di un gesto casuale, ma di un messaggio preciso e calcolato: un’azione studiata per dire a un giornalista scomodo: “Sappiamo come ti muovi e possiamo colpire te e la tua famiglia in qualsiasi momento”.

È un attacco non solo a un uomo e alla sua famiglia, ma a un simbolo del giornalismo d’inchiesta e, in ultima analisi, alla libertà di informazione, diritto fondamentale in ogni democrazia!

Eppure, ieri sera, nel programma di “informazione” di Bruno Vespa, si è preferito discutere di un banchetto alla Casa Bianca, di un incontro diplomatico tra Trump e Zelensky, come se questo rappresentasse l’emergenza assoluta del giorno, sorvolando invece sulla notizia che ha messo in allarme l’intero Paese.

Permettetemi però di ricordare quanto proprio alcuni giorni fa ha evidenziato “Reporters Sans Frontièresla preoccupante retrocessione dell’Italia di otto posizioni nell’indice mondiale sulla libertà di stampa. Questo scarto tra ciò che è vitale e ciò che è spettacolo, tra ciò che ferisce la democrazia e ciò che fa audience, è la risposta pratica – e desolante – a ciò che l’Avvocato Lovati aveva teoricamente denunciato proprio da quel servizio pubblico.

Ciò che accade a chi non cammina sui binari – come il professor Orsini o lo stesso Ranucci con le sue inchieste – è l’emarginazione o, in questo caso estremo, la violenza più vile. Mentre un giornalista viene colpito con un metodo che ricorda da vicino le intimidazioni della criminalità organizzata, il servizio pubblico sceglie di non dare il giusto risalto a questa notizia in una delle sue vetrine principali, optando invece per un argomento di politica internazionale che, per quanto importante, non ha né l’urgenza né la drammaticità di un attacco alla libertà di stampa avvenuto sotto casa nostra.

È qui che il sospetto che certe trasmissioni siano, in fondo, programmi di intrattenimento “senza lampadari” si trasforma in una certezza amara: perché l’intrattenimento può anche essere la rappresentazione rassicurante di una normalità inesistente, un talk show che ignora le bombe reali per concentrarsi su quelle diplomatiche.

Perché, dunque, dedicare solo “cinque minuti” a temi profondi e poi riservare ampio spazio a programmi di puro svago, quando una notizia come questa meriterebbe una riflessione corale e un approfondimento serio in prima serata?

Del resto, in questi mesi ho dedicato diverse lettere aperte al rischio di recrudescenza in questo Paese, al punto da rivolgere le mie preoccupazioni direttamente al Presidente Mattarella con i seguenti post – e oggi, ahimè, i rischi che avevo preannunciato si sono concretizzati:

Presidente Mattarella, intervenga immediatamente: basta con questa retorica da anni di piombo!

Continuo a ripetermi, ma le mie parole restano come l’eco delle stragi dimenticate!

Lettera aperta al Presidente Mattarella: l’appello inascoltato.

http://nicola-costanzo.blogspot.com/2025/10/lettera-aperta-al-presidente-mattarella.html

La risposta, forse, va ricercata proprio in quella logica dello share che l’Avvocato Lovati aveva smascherato con tanta spregiudicatezza: una logica che premia il dibattito politico-spettacolare e allontana i temi scomodi, quelli che mettono in discussione non un governo specifico, ma l’intero sistema di sicurezza e la tenuta democratica del Paese. 

È più comodo parlare di ciò che accade a Washington che di ciò che accade a Pomezia, perché la prima cosa non imbarazza nessun potentato locale, non interroga le connivenze tra economia e malavita, non costringe a fare i conti con un clima di intimidazione che sta diventando sempre più pesante.

Viene dunque spontaneo chiedersi: perché pago un canone per un servizio pubblico che, di fronte all’attentato a uno dei propri giornalisti, sceglie il binario di una normale serata di intrattenimento politico, lasciando che la notizia vera scivoli nell’indifferenza, come un fastidioso deragliamento di cui non parlare?

Spero quantomeno che episodi come quello accaduto al giornalista Ranucci della Rai – uno dei pochi che, da quel servizio pubblico radiofonico e televisivo, si occupa realmente di “informazione” – possano rappresentare un caso isolato e non ripetersi mai più.

Quando i fondi europei dell’agricoltura finiscono nelle mani sbagliate.


Da oggi, 16 ottobre 2025, la Commissione europea ha deciso di aumentare gli anticipi della Politica Agricola Comune, consentendo agli agricoltori di ricevere fino al 70% dei pagamenti diretti (prima era il 50% ) e addirittura l’85% per gli interventi legati a superficie e allevamenti, contro il precedente 75%. 

La motivazione ufficiale è chiara: dare respiro a un settore sempre più stretto tra eventi climatici estremi e mercati internazionali instabili.

Ma mentre si parla di sostegno e liquidità, non posso fare a meno di chiedermi cosa succeda davvero dietro le quinte di questi flussi finanziari. 

Già nel periodo 2014-2020, i “Programmi di Sviluppo Rurale” sono stati regolarmente finanziati e il nostro Paese ha ricevuto un contributo pubblico di 2,14 miliardi di euro, eppure, proprio in quegli anni, si sono moltiplicate le inchieste giudiziarie che hanno smascherato frodi sistematiche, spesso orchestrate da vere e proprie organizzazioni criminali. 

La mia impressione, purtroppo confermata da fatti concreti, è che una parte non trascurabile di questi fondi finisca per alimentare circuiti illegali, anziché sostenere chi lavora la terra con onestà.

Oggi, con la nuova programmazione 2021-2027 dotata di un bilancio complessivo di 387 miliardi di euro per tutta l’UE, il sistema non solo non si è fermato, ma si è evoluto: nel 2025 la Commissione ha presentato un pacchetto di semplificazioni per rendere la PAC meno burocratica e più efficace, proprio mentre il Parlamento europeo si opponeva alla proposta di accorpare i fondi agricoli con altri settori, chiedendo invece un bilancio autonomo e un sostegno diretto al reddito degli agricoltori. 

Quindi, tutto sembra muoversi nella direzione giusta – almeno sulla carta – eppure, basti osservare i casi recenti per capire quanto sia fragile questa architettura. A Napoli e Salerno, tra il 2022 e il 2024, sono stati sequestrati oltre 1,1 milioni di euro grazie a indagini che hanno smantellato un’organizzazione criminale specializzata in documenti falsi, dati fittizi e corruzione di funzionari pubblici. 

Mentre nella stessa provincia di Salerno, nel 2025, altri 470.000 euro sono stati sottratti a chi dichiarava superfici agricole inesistenti. A Caronia e Longi, in provincia di Messina, si gonfiavano i costi dei progetti per intascare contributi più alti, mentre in Calabria, già nel 2014, erano stati sottratti 250.000 euro su un totale di 400.000 attraverso falsificazioni sulla titolarità dei terreni.

Il copione si ripete: documenti alterati, complicità di professionisti (commercialisti, agrotecnici, funzionari regionali) pronti a intascare una percentuale in cambio di coperture, e talvolta persino tentativi di depistaggio da parte di ex appartenenti alle forze dell’ordine. 

Di fronte a tutto ciò, è difficile non domandarsi se l’obiettivo dichiarato di questi finanziamenti – sostenere l’agricoltura, la sostenibilità, le comunità rurali – non venga sistematicamente svuotato da meccanismi opachi che favoriscono chi sa muoversi nell’ombra più di chi coltiva il campo ogni giorno. 

Certo, l’Unione non sta a guardare: esiste la Procura europea (EPPO), ci sono nuclei specializzati dei Carabinieri, e si parla di controlli digitali, anche via satellite, per contrastare le frodi. Ma la domanda rimane: finché il sistema consentirà tanta discrezionalità amministrativa e burocratica, non rischieremo di continuare a versare denaro pubblico in un pozzo senza fondo, dove la criminalità organizzata pesca con troppa facilità?

