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Il tradimento non ha un volto, ma un distintivo: Già… è una password venduta al miglior offerente!


Ci sono mattine in cui, aprendo il web e leggendo alcune notizie, ti senti come se quelle parole ti avessero trafitto. Una lama sottile, quasi senza far rumore. Solo dopo qualche minuto, riflettendo su quanto accaduto, inizi ad avvertire il dolore.

Questo è quanto accaduto alcuni giorni fa, mentre scorrevo le ultime notizie giunte dalla Procura di Napoli, quelle che parlano di un’altra ferita inferta a quel patto di fiducia che credevamo ancora saldo.

Già… perché non si è trattato di semplici errori, non questa volta, si parlava di circolazione di numeri, per ottenere illegalmente denaro, denaro da togliere il fiato: settecentotrentamila accessi illeciti a banche dati riservate, in appena due anni. Seicentonovantamila compiuti da un agente, centotrentamila da un altro. Nessuna giustificazione di servizio, nessun movente nobile, solo il gesto secco e ripetuto di chi sapeva di tradire, e lo faceva con la stessa naturalezza con cui si allaccia la divisa al mattino.

E così, mentre leggevo i dettagli di quell’indagine coordinata da Nicola Gratteri, mi tornavano alla mente quelle parole che avevo scritto tempo fa, quando un altro ufficiale, un altro nome che non meritava di essere ricordato, aveva scelto di vendere il silenzio delle indagini a chi sapeva di essere nel mirino. 

Allora pensavo che il male si nascondesse dietro le pieghe di un dialogo notturno in uno studio legale vuoto, dietro una telefonata sussurrata, uno scambio di favori travestito da opportunità e invece no, oggi abbiamo scoperto che esiste persino un tariffario, un file Excel trovato durante una perquisizione, dove accanto al nome della vittima compariva il prezzo: da sei a venticinque euro per un’informazione sottratta all’Inps, all’Agenzia delle Entrate, persino alle banche dati del Ministero dell’Interno.

Già… soltanto sei euro per violare la vita di un imprenditore, venticinque per quella di un calciatore famoso, di un cantante, di un attore, come se la dignità delle persone fosse solo una merce da mettere in vetrina.

Ti chiedo ora, mentre leggi questo post, di fermarti un istante, perché non è solo il denaro a far male, già… è la consapevolezza che chi indossa una divisa, chi giura di proteggerti, può trasformarsi nella creatura più pericolosa che esista: quella che conosce i tuoi segreti e li usa contro di te. Non parlo di casi isolati, di qualche mela marcia qua e là, parlo di un meccanismo ben oliato, di una rete che coinvolge non solo agenti infedeli, ma anche dipendenti dell’Inps, direttori di filiali postali, funzionari pubblici che hanno scelto di mettere le loro credenziali al servizio di un mercato nero dell’informazione. 

E poi ci sono tutte quelle agenzie, quelle che raccolgono e rivendono i dati come se fossero pacchetti di sigarette. Almeno dieci società sparse tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, che quotidianamente compulsavano gli archivi, chiedendo informazioni su cantanti, attori, vertici di aziende farmaceutiche, manager, imprenditori, persino famiglie “nobiliari”. Nessuno era al sicuro. Nessuno poteva sapere, fino a ieri, che la propria vita era stata spiata, catalogata, venduta.

Ecco, è proprio qui che ritorna il nodo doloroso di quelle riflessioni che avevo condiviso anni fa. Perché la corruzione non è mai stata una questione di singoli, è un sistema, una rete invisibile che si nutre di silenzi, di occhi che si chiudono al momento giusto, di piccole complicità quotidiane. Quando chi dovrebbe vigilare diventa complice, quando chi dovrebbe indagare viene corrotto, non assistiamo più a un errore. Assistiamo a un crollo silenzioso dell’idea stessa di giustizia. 

E la cosa più triste, la più umana, è che poi la gente si abitua. Si dice: tanto è sempre stato così. Tanto non cambierà mai nulla. E invece io credo, ho sempre creduto, che l’integrità non sia una parola da slogan. È un atto di resistenza, e va difeso ogni giorno, anche quando nessuno sta guardando.

Perché se oggi due agenti hanno potuto accedere settecentotrentamila volte a dati sensibili senza che nessuno si accorgesse di nulla, significa che il problema non è solo nelle loro coscienze, ma è bensì nella mancanza di controlli che come ripeto spesso: non ci sono! Già… in tutte quelle procedure che non funzionano, in quella zona grigia dove il potere si muove nell’ombra e scambia favori come monete. 

