L’eroe è chi trova una ragione per vivere: non barattare la dignità iraniana per un po’ di gasolio!


Oh, di chi parlo veramente?

Noi viviamo senza un motivo,

loro sanno per cosa muoiono. Noi apriamo le mani nel sonno,

loro le chiudono a pugno anche da svegli.

Noi cerchiamo una porta nella nebbia,

loro hanno già murato tutte le uscite.

Noi diciamo “forse”

loro rispondono “sempre”.

Eppure,

qualcuno tra noi ha smesso di chiedere il permesso

per esistere.

Qualcuno ha capito che

vivere senza un motivo

è l’unico modo per non dover uccidere

per restare fedeli a una causa.

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire…

Forse l’eroe è chi trova una ragione per continuare a vivere

anche quando tutte le ragioni sono state bruciate.

Leggo questi versi di Ahmad Shamlu e sento il peso della verità che ci schiaccia, una gravità che non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la coscienza umana… 

Noi viviamo senza un motivo, galleggiamo in una nebbia di indecisione e comodità, mentre loro, lì, in Iran, sanno esattamente per cosa muoiono. È un contrasto che fa male, che brucia più di qualsiasi sanzione economica o embargo commerciale. 

Noi apriamo le mani nel sonno, accogliamo il vuoto, la distrazione, il prossimo reality show in televisione, mentre loro tengono i pugni chiusi anche da svegli, stretti attorno a un’idea di libertà che è l’unica cosa che resta quando ti hanno tolto tutto il resto. 

Hanno murato loro tutte le uscite, ogni via di fuga è stata sigillata dal cemento armato della dittatura, eppure qualcuno tra loro ha smesso di chiedere il permesso per esistere. Questa è la frase che mi colpisce al centro del petto, perché rivela la natura profonda della resistenza: non è solo urlare nelle piazze, è respirare quando ti vogliono soffocare, è esistere quando ti vogliono cancellare

Forse l’eroe non è chi sa per cosa morire, come spesso ci raccontano le narrazioni epiche che tanto detesto, ma chi trova una ragione per continuare a vivere anche quando tutte le ragioni sono state bruciate. Shamlu non parlava di sconfitta, parlava di quella dignità silenziosa che resiste senza un nome, senza una bandiera ufficiale, ma con un respiro che diventa atto politico. 

Di chi parla veramente? Parla di te, di me, di chiunque legga tra le righe del silenzio assordante dei media occidentali, di chi non sa ancora per cosa morire ma ha deciso, finalmente, di non morire per niente che non sia la propria verità. E questa verità ci impone di guardare oltre il prezzo del greggio, oltre la convenienza energetica, per riconoscere che la loro lotta non è un disturbo alla nostra stabilità, ma lo specchio della nostra umanità perduta. 

Non possiamo permettere che il nostro benessere sia costruito sull’oblio del loro sacrificio, perché se loro muoiono per la libertà, noi dobbiamo vivere con la responsabilità di non dimenticarli, di non barattare il loro sangue per un serbatoio pieno.

La loro resistenza è la nostra vergogna, ma potrebbe anche essere la nostra redenzione, se solo avessimo il coraggio di aprire gli occhi e vedere che quelle mani ora rivolte al cielo per chiedere libertà, stanno tenendo insieme i frammenti di una dignità che noi tutti, distratti e sazi, stiamo lasciando ahimè cadere.

Trapani: Buon cammino? Sì… ma verso il baratro!


Un amico di Trapani mi ha inviato queste foto e una nota con la quale mi chiedeva gentilmente di realizzare un post da condividere con voi, perché certe immagini non si possono tenere solo per sé. 

Ed allora…. siamo nella bellissima cittadina siciliana di Trapani, precisamente in Viale delle Sirene, uno dei luoghi più belli del litorale.

Osservando questo quadro meraviglioso, a tutto penseresti, ma non certo di vedere quanto ahimè accaduto. Neppure se avessimo provato a immaginare qualcosa di terribile, avremmo potuto avvicinarci alla realtà dei fatti, che sembrano uscire da un film come “Final Destination”

Ma questa volta la sorte non ha scelto l’incidente: ha scelto il simbolo del fallimento della politica e di chi dovrebbe gestirla come il buon padre di famiglia.

Perché a crollare non è soltanto la credibilità dell’amministrazione di quella città – ma non meravigliamoci, lo stesso accade ovunque e nessuno di quei referenti sembra esserne esente – ma è la sicurezza di noi cittadini che viene messa a rischio da continue azioni che invece di migliorare quanto affidato, lo offendono con opere eseguite quasi mai in perfetta regola d’arte, o quantomeno senza una opportuna verifica dei luoghi prima degli interventi e di conseguenza un’adeguata progettazione dei lavori da eseguirsi. 

La circostanza più grave è proprio questa: chiunque di noi, tra residenti e ahimè turisti – e aggiungerei “per caso” – si sarebbe potuto trovare lì ad ammirare il mare, per finire dentro una voragine. 

Oggi a finirci dentro quella buca è stato disgraziatamente un operatore con il suo mezzo d’opera. Tra l’altro, vorrei ricordare che, a proposito di sicurezza sui luoghi di lavoro, si stava festeggiando il primo maggio, già… la festa dei lavoratori. Auspico quantomeno che quel conducente sia rimasto illeso.

Ma viene spontaneo chiedersi: quante altre voragini dovranno aprirsi, quante altre frane dobbiamo attenderci, quanti cedimenti dovremo ancora contare prima che appaia in questa regione (e non solo in essa…) un barlume di rispetto per noi cittadini?

Osservare queste immagini dovrebbe quantomeno far riflettere, perché se ciò accade è anche colpa nostra. Sì, di noi siciliani, che con grande facilità dimentichiamo quanto accade o preferiamo – come sempre – girarci dall’altra parte per non vedere… 

E difatti… non vediamo cosa compie la mafia ogni giorno, non ci opponiamo ad avere in consigliere o un deputato criminale e neppure ci offendiamo al solo epnsiero di far eleggere un suo familiare come nuovo referente, dimenticando la storia illegale da cui proviene.

Sì… la colpa è nostra quando ci aspettiamo un favore in cambio di un favore ricevuto o in attesa di riceverlo, per il solo motivo di aver procacciato un pugno di voti o l’aver, ancor peggio, barattato la propria preferenza per un buono da cinquanta euro da spendere al supermercato!

Lo schifo è principalmente nostro, sì, quando ci assoggettiamo a quel sistema mafioso che ben conosciamo ma che facciamo finta di non sapere, dimenticando come questa diffusa “infezione” faccia di tutto per condizionare e soffocare la libertà individuale e sociale di quest’isola! 

Ed allora mi chiedo: Di quante altre tragedie avete bisogno per avere un sussulto di dignità? Ignavi attenti, perché la prossima volta quanto accaduto a quell’autista potrebbe capitare a voi, ai vostri figli o ancor più ai vostri nipotini mentre stanno giocando con il loro triciclo.

Quindi basta scuse, basta ipocrisia, basta silenzi omertosi con cui da sempre convivete. Scusate se ora prendo le distanze e vi lascio soli, ma di questo cerchio il sottoscritto non fa parte. D’altronde, basta semplicemente rileggere tutte le denunce presentate in questi lunghi anni, cui hanno seguito numerose condanne, per comprendere come ciascuno deve rispondere delle proprie azioni (e omissioni…), pur sapendo bene come la strada della legalità, sia in questa terra certamente difficile da praticare, in particolare nei confronto di chi si è già assoggettato, ai compromessi e ai ricatti. 

Basta quindi con quei pellegrinaggi all’interno di infide segreterie politiche, poste lì per fare in modo che restiate per sempre vincolati a quegli individui…  

Denunciate, sì, denunciate quando siete chiamati in causa, denunciate sempre quei referenti politici e mafiosi, ma soprattutto non accettate le loro lusinghe, sapendo già… quanto siano false.

Come ho letto in quel post sulla vicenda di Trapani: siciliani, pretendete rispetto e non più questo degrado. Sì, perché se ciascuno inizierà a fare la propria parte, vedrete, qualcosa che qualcosa di positivo accadrà, se non subito per noi, per i nostri figli, ma certamente per i vostri nipoti… . 

Non è il classico slogan pronunciato in quelle sterili cerimonie ad ogni ricorrenza, no: sarà una pulizia totale di questo sistema malato e la rinascita di un Paese finalmente libero da clientelismi, raccomandazioni, prevaricazioni e da una politica che finora ha sempre condotto a ruberie e a fare in modo che i suoi referenti restino – grazie a leggi proposte indegne – impuniti.

So perfettamente quanto sia difficile farlo, ma vi chiedo, quantomeno, di provarci!

La lotta alla mafia? Non è più una priorità!


Immagino che, salendo quelle scale dell’Università, avrà ripensato a quando da ragazzo le saliva mentre sua madre insegnava.

Già… lui, lì, studente, che passava interi pomeriggi a studiare e a osservare nel cortile quelle statue immobili. Ma soprattutto a sperare in un mondo — un mondo vero — da una prospettiva dove si potesse distinguere il bianco dal nero.

Sì… il ritorno di Roberto Saviano alla Federico II sembra il gesto di un reduce che osserva le macerie di un paesaggio interiore, ed anche l’applauso degli studenti e il saluto del rettore non bastano a nascondere l’amarezza di una frase che di lì a poco – con il sorriso di chi ha smesso di illudersi – riporterà agli studenti presenti: la lotta alla mafia non è più una priorità!

Non lo è stata per scelta, non per complicità occulte o silenzi colpevoli, ma per una decisione politica e culturale che ha preferito spostare altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come se il potere criminale, oggi più grande di vent’anni fa, avesse smesso di essere considerato un nemico da affrontare.

Eppure, basterebbe guardarsi intorno, lungo quelle strade che “Gomorra” raccontò al mondo intero, per comprendere come la mafia non si è fermata, ma semplicemente adattata e l’adattamento più impressionante riguarda nel nostro Paese proprio il turismo. Per anni, dice Saviano, in certi quartieri non potevi entrare: chi ci provava veniva derubato, intimidito, respinto

Oggi, invece, chi tocca i turisti paga. Perché i turisti sono diventati merce loro, la linfa dei loro B&B, dei loro negozi, dei loro investimenti velocissimi. I boss, appena hanno visto che erano i viaggiatori a ripopolare la città, hanno comprato immobili, affittato stanze, riempito le piattaforme digitali di offerte a poco prezzo. Non c’è stato alcun tentennamento. E così i furtarelli, le borseggiatrici, le piccole rapine? Quelle avvengono ancora, ma contro le famiglie, contro i residenti (vedasi ahimè quanto accaduto in queste ore a due ragazze ferite alle gambe mentre stavano passeggiando), contro chiunque non faccia parte di quel flusso di stranieri da proteggere e sfruttare.

Saviano lo dice chiaramente: il concetto di zona grigia che esisteva negli anni Ottanta e Novanta oggi non ha più senso. Perché non esiste più un mondo bianco. Siamo tutti dentro una dimensione criminale diffusa, dove le differenze si sono annullate. Non c’è più un fuori e un dentro, una parte sana e una malata: è diventato tutto grigio

E forse è proprio questa la sconfitta più silenziosa, quella che non fa notizia. Perché mentre si discute di “iperturismo“, di rigenerazione urbana, di crescita economica, nessuno si chiede davvero se questo cambiamento sia soltanto un palliativo. Se dietro la vetrina luminosa delle città che rinascono non si nasconda la stessa mano che un tempo controllava il contrabbando e oggi controlla le prenotazioni online.

Vent’anni dopo, Saviano vive ancora sotto scorta. La paura, confessa, non smette mai di accompagnarlo: può soffocare, ma può anche diventare un’opportunità per reagire. Tuttavia, la domanda che rimane sospesa nell’aria dell’aula è un’altra: se la lotta alla mafia non è più una priorità, chi reagirà al posto nostro? 

Perché il problema non è che le mafie siano più deboli – anzi, sono molto più forti di ieri – ma che abbiamo smesso di guardarle. Le abbiamo rese invisibili proprio mentre diventavano onnipresenti. Le abbiamo lasciate entrare nei B&B, nei flussi turistici, nelle economie che applaudiamo senza verificare. 

E così, mentre il rettore e il sindaco stringono la mano a chi per anni è stato considerato divisivo, forse varrebbe la pena di ascoltare fino in fondo quella voce amara che dice: nessuno se ne preoccupa più. E lo vediamo ogni giorno (sì… consentitemi: per chi ovviamente vuole ancora vederlo…)

Lo sguardo distratto dell’Onu: mentre Teheran conta i corpi, noi contiamo le parole.


C’è un’immagine che affiora in testa e non è una fotografia di cronaca, ma possiede in sé la crudezza immediata del sangue. Già… ritrae un numero, il sette, e quella forca suggerisce la sofferenza silenziosa di tutti coloro che vengono ogni giorno impiccati. Non è solo un dato statistico, no… è un ritmo, un battito regolare e mortale che scandisce le giornate a Teheran, mentre il mondo – sì, tutto quel mondo distratto o forse complice – continua a guardare altrove.

La guardo e ci vedo la sintesi perfetta, certamente dolorosa, di ciò che sta accadendo dall’altra parte del mondo, perché quello che viviamo non rappresenta solo la repressione politica, ma è qualcosa di più viscerale, potrei dire “teatrale” nella sua stessa atrocità. 

Mi ripeto i numeri, come un mantra amaro: sette impiccagioni al giorno, sette vite spente quotidianamente, dissidenti eliminati con la freddezza di un rituale burocratico. E mentre questo accade, c’è un dettaglio che dovrebbe gelarci il sangue, ma che sembra scivolare via nell’indifferenza generale: l’uso dei bambini. Reclutati, usati come scudi umani o come occhi vigili ai posti di blocco. Bambini… già… lascio che questa parola risuoni dentro ciascuno di voi, che faccia il suo lavoro sporco in ciascuna coscienza.

Eppure, sapete cosa mi colpisce davvero? Cosa mi lascia senza fiato più della violenza stessa? Il silenzio. O meglio, la direzione precisa, calcolata, di quel silenzio.

Mentre Teheran soffoca ogni respiro di libertà, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha lo sguardo fisso altrove. Le critiche, le risoluzioni, l’attenzione mediatica: tutto converge su un unico bersaglio: Israele. È come se l’organismo internazionale avesse un solo occhio, monocolo e ostinato, capace di vedere solo da una parte. Una fissazione che diventa afasia quando si tratta di guardare a Teheran.

Parliamo di doppi standard, sì, ma andiamo oltre l’etichetta, parliamo di volontà, di sguardi che scelgono consapevolmente di girarsi dall’altra parte.

Mi ripeto, l’Iran non è un paese povero, non nel senso strutturale del termine: È il nono produttore mondiale di petrolio, il terzo di gas naturale, è una terra ricca, stratificata di risorse. Eppure, quella ricchezza è un fantasma per la sua gente. Non arriva alle tavole degli anziani, non riempie la pancia delle donne, non veste i bambini che oggi soffrono la fame.

Dove finisce tutto quel denaro? La risposta è scritta nelle priorità del regime: armi, testate nucleari, finanziamento del terrorismo internazionale, e soprattutto, nella lotta ossessiva contro Israele. Il resto? Capitali nascosti, privilegi blindati per gli uomini del potere e le loro famiglie, spesso custoditi proprio in quei paesi arabi vicini che dovrebbero essere fratelli di fede e di causa.

Sì… «Ma le sanzioni», mi diresti e dove metti «Gli embarghi americani, le restrizioni del Consiglio di Sicurezza»?

È vero. Pesano. Non lo nego. Colpiscono l’economia, la scienza, il commercio. Ma dopo oltre quarant’anni, la verità nuda e cruda è un’altra: il regime iraniano non vuole mediare. Non vuole cambiare. Non vuole la democrazia. Ha scelto la sopravvivenza del potere attraverso la paura. Preferisce impiccare sette persone al giorno piuttosto che aprire una finestra.

E l’Onu? L’Onu tace. O meglio, parla, ma sussurra le cose giuste nel posto sbagliato.

Forse, davanti a quel quadro, dovremmo smettere di chiederci solo cosa sta succedendo, e iniziare a chiederci perché continuiamo a guardare altrove…

Quando il silenzio diventa radice…


Ho ricevuto una risposta al mio post di aprile – http://nicola-costanzo.blogspot.com/2026/04/il-fumie-dellateo-e-se-cristo-avesse.html – che mi ha fatto riflettere, già… non perché fossi d’accordo su tutto (e forse è proprio questo il punto…), ma perché veniva da un luogo diverso dal mio, e parlava un’altra lingua. 

La lingua non della strategia, ma della resa. La lingua di chi non si pone nemmeno il problema che tormentava me e Adam Roberts. Sì… me l’ha scritta una lettrice, la Dr. Julia, e nel farlo ha citato il Qur’an, la voce di Maometto, e i volti di Abramo, Mosè, Gesù, Noè, Adamo. Non per fare proselitismo, credo, ma per offrire una lente diversa. E ho pensato che forse serviva per imparare a guardarci dentro.

Julia parte da un principio che suona quasi rivoluzionario nella sua semplicità: “Non vi è costrizione nella religione”. E subito dopo il ricordo che la prova – paura, fame, perdita di beni, vite, frutti – non è un’eccezione nella vita di chi crede, ma la regola. Non una punizione, dice, ma un crogiolo. E in questo crogiolo, le intenzioni sono tutto. Perché se la fede diventa un calcolo della sofferenza, se inizia a pesare il dolore degli altri sulla bilancia della propria coerenza, allora non è più fede, diventa strategia, e la strategia, per quanto nobile, non tiene quando il terreno trema.

Il suo ragionamento è implacabile. Se pensiamo di salvare gli altri rinnegando Dio – anche fosse per compassione – stiamo scegliendo un sollievo temporaneo e perdendo l’eternità. Il silenzio di Dio, quello che paralizzava Rodrigues sulla barca davanti al mare infinito, non è abbandono. È una prova che non è stata mandata per distruggere, ma per purificare. 

E qui Julia non si ferma alla contemplazione. Non basta guardare Abramo che sale sul monte con il figlio, dice. Bisogna imitarlo. E Abramo non calcolò il costo. A lui fu detto “Sottomettiti”, e lui rispose “Mi sottometto al Signore dei mondi”. Punto. Non chiese a chi sarebbe servito quel gesto, né se Isacco avrebbe capito, né se la storia li avrebbe chiamati santi o pazzi. Obbedì.

Leggendo queste parole, ho capito meglio la distanza tra il mio punto di vista e quello di una fede che non si vergogna di chiamarsi tale. Perché io, nel mio post, ero arrivato a dire che l’apostasia di Rodrigues aveva un suo senso logico. Se le promesse di Gesù sono vere, i martiri avranno la loro corona; se sono false, ho evitato loro una sofferenza inutile. Un ragionamento valido, avevo scritto, ma non certo il ragionamento di una persona veramente fedele. E Julia, a suo modo, mi dà ragione: la vera fedeltà non pesa, non confronta, non sceglie il male minore. Si affida. E in quell’affidarsi trasforma la debolezza in forza, e la forza in speranza.

Ora, io questa cosa la capisco con la testa, ma dentro di me continua a fare lo stesso rumore di quando Kierkegaard diceva che contemplare Abramo lo annientava. Perché la mia natura – chiamiamola così – è quella di chi deve pur provare a immaginare una via d’uscita, un calcolo, un modo per ridurre la sofferenza anche a costo di spezzare qualcosa. Julia mi dice che quello è un lusso che chi crede non può permettersi. E forse ha ragione lei. Ma allora la domanda che mi porto appresso, e che voglio provare a rispondere qui, è un’altra.

Cosa succede quando quella fede senza calcoli, quella resa totale, quella disponibilità a lasciare che altri soffrano per la verità – perché così è scritto, perché la prova è un dono – si scontra con il mondo così com’è? Con un cristianesimo che non è più la religione dei perseguitati ma quella dei potenti? Con l’Occidente che piange persecuzione mentre tiene in mano le armi più grandi? Con il bianco che parla di razzismo contro i bianchi? Non è forse vero che anche la più pura delle obbedienze, se dimentica di chiedersi “chi sono io in questa stanza, e chi ha il coltello e chi la piaga?”, rischia di diventare sorda? 