Io continuo a dubitare, ma d’altronde i fatti, purtroppo, danno ragione ai miei dubbi…

Quando la giustizia ha un prezzo, chi difende la verità?


Se fosse vero ciò che sta emergendo, non c’è nulla di cui stare allegri, anzi, è proprio il contrario, perché l’ombra della corruzione si allunga su luoghi dove dovrebbe essere bandita per definizione, quelli in cui si amministra la giustizia.
Non parlo in questa sede – cosa che ho già fatto in un mio precedente post – di errori e/o di valutazioni discutibili, ma di qualcosa di molto più grave: la possibilità che decisioni fondamentali siano state comprate, che archiviazioni decisive siano scattate non per mancanza di prove, ma per denaro. E se questo fosse realmente confermato, allora non stiamo più parlando di un caso isolato, di una crepa, ma di un sistema che potrebbe avere infettato parte di quel sistema giudiziario, un cedimento strutturale profondo nel sistema che noi tutti diamo per scontato per le sue funzioni, secondo legge e imparzialità.

Immaginare quindi che un magistrato, invece di seguire il codice, segue un conto in banca, diventa difficile da credere (anche se sono certo, ciascuno di noi, l’avrà pure pensato almeno una volta nel corso della propria vita…). Immaginare quindi investigatori che, anziché di cercare la verità, nascondono gli indizi perché qualcuno ha pagato per farli tacere, già… sembra di leggere la trama di un libro scritta dall’autore John Grisham…

Ma questa volta – ahimè – potrebbe non trattarsi di fantasia, sono elementi che emergono da inchieste serie, condotte da procure che ora indagano proprio chi avrebbe dovuto vigilare. Il punto ora non è sapere chi ha fatto cosa, al sottoscritto ad esempio non interessa qui nominare persone, perché i nomi li puoi trovare ovunque, online, nei giornali, nelle carte processuali. Quello che mi tormenta è il perché.

Perché oggi si riaprono certe vicende? Perché ora saltano fuori appunti con cifre e nomi accostati a richieste di archiviazione? Chi ha deciso che era il momento di scavare? E soprattutto, chi ha permesso che tutto questo accadesse anni fa, senza che nessuno alzasse la voce?

Sembra che durante una perquisizione domiciliare è stato trovato uno scarabocchio a mano, con parole come “archivia” e una cifra che parla di denaro. Certo, potrebbe essere un promemoria, una nota spese, una coincidenza. Ma se quel foglio nasconde un patto, allora cambia tutto. Cambia il senso di ogni decisione presa, cambia il valore delle indagini, dei silenzi, delle omissioni.

Se poi ovviamente saltano fuori movimenti bancari anomali, prelievi in contanti, assegni tra familiari che non quadrano con le loro entrate, allora il mistero s’infittisce. Ma sembra inoltre che vi siano anche altre circostanze: intercettazioni mai trascritte, frasi sul pagamento di “quei signori lì”, contatti opachi tra indagati e forze dell’ordine, incontri lunghi quando invece sarebbero bastati pochi minuti. E poi, vi è un ex maresciallo che sta con l’indagato per oltre un’ora prima della notifica, un luogotenente che sembra sapere troppo, un procuratore che archivia in fretta, senza approfondire, senza chiedere verifiche bancarie su possibili pagamenti. Troppe anomalie per essere solo sfortunate coincidenze.

Tuttavia, mentre tutto questo emerge, qualcuno continua a dire che non c’è nulla di male, che si tratta di semplici spese legali, che l’appunto non prova niente. Ma se davvero non provava niente, perché perquisire case, smartphone, computer? Perché coinvolgere tante persone, tra magistrati, carabinieri, familiari? Perché indagare sui flussi di denaro se non ci fosse il sospetto concreto che qualcosa sia stato comprato? E soprattutto, perché archiviare così in fretta un’inchiesta su un possibile autore alternativo in un omicidio così controverso, senza lasciare spazio a dubbi, senza permettere contraddittorio, senza voler vedere ciò che altri volevano nascondere?

Forse la domanda più grande non è se ci sia stata corruzione, ma quanto in profondità arrivi. Perché se un procuratore può essere influenzato, chi garantisce che non succeda altrove? Se chi doveva indagare ha fatto finta di non vedere, chi ci protegge dalla manipolazione del sistema?

Perché se tutto questo è vero, allora non stiamo parlando solo di un caso giudiziario, ma di una fiducia collettiva spezzata. La gente crede nella giustizia finché pensa che sia cieca e imparziale. Quando scopre che potrebbe invece avere un prezzo, smette di credere nel processo, nelle sentenze, nelle istituzioni. E quando cade quella fiducia, il danno è irreversibile.

Mi chiedo allora cosa ci sia davvero dietro queste nuove analisi. Sono il frutto di una ricerca tenace della verità o rispondono ad altro? A pressioni mediatiche? A esigenze procedurali tardive? O forse, finalmente, qualcuno ha deciso di fare pulizia là dove nessuno osava guardare?

Non lo so. So solo che quando la corruzione mette radici nei palazzi della giustizia, non corrompe solo persone, corrompe il senso stesso del diritto. E a quel punto, non importa più chi ha ucciso o chi è innocente: importa chi ha deciso di far vincere una versione dei fatti piuttosto che un’altra. E se quella decisione è stata pagata, allora la verità non ha più voce

Perché ormai diserto le commemorazioni delle stragi? Ve lo dico: non sopporto più gli ipocriti sui palchi.


Stamani voglio confessarvi una verità…
Da qualche tempo evito di partecipare alle commemorazioni ufficiali degli anniversari delle stragi, tutte, non solo quelle più note del ’92 e ’93, sì… e questo per due precisi motivi.

Il primo è legato a una sensazione di crescente fastidio, quasi di nausea, già… nel ritrovarmi in luoghi solenni dove si parla di memoria, di dolore, di giustizia, mentre poi dinnanzi a me, su quel palco, siedono personaggi che indossano la maschera del rispetto per le vittime, ma che poi, appena scendono dal palco, stringono mani e salutano affettuosamente proprio coloro che – in qualità di eredi di quei passati criminali, rappresentanti diretti di chi ha provocato le migliaia di morti in questo Paese – garantiscono loro affari e soprattutto voti.

Il secondo motivo è più profondo, più interiore: ho smesso di riconoscermi in quelle cerimonie perché mi sembrano sempre più vuote, ripetitive, sì… rituali sterili che servono a dare l’impressione di ricordare senza mai veramente voler capire.

Mi chiedo spesso cosa resti davvero di quegli omicidi, di quelle stragi, sì… dopo i minuti di silenzio, dopo i discorsi letti con voce tremula, dopo quelle bandiere poste a mezz’asta. Sembrano da quel palco commossi, ma ditemi: cosa è rimasto di fatto dell’operato di Falcone, di Borsellino? Io sento ancora un silenzio assordante, in particolare su chi – da quelle poltrone istituzionali – li ha traditi, su chi ne ha ostacolato il lavoro, su chi ha lasciato che venissero barbaramente uccisi insieme agli uomini e alle donne della scorta.

In questi giorni ho avuto modo di acquistare in una bancarella e letto alcuni romanzi di una saga mafiosa di Vito Bruschini: il primo capitolo di questa saga, “Romanzo mafioso. L’ascesa dei corleonesi”, racconta, con un tessuto narrativo sorprendente e un’accurata aderenza alla Storia del nostro Paese, la nascita e l’espansione capillare del fenomeno mafioso in Italia e nel mondo e soprattutto coloro che – legati al mondo politico e imprenditoriale – li hanno protetti e permesso l’ascesa.

