
Ieri ho pubblicato un post intitolato “In questo paese siamo circondati da buffoni e giullari di corte! Link: http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/06/in-questo-paese-siamo-circondati-da.html – e l’avevo scritto guardando l’ennesima rappresentazione del nostro teatrino nazionale: buffoni e giullari di corte, cicale e sciacalli, poltrone che traballano e parole che non pesano nulla.
Molti di voi, leggendolo (anche se era un po’ lungo…), mi hanno scritto per condividere, per annuire, per dire “Nicola… hai ragione“. Altri, viceversa, come sempre accade, sono passati oltre…
Uno, in particolare, mi ha sconcertato – e dico “sconcertato” non certo per condivisione, bensì per il coraggio di ammettere l’indicibile – non per dirmi che ero stato troppo duro, non per difendere i giullari del Parlamento, bensì per difendere il sistema stesso. Per dirmi, con una franchezza che quasi ho apprezzato (anche se non ne condivido una virgola), che in questo Paese, tutti hanno bisogno di favori!
Che è così da sempre, che la raccomandazione è il collante sociale, l’olio che fa girare l’ingranaggio, ma non solo, che affidarsi alla classe politica, ai “nostri” rappresentanti, è l’unico modo per sopravvivere in un paese che ti lascia solo davanti a un concorso, a una corsia d’ospedale, a una pratica sepolta in un ufficio comunale.
Certo, quel messaggio mi ha fatto più male di mille insulti, perché non veniva da un nemico, ma da un mio lettore, da uno di quelli che, almeno in apparenza, sono dalla mia parte. E invece no, mi ha scritto: “Ma tu che ne sai? Anche tu, se fossi nei miei panni, faresti lo stesso. Tutti lo fanno. È la vita“.
Ed allora, leggendo queste parole, ho capito che il mio post di ieri era incompleto.
Ecco perché oggi ho scelto di pubblicare anche questa foto. Perché io, in mezzo a questa piazza, ci metto la faccia. Letteralmente. Sono qui, in piedi, riconoscibile, senza schermi né filtri. Perché voglio che sia chiaro a tutti: nessuno potrà mai dire che Nicola Costanzo ha ottenuto qualcosa grazie a una raccomandazione. Nessun ufficio pubblico, nessun ente, nessuna consulenza, nessun incarico istituzionale. Mai. Non ho mai chiesto un favore, non ho mai accettato un aiuto che non fosse il frutto del mio lavoro e delle mie scelte. E questo non è un vanto, è un fatto. Un fatto che mi rende libero di scrivere quello che scrivo, senza dover ringraziare nessuno, senza dover temere nessuno, senza dover dire grazie a qualcuno.
E già che ci sono, lancio una sfida: quanti di voi possono dirlo? Quanti di voi possono mettere una foto in piedi in una piazza e dire con la stessa certezza: “Io non ho mai chiesto nulla”?
Avanti, fatemi vedere. Inviatemi le vostre foto – le più belle che avete, quelle in cui siete in piedi, in mezzo alla gente, riconoscibili, senza filtri – con l’autorizzazione a pubblicarle, beninteso, perché qui non si scherza e io voglio poterle mostrare a tutti. E le pubblico una per una. E poi vediamo cosa succede. Vediamo chi ha il coraggio di mostrarsi, di esporsi, di dire “io sono pulito“.
Ma attenti però… perché il rischio che qualcuno vi sputtani è altamente alto. Ricordatevi quanti scheletri negli armadi tenete celati. Ricordatevi quei compromessi a cui avete dovuto sottostare per avere quel posto, quella promozione, quell’incarico. Ricordatevi quelle cene con il politico di turno, quelle telefonate al momento giusto, quelle lettere di raccomandazione scritte con la mano tremante ma spedite con la speranza che qualcuno aprisse quella porta. Ricordatevi quei favori che avete chiesto e che poi avete dimenticato, come se non fossero mai esistiti. Ricordatevi di quei silenzi compiacenti, di quelle firme apposte senza leggere, di quelle coscienze messe a tacere per non perdere il posto. Ricordatevi di quando avete taciuto davanti a un sopruso perché “tanto non cambia nulla“, e di quando avete annuito davanti a un ingiusto perché “tutti lo fanno“. Sì… ricordatevi di quella volta che avete scelto la carriera invece della dignità, e di quella volta che avete piegato la testa invece di alzare la voce.