La domanda di Roberts era proprio questa: quando sei forte, cosa fai della tua forza? E se la tua fede ti dice solo di sopportare, ma non ti chiede mai da che parte stai, allora forse stai calpestando un fumi-e senza nemmeno accorgertene.

Julia mi ha ricordato che il silenzio può essere radice, e ogni radice può fiorire in eternità. Lo rispetto. Ma io devo risponderle, e la mia risposta non potrà essere una sottomissione. Dovrà essere un’altra domanda, forse. O forse il racconto di come anche il dubbio, quando è onesto, può diventare un terreno su cui qualcosa di vero – anche se scomodo – può ancora crescere. 

Ecco cosa voglio scriverle.

Siciliani mi raccomando: quando verrete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare!


Era il 2024 quando lessi una notizia che, per un attimo, mi aveva fatto tirare un sospiro di sollievo. 

Pareva che per il penultimo tratto ibleo della A18, quello tra Modica e Scicli, fossero stati finalmente reperiti i fondi per appaltare i lavori. 

Cosa dire… un piccolo miracolo quotidiano, in questa nostra terra dove i miracoli si contano spesso sulle dita di una mano sola. Le risorse economiche, circa undici chilometri di strada da portare a compimento, sarebbero arrivate da nuovi progetti europei. 

Nessuno, prima di allora, si era mai preoccupato di chiedere ulteriori coperture finanziarie, e così i termini per il nuovo appalto rischiavano di scadere, portandosi via anche quei soldi già accantonati. A smuovere le acque era stato il vicepresidente della Commissione Bilancio alla Camera, che si era impegnato a rimpinguare i 350 milioni iniziali con altri 250 milioni resi necessari dall’aumento dei materiali e della manodopera, tra gli strascichi del Covid e le crisi dei conflitti nel mondo. Con un progetto già esecutivo, si parlava di espropri imminenti, di gare d’appalto finalmente avviabili.

Che bella notizia, mi ero detto. Ma subito dopo, come un riflesso condizionato, la consueta amarezza: speriamo solo che questi soldi non vengano mangiati prima ancora di vedere l’asfalto, o che finiscano per chissà quale magica deviazione.

Oggi, a distanza di tempo, scopro che i miei timori non erano del tutto infondati. Anzi. La nuova notizia è di quelle che ti lasciano senza fiato, ma non certo per gioia. I fondi sono stati scippati. E così la Federazione provinciale del Partito Democratico di Ragusa ha realizzato un flash mob direttamente nello svincolo autostradale di Modica. 

Stanno provando a sollecitare il reintegro di quei 350 milioni originari, quelli del lotto Modica–Scicli, sottratti senza troppi complimenti. Nel corso della mobilitazione si sono raccolte le firme per una petizione, rivolta alle istituzioni regionali e nazionali, per ripristinare la dotazione finanziaria di quell’opera che molti attendono come l’acqua nel deserto. 

Risorse fondamentali per un’infrastruttura strategica”, le ha definite il segretario di federazione. Senza quel tratto, senza il collegamento con l’area Sud della provincia, cittadini e imprese resteranno prigionieri di una viabilità vecchia, lenta, persino pericolosa. Niente certezze, niente cantieri, solo l’ennesima promessa sciolta come neve al sole.

Ascoltandolo parlare, mi sembra di sentire la stanchezza di chi combatte contro mulini a vento. “Senza una chiara assunzione di responsabilità politica e senza soluzioni alternative credibili”, dice, sottolineando che non è possibile accettare che fondi già stanziati spariscano senza un perché. 

Per questo il Partito Democratico ha invitato alla partecipazione i cittadini, forze sociali ed economiche, perché questa non è solo una vertenza di partito, ma una battaglia che riguarda lo sviluppo economico, la sicurezza sulle strade, il diritto alla mobilità per chi ogni giorno si sposta per lavoro, per studio, per portare i figli a scuola. E soprattutto riguarda il futuro delle nuove generazioni, quelle che non hanno mai visto un’autostrada moderna nel loro territorio. L’obiettivo è chiaro: restituire le risorse, assicurare che i lavori proseguano, portare l’autostrada Siracusa–Gela almeno fino a Vittoria.

E io, mentre scrivo, penso che in fondo non chiediamo molto. Solo quello che ci spetta, e che altrove sarebbe scontato. Solo un po’ di coerenza, un po’ di memoria, un po’ di quella bellezza che non sta solo nei paesaggi ma nelle cose promesse e mantenute. Ma poi mi fermo, e sento che devo dirlo chiaro, perché la pazienza non è più una virtù ma una prigione.

Siciliani, mi raccomando: quando sarete chiamati alle urne, ricordatevi sempre per chi votare. Perché chi ci governa sa benissimo che da queste parti la memoria è corta e il rancore pure, e così si continua a promettere, a stornare fondi, a ballare il solito valzer. 

Ma ogni volta che mettiamo la croce su un nome, stiamo decidendo se quel pezzo di autostrada si farà o resterà un miraggio. Non dimenticatelo, come non dimenticate chi, in tutto questo, ha remato contro corrente per restituire dignità a questa terra. Il resto, lo sappiamo bene, è solo fumo negli occhi!

Io me ne fotto: il prezzo della libertà non si baratta per un barile di petrolio!


Guardo questo quadro e vedo una donna iraniana che soffre. Un’opera astratta, certo, i contorni sfumati, i colori forse confusi, ma il dolore che emana è fin troppo concreto, tagliente, reale. 

Già… come quella Sig.ra lo osservo e mi assale una domanda che non vorrei farmi, ma che non posso ignorare: ci ricordiamo ancora chi è stato ucciso in questi mesi per la libertà o siamo tutti talmente presi dalla smania di ritornare a quelle condizioni di stabilità apparente, dal desiderio egoistico di avere nuovamente petrolio e gas a buon mercato, da scegliere consapevolmente di barattare la nostra dignità – e con essa la loro possibilità di democrazia – per un serbatoio meno caro? 

Io ve lo dico chiaramente, senza mezzi termini: me ne fotto di dover fare sacrifici, me ne fotto se ciò significhi rinunciare a certe comodità, se questo possa servire a ridare speranza, a far giungere alla democrazia un popolo che la sogna da sempre

Diciamoci la verità, senza infingerci, senza essere come nostro solito un popolo ipocrita e lacchè ai poteri forti internazionali: in Iran non esiste alcuna libertà, perché questa è strangolata da un governo dittatoriale che non molla la presa da oltre quarant’anni. Oggi penso a chi soffre la fame in questo preciso istante: anziani, donne, bambini.

E non mi riferisco soltanto alle conseguenze dei nuovi embarghi degli Stati Uniti, né all’insieme di sanzioni – economiche, commerciali, scientifiche, militari – che la comunità internazionale ha imposto al governo iraniano in questi lunghi anni. No, il punto è un altro, più profondo e forse più vergognoso. Il problema è che gli introiti della vendita del petrolio – e l’Iran è il nono produttore mondiale di greggio, il terzo di gas naturale – non sono stati utilizzati per la popolazione.

Quei miliardi di dollari, euro, lingotti d’oro e diamanti non sono serviti a migliorare il PIL, a ridurre l’inflazione, ad abbassare la disoccupazione, a rendere vivibili i tassi di interesse o a riaprire le esportazioni civili. Tutti quei valori hanno seguito un destino diverso, osceno!

La verità, nuda e cruda, è che l’Iran ha sfruttato le sue materie prime per costruire armi, per tentare di produrre una testata nucleare, per foraggiare il terrorismo internazionale, per combattere Israele, ma soprattutto per celare all’estero, proprio in quegli altri paesi arabi adiacenti, parte di quei capitali, così da garantire privilegi ai suoi uomini del regime e alle loro famiglie.

Ecco il paradosso crudele: un Paese ricco di risorse, certamente strozzato dalle sanzioni e ora dalla guerra, ma che decide di non voler mediare, di non voler aprire ai cambiamenti richiesti dal proprio popolo, che preferisce voltare le spalle alla democrazia pur di mantenere intatto il potere di pochi.

Dopo più di quarant’anni di regime, la domanda resta lì, sospesa nell’aria viziata dei nostri salotti bene, mentre lo sguardo torna a quella donna nel quadro. Perché alla fine, la sua sofferenza non è solo per ciò che subisce dall’esterno, per le sanzioni che noi invochiamo o temiamo, ma per ciò che le viene negato dall’interno, dai suoi stessi governanti che usano la sua vita come moneta di scambio.

E così, mentre guardo questo quadro astratto dove si intravede una donna iraniana che soffre, penso a tutti i paesi del mondo che sembrano essersi dimenticati di chi è stato ucciso per la libertà, di chi ha provato a lottare senza alcuna arma per la propria democrazia ed è morto per un’idea. Di chi oggi ancora soffre la mancata libertà, ma soprattutto osservo la nostra ignavia, noi tutti che ci siamo girati dall’altra parte, che manifestiamo un urlato “silenzio”, pur di non ascoltare l’altrui dolore e continuare a riempire i nostri serbatoi.

Sì… è proprio questa la ferita più grande, quella che nessuna sanzione o negoziato potrà mai rimarginare. Quella che continua a farsi spazio, astratta e reale insieme, nel volto di quella donna iraniana che, ahimè, ancora oggi soffre.

Non è possibile, non è moralmente accettabile, barattare la libertà altrui, quella delle donne, dei bambini, degli anziani iraniani, per un barile di petrolio in più o per qualche centesimo risparmiato alla pompa. Già… il prezzo della nostra comodità non può essere pagato con il loro sangue!

Complotti, like e verità scomode!


Buongiorno… nel far seguito a quanto pubblicato ieri, riprendo brevemente il tema delle voci di complotti che infestano i social, senza però tornare su quanto già detto. 

Mentre riflettevo su quel fenomeno, mi è capitato sotto gli occhi un’indagine globale che conferma qualcosa di profondamente inquietante: sette persone su dieci, nel mondo, credono almeno a una bufala.

Non si tratta di un fenomeno marginale o circoscritto a qualche paese, ma di una tendenza diffusa trasversalmente, che attraversa età, livelli di istruzione e orientamenti ideologici diversi. Dall’India al Brasile, dal Messico al Sudafrica, fino alla stessa Europa, la musica non cambia.

L’indagine in questione – l’Edelman Trust Barometer 2026 – mostra uno scenario preciso: la fiducia nelle istituzioni sanitarie, nei governi e nei media tradizionali è in costante calo a partire dalla pandemia. In questo vuoto crescono le fonti alternative come l’intelligenza artificiale, i creator digitali e i social network. Il 35% delle persone usa ormai l’AI per avere risposte immediate su temi di salute e chi tende a credere di più alle affermazioni infondate consuma, paradossalmente, una quantità maggiore di notizie in materia, consultando più piattaforme e seguendo più creator. Non è disinteresse, badiamo bene: è una riorganizzazione profonda dell’ecosistema della fiducia.

Ed ecco allora che, partendo da questo humus culturale e umano, prendono corpo le narrazioni più fantasiose e così ci capita di leggere e ascoltare ovunque di omicidi globalizzati per mano di società internazionali senza volto, di organizzazioni che attraverso polveri gettate dagli aerei ci manovrano, oppure di alimenti quotidiani che starebbero avvelenando intere popolazioni mondiali.

Tra le affermazioni sottoposte a 16mila intervistati in sedici paesi, ce n’erano alcune che sembrano uscite pari pari da un copione complottista: “I vaccini vengono usati come strumento di controllo della popolazione”, “aggiungere fluoruro all’acqua potabile non ha benefici ed è pericoloso”, “i rischi dei vaccini pediatrici superano di gran lunga i benefici”. Ebbene, il 70% dei partecipanti ha ritenuto vera almeno una di queste tesi e il 29% ne ha credute tre o più. La maggior parte di quelle teorie viene riportata sui social, in particolare su TikTok e Instagram, spesso amplificata da algoritmi che privilegiano i contenuti più sensazionalistici. Narrazioni che trovano terreno fertile nella rapidità con cui le informazioni, ma soprattutto le disinformazioni, si diffondono online.

Tra le teorie più assurde vi è chi riscrive la cronaca politica a proprio uso e consumo, negando l’evidenza di attentati o, al contrario, vedendo dietro ogni evento isolato la mano di un regista occulto. Sia che si tratti di attacchi a figure istituzionali o di crisi internazionali, la versione dei fatti viene distorta per adattarsi a una trama preconcetta, dove nulla è lasciato al caso e tutto è frutto di un disegno malevolo.

Perdonatemi, ma io al contrario credo nella necessità di guardare ai fatti per quello che sono, senza sovrapporvi filtri deformanti. Rifiuto totalmente le versioni che trasformano la tragedia o l’errore in un copione scritto a tavolino, perché questa attitudine non fa altro che offuscare la comprensione reale dei problemi. Continuando così, con queste manipolazioni cospirative, si giunge a credere che i virus creati appositamente in laboratorio servano per generare pandemie perfette, decimare intere popolazioni e pianificare il controllo sociale con lockdown decisi da oscure cricche finanziarie.

Certo, qualcosa di vero su quanto appena detto c’è stato sicuramente, ma se ci facciamo distogliere da quanto realmente accaduto e dai reali interessi che la Pandemia “Covid 19” ha determinato, spostiamo indirettamente l’unica verità compiuta da quell’azione su ipotesi fantasiose. Ipotesi che distolgono le masse dall’unico obiettivo importante, cioè capire cosa sia realmente successo.

E difatti, basta poco perché tutto si tenga perfettamente in piedi da sé: serve semplicemente aggiungere un tassello all’altro e il mosaico del complotto diventa perfetto, auto-coerente, capace di spiegare ogni angolo oscuro della realtà senza mai dover ammettere la banale, noiosa, complicata verità dei fatti.

Ovviamente, in quelle teorie non manca nulla. Così, mentre tutto questo viene dibattuto con sicurezza in un post condiviso su un qualche social, il rapporto dell’Edelman ci ricorda una cosa semplice ma cruciale: le persone sono ancora aperte a ricevere nuove raccomandazioni sulla salute, a patto che arrivino da voci di cui si fidano.

La strategia più efficace per contrastare la disinformazione, suggeriscono gli esperti, non è imporre fatti scientifici dall’alto, ma ricostruire la fiducia, comprendere le condizioni di vita della gente, le sue paure, le fonti che frequenta. Peccato che fuori, nel mondo reale, ci siano ahimè persone che muoiono davvero e di tutto questo, guarda caso, i nostri improvvisati buffoni del sospetto non parlano mai.

Sarebbe troppo difficile per loro affrontare certi temi in maniera seria, chissà forse perché poco affascinanti. Meglio allora portare avanti un bel complotto globale: almeno così i loro like crescono, i follower aumentano, il tornaconto pubblicitario sale a dismisura, nel frattempo loro non si sono minimamente sporcati le mani.

Già, ecco perché lo fanno: sperano, influenzando gli altri, di passare da sterili soggetti a individui speciali. Mi consola sapere che è solo questione di tempo e che tutte queste assurdità prenderanno la via del fumo, lasciando spazio a chi – non solo – ha la forza di guardare la realtà negli occhi, ma anche a chi, ascoltando quelle voci di cui ci si fida davvero, riesce a distinguere una bufala da un fatto, senza bisogno di invocare oscuri complotti ogni volta che la realtà si fa difficile da accettare.

Ignoranza e consenso: la fabbrica dei proseliti complottisti!


Mi capita spesso, in questi ultimi anni, di osservare con crescente sconcerto come – ovunque si parli di quanto accade nel mondo – si faccia strada sempre la stessa identica dinamica: una diffusa voce di contestazione e complotto.

Non quindi una critica costruttiva, non un’analisi ponderata dei fatti, ma un torbido mormorio che da ogni angolo del dibattito pubblico finisce per avvolgerlo come nebbia. 

Il punto è che questa voce, per quanto forte e corale apparentemente, proviene quasi sempre da una platea ben precisa: tutta una serie di soggetti che, nella loro vita concreta, non hanno mai fatto nulla per cambiare ciò che accade intorno a loro. Gente che non ha mai sporto denuncia presso le autorità quando sarebbe stato giusto farlo, che non ha mai manifestato per i veri problemi sociali – quelli che rendono la vita difficile agli ultimi, agli esclusi, a chi non ha voce – ma che invece è prontissima a scendere in piazza solo quando si tratta di chiedere un aumento o un rinnovo del contratto, facendo in modo però che siano sempre gli altri a scioperare. Perché loro, capisci bene, non possono permettersi che la loro tasca venga minimamente toccata. 

E intanto hanno goduto professionalmente delle abituali raccomandazioni familiari e politiche, vere e proprie sanguisughe incapaci sia come individui che sotto il punto di vista lavorativo, ma che hanno comunque la presunzione di parlare, di giudicare, di tessere trame dove la realtà diventa un’enorme menzogna ordita dai potenti. Ed allora ecco che, partendo da questo “humus culturale e umano”, prendono corpo le più fantasiose delle narrazioni. 

Cominciano a parlare di omicidi globalizzati per mano di società internazionali senza volto, che attraverso polveri gettate dagli aerei – chissà quando, chissà dove – oppure poste in tutti gli alimenti che consumiamo ogni giorno, avrebbero ormai avvelenato l’intera popolazione mondiale. 

La maggior parte di quelle teorie complottiste viene riportata sui social, in particolare su TikTok e Instagram, spesso amplificata da algoritmi che privilegiano i contenuti più sensazionalistici. Queste narrazioni trovano terreno fertile nella rapidità con cui le informazioni, e soprattutto le disinformazioni, si diffondono online. Tra le teorie più assurde, vi è chi riscrive la cronaca politica a proprio uso e consumo, negando l’evidenza degli attentati o, al contrario, vedendo dietro ogni evento isolato la mano di un regista occulto. Che si tratti di attacchi a figure istituzionali statunitensi o di crisi internazionali, la versione dei fatti viene distorta per adattarsi a una trama preconcetta, dove nulla è lasciato al caso e tutto è frutto di un disegno malevolo. 

Io, al contrario, credo nella necessità di guardare ai fatti per quello che sono, senza sovrapporvi filtri deformanti. Rifiuto totalmente le versioni che trasformano la tragedia o l’errore in un copione scritto a tavolino, perché questa attitude non fa altro che offuscare la comprensione reale dei problemi. Continuando con quelle manipolazioni cospirative, ecco i virus, creati appositamente in laboratorio per generare pandemie perfette, decimare intere popolazioni e pianificare il controllo sociale, con lockdown decisi da oscure cricche finanziarie. 

Poi ovviamente vi sono quelli che vedono nel sionismo la radice di tutti i mali della terra, e in particolare riconoscono in Netanyahu e Trump – due figure che hanno messo insieme, nella loro fantasia, come artefici principali di ogni nefasto disegno – la capacità di commettere qualsivoglia crimine di guerra. Non solo, badiamo bene, quelli commessi nel corso dei conflitti armati, perché secondo loro si violano altresì le norme del diritto umanitario internazionale anche in tempo di pace, con una sistematicità che farebbe impallidire qualsiasi dittatore. 

C’è poi chi dice che la chiave di volta di ogni segreto inconfessabile sia da ricercarsi nella vicenda di Epstein. Per loro infatti questi non è affatto morto, intendiamoci: sarebbe stato trasferito dai servizi segreti dal carcere in cui era stato posto a una lussuosa residenza in Israele, dove vivrebbe ancora oggi protetto da chissà quali poteri occulti, inscenando il suo suicidio. Il motivo? I famosi file compromettenti, naturalmente, e quei video nei quali noti referenti – politici, uomini d’affari, individui legati alle corone europee, personaggi dello spettacolo – sarebbero stati ripresi mentre commettevano atti indicibili, per poi essere ricattati negli anni. 