Ecco perché ho cominciato a disertare quegli eventi, non per mancanza di rispetto, ma proprio per rispetto estremo verso chi è caduto. Perché non posso stare accanto a chi oggi piange in pubblico e ieri ha stretto alleanze con chi festeggiava in privato quelle stesse bombe, che hanno poi permesso la nascita di taluni attuali partiti

Sono stanco di ascoltare retoriche sulla legalità, in particolare da chi ha protetto tutti quei colletti bianchi mai toccati dalla giustizia, da chi ha favorito i depistaggi con il silenzio o con le parole sbagliate al momento giusto.

Ma d’altronde la verità è stata soffocata, l’agenda rossa è ora nelle mani di chi ha in qualità di puparo il potere di ricattare quanti siedono su queste nuove poltrone, sì… qualcuno di quei suoi predecessori è stato incredibilmente riabilitato, qualcun altro è riuscito a passare a nuova vita senza così pagarne le conseguenze, altri ancora grazie ad accordi e ricatti hanno potuto beneficiare del dubbio, riuscendo così ad esser riabilitati, quantomeno per poter far continuare (in quel contesto di “casta”) i propri familiari.

Certo, avrei voluto vedere un Paese capace di non rimandare la storia, gli eventi, la verità… ed invece tutto continua ad essere rimandato, già… per non trovar mai risposta.

Ma la circostanza peggiore è che ogni volta che si prova ad andare oltre il racconto (artefatto) ufficiale, si finisce per essere additati come complottisti, disturbatori, sì… di quella pax sociale che garantisce a molti, collusione, raccomandazione, compromesso, clientelismo e soprattutto illegalità.

Ed allora io resto ancora in attesa di conoscere le risposte: chi tra le istituzioni ha avuto interessi opposti alla verità? Chi aveva bisogno che certi magistrati sparissero? E soprattutto, perché ancora oggi, ad oltre trent’anni di distanza, nessuno vuole raggiungere l’unica verità? Ed infine, quali nomi ancora mancano all’appello e nessuno vuole portare alla luce?

Sicuramente la verità processuale non arriverà mai, non certo con l’attuale governo e chissà, forse neppure con uno formato da quella sinistra che ha di fatto permesso – rendendosi complice – le stragi che ben conosciamo.

La verità storica comunque non potrà mai essere cancellata, verrà un giorno in cui tutto esploderà, i dossier usciranno fuori e i nomi di quei complici verranno portati alla giustizia della memoria, e quel giorno saremo lì a bisogna chiedere conto a chi ha detenuto il potere, a chi ha mantenuto il silenzio, a chi ha costruito carriere sulle macerie di quegli anni!

Perché noi tutti non possiamo permettere che una società dimentichi chi ha pagato con la vita per aver creduto nello Stato, una società che perde la memoria perde anche se stessa, diventando proprio come quella che osservo in questi giorni: docile, plasmabile, pronta ad ingoiare qualsiasi narrazione gli viene indottrinata, sì… pur di non dover guardare negli occhi il suo passato sporco.

D’altronde “Un discorso che abbia persuaso una mente, induce la mente che ha persuaso a credere nei detti e a consentire nei fatti.” (Gorgia da Lentini, ca. 485 a.c. – 375 a.C.)

Ed allora pur stando lontano da quei palchi, dentro di me porto ogni giorno quel loro insegnamento, e cerco di riproporlo con la formazione, col mio blog, con le denunce, perché a differenza di quanti in molti pensano, quel passato non è stato cancellato, non è stato sepolto, non è morto, anzi è più vivo che mai, già… perché fintanto che ci saranno persone perbene, questo Paese avrà la forza di rialzarsi.

Associazioni “Antiracket e Anti usura”: Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose.


“Stando soltanto tutti insieme, si può pensare di cambiare le cose”!

È una frase che sento ripetere spesso, soprattutto in questi giorni, ma come abitualmente accade, mentre ascolto discorsi sul potere dell’unità, non posso fare a meno che chiedermi: quante volte abbiamo sentito queste parole trasformarsi in fumo, lasciando sul campo solo buone intenzioni e progetti abbandonati?
Si parla giustamente di comunità che “non si arrendono all’omertà”, di scelte coraggiose a favore della legalità, eppure, per esperienza, mi tornano in mente alcuni alcuni casi di negozianti che dopo aver firmato con grande entusiasmo l’adesione a talune associazioni, hanno poi preferito ritirarsi, sì… dopo la prima minaccia ricevuta.

Perché la legalità non è una semplice firma da apporre su un foglio, ma rappresenta un vero e proprio impegno, un vincolo che ti segue ovunque, a lavoro, a casa, un obbligo che ti sveglia di notte, che ti costringe a guardare negli occhi chi ti dice: “non farlo”.

Apprezzo sempre con entusiasmo il coraggio di quanti, in qualità di associati, hanno deciso di portare avanti la loro scelta, mi riferisco a commercianti e giovani imprenditori che sono entrati a far parte di quelle associazioni ed ora parlano di “forza del gruppo”, di solidarietà come scudo contro le intimidazioni.

Ma noi siciliani sappiamo bene come la mafia non attacchi il gruppo, viceversa attacca il singolo, lo isola, lo spaventa con un messaggio anonimo, con una furto, con un incendio, con una finestra di casa rotta solitamente all’alba…

Ho visto in vita mia troppe volte questa rete di legalità sgretolarsi, non per mancanza di numeri, ma per la paura silenziosa di chi, pur rimanendo iscritto, smette di alzare la voce; e quindi, la domanda che mi pongo sempre non è “in quanti siamo”, ma “quanti resisteranno quando toccherà a loro”?

C’è poi un dubbio che mi assilla e non accenna a svanire: quante di quelle adesioni nascono da una presa di coscienza autentica o sono viceversa frutto di pressioni esterne, di possibili rischi che si prevedono potrebbero compiersi, sì… chissà, forse a causa di una crescita imprenditoriale, oppure si tratta di un rischio che si vorrebbe evitare o ancor peggio di qualche intimidazione (mai rivelata) ricevuta, alla quale purtroppo non si sa come rispondere?

Ho notato in questi miei lunghi anni – in qualità di delegato di una Associazione di legalità – come, certe iniziative antimafia, siano diventate più un marchio di prestigio per chi vuole apparire “dalla parte giusta”, senza però mai sporcarsi le mani.

Leggo difatti di politici che citano le lotte di altri nei propri discorsi elettorali, imprenditori che sponsorizzano eventi per lavare la propria immagine, giovani commercianti che condividono post sui social senza però mai mettere piede in una qualsivoglia riunione o assemblea in cui si affrontano temi sociali a difesa della legalità.

D’altronde, quanto si prova a realizzare – senza però mai esporsi personalmente, senza denunciare alle Procure nazionali ciò di cui si è venuti a conoscenza, ripeto, senza minimamente pensare di entrare in un ufficio di polizia giudiziaria – è diventato per molti quasi un accessorio da sfoggiare, sì… la lotta alla illegalità viene difatti rappresentata da questi soggetti, quasi fosse una banale pratica quotidiana, ad esempio, attraverso un selfie dietro uno striscione, solitamente osserviamo quella foto posta con dietro le loro spalle l’immagine dei due giudici eroi, vittime della mafia.

Li conosco bene i miei conterranei e non sono nuovi a queste dinamiche, eccoli infatti nelle fiaccolate per le strade “indignati” dopo l’ultima estorsione, gridano slogan a squarciagola contro la criminalità, ma poi, col passar del tempo, il silenzio, le voci si affievoliscono, le assemblee si svuotano, e i problemi rimangono lì, nascosti dietro la facciata di una “comunità unita”!

Chissà… forse un giorno tutto sarà diverso, forse quando tutti quei professionisti non si limiteranno a firmare un documento, ma diverranno “sentinelle” attive; infatti, solo se racconteranno ai loro figli che pagare il pizzo è una sconfitta per tutti, se interverranno quando sentiranno qualcuno dire “è meglio stare zitti”, perché la decisione più importante non è quella di essere dei soci iscritti, ma quella di essere portatori di legalità, affinché tutte le coscienze coinvolte, inizieranno a svegliarsi.