Perché se oggi vi indignate e scrivete “bravo Nicola”, ma dentro di voi sapete di avere uno di quegli scheletri, allora questo post non è per voi. È per chi può ancora guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo. È per chi, come me, ha scelto di non avere nulla da nascondere.
Perché il problema – miei cari lettori – non sono solo i giullari seduti nelle poltrone, il problema siete voi che li cercate, voi che li supplicate, voi che li rendete potenti, uno per uno, con le vostre telefonate, i vostri bigliettini, i vostri auguri, le vostre raccomandazioni. Già… siete voi che li alimentate con la vostra rassegnazione e poi, appena potete, vi trasformate nei loro più feroci critici, come se non foste stati voi stessi a metterli lì, a ingrassarli, a convincerli che sono indispensabili.
Il mio lettore di ieri ha fatto una cosa che molti non hanno il coraggio di fare: ha ammesso ad alta voce che tutti, in questo paese, hanno bisogno di favori. E sapete cosa? Forse ha anche ragione. Forse è vero. Forse il sistema è così pervasivo che persino il più onesto, prima o poi, si trova con il telefono in mano e un nome da pronunciare.
Ma la differenza, la sottile, fondamentale differenza, è questa: io non l’ho mai fatto. E non lo farò mai!
Non perché sia migliore di voi. Ma perché ho scelto, molto tempo fa, che non ne valeva la pena. Che piegare la schiena, anche solo una volta, significa legittimare tutto il resto. Che chiedere un favore, anche il più piccolo, significa dire a quei giullari che il loro gioco funziona. Che hanno ragione loro. Che il potere si conquista così, con le catene invisibili dei favori scambiati, con il mercimonio delle necessità quotidiane, con la prostituzione della dignità.
E allora, caro lettore – non metto il nome e cognome perché sono sicuro che quello con cui hai scritto sia l’ennesimo nickname falso e quindi, riportare quel nome e cognome, potrebbe offendere chi, come omonimo, lo possiede realmente – che ieri mi hai scritto, io ti rispondo oggi, pubblicamente: hai ragione, tutti lo fanno. Ma proprio per questo, proprio perché tutti lo fanno, io ho deciso di non farlo. E se questo significa restare indietro, perdere occasioni, non avere mai la spinta giusta al momento giusto, pazienza. Almeno non dovrò mai guardarmi allo specchio e chiedermi se quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato o me lo sono fatto regalare.
Perché il sistema clientelare, la raccomandazione, il favore – chiamatelo come caz… volete – non cade dal cielo, non è un meteorite, è una scelta! Una scelta che fanno ogni giorno milioni di italiani e poi, incredibilmente, si indignano. Guardano la televisione, vedono i politici che si scambiano incarichi e poltrone, e dicono “che vergogna”. Ma la vergogna, la vera vergogna, è quella che non si vede: è il filo invisibile che lega ogni supplicante al suo protettore, ogni raccomandato al suo raccomandante, ogni cittadino al suo “uomo di fiducia”.
Io, da questo gioco, sono fuori. E lo so che questo mio post vi farà arrabbiare. Lo so che molti di voi mi odieranno, perché sentirselo dire da uno che non ha mai avuto bisogno di nessuno suona come una condanna. Ma non è colpa mia se anche voi fate parte di quel sistema. È colpa vostra. E della vostra ipocrisia!
Questo post non è per tutti. È solo per chi, come me, può ancora permettersi di vivere senza chiedere, senza supplicare, senza inginocchiarsi, per chi ha scelto la solitudine piuttosto che la complicità, per chi ha capito che il prezzo della dignità, a volte, è stare fuori dal gioco.
E io quel prezzo, ve lo assicuro, lo pago sempre e lo continuo a pagare volentieri. Ogni giorno!
Sì… fino al giorno in cui, come già ho fatto in passato, prenderò le mie valigie e me ne andrò lontano da questo paese, per non vedere più questo indegno spettacolo. Ma anche da lontano, chissà… potrei anche continuare a scrivere. Perché la dignità non ha confini. E la verità, quella, non smette mai di farsi sentire.