Ecco, vedi, tutto si tiene perfettamente in piedi da sé: basta aggiungere un tassello all’altro e il mosaico del complotto diventa perfetto, auto-coerente, capace di spiegare ogni angolo oscuro della realtà senza mai dover ammettere la banale, noiosa, complicata verità dei fatti

Ovviamente, in quelle teorie non potevano mancare gli alieni. Già… come potrebbero mancare? Ci sono gli oggetti volanti non identificati, l’ingegneria inversa che da decenni i governi nasconderebbero nei sotterranei del Nevada, le clonazioni effettuate tra loro e noi, chissà con quali scopi, e poi, fino a dove potrà spingersi questa presunta scienza parallela che solo i complottisti, nella loro infinita saggezza da salotto, sarebbero in grado di intravedere. 

E mentre tutto questo viene dibattuto con sicurezza tra un caffè e un post condiviso su TikTok o Instagram, fuori, nel mondo reale, ci sono ahimè persone che muoiono davvero a causa delle guerre, di governi dittatoriali, bambini e donne che non hanno da mangiare, malati che non possono curarsi, lavoratori sfruttati, donne violentate, anziani abbandonati. 

Ma di tutto questo, guarda caso, i nostri improvvisati buffoni del sospetto non parlano mai, già… perché sarebbe troppo difficile per loro affrontare certi temi, troppo sporchi, e aggiungerei certamente poco affascinanti. Meglio allora portare avanti un bel complotto globale, sì… meglio una polvere misteriosa che cade dal cielo, meglio ancora un alieno clone a modello Visitors… almeno così non si sporcano le mani. 

Già… perché solo così questi sterili soggetti continueranno a credersi speciali. Sì, mi consola sapere che mentre intorno tutto brucia, con il tempo, anche quelle loro cazzate prenderanno la via dell’etere, lasciando spazio, si spera, a chi ha ancora la forza di guardare la realtà negli occhi.

Il confine sottile: Quando la truffa si veste di normalità.


Leggo una notizia e, come spesso accade, mi sorprende la capacità di certe storie di abitare sottilmente i margini di ciò che potremmo definire “legale”. 

Si parla di un’operazione antimafia a Palermo, e tra le persone fermate spunta una figura che, a prima vista, potrebbe quasi ingannare: un sedicente consulente finanziario,ma stranamente, non iscritto all’Albo. Già questa piccola crepa formale, questo “non iscritto”, è il primo indizio di una zona grigia che diventa presto nera.

Ecco, perché la vicenda mi colpisce non tanto per il singolo episodio, quanto per il suo intrecciarsi con una rete familiare e imprenditoriale apparentemente normale. Qualche anno fa quest’uomo si era persino candidato al consiglio comunale, ottenendo un discreto numero di preferenze, non bastate per entrare in aula, ma comunque sufficienti a varcare la soglia della politica cittadina. Poi il dettaglio che fa scattare il meccanismo investigativo: un legame di parentela con la moglie di un capomafia. Ecco, i legami familiari diventano qui la mappa di un potere sommerso.

Ma cerchiamo di capire, in concreto, quale sarebbe stata la sua truffa secondo gli inquirenti, perché la vicenda merita di essere spiegata in modo semplice. Partiamo da un dato: esiste un Albo ufficiale dei consulenti finanziari. Iscriversi non è una formalità, richiede esami, requisiti morali e patrimoniali, e soprattutto obbliga a comportamenti trasparenti. Chi non è iscritto, semplicemente, non può fare quel mestiere. Ebbene, quest’uomo agiva come se lo fosse: proponeva investimenti, gestiva soldi, dava consigli, si presentava come un professionista. Ma non lo era. E questo è già un primo grande inganno.

Poi viene il bello, o per meglio dire il brutto. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, questo finto consulente non si limitava a fare il consulente senza titolo. Il suo vero ruolo era un altro: fare da ponte, da controllore, da magazziniere di soldi sporchi. 

Tutti noi sappiamo bene come la mafia guadagni soldi con le attività illegali (ma aggiungerei anche con quelle legali…) e quei soldi non possono essere spesi tranquillamente, perché attirerebbero l’attenzione. Devono essere quindi “ripuliti”, cioè fatti entrare in circuiti economici normali. 

Ecco, qui entra in gioco il nostro personaggio. Lui prendeva quei capitali di origine criminale e li indirizzava verso attività commerciali all’apparenza regolari: sale giochi, tabaccherie, distributori di carburante.

In pratica, faceva in modo che i soldi sporchi diventassero banconote che transitavano in un negozio, che mescolava gli incassi leciti con quelli illeciti. Un vecchio trucco, ma sempre efficace. Alla fine, dal punto di vista contabile, quei soldi sembravano provenire dalle slot machine o dalle sigarette vendute. E invece no.

Ma la truffa più sottile, quella che trovo davvero geniale nell’ordinaria malvagità, riguarda le aste immobiliari e qui dobbiamo fare un altro piccolo sforzo di immaginazione…

Le aste pubbliche, quelle dove si vendono case o terreni, nascono per essere trasparenti: chi offre di più si aggiudica il bene! Sembra un gioco corretto, no? E invece no, perché questo finto consulente, secondo gli inquirenti, avrebbe messo in atto una strategia per falsare il gioco. Come? Intimidendo altri possibili acquirenti, o facendo in modo che certe offerte non venissero mai presentate, o ancora accordandosi con altri finti partecipanti per non alzare il prezzo. Il risultato era che la mafia si aggiudicava immobili – case, terreni, capannoni – a prezzi molto bassi, molto più bassi del loro valore reale. E poi quei beni diventavano nuovi affari, nuove basi operative, nuovi modi per far fruttare il denaro sporco.

Quindi, riassumendo in parole semplici: la truffa non era solo quella del finto consulente che imbrogli il cliente. Era molto più ampia. Era l’uso di un titolo professionale fasullo per nascondere il vero scopo: ripulire denaro della mafia, infiltrarsi nel commercio normale, e distorcere meccanismi come le aste pubbliche, che dovrebbero essere giusti. Un campo formalmente legale – quello delle consulenze, delle tabaccherie, delle aste – trasformato in una camera di compensazione per le cosche. Non serviva la violenza palese, bastava la capacità di stare dentro le regole solo quanto bastava per piegarle.

Mi fermo un istante a riflettere: ciò che chiamiamo “normalità economica” – un consulente, un negozio, un’asta – può diventare il teatro di un’altra guerra, silenziosa e senza colpi di scena. E allora la domanda che porto a casa, mentre rileggo la notizia, è questa: quanto del nostro quotidiano, dei nostri scambi, delle nostre transazioni più ordinarie, sfugge a uno sguardo che sappia vedere oltre la superficie? 

Forse la lezione, stavolta, è che il confine tra lecito e illecito non è sempre un muro, ma talvolta una linea sottile che qualcuno, con paziente calcolo, impara a calpestare fino a farla sparire. E la vera truffa, forse, è farci credere che tutto questo non possa accadere nel negozio sotto casa o nella prossima asta immobiliare a cui qualcuno di noi potrebbe anche pensare di partecipare…

L’altra fede: Quando non credere è pur sempre credere.


Mi capita spesso di riflettere su quanto realmente poco le persone appaiano legate a ciò che dicono di credere e difatti, più le osservo, più mi sembra che la maggior parte di loro viva, silenziosamente, in una condizione di apostasia.

Non nel senso fragoroso del ripudio, ma in un allontanamento quotidiano, quasi inavvertito, dalle proprie radici religiose, già… da quelle regole, dai dogmi, da quei luoghi in cui lo spirito un tempo ospitava il loro senso di appartenenza.
Non so… sarà forse una forma di ribellione sotterranea, una rivolta privata che ciascuno ha alimentato senza troppo dichiararla, un vero e proprio rinnegamento dei principi che magari hanno a lungo professato o che ahimè gli sono stati trasmessi come eredità.

E non parlo solo di religione in senso stretto: intendo qualsiasi sistema di valori che un tempo faceva da mappa e che oggi, viceversa, sembra che ciascuno voglia costruire da sé, un vero e proprio orizzonte, il cui fine rinuncia così in partenza a qualsiasi orizzonte condiviso.

Consentitemi tra l’altro di aggiungere come questo totale abbandono, non sempre conduce al vuoto, anzi il più delle volte, per non dir spesso, si traduce nell’adesione a un’altra fede, sì… magari senza nome, magari fatta solo di negazioni.

L’ateismo diventa così una nuova ortodossia, altrettanto dogmatica di quella che ci si era lasciata alle spalle, mentre l’agnosticismo, dal canto suo, si trasforma in un porto sicuro per chi non vuole più scegliere, e così, si finisce per nascondere una scelta: quella di sospendere il giudizio per non esporsi, ma in fondo, se ci pensiamo bene, anche il non credere alla fine è una forma di credenza!

Ma la domanda che mi sovviene quando penso a tutto questo è un’altra, forse… ancor più scomoda: Siamo davvero così liberi in questo allontanamento, o stiamo solo cambiando padrone? Sì… perché la ribellione, quando diventa sistematica e generalizzata, finisce per assomigliare a una nuova forma di obbedienza…

Obbedienza a uno spirito del tempo che ci spinge a rinnegare per sentirci autentici, a tagliare ponti per sembrare coerenti e forse, in fondo, l’apostasia non è mai una vera uscita di scena, ma solo il passaggio a un’altra parte del copione.

La verità è che ciò che si prova a cambiare è solo il nome del protagonista, ma alla fine la scena resta sempre la stessa: il bisogno di appartenere, di affidarsi a qualcosa che ci dica chi siamo, anche se quel qualcosa si chiama “non credere più a nulla”!

Quel curioso mistero del clima in palestra: Freddo d’estate, caldo d’inverno!


Buongiorno e bentrovati sul mio blog.

Ricevo spesso messaggi dalle mie lettrici e dai miei lettori, e cerco sempre di dare una risposta con attenzione, anche quando gli argomenti escono un po’ dal mio abituale campo di interesse.

Ieri sera, però, mi è arrivato un messaggio che mi ha fatto riflettere. Si parlava di palestra, un mondo che non ho mai frequentato assiduamente, lo ammetto.

Già… ho preferito sempre l’aria aperta, il movimento senza muri, senza specchi e senza musica a volume troppo alto. 

E poi non sono mai stato uno che ha dedicato ore della propria giornata a migliorare il proprio aspetto fisico tra manubri e bilancieri: del resto… quando la natura ti ha fatto perfetto, che motivo hai di cambiare? Scherzo, naturalmente… perdonatemi, ma ogni tanto la mia vena narcisa esce fuori e diventa difficile da controllare.

Ma questo non significa che non capisca l’importanza dell’attività fisica, tutt’altro.

E quindi, a parte gli scherzi, al di là delle abitudini personali, ho deciso di approfondire una segnalazione che riguarda una catena sportiva molto diffusa, anche in Italia: M**** .

Secondo quanto mi è stato raccontato – e verificato anche da altre testimonianze – il problema principale riguarda la gestione del clima all’interno di quelle strutture, soprattutto nei mesi estivi. Qui nasce una contraddizione difficile da ignorare: le palestre italiane sembrano seguire rigidamente politiche aziendali pensate per un contesto completamente diverso da nostro, precisamente quello tedesco.

E questo si traduce in una situazione paradossale. In Germania, 20 gradi possono rappresentare una temperatura gradevole. In Italia, dove d’estate si raggiungono facilmente i 35-40 gradi, mantenere un ambiente intorno ai 20 gradi – o peggio, gestire male il raffrescamento – crea uno sbalzo poco salutare o, in alcuni casi, una sensazione di aria irrespirabile, quando il sistema non funziona a dovere.

Perché il punto non è solo “fa caldo”. Il punto è che durante l’attività fisica il corpo è sotto sforzo, la sudorazione aumenta e la qualità dell’aria diventa fondamentale. Un ambiente non adeguatamente climatizzato può portare a un senso di affaticamento, cali di pressione, fino a quella sensazione di asfissia che molti utenti segnalano. Non è un dettaglio: è una questione di salute.

A questo si aggiunge un’altra criticità: la manutenzione degli attrezzi. Alcuni frequentatori lamentano macchinari fuori uso per giorni, a volte settimane, senza interventi tempestivi. Ed è qui che il confronto con la Germania torna inevitabile: in contesti dove l’organizzazione è più efficiente, problemi simili verrebbero risolti con maggiore rapidità. In Italia, invece, sembra esserci un rallentamento strutturale, come se le priorità fossero diverse.

Eppure, sarebbe scorretto non riconoscere i punti di forza. Il prezzo è competitivo, spesso più basso rispetto ad altre palestre. La possibilità di sospendere l’abbonamento è un vantaggio concreto, così come la flessibilità di utilizzare diverse sedi. Sono aspetti che rendono il servizio accessibile e pratico.

Ma proprio per questo, certe mancanze pesano di più.

Perché quando si parla di benessere, non basta offrire un costo ridotto o qualche comodità contrattuale, se poi l’ambiente in cui ti alleni diventa troppo caldo, poco ventilato o addirittura soffocante, tutta l’esperienza perde valore. Il rischio è che il risparmio economico venga pagato in termini di comfort e, nei casi peggiori, di salute.

Forse il nodo centrale è proprio questo: applicare in modo rigido politiche aziendali internazionali senza adattarle al contesto locale è un errore. L’Italia non è la Germania, e le condizioni climatiche non sono un dettaglio secondario.

Alla fine, chi entra in palestra dopo una giornata di lavoro non cerca solo un prezzo basso, cerca soprattutto un ambiente in cui stare bene, respirare, allenarsi senza disagio.

E se questo viene meno, allora sì, qualcosa non funziona davvero!

PS: Come avete letto, ho evitato di pubblicare il nome di questa nota catena sportiva, ma auspico che qualcuno, tra i suoi proprietari, nel leggere questo post, decida di intervenire celermente, perché si sa: una pubblicità negativa crea non solo danni economici e soprattutto d’immagine, ma anche imbarazzanti condivisioni negative di “freddezza” tra i clienti che poi non potranno essere compensati con un semplice climatizzatore.

Il fumi‑e dell’ateo: e se Cristo avesse dovuto soltanto guardare?


Ho letto alcuni giorni fa una nota di Adam Roberts – scrittore britannico che insegna letteratura inglese e scrittura creativa alla Royal Holloway – nel quale riportava, a proposito del romanzo “Silence” di Shūsaku Endō, alcune domande.

“Certo… se foste torturati per le vostre convinzioni, mettereste tutta la vostra forza per resistere, ma se altri venissero torturati per le vostre convinzioni, e voi continuate a rifiutarvi di cedere, potremmo ancora chiamarla forza? Oppure quel vostro gesto non diventa piuttosto una specie di spietatezza, quasi una disonestà, già… come chi fa beneficenza con i soldi degli altri e poi si prende il merito?

E poi c’è l’altra domanda che scava ancor più a fondo: cosa avrebbe fatto Cristo, se il Sinedrio o Pilato, invece di torturare e crocifiggere lui, lo avessero costretto ad assistere alla tortura e/o alla crocifissione dei suoi discepoli, di sua madre, o anche di gente qualunque? Se egli era abbastanza forte da accettare la propria sofferenza, sarebbe stato in grado di sopportare quella degli altri? E ditemi… se lo fosse stato, se avesse accettato di buon grado la sofferenza altrui rimanendo illeso, potremmo ancora chiamarla forza?

Certo, qualcuno oggi – tra gli oltre due miliardi di credenti cristiani – affermerebbe di sì, d’altronde sappiamo bene come, fu proprio Egli, a promettere ai suoi seguaci – che avrebbero sofferto a causa sua – che non sarebbe intervenuto per impedirlo?

Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”, disse, “vi consegneranno ai tribunali, vi flagelleranno e sarete odiati da tutti per causa mia. Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato. E non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non può uccidere l’anima. Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati”.

E difatti, su tutti coloro che soffriranno per questa causa, egli, pronunciò una grande benedizione: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!

Ma se guardiamo a questi passi in modo distaccato, se prendiamo ad esempio Sebastian Rodrigues, il protagonista del romanzo Silenzio (scritto nel 1966 dallo scrittore giapponese Shūsaku Endō), quando abiura per porre fine alle sofferenze dei suoi correligionari, in realtà cosa fa: li priva di una grande benedizione, già… nega loro quella che i cristiani hanno sempre chiamato la corona del martirio. E lui difatti lo sa: so cosa direte… che la loro morte non è stata vana, che diventerà il fondamento della Chiesa, che ora godono della felicità eterna. Anch’io sono convinto di tutto questo. Eppure, perché questo sentimento di dolore rimane nel mio cuore?

Quel sentimento di dolore persiste perché Rodrigues sta facendo esattamente quello che farebbero tutti i cristiani, nella sua stessa situazione, sta soppesando le opzioni  e così ha trovato la strategia ottimale! 

Il suo ragionamento si basa su questo concetto: se le promesse di Gesù sono vere, allora le loro sofferenze finiranno presto e la loro ricompensa sarà grande. Se le promesse di Gesù non sono vere, allora la loro sofferenza è enorme e inutile, e tutto ciò che posso fare per porre fine a quel male è ciò che dovrei fare! E difatti, anche se le promesse fossero vere, e il suo intervento privasse i suoi amici della corona del martirio, loro apparterrebbero comunque a Lui e saranno tra i beati. Quindi l’apostasia ha senso, perché elimina un potenziale grande male senza imporre un costo terribile.

E’ un ragionamento valido. Ma non è il ragionamento di una persona veramente fedele. La persona veramente fedele dice: seguirò Gesù, confiderò completamente in Lui, non calcolerò il costo dell’obbedienza. Io lo capisco, ma quando provo anche solo a contemplare una fede simile, mi sento come Johannes de silentio di Kierkegaard che contempla Abramo. 

L’amore ha i suoi poeti, ma della fede non si sente una parola. La filosofia va oltre, la teologia siede alla finestra corteggiando la filosofia. Si dice che sia difficile capire Hegel, ma capire Abramo no, e invece è il contrario. Andare oltre Hegel è un miracolo, andare oltre Abramo è la cosa più semplice. Ma quando devo pensare ad Abramo, dice Kierkegaard, sono praticamente annientato.

Anch’io. Una fede del genere è al di là della mia capacità di raggiungerla, anzi, persino di immaginarla.

Roberts, nel suo lungo e astruso post intitolato “Il Fumi-e dell’ateo“, spiega che queste riflessioni nascono da un periodo di stasi personale, dopo il fallimento del suo romanzo “The Thing Itself“. È uno che scrive per capire cosa lo turba, e ammette fin da subito che il suo è un punto di vista da miscredente – il che, paradossalmente, forse gli permette di vedere certe cose con più chiarezza. Il romanzo di Endo sfrutta la specificità storica del Giappone di metà Seicento, quando lo shogunato voleva estirpare il cristianesimo, per creare qualcosa di universale

Il protagonista, Rodrigues, arriva in Giappone disposto al martirio, ma le autorità non lo torturano: torturano e uccidono i suoi fedeli, e lui può fermare tutto semplicemente calpestando un fumi-e, un’immagine di Cristo. Una cosa è sacrificarsi per le proprie convinzioni, un’altra è sacrificare altre persone per le proprie convinzioni. L’agonia di Rodrigues è che era venuto per dare la sua vita per altri, e invece sono gli altri a morire per lui.

Roberts nota una tensione sottile nel modo in cui Endo tratta il silenzio di Dio. Dio rimane in silenzio davanti alla sofferenza umana, e Rodrigues sulla barca vede il mare infinito e pensa alle parole di Cristo: Eloì, Eloì, lama sabacthani? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma abbandonare qualcuno non è la stessa cosa che infliggergli sofferenza. 

Pilato non può ritirarsi dall’ingiustizia che sa essere in atto, perché la sua posizione di potere glielo impedisce: non si può conservare il proprio potere e al contempo sottrarsi al male che viene fatto sotto la propria supervisione. È nella natura del nostro essere socialmente inseriti che non sempre abbiamo la possibilità di ritirarci dalla sofferenza altrui – e questa, per Roberts, è quasi una sintesi dell’etica umana in quanto tale.