Serve quindi un messaggio che si trasformi in azioni concrete: controlli incrociati tra commercianti, denunce collettive, sostegno economico a chi perde clienti dopo aver detto no al racket. Ho visto troppi progetti fallire perché si è creduto che bastasse riempire una sala per cambiare le cose. La mafia non teme le parole, teme i fatti. E i fatti richiedono tempo, risorse, e soprattutto uno Stato sempre presente e che non molli quando il clamore inizia a spegnersi…

Ecco perché, pur riconoscendo il valore simbolico di chi prova a contrastare quell’odiosa metodologia criminale, non posso nascondere il mio scetticismo, non verso le persone e il loro impegno, ma verso il sistema che le circonda. D’altronde ditemi, quando mai un Comune ha stanziato un solo euro per la sicurezza dei negozianti, commercianti e imprenditori?

Quanti sanno che certi cosiddetti “amici della legalità” sono poi gli stessi che hanno chiuso un occhio davanti ad appalti e/o subappalti sospetti? La legalità non è un evento, è una maratona, e spesso chi corre all’inizio non arriva al traguardo.

Ma forse, questa volta, proprio perché siamo stanchi di illuderci, possiamo davvero fare la differenza, sì… stando soltanto tutti insieme, ma soprattutto, stando insieme sempre!!!

Quando il lavoro onesto diventa un rischio: curnutu e vastuniatu!

C’è un silenzio che pesa più di qualsiasi parola, soprattutto dopo aver fatto tutto ciò che ti era stato chiesto.
Sì… hai voluto seguir la strada dritta, hai così compilato ogni modulo, superato i controlli, persino quelli che sembrano inventati apposta per scoraggiare chi non ha alcuna protezione o appoggio…

Hai altresì presentato i documenti antimafia, come se la tua onestà dovesse essere dimostrata, come se fossi tu il sospettato, no… chi ti commissiona il lavoro.

Eppure, non hai mai alzato la voce, hai continuato a camminare dritto, convinto che prima o poi qualcuno avrebbe visto il tuo impegno e avrebbe così riconosciuto il tuo valore.

E quando finalmente arriva quel contratto, già… quel pezzo di carta sembra promettere un futuro in salita, sì… lo guardi con gli occhi lucidi di chi non ci credeva più.

Non era stato un colpo di fortuna, ma il risultato di anni di fatica, di scelte difficili, di rinunce difficili, le stesse che poi hanno fatto arricchire i tuoi avversari.

Eri comunque pronto a metterci il tuo impegno, la faccia, i mezzi, il tempo, ormai eri dentro, non hai ricevuto alcun acconto e così hai investito il tuo denaro, pensando comunque che alla fine, se avresti fatto bene il tuo dovere, qualcuno avrebbe fatto il suo…

Ed allora la tua imprese lavora senza sosta, sì… con la stessa cura che metteresti per realizzare casa tua; rispetti i tempi, superi gli imprevisti, risolvi problemi che – come solitamente accade – non dipendono da te, completi quindi un mese di lavori, verifichi la contabilità consegnata dalla tua D.l. e dopo qualche giorno emetti la fattura concordata, in attesa dei fatidici 60/90 gg…

Sì… aspetti quel pagamento, lo aspetti con la pazienza, già perché sai che nel mondo degli appalti il denaro viaggia lento, aggiungerei… troppo lento: Sessanta, novanta e a volte anche centoventi giorni, ti dicono che è normale…

Ma stranamente (o dovrei dire “spesso”) dopo tutto quel tempo, il bonifico non arriva!!!

Ed allora, chiami, mandi solleciti, mostri documenti, fatture, verbali di consegna, ma ricevi solo silenzi e le classiche risposte vaghe, già… le stesse che come neve al sole si sciolgono improvvisamente… ed allora ti rivolgi ai legali, iniziano le procedure dei decreti ingiuntivi, ed invece di vedere finalmente una soluzione, ecco che ti arriva una “bella” comunicazione: il contratto è disdetto.

“Curnutu e vastuniatu” così si dice a Catania, non perché hai sbagliato, non per la tua inadempienza, ma perché ti sei permesso – già… hai osato chiedere a quel Committente (che siede alla del padre…) – i tuoi soldi, i tuo diritti, già… ciò che ti spetta per legge!!!

Ma di quale legge parliamo? Una legge che tutela i ladri e colpisce gli onesti…? Sì… è quando ti rivolgi allo Stato che comprendi tutto il tuo fallimento, già… quando entri in un’aula di Tribunale che comprendi di non aver più una rapida soluzione ai tuoi problemi, anzi il più delle volte, vieni punito per aver preteso il rispetto delle regole.

Sei un estraneo in un gioco di cui non conosci le regole, o meglio, in cui le regole cambiano a seconda di chi le fa e soprattutto chi le deve seguire.

Non importa se hai rispettato ogni vincolo, ogni obbligo, loro possono disattendere “impunemente” ogni obbligo, possono cancellare quel rapporto istaurato come se fosse un errore di battitura e così, mentre tu lotti per non affondare, per pagare i tuoi operai, i fornitori, per mantenere aperta un’impresa che magari ha radici profonde in questo territorio, loro, sì… questi grandi appaltatori, se ne stanno al riparo, protetti da centinaia di clausole che sembrano fatte apposta per salvarli, anche quando sono loro a creare i problemi!!!

Nel frattempo mentre tu aspetti invano i tuoi pagamenti… fallisci, mentre loro – viceversa – ricevono quei fondi pubblici previsti e consegnati loro da una politica che utilizza quel sistema per raccomandare parenti e familiari, ma soprattutto per foraggiare un sistema parallelo, illegale, che poi ricambia attraverso preferenze elettorali, si con quel noto scambio di voti.

Ma infatti da “Siciliano” mi sono sempre chiesto: perché affidare questi lavori a chi non vive qui, a chi non conosce il territorio, a chi non ha alcun interesse a costruire qualcosa di duraturo? Perché non dare direttamente appalto a chi ha le competenze, a chi ha le maestranze, a chi da generazioni tiene in piedi l’economia di questa terra? Perché inserire un anello intermedio che non aggiunge valore, ma solo costi, ritardi e rischi?

Ma forse anch’io la risposta la so da sempre: Sì… forse perché quel collegamento non è mai stato tecnico, ma politico? Forse perché dietro quei nomi vi sono appoggi, raccomandazioni, scambi di favori che nulla hanno a che fare con la trasparenza o il merito, ma servono principalmente ad oliare questo sistema marcio!

Ma quando ne parlo a gran voce, quando pubblico i miei post, sì… sono in molti a darmi ragione, ma poi girato l’angolo, scrollano le spalle, già… come se questo meccanismo perverso sia inevitabile, mi sembra il classico discorso dello sconfitto! Ma la verità è che nella maggior parte dei casi, molti di essi, appartengono – direttamente e/o indirettamente – a quel sistema clientelare e collusivo, sì… sono proprio essi, i loro figli, parenti e amici, ad essersi genuflessi e ad aver approfittato e ancora approfittano di quel marciume

Credetemi… quanto riporto non è rabbia, non me ne fotte un caz…, tanto – come dico sempre – io mi accontento del mio piatto di pasta, di più tanto non posso mangiarne…- e quindi, non ho bisogno di “LORO”, sì… di quei politici, di quegli imprenditori mafiosi e collusi (ancor più di quei loro lacchè – incompetenti – chiamati “teste di legno”),ed ancora, di amici e conoscenti che operano nel servizio pubblico (finora mi sono sempre rivolto – a pagamento – ai servizi privati…), non ho bisogno di raccomandazioni, perché mi sento abbastanza preparato che solitamente le imprese a fare una “cinquina” assumendomi e mai il contrario, difatti, in questi miei 35 anni di servizio, nessuno mai ha pensato di licenziarmi, difatti, in quelle poche circostanze, sono stato io ad inviare le dimissioni – solitamente per giusta causa.