E pensare che tutto questo è emerso solo grazie a un’indagine partita proprio da quegli accessi massivi, da un algoritmo che ha suonato l’allarme, da un pool di magistrati che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Ma quante altre reti simili stanno ancora operando indisturbate? Quanti altri poliziotti infedeli, dipendenti corrotti, agenzie senza scrupoli continuano a spiarci, a venderci, a trasformare le nostre vite in un prodotto da scaffale?

Non voglio fare nomi, non mi interessa trasformare questa riflessione in un elenco di colpevoli. I nomi li conosciamo già dalle cronache, ma il punto non sono loro, non sono i vip. Il punto siamo noi, tutti quelli che potrebbero essere finiti in quel server sequestrato dove giacciono più di un milione di dati sensibili ancora da analizzare. Perché il mercato nero delle informazioni non colpisce solo i famosi. Colpisce chiunque abbia una vita, un conto in banca, una cartella clinica, un precedente penale cancellabile. Colpisce la tua vicina di casa, il tuo collega di lavoro, forse anche te. 

E mentre scrivo, mentre provo a dare un senso a questa rabbia che non vuole spegnersi, mi torna in mente quella frase detta dall’ex amministratore dopo l’incontro notturno con il colonnello: «Stiamo attenti alle parole, alle persone intorno a noi». Un avvertimento che oggi suona profetico, perché in un mondo dove persino chi dovrebbe proteggerti può tradirti, l’unica difesa è non abbassare mai lo sguardo.

Ma io non mi abituerò. Non mi abituerò all’idea che una divisa possa essere sporca prima ancora di essere indossata, che il dovere possa trasformarsi in mercato, che la giustizia possa essere comprata con un posto di lavoro o con venticinque euro. Perché ogni volta che accade, non è solo un uomo a cadere. È l’intera architettura della fiducia a vacillare. 

Ed è per questo che oggi, mentre chiudo questo pensiero, sento il bisogno di ripetere a me stesso e a chiunque voglia ascoltare: non voltiamoci. Non diciamo «tanto non cambia nulla». Perché la risposta non è nelle leggi, non è nei controlli, non è nemmeno nelle denunce. È nella scelta quotidiana di non accettare mai che il male abbia l’ultima parola. Anche quando sembra che nessuno stia guardando. 

Anche quando la cenere sembra ormai fredda. Perché sotto quella cenere, lo sai, il fuoco può sempre riaccendersi. Sta a noi decidere se lasciarlo ardere in silenzio o se, finalmente, avere il coraggio di soffiare via le braci.

Il silenzio di Pechino e di Mosca: cosa si nasconde dietro l’operazione su Caracas?

Ciò che è accaduto a Caracas la scorsa settimana – il prelievo di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense – non va letto soltanto come l’ennesima prova di forza di un ex presidente americano tornato sulla scena con toni da campagna elettorale. Certo, c’è anche questo. Ma ciò che mi inquieta davvero è un silenzio più profondo, più eloquente: quello di Pechino, e in misura minore di Mosca.

Poche ore prima dell’operazione, Maduro aveva ricevuto l’inviato speciale cinese in un incontro solenne, quasi rituale, volto a ribadire la solidità del partenariato strategico tra i due paesi. Poi, all’improvviso, il vuoto. Nessuna reazione ufficiale degna di questo nome, solo formule evasive, imbarazzate. È difficile non pensare a un errore di calcolo colossale da parte del governo cinese, o forse a un tradimento interno così ben orchestrato da aver lasciato tutti spiazzati, compresi quelli che fino al giorno prima si credevano al sicuro dietro protocolli blindati e promesse sigillate.

Questo silenzio mi dice che la vera posta in gioco non è più soltanto il petrolio, né lo scontro classico per l’influenza geopolitica. La partita si è spostata altrove, su uno strato invisibile ma decisivo: quello digitale. Negli ultimi anni, la Cina non ha più limitato la sua presenza in America Latina alla vendita di smartphone o infrastrutture fisiche.

Attraverso colossi come Huawei, ha costruito l’impalcatura tecnologica su cui oggi poggiano intere economie: data center per la pubblica amministrazione, piattaforme cloud per le banche, reti di videosorveglianza integrate con l’industria e con la sicurezza nazionale. In Venezuela, queste architetture digitali sono diventate il sistema nervoso di uno Stato già fragile, ormai quasi del tutto dipendente dalla tecnologia cinese, al punto che sulle mappe occidentali il paese appare come un’isola grigia, fuori controllo, ma perfettamente connessa a server lontani migliaia di chilometri.