Eppure, il cristianesimo non è più la religione degli oppressi. Oggi è la religione dominante nel mondo. E questo pone una domanda scomoda: quando sei forte, cosa fai della tua forza? Roberts cita Rushdie e “I versi satanici”, un romanzo che chiede: cosa fai quando sei debole, e poi cosa fai quando diventi forte? Il Cristo dei Vangeli univa debolezza e forza in modo complesso, ma l’imitazione di Cristo – quel grande tema della prassi cristiana, dal De Imitatione Christi di Tommaso da Kempis in poi – rischia di diventare un atto di egocentrismo se dimentica il contesto. Se noi cristiani siamo oggi i principi e le potenze del mondo, e continuiamo a vederci come la minoranza oppressa, allora le cose si complicano. I forti che si lamentano di essere le vere vittime – i bianchi che parlano di razzismo contro i bianchi, chi denuncia il politically correct come fascismo – non stanno rinunciando alla forza: Stanno consolidandola.

Roberts lo dice con cautela: non sta suggerendo che la radice di questa mentalità sia la teologia cristiana. Ma si chiede quali siano i pericoli nell’ignorare la traiettoria storica del cristianesimo, quel vettore che l’ha portato da debole e marginale a forte e centrale. È sconveniente assumere il ruolo di vittima quando non lo si è. Ma è forse più che sconveniente?

E qui arriva al cuore del suo ragionamento. Le storie che preferiamo sono quelle in cui un individuo si sacrifica – come Sidney Carton in Racconto di due città – non quelle in cui le persone sacrificano altre persone per i propri ideali. Eppure, nella scena primordiale della Passione, la domanda dovrebbe essere: a chi assomigliamo di più? Alla figura centrale che soffre nobilmente, o a uno spettatore, a un burocrate, a un soldato romano? Dov’è il ‘De Imitatione Pontii Pilati’? Perché un aspetto cruciale dell’insegnamento cristiano è che gli assassini di Cristo non sono “loro“. Gli assassini di Cristo siamo “noi”. Noi siamo quelli che si accalcano lungo la strada, o quelli che tirano la leva della ghigliottina perché quello è il nostro lavoro. Il perdono scorre dal forte al debole, e la maggior parte di noi in Occidente si trova all’estremità superiore di quella pendenza.

Non è pertinente al post, ma vale la pena notare che moltissimi cristiani americani – se si dovesse giudicare dai social media si penserebbe che siano tutti, anche se non bisognerebbe farlo – ignorano questo insegnamento. Si lamentano di come vengono trattati ingiustamente, senza correre alcun pericolo di martirio, e cercano vendetta. La maggior parte di loro sa cosa dicono Gesù e gli apostoli, ha sentito l’espressione “porgi l’altra guancia“, ma non credo che gli venga mai in mente, nemmeno per un istante, che quegli insegnamenti possano essere applicabili anche a loro.

Roberts conclude il suo lungo post con un’immagine che mi ha colpito. Dice che i suoi ultimi due romanzi, “The Thing Itself” e “Bethany“, sono stati per lui come calpestare il fumi-e del proprio ateismo. 

E dopo aver calpestato il “fumi-e”, devi andare avanti con la tua vita. La domanda rimane solo una: a quali condizioni?

Il 28 aprile si va all’INRiM: le risposte del Dott. Grassi che aspettavamo.


L’attesa è finita… e il Dott. Alfio Grassi, per come ha sempre fatto in passato ha risposto e lo ha fatto con quella schiettezza che ho imparato a riconoscergli, senza giri di parole, senza nascondersi dietro formule accomodanti. 

Ho letto le sue risposte più volte, perché volevo essere sicuro di coglierne ogni sfumatura, ogni silenzio, ogni parola che magari nascondeva qualcosa di più di quanto non dicesse esplicitamente. 

Devo ammetterlo: alcune risposte me le aspettavo, altre mi hanno sorpreso, e un paio mi hanno lasciato con un senso di inquietudine che ancora adesso fatico a scrollarmi di dosso. Ma procediamo con ordine, come sempre.

La prima domanda riguardava il Laboratorio INRiM di Torino, quel tempio della metrologia che sembrava essersi chiuso in un silenzio inspiegabile. Ebbene, il Dott. Grassi mi ha confermato che, dopo vari tentativi, è stato finalmente fissato un appuntamento in Laboratorio per il giorno 28 aprile. In quella sede, spiega, chiederanno l’accesso agli atti e la visione dello strumento, del sensore, dello schermo solare che è stato oggetto di calibrazione da parte dell’INRiM stesso

Una notizia importante, non c’è che dire. Perché dopo mesi di porte chiuse, di richieste ignorate, di silenzi che sembravano voler dire “lasciate perdere“, ecco che qualcosa si muove. Non so se sia stato il caso Barani, o la pressione mediatica, o magari l’ostinazione di un geologo che non molla l’osso. Fatto sta che il 28 aprile si terrà un incontro che potrebbe rivelarsi decisivo. E io, ve lo confesso, sono curiosissimo di sapere cosa emergerà da quella visita.

Passando al secondo quesito, avevo chiesto del coinvolgimento del WMO e della Professoressa Celeste Saulo, e in particolare del Professor Jan Barani, che a Vienna aveva pubblicamente citato il caso siciliano. La risposta di Grassi è stata netta ma anche, in un certo senso, amara. Barani, mi scrive, è stato l’unico che in sede di confronto pubblico ha dichiarato in maniera chiara l’inattendibilità del dato termometrico di 48,8° registrato dalla stazione di Floridia. L’unico! 

Capite cosa significa? Significa che su un palcoscenico internazionale, davanti a esperti di tutto il mondo, una sola voce autorevole ha avuto il coraggio di dire che quel record era fasullo. E gli altri? Gli altri hanno taciuto, o hanno annuito, o hanno girato lo sguardo dall’altra parte. Il Prof. Barani, insomma, ha rotto quell’incantesimo di silenzio, ma da solo. E questo, permettetemi di dirlo, è un dato che fa riflettere, e non poco.

La terza domanda era quella più delicata, quella che toccava il nervo scoperto della narrazione climatica. Gliel’ho chiesta con cautela, quasi scusandomi, ma lui non si è sottratto. Anzi. Mi ha risposto che tanti sanno di questo falso record, ma preferiscono tacere. Mi ha scritto: conviene stare nel “mainstream” del pensiero tendenziale. Uscire fuori da una certa narrazione preconcetta può costare molto. Chi osa andare in senso contrario viene subito sconfessato aprioristicamente, ripudiato e accusato di negazionismo, senza neanche entrare nel merito dell’antitesi scientifica

Ecco, leggere queste parole mi ha fatto venire in mente certe dinamiche che vediamo ogni giorno sui social, in televisione, persino nelle aule universitarie. Una specie di inquisizione pubblica, la chiama lui. E ha ragione. Perché se è vero che il clima cambia, ed è vero, dovrebbe essere altrettanto vero che si possa discutere dei dati senza venire automaticamente additati come nemici della scienza. E invece no. E allora molti preferiscono il silenzio, pur di non pregiudicare la propria carriera. 

Ma Grassi va oltre, e lo fa con una franchezza che non teme smentite. Quel record, dice, ha fatto molto comodo ad alcuni personaggi divulgatori del catastrofismo climatico. Lo hanno desiderato, forse voluto, con ardore. Perché ha permesso di suggellare in maniera sensazionalistica la teoria del pericolo di sopravvivenza della specie umana. E questo, in termini molto pratici, condiziona le masse sociali, le induce ad adattarsi a nuovi modelli economici, alimenta un business fatto di convegni, libri ripetitivi, vantaggi economici e finanziari per chi si è costruito una carriera sull’emergenza. Sono parole pesanti, lo so. Ma sono le sue, e le ha scritte nero su bianco.

Il quarto quesito riguardava le altre stazioni della rete SIAS. Quelle che lui stesso aveva segnalato come non a norma: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. La risposta è stata in parte confortante, in parte sconfortante. In due casi, Paternò e Augusta, il SIAS ha cercato di risolvere la questione della sovrastima spostando silenziosamente le stazioni in altri luoghi. Silenziosamente, notate bene. Senza dare comunicazione, senza spiegare le ragioni. E poi, il particolare più inquietante: le serie storiche non sono state differenziate per ciascuna ubicazione. Questo significa che se qualcuno volesse studiare il microclima locale, oggi, non si accorgerebbe che i dati di quelle stazioni mescolano due luoghi diversi, rendendo qualsiasi analisi priva di valore scientifico. Per tutte le altre stazioni, invece, nessun intervento è stato apportato. Continuano a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia mai accertato la conformità. Se questo non è un problema sistemico, ditemi voi come si chiama.

Infine, l’ultima domanda, quella più personale. Gliel’ho chiesta con il cuore in mano, quasi temendo di aver oltrepassato un limite. E lui mi ha risposto con la stessa intensità con cui aveva affrontato il resto. Mi ha detto che ha studiato minuziosamente la stazione di Floridia e tutte le procedure attuate per il riconoscimento del record da parte della WMO. E proprio dallo svisceramento dei documenti si è accorto di qualcosa di anomalo, fortemente anomalo. È per questo che ha deciso di approfondire. È per questo che il 28 aprile andrà all’INRiMQuella tappa, mi scrive, sarà fondamentale per fare chiarezza. Non mi ha detto esplicitamente cosa spera di trovare, ma dalla sua scrittura traspare una determinazione che non ha perso un grammo di intensità. Nonostante i silenzi, le porte chiuse, le carriere che si proteggono, le paure di chi sa ma tace. Lui va avanti.

Ecco, amici miei, questo è quanto. Il Dott. Grassi non ha ancora finito di scavare, e il 28 aprile potrebbe essere una data da segnare sul calendario. Io, come sempre, vi terrò aggiornati. Nel frattempo, leggete queste sue parole, rifletteteci sopra, e fatevi le vostre domande.

Perché il bello di questo blog, ve l’ho detto altre volte, non è avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle, insieme…

I love “Castel di Iudica”.


Stamani vorrei riprendere un discorso che ho ascoltato l’altra sera, su una pagina Facebook, e che mi ha fatto subito venire voglia di rispondere. A parlare era il Sindaco del Comune di Castel di Iudica, Ruggero Strano, e consentitemi di aggiungere: un amico.

Ascoltandolo, ho potuto constatare come egli abbia spaziato tra tanti argomenti, ma quello che mi ha spinto a scrivere è stato un passaggio preciso, quando ha iniziato a parlare di turismo.

Ha chiesto ai presenti – quasi tutti residenti – se ricordassero quando, nel 2012/13, correvano voci su investitori stranieri pronti ad arrivare. Arabi, cinesi, giapponesi. Notizie acclamate a gran voce. 

Poi si è rivolto ancora a loro, con una domanda diretta: chiedete a un cittadino di Catania – e ne vengono parecchi – perché viene a Castel di Iudica? Cosa dovrebbe vedere, qui? 

Per chi ci è nato – ha aggiunto – questo, insieme a Cinquegrana, Franchetto, Giumarra e Carrubbo, è il posto più bello del mondo. E lì mi ha colpito, perché mi sembrava di ascoltare mio padre quando parlava del suo paese. Mi è venuta in mente “Le ricordanze” di Giacomo Leopardi, quel luogo che conserva ancora intatti i momenti idilliaci dell’infanzia, il ricordo degli amici con cui si è cresciuti. Un legame che il lavoro ha talvolta disperso, ma che resta dentro ognuno, silenzioso e vivo, pronto a riaccendersi a ogni ritorno.

Ma la domanda, alla fine, coinvolgeva anche me. Direttamente. Perché dovrebbero venire a Castel di Iudica? E allora consentitemi di rispondere.

Io ci sono giunto la prima volta nel 2006. Ero appena rientrato dopo dieci anni di lavoro nel Nord Italia. Un’impresa di costruzioni, tra le più importanti della Sicilia, aveva bisogno di un tecnico per la sicurezza nei cantieri, e così iniziò una collaborazione che è durata dieci anni. Mi dividevo tra i cantieri, la sede legale di Catania e quella operativa di Castel di Iudica. Poi quell’esperienza finì, partii di nuovo, e tornai in Sicilia nel giugno del 2024. Avevo già ricevuto offerte per seguire cantieri a Catania, ma ho scelto di seguire un “Consorzio” perché conoscevo personalmente l’amministratore e i soci. Così, in questi quasi due anni, sono diventato una specie di pendolare: ogni mattina arrivo a Castel di Iudica da Franchetto, e ogni sera torno a Catania.

E allora, rispondendo al Sindaco: perché si dovrebbe venire a Castel di Iudica? Io posso dirlo prendendo in prestito una vecchia pubblicità di quella pasta: “dove c’è lavoro, c’è casa”. Ma lasciatemi aggiungere altro.

In questi anni ho potuto conoscere molti dei suoi cittadini. Non dico tutti, ma credo che ormai la maggior parte di loro conosca perfettamente me. Nella mia vita, fin dall’infanzia, ho girato mezzo mondo, e ripeto spesso alle mie figlie: chi semina bene, col tempo raccoglie, chi semina male, raccoglie gramigna

In tutti i luoghi dove sono stato, mi ricordano con affetto, mi telefonano per gli auguri, mi chiedono di tornare. E lo stesso accade qui. Qui la gente capisce l’educazione che trasmetti, valuta che i tuoi gesti sono spontanei e non calcolati, sa che di te ci si può fidare, che non sei né un truffaldino né un imbroglione.

Comprende che lasci una parte del tuo compenso nelle loro attività, ristoranti, negozi. E poi c’è la qualità dei prodotti: le carni, i formaggi, i salumi, gli agrumi sono ancora biologici, non trattati. Forse è per questo che in questo circondario si vive meglio, e anche più a lungo.

C’è poi la cortesia. Ogni giorno qualcuno mi offre un caffè, si ferma per salutarmi, per scambiare quattro parole. C’è chi mi chiede dove sono stato, solo perché non mi ha visto acquistare da lui per qualche giorno, e pur sospettando che sia andato dalla concorrenza, senza mai farmelo pesare, evidenzia sempre grande disponibilità, la stessa che nasce da quel loro carattere mite.

Pensate che, in questi mesi, con il gasolio alle stelle per via del conflitto in Medio Oriente, ho persino pensato di prendere in affitto un appartamento qui. E questo pensiero non l’ho ancora escluso.

Quindi motivi per venire ce ne sono eccome. E poi ci sono anche le ragioni della storia, quelle che uno può cercare su una guida o su un sito. Per esempio, che sul monte Judica ci sono resti dell’età greca, e che in epoca saracena si chiamava Zotica, che il comune è nato solo nel 1934, staccandosi da Ramacca, e che il monte essendo posto in una posizione fortificata, scoscesa, a tratti precipitosa, non poteva restare fuori dagli avvenimenti storici dell’isola fin dalla preistoria. Alcuni studiosi parlano di una città greco-indigena già nell’VIII secolo a.C., vissuta poi in epoca romana, bizantina, araba, normanna.

Castel di Iudica inoltre fa parte (dal 2022) del Primo parco mondiale dello stile di vita mediterraneo, insieme ad altre cento città del centro Sicilia. C’è un turismo contadino qui, che si tocca con mano: tutto, dall’archeologia alla gastronomia, dai musei alle escursioni, riconduce alla matrice contadina della comunità. Sul monte Iudica si vedono ancora tracce di un abitato arcaico, e sul monte Turcisi resti preistorici e la chiesetta di San Michele Arcangelo, del Seicento, rimane solo nel suo campanile, il Campanaro. E poi c’è la leggenda del Salto della Vecchia: una giovane di nome Margiana, o Emidia, si travestì da vecchia per ingannare i Saraceni, ma la scoprirono e la gettarono nel dirupo. Il suo sacrificio permise ai Normanni di conquistare il castello.

Oggi, in paese, si può visitare il Museo Civico Archeologico “Prospero Grasso”, dove custodiscono un sarcofago e lo scheletro di una donna con bambino del V secolo a.C., e grandi pithoi d’epoca classica. C’è anche un allestimento che racconta il carattere rurale di questa comunità, la sua cultura del lavoro, le bellezze naturali che la circondano. La Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria delle Grazie, domina la vallata con la sua facciata a due ordini e la navata unica, dove si trovano pregevoli statue lignee. A maggio c’è la Mostra-Mercato dell’Agricoltura, ad agosto la festa patronale, e in aprile a Franchetto la sagra del pecorino pepato. E poi, da poco, hanno iniziato a piantare seimila alberi per fare un vero e proprio bosco, perché il sindaco dice che è un sogno che diventa realtà.

Insomma, Castel di Iudica è un luogo dove si può venire tutto l’anno, ma forse il periodo migliore per visitarla è quello durante una delle sue feste, quando i colori, i sapori e le tradizioni si vivono appieno. È un paese pulito, facile da raggiungere, con ottime accoglienze gestite da abitanti calorosi. 

Per chi cerca un soggiorno tranquillo e sereno, anche soltanto estivo, per chi ama camminare tra storia e natura, per chi vuole sentirsi accolto non come un cliente, ma come qualcuno che, piano piano, diventa di casa…

Già… come è successo a me.

L’incontro a Catania e quella mail che aspettavate: le mie domande al Dott. Alfio Grassi.


Ieri sera, dopo il post in cui vi raccontavo dell’attesa per un nuovo aggiornamento dal Dott. Alfio Grassi, un mio lettore mi ha scritto in privato.

Voleva sapere – ancor prima che il Geologo mi avesse risposto – quali fossero le domande che gli avevo rivolto.

Non gliene ho fatto una colpa. Anzi, capisco benissimo: quando si segue una vicenda così intricata – e soprattutto piena di silenzi – è naturale che chiunque provi il desiderio di comprenderla senza filtri. Una vicenda che, consentitemi il paradosso visto che parliamo di luce, definirei “oscura”.

Così, dopo averci pensato, ho deciso di accontentarlo. D’altronde, la mail era già stata inviata e visto che l’avevo scritta con la massima trasparenza, non ho trovato alcuna buona ragione per non condividerla anche con voi.

Prima di farvela leggere, però, permettetemi una piccola premessa…

Qualche giorno fa, mentre mi recavo al Tribunale di Catania presso la Procura (per circostanze che non sto qui a riportare), ho incrociato il Dott. Grassi. Un incontro breve, quasi fortuito, ma sufficiente per scambiare due parole e per ricordargli che, nonostante i mesi passati, i miei lettori e io non avevamo perso l’interesse per la sua inchiesta. Lui, come sempre, è stato cortese ma misurato. Non mi ha anticipato nulla di sostanziale, ma non mi ha nemmeno chiuso la porta, così, tornato a casa, ho deciso che era il momento di mettere nero su bianco tutto ciò che ancora mi frullava in testa, ed è nata così la mail che vi mostro oggi.

Non l’ho scritta con animo polemico, anzi credo che leggendola lo capirete. Ho cercato piuttosto di essere discreto, rispettoso, ma nello stesso tempo curioso, esattamente come cerco di essere quando scrivo qui per voi. 

Difatti, ho provato a immaginare di essere seduto dall’altra parte della scrivania, e di ricevere domande che non chiedono solo un aggiornamento tecnico, ma che toccano il nervo scoperto di un sistema che sembra aver smarrito il suo legame con la verità. 

Ecco perché, nel rivedere la mail prima di inviarla, ho pensato che forse avrei potuto risparmiargli quell’ultima domanda, già… quella più personale, quasi intima. Poi ho deciso di lasciarla, perché il Dott. Grassi non è solo un geologo che ha scoperto un buco in uno schermo solare, è un uomo che ha speso tempo, risorse, energie, e che si è trovato davanti un muro di silenzio alto almeno quanto la sua pazienza. Ecco perché chiedergli cosa lo sostiene ancora – dopo tutto questo – non mi è sembrata una domanda retorica, semmai, mi è sembrata, la domanda più vera tra tutte.