D’altronde come potrei convivere in un’impresa, avendo la consapevolezza che essa appartiene, di fatto – ad un’associazione criminale o permette quotidianamente che metta in campo meccanismi fraudolenti, gli stessi che poi le permettono di evadere e quindi incassare migliaia e migliaia di euro…

parliamo di semplici raggiri (ma sono truffe che lo Stato – ahimè – non riesce neppure a comprendere o quando ci riesce è ormai troppo tardi… eppure sono lì…sotto i loro occhi, ma a volte ho come l’impressione che quei soggetti si trovino nella “stanza con l’elefante”) ma d’altronde lo Stato punisce chi le regole le rispetta, mentre premia o forse dovrei dire “ricompensa”, chi riesce a far durare più a lungo questo sistema, d’altronde lo stesso che lo tiene in vita.

E così… in questi anni, centinaia di imprese oneste siciliane hanno chiuso, non per incapacità, ma viceversa, per mancanza di giustizia.

Perché alla fine quello che manca davvero in questa terra non è il denaro, ma il senso di quel diritto che ormai nessuno, sembra più voler far rispettare! E quindi: Curnutu e vastuniatu!

“Non è che non si può fare il ponte perché ci sono mafia e ndrangheta”! No… infatti… è proprio perché ci sono che si sta provando a farlo!

Qualche giorno fa, il 6 agosto per la precisione, il Ministro Salvini ha rilasciato una dichiarazione a Palazzo Chigi che merita di essere esaminata senza pregiudizi ma con la massima lucidità: https://www.youtube.com/watch?v=j-j3wXwUV0c&ab_channel=IlFattoQuotidiano.

Affermare che la presenza della criminalità organizzata non sia un impedimento per un’opera colossale come il Ponte sullo Stretto è, nella migliore delle ipotesi, una visione ingenua della realtà siciliana e calabrese.

La verità è che il nesso tra grandi opere e appetiti malavitosi è storicamente innegabile e questo progetto faraonico rischia di trasformarsi nell’appalto del secolo proprio per quelle stesse cosche che si giurano di combattere.

Si proclama a gran voce trasparenza e controlli stretti, eppure la storia recente e meno recente ci insegna che è proprio qui che il sistema spesso fallisce, permettendo alle infiltrazioni di prosperare nell’ombra dei subappalti e delle tangenti.

Sono fermamente convinto che se il Ministro Salvini avesse la reale volontà di affidare a me, o a chiunque altro sia completamente svincolato dal sistema di voti di scambio che alimenta il consenso di certi partiti, il compito di dettare le regole per controlli efficaci, si scontrerebbe con una resistenza feroce.

Il motivo è semplice: la mia conoscenza del settore non proviene “dall’esterno“, ovvero dalla prospettiva di chi appartiene alle istituzioni o alle forze dell’ordine, al contrario, proviene “dall’interno“, già… so perfettamente come si eseguono i lavori e conosco soprattutto tutte le procedure che dovrebbero essere applicate sotto il profilo della sicurezza dei luoghi di lavoro, qualità e ambiente, regole e procedure che peraltro, dovrebbero essere di fatto rispettate e quindi applicate da chi opera e sottoposte a verifica da chi controlla costantemente.

Proprio perché possiedo un’esperienza diretta trentennale di quel mondo – ho avuto modo di conoscerne ahimè tutta una serie di strategie e misure fraudolente solitamente applicate – le stesse che negli anni, esponendomi in prima persona, ho provveduto a denunciare – le quali, quando applicate, sono riuscite ad eludere quei cosiddetti “controlli“.

In questi lunghi anni – osservando quanto svolto da talune società – posso affermare (senza alcuna presunzione…) di comprendere cosa sta già accadendo o anticipare le mosse che di lì a poco verranno compiute da talune imprese, certamente, grazie anche alla complicità di chi dovrebbe controllare, ma che – per motivi che non sto qui a ripetere – preferisce girarsi dall’altro lato.

Ecco perché giustifico in parte quanti sono del tutto estranei a quel mondo che potremmo definire in parte “illegale“, a loro difatti manca quel cosiddetto “sesto senso”, per riuscire a percepire anticipatamente quali metodi truffaldini sono stati posti in atto, certamente difficili da individuare per quei referenti istituzionali, in quanto non possiedono alcuna esperienza sul campo, ma si affidano esclusivamente al promuovere documenti, come ad esempio il ben noto “Protocollo di legalità“, già… come se quest’ultimo possa contrastare quanto poi ahimè accade.

Tuttavia, proprio per questa mia conoscenza diretta e non teorica, sono – ahimè – consapevole che qualsivoglia tentativo di riforma seria e trasparente fallirebbe inevitabilmente nel suo scopo, poiché minaccerebbe gli equilibri di un sistema consolidato, i cui meccanismi sono noti e ben oliati, già… più a chi li usa, che da chi dovrebbe smantellarli.

Ecco perché ritengo che – appena quel sistema criminale venisse a conoscenza di un (eventuale) incarico dato alla mia persona – sono certo che troverebbero un modo più comodo per risolvere la questione, già… eliminando alla radice il problema.

Sì… colpendo – per come ha sempre fatto – chiunque rappresenti un ostacolo reale ai suoi interessi economici e finanziari, vedasi d’altronde quanto tristemente accaduto nei confronti di tutte coloro che si sono ribellati e che oggi appartengono alle cosiddette “vittime di mafia“, cui idealmente io andrei a rendere visita, subito dopo aver accettato un simile incarico.

Ma questa comunque è solo una faccia della medaglia, l’altra, forse ancor più potente, è costituita dagli ingombranti interessi di una parte di quelle istituzioni, di quei colletti bianchi legati a doppia maglia con una grossa fetta della nostra imprenditoria, la stessa che proprio in questi ultimi anni – dopo la pandemia del Covid – si è aggiudicata gran parte degli appalti milionari di questo Paese.

Parliamo dello stesso gruppo che sta spingendo con irrefrenabile fermezza, affinché i cantieri non si blocchino, ma anzi vadano avanti a tutta forza.

Il governo e i suoi referenti “cicale“, ci regalano quotidianamente da quei Tg perle di saggezza, dipingendo il loro lavoro come una missione, sì come qualcosa di unico ed eccezionale, un momento storico paragonabile a un faro di progresso, capace di cambiare per sempre le sorti della nostra nazione in particolare del Mezzogiorno.

E così tra annunci propagandistici che mirano a indurre specifici atteggiamenti attraverso l’uso sistematico di tecniche di persuasione (a modello Goebbels), ecco che il mio pensiero si rivolge agli allarmi in vigore nelle Procure nazionali, alla Dia e soprattutto all’Antimafia, che in questi anni stanno segnalando come le grandi opere siano il banchetto preferito delle criminalità organizzate, attratte dai fiumi di denaro e dalla “giungla” dei subappalti.

Ecco perché nutro inquietudine, perché di fronte a questi pericoli concreti, leggo ogni giorno le risposte delle nostre istituzioni che usano dozzinali battute sprezzanti, già… come se la criminalità organizzata fosse una scusa per non fare, e non un avversario da cui proteggersi con ogni mezzo.

Alla fine, vedrete, non sarà il cemento a unire due regioni, ma il silenzio a dividere la verità dalla menzogna, e quel ponte, se mai sorgerà, non collegherà Sicilia e Calabria, ma diventerà il simbolo di un Paese che ancora una volta ha scelto di voltarsi dall’altra parte, mentre chi conta ci guadagna, e chi vive qui, come sempre, ci perde!

Giustizia a senso unico: nei nostri appalti, chi opera onestamente subisce il torto e la beffa. E lo Stato, invece di punire, paga i “General Contractor” con indennizzi miliardari.