È qui, credo, che vada cercato il vero obiettivo del blitz americano. Non tanto catturare un narcotrafficante – ruolo che a Maduro è stato attribuito con comoda retroattività – quanto disinnescare un’infrastruttura critica che sfugge al controllo dell’emisfero occidentale. Washington non può permettersi che i meccanismi vitali di un continente che considera suo cortile di casa funzionino su hardware e software forniti da un rivale strategico.

Il Venezuela, in questo senso, è il caso test più estremo: se dovesse trasformarsi in un protettorato de facto, la prima “ricostruzione” non riguarderebbe le strade o gli ospedali, ma proprio quel sistema nervoso digitale. E la vera vittima strategica di questa operazione potrebbe non essere un uomo, ma un’azienda – Huawei – e con essa l’intera ambizione cinese di plasmare il futuro tecnologico del Sud globale.

Mi torna in mente, a questo proposito, un dettaglio spesso trascurato: Maduro non è Chávez. Non proviene dai ranghi militari, ma dal sindacalismo. Questa differenza, apparentemente marginale, potrebbe averlo reso agli occhi dei vertici delle forze armate venezuelane un leader sacrificabile, soprattutto se messo di fronte a pressioni insostenibili o a promesse di salvezza personale.

L’ipotesi di un tradimento interno, di una cerchia infiltrata da elementi conniventi con i servizi americani, non è affatto peregrina. Se ci fosse stato un accordo globale tra potenze – una sorta di “nuova Yalta” tacita – Pechino non avrebbe certo investito tempo e prestigio in un incontro simbolico il giorno prima del rapimento. E Mosca, probabilmente, avrebbe già risolto la questione ucraina in modo diverso. La realtà è più competitiva, più sporca, e segue senza pudore quella strategia di sicurezza nazionale americana che dichiara apertamente il diritto di controllare l’intero emisfero occidentale e di pattugliare le rotte commerciali vitali dall’Estremo Oriente al Golfo Persico.

Ora, per il Venezuela, si aprono scenari incerti, tutti appesi alla reazione dei militari. Si va da una transizione forzata verso un governo filoamericano, a una frammentazione libica con milizie in lotta per il controllo delle risorse, fino a una parcellizzazione silenziosa dello Stato in zone d’influenza. L’obiettivo ultimo, però, non sembra essere l’appropriazione diretta del petrolio, bensì impedire che quelle risorse – e soprattutto l’infrastruttura digitale che le governa – finiscano stabilmente in mani nemiche. In questo quadro, il ruolo di attori come Israele, da tempo interessato al greggio venezuelano per la propria sicurezza energetica, e delle lobby che lo rappresentano, diventa un fattore non secondario, intrecciandosi con una Dottrina Monroe rinnovata e più aggressiva, capace di agire anche senza dichiarazioni ufficiali.

Guardando al contesto globale, l’episodio di Caracas non è isolato. Mi sembra piuttosto un nuovo fronte di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui da tempo parlo – un conflitto che non ha bisogno di dichiarazioni formali per esistere. Una nuova aggressione all’Iran è nell’aria, non come gesto di distensione verso Mosca, ma come tentativo di aprirle un secondo fronte, indebolendo così anche Pechino, privata di un alleato strategico. Del resto, i cosiddetti “piani di pace” per l’Ucraina – quelli che il nostro governo celebrava come trionfi diplomatici in tempi non sospetti – puzzano sempre più di trappola, configurandosi come strumenti per istituzionalizzare una presenza americana permanente in Europa orientale.

Quello che è successo a Caracas, dunque, è un precedente inquietante che va ben oltre il destino di un singolo leader. Ha cambiato la percezione del rischio per tutti. Non siamo più di fronte a una semplice guerra commerciale o a sanzioni mirate.

È una guerra di potere che si combatte nei data center, nei pozzi petroliferi, e presto, con ogni probabilità, attorno alle acque calde del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Cinese Meridionale, a cui vanno aggiunti il Mar Nero, il Mediterraneo e il Golfo di Aden, ancora oggi snodi critici per la sicurezza marittima globale. Vedrete: non passerà molto tempo prima che le prossime mosse si manifestino proprio lì, dove il silenzio dei server si mescola al rumore delle onde e delle cannoniere

Quel cd…scomodo!!!