Detto questo, vi lascio alla lettura della mail. L’ho riportata qui sotto integralmente, così come l’ho inviata, senza togliere, né aggiungere, una virgola. Sono certo che alcuni di voi avranno già le loro opinioni, le loro aspettative, magari anche qualche perplessità. Ma va bene così… il confronto è l’anima di questo blog. Ed allora, non ci resta che attendere la risposta del Dott. Grassi. Appena arriverà, ve la farò sapere. Parola di Nicola Costanzo.

Di seguito, il testo della mail inviata al Dott. Alfio Grassi in data 13 c.m. alle ore 17.48. 

Oggetto: Richiesta di aggiornamento sul caso Floridia e sulle Sue iniziative – Dott. Alfio Grassi

Egregio Dott. A. Grassi,

buongiorno. Sono trascorsi alcuni mesi dal nostro precedente scambio, durante il quale ebbi il privilegio di ascoltare le Sue ricostruzioni in merito al controverso record di 48,8°C registrato dalla stazione SIAS di Floridia l’11 agosto 2021.

Come Le avevo anticipato alcuni giorni fa, incontrandola presso il Tribunale di Catania, ho continuato a seguire la vicenda con attenzione, ripercorrendo e aggiornando i miei lettori attraverso diversi post. L’eco internazionale giunto da Vienna, con l’intervento del Prof. Jan Barani al Meteorological Technology World Expo 2025, ha dato nuovo peso alle Sue denunce, mentre il perdurare del silenzio da parte di alcuni enti – in particolare del Laboratorio INRiM di Torino – continua a sollevare interrogativi sempre più pressanti.

Le scrivo quindi nuovamente per raccogliere un aggiornamento ufficiale sullo stato delle Sue iniziative. I miei lettori, come me, attendono di conoscere gli sviluppi di una storia che ormai trascende il caso locale per assumere i contorni di una questione di trasparenza scientifica e istituzionale.

Le sarei molto grato se potesse dedicarmi qualche minuto per rispondere ai seguenti quesiti, nei tempi che riterrà più opportuni. La ringrazio sin d’ora per la cortesia e la disponibilità che non manca mai di dimostrarmi.

Cordialmente,

Nicola Costanzo

Primo quesito. Il Laboratorio INRiM di Torino ha finalmente fornito un riscontro ufficiale alla Sua richiesta di accesso agli atti? In caso negativo, quali iniziative concrete intende prendere per superare quella che potrebbe apparire una chiusura sistematica al confronto? Ed ancora: ritiene che un ente finanziato con risorse pubbliche possa legittimamente ignorare le Sue richieste?

Secondo quesito. Dalla richiesta di incontro ufficiale da Lei inoltrata al World Meteorological Organization, indirizzata alla Prof.ssa Celeste Saulo e con copia al Prof. Jan Barani, è giunta alcuna risposta, anche solo informale? Il coinvolgimento del Prof. Barani ha – in un qualche modo – rotto l’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo?

Terzo quesito. Nei mesi trascorsi dalla nostra ultima conversazione, ha raccolto ulteriori elementi a supporto della Sua tesi secondo cui questo record sarebbe servito – o servirebbe – a qualcuno per creare allarmismo climatico, incutere spavento nella popolazione e condizionare politiche economiche e stili di vita? Altri esperti, colleghi, anche in forma privata, Le hanno manifestato la stessa consapevolezza della falsità del dato, confermando quel clima di paura e complicità silenziosa che Lei stesso ha denunciato?

Quarto quesito. Le altre stazioni della rete SIAS che Lei aveva segnalato come non a norma – Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta – sono state in questi mesi successivi -oggetto di verifiche indipendenti a seguito delle Sue segnalazioni, o continuano a operare producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne abbia accertato la conformità agli standard internazionali?

Quinto quesito. Le chiedo infine, e mi scuso se la domanda suonerà più personale: dopo tutto il tempo e le energie che ha dedicato a questa inchiesta, dopo i silenzi e le eventuali mancate risposte, persino da parte di un ente come l’INRiM, cosa La sostiene ancora da andare avanti? Ed inoltre, ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro la narrazione climatica distorta che Lei denuncia, o siamo piuttosto di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e/o posizioni?

La ringrazio nuovamente per l’attenzione e resto in attesa di un Suo cortese riscontro, certo che le Sue parole, come sempre, saranno preziose per fare chiarezza su una vicenda che non riguarda solo un termometro malfunzionante, ma il diritto dei cittadini a un’informazione scientifica trasparente e affidabile.

Cordiali saluti,

Nicola Costanzo

Questo è quanto, amici miei. Ora non ci resta che attendere. Spero che il Dott. Grassi, come ha sempre fatto, trovi il tempo e la voglia di rispondere. Appena avrò notizie, qualunque esse siano, tornerò qui da voi. Nel frattempo, se qualcuno volesse lasciare un commento o condividere la sua opinione su queste domande, sa che la sua voce è sempre la benvenuta. Alla prossima.

In risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz: Ecco la contromossa della Cina!


Ho ricevuto un post interessante pubblicato dal mio amico Giuseppe su https://medium.com/@GiuseppeInvesting/la-prossima-mossa-della-cina-52d97ed8bbe3. Gli ho chiesto il permesso di condividerlo con voi e me lo ha gentilmente concesso.

In risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz, la Cina prepara una contromossa che potrebbe scuotere i mercati globali. Dal 1° maggio, Pechino intende bloccare le esportazioni di acido solforico. Una decisione che arriva in un momento di forte tensione geopolitica e che rischia di amplificare gli effetti già visibili nelle catene di approvvigionamento internazionali.

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti interrotto le esportazioni di zolfo provenienti da Qatar, Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Si tratta di una delle principali aree di transito mondiale per questa materia prima, utilizzata nella produzione di acido solforico. Con il blocco del traffico marittimo, circa la metà delle esportazioni globali di zolfo via mare risulta potenzialmente bloccata o ritardata, generando una forte tensione sui mercati chimici e industriali.

Lo zolfo rappresenta l’elemento fondamentale per la produzione di acido solforico, uno dei composti chimici più utilizzati al mondo. L’acido solforico è essenziale per numerosi settori: dalla produzione di fertilizzanti fosfatici all’estrazione dei metalli, dall’industria chimica alla produzione di pigmenti, fino al trattamento delle acque. Una riduzione dell’offerta globale può quindi avere effetti a catena su agricoltura, industria e materie prime strategiche.

In questo contesto, la possibile decisione della Cina di bloccare le esportazioni appare come una misura difensiva per proteggere il mercato interno. La Cina è infatti uno dei principali produttori mondiali di acido solforico e una limitazione delle esportazioni ridurrebbe ulteriormente la disponibilità globale proprio nel momento in cui la materia prima scarseggia. Il risultato potrebbe essere un aumento dei prezzi e una maggiore volatilità nei mercati industriali.

I primi segnali di tensione stanno già emergendo anche in Europa. La Nuova Solmine di Scarlino, uno dei principali produttori europei, ha informato i clienti sui possibili adeguamenti del prezzo dell’acido solforico nelle prossime settimane, pur garantendo la continuità delle forniture. L’aumento dei costi di approvvigionamento dello zolfo e le difficoltà logistiche potrebbero infatti riflettersi sui prezzi finali per diversi settori industriali.

Alla crisi delle materie prime si aggiunge inoltre un contesto geopolitico sempre più complesso. Proprio negli ultimi giorni gli Stati Uniti e l’Indonesia hanno annunciato una nuova partnership militare, rafforzando la cooperazione strategica nell’Indo-Pacifico. L’accordo prevede esercitazioni congiunte, programmi di modernizzazione militare e maggiore coordinamento operativo. Questo sviluppo si inserisce in una fase di crescente competizione strategica tra Washington e Pechino e contribuisce ad aumentare la tensione nell’area.

Sebbene non vi sia un collegamento diretto ufficiale, la coincidenza temporale tra la crisi dello Stretto di Hormuz e il rafforzamento delle alleanze militari nell’Indo-Pacifico potrebbe aver spinto la Cina a valutare le misure economiche difensive. In uno scenario caratterizzato da tensioni commerciali e geopolitiche, il controllo delle materie prime diventa uno strumento strategico per proteggere la stabilità interna e ridurre la debolezza delle catene di approvvigionamento.

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L’impatto potenziale non riguarda solo fertilizzanti e industria chimica, ma anche il settore minerario globale. L’acido solforico è infatti fondamentale per l’estrazione del rame, del nichel e di altri metalli cruciali per la transizione energetica. Una riduzione dell’offerta potrebbe quindi influenzare la produzione di batterie, infrastrutture elettriche, energie rinnovabili e tecnologie industriali.

Un ulteriore elemento di rischio riguarda il Cile, primo produttore mondiale di rame. Molte miniere cilene utilizzano grandi quantità di acido solforico nei processi di estrazione, in particolare per il lisciviazione dei minerali a bassa concentrazione. Il paese è inoltre importatore netto di acido solforico, rendendo la disponibilità globale un fattore critico per la produzione. Una riduzione dell’offerta, combinata con il possibile blocco delle esportazioni cinesi, potrebbe quindi mettere sotto pressione il settore minerario cileno.

Considerando il peso del Cile nel mercato globale del rame, eventuali difficoltà operative potrebbero tradursi in una riduzione dell’offerta mondiale e in un aumento dei prezzi del metallo. Il rame è infatti fondamentale per la transizione energetica, per le reti elettriche, per le auto elettriche e per numerosi settori industriali. Una tensione prolungata sul mercato dell’acido solforico potrebbe quindi avere effetti indiretti anche sul costo delle tecnologie energetiche e infrastrutturali.

Il mercato globale potrebbe quindi trovarsi di fronte a una doppia compressione dell’offerta: da un lato la riduzione dello zolfo causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, dall’altro il possibile stop alle esportazioni cinesi di acido solforico. A questo si aggiunge un contesto geopolitico sempre più teso e la forte dipendenza di grandi produttori di rame come il Cile. Una combinazione che rischia di aumentare la volatilità dei prezzi e di mettere sotto pressione le catene di approvvigionamento globale.

La prossima mossa della Cina potrebbe quindi rappresentare non solo una risposta alla crisi delle materie prime, ma anche un segnale del crescente utilizzo degli strumenti economici in un contesto di competizione geopolitica. Se confermato, la decisione di Pechino potrebbe diventare uno dei fattori chiave per l’andamento dei mercati delle materie prime nelle prossime settimane, con possibili effetti su fertilizzanti, metalli e vendita globale.

Cosa ne pensi? 

Hai investito nelle materie prime o in settori legati a fertilizzanti, rame e industria? Come ti stai preparando a un’eventuale crisi dell’offerta? Pensi che la situazione si risolverà rapidamente oppure che possa trasformarsi in una tensione più duratura?

Questo tipo di shock sulle catene di approvvigionamento potrebbe influenzare diversi mercati. Qual è la tua strategia in questo contesto? Stai riducendo il rischio, aumentando l’esposizione alle commodities oppure restando in attesa di maggiore chiarezza?

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Le informazioni contenute in questo articolo derivano da fonti pubbliche, analisi di mercato e notizie recenti. Eventuali sviluppi potrebbero modificare lo scenario descritto. Questo contenuto non costituisce un invito a investire in settori specifici né rappresenta consulenza finanziaria, ma esclusivamente un’analisi della situazione geopolitica attuale e delle possibili ripercussioni sui mercati finanziari.

Leone XIV – Trump: la riforma finanziaria vaticana tra etica e geopolitica!


C’è un paradosso ricorrente nelle riforme istituzionali: ogni passo verso l’ordine interno viene immediatamente letto come una mossa tattica in una partita più ampia.

È quanto sta accadendo con la “Coniuncta cura”, il ‘Motu Proprio’ dell’ottobre 2025 con cui Papa Leone XIV ha di fatto superato il monopolio dello IOR nella gestione degli investimenti vaticani. 

Per anni, quell’ente ha amministrato in via pressoché esclusiva il patrimonio mobiliare della Santa Sede, forte di un rescritto del 2022 voluto da Francesco. 

Oggi la struttura cambia: si passa a un modello di responsabilità condivisa, con un ruolo rafforzato dell’APSA e, soprattutto, la possibilità concreta di affidare parte delle risorse a intermediari finanziari esterni, con sedi in piazze come Zurigo, Londra o New York.

Le ragioni dichiarate sono tecniche, ma portano con sé un’ambizione che non lascia indifferenti. Si insiste su efficienza e trasparenza, ma anche su un orientamento etico più rigoroso, spesso riassunto nell’idea di una “finanza di pace”. Mi sembra utile osservare come l’intento non sia lasciare che i cinque miliardi di euro della Curia vengano gestiti secondo logiche puramente speculative, ma orientarli verso criteri più selettivi. Aprendo a soggetti terzi, il Vaticano sembra voler privilegiare quegli istituti che rifiutano di finanziare settori come gli armamenti o i combustibili fossili. È un passaggio che richiama certamente le linee guida già tracciate dal precedente pontificato, ma che ora assume una forma operativa precisa.

Eppure, è proprio quando si cerca di tenere separata la sfera tecnica da quella politica che il quadro si fa più intricato. Da oltreoceano circola una ricostruzione diversa, alimentata da indiscrezioni non verificate ma ampiamente riprese dal web: quella di un Papa che sposterebbe ingenti capitali dal sistema finanziario americano verso altre giurisdizioni, innescando di conseguenza le reazioni di Washington.

La riforma di ottobre 2025 autorizza effettivamente il ricorso a intermediari esteri quando risulti più conveniente, ma il testo si riferisce alla gestione ordinaria del patrimonio, non a manovre strategiche di disinvestimento. Dobbiamo però riconoscere che il contesto è sensibile: già a maggio dello scorso anno, Steve Bannon (ex banchiere d’investimenti ed ex direttore responsabile del giornale on-line di estrema destra Breitbart News) aveva contestato l’elezione di Leone XIV, attribuendola alla necessità di compensare il calo delle donazioni statunitensi. In un clima del genere, è comprensibile che ogni scelta amministrativa venga filtrata ora attraverso la lente del confronto geopolitico.

La fotografia che ne emerge è quindi meno drammatica di quanto suggeriscano le ricostruzioni più accese. Da una parte c’è una Chiesa che prova a modernizzare la propria gestione patrimoniale, rendendola più trasparente e sostenibile. Dall’altra, un sistema mediatico e politico abituato a leggere ogni movimento finanziario come un segnale di allineamento o di rottura. 

La verità operativa è probabilmente più sobria: la Santa Sede deve far fronte a squilibri di bilancio concreti, in particolare nei fondi pensionistici del personale, e la diversificazione degli intermediari risponde a esigenze di stabilità più che a calcoli di natura politica

In un’epoca però in cui i mercati e la diplomazia si sovrappongono continuamente, anche una decisione di ordinaria amministrazione finanziaria finisce per assumere un peso simbolico che spesso eccede le sue reali intenzioni.

Eppure, devo ammettere che un dubbio mi rimane. Per quanto la razionalità ci spinga a distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è solo sussurrato, non posso fare a meno di chiedermi: perché mai il Vaticano avrebbe dovuto riformare proprio ora la gestione dello IOR, se non ci fosse stata anche una spinta esterna? Perché aprire a intermediari di New York e Londra in un momento in cui i rapporti con l’amministrazione Trump sono già tesi su tanti altri fronti? 

Forse è solo una coincidenza, e le coincidenze esistono. Forse, invece, in quel braccio di ferro che ho cercato di fotografare, i muscoli si stanno davvero contraendo. Non lo sapremo mai con certezza, almeno non subito. Ma la prossima volta che sentiremo parlare di un trasferimento di fondi tra banche centrali, o di una dichiarazione improvvisa del Presidente degli Stati Uniti contro il Papa, forse varrebbe la pena di ricordarci di questo piccolo “Motu Proprio” dell’ottobre 2025. 

Perché a volte, le guerre più grandi iniziano con un semplice spostamento di denaro da un conto all’altro.

E dopo Vienna, qualcuno ha risposto al Dott. Grassi?


Buongiorno, è passato qualche mese dall’ultima volta che ho parlato con il Dott. Alfio Grassi e di quella vicenda che, a mio avviso, rappresentava qualcosa di più di un semplice caso meteorologico, tanto che sono rimasto in attesa che le informazioni (o dovrei dire le “mancate informazioni”) trovassero finalmente la loro giusta collocazione.

E voi miei cari lettori – ormai dovreste conoscermi bene – sapete che non sono tipo da lasciare le cose in sospeso, in particolare quando la vicenda inizia a mostrare la sua trama più nascosta…

Ecco perché, dopo aver riordinato mentalmente tutti i passaggi che ho condiviso con voi negli ultimi mesi – già… da quei primi sopralluoghi del 2017 fino all’eco internazionale di Vienna – ho deciso di fare un passo che mi sembrava necessario. 

Così ho contattato nuovamente a mezzo mail il Dott. Grassi, non solo per chiedergli eventuali aggiornamenti, ma per mettere nero su bianco una serie di interrogativi che nel frattempo erano cresciuti con me in questi mesi, sì… mentre rileggevo i suoi report, le sue dichiarazioni, i silenzi degli enti, e quelle parole che ancora mi fanno tanto sorridere: “peccato che lo schermo solare avesse un buco in cui ci potevano entrare anche gli uccellini”.

Ecco, da quella immagine così grottesca, sono partito per scrivere questa mia nuova email… 

Non ho voluto essere né aggressivo né troppo prudente, ho cercato piuttosto di mantenere quello stile che mi riconoscete: rispettoso ma profondamente convinto che la verità, quando viene cercata con onestà, meriti di essere inseguita fino in fondo

Già… a suo tempo – in quelle precedenti risposte – gli avevo anticipato che mi sembrava che – con le sue dichiarazioni – egli avesse scalfito un muro di omertà che sembrava impossibile da penetrare, ma che proprio per questo, avevamo (insieme ai miei lettori) necessità di comprendere cosa fosse successo dopo. 

Perché non si può lasciare una storia a metà, soprattutto quando quella storia tocca la credibilità di intere istituzioni e il diritto di noi cittadini a ricevere informazioni affidabili.

Nella mia nuova email, ho cercato quindi di non disperdere l’attenzione. Sono partito da ciò che per me rappresentava il nodo più stretto di tutta la vicenda: il Laboratorio INRiM di Torino. Quel tempio della metrologia che, secondo i documenti ufficiali, ha convalidato il record di 48,8°C basandosi su foto nelle quali, a loro dire, non risultavano anomalie. 

Eppure il Dott. Grassi ci ha mostrato con prove fotografiche, tecniche e logiche inoppugnabili che lo schermo presentava un’apertura tale da inficiare qualsiasi misurazione seria. Ecco perché gli ho quindi chiesto se, dopo tutti questi mesi, il “Laboratorio” avesse finalmente fornito un riscontro alla sua richiesta di accesso agli atti, e in caso contrario, quali iniziative concrete intenda prendere per superare quella che appare sempre più come una chiusura sistematica al confronto. Mi piaceva altresì sapere se un ente finanziato con soldi pubblici possa davvero permettersi di ignorare le richieste di un professionista che, peraltro, ha documentato ogni singola irregolarità.

Ma non potevo fermarmi lì, perché la vicenda ormai si era allargata. Se non ricordo male, proprio il Dott. Grassi mi aveva anticipato la sua volontà di richiedere un incontro ufficiale al World Meteorological Organization, indirizzando quella sua missiva direttamente alla Prof.ssa Celeste Saulo, e in copia anche al Prof. Jan Barani, che proprio in quel periodo, a Vienna, aveva citato pubblicamente il caso siciliano come esempio della credibilità perduta della meteorologia. 

Gli ho chiesto quindi se da quella richiesta sia giunta una risposta, anche solo informale, e se il coinvolgimento di Barani abbia in qualche modo rotto quell’incantesimo di silenzio che sembrava avvolgere ogni tentativo di dialogo. Mi interessa capire se il palcoscenico internazionale abbia costretto qualcuno a muoversi o se invece il muro di gomma si sia semplicemente adattato, diventando più alto ma non meno opaco.

Poi, ho pensato alle sue parole più dure, quelle che ricordo ancora a memoria. Quando disse di essersi convinto che questo record servisse (o serva) a qualcuno per creare allarmismo climatico e incutere spavento alla popolazione, per generare nuovi dibattiti, nuove politiche economiche e soprattutto per condizionare la società. 