Dove si cela la giustizia in questo paese, quando si parla di contratti e di lavoro onesto?

Già… ti sei fatto in quattro. Hai seguito ogni regola, presentato ogni documento richiesto, persino quelli antimafia, per dimostrare la tua trasparenza e la tua serietà.

Hai superato ogni ostacolo, ogni verifica, per aggiudicarti quel piccolo pezzo di un appalto molto più grande, convinto che il merito e la correttezza avessero ancora un valore.

Poi, quasi a volerti mettere alla prova ulteriormente, ti è stato chiesto di fare da banca a chi ti ha commissionato il lavoro, rilasciando una fideiussione a garanzia dei lavori da compiere.

Incredibile… dovrebbero essere loro a rilasciarla a garanzia dei pagamenti! Pagamenti che, come si sa, nei casi migliori non arriveranno prima di centoventi lunghissimi giorni.

Eppure, hai accettato anche questo, sopportando il peso di un flusso di cassa strangolato, nella speranza che almeno il rapporto di lavoro fosse basato sul rispetto reciproco. Hai creduto in quel patto, investito risorse, mezzi e la tua professionalità, pensando di aver finalmente costruito qualcosa di solido.

Ma poi, all’improvviso, il silenzio. I pagamenti promessi non arrivano più, le comunicazioni si fanno rarefatte, i responsabili con cui hai interloquito spariscono e ti ritrovi a inseguire un credito che sembra essersi volatilizzato nel nulla. E la reazione, quando osi far valere le tue ragioni e chiedere ciò che ti spetta di diritto, è di una durezza inaudita.

Subisci non solo il torto del mancato pagamento, ma anche la beffa della disdetta del contratto!

Sì… per aver semplicemente preteso che venga rispettato un accordo, ti vedi recidere il rapporto alle radici. È un paradosso amaro che lascia senza parole, dove la parte che ha già sopportato ogni onere si ritrova punita per aver rivendicato un diritto.

Ma il colmo dell’ingiustizia è sapere che, mentre tu lotti per vedere riconosciuti i tuoi crediti, quel general contractor che ti ha messo in crisi è al sicuro. Già… perché alcuni di questi soggetti hanno ricevuto, da quella stessa politica con cui intrattengono rapporti opachi, dei veri e propri salvagenti economici.

Garanzie pubbliche, clausole contrattuali capestro, che prevedono la corresponsione di indennizzi milionari, a volte persino miliardari, nel caso in cui la commessa venga interrotta per motivi ufficialmente dipendenti dallo Stato.

Così, mentre la tua impresa rischia il collasso per quei pagamenti mai ricevuti, loro, non solo non pagheranno nessuno, ma incasseranno una lauta buona uscita. Una somma che permetterà ad essi di superare indenni la crisi che hanno creato ad altri, ma non solo, di trarne addirittura un ingente profitto, forse superiore a quello che avrebbero ottenuto portando a termine l’opera in maniera corretta.

E allora ti chiedi: dove sono finiti i protocolli di legalità tanto sbandierati? Valgono forse solo per una parte della filiera, mentre le imprese più piccole, quelle che materialmente realizzano l’opera, devono soltanto subire e tacere?

È una vergogna che sta lacerando il tessuto produttivo di questa terra. Ci si dimentica troppo spesso delle migliaia di imprese, alcune operanti da generazioni, che in vent’anni hanno chiuso i battenti proprio a causa di queste dinamiche perverse.

General contractor, spesso consorzi del nord Italia, si aggiudicano appalti milionari e poi li gestiscono in modo da lasciare dietro di sé una scia di fallimenti e debiti insoluti. La circostanza più assurda è che nessuno, finora, ha pagato per questo. Nessuna sanzione amministrativa, men che meno penale, per aver devastato un intero ecosistema economico.

E allora sorge spontanea una domanda, amara e diretta: perché affidare i lavori a questi grandi soggetti, quando sono le nostre imprese, quelle del territorio, a doverli materialmente realizzare? Perché creare un intermediario così potente e spesso così distante dalle reali esigenze del progetto?

Un’idea, purtroppo, me la sono fatta. Basta guardare alle migliaia di assunzioni gestite attraverso le segreterie politiche, che spesso si intrecciano in modo poco trasparente con gli stessi soggetti che, casualmente, si aggiudicano le commesse più succulente.

Sì… lo vado ripetendo ormai da anni: è un gioco dove a perdere sono sempre i soliti, quelli che con il sudore della fronte cercano solo di lavorare onestamente.

La politica che sopravvive grazie al voto di scambio: il circuito perfetto tra mafia, consenso e appalti.

Buongiorno a tutti, oggi voglio condividere con voi una riflessione profonda su un male che affligge il nostro Paese da decenni, un cancro che si insinua nelle pieghe della nostra democrazia e ne corrode le fondamenta.
È mia ferma convinzione che in gran parte delle regioni italiane, specialmente quelle dove la presenza mafiosa è più radicata, non siano più i cittadini a decidere liberamente chi debba salire al potere, ma sia piuttosto un sistema trino, perfetta e perversa fusione di tre attori, già… tutti legati come i tre frutti della foto.

Eccoli quindi, per primi i politici (affiliati direttamente o che sanno di poter godere di quelle organizzazioni criminali), seguono quanti legati al mondo del lavoro (imprenditori compiacenti, segreterie politiche, caf, taluni sindacati, associazioni, circoli, resp. delle risorse umane, e coloro inseriti appositamente all’interno di quei cosiddetti “General Contractor”, etc… ) ed infine – quest’ultima non manca mai – la “criminalità organizzata”, che riesce a manipolare il consenso elettorale in cambio di favori illeciti.

Questo meccanismo perverso rappresenta una delle più gravi distorsioni del nostro sistema democratico, dove la volontà popolare viene sostituita da calcoli opportunistici e interessi criminali.

Il voto di scambio è purtroppo una realtà consolidata in molti territori, dove la mafia o altre organizzazioni criminali stabiliscono patti segreti con esponenti politici, garantendo loro un ampio sostegno elettorale in cambio di finanziamenti, appalti pubblici e altre utilità.

Questi accordi illeciti avvengono lontano dagli occhi dei cittadini, nelle stanze del potere dove si decidono le sorti delle comunità, e sono spesso difficili da scoprire e perseguire a causa della loro natura opaca e delle complicità che coinvolgono.

Dall’altra parte, la politica concede beni pubblici e risorse che dovrebbero essere destinate allo sviluppo collettivo, ma che invece vengono dirottate verso interessi privati e criminali.

Gli appalti vengono assegnati non in base alla meritocrazia o all’efficienza, ma secondo logiche di affiliazione e complicità, dove gli “amici degli amici” ricevono favori e contratti lucrosi senza alcun riguardo per la legalità o il bene comune.

Lo stesso vale per i posti di lavoro, che spesso vengono distribuiti a familiari o a persone vicine a questa organizzazione, già… come ricompensa per il sostegno elettorale offerto, creando un sistema di clientelismo che soffoca la meritocrazia e impoverisce la comunità.

Un meccanismo perverso che non solo distorce il mercato del lavoro, ma mina alla base la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, alimentando un circolo vizioso di sfiducia e rassegnazione .

L’ingranaggio di questo sistema corruttivo deve chiudersi perfettamente, in modo che ciascun attore coinvolto ottenga i propri benefici.

E così, la mafia consolida il suo potere sul territorio e accede a risorse economiche preziose e la politica garantisce la propria sopravvivenza e il proprio mantenimento al potere, anche a costo di svendere pezzi dello Stato e dei suoi principi fondamentali.

In questo modo, gli interessi criminali e quelli politici si fondono in una simbiosi perversa che danneggia soprattutto i cittadini onesti.

Purtroppo, molte inchieste giudiziarie hanno portato alla luce queste dinamiche, ma troppo spesso vengono soffocate dai media o da quei giudici che sono complici di questo sistema, preferendo mantenere il silenzio piuttosto che affrontare la verità scomoda che emerge dalle indagini.