Abbiamo ricevuto un CD audio“… 

Con questo titolo apre l’articolo Pierluigi Di Rosa, nella pagina Web di “SUD”:
http://www.sudpress.it/abbiamo-ricevuto-un-cd-audio/
Nella nota si fa riferimento ad una registrazione contenente due telefonate e dalle quali sono riconoscibili in modo inconfondibile alcune voci…
Queste, manifestano in maniera palese delle minaccia (nelle voci si fa riferimento ad un politico e un burocrate dei nostri vertici istituzionali) ad un pubblico funzionario affinché esegua i loro ordini (certamente illeciti)…
La nota si conclude comunicando che tutto il materiale ricevuto verrà consegnato personalmente al Procuratore della Repubblica della nostra città…
Leggendo la notizia non mi sono minimamente scandalizzato, anche perché in questi ultimi anni, vado ripetendo come il sistema Catania, non si sia minimamente modificato da quando, trent’anni fa, andava riportando Pippo Fava…
Sono cambiati alcuni pupi… ma i pupari sono sempre gli stessi, ora certamente più anziani, ma forse più saggi, avendo intuito in quali modi era possibile prenderne il potere, senza fare alcun rumore!!!
Qualcosa di quella nota è comunque vera… ma siamo purtroppo ancora lontano da quel cambiamento sperato e non credo proprio che quel sistema di potere, possa -nei tempi celeri sperati- crollare…
Gli interessi in gioco sono ancora troppi e nessuno di quei partecipanti… vuole perdere quanto già possiede e soprattutto, quanto a breve potrà (grazie agli appoggi clientelari politico/mafioso/imprenditoriali) incrementare… 
Certamente la Procura (con tutte le forze di polizia poste in campo) ha dimostrato in questi ultimi anni di farsi sentire ed i risultati difatti di quel lavoro compiuto è visibile a tutti…
Purtroppo, a causa di un sistema tentacolare ben ramificato, con una ingerenza presente ad ogni livello e ben inserita anche all’interno di quelle strutture istituzionali, diventa difficile a chiunque, poter contrastare in maniera efficace quelle continue collusioni che, di volta in volta, vengono fatte emergere…

D’altronde, esiste una vera e propria difficoltà nel potersi fidare, non tanto nelle persone, bensì in ciò che essi rappresentano… con il rischio che le informazioni a loro trasmesse, finiscano non solo d’esser intercettate (e/o occultate, se non propriamente distrutte…), ma dirottate verso coloro che da quelle accuse, potrebbero subire delle gravi conseguenze, con i risvolti che si possono ben comprendere…
Ecco quindi che la redazione di Sud, a garanzia del materiale ricevuto ha –come in quei film polizieschi o di spionaggio– provveduto a farne copie (consegnate quest’ultime a persone di fiducia, alcune neanche conosciute e non rintracciabili, le quali hanno precise disposizioni su cosa fare al verificarsi di particolari incidenti)… 

Si è precisato altresì che non vi sono copie presso la redazione, né presso le abitazioni di nessuno dei facenti parte la redazione…
Leggendo quanto sopra viene da chiedersi… “minch… ma chi si stavunu ricevunu???
Riporto quanto detto: “a nostro giudizio rappresenta la prova inconfutabile che in questa città i vertici istituzionali intendono il proprio dovere di rappresentanza come potere di considerare la Cosa Pubblica come Cosa Propria, avendo in disprezzo ogni regola di legalità, non avendo alcun pudore nel ricorrere alla intimidazione ed alla minaccia pur di ottenere il risultato che è sempre finalizzato al mantenimento di un Potere che è solo parassitario e posto a tutela di interessi specifici”!!!
Ovviamente rimetto i lettori al link di sopra, in particolare se hanno desiderio di comprendere nello specifico le telefonate intercorse…
Al sottoscritto basta evidenziare quell’ultimo giudizio sopra espresso e cioè che ovunque si guardi, si veda esclusivamente malaffare e personaggi infami che puntano a coltivare il proprio orticello e non hanno alcuna considerazione e rispetto delle regole e/o delle persone…
L’importante per loro è trovare un modo di “accordarsi”… affinché possano compiere tutte le possibili truffe e collusioni, già da tempo programmate…
L’importante d’altronde è non far mai emergere la verità, quella che per l’appunto potrebbe in fin dei conti danneggiarli, facendo perdere ad essi, quei privilegi ingiustamente ricevuti, nel corso di questi anni!!!