Non ho potuto quindi fare a meno di chiedergli se, nei mesi trascorsi dall’ultima nostra conversazione, avesse raccolto ulteriori elementi a supporto di questa tesi. Se altri esperti, colleghi, magari in privato, gli avessero confessato la stessa consapevolezza sulla falsità del dato, confermando quel clima di paura e di complicità silenziosa che lui stesso aveva descritto. 

Perché una cosa è denunciare un errore tecnico, un’altra è sostenere che dietro quell’errore ci sia una volontà, magari non coordinata, ma comunque funzionale a qualcuno. E io da appassionato, blogger e cronista, ho bisogno di capire se quella fosse una sua convinzione filosofica o se vi siano state ulteriori prove a sostegno della sua tesi affinché si inizi a delineare un disegno.

Non ho dimenticato, naturalmente, le altre stazioni. Quelle che lui stesso aveva citato: Mineo, Mazzarrone, Noto, Lentini, Francofonte, Paternò, Augusta. Tutte, a suo dire, non conformi ai requisiti minimi. Gli ho chiesto se qualcuna di queste sia stata oggetto di verifiche indipendenti dopo le sue segnalazioni, o se continuino a operare come se nulla fosse, producendo dati che finiscono nei bollettini ufficiali senza che nessuno ne metta in discussione la fondatezza. Mi è sembrata una domanda doverosa, perché se il problema è sistemico, come lui stesso ha affermato, allora non possiamo limitarci a guardare un singolo termometro a Floridia. Dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.

Infine, ho voluto chiedergli qualcosa di più personale, quasi intimo. Dopo tutto questo tempo, dopo aver speso energie, risorse economiche e professionali, dopo aver ricevuto silenzi, forse anche minacce velate, e dopo aver visto le difficoltà di un confronto, cosa lo tiene ancora in piedi? Non glielo chiedo per retorica, viceversa glielo chiedo perché io, leggendo le sue dichiarazioni e ascoltando le sue interviste, ho percepito a tratti la stanchezza di un uomo che si sente solo contro un sistema molto più grande di lui. 

Ecco perché desidero sapere se quella spinta interiore è ancora la stessa, o se qualcosa si è incrinato, ma soprattutto, voglio chiedergli se ritiene che esista una strategia consapevole e organizzata dietro questa narrazione climatica distorta, oppure se siamo semplicemente di fronte a una deriva sistemica fatta di incuria, conformismo intellettuale e paura di perdere finanziamenti e poltrone. 

Perché la differenza non è da poco: nel primo caso, avremmo la prova di un disegno, nel secondo, lo specchio di una scienza che ha smarrito la sua anima.

Ho chiuso infine la mia email con un ringraziamento sincero, perché so bene che il Dott. Grassi non ha alcun obbligo nei miei confronti, né nei confronti dei miei lettori. Eppure, ogni volta, ha risposto con generosità, con chiarezza, con quel coraggio che molti, forse per paura o per convenienza, hanno preferito non mostrare. Gli ho detto che attendo sue notizie, e che qualunque sia la sua risposta – anche solo un: “non ho novità” – verrà condivisa con la trasparenza che ho sempre cercato di garantire a chi mi segue. 

Perché il mio compito non è difendere una tesi, ma porre domande. E le domande, quando sono ben fatte, prima o poi trovano una crepa anche nel muro più spesso. Non mi resta che attendere, come tanti di voi, sperando che questa volta il silenzio non sia l’unica risposta. Appena avrò notizie, ve le porterò qui. 

Parola di Nicola Costanzo!

Trump e un governo al capolinea…


Non so voi, ma io, da tempo, ho imparato a leggere certi segnali e quanto sta accadendo in queste ore – con le dichiarazioni di Trump su Giorgia Meloni – per me non è affatto un episodio isolato. 

È piuttosto l’inizio di una scia che, ne sono certo, a breve porterà a grandi cambiamenti, sì… mi aspetto tra l’altro venir a galla dossier pesantissimi che  usciranno fuori uno dopo l’altro, e metteranno in luce dinamiche che fino ad oggi molti hanno fatto finta di non vedere.

Del resto, è già successo, ricordate? Quando Craxi si oppose agli Stati Uniti, poco dopo iniziò la sua discesa. I potenti, si sa, non perdonano chi sceglie di non stare al loro gioco. E allora prepariamoci a leggerne di belle, perché il destino della presidente del Consiglio e del suo esecutivo ritengo sia ormai segnato.

Sì… la mia sensazione è che il governo Meloni sia prossimo a concludersi, e con lui l’intera parabola di quel suo partito; ormai ne sono convinto, scomparirà quasi del tutto, esattamente come è accaduto con quello suo predecessore: Gianfranco Fini.

E veniamo all’intervista che Donald Trump ha concesso al Corriere della Sera, a mio parere, una piccola bomba a orologeria. Il presidente americano, che solo poche settimane fa definiva Meloni «una grande leader e una mia amica», ora ha cambiato completamente tono. 

«Non vuole essere coinvolta – ha detto Trump – anche se ottiene il suo petrolio da lì. Pensavo avesse coraggio, ma mi sbagliavo». Le parole sono pesanti: la accusa di non voler aiutare gli Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz, di non voler affrontare il pericolo Iran, di essere «inaccettabile» perché «non le importa se Teheran avesse l’atomica». E poi una stoccata sul Papa, sul quale Meloni aveva preso le distanze: «Il Papa “non ha idea di cosa sta succedendo in Iran”. Per Trump il Pontefice non capisce che l’Iran costituisce una minaccia nucleare: “Non capisce – afferma – e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42mila manifestanti lo scorso mese”!

Ora, al di là del merito delle accuse, ciò che colpisce è la sostanza politica del gesto. Trump ha scelto di attaccare pubblicamente la leader italiana, in un’intervista a un grande quotidiano nazionale. Non l’ha chiamata, non ha cercato un confronto privato. Ha semplicemente scaricato tutto sui giornali. E la risposta di Meloni? Arrivata, sì, ma debole: «Sono stata più chiara di tanti altri leader». E poi il silenzio. Nessuna replica dura, nessuna controffensiva.  

Ma d’altronde, perché meravigliarsi? La nostra politica – nei momenti di conflitto internazionale – è stata da sempre un po’ banderuola. Nella Prima guerra mondiale l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza (Dal 20 maggio 1882 al 3 maggio 1915) insieme a Germania e Impero Austro-Ungarico. Successivamente, siamo passati dalla parte della Triplice Intesa (Francia, Regno Unito e Russia). Nella seconda guerra mondiale prima con i tedeschi, poi con gli americani. E oggi? Prima con Trump, osannato come alleato naturale, e ora contro le sue politiche, con una premier che si scopre improvvisamente sola, esposta, senza più la copertura di chi fino a ieri la chiamava amica.

È sempre lo stesso schema politico utilizzato tra l’altro dai suoi referenti: Si cambia casacca quando il vento gira, dimenticando che solitamente chi lo fa, paga sempre un prezzo alto! 

Stavolta, però, lo scotto potrebbe essere la fine anticipata di un governo e la polverizzazione di un intero partito e soprattutto di molti suoi esponenti, che a breve, vedrete, come sempre accade quando si fugge per non affogare, cercheranno – per non perdere la poltrona – di posizionarsi su altre realtà politiche.

State a vedere…

E se quell’arma non fosse umana? La domanda che finora nessun giornalista si è fatto…


Vi ho lasciato ieri con una domanda scomoda: cosa se ne fanno le potenze mondiali dei loro arsenali, se qualcuno possiede un’arma che li rende tutti improvvisamente inutili? 

So bene che quanto scritto ieri rappresenti un’ipotesi che non posso dimostrare, ma in questi anni, quante volte ho anticipato tecnologie che dopo qualche anno si sono dimostrate reali?

Ed ora, ecco un’arma che non distrugge corpi ma civiltà intere, che non fa esplodere città ma spegne ogni circuito, ogni luce, ogni comunicazione, un’arma cioè che riporta un “Paese all’età della pietra”, già… in senso reale e non metaforico!

Certo, nello scrivere quel post mi è affiorata una domanda ancor più scomoda, talmente complicata che l’avevo tenuta per me, senza coinvolgervi, e soprattutto senza nemmeno provare a cercare risposte nei telegiornali o nel web. Ma stamani ho deciso di fare quel passo e quindi la condivido con voi così come è venuta, cruda..

E se quella tecnologia non fosse del tutto umana?

Non fraintendetemi, non sono il tipo che vede alieni dietro ogni fenomeno inspiegabile, ma riflettiamo insieme. Noi esseri umani, da quando esiste la guerra, abbiamo sempre pensato la potenza militare in termini lineari: più grandi, più veloci, più esplosivi. Dall’età della pietra al bronzo, dal bronzo al ferro, dalla polvere da sparo all’uranio, c’è sempre stata un’evoluzione, mai un salto abissale da rendere tutto ciò che esisteva prima – interi eserciti, intere flotte, interi sistemi di difesa – “polvere”…

E invece quest’arma, ripeto, ipotetica – di cui Trump non ha finora parlato, ma che io ho semplicemente presunto – se davvero esistesse, non sarebbe un’evoluzione, ma un salto di paradigma, già… un’arma che non ha bisogno di colpire bersagli perché colpisce il ‘medium’ stesso su cui si regge la nostra civiltà: l’elettricità, i semiconduttori, i dati. È come se qualcuno avesse scoperto non un nuovo tipo di proiettile, ma un nuovo modo di far crollare la realtà intorno a noi.

E non parliamo quindi solo di una bomba, perché “l’età della pietra” si può ottenere in molti modi, e tutti convergenti! Vi sono i raggi laser di cui pochi parlano – non quelli dei film, ma quelli veri, già testati in silenzio – capaci di annullare i sistemi di comunicazione a centinaia di chilometri di distanza, senza lasciare alcuna traccia. Un raggio invisibile, e all’improvviso niente più satelliti, niente più GPS, niente più telefonate. Un’intera nazione che diventa muta, sorda, cieca.

Poi ci sono le microonde ad alta potenza. Quelle non bruciano le persone, bruciano i circuiti. Un drone vola basso, spara un impulso, e in un raggio di chilometri tutti i computer, tutti i server, tutte le centraline elettriche si trasformano in metallo morto. Nessuna esplosione, nessun fumo. Solo un silenzio elettronico totale.

E ancora: i naniti – particelle così piccole da non essere viste, sparse nell’atmosfera o nei condotti di raffreddamento delle centrali. Entrano nei sistemi, li intasano, li corrodono dall’interno. Non in giorni, ma in ore. L’elettronica muore come colpita da una malattia.

Continuando… i generatori di campi elettromagnetici pulsati montati su satelliti. Un colpo dallo spazio, e un Paese intero – o un continente – si spegne in un secondo. Niente luci, niente ospedali, niente aerei in volo. Solo il buio e il silenzio di mille anni fa.

Tutte queste armi esistono già e non sono relegati in un qualche laboratorio. Alcune sono certo state persino testate, ma nessuna è mai stata usata su larga scala. Perché? Forse perché chi le possiede sa che il giorno in cui le userà, non ci sarà più ritorno. E forse perché – ed è qui che la mia mente va oltre – nessuna di queste tecnologie sembra davvero “nostra”. Già… sembrano giunte da un’altra curva dell’evoluzione. Troppo precise, troppo pulite, troppo assolute!

Ora, io non so se gli Stati Uniti o chi per loro abbiano davvero sviluppato una simile tecnologia nei laboratori segreti del Pentagono, ma permettetemi una riflessione: Quando vediamo un oggetto tecnologico così avanzato da sembrare inspiegabile, la nostra mente fa un movimento istintivo… pensa a un’altra intelligenza.

Perché l’intelligenza umana, per quanto brillante, ha sempre avuto bisogno di tempo, di errori, di tentativi visibili, mentre una bomba che spegne un’intera nazione senza un’esplosione, senza un cratere, senza alcuna polvere radioattiva – e senza che mai nessun giornalista, nessun esperto televisivo l’abbia semplicemente ipotizzato in pubblico – assomiglia più a un oggetto caduto dal cielo che a un progetto nato in un centro di ricerca.

E poi c’è un dettaglio che mi turba. Perché rivelare una simile minaccia in tv, così apertamente, quasi con leggerezza? Forse perché chi la possiede sa che non c’è possibilità di replica. Sa che non ci è alcuno scudo protettivo e ancor meno, possibilità di contrattacco. È come mostrare un’arma così assoluta che l’unica reazione possibile è la resa. E un’arma al di fuori della nostra mente, chissà… della nostra storia e forse, non l’abbiamo neppure costruita da soli.

Sì… so bene che quanto sopra è stato immaginato nei film di fantascienza oppure attribuito a civiltà più antiche e più sapienti. Ma io non lo sto affermando: sto solo ripetendo quelle parole – ‘età della pietra’ – e provando a dare un senso a una tecnologia capace di farlo davvero. E la mia mente è andata lì.

Non sto dicendo che sia così. Perché – a differenza di tutti coloro che pensano che il Presidente degli USA sia andato ormai da tempo “fuori di testa” – circostanza quest’ultima della quale non posso certamente io confermare o smentire, ciò che m’interessa in questo momento è provare a dare un’altra spiegazione che regga. Almeno, nessuna tra quelle che i media abbiano avuto il coraggio di proporre.

E allora vi lascio con questa domanda, che so bene essere fuori da ogni dibattito ufficiale, ma che forse qualcuno di voi, nel silenzio di questa notte, si starà già facendo: e se il vero messaggio di Trump non fosse rivolto all’Iran, ma a tutti noi? Un messaggio che dice: “C’è qualcosa che non avete mai visto, qualcosa che forse non viene nemmeno da questo mondo, e può portarvi tutti indietro, molto indietro, in un istante”.

E d’altronde ditemi: gli USA non sono sempre tecnologicamente avanti rispetto a tutti gli altri? Prendete ad esempio la tecnologia Stealth: chi nel mondo ne è in possesso? Nessuno. E se quella fosse solo la punta dell’iceberg?

Fatemi sapere se anche a voi, a volte, il presente sembra troppo strano per essere solo umano…

Iran: ritorno all’età della pietra? Si… ma nessuna atomica, si tratta di una bomba “sperimentale” che annulla tutti i sistemi elettronici.


Sì… mi capita spesso di ascoltare i telegiornali, di leggere i commenti dei grandi opinionisti, e di sentirmi – ahimè – fuori dal coro. 

Ma stavolta il senso di straniamento è ancora più forte, perché ho visto la maggior parte di essi concentrati su una parola, “minaccia”, e soprattutto su un’immagine, quella dell’atomica, mentre a me sembra che tutti loro stiano guardando nella direzione sbagliata.

Ripensiamo a quelle parole. Il presidente Trump, nel suo primo discorso sulla guerra, dice: “L’Iran tornerà all’età della pietra”. E poi precisa: lavoro finito in due o tre settimane, o accettano un accordo o colpiamo con forza.

Ripeto: “Li riporteremo all’età della pietra”. E subito dopo descrive l’operazione Epic Fury: un mese di combattimenti, navi iraniane distrutte, forze aeree in rovina, gran parte dei leader uccisi. Ma non solo: aggiunge una frase che per me è decisiva. “Non importiamo petrolio tramite lo Stretto di Hormuz, non ne abbiamo bisogno. I paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano”.

Comprenderete come quest’ultima frase sia diretta a noi europei, in particolare a tutti quegli Stati, come l’Italia, che sopravvivono da sempre grazie al greggio, visto che abbiamo deciso – a differenza di altri – di fare a meno delle centrali nucleari nel nostro territorio.

Ed allora, leggendo sul web la stampa mondiale, ho intuito che ciascuno di essi abbia visto in quelle parole l’ennesima escalation militare tradizionale. Bombe, missili, forse un’atomica per fermare il programma nucleare iraniano.

Ma io, come sempre accade, ascoltando e riascoltando, non riesco a vederla così. E allora vi starete chiedendo: perché? Semplice: se l’obiettivo reale fosse solo distruggere impianti e centri di comando, perché usare l’espressione “età della pietra”? Non centra nulla con quel contesto. Non è il linguaggio di una guerra convenzionale, né quello di una bomba termonucleare. Un’atomica uccide, sì, cancella città, ma non riporta un Paese all’età della pietra nel senso letterale – tecnologico – del termine.

Penso invece a qualcosa di unico, mai visto prima. Un’arma sperimentale che non esplode nel modo che conosciamo, ma che annulla ogni sistema elettronico. Immaginate un’intera nazione che in un istante perde computer, reti elettriche, sistemi di comunicazione, radar, ospedali, centrali idriche. Niente più luci, niente internet, niente motori. Un silenzio medievale, appunto. Un ritorno indietro di mille anni, non nel senso della polvere radioattiva, ma nell’assenza totale della civiltà digitale.

Forse è proprio questo che Trump intendeva quando dice che i presidenti precedenti hanno sbagliato, e lui sta correggendo gli errori. Forse l’obiettivo strategico non è solo fermare l’arma nucleare iraniana, ma rendere l’Iran incapace di qualsiasi guerra moderna in poche settimane, forse in poche ore – sì – senza occupazione, senza sterminio di massa, ma con un vuoto tecnologico assoluto.

Ed allora la frase sullo Stretto di Hormuz diventa ora chiara: se l’Iran non ha più alcun sistema elettronico funzionante, le sue navi non sono solo distrutte, sono cieche, mute, ferme. Chiunque può prendersi il petrolio, perché non c’è più nessuno a controllare nulla.

Questo è il punto che i media, secondo me, non hanno colto. Non si tratta di una bomba atomica, ma di qualcosa di più silenzioso e radicale. Una bomba che spegne tutto: spegne tutta la tecnologia che ci ha portato nel 2026 verso il futuro, spegne l’energia elettrica, le comunicazioni, internet, la televisione e la radio, spegne ciascuno smartphone, ma soprattutto disattiva definitivamente la tecnologia necessaria per i voli, i treni, le navi. Spegne tutto e fa sì che l’età della pietra non sia una metafora, ma un’ipotesi tecnica.

Una soglia che, se varcata, cambierebbe per sempre il significato stesso non solo della guerra, ma di chi oggi può farlo e chi viceversa potrebbe subirlo. E in questo messaggio non vi è solo l’Iran, bensì tutti quei paesi che ad oggi vengono – dai cosiddetti esperti – posti alla pari (per numero di armamenti) con gli Stati Uniti.

Ed allora vi chiedo: cosa se ne fanno le potenze mondiali di quelle loro testate, missili, navi, sommergibili, aerei, se poi sanno che non potranno mai essere utilizzate?

IV post e ultimo post – Dalla parte degli innocenti: le mie osservazioni finali


Prima di offrire la mia conclusione su questa lunga riflessione – che ha attraversato Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè – ritengo doveroso mostrare ai lettori da dove provengo.

Non parlo di questa materia da oggi. Sul mio blog, iniziato nel 2010, ho cercato di mettere in ordine alcuni nodi che ora, finalmente, trovano una sintesi in questa serie di post (ricordo che doveva essere una trilogia, ma l’argomento si è rivelato troppo ampio e mi sono dilungato più del previsto…).

Ecco, in sintesi, ciò che ho sostenuto negli anni.

Sulla Shoah e la memoria

La Shoah è un evento unico e incommensurabile. Non può essere banalizzata, né strumentalizzata. Paragonarla ad altre tragedie – compresa quella palestinese – è, a mio avviso, storicamente e moralmente inappropriato.

Ma la memoria non può diventare una cassaforte chiusa. Come ha insegnato Liliana Segre, la memoria va custodita affinché le nuove generazioni non ripetano gli errori del passato. E come scrivevo nel 2011 riprendendo Guccini: “Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare“.

Nel 2020, proprio a proposito di Liliana Segre, ho sottolineato che la sua forza è stata quella di raccontare l’orrore senza mai esprimere odio verso i carnefici, trasmettendo invece amore e libertà. È questa, per me, la vera “ritessitura dell’infranto“.

Su Israele e i palestinesi

Israele ha diritto a esistere. Pensare oggi di farlo scomparire è folle e irrealizzabile.

Ma ciò non significa approvare tutto ciò che fa. L’occupazione dei territori è, a mio avviso, “non etica, non ebraica e non sionista” (riprendendo un professore israeliano).

La Nakba del 1948 è stata una catastrofe per i palestinesi. Non è equiparabile alla Shoah, ma è stata una tragedia storica che ha generato un’ingiustizia duratura.

Su Hamas e il terrorismo

L’attacco del 7 ottobre 2023 è stato mostruoso. Circa 1.200 morti (in gran parte civili), oltre 250 ostaggi. Non c’è “eroismo” in questo, ma soltanto barbarie.

Hamas non vuole la pace. Nella sua ideologia è previsto l’annientamento totale dello Stato ebraico. E i civili palestinesi – donne, bambini, gente comune – ne sono le prime vittime, intrappolati tra il martello israeliano e l’incudine dei terroristi.

Sulla soluzione

Ho sempre sostenuto che l’unica via praticabile è la creazione di due Stati. Già nel 2010 e poi nel 2023 ho provato a tracciare una proposta: un nuovo Stato palestinese in un’area diversa, con compensazioni internazionali.

Ma devo essere onesto: dopo il 7 ottobre, quella soluzione è oggi più lontana che mai. Israele non lascerà Gaza, e la Cisgiordania sarà probabilmente annessa.

Su chi paga il prezzo

Sempre gli innocenti. I palestinesi comuni – che non sono Hamas – vivono in condizioni disumane. Ma anche i familiari delle vittime del 7 ottobre portano un dolore che molti fingono di non vedere.

La comunità internazionale ha fallito. Ancora una volta. E i potenti che decidono le sorti del mondo non lo fanno mai per ignoranza, ma per calcolo. E il calcolo lo pagano sempre gli innocenti.

Sull’odio e il razzismo

Nel 2010, commentando una campagna razzista contro gli italiani in Svizzera, ho ricordato che la Svizzera ha barattato la propria neutralità con l’oro rubato agli ebrei. Non ho mai dimenticato che l’antisemitismo e il razzismo hanno radici profonde, e che abbassare la guardia significa permettere loro di rifiorire.

Nel 2020, ancora una volta, ho ribadito che è l’amore a salvare il paese, non l’odio. E che la distanza fisica e sociale genera indifferenza, e l’indifferenza genera razzismo.

Conclusione di questa premessa

Questo, in sintesi, è il terreno su cui ho camminato negli ultimi sedici anni. Non sono uno storico, né un filosofo. Sono solo uno che ha cercato di capire, che ha cambiato idea quando i fatti lo imponevano, e che ha sempre rifiutato le tifoserie – perché davanti a una strage di bambini, la domanda non è “da che parte stai?”, ma “come si ferma tutto questo?“.

Ora, dopo aver riportato le voci di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè, posso finalmente offrire la mia personale conclusione.

Non posso minimamente accettare qualsivoglia imposizione, sia essa fisica e ancor più morale“. Non credo ai profeti, né tantomeno a quegli intellettuali che si elevano come depositari del sapere. Questi soggetti sono i più pericolosi, anche quando si schierano dalla parte dei più deboli.

Sappiamo tutti quanto sia più facile ammaliare il popolo con parole d’amore rivolte nei confronti dei più deboli, dei più disadattati, di chi soffre, di chi patisce le guerre, etc… Ma quanto poi si faccia affinché quelle problematiche non abbiano più ad esistere, beh… questo è un altro argomento, che solitamente lascia tutti insoddisfatti.

La verità è che ciascuno, nel proprio ruolo, cerca di guardare ai propri interessi. C’è chi lo ha fatto celandosi dietro un abito talare, chi dietro uno scranno di potere, chi viceversa attraverso uno scritto o anche un pulpito ufficiale. Ma la verità è che tutti giocano le proprie carte – barando – e cercando di vincere sempre a scapito degli altri.

Quanto è accaduto con la Shoah non potrà mai più essere cancellato. L’umanità ha toccato il livello più basso della propria esistenza e tutti ne sono stati colpevoli: Presidenti, Papi, Monarchi, ma anche diplomatici con incarichi nazionali e internazionali, e a seguire, militari di alto grado, ma anche semplici cittadini che si sono prestati – forse per paura – a fare finta di non vedere o, ancor peggio, a partecipare a quelle stragi.

Nessuno è immune. E pensare di “ricucire” la storia non è sempre possibile, soprattutto se così facendo ci si dimentica di milioni di vittime che, come sappiamo, nulla avevano fatto di male.

Provare quindi a generalizzare, a confondere le coscienze, a influenzare con dibattiti “falsi“, portando argomentazioni a sostegno delle loro tesi individui “eccelsi” che poi, nei fatti, si sono dimostrati essere – lasciatemelo dire – ancor più meschini di quegli aguzzini che spingevano donne e bambini nelle camere a gas. Già… seppur da sempre agnostico, vorrei per ciascuno di essi che esista l’inferno, affinché possano passare tutta la loro meschina esistenza insieme a coloro che nella loro vita hanno ricercato il male, a differenza dell’amore del prossimo.

Sì… è questo l’unico baluardo a cui io da sempre mi sono affidato, che ho cercato (e ogni giorno provo a compiere) in ogni mio gesto quotidiano.

Non sono certo un missionario. Non sono neppure un volontario che presta assistenza o aiuto medico a favore delle popolazioni più povere del mondo. Non sono presente nei territori che presentano gravi emergenze – non solo nei conflitti armati, ma anche in terremoti, tsunami, uragani, etc… Ma ciò che posso fare, quando vengo chiamato in causa, lo faccio. Ovviamente nel mio piccolo cerco sempre di aiutare il prossimo: nel dare una mano, un aiuto finanziario, nel trovare un lavoro, nel dare una speranza a chi chiede conforto, nel non abbandonare chi soffre.

Certo… non ho le virtù di Madre Teresa di Calcutta (tra l’altro in questo periodo vergognosamente oltraggiata su molti social, legando il suo nome con quanto emerso nella vicenda Epstein…).

La natura umana si sa: è infida e pericolosa. E chi si erge a paladino – chiunque esso sia – va immediatamente rifuggito.

Per cui, concludendo, ciò che ho cercato di trasmettere a ciascuno di voi con questi post è di non prendere mai per “certo” ciò che vi viene raccontato, anche se a dirlo sono soggetti definiti “assolutamente eccezionali“, perché di eccezionale non vi è nulla, se non l’analisi critica che ciascuno di noi può fare degli eventi, se pur limitati dalla conoscenza totale delle fonti.

Sappiamo bene come la Storia venga sempre scritta dai vincitori e mai dai vinti. Ed allora, nel giudicare e comprendere, bisogna essere particolarmente sterili, distaccati, altrimenti sarà facile per chiunque fuorviarvi e ancor più condizionarvi.

D’altronde quanto dico lo subite ogni giorno: su chi prova a farvi commettere illeciti nella vostra professione, su chi utilizza raccomandazioni o si presta a genuflettersi per superarvi di livello nel lavoro. C’è poi chi crede che la politica potrà aiutare il sociale. 

Ed infine, consentitemi di aggiungere, quanto accade fuori si realizza anche in famiglia; sì… perché ormai tutti, in quell’ambito, si sono “elevati” (senza averne le competenze) a professori di questo o di quello. Peraltro, qualsivoglia argomento venga per loro affrontato… va bene, sì… perché tanto sanno di tutto e di tutti. Quanto sopra grazie al web che – senza che ne fossero accorti – li ha mirabilmente plagiati e indottrinati.

Fine

La “ritessitura dell’infranto”: da Finkelstein ad Arendt, passando per Foa e Gaza.


Ed eccoci giunti alla terza parte di questo argomento così delicato. È proprio qui che si innesta il discorso che i nostri due interlocutori – Ovadia e Di Battista – hanno volutamente aperto: la “ritessitura dell’infranto” di fronte alla Shoah

Da un lato, Finkelstein accusa Israele di strumentalizzare la memoria; dall’altro, Hannah Arendt e Anna Foa ci invitano a un’operazione ben più radicale: non negare o banalizzare l’Olocausto, ma trasformare quella ferita in un monito universale.

Prima di affrontare questo tema, però, devo mantenere una promessa fatta ieri. Nel precedente post, riportando le tesi di Finkelstein contenute ne “L’industria dell’Olocausto“, avevo citato le sue accuse contro le “élite ebraiche americane e israeliane“, ritenute colpevoli di aver strumentalizzato la Shoah come arma ideologica per estorcere immunità diplomatica a Israele e risarcimenti economici sproporzionati – a discapito dei veri sopravvissuti. Avevo allora annunciato una precisazione geopolitica. Ecco, è giunto il momento di mantenerla.

La Guerra dei Sei Giorni (1967) e la schiacciante vittoria di Israele determinarono un cambiamento radicale in tutta quell’area del Medio Oriente che si estende dal Mar Rosso, attraverso la Giordania, fino a inglobare il Libano. A seguito di quella guerra, Israele divenne un alleato strategico fondamentale per gli Stati Uniti, un avamposto militarmente affidabile in una regione cruciale per le rotte energetiche e per il contenimento dell’influenza sovietica.

In questo nuovo contesto, i leader ebraici americani utilizzarono la memoria dell’Olocausto in modo funzionale a due obiettivi principali:

Giustificare politicamente Israele: Presentare lo Stato ebraico non solo come un baluardo contro un nuovo genocidio (rievocando lo spettro della Shoah), ma anche come un argine contro quelle politiche militari di tipo “guerra santa” che, in quegli anni, cominciavano a celarsi dietro i cosiddetti principi islamici radicali. In questa duplice veste – vittima potenziale e scudo dell’Occidente – Israele veniva messo al riparo dalle critiche internazionali, legittimando qualsiasi sua azione militare in nome della sopravvivenza.

Favorire l’integrazione degli ebrei americani: Sostenere Israele, divenuto ormai un “asset strategico” per gli USA, permise agli ebrei americani di mostrare un patriottismo inattaccabile e di accedere ai corridoi del potere, allontanando definitivamente lo spettro della “doppia lealtà” (l’antico sospetto secondo cui un ebreo non potesse essere fedele al proprio paese perché legato a un “popolo eletto” o a un progetto sionista). Difendere Israele significava, agli occhi dell’establishment americano, difendere l’Occidente stesso dal terrorismo e dall’integralismo islamico.

In sintesi, la strumentalizzazione dell’Olocausto non servì solo a ottenere risarcimenti o impunità diplomatica, ma anche a riconfigurare Israele come avamposto occidentale in Medio Oriente, legittimando militarmente le sue scelte sotto l’egida della lotta a un nemico dai tratti religiosi e ideologici.

Non si tratta di “ricucire” ciò che è stato distrutto, ma di un’operazione complessa: trasformare la frattura della storia in un monito etico e in un principio di azione politica per il presente.

Ma allora: cosa significa esattamente “ritessitura dell’infranto“? No… non è, come si potrebbe pensare, un tentativo di far finta che nulla sia accaduto. Non è una ricucitura ingenua o una riconciliazione a buon mercato. Al contrario: si tratta di un’operazione complessa, che richiede coraggio e onestà intellettuale.

L’infranto è la Shoah stessa: un evento che ha spezzato non solo milioni di vite, ma anche la fiducia nella civiltà europea, nella ragione, nel progresso. Una frattura così profonda non può essere semplicemente “riparata“. Si può però – e qui sta l’intuizione di Arendt e Foa – trasformare quella ferita in un principio attivo, in un monito che orienti l’azione politica nel presente.

Ritessere l’infranto significa quindi:

Riconoscere la specificità della Shoah, senza isolarla in una “cassaforte identitaria” che la rende intoccabile e quindi inutilizzabile per il presente (come insegna Foa).

Rifiutare qualsiasi uso strumentale della memoria, sia esso finalizzato a giustificare politiche di apartheid o a estorcere immunità diplomatica (la critica di Finkelstein).

Trasformare il ricordo dell’orrore in un monito universale: “mai più” non può significare “mai più agli ebrei”, ma “mai più a nessuno” (l’insegnamento di Arendt).

In questa prospettiva, la memoria autentica non è un monumento statico da venerare, ma un filo ancora caldo che può essere tessuto – con fatica e consapevolezza – in un presente diverso. Non per dimenticare il passato, ma per impedire che si ripeta, in qualsiasi forma e contro qualsiasi popolo.

Ed allora, continuando nel dialogo tra Ovadia e Di Battista, ecco che hanno trovato posto altri soggetti: Hannah Arendt, Anna Foa. Andiamo allora a comprendere il loro messaggio…

Hannah Arendt rappresenta una figura centrale nella filosofia politica del Novecento. La sua riflessione è profondamente segnata dalla sua esperienza come ebrea tedesca in fuga dal nazismo e dalla sua analisi delle origini del totalitarismo. Critica come modello lo Stato-nazione, preferendo una federazione multietnica in Palestina. Avvertiva il rischio del nazionalismo “tribale” nel sionismo.

Nella sua opera Le origini del totalitarismo, sosteneva che questo modello, basato sull’equazione “una nazione, uno Stato“, portava inevitabilmente all’esclusione delle minoranze e alla creazione di masse di apolidi. Ecco perché per Arendt lo Stato-nazione moderno aveva fallito nel garantire il diritto più fondamentale: il “diritto ad avere diritti“.

Arendt ebbe inoltre un rapporto complesso con il sionismo. All’inizio sostenne l’idea di una “casa ebraica” in Palestina come soluzione all’antisemitismo europeo, apprezzando il progetto socialista dei kibbutzim. Successivamente si oppose fermamente all’idea di creare uno Stato-nazione ebraico esclusivo, avendo intuito il “rischio mortale” di un nazionalismo ebraico che avrebbe emulato i modelli europei, portando inevitabilmente al conflitto con la popolazione araba.

Ecco perché propose una soluzione alternativa, federale e multietnica per la Palestina, che non si basasse sull’identità nazionale esclusiva di un singolo gruppo: una proposta che però la rese una “paria” (emarginata) all’interno di molti circoli ebraici e sionisti.

Vediamo ora chi è Anna Foa: Storica italiana di religione ebraica, è nota per le sue denunce di “pulizia etnica” a Gaza, definendo la situazione a Gaza un “genocidio” e criticando l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per silenziare le critiche a Israele.

Anna Foa è una storica italiana, esperta di storia ebraica moderna e contemporanea. Si è affermata come una delle voci più autorevoli e coraggiose nel dibattito italiano, criticando le politiche del governo israeliano da una prospettiva ebraica e democratica.

Ha dichiarato che l’idea di trasferire la popolazione palestinese da Gaza verso altri paesi costituisce di fatto una “pulizia etnica”, ricordando tra l’altro quanto già accaduto con la Nakba del 1948 (l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi). Inizialmente titubante sull’uso del termine, nel giugno 2025 Foa ha dichiarato di essere “convinta che quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza sia un genocidio” e che la comunità palestinese stesse vivendo da anni – nei territori occupati – una condizione di “apartheid”. Pur riconoscendo la specificità del caso sudafricano, Foa utilizza il termine “apartheid” per descrivere le diverse condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati rispetto ai cittadini israeliani.

Un tema centrale per Foa è la difesa della libertà di criticare le politiche del governo israeliano senza essere automaticamente accusati di antisemitismo. Sostiene che questa accusa, lanciata spesso dal governo israeliano contro ONU e ONG, è diventata “un velo che copre altre cose” e che è fondamentale “salvaguardare la libertà di criticare“.

Ed infine consentitemi di aggiungere un altro pensiero storico israeliano, non meno importante dei precedenti, quello realizzato da Ilan Pappè.

Il suo lavoro è noto per aver riequilibrato la narrazione storica della Nakba, sfidando il racconto sionista tradizionale. Ilan Pappè è una figura fondamentale nel contesto che si sta affrontando. Come esponente di spicco dei “Nuovi Storici” israeliani, il suo lavoro ha utilizzato documenti d’archivio israeliani per dimostrare che la Nakba del 1948 non fu un esodo volontario, ma il risultato di un piano sistematico di espulsione da parte delle forze sioniste. La sua opera più famosa, “La pulizia etnica della Palestina”, ha avuto un impatto enorme sulla storiografia del conflitto, rendendolo un bersaglio di feroci critiche in Israele.

Ora, cerchiamo di comprendere meglio – per quanto si possa fare in così breve tempo – perché queste voci sono state etichettate come “radicali“. La loro critica non si è limitata a singole politiche (come ad esempio gli insediamenti), ma ha messo in discussione i fondamenti ideologici dello Stato-nazione ebraico. In particolare essi hanno sfidato il consenso:

Attaccando la narrazione nazionale dominante in Israele, specialmente quella dei governi di destra.

Usando un linguaggio forte: Non parlano di “conflitto” o “crisi”, ma di “genocidio”, “apartheid” e “pulizia etnica”: termini che hanno un peso giuridico e morale specifico e sono respinti dal governo israeliano.

Rivendicando la loro appartenenza: Sia Arendt che Foa agiscono da “ebrei critici”. La loro autorità morale deriva anche dal fatto che parlano dall’interno della tradizione ebraica, smontando l’equazione tra ebraismo e sostegno incondizionato a Israele.

In sintesi, queste voci hanno certamente offerto una lente critica che invita a guardare oltre le narrazioni ufficiali e – soprattutto come accade ora attraverso le fake news pubblicate in quasi tutti i social – a interrogare il nazionalismo etnico come principio ordinatore, chiedendo quindi un’applicazione uguale dei diritti e del diritto internazionale per tutti.

Anticipazione del IV post (conclusione)

Mi fermo qui, ma prima di chiudere questa terza parte, desidero anticipare ciò che affronterò nel prossimo – e probabilmente ultimo – post.

Finora ho riportato le posizioni di Finkelstein, Arendt, Foa e Pappè. Ho cercato di esporle con fedeltà, senza nasconderne le contraddizioni né le asperità. Tuttavia, il lettore attento si sarà chiesto: dove si colloca chi scrive? Qual è il mio sguardo su tutto questo?

Nel IV post, quindi, prenderò la parola in prima persona. Non per offrire verità assolute – non ne avrei l’arroganza – ma per condividere alcune osservazioni personali che ho maturato nel corso di questa ricostruzione. In particolare, cercherò di rispondere a tre domande che mi hanno accompagnato mentre scrivevo:

La “strumentalizzazione” della memoria è un reato che riguarda solo alcune delle parti in causa o siamo tutti, in qualche misura, esposti a questa tentazione?

Il linguaggio forte – “genocidio“, “apartheid“, “pulizia etnica” – è uno strumento di verità o rischia a sua volta di banalizzare la storia?

Esiste ancora, oggi, uno spazio per una critica che non sia, né apologetica, né distruttiva, ma semplicemente lucida?

Vi aspetto domani per questa ultima riflessione.

Fine terza parte.

Finkelstein, Irving e la difesa dell’indifendibile: quando la libertà accademica costa la reputazione!


Facendo riferimento a quanto pubblicato ieri, andiamo quindi ad esaminare alcune di quelle figure rilevanti di cui hanno parlato i nostri due interlocutori nel post intitolato: “Persone che davvero vogliono prevenire l’antisemitismo“.

Iniziamo dal  politolo (definito da Di Battista: “assolutamente eccezionale”)  Norman Finkelstein e proviamo a comprendere  realmente chi è questo signore. 

Politologo e attivista statunitense, figlio di due sopravvissuti ai campi di concentramento: il padre fu recluso ad Auschwitz e la madre prigioniera nel campo di concentramento di Majdanek, entrambi partigiani (in yiddish: partizaner) durante la rivolta del ghetto di Varsavia del 1943.

Se provate a leggere i suoi scritti, comprenderete come tutta la sua carriera è stata segnata da una feroce critica alle politiche dello Stato di Israele e da ciò che egli stesso definì “l’uso strumentale della memoria dell’Olocausto“.

A proposito dello Stato d’Israele, l’accusa di apartheid che egli lancio fu di “Stato Suprematista Ebraico” (Jewish supremacist state), tanto che le sue affermazioni lo condussero a esser etichettato come “psicopatico“. Ciò avvenne in quanto, nel 2023 – a seguito dell’attacco a sorpresa del 7 ottobre via terra, mare e aria contro il territorio israeliano – egli si schierò a favore del gruppo terrorista.

L’attacco – come ben sappiamo – incluse il lancio di migliaia di razzi e l’infiltrazione di combattenti armati che presero di mira basi militari, kibbutz e un festival musicale. Il bilancio finale fu di circa 1.200 persone uccise e oltre 250 prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.

In risposta all’attacco, il governo israeliano dichiarò ufficialmente lo “stato di guerra” e alcuni giorni più tardi venne lanciata l’operazione “Spade di Ferro“, dando inizio a una vasta campagna di bombardamenti aerei su Gaza e alla distruzione totale di tutta l’area.

In quel periodo  lo scrittore Douglas Murray definì Finkelstein “sociopatico e psicopatico” per aver pensato di paragonare Gaza ad uno dei “campi di concentramento nazisti” e soprattutto per aver definito “eroico” l’attacco del 7 ottobre. 

Per molti, Finkelstein non è visto come una persona del tutto sana. Egli passa infatti da accusatore – definisce Israele uno stato “criminale” o di “apartheid” – ad accusato, e questo persino da parte dei suoi sostenitori, i quali giudicano moralmente “malate” le sue analogie storiche estreme.

D’altronde, se leggete il suo libro più famoso “L’industria dell’Olocausto”, egli sostiene che le “élite ebraiche americane e israeliane”, abbiano strumentalizzato la Shoah come un’arma ideologica per estorcere immunità diplomatica per Israele e risarcimenti economici sproporzionati, a discapito dei veri sopravvissuti.

Su quest’ultimo punto, lasciate che nel mio prossimo post aggiunga una precisazione geopolitica fondamentale. Proverò difatti a ricostruire, sulla base dei fatti storici (seppur attraverso la mia personale lente interpretativa), ciò che realmente accadde in quel periodo, ed in quell’area cruciale del Medio Oriente.

Continuando quindi con Finkelstein; egli accusa apertamente Israele di praticare l’apartheid, tuttavia, commette un’infrazione retorica molto contestata (il sottoscritto, ad esempio, condivide questo disappunto ed è una circostanza che proverò a motivare meglio nelle mie considerazioni finali) e cioè, quella di paragonare le sofferenze dei palestinesi (checkpoint, assedi, umiliazioni quotidiane…) a quelle patite dagli ebrei sotto i nazisti. Molti – inclusi altri ebrei – considerano questo parallelismo, di fatto, una banalizzazione della Shoah.

Finkelstein ha poi aggiunto in maniera quasi irriverente, che i negazionisti dell’Olocausto dovrebbero essere ascoltati nelle università («sì… per meglio vaccinare gli studenti»), elogiando tra l’altro lo storico scrittore e saggista inglese David John Cawdell Irving, noto per i suoi libri di argomento storico sulla Seconda Guerra Mondiale e la Germania nazista. Circostanza, quest’ultima, che gli fece perdere la cattedra alla DePaul University, dopo una lunga battaglia legale con l’Avv. Alan Dershowitz.

Per essere precisi, seppur Irving negli anni ’60 e ’70 fu considerato un ricercatore meticoloso e un conoscitore della documentazione tedesca dell’epoca (il suo primo libro del 1962, “Apocalisse 1945 – La distruzione di Dresda” del 1963, fu un bestseller internazionale), a partire dagli anni ’80 iniziò a sostenere pubblicamente delle tesi negazioniste alquanto irreali, tra cui:

  • La negazione delle camere a gas: Affermò che non esistevano camere a gas funzionanti ad Auschwitz, definendole una “favola”.
  • “Hitler non sapeva”: Sostenne la tesi falsa e infondata che Adolf Hitler non avesse conoscenza dell’Olocausto e che non avesse ordinato lo sterminio degli ebrei.

Tanto che nel 2000, il giudice britannico Charles Gray emise una sentenza devastante di 355 pagine, stabilendo che: 

Irving era un “negazionista attivo dell’Olocausto, antisemita e razzista” .

Aveva “persistentemente e deliberatamente travisato e manipolato le prove storiche” per motivi ideologici .

Le sue opere distorcevano la storia per dipingere Hitler in una luce favorevole .

E così Irving perse la causa, finì in bancarotta, dovendo pagare circa 2/3 milioni di sterline di spese legali e la sua reputazione di storico fu definitivamente distrutta! Ma non solo, ha dovuto scontare una condanna detentiva di 13 mesi in Austria – dove negare l’Olocausto è un reato penale – ed infine, gli è stato vietato l’ingresso in paesi come Germania, Canada, Australia e Nuova Zelanda!

Auspico quindi che i miei lettori abbiano compreso meglio i motivi per cui Finkelstein – “l’assolutamente eccezionale” Finkelstein – elogiava Irving, valutandolo, per l’appunto, “un bravo storico“. Sì, perché era proprio grazie a quelle tesi di Irving che Finkelstein poteva giustificarsi e far valere la propria posizione: una difesa della libertà accademica e del diritto al dibattito, anche su posizioni scomode e aggiungerei false. In effetti, sono rimasti in pochi a condividere quella sua posizione controversa che tanto gli ha fatto perdere consensi, anche tra coloro che inizialmente condividevano le sue critiche su Israele.

Mi scuso ora con i miei lettori. Credevo, in questo secondo post, di concludere l’argomento, ma avendo i nostri due interlocutori (Ovadia – Di Battista) ampliato il discorso con il concetto di “ritessitura dell’infranto” attraverso il pensiero di Hannah Arendt e Anna Foa, sono ora costretto a fermarmi per non stancarvi con la lettura. 

Proseguirò domani.

Fine seconda parte.

Ad honorem, ma non ad onorem!


Buongiorno, ho letto in queste ore di una vicenda che mi porta a riflettere sulla grettezza dell’animo umano e che – pur non volendo – continua a tornarmi in mente.

Si parla di professori universitari, di ricercatori, di persone che hanno dedicato anni della loro vita allo studio, a conseguire titoli, a scalare quelle cosiddette “gerarchie del sapere“, eppure, secondo l’inchiesta giudiziaria di cui sono accusati, ci sarebbero fondi europei per ricerche mai fatte, per materiali mai utilizzati, per etichette staccate da una scatola e incollate su un’altra, il tutto per far sembrare vero ciò che non era.

Parliamo di ben quattro milioni di euro, dal 2018 al 2024, una cifra non indifferente che gira di mano in mano, che viene spostata da un progetto all’altro, mentre poi alla fine la sostanza resta invariata e cioè che la ricerca, e quindi il lavoro reale, non c’è.

Ma ciò che maggiormente mi colpisce non è tanto la truffa in sé, pur grave, è il profilo di chi è stato accusato. Parliamo di soggetti non certo analfabeti, non fanno parte di quelle persone senza istruzione e ancor meno senza alcuna professione. Sono docenti ordinari, associati, ricercatori con contratti e pubblicazioni. Hanno lauree, specializzazioni, curriculum.

Eppure, secondo la procura europea, avrebbero messo in piedi un sistema per far arrivare soldi su carte intestate a progetti fantasma. Un imprenditore avrebbe pagato consulenze mai realizzate al figlio di un professore, per ottenere favori. Un’associazione avrebbe partecipato a bandi senza avere i requisiti. Ed ora la Guardia di finanza parla di fondi per ricerche inesistenti.

La difesa, naturalmente, replica: i progetti erano reali, i risultati sono stati presentati in più occasioni. E il giudice, pur riconoscendo gravi indizi, ha rigettato le misure cautelari, anche per il carico di lavoro arretrato. Ovviamente restiamo tutti in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

Ma io, perdonatemi, voglio tornare al punto che mi fa impazzire. In questa vicenda non c’è il ladro di bassa scolarità, non stiamo parlando di un soggetto ignorante, un individuo che presenta una grave povertà culturale, no. Qui parliamo di disonestà, e la disonestà non ha bisogno di diplomi o di analfabetismo per manifestarsi.

Anzi, a volte, come nel caso di cui sopra, sono i più istruiti ad aver affinato la capacità di costruire una menzogna credibile, di aggirare le regole, di far sembrare regolare ciò che regolare non è. Ma d’altronde, come ripeto spesso, i titoli di studio acquisiti non immunizzano dall’abiezione!

E la prova è qui: davanti a noi ci sono persone che hanno dedicato la vita allo studio, e che ora si trovano indagate per aver tradito proprio quello spirito di ricerca che avrebbero dovuto difendere.

Insisto nel ricordarlo, perché spesso si tende a pensare che la mancanza di onestà sia figlia della mancanza di istruzione, ma la verità è che non è così. L’onestà è un’altra cosa, è una scelta che si fa indipendentemente dai libri letti o dagli esami superati. Si può essere colti e disonesti. Si può essere analfabeti e integerrimi.

La cultura aiuta sì a capire il mondo, ma non ti rende automaticamente una persona perbene. E quando leggo notizie come questa, non posso fare a meno di pensare che la vera differenza non la fa il titolo appeso al muro, ma la sostanza di chi sei!

Incredibile… in soli 250 hanno festeggiato il ritorno in Serie B del Benevento a Salerno! Al mio Catania? Non resta che sperare…


Già… è incredibile, soltanto 250 tifosi hanno celebrato il ritorno in Serie B del Benevento nel campo della Salernitana! 

Vedendoli in diretta festeggiare ho pensato: se ci fosse stato il Catania al posto del Benevento, i nostri tifosi etnei avrebbero occupato tutta quella curva e non solo quella. Ma così non è stato, e questo semplice conferma mi ha fatto riflettere su quanto stiamo ora vivendo.

Il Benevento torna in Serie B dopo tre anni, e il merito va totalmente al Presidente Vigorito, che ha capito in tempo come fosse giunto il momento di cambiare il tecnico. 

Infatti, a novembre dello scorso anno, la situazione non era ancora tragica per la squadra campana, anzi tutt’altro: la Salernitana guidava la classifica con 25 punti, seguita a un solo punto di distanza dal Catania che aveva 24 punti, mentre gli “stregoni” del Benevento si trovavano al terzo posto con 22 punti, proprio dietro ai rossazzurri!

Eppure il club ha deciso improvvisamente di sollevare dall’incarico Auteri, promuovendo Antonio Floro Flores dalla Primavera alla prima squadra. Un cambio che si è dimostrato vincente, tanto che il nuovo tecnico è riuscito a condurre la squadra in promozione, in anticipo di tre gare da disputare.

Cosa dire? Mentre altri hanno compreso cosa fare, qui a Catania ci siamo cullati, di quel secondo posto, senza che nessuno dei suoi dirigenti – e su questo aspetto lascio fuori il Presidente Pelligra, che come ben sappiamo si occupa professionalmente di altro e di calcio, purtroppo, ne sa poco o nulla – ma ha dimostrato quantomeno di affidarsi a chi, sulla carta (sì, consentitemi di aggiungere che su questo foglio di “carta” ci sarebbe molto da discutere…) – dovrebbe capirne di più. 

E così, si è rimasti ad osservare in questi anni un gioco deludente, costituito da infiniti passaggi per lo più inutili, con giocatori posti sul campo senza alcun criterio, ma soprattutto senza che fosse stato loro inculcato alcun fondamentale schema per poter giocare alla perfezione.

Ed allora, ogni volta che osservavo la squadra giocare mi chiedevo: perché il Presidente Pelligra si affida a quei suoi dirigenti? Perché continua ad insistere con quel tecnico – definito da molti “bravissimo” – di cui io, purtroppo, non ho saputo scorgere nulla di positivo, soprattutto in quel suo modo di mettere in campo la squadra? Perché non viene preso un allenatore che abbia evidenziato negli anni di saper realizzare un gioco vivace, spumeggiante e soprattutto capace di vincere le partite non solo con l’1-0 o chiudendosi a riccio sperando di non prendere gol, per come è più accaduto quest’anno, ma potrei dire, anche lo scorso passato? 

Sì, perché sono stati in molti, soprattutto la maggior parte dei tifosi miei concittadini, ad aver guardato esclusivamente al risultato, dimenticando o facendo finta di non vedere tutte le occasioni che, fino al minuto finale, sono state – per fortuna o per incapacità degli avversari – salvate grazie a un palo, una traversa, una parata encomiabile del portiere Dini oppure solo perché quel tiro, vedeva la palla uscire di pochi centimetri. Se solo la sorte non ci fosse stata così benevola, altro che prima o seconda posizione, siamo onesti: saremmo stati in classifica quinti o anche sesti .

Ed ora veniamo al punto della situazione: il Benevento è salito in Serie B grazie a quegli interventi realizzati dal suo Presidente, e il Catania Calcio resta lì, come da anni ormai, con i suoi migliaia di tifosi a guardare gli altri vincere.

La colpa, vorrei aggiungere, è anche di chi non ha saputo avvisare in tempo. Parlo soprattutto della classe dei giornalisti – molti di loro “gasati” allo Stadio durante la telecronaca oppure esaltati durante le sere dopo in quelle trasmissioni sportive televisive – già… si vedeva quanto fossero felici per aver visto la squadra vincere 1-0 e di come “esaltavano” il tecnico e i suoi giocatori, facendo già i conti per poter giungere in promozione: abbiamo visto ora com’è finita.

Ed ancora, vorrei parlare della sostituzione del tecnico (da me fortemente richiesta sin dall’inizio del campionato), circostanza che come abbiamo visto si è alla fine realizzata, ma non in tempo utile, visto che ormai si era giunti alla fine del campionato: difatti ad oggi restano soltanto tre partite alla sua conclusione. 

Devo inoltre confidarvi che quando ho letto il nome del nuovo tecnico – spero che quest’ultimo non me ne voglia – mi sono chiesto: ma chi è? Dove giocava? Quale squadra ha finora allenato? Ed ecco quindi che sono andato ad approfondire sul web quella sua esperienza calcistica, e parlando altresì con il mio amico (e grande tifoso) Tony Maurigi, ho chiesto a lui cosa ne pensasse e se fosse la persona giusta, perché io – se avessi potuto scegliere – avrei preso qualcun altro.

Ed allora ho atteso, ho provato a non esprimermi: sì…prima di giudicare ho preferito aspettare la sua prima uscita, che come abbiamo visto è stata ahimé disastrosa – ma si sa, la prima volta, la squadra modificata, i giocatori che non hanno ben compreso le nuove idee del tecnico, e via dicendo – sconfitta compensata da una successiva vittoria (ancora di misura…) in trasferta e da una nuova sconfitta al Massimino!

Osservando ieri la partita ho però notato un regresso rispetto ai mesi scorsi: siamo passati da una squadra che giocava male ad una che non gioca affatto. Già… non ho capito, tra l’altro, una cosa: con Toscano la squadra possedeva una difesa solida – difatti in casa era rimasta imbattuta (buona sorte compresa), comunque una condizione “unica” tra tutte le grandi d’Europa e di ciò va dato atto all’ex tecnico – e quindi il nuovo allenatore avrebbe dovuto semplicemente salvaguardare quello schema (fino ad allora) incrollabile e migliorare la parte di gioco che dal centrocampo si proietta in attacco.

Invece, stranamente, tutta la squadra è stata rimodulata, ed io stesso, ieri, nel vedere i giocatori in campo e le successive sostituzioni, mi sono chiesto: ma perché questa formazione che non ha né testa né piedi?

Certo, ora non ci resta che sperare quantomeno di giungere ai playoff da secondi classificati, anche se va detto che neppure questa posizione, ad oggi, può essere considerata indiscussa. Non so neanche cosa consigliare ora al Presidente Pelligra: se – giunti ormai a questo punto – sia il caso di continuare ancora con il nuovo allenatore e quindi con i rischi che quest’ultimo presenta, oppure non sia il caso di far ritornare nuovamente Toscano, che forse – ancor più motivato – potrebbe risultare efficace per i playoff che, come sappiamo, ha già disputato lo scorso anno.

Sì… siamo giunti a un bivio, e qualsivoglia strada si decida di percorrere, lo si saprà solo alla fine della stagione. Certamente, in questo preciso momento non possiamo far altro che sperare e incrociare le dita (anche se io non credo alla fortuna, ma punto sempre tutto sulla programmazione).

E quindi, in attesa di vedere come andrà, di una cosa sono certo: l’impostazione finora data alla squadra va totalmente rivista, e forse, come avevo scritto in un mio precedente post, anche la dirigenza va rivista. Quantomeno ritengo che alcuni ruoli debbono esser rivestiti da chi di calcio ha evidenziato di capirne, e non per fiducia o per essere (per analogia) un “key man“, già… proprio come gli uomini descritti nel film del 1976 diretto da Alan J. Pakula (con protagonisti Dustin Hoffman e Robert Redford), intitolato: “Tutti gli uomini del Presidente“!

Papa Leone: a sentire certe parole, mi sento morire. Già… tra eroismo (protetto) e favole che non salvano nessuno!


Il papa parla di quei presbiteri e dei loro momenti di difficoltà, già… e li definisce “eroi solitari”. 

Ma eroi di cosa, vorrei sapere?

Perché quando sento questa parola, così pesante e sacrosanta, mi fermo un attimo e guardo il mondo. Poi guardo la vita di tanti di loro, e qualcosa non torna. 

Eroi solitari, davvero? Da sempre vivono le loro vite in modo protetto, senza mai avere un vero pensiero familiare: nessuna notte insonne accanto a un figlio malato, nessuna bolletta da far quadrare, nessun latte d’acquistare e nessun figlio da mantenere negli studi fino all’Università. 

Ed ancora: nessun pensiero lavorativo nel senso comune del termine, perché il loro posto è garantito, la loro voce ascoltata anche quando tace. E nessun pensiero finanziario: la Chiesa non li lascia mai senza tetto né senza tavola. Soggetti che, per la maggior parte, sanno solo predicare e raccontare favole fantasiose dal pulpito, favole a volte così lontane dalla terra, dal fango, dal sangue vero.

Sono pochi tra loro, infatti, coloro che si prostrano fino a vivere e ad aiutare in luoghi dove la miseria, la fame, la povertà, le malattie rappresentano il quotidiano. Parlo di quelle strutture dimenticate da Dio e dagli uomini, dove a causa di guerre e di regimi militari sadici, ogni giorno si lotta per un sorso d’acqua, per un sorriso che non sia già rassegnazione. 

Aggiungiamoci pure tutta una serie di malattie che da noi sembrano solo parole su un vocabolario: malaria che ti spezza le ossa, peste che riaffiora dal Medioevo, AIDS che divora intere generazioni, tubercolosi resistente, febbre gialla, colera nelle baraccopoli dopo ogni alluvione. 

Lì sì, in quel silenzio urlante, forse qualcuno di loro è davvero un eroe. Ma sono una manciata. E spesso vengono dimenticati o, peggio, messi da parte perché “scomodi”, per tutti gli altri, viceversa, quelli che fanno più rumore nelle sacrestie che nei ghetti del mondo, la parola “eroe” suona come un’offesa a chi eroe lo è stato davvero, senza vescovi protettori, né alloggi garantiti.

E allora chiedo a Papa Leone: perché chiamarli eroi solitari? Forse per distogliere lo sguardo dalla loro solitudine dorata? Per trasformare in merito quello che è solo una condizione di privilegio?

Mi consenta di ricordarle che un vero pastore non ha bisogno di sentirsi dire che è un eroe. Ha bisogno di sentirsi dire: “Scendi dalla croce che ti sei costruito con le tue mani e va’ in strada. Lì c’è la tua solitudine vera, ma anche la tua resurrezione”. 

Perché la solitudine che fa male non è quella del presbiterio riscaldato, ma quella del missionario che non ha nessuno accanto mentre seppellisce l’ennesimo bambino! 

Ed è lì, solo lì, che si smette di raccontare favole e si comincia, forse, a essere davvero figli. Non eroi…