È inquietante d’altronde notare come certe inchieste vengano aperte e portate avanti per anni, per poi essere magari archiviate o ridimensionate in modo da non intaccare realmente le strutture di potere coinvolte.

Non possiamo più permettere che questa situazione continui a perpetuarsi, perché il prezzo che paghiamo come comunità è troppo alto: è il prezzo della dignità, della giustizia sociale e della stessa democrazia, che viene svuotata di significato e ridotta a una mera formalità. Dobbiamo pretendere che la politica si purifichi da queste pratiche illegali e che ritrovi la sua vocazione originale di servizio verso i cittadini e il bene comune.

È necessario che tutti, cittadini e istituzioni, ancora parte sana del Paese, alzino la guardia e combattiamo con determinazione questo fenomeno, denunciando ogni abuso e pretendendo trasparenza e accountability da parte di chi ci governa, perché solo così potremo sperare in un futuro migliore per il nostro Paese. La lotta alla corruzione e al voto di scambio non deve essere una battaglia di parte, ma un impegno collettivo per ridare credibilità alla nostra democrazia.

Ed allora, rivolgendomi a tutti coloro che finora non sono stati intaccati da quel marciume, ecco, vi chiedo di non voltarvi dall’altra parte, di non cadere nella trappola del disincanto e della rassegnazione, ma di essere vigili e attivi nel difendere i valori della legalità e della giustizia, perché solo attraverso un impegno corale potremo sconfiggere questo sistema malato e costruire una società più equa e trasparente per noi e per le generazioni future. Il cambiamento parte da ciascuno di noi, dalla nostra volontà di non accettare compromessi e di pretendere il rispetto delle regole da parte di chi ci amministra.

Grazie per avermi ascoltato e spero che questa riflessione possa contribuire ad accendere una luce su un problema che troppo spesso viene taciuto o sottovalutato, ma che rappresenta una delle principali minacce per il nostro vivere civile e per la nostra democrazia.

Costruiamo insieme un futuro dove il voto sia davvero libero e la politica torni a essere uno strumento di servizio e non di potere personale o criminale, altrimenti ne pagheremo tutti le conseguenze.

P.s. Ringrazio per la foto, l’amico Fabio Corselli: http://www.fabiocorselli.it

Monsignor Renna rompe il tabù: ‘Sant’Agata detesta la mafia’. E i giornali preferiscono parlare di processioni…

Per la prima volta a Catania (finalmente…) la Chiesa – grazie a Monsignor Renna – si schiera in maniera diretta contro la criminalità organizzata e i suoi affiliati. 

È incredibile come le testate web abbiano glissato su questo passaggio pronunciato così cruciale, limitandosi a riportare gli aspetti religiosi dell’omelia, senza viceversa mettere in grassetto le uniche parole che avrebbero dovuto risuonare forte.

Monsignor Renna ha parlato con una chiarezza senza precedenti, denunciando chi osa mischiare il nome di Sant’Agata con il malaffare. 

Puri e forti“, ha esortato, ricordando che la forza non è quella delle armi o della violenza. 

Eppure, nessun giornale ha riportato con il dovuto rilievo il suo monito a chi, pur frequentando le celebrazioni, ha armi in casa o vive nell’illegalità. Sant’Agata, ha sottolineato, detesta la violenza, la droga, l’abbandono dei figli, eppure queste parole sono state soffocate nel rumore di un racconto devozionale superficiale.

Ha lanciato un appello tagliente ai genitori: “Date ai vostri figli nomi cristiani come Agata o Agatino, non quelli di personaggi discutibili“. E qui, il riferimento è chiaro, basti pensare a certi nomi che risuonano nelle cronache nere, celebrati come fossero eroi. “È dal nome che indirizzi tuo figlio“, ha insistito, promettendo un attestato a chi avrà il coraggio di rompere questa deriva. Un gesto simbolico, sì, ma potentissimo: perché la legalità si costruisce anche così, nelle scelte che sembrano piccole ma plasmano il futuro.

E così… mentre i media preferiscono parlare di rituali e processioni, Renna ha sfidato Catania a fare i conti con le sue responsabilità, ha chiesto una fede che non si accontenti di cerimonie, ma che bruci come il fuoco del Vangelo, trasformando la città. 

Eppure, di questo incendio di verità, non c’è traccia nei titoli. Forse perché certe verità bruciano più del sole d’agosto e a qualcuno fa comodo tenerle nascoste o come sospetto, evidenzia – per l’ennesima volta – di essere di fatto… assoggettato a quel sistema! 

I raggiri di Ferragosto sono i più esilaranti… peccato non siano una barzelletta!

Ferragosto, si sa, è il periodo della spensieratezza e così, mentre la maggior parte del Paese si gode il sole in spiaggia, il silenzio della montagna o il rumore di una griglia accesa, c’è chi, invece, approfitta di questa tregua collettiva per muoversi nell’ombra…

E no, non sto parlando di fantasmi, ma di raggiri, truffe e abusi che sembrano moltiplicarsi proprio quando gli uffici giudiziari sono ridotti all’osso e le procure lavorano a rilento.

Ho letto alcune notizie in questi giorni sul web che, più che indignarmi, mi fanno sorridere amaramente…

Perché è tutto così prevedibile, eppure nessuno sembra accorgersene. Le forze dell’ordine? Prese tra turni ridotti e emergenze estive. Le procure? Metà in ferie, l’altra metà probabilmente sommersa da pratiche o, peggio, gestita da chi ancora non ha l’esperienza per riconoscere ciò che sta davanti ai suoi occhi.

E difatti, mentre i cittadini credono di vivere in un Paese dove la legalità non va in vacanza, la realtà è ben diversa. Chi vuole agire illegalmente sa benissimo che agosto è il mese perfetto: meno controlli, meno personale, ma soprattutto meno attenzione!

E se per caso qualcuno – già… con il mio stesso acume, ma diversamente da me che non ricopro ruoli istituzionali – si dovesse accorgere di qualcosa che non va… già, cosa fare? Basterà, come al solito, aspettare…

Sì… aspettare che un esposto, magari scritto nei modi e nei tempi imposti dalla Legge Cartabia – quella stessa legge che, guarda caso, sembra fatta apposta per scoraggiare le denunce – giunga sulla sua scrivania. E nel frattempo? Nel frattempo, tutto procede come al solito, con la complicità di chi, invece di vigilare, abbassa lo sguardo o, peggio, finge di non vedere.

Mi chiedo: è davvero solo incapacità? O c’è dell’altro? Perché certe dinamiche sembrano ripetersi con una precisione quasi sospetta. Funzionari compiacenti, pratiche che si perdono nel vuoto, tempistiche che coincidono troppo bene con le assenze dei vertici. E dovrei aggiungere quanto, ahimè, ho scoperto… ma così sarebbe troppo semplice, quantomeno per chi dovrebbe scoprire i raggiri posti in atto.

Continuare ad aiutarli non mi sembra più così corretto: d’altronde, è quello il loro lavoro (sono loro a prendersi le “coccarde”). E quindi, se non sanno compiere bene il proprio lavoro, forse, chissà… dovrebbero cambiarlo!

Già… basterebbe loro ricordare le parole del giudice Borsellino: «A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l’esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato».

E così, mentre il sottoscritto scrive questo post, le truffe e i raggiri continuano. E chi si ritrova – da semplice cittadino – a combattere contro questo sistema illegale, resta solo, sì… perché chi dovrebbe proteggerlo, alla fine… gli rema contro.

Ecco perché scrivo. Sì, lo faccio per tutti quei soggetti istituzionali che considerano Ferragosto come il periodo dei bagni, delle grigliate, delle gite al lago o in montagna, mentre invece dovrebbero iniziare a dedicare il proprio tempo a chiedersi cosa succede davvero in questa nostra regione, mentre tutto intorno dorme.

Perché se è vero che la legalità non dovrebbe mai andare in ferie, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché, invece, sembra proprio che sia così…

Ovviamente, mi rendo disponibile – come sempre, d’altronde, nei miei ultimi quindici anni – a spiegare a qualche funzionario inquirente cosa sta, ahimè, accadendo. Già… purtroppo sotto gli occhi di tutti. Anzi, no: sotto i loro occhi. Ma forse, ahimè, non se ne sono accorti. O forse – e qui sta il dramma – per muoversi hanno bisogno di un esposto formalmente presentato, altrimenti, di loro iniziativa… non possono agire, già… nemmeno dinnanzi alla più palese delle violazioni!

Ma d’altronde, è questo il Paese che – proprio grazie alla nuova riforma sulla giustizia – si vuole ottenere! Dove ogni denuncia deve superare un percorso a ostacoli degno delle olimpiadi burocratiche, mentre i furbi continuano a fare il bello e il cattivo tempo.

Complimenti vivissimi ai geni che hanno realizzato questo splendido sistema giuridico. Già… che progresso, signori miei… che progresso.

Quando la legalità è solo uno slogan: politica e interessi privati. Dov’è la Procura?

Già… una legalità che risuona solo nei discorsi, mentre nella realtà si sgretola come un castello di sabbia al primo soffio di vento. Le parole volano alte, impennate come aquiloni in un cielo sereno, ma i fatti strisciano nel fango, lenti e viscidi, e quel fango è lo stesso in cui affondano le mani coloro che dovrebbero custodire il bene comune con rigore e silenzio.
Questo schifo di politica, gonfia di potere e intrisa di privilegi, ha trasformato la gestione della cosa pubblica in un affare privato, un mercato sommerso dove ogni decisione è un debito da saldare con un favore, ogni posto di lavoro una ricompensa per chi ha baciato l’anello al momento giusto.

Quelli che abbiamo eletto per rappresentarci, per lavorare per tutti, hanno invece interpretato il mandato come un diritto ereditario, una specie di investitura divina a spartirsi ricchezze, appalti, poltrone, come se la città fosse una villa di famiglia da dividere tra eredi. E il peggio? Che lo fanno con la spudoratezza di chi crede di essere nel giusto, di chi si guarda allo specchio e vede un benefattore, non un parassita.

Forse il problema sta proprio in quelle parole mal interpretate, in quel “governare come il buon padre di famiglia” che hanno preso alla lettera, ma nel modo più distorto, più meschino possibile. Per loro, essere “buoni padri” non significa avere cura del paese, ma garantire che i figli abbiano un posto in Comune, che i cognati gestiscano le gare d’appalto, che gli amici più fedeli trovino sempre una raccomandazione pronta presso uno degli uffici. E i concorsi pubblici? Una farsa, una sceneggiata dove i copioni sono scritti mesi prima e gli attori principali sono sempre gli stessi, quelli che non hanno mai aperto un bando ma sanno già dove finirà il posto.

E mentre tutto questo accade, mentre il denaro pubblico diventa moneta di scambio per lealtà personali, mentre le opere incompiute marciscono sotto il sole e i giovani scappano all’estero, mi chiedo: ma le Procure dove sono? Dormono? O forse, anche lì, qualcuno ha deciso che certe cose è meglio non vederle, che certi nomi vanno trattati con riguardo, che certe inchieste potrebbero far cadere troppi alberi in un bosco già malato?

Lasciate quindi che vi racconti una storia, una di quelle che sembrano uscite da un romanzo grottesco, ma che purtroppo è vera, anzi, quotidiana. Un Comune etneo, piccolo ma non troppo, dove le dinamiche di potere si intrecciano con affari, favori e raccomandazioni come radici in un terreno avvelenato. E la cosa più agghiacciante? Che non è l’unico. È solo uno dei tanti anelli di una catena che sembra non avere fine, un sistema che si ripete identico in cento paesi, in cento province, con volti diversi ma stesse mosse, stessi silenzi, stesse complicità.

Ma la domanda che resta, alla fine, è sempre la stessa: fino a quando continueremo a permettere che tutto questo accada? Fino a quando lasceremo che il bene di tutti diventi il bottino di pochi, che la speranza si trasformi in rancore e il rancore in rassegnazione?

Il sottoscritto pensa – ahimè – che non cambierà mai nulla in questo nostro Paese. È un circolo vizioso che si autoalimenta, perché in fondo ai miei connazionali piace questo sistema clientelare, lo tollerano, lo subiscono, ma segretamente sperano di poterne usufruire un giorno, quando toccherà a loro. È un gioco di specchi dove tutti fingono di indignarsi, ma nessuno rompe davvero lo schema, perché ognuno coltiva il sogno di diventare un giorno il padrone del favore, non più il mendicante.

Forse solo un conflitto armato, una di quelle tragedie che sconquassano le fondamenta di una nazione, potrebbe costringerci a un reset, a spezzare la catena e ricominciare da zero. Già, perché così è stato per i nostri padri e nonni. Sì… quelli che hanno vissuto il dopoguerra sanno cosa significa vedere un Paese in macerie e doverlo ricostruire partendo dalla fame, dalla cenere, dai sassi.

D’altronde basti osservare quanto sta accadendo in queste ore nella striscia di Gaza o in Ucraina per comprendere le difficoltà, per capire cosa significa perdere tutto e dover ricominciare con le mani nude. Come oggi, anche allora da noi – in quegli anni bui – accadde qualcosa di straordinario. Quando il pane era razionato e le città ed i suoi palazzi erano ridotti a scheletri di mattoni, la gente si aiutava, non per dovere, ma per necessità, perché l’altro era il fratello della stessa miseria.

Le donne dividevano l’ultima manciata di farina per fare una minestra, mentre i contadini – che nascondevano il grano – ora provavano a sfamare i vicini, gli operai viceversa iniziavano la ricostruzione con le mani nude, con la forza di chi non ha più niente da perdere. Se qualcuno volesse rivivere quei momenti, gli basterà osservare alcuni film neorealisti come “Ladri di biciclette” o “Roma città aperta”; in quei cortometraggi si racconta in modo reale la vita – in quel momento storico – del nostro Paese: non c’era eroismo, solo disperazione e una solidarietà che sgorgava spontanea, unico modo di sopravvivenza.

Persino i bambini raccoglievano cicche di sigarette per rivenderle, le donne facevano la fila per ore per un litro di latte annacquato. Eppure, in quella miseria, c’era una dignità che oggi sembra svanita, un senso di appartenenza che non si comprava, non si raccomandava, ma nasceva dal sangue e dalla terra. Forse perché allora si lottava per qualcosa di concreto: un tetto, un lavoro, un futuro. Oggi, invece, ci accontentiamo di illusioni e piccoli privilegi, mentre il sistema ci divora pezzo a pezzo, in silenzio.

Ma il dopoguerra insegnò anche altro: che la ricostruzione non fu solo merito degli aiuti americani del Piano Marshall. Fu soprattutto la gente comune, quella che non aveva niente da perdere, a rimettere in piedi l’Italia, mattone dopo mattone, con le unghie e con i denti. Senza aspettare che lo facessero i politici, già anche allora impegnati a spartirsi le poltrone, a costruire nuovi castelli di sabbia sulle macerie del vecchio mondo.

Chissà se serve davvero una nuova catastrofe per ritrovare quell’istinto di comunità, quel senso del noi che sembra ormai sepolto sotto tonnellate di individualismo e rancore. Sì… forse, semplicemente, abbiamo dimenticato troppo in fretta cosa significa aver fame, cosa significa non avere niente e dover costruire tutto. E soprattutto, cosa significa alzarsi insieme per cambiare le cose, non per interesse, ma per dignità.

Comunque, domani vi racconto la storia di cui vi ho accennato, vedrete… resterete senza